Il cancro mi ha donato la vita

LeapOfFaithDue anni fa, uno degli amministratori di un sito web cattolico(uccronline) si e’ innamorato (e poi sposato) di una ragazza non credente, lontana e indifferente alla Chiesa e a Dio. Pochi mesi dopo averla conosciuta, la madre della giovane è morta di cancro e, a distanza di un anno, è morto anche il padre, sempre di tumore. Oggi la ragazza -diventata moglie, nel frattempo- è attiva nella sua parrocchia e la sua conversione risale proprio a quel terribile periodo, quando nel giro di pochi mesi ha perso improvvisamente entrambi i giovani genitori.

Questa esperienza è la prima risposta all’affermazione del 2014 dell’oncologo italiano Umberto Veronesi, quando lanciò mediaticamente il suo nuovo libro, affermando che «il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio». In realtà, spesso, il cancro è paradossalmente fautore di un avvicinarsi a Dio, come è accaduto alla moglie del nostro amministratore, aiutata a guardare la terribile situazione con uno sguardo cristiano, l’unico capace di non scandalizzarsi di fronte al male nel mondo. Il cristiano sa che il dolore, la sofferenza e l’ingiustizia sono parte di questo mondo, il migliore che Dio avrebbe potuto creare salvaguardando la libertà della sua creatura di compiere il bene e il male, e della realtà naturale, libera di evolversi generando l’immensità delle montagne e dei fiori ma anche malattie e catastrofi. A questo proposito, è giusto ricordare che nell’80% dei tumori, la causa dipende da fattori ambientali provocati dall’uomo e dall’adozione di stili di vita errati.

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Ma perché Dio non interviene per fermare il male? Perché è capace di far rientrare il male, commesso dagli uomini e dalla natura, in un disegno più grande di bene per l’uomo. Dal male sa trarre un bene maggiore, il progetto completo non è (ancora) a nostra disposizione, ma spesso possiamo carpirne dei segni. Gli oncologi Maura Massimino e Franca Fossati-Bellani, direttore ed ex direttore della Struttura Complessa di Pediatria dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, quotidianamente a contatto con bambini malati di cancro, hanno così risposto a Umberto Veronesi: «in tanti anni di vita, in condizioni professionali diverse, in quel reparto assistiamo al miracolo quotidiano di come in circostanze estreme si possano trovare risorse come amore, studio e buone cure in un ospedale pubblico. Non sappiamo dire se miracolo divino o semplice buona fortuna. Ma talvolta riusciamo a ricordare, comunque vada, che Dio non ci ha abbandonati».

Pochi giorni fa è stato presentato in Spagna il libro del dott. José Luis Guinot, fondatore della Asociación Española de Radioterapia y Oncología e direttore della Clinica di Radioterapia Oncologica dell’Instituto Valenciano de Oncología (IVO) di Valencia, intitolato De la angustia a la serenidad (Ciudad Nueva 2016). «Ci sono persone malate di cancro», ha affermato l’oncologo spagnolo, «che ci mostrano la possibilità di vivere la malattia in modo diverso. La ritengono addirittura un’opportunità per fare un viaggio interiore, aiutandole a trovare un vero senso della vita. Queste persone trasformano l’angoscia in serenità».

La malattia può diventare, così, paradossalmente, un’occasione di bene, come testimoniano gli oncologi. Di un bene più grande, perché comprendere il senso della vita val molto di più di una vita sana ma moralmente disperata. L’oncologo Rogério Brandão ha raccontato di una bambina di 11 anni, malata di cancro, alla quale ha chiesto dove fossero i genitori: «A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio», ha risposto la piccola. Aggiungendo: «Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita. Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero? Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!». Il dott. Brandão ha commentato: «Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina». La quale ha aperto gli occhi sulla vita alle persone che aveva attorno, ha offerto loro il Senso dell’esistenza e forse anche questa è stata la sua vocazione, il suo compito, che lei ha abbracciato con libertà.

E’ scandaloso, ma la croce è una circostanza attraverso cui l’uomo deve passare. Dio per primo lo ha sperimentato: è soltanto morendo in croce, come un assassino, che ha potuto risorgere, infrangendo il limite della morte e dando all’uomo la prospettiva della vita eterna. Il male e l’ingiustizia sono parte e condizione di un disegno di bene più grande. «Questo è il mistero della malattia. Si può avvicinare una malattia soltanto in spirito di fede», ci insegna Papa Francesco. «Possiamo avvicinarci bene a un uomo, a una donna, a un bambino, a una bambina, ammalati, soltanto se guardiamo a Colui che ha portato su di sé tutte le nostre malattie, se ci abituiamo a guardare il Cristo Crocifisso. Lì è l’unica spiegazione di questo “fallimento”, di questo fallimento umano, la malattia per tutta la vita. L’unica spiegazione è in Cristo Crocifisso».

da: www.uccronline.it

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