Il celibato? Non è estraneo alla cultura africana

cardianali_africaniNella nostra religione tradizionale esistono già sacerdoti celibi, e anche quelli sposati, quando devono celebrare i loro riti, per tre giorni devono astenersi da ogni rapporto sessuale. Quindi chi dice che per la mentalità africana il celibato è inconcepibile dice una cosa non vera

Intervista con il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson di Gianni Cardinale

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Eminenza, uno dei temi che hanno maggiormente appassionato i mass media che si sono occupati del Sinodo è stato quello dei cosiddetti viri probati. È un problema sentito nel suo continente?
PETER KODWO APPIAH TURKSON: Non sono a conoscenza di diocesi africane che abbiano posto questo problema, ma il fatto che se ne sia discusso sta a significare che quella dei viri probati si presenta come una soluzione al problema – reale in alcune zone della cattolicità – della scarsità di sacerdoti e dell’impossibilità per alcune comunità di poter avere una regolare vita sacramentale. Alla fine però il Sinodo, per così dire, ha deciso di mettere questa ipotesi da parte, su uno scaffale, in attesa che siano esaminate tutte le altre possibili soluzioni al problema.
Soluzioni di che genere?
TURKSON: Queste soluzioni possono essere di lungo o di corto termine.
Le prime implicano interventi della Chiesa affinché nelle famiglie ci sia un cambiamento di attitudine e di pensiero riguardo alla natalità. In tutte le culture e società più ci sono figli più sono facili le vocazioni. La soluzione di corto termine implica invece la condivisione del clero tra le Chiese del Terzo mondo e quelle del mondo occidentale. Non si tratta di offrire un surplus di personale, ma di mostrare amore per la Chiesa, che ci richiede di condividere le nostre magre risorse. i nostri cinque pani e due pesci.
In Africa c’è il problema di comunità che per mancanza di sacerdoti non possono ricevere regolarmente l’Eucaristia?
TURKSON: Anche da noi, in Ghana, ci sono delle comunità che non possono avere un sacerdote che celebri regolarmente, ogni settimana, la messa. Infatti parecchi villaggi e città vanno avanti senza prete e si devono accontentare della presenza dei catechisti. Il sacerdote può visitare queste comunità ogni due settimane o ogni mese. Questo significa che anche noi non abbiamo un sacerdote per ogni comunità. Questa situazione tuttavia è anche correlata al fatto che alcune comunità non possono, da sole, mantenere un prete. Noi abbiamo creato dei gruppi di villaggi che uniscono le loro risorse per mantenere un sacerdote. Il prete li visita periodicamente uno alla volta e in sua assenza i catechisti si prendono cura delle comunità. Di conseguenza, per noi, un passo nella direzione di rendere l’Eucaristia più facilmente disponibile ai fedeli potrebbe essere la preparazione e l’elevazione di catechisti adatti al rango di ministri dell’Eucaristia; insieme all’allestimento delle cappelle dei villaggi e delle città con appropriati tabernacoli per la custodia delle sacre specie.
Il sacerdozio celibatario è una difficoltà particolare per il contesto africano?
TURKSON: Nella nostra religione tradizionale esistono già sacerdoti celibi, e anche quelli sposati, quando devono celebrare i loro riti, per tre giorni devono astenersi da ogni rapporto sessuale. Quindi chi dice che per la mentalità africana il celibato è inconcepibile dice una cosa non vera.
Certo nel clero africano si possono trovare situazioni di infedeltà ai voti.
Si tratta di peccati, e i peccatori sono dappertutto, non solo in Africa. Ma questo non vuol dire che il sacerdozio celibatario sia estraneo alla realtà africana, nient’affatto.
Un altro tema sinodale che ha ricevuto ampio risalto sui mass media è stato quello della pastorale dei divorziati risposati.
TURKSON: La questione dei cattolici divorziati e risposati è complessa. Mentre nei Paesi africani e in Ghana è stato ammesso il divorzio, ci sono anche molte pratiche che riducono al minimo l’incidenza di quest’istituto.
Una di queste pratiche che ha contribuito a ridurre l’incidenza del divorzio è stata anche la poligamia. Da noi, ad esempio, la poligamia è stata storicamente un elemento che ha risolto alla radice il problema del divorzio. Se un uomo voleva ripudiare una donna – perché sterile, troppo debole o ammalata da non poter lavorare, o per altri motivi -, non la metteva in mezzo a una strada con tutti i problemi del caso (chi si occuperà di lei e dei suoi eventuali figli?), ma ne prendeva un’altra senza abbandonare la prima. Con l’influsso del cristianesimo, e la sua dottrina dell’unità del matrimonio la poligamia è stata avversata ed è stata promossa la monogamia. I convertiti al cristianesimo hanno capito la dottrina cristiana che insegna l’indissolubilità del matrimonio. Hanno abbracciato il senso del matrimonio come invito a testimoniare l’amore inscindibile di Cristo per la sua Chiesa. Ma essendo ancora un popolo in cammino, le debolezze ne sfigurano ogni tanto il volto, e il paradosso del divorzio è una realtà e un problema nuovo per la pastorale della Chiesa. Credo che in quei casi di divorzio dove qualcuno è lasciato e abbandonato senza volerlo, questa persona abbandonata può essere considerata come una vittima di una ingiustizia e bisognosa quindi di una considerazione particolare.
Quindi anche in questo caso i problemi sono diversi?
TURKSON: Da noi si può celebrare il matrimonio secondo le prescrizioni tradizionali oppure civilmente. Tutte e due le forme però consentono il divorzio. I cristiani, oltre a queste due forme, devono celebrare il matrimonio (già valido tradizionalmente e civilmente) anche in chiesa, come sacramento indissolubile e permanente. Questo crea dei problemi per tantissimi fedeli. Chi ha contratto un matrimonio tradizionale esita a celebrare il matrimonio sacramentalmente, cioè in chiesa, perché sa che in questo caso non potrà divorziare. Sono, dunque, dei fedeli che stanno sulla soglia della vita interna della Chiesa e hanno paura di entrare pienamente.
E per questo non possono ricevere la comunione. Durante le mie visite pastorali, è questo il problema che devo affrontare con maggiore frequenza.
A questi fedeli chiedo di avere coraggio e di affidarsi al Signore e alla sua grazia e al sostegno della comunità cristiana. Anch’io, se avessi riposto tutta la mia speranza in me stesso e nelle mie forze, non mi sarei fatto mai ordinare sacerdote.
Un tema molto sentito in Africa è quello dell’inculturazione della liturgia.
TURKSON: L’inculturazione in sé non è mai stata un problema; nella storia della Chiesa c’è sempre stata. L’importante – ed è a questo che ci richiama sempre la Santa Sede – è che in questo processo non si perda mai di vista ciò che è essenziale della nostra fede. Per quanto ci riguarda dovremmo avere la possibilità di rendere il culto al Signore con ciò che abbiamo. L’uso dei tamtam, i nostri concetti, il nostro modo di rappresentazione, i nostri canti, le nostre danze sono i nostri doni con cui vogliamo adorare il Signore. La Santa Sede non ci impone veti, ma ci invita a fare attenzione che queste modalità di inculturazione non vengano percepite come un culto pagano o un semplice spettacolo. È compito di noi vescovi africani vigilare affinché questo non avvenga.
Eminenza, lei prima faceva cenno alle difficoltà che sorgono nelle coppie miste di musulmani e cristiani. Come sono i rapporti tra Chiesa e islam in Africa?
TURKSON: Il problema con l’islam è che il dialogo è a senso unico, non c’è reciprocità. L’islam vuole dare, ma non sa ricevere. Ci si può convertire all’islam ma non dall’islam. Se un cristiano, ad esempio, vuole sposare una musulmana, è obbligato a convertirsi all’islam. E questo non è giusto.

