Ibrahim poteva essere imam, ora è cattolico. Nascosto.

Ibrahim a 13 anni conosceva a memoria il Corano. L’imam del suo quartiere al Cairo lo portava ad esempio per tanti giovani e intravedeva per lui un futuro di grande predicatore dell’islam più radicale. Ibrahim, giovanissimo predicatore lo è stato: già a 16 anni il venerdì, con l’esuberanza e la foga delle sua giovane età, arringava i fedeli che accorrevano nella moschea per sentire proprio lui, l’astro nascente della jihad, la guerra santa. “Avevo imposto a tutte le donne della mia famiglia, la nonna, mia madre e le sorelle, il velo”, racconta: “Non sopportavo le espressioni non islamiche della nostra società nella vita quotidiana. Vigilavo e denunciavo chiunque non rispettasse le regole e deviasse dalla retta via”.

Ibrahim predicava a metà degli anni Novanta, quando nell’Egitto, su pressioni dei movimenti islamisti molti dei quali legati all’università di Al Azhar, vennero rispolverati gli hadit, i detti di Maometto, sull’isba, il principio che permette a chiunque di intentare un processo contro chi si allontana dagli insegnamenti della sharia, la legge islamica, e sulla ridda, l’accusa di apostasia. Uno dei primi hadit sostiene che il sangue di un musulmano “potrà essere versato in tre casi: l’omicidio, l’adulterio e l’apostasia”. Quindi il pio cittadino è autorizzato a uccidere il peccatore.

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Sulla base di questo dogma, in quegli anni alcuni intellettuali furono assassinati o feriti gravemente come lo scrittore, premio Nobel, Naghib Mahfuz, condannati, appunto, per le loro opere miscredenti.

Alcuni anni fa Ibrahim, nato nella fede in Allah e nel Corano, si è convertito alla fede cattolica. Ha preso il nome di Mikeil, Michele, l’arcangelo più venerato in Egitto. Conventi, chiese, cappelle gli sono dedicate in tutto il paese. Tracce di luoghi di culto a lui consacrati nell’Egitto preislamico sono ancora visibili nella fortezza di Babilonia nella Cairo Vecchia.

Ma Ibrahim-Mikeil vive la sua conversione in gran segreto. Non ne sono al corrente la famiglia, gli amici e neanche la giovane moglie. Rischia di essere travolto proprio dall’accusa di apostasia che “potrebbe trasformarsi in una condanna a morte”, dice, “da parte dei vecchi amici, un parente, o nel migliore dei casi in una sentenza che infligge anni di detenzione con sicure torture”.

Le paure di Ibrahim sono fondate? Formalmente no. L’articolo 3 della costituzione egiziana del 1923 proclama l’uguaglianza di tutti gli egiziani di fronte alla legge senza distinzione di razza, lingua o religione. Ma la realtà è diversa. È dal 1971 che è in corso nel paese una costante tendenza a islamizzare il sistema giuridico egiziano. È stato il presidente Anwar Al-Sadat, poi ucciso dagli integralisti islamici, ad accogliere talune richieste dei Fratelli Musulmani allo scopo di combattere i partiti nazionalisti e di sinistra che si opponevano alla sua politica economica: introdusse nella costituzione un emendamento secondo il quale la “sharia è una delle fonti principali della legislazione” per diventare poi, nel 1980, la “fonte principale”.

“Un musulmano di nascita non potrà mai cambiare religione”, conferma Youssef Sidhom, direttore del settimanale cristiano “Watani”: “Non solo cercheranno con tutti i mezzi di dissuaderlo, ma la sua stessa vita sarà in pericolo. Sarà escluso dall’eredità e dalla comunità di appartenenza. Mentre al contrario un egiziano cristiano che abbracci la fede musulmana è accolto con tante feste, la carta di identità viene cambiata in fretta, è facilitato nel lavoro, nella casa”.

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La segretezza con cui vive il suo nuovo credo ha permesso per ora a Ibrahim-Mikeil di non cadere nella retata della polizia che portò all’arresto di numerosi convertiti al cristianesimo, mentre centinaia erano i ricercati.

L’unico giornale arabo a dare conto degli arresti fu “Al Quds”, edito a Londra e interdetto in Egitto. Che denunciò: “Continua in silenzio l’opera della polizia egiziana di criminalizzare ex musulmani convertiti al cristianesimo. Ci meraviglia che una vicenda così delicata sia lasciata in mano alle forze di polizia. È vero che la sharia non ammette l’apostasia, ma in uno stato di diritto la questione dovrebbe essere affrontata non certo seguendo l’onda dei fondamentalisti”.

Secondo un sacerdote che chiede l’anonimato “gli arresti da parte della polizia, ormai infiltrata, come la magistratura e le corporazioni professionali, sono dovute al radicamento dell’integralismo nel sistema educativo egiziano. Sono infatti frequenti i casi in cui gli studenti appartenenti a minoranze religiose vengono pesantemente discriminati e maltrattati. Accade ad esempio che venga imposto il velo a bambine cristiane delle elementari. Le scuole pubbliche hanno subito la forte ingerenza degli imam di Al Azhar e delle autorità governative, da tempo inclini ad accontentare le richieste degli integralisti, per mantenere il loro potere.

Dei convertiti arrestati, per mesi non si sa nulla. E nel frattempo subiscono maltrattamenti bestiali. La loro sorte sarà poi demandata a un giudice, non sempre imparziale. Scontata la condanna, non rimane loro che prendere la via dell’esilio negli Usa, in Canada o Australia, per non incorrere nel disprezzo sia della famiglia che della comunità circostante».

 

Aspetti completamente trascurati dai media egiziani, ma non da “Watani”. “Il nostro è un giornale indipendente”, dice il direttore Sidhom, “senza relazioni particolari con la Chiesa, da cui non riceve alcun sussidio”. Di fronte a questa recrudescenza repressiva nei confronti dei cristiani, il patriarca copto Shenuda III, uso in passato a rimarcare l’armonia tra cristiani e musulmani, ha mutato atteggiamento, lamentando i numerosi attacchi portati contro la sua comunità. La vita dei cristiani, di cui i copti, oltre 10 milioni, sono la gran maggioranza, negli ultimi anni non è stata facile. Le persecuzioni nei confronti di questa comunità sembrano tornare alle forme del martirio dei primi cristiani. La memoria torna ai terribili avvenimenti dell’ottobre del 1998, quando forze di sicurezza egiziane fecero rapimenti e crocifissioni durante le incursioni nel villaggio copto di El-Kosheh, nelle vicinanze di Luxor. Le crocifissioni furono a gruppi di 50 persone, letteralmente inchiodate o incatenate a porte, con gambe legate le une contro le altre. Vittime picchiate e torturate con l’uso della corrente elettrica nei genitali dalla polizia che le accusava di essere infedeli.

Romani Boctor, 11 anni, è stato appeso con un cavo elettrico al soffitto. Ma è la discriminazione perpetrata in tutti gli aspetti della società a rendere difficile la vita dei cristiani.

Ibrahim-Mikeil conosce tutti i pericoli della sua conversione, ma vive l’adesione al cattolicesimo con grande serenità. “Quando aprii gli occhi sulla violenza , ho cominciato a mettere in discussione la mia religione”, racconta: “Il Dio che desideravo così vicino a me, nell’islam lo scoprivo molto lontano. Padrone di ogni cosa, ma non un Dio che sta con noi. Era questo che mi tormentava. Poi un giorno mi recai allo splendido monastero di Santa Caterina nel Sinai e lì ebbi la vera ispirazione”. La giovane principessa egiziana convertita al cristianesimo venne decapitata per ordine dell’imperatore romano Massenzio. Il sogno di Ibrahim-Mikeil? “Andare a Roma e poter pregare liberamente a San Pietro, magari assieme a mia moglie”.