Il bacio alla servigiale (dai Fioretti di Santa Chiara)

Tornata a San Damiano, Chiara continuò a far luce attorno a sé.

Scendevano a visitarla le sue amiche del­la città. Ella ripeteva loro le parole di Francesco:
– Povertà calca ogni cosa coi piedi; ella, dunque, di tutto è regina.

Molte restavano a San Damiano, con lei.

Vi restò Pacifica di Guelfuccio, che l’aveva accompagnata la notte della Domenica delle Pal­me alla Porziuncola. Era tornata poi in città, ma da quella notte non ebbe più pace, finché non s’unì a Chiara e ad Agnese.

Poi fu la volta di altre due giovanissime so­relle: Benvenuta e Filippa, figlie di Leonardo di Gislerio: anch’esse nobili, anch’esse ricche, anche esse belle. A loro s’unirono Illuminata, Angeluc­cia, Cristiana, Lucia, Bénedetta, Beatrice. Tutte le migliori famiglie d’Assisi vivevano in ansia. Le fanciulle più care al mondo non resi­stevano al richiamo di San Damiano. Regalavano la loro dote ai poveri, si scalzavano, offrivano i loro capelli al taglio delle forbici, s’incarceravano nel conventino.

Al di là di quelle mura, nella povertà più asso­luta, provavano la letizia invano cercata nei con­viti; trovavano la pace negata dal mondo. Si sentivano felici.

Vivevano come sorelle, o come allora si di­ceva, «suore», senza invidie e senza gelosie. Francesco le aveva chiamate « povere donne », ma già il popolo le chiamava diversamente «Damianite» oppure «Clarisse». Chiara era in­fatti la loro guida. Da lei veniva il buon esempio in ogni cosa.

A un certo momento, però, Francesco volle che anche le «povere donne» avessero la loro Regola di vita, e che Chiara assumesse l’autorità d’Abbadessa.

Per tre anni, sentendosi troppo giovane, ri­fiutò di fare da superiora, ma quando toccò i ventun’anno, dovette cedere.

Trovò il modo di convertire la sua autorità in un aumento di sacrificio.

Impose alle sorelle di farsi servire da lei, a mensa e in dormitorio. E valendosi della sua fa­coltà, s’alzava prima delle altre, spazzava, lavava.

Curava le ammalate, vegliando la notte quelle più gravi. I servizi più umili e repugnanti erano di sua spettanza.

Come superiora, volle avere alcuni privilegi, che consistevano nel lavorare di più e nel man­giare di meno.

Per obbedienza imponeva alle suore di mangiare fino all’ultimo tozzerello di pane, quando l’elemo­sina era stata scarsa. Toccava a lei restar digiuna. Toccava a lei lavare i piedi alle cosidette «servigiali», alle suore cioè addette ai servizi esterni del convento.

Tornavano coi piedi scalzi o motosi o polve­rosi, e Chiara voleva che fosse riservato a lei il privilegio di lavarli.

S’inginocchiava dinanzi alle servigiali, com­piva la lavanda in un piccolo bacile, asciugava i piedi tumefatti o screpolati con un panno di lino, poi li baciava di sopra.

Un giorno una servigiale, per vergogna, volle sottrarre il suo piede al bacio dell’Abbadessa. Con mossa brusca ritirò il piede, ma prese malé le mi­sure. Il piede sbatté violentemente sulla bocca di Chiara.

Un filo di saliva sanguigna apparve fra le lab­bra di Chiara, mentre, per il dolore, due lacri­moni scaturirono prepotentemente dai suoi occhi.

La servigiale chiedeva perdono, e si sarebbe voluta gettare in ginocchio.

Ma Chiara sorrideva, nonostante le involontarie lacrime. Riprese il piede della servigiale, accarez­zandolo. Poi vi avvicinò di nuovo le labbra; lo riba­ciò, ma questa volta, di sotto, sulla pianta callosa.

dai Fioretti di Santa Chiara