Qual è a questo proposito la situazione nel suo Paese?
TURKSON: L’islam è arrivato in Ghana prima del cristianesimo e nei secoli passati una buona convivenza è stata possibile. Nelle famiglie convivevano fedi diverse senza problemi. Un mio zio era musulmano, mia madre era metodista e mio papà cattolico, e non ricordo problemi di convivenza.
Tutto è cambiato con la crisi che è scoppiata in Medio Oriente tra arabi e israeliani, e con il susseguente risveglio identitario delle varie religioni. Questa conflittualità si è diffusa dappertutto e anche da noi, anche perché i gruppi musulmani hanno cominciato a ricevere numerosi sussidi dai Paesi del Golfo. E con i sussidi arriva anche l’ideologia, e quindi la situazione pacifica comincia a cambiare. Purtroppo.
Un altro tema evocato nel Sinodo è stato quello della diffusione delle sette protestanti.
TURKSON: Nei Paesi africani dove la lingua comune non è l’inglese la gente un po’ è salvata da questa diffusione. Ma nei Paesi anglofoni il fenomeno è in continua ascesa. Questi gruppi sfruttano un’ignoranza della Bibbia presente anche nelle nostre comunità, ma si diffondono anche per uno scarso amore dei cattolici verso la ricchezza dei sacramenti. Cosa fare? Far conoscere la Bibbia ai nostri fedeli e far scoprire la ricchezza e la bellezza della vita sacramentale della loro Chiesa. Dobbiamo ricordare che Gesù si manifesta a noi in due modi, nell’Eucaristia e nella sua Parola. E noi dobbiamo camminare su queste due gambe, mentre le sette protestanti si reggono su una gamba sola.
Al Sinodo un suo confratello africano ha evocato i casi tristi di donne che, trapiantate nelle case di formazione di ordini religiosi qui in Occidente, abbandonano queste case e finiscono poi in strada.
TURKSON: Il fenomeno esiste. E non riguarda solo le donne. Ci sono molte vocazioni, ma a volte la formazione non è all’altezza. Per quanto riguarda poi quelli che vengono a studiare in Occidente, è vero che non si sa se lo fanno per vera vocazione o per sfuggire al loro Paese. E succede che alcuni che non hanno una vera vocazione cadano vittima della prostituzione o della droga. Per questo ci vuole molto discernimento. La soluzione migliore sarebbe quella di curare la formazione in patria e non in Occidente.
Il problema di queste defezioni riguarda anche i sacerdoti?
TURKSON: Esistono anche questi casi, ma il fenomeno è minore. Questo tipo di problema riguarda soprattutto i seminaristi. Per questo è molto importante il rapporto tra il vescovo e i suoi sacerdoti. Se un prete vuole bene al suo vescovo, è più difficile che abbandoni la diocesi. È bene quindi che il vescovo conosca bene i suoi preti. Personalmente, per favorire questa conoscenza e stima reciproca, quando ci sono dei diaconi pronti al sacerdozio, li ospito per sei o sette mesi in episcopio. Così non ordino nuovi sacerdoti solo in base al racconto dei responsabili del seminario, ma anche in base alla conoscenza personale. Credo che, con l’aiuto di Dio, sia una buona strada.

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