Il genocidio armeno, una memoria rimossa ma risorgente

armenia470922598Nel centenario del genocidio armeno non sono mancate le pubblicazioni. Ma il volume curato da Bozarslan, Duclert e Kévorkian (Hamit Bozarlsan, Vincent Duclert, Raymond H. Kévorkian, Comprendre le génocide des arméniens. 1915 à nos jours, Tallandier, Paris 2015) spicca, oltre che per l’abbondante documentazione, per la capacità di leggere in prospettiva gli avvenimenti, tanto da costituire – si può affermarlo senza esagerazione – una lettura essenziale non solo per quanti vogliano conoscere i fatti del 1915, ma anche per chi desideri capire qualcosa delle contraddizioni in cui si dibatte la Turchia contemporanