Il contadino che rifiuto’ Hitler in nome di Dio

Franz_Jagerstatter-660x350Era una persona qualunque Franz Jagerstatter, un contadino austriaco con  moglie e tre figlie, gran lavoratore e cattolico fervente – benché da  giovane un po’ scapestrato -, che durante i terribili anni in cui Adolf  Hitler soggiogò quasi tutta l’Europa, conducendola sull’orlo del baratro,  ebbe il coraggio di opporsi al nazismo, mentre i più tacevano o, peggio,  erano conniventi.

Non  però alcuni grandi spiriti, come l’ebrea carmelitana  Edith Stein, che nell’aprile 1933 scrive a Pio XI testimoniando la  sofferenza cattolica di fronte alla tragedia del popolo ebraico scatenata  dalla follia del nazismo, o il pastore-luterano Dietrich Bonhoeffer, che il  precedente 10 febbraio, durante una trasmissione radiofonica – per questo  bruscamente interrotta -, metteva in guardia dal pericolo che minaccia la  polis se e quando il Führer (il capo), esigendo obbedienza assoluta  (idolatria), diventa perciò stesso un Verführer (seduttore)(1).    Ma, rispetto a questi prestigiosi oppositori, la vicenda di Jägerstätter  impressiona oltremodo a motivo della sua cultura elementare e dell’assenza  di coinvolgimento nei movimenti di opposizione. Soltanto in base alla  preghiera e a una quotidiana riflessione biblica egli riuscì a discernere le  proprie responsabilità e a seguire fino alle estreme conseguenze quanto la  fede e il retto sentire gli suggerivano, per contrastare una visione del  mondo atea e violenta come quella nazista.

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Scriveva nel 1942: «Credo sia  impossibile dire che è un reato o un peccato rifiutare, come cattolici, di  prestare oggi il servizio militare. Anche se ciò comporta la morte, non è  forse più cristiano offrire se stessi in sacrificio, piuttosto che, per  salvarsi la vita, dover prima uccidere altri, che hanno comunque diritto a  vivere?»(2).    Risolutamente voce fuori dal coro, Jägerstätter non seguì i tanti «omuncoli»  che abbassarono il capo e seguirono il regime(3). Egli seguì invece la via  della fede e del sacrificio, perché, nella Bibbia che tanto amava, san  Pietro dice: «E se anche doveste soffrire per la giustizia beati voi! Non vi  sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo,  nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione  della speranza che è in voi» (1 Pt 3,14-15).

E se ne parliamo ancor oggi è  perché questo esempio – come quello degli altri oppositori – non soltanto  testimonia che perfino negli anni più bui del secolo XX non mancarono le  stelle, che anticiparono il sorgere di un mondo nuovo, ma anche perché  tutti, sempre e comunque, possiamo trovare il modo di far vincere la  coscienza autentica generata dall’etica della responsabilità «cristianamente  ispirata» e perciò «altra» rispetto alle correnti dominanti: un’etica della  responsabilità «superiore e ultima», controcorrente rispetto a quella  «naturale e penultima» dell’obbedienza cieca, imposta dal regime e veicolata  dai falsi maestri del tempo(4).  Una vita normale  Figlio illegittimo di genitori che non potevano sposarsi perché troppo  poveri, Franz nacque il 20 maggio 1907 a St. Radegund, paesino dell’Alta  Austria. Dopo la morte del padre naturale durante la prima guerra mondiale,  la madre, Rosalia Huber, si risposò col padrone di una fattoria, Heinrich  Jägerstätter, che adottò il piccolo Franz dandogli il suo cognome.

 

Dopo i  primi anni trascorsi con la nonna, donna amorevole e molto religiosa, si  trasferì nella nuova casa, dove si appassionò alla lettura: nella biblioteca  del padre adottivo, infatti, trovò molti libri storici e religiosi. Nel  1927, ormai ventenne, lascia il villaggio natio per andare a lavorare nelle  miniere della Stiria. Qui attraversa una profonda crisi religiosa e  abbandona la fede, dissipandosi nel gioco, gli amici, le moto – fu il primo  ad acquistarne una a St. Radegund – e le ragazze. Il 1° agosto 1933 ebbe una  figlia naturale(5) da una domestica che viveva nei pressi della sua fattoria  e, subito dopo, si allontanò dal paese in una sorta di esilio volontario,  che diede inizio alla sua conversione.

Lasciati alle spalle «gli errori di gioventù»(6), Franz voltò  definitivamente pagina nel 1936 quando, dopo aver sposato Franziska  Schwaninger, figlia di contadini e giovane profondamente religiosa, si recò  con lei a Roma in viaggio di nozze e, durante un’udienza plenaria, ricevette  la benedizione di Pio XI, il Papa che poco dopo avrebbe scritto l’enciclica  Mit brennender Sorge contro il nazismo(7).

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Il matrimonio e l’influenza  positiva della moglie lo cambiarono profondamente, e la nascita delle tre  figlie gli procurò molta felicità. Anche il suo fervore religioso aumentò,  finché il parroco, padre Fürthauer – che l’aveva osservato recarsi tutti i  giorni alla messa e comunicarsi -, lo assunse come sacrista nella chiesa  madre del paese. Franz divenne un sacrestano esemplare: teneva molto bene  l’ambiente e i paramenti sacri, pregava continuamente e aveva perfino  rinunciato a frequentare l’osteria per non ricadere negli errori del  passato, ma soprattutto per non trovarsi coinvolto nelle discussioni  politiche riguardanti il nazismo(8).  Ben prima che l’Austria venisse invasa dai tedeschi (11 marzo 1938) egli si  era apertamente dichiarato contro Hitler e i suoi metodi, tanto che quando  giunse il momento di votare per l’Anschluss (l’annessione dell’Austria nel  Reich) furono soltanto le insistenze della moglie, timorosa di ritorsioni  nei loro confronti, a fargli varcare la soglia del seggio elettorale per  inserire nell’urna la scheda bianca.

 

Quattro anni più tardi, ripensando a  quei giorni, scriveva: «Molti sono del parere che all’Austria e alla Baviera  non succederà niente, anche se la guerra per la Germania dovesse andare  male. Chiediamoci piuttosto quali colpe abbiamo noi austriaci e bavaresi se  ora ci ritroviamo con un governo nazionalsocialista anziché cristiano. Da  noi il nazionalsocialismo è caduto dal cielo? […] Credo che nella  primavera del 1938 le cose non siano andate diversamente dal Venerdì Santo  di 1900 anni fa, quando fu data al popolo giudeo la scelta fra il salvatore  innocente e il delinquente Barabba»(9).  Intanto procedeva nel suo dissenso, proibendo al figlioccio di aderire alla  «gioventù hitleriana», rimandando indietro gli assegni familiari per i  figli, ai quali aveva diritto, rifiutando le sovvenzioni extra date  quell’anno ai contadini per indennizzarli della grandine che aveva distrutto  i raccolti.

 

Anche così Franz s’incamminava verso quel dissenso pieno che gli  sarebbe costata la vita. La scelta risale al 1940-41, durante il periodo di  addestramento militare obbligatorio nella Wehrmacht: un’esperienza che fece  svanire ogni residua incertezza, mostrandogli chiaramente l’incompatibilità  del nazismo con la sua fede. Indossata la divisa soltanto per un breve  periodo, fu rimandato a casa per «insostituibilità» – a quei tempi un  «richiamato» era considerato insostituibile se rappresentava l’unico  sostentamento per la famiglia – e riprese a lavorare nella fattoria che  aveva ereditato dal padre, sicuro che non avrebbe risposto a un’eventuale  nuova chiamata.

Intoppi sulla via dell’obiezione 

Nei suoi quaderni troviamo queste riflessioni: «Abbiamo l’obbligo di pregare  Dio di inviarci o mantenerci un intelletto sano, che ci permetta di capire a  chi e quando dobbiamo obbedire. Occorre sempre e soprattutto saper  distinguere tra Stato e partito. Rincresce molto di questi tempi che anche  tra noi cattolici ci siano così tante persone che obbediscono a cose alle  quali dovrebbero ribellarsi e si ribellano ad altre a cui dovrebbero  obbedire»(10). Riteneva che quello fosse l’unico modo per seguire il dettato  evangelico: onorare il senso di responsabilità nelle proprie azioni,  dimostrare a un regime iniquo – che aveva plagiato l’intelligenza dei  tedeschi – come fosse ancora possibile scegliere di essere uomini e  cristiani. Di tutto questo, compreso il proposito di non rispondere alla  chiamata alle armi, ne parlò col nuovo parroco, padre Karobath, il quale  tentò con vari argomenti di fargli comprendere l’inutilità di un eventuale  sacrificio. Tutto fu vano: Franz, che avvertiva in quei motivi «una prudenza  soltanto umana, troppo umana», rimase fermo nel suo proposito.  Per avere un parere diverso andò fino a Enns, dove trascorse la giornata con  un altro sacerdote, padre Taimer, al quale espose i dubbi che gli  affollavano la mente. Era moralmente lecito partecipare alla guerra nazista,  pur ritenendola ingiusta? Oppure era inevitabile la scelta tra essere  cattolici o nazisti? Anche questo prete gli consigliò di sottomettersi,  eppure – come leggiamo nei diari – egli non si lasciò convincere(11). Memore  che Dio comanda di prestare obbedienza ai superiori, anche quando non sono  cristiani – ma soltanto fino a quando non ci ordinano qualcosa di sbagliato,  poiché è nostro dovere obbedire più a Dio che agli uomini -, scriveva:  «Finché abbiamo il libero arbitrio, non credo che Dio ci considererebbe in  peccato se finalmente decidessimo di cambiare quel funesto “sì”, di cui  forse molti sono già pentiti, in un “no”»(12). Neanche le suppliche dei  familiari e degli amici gli fecero cambiare idea, benché lo straziassero le  accuse di non pensare alla madre, alla moglie e alle figlie, di essere  superbo, di volersi suicidare attraverso quel gesto inutile, di peccare  contro il quarto comandamento. Sempre di nuovo Jägerstätter spiegava a se  stesso e alle persone care i motivi di quella scelta: riteneva peccato grave  combattere per un regime senza Dio, che avrebbe sottomesso altri popoli, e  pensava che la responsabilità di ogni azione sarebbe ricaduta tanto su  quelli che la commettono, quanto su chi tace o finge di non vedere. E  concludeva lucidamente: chi ritiene certe azioni sbagliate ma le fa lo  stesso, soltanto per evitare pericoli o ritorsioni, ha una colpa maggiore di  chi agisce per dovere e in fondo è convinto che quanto fa non sia del tutto  sbagliato(13).  La cartolina-precetto gli fu recapitata il 23 febbraio 1943. La madre  ricorse subito a parenti e conoscenti affinché le dessero una mano; perfino  il capo della polizia, uomo bonario e paterno, tentò di convincerlo,  promettendogli d’intervenire presso le autorità militari per indurle a  trasferirlo nei servizi ausiliari, se avesse risposto all’ordine di  mobilitazione; ma niente valse a farlo recedere. In una lettera a padre  Karobath è chiara la sua posizione: «Devo comunicarvi che ben presto  perderete un altro dei vostri parrocchiani. Oggi ho ricevuto la  cartolina-precetto, il 25 devo trovarmi a Enns. Ma poiché nulla potrebbe  garantire la mia anima contro i pericoli che le farebbe correre quella gente  [i nazisti], io non posso desistere dalla mia decisione, che voi già  conoscete. Il Cristo ha rimproverato a Pietro di averlo rinnegato per paura  e per rispetto umano. Indossando quell’uniforme, quante volte dovrei anch’io  rinnegare il Cristo! Rifiutando di indossarla, ci si espone al rischio di  non rivedere più le persone che ci sono care. Tutti mi ripetono che col mio  atteggiamento metto a repentaglio la mia vita, ma a me sembra che chi  combatte corra lo stesso rischio!»(14).  La libera volontà di un prigioniero  Alla cena del 24 febbraio c’erano la moglie, ormai rassegnata a quella  decisione, la madre e le figlie, del tutto ignare che quello era un addio.  All’alba del 25 partì da St. Radegund, cercando di non farsi notare:  soltanto una vicina ricorda di averlo visto dalla finestra allontanarsi con  passo lento, arrestarsi un istante e voltarsi quasi per salutare il paese  che, ancora addormentato, lasciava mestamente alle spalle(15). Giunto a Enns  scrive alla famiglia queste toccanti parole: «Desidero mandarvi ancora un  saluto di cuore, finché sono libero. Siate una famiglia dove ci si ama e ci  si perdona vicendevolmente. Poi può accadere qualsiasi cosa. Perdonate a  tutti volentieri, e anche a me, se a causa mia dovrete ancora soffrire»(16).  Il 1° marzo si presentò al centro di reclutamento, dichiarando di opporsi al  servizio militare. Fu subito arrestato e trasferito nel carcere militare di  Linz, prima tappa della via crucis che aveva deliberatamente scelto.  I due mesi che passò in questa prigione furono segnati da profonde  sofferenze legate, da un lato, al ricordo della felicità provata nel  matrimonio e, dall’altro, alla possibilità che gli veniva offerta di  ricredersi. Nelle lettere inviate alla moglie colpiscono queste parole: «Se  ti chiederanno se eri d’accordo sul fatto che io non volessi più combattere,  dì con tutta onestà che cosa avresti preferito, perché penso che tu non  possa né alleggerire né aggravare la mia posizione». E continuava: «Se non  avessi un tale terrore della menzogna e degli imbrogli non sarei qui e non  voglio neanche in futuro salvarmi la vita con una menzogna». Ma allo stesso  tempo confessava le difficoltà incontrate nel rimanere fermo sulla decisione  presa. L’11 marzo però le scriveva: «Ti comunico anche che mi dichiaro  disponibile al servizio sanitario, perché lì si può fare del bene e  praticare la carità cristiana in senso concreto; per cui anche la mia  coscienza non si oppone»(17).  Ovviamente il tribunale militare accettava soltanto una resa   incondizionata. Lasciato in prigione a riflettere, Franz trascorreva le  giornate nella preghiera, seguendo il ciclo liturgico, e raccomandando a  Franziska di non essere triste, perché la situazione in cui si trovava era  soltanto opera di un disegno divino, e questo, insieme al fatto di essere  tranquillo in coscienza, gli dava la forza di vivere in pace perfino dietro  le sbarre. La posta partiva regolarmente e in quelle buste erano racchiuse  le sue giornate fatte di pensieri e preghiere, di preoccupazioni per le  figlie e il loro futuro, di consigli per la fattoria, di richieste in favore  dei compagni di cella. Come quando chiese alla moglie qualche stella alpina  per la fidanzata di un francese processato poche settimane prima, oppure,  rammaricato per l’ansia che la opprimeva, umoristicamente le dice: «Oh se  potessimo scambiarci di posto per una settimana: un po’ di riposo ti farebbe  solo bene»(18).  Nell’anniversario di matrimonio le confessa: «Se guardo indietro e considero  tutta la fortuna e le grazie che abbiamo avuto durante questi 7 anni  sembrano talvolta perfino dei miracoli!»(19). Grande fu il suo coraggio,  ferma la sua volontà nonostante il dolore per gli affetti che aveva  lasciato, enorme la fiducia in Dio che pregava continuamente. Sembra di  vederlo, col rosario in mano, allungare lo sguardo dalla finestra mentre si  interroga e ribadisce: «La natura non si lascia toccare per niente da tutta  la miseria che ha colpito l’umanità. Anche se non vedo molto da qui, mi  sembra tuttavia che quest’anno tutto sia più verde e fiorisca più che negli  anni passati. Appena albeggia, davanti alla nostra finestra si sentono  cantare i merli: anche gli uccelli, sebbene siano solo animali senza  raziocinio, pare che abbiano più pace e gioia di noi, uomini dotati di  ragione»(20).  Il 4 maggio 1943 viene improvvisamente trasferito a Berlino, per l’ultimo  giudizio. Nelle frettolose righe inviate alla moglie, confermandole la  decisione presa – anche se le cose dovessero precipitare -, ha un solo  rammarico: quello di averle impedito di andare a Linz a trovarlo, visto che  ora la distanza è ben maggiore. Anche il regime carcerario ora è più duro:  meno lettere – soltanto una ogni quattro settimane -, niente viveri per  posta; ma il ritmo nella preghiera rimane lo stesso, insieme alle  riflessioni sulla Bibbia, che appunta sulla poca carta disponibile in  prigione. Intanto il suo avvocato, F. L. Feldmann, tentava una difesa  estrema, cercando di farlo recedere dal suo proposito, che lo avrebbe  separato per sempre dalle persone a lui più care. Franz però era deciso a  seguire il Vangelo alla lettera, e citava un passo decisivo: «Chi ama il  padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia  più di me non è degno di me. Chi non prende la sua croce e non mi segue, non  è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita la perderà: e chi avrà perduto  la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,37-39).  Aveva riflettuto molto su queste parole, e la scelta di metterle in pratica  non era stata facile: eppure non poteva mentire a se stesso, né cedere  all’idea di attribuire tutta la responsabilità dell’orrore al Führer, come  se il mero obbedire agli ordini giustificasse azioni terribili. Il 6 luglio  1943 ci fu il processo e la condanna a morte(21). Non volle comunicarlo  subito alla moglie e alle figlie, dalle quali aveva appena ricevuto una foto  con la scritta: «Torna presto papà». Fu l’avvocato a informare Franziska,  che si recò subito a Berlino prima che fosse troppo tardi, e in una lettera  scriveva: «Egli non ha potuto prometterci di accettare di fare il soldato.  Ha sofferto molto, ma ha affermato che, nonostante tutto, nel complesso era  felice. Non ha voluto assolutamente ritornare sulle proprie decisioni. Ora  gli restano ancora alcuni giorni per riflettere. Dio solo sa quanto tempo  gli resta ancora da vivere»(22).  Negli ultimi giorni Franz parlò a lungo con padre Kreutzberg, cappellano del  carcere, e quel colloquio lo incoraggiò molto, avendo saputo che un altro  austriaco, padre Reinisch, era stato giustiziato per lo stesso motivo:  rifiuto di prestare giuramento come soldato. Inoltre, scrisse molto,  desiderando fissare sulla carta quanto provava: il timore della morte, la  fiducia nell’infinita misericordia di Dio, l’amore per la famiglia, la  richiesta di perdono a quelli che aveva fatto soffrire con quella sua  decisione. Nella lettera-testamento leggiamo: «Scriverò soltanto qualche  parola, così come essa mi esce dal cuore. Scrivo con le mani legate, ma è  meglio così che se fosse incatenata la volontà. Talvolta Dio ci mostra  apertamente la sua forza, che egli dona agli uomini che lo amano e non  preferiscono la terra al cielo. Né il carcere, né le catene e neppure la  morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la sua libera  volontà. La potenza di Dio è invincibile»(23).  Fu ghigliottinato il 9 agosto 1943, eppure dopo tanti anni le pagine  sbiadite della sua corrispondenza emergono da quel tragico passato «dolorose  ma fiere», come lui voleva: per ricordarci che anche quando le coscienze  erano imbavagliate dalla paura e l’umanità brancolava nelle tenebre,  stravolta dall’assurda ideologia di un folle e il silenzio connivente di  tanti «omuncoli», non mancarono uomini come Franz Jägerstätter e altri(24)  che seppero trovare, pur nelle tenebre, la via più difficile ma luminosa  della fede, della coscienza e della responsabilità.     1 Cfr A. ALES BELLO – PH. CHENAUX (edd.), Edith Stein e il nazismo, Roma,  Città Nuova, 2005, dove Edith afferma che «l’idolatria della razza e del  potere dello Stato sono un’aperta eresia», che la Chiesa deve condannare e  scrive che «la responsabilità di quanto sta accadendo ricade anche su quanti  tacciono». Per l’approfondimento di questi temi e i riferimenti a  Bonhoeffer, cfr P. CODA, «La lettera di Edith Stein a Pio XI», in Nuova  Umanità 28 (2006) n. 2, 273-284, dove si cita anche quanto emerso nel  convegno sulle Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano, Città del  Vaticano, Lev, 2000.  2 F. JÄGERSTÄTTER, Scrivo con le mani legate. Lettere dal carcere e altri  scritti dell’obiettore-contadino che si oppose ad Adolf Hitler, a cura di G.  GIRARDI, Piacenza, Berti, 2005, XV. Il volume raccoglie quanto Jägerstätter  scrisse dal 1940 al ’43: riflessioni e lettere che danno un quadro completo  sia dell’eccezionale pensiero di questo contadino-obiettore, sia delle  motivazioni che lo condussero a scegliere la morte piuttosto che obbedire al  nazismo.  3 Già Bonhoeffer, altro martire del nazismo, fin dal 1943 aveva riconosciuto  che il regime si era affermato non solo per la violenza dei suoi metodi e la  connivenza di tanti intellettuali, ma anche per l’acquiescenza dei troppi  pavidi: «omuncoli» che vanno a rimorchio della manipolazione ideologica. Per  lui tale «stupidità» era riconducibile al sacrificare «l’etica della  situazione» – insieme complessa e rischiosa (libertà e discernimento) – a  un’etica non storicizzata né criticamente vagliata, ma imposta come se fosse  un dovere supremo (idolatria). Cfr D. BONHOEFFER, Etica, Milano, Bompiani,  1969, 196 s e 224 s, mentre in ID., Resistenza e resa, ivi, 1969, 284,  leggiamo: «La debolezza dell’uomo (stupidità, mancanza di autonomia, viltà,  corruttibilità) non è forse un pericolo maggiore della malvagità? Cristo fa  l’uomo non soltanto “buono”, ma anche “forte”».  4 Su tale etica della responsabilità cristianamente ispirata, vissuta  eroicamente ma senza tante analisi dal contadino F. Jägerstätter, scriveva  in quel periodo acute riflessioni filosofico-teologiche Bonhoeffer,  specialmente in Etica e Resistenza e resa. Per uno sguardo d’insieme cfr E.  BETHGE, Dietrich Bonhoeffer, Brescia, Queriniana, 1975 ed E. AFFINATI, Un  teologo contro Hitler, Milano, Mondadori, 2002.  5 Franz manterrà sempre buoni rapporti con la figlia naturale, Hildegard,  tanto che nel periodo di prigionia chiederà alla moglie di mandarle dei  soldi, poiché aveva sempre provveduto economicamente a lei.  6 Cfr G. ZAHN, Il testimone solitario. Vita e morte di Franz Jägerstätter,  Torino, Gribaudi, 1968, 39-43. Si tratta della prima biografia di Franz, con  testimonianze di amici e conoscenti su questo periodo confuso della sua  vita. La più recente biografia, invece, è E. PUTZ, Franz Jägerstätter. Un  contadino contro Hitler, Piacenza, Berti, 2004.  7 Cfr lo sferzante testo pontificio contro l’ideologia nazista in Civ. Catt.  1937 II 193-216 e l’incisivo commento di A. Messineo alle pp. 217-230.  8 Sull’argomento cfr D. MONDRONE, I santi ci sono ancora, vol. IV, Roma, Pro  Sanctitate, 1979, 276-296. Il padre Mondrone, scrittore della Civiltà  Cattolica, fu tra i primi a divulgare in Italia la vicenda di Jägerstätter.  9 E continuava: «Il giovedì santo per noi austriaci è stato lo sventurato 10  aprile [data dell’annessione]. In quell’occasione la Chiesa austriaca si è  lasciata fare prigioniera e da allora giace in catene: finché non si  risponderà con un forte “no” a questo “sì”, che pure fu dato da molti  cattolici per esitazione e paura, non ci sarà per noi nessun venerdì santo»  (F. JÄGERSTÄTTER, Scrivo con le mani legate…, cit., 149-151).  10 E  ancora: «Siamo stati afferrati da una forte corrente, in cui nuotiamo  tutti noi cattolici tedeschi e a cui dobbiamo opporci; finché ci rimaniamo è  irrilevante se nella corrente ci siamo buttati da soli o ci siamo fatti  trascinare da altri. Per ritornare felicemente a riva non ci rimane che  nuotare controcorrente» (ivi, 118 e 140).  11 Franz si rivolse perfino al vescovo di Linz, mons. Fliesser, ma neanche  da lui ottenne un parere favorevole alla sua opposizione. Amara la  constazione, alla Bonhoeffer, in G. ZAHN, Il testimone solitario…, cit.,  70. Per la verità, il predecessore di Fliesser, mons. J. M. Gfoller, emerito  dal 1941, era stato acerrimo oppositore del nazismo. Cfr A. PALINI, «Franz  Jägerstätter. Un contadino austriaco contro Hitler», in Humanitas 58 (2003)  879-892.  12 F. JÄGERSTÄTTER, Scrivo con le mani legate…, cit., 156 s. Allusione al  referendum della primavera 1938: ma la propaganda nazista aveva stravolto  teste e cuori, sicché gli austriaci «si comportarono diversamente dal  proprio pensiero per obbedienza; ma l’obbedienza non deve arrivare al punto  di commettere azioni malvagie in suo nome».  13 Affermava infatti: «Oggi si sente spesso dire che non si può fare nulla:  se qualcuno dicesse qualcosa finirebbe in carcere o verrebbe ucciso. È vero,  non si possono cambiare di molto gli eventi del mondo: si sarebbe dovuto  iniziare già cento e più anni fa. Ma credo non sia mai troppo tardi per  salvare se stessi, e anche guadagnare qualche anima a Cristo finché abbiamo  vita» (ivi, 161).  14 E concludeva: «Poiché i nazisti tollerano tanti errori, è meglio  adattarsi subito a sacrificare la propria vita, piuttosto che esporsi al  peccato prima di morire» (G. ZAHN, Il testimone solitario…, cit., 71 s).  15 L’ultima persona che incontrò fu il suo migliore amico, compagno delle  scappatelle di gioventù, il quale, vedendolo passare davanti alla propria  fattoria, gli disse: «Dio ti accompagni Franz», e lui, forse sorpreso, non  poté che rispondere: «Non mi vedrai mai più» (ivi, 19).  16 F. JÄGERSTÄTTER, Scrivo con le mani legate…, cit., 3.  17 Si trattò di un momento di tentennamento e lo dimostrano le parole  aggiunte immediatamente dopo: «Verrò comunque punito per questo» (ivi, 7 s).  18 G. ZAHN, Il testimone solitario…, cit., 80.  19 F. JÄGERSTÄTTER, Scrivo con le mani legate…, cit., 15.  20 E si domanda: «Perché ci affliggiamo così tanto anche se dobbiamo  rinunciare ad alcune cose e sacrificare ciò che il nostro cuore desidera,  quando nell’eternità verremo ripagati mille volte di più?» (ivi, 22).  21 L’avvocato Feldmann ottenne dal tribunale – caso unico nel suo genere –  che gli ufficiali-giudici parlassero col suo assistito. Sperava che  riuscissero dove lui aveva fallito, prospettandogli l’idea di un servizio  militare ausiliario. L’imputato però, forte della sua obiezione di  coscienza, rifiutò anche questa volta.  22 G. ZAHN, Il testimone solitario…, cit., 113. Parole che rivelano quanto  Franziska condividesse la volontà del marito, pur mantenendo un barlume di  speranza. Sicché E. PUTZ, Franz Jägerstätter…, cit., ritiene che anche la  moglie sia un’eroina.  23 F. JÄGERSTÄTTER, Scrivo con le mani legate…, cit., 48.  24 Oltre a quelli citati all’inizio e nella seconda parte della nota 11,  ricordiamo gli universitari della Rosa Bianca (cfr P. GHEZZI, La Rosa  Bianca: un gruppo di resistenza al nazismo, Cinisello Balsamo [Mi], San  Paolo, 2003), il beato R. Mayer, gesuita di Monaco, e il beato C. A. von  Galen, vescovo di Münster dal 1933 al ’46 (cfr S. FALASCA, Un  vescovo  contro Hitler, ivi, 2006), e i tanti altri che la Conferenza Episcopale  Tedesca ha registrato nel volume H. MOLL (ed.), Testimoni di Cristo. Il  martirologio tedesco del sec. XX (tr. it. a breve presso la San Paolo), che  ben rappresentano «l’altra Germania».  FRANZ JÄGERSTÄTTER:  IL CONTADINO CHE RIFIUTÒ HITLER IN NOME DI DIO  PIERSANDRO VANZAN S.I.   La Civiltà Cattolica

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