Il fenomeno dell’accattonaggio in Italia

Il riferimento al “vivere mendicando” presente nella letteratura più consolidata sul tema rimanda ad una concezione di mendicità legata ad esigenze di sopravvivenza, e perciò ad una logica di economia individuale o familiare della sussistenza, dove il praticare l’elemosina è un dato più strutturale che congiunturale, mentre allo stato attuale di fianco alle forme più tradizionali della “domandare la carità”, sono identificabili una pluralità di situazioni rispetto alle quali il praticare la questua rappresenta un’attività che può integrare altre forme di lavoro e di occupazione, spesso irregolari e occasionali, così come attività di tipo illecito di vario genere. In realtà del fenomeno dell’accattonaggio poco si conosce, soprattutto con riferimento alle situazioni di grave sfruttamento. Di certo oggi è sempre più palpabile l’intolleranza o la difficoltà a convivere con queste realtà di strada, o comunque assai complicate sembrano essere la vicinanza e il confronto con queste forme di marginalità, sicuramente estreme in numerose situazioni.

Nel recente Rapporto Punto e a capo sulla tratta. 1° Rapporto di ricerca sulla tratta e il grave sfruttamento emergerebbe che l’accattonaggio sarebbe praticato in strada nel24,1% dei casi, nei centri commerciali per il 15%, nei luoghi di flussi e nei treni per il 14,3% nei mezzi pubblici per l’11,3% nei ristoranti e bar per il 7,5% e in altri luoghi per il 6%.

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Le conoscenza fino ad oggi acquisite ci permettono di affermare senza ombra di dubbio che, a partire dagli anni ’90, si è registrato il progressivo aumento di persone straniere – minori e adulte – che mendicano lungo le vie principali con modalità sia itineranti che non, in prossimità dei semafori, di fronte ai supermercati o nei parcheggi dei centri commerciali, nei pressi dei luoghi di culto e degli ospedali, nonché laddove sono presenti mercati di vario genere ovvero in tutte le situazioni ove sia presente un’alta concentrazione di persone.

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Si tratta generalmente di persone originarie da paesi dell’Europa dell’Est, dall’area del Maghreb, dall’Africa Sub Sahariana e recentemente anche dal Bangladesh, sebbene in questo caso ci si trovi di fronte – pressoché sempre – a soggetti che vendono prodotti di basso prezzo e di immediata possibile utilità come ombrelli, accendini, fazzoletti, fiori per conto terzi i quali, a fronte di mancata vendita, ricorrono alla richiesta di denaro per non indebitarsi con l’intermediario del grossista o il caporale che gli ha consegnato la merce in conto vendita, o che cercano di mascherare l’attività di raccolta di denaro con l’offerta di servizi quali il lavaggio dei vetri dell’auto la custodia del cane fuori dai supermarket o dell’auto nei parcheggi, o il trasporto dei bagagli nelle stazioni ferroviarie, ecc.…

Gli studiosi hanno identificato quattro macro-tipologie di accattonaggio che si basano su due variabili dicotomiche: elemosina contrattualistica/non contrattualistica ed elemosina legale/illegale.

Dai dati disponibili risulterebbe che chi pratica o è costretto a praticare l’accattonaggio spesso sia indotto anche a commette attività illegali di vario genere.

Oggi verosimilmente le scenario è più complesso, e la pratica dell’accattonaggio può costituire, soprattutto se combinata ad altre attività, la modalità ineludibile per racimolare il denaro necessario ad appianare eventuali situazioni debitorie della famiglia, o a riparare ad eventuali valutazioni errate fatte dal migrante circa le reali possibilità di guadagnare del denaro attraverso l’ottenimento di un lavoro regolare o ancora la necessità del mendicare può derivare dall’esito di processi di presa in carico della persona e di integrazione sociale non portati a termine o non giunti a buon fine.

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La tratta a scopo di accattonaggio è ipotizzabile per la tipologia di soggetti che coinvolge e può ibridarsi con altre forme di sfruttamento, soprattutto la commissione di attività criminose forzate. In Italia, anche per questa forma di tratta, non esistono ricerche esaurienti e aggiornate, ma solamente pochi studi e articoli oramai datati o non specifici solo su tale fenomeno.

Dal primo decennio degli anni 2000 il fenomeno dell’accattonaggio presente sui territori italiani sembra sempre di più evidenziare alcune trasformazioni costituite da una sua evoluzione connotata dal passaggio da pratica economica di sussistenza individualizzata esercitata da soggetti a forte marginalità sociale a un mercato dove agiscono gruppi per la maggior parte composti da persone di etnia Rom de-sedentarizzati provenienti dall’est Europa, prevalentemente dalla Romania, dall’altra da migranti per lo più giunti dai paesi dell’Africa sub-sahariana che, per modalità, forme, gerarchie, suddivisione dei ruoli, spartizione e controllo dei territori e dei luoghi della questua, vulnerabilità coinvolte, richiamano più al modus operandi delle organizzazioni che gestiscono i mercati ad economie di sfruttamento piuttosto che ad un’autorganizzazione di persone per meglio volta a rispondere alle condizioni di povertà o di grave marginalità sociale.
Pensare quindi di realizzare una ricerca intervento sul fenomeno dell’accattonaggio e le sue possibili correlazioni con le diverse forme di sfruttamento cercando di cogliere i cambiamenti strutturali significa ritenere di essere in una fase di transizione nella quale:

1) l’accattonaggio non è più configurabile esclusivamente come una risposta individuale alle condizioni di povertà o di grave marginalità sociale ma anche un possibile mercato ad economie in nero e/o di sfruttamento come la prostituzione migrante;
2) l’accattonaggio praticato in forma organizzata tende a strutturare un mercato informale che per sua stessa natura, in assenza di regole e di norme a tutela dei diritti di chi lo esercita, si configura come una situazione in quanto tale potenzialmente veicolatrice di gravi forme di sfruttamento, e laddove questo venga praticato da persone migranti e trovi correlazione con forme di reclutamento e di assoggettamento, l’accattonaggio potrebbe configurarsi come una forma di lavoro forzato;
3) la sua diffusione e maggiore concentrazione nelle città d’arte italiane a vocazione turistica e religiosa, le quali, assieme a città con caratteristiche analoghe presenti in Spagna e Francia abbia portato a strutturare dei veri e propri distretti europei della mendicanza in particolare per i gruppi Rom provenienti dai paesi dell’est Europa ri-mobilizzati sia dalla povertà, sia dai sentimenti anti-Rom liberatesi dopo la caduta del muro di Berlino, ma anche attratti dai possibili guadagni che l’accattonaggio può garantire in questi contesti se esercitato e gestito in forma organizzata; 4) la strutturazione di mercati nel fenomeno dell’accattonaggio possa determinare al fine della massimizzazione dei profitti un aumento del coinvolgimento di soggetti vulnerabili i quali o per la minore età o per le menomazioni sia fisiche sia psicologiche di cui spesso sono portatori o per l’età avanzata sono sicuramente fonti di maggiori guadagni, ma contestualmente difficilmente potrebbero esercitare attività di mendicità con modalità autonome, in contesti nazionali altri rispetto a quelli di appartenenza, senza che qualcuno crei le condizioni affinché queste persone possano arrivare in un paese di destinazione e perciò fornire loro supporto, logistica e “protezione”;
5) l’accattonaggio praticato in forma organizzata ha prodotto una crescita della percezione di insicurezza e di paura presso le popolazioni residenti, in particolare tra donne e anziani, determinata sia da una ormai diffusa pratica della carità molto insistente, che a volte si accompagna a minacce di ritorsioni implicite od esplicite, qualora non vengano soddisfatte le richieste di donare denaro, sia da un allarme sociale per le questioni igienico sanitarie e di ordine pubblico derivato dall’occupazione da parte dei mendicanti di spazi pubblici e zone di degrado utilizzati, i primi per rendez-vous finalizzati alla realizzazione delle stesse attività di accattonaggio, le seconde a uso di dimora temporanea.

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Tratto da : REPORT FINALE STOP FOR-BEG