I figli non sono un diritto

Una coppia omosessuale maschile della provincia di Udine, unita anche va un vincolo ‘matrimoniale’ contratto all’estero, essendo impossibilitata naturalmente ad avere figli, ha deciso di poterne disporre ricorrendo all’acquisto di gameti femminili da una donna e poi alla gestazione surrogata da parte di un’altra giovane donna, già madre di due figli. La vicenda, che ha portato alla nascita di due gemelli, è accaduta in California, stato USA che consente la cosiddetta ‘ovodonazione’ e la pratica dell’utero in affitto.
Si tratta apparentemente di un fatto di cronaca locale che, tuttavia, per il suo significato e per l’ sue implicazioni merita certamente un commento più generale.
Che la coppia gay abbia voluto sposarsi è affare che non condivido dal punto di vista dell’organizzazione sociale, ma riguarda in ultima analisi le loro coscienze. Che essi abbiano desiderato dei figli che la natura non consentiva loro di avere posso anche comprenderlo, ma la mia comprensione si esaurisce qui.
Il desiderio di genitorialità, infatti, non può trasformarsi in un presunto diritto ad avere figli, perché prima di esso viene il diritto del bambino a nascere in una famiglia composta da un papà e da una mamma. È quanto accade in ogni pratica di adozione, in cui a prevalere è sempre la ricerca di una famiglia per il bambino da adottare e non già la ricerca di un bambino per l’adottante.
Ma la vicenda porta in risalto un’altra serie di considerazioni. La prima è che, come dimostra l’esperienza della nostra regione in materia di fecondazione eterologa per coppie eterosessuali, la disponibilità delle donne a donare spontaneamente gameti femminili non esiste. E ciò per il semplice fatto che il prelievo di ovociti è una pratica invasiva, non priva di fastidi e potenzialmente anche di rischi per la donna che vi si sottopone. Nessuna donna è cosi avventata da sottoporsi gratuitamente ad un prelievo chirurgico a scopo altruistico. Tant’è che per far fronte all’assenza di vere ovodonazioni per la fecondazione eterologa, la giunta Serracchiani, ha stanziato considerevoli fondi per andare ad acquistare gameti femminili in Spagna e nella Repubblica Ceca, senza chiedersi, tuttavia, se l’abbondanza di presunte donatrici in quei Paesi non mascherasse in realtà l’acquisto di ovociti sotto forma di rimborso spese per le donne che accettavano di sottoporsi a iperstimolazione ormonale, prelievo in laparoscopia e necessaria anestesia, per quanto lieve.
A differenza della fecondazione eterologa in una coppia eterosessuale maschile, ai due aspiranti genitori serviva poi inevitabilmente l’accoglienza di un grembo materno, cioè di un utero, alla cui mancanza hanno pensato di supplire con l’affitto per nove mesi a prezzo di mercato.
Anche in questo caso, l’altruismo non c’entra nulla. La gravidanza infatti, oltre a costituire sempre un impegno notevole per una donna incinta, ne impegna il metabolismo e la psiche, considerati gli scambi che si realizzano con il bambino e il legame che ne deriva. La gravidanza e il parto, inoltre, non sono esenti da rischi, anche potenzialmente gravi, come una gestosi, e talo perfino mortali. Di gravidanza e di parto, infatti, si può ancora morire. Potrei pertanto credere, al limite, alla gestazione surrogata di tipo altruistico quando avviene per uno stretto congiunto, ma altrimenti mi sia consentito di continuare a considerarla un transazione di affari, regolata da ferrei contratti, fino alla resa del prodotto se la ‘merce’ risulta difettosa. È quanto accadde al piccolo, Gummy, il bambino commissionato a una povera donna thailandese da una ricca coppia australiana. La vicenda commosse il mondo, perché la coppia australiana committente, scoperto che il bambino era affetto da sindrome di Down, pretese che la donna thailandese lo abortisse, ingaggiando una battaglia legale. Visto l’ostinato rifiuto della povera madre che lo aveva portato in grembo, alla fine glielo lascio, quasi si trattasse di un pacco.
Dunque, per quanto mi riguarda, crederò alla maternità surrogata di tipo altruistico il giorno in cui una ricca donna bianca sarà disponibile a portarla avanti per una povera donna nera a lei sconosciuto.
Fino ad allora resterò dell’idea che si tratti di un’altra forma di commercializzazione del corpo umano e di sfruttamento della sua condizione di povertà, oltre che di abuso della sua dignità. Non a caso, una vasta platea del mondo femminista si oppone alla pratica dell’utero in affitto. A me medico, tuttavia, interessa anche il fatto che, se tollerata, una tale pratica porterebbe all’imbarbarimento di altri campi della medicina in cui è previsto l’uso di componenti o parti del corpo umano. Penso alle trasfusioni di sangue, penso alla donazione di organi a fini di trapianto. Sappiamo che esistono Paesi in cui è possibile fare commercio anche di questo, ma abbiamo sempre considerato il superiore in livello della nostra civiltà in cui la gratuità della donazione di sangue e di midollo è assoluta e in cui la donazione di organi tra viventi è ammessa solo per gli stretti congiunti. Non è pensabile che tale argine possa abbassarsi per accogliere malriposti desideri di genitorialità.
Avviene tuttavia che di fronte a coppie che fanno ricorso alla maternità surrogata all’estero, i giudici permettano poi loro di riportare il bambino in Italia, dove la maternità surrogata resta reato, ricorrendo al meccanismo dell’adozione speciale ed escludendo sanzioni per i genitori committenti in considerazione della non punibilità del reato, se commesso in altro Stato il cui l’ordinamento lo consenta.
La garanzia di impunità e la quasi certezza del risultato sta facendo si che le coppie che possono permetterselo (non mi interessa se etero o omosessuali) sempre più spesso non esitano a mettere in conto la spesa pur di ottenere il figlio desiderato.
In un mondo occidentale in cui, anche per le difficoltà economiche che gravano sulle famiglie, è sempre più difficile fare figli, la madre perde il diritto anche a essere chiamata mamma, costretta a sottoporsi totalmente alle esigenze del mercato, mentre, per chi può permetterselo, la «produzione» dei figli è appaltata in outsourcing, secondo criteri di convenienza industriale.
Ma il figlio non può e non deve essere un giocattolo. I suoi diritti e quelli delle donne di cui si fa commercio debbono venire prima.
Oltre che con la Convenzione Onu sui diritti del bambino, la maternità surrogata risulta essere poi in contraddizione con i principi delle stesse istituzioni europee, nonché con l’arti, 21 della Convenzione d’Oviedo sui diritti umani e biomedicina che prevede « Il corpo umano e le sue parti non devono essere in quanto tali fonte di profitto, con il diritto a conoscere le proprie origini o con la Convenzione sulle adozioni, che chiede che madri abbiano tempo dopo il parto prima del consenso all’adozione.
Nella risoluzione adottata il 5 aprile 2011, il Parlamento europeo ha condannato la surrogazione sia “altruistica” che “per profitto”, chiedendo agli Stati di riconoscerla come sfruttamento del corpo e degli organi produttivi e rilevando il pericolo di considerare donne e bambini quali merci sul mercato internazionale della riproduzione e quello di incrementare la tratta di tali soggetti, nonché le adozioni illegali transnazionali.
In una nuova risoluzione del 30 novembre 2015, lo stesso il Parlamento europeo ha condannato “la pratica della surrogazione, che compromette la dignità umana della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce”, ritenendo che tale pratica debba essere proibita.
E’ tempo dunque che i Paesi occidentali, dai quali partono i ricchi compratori, si assumano le loro responsabilità ponendo in atto iniziative e leggi per scoraggiare la domanda.
Anche l’Italia, dove la surrogazione di maternità è vietata, è chiamata a fare la sua parte, essendo ipocrita e inaccettabile che il divieto di questa pratica sul suolo nazionale possa essere aggirato grazie all’impossibilità di sanzionarlo se la maternità surrogata è eseguita all’estero
Per questo da più parti sono state avanzate proposte di legge per rendere perseguibile il reato di utero in affitto anche se commesso all’estero.
È questo anche il senso di una mia proposta di legge mirante ad estendere le sanzioni già previste dalla legge 40/2004 anche ai casi in cui il reato è commesso all’estero. Il meccanismo per realizzare questo obiettivo potrebbe essere quello di inserire il reato di maternità surrogata fra quelli punibili anche se commessi all’estero, inserendolo tra le disposizioni speciali del Codice Penale (ai sensi dell’articolo 7, numero 5), al pari della tratta degli esseri umani, degli abusi sessuali su minori o dell’abbandono di minori.

Parlamentare, Medico Neuropsichiatra e Presidente Movimento per la Vita
Gian Luigi Gigli

SE PUOI.... AIUTACI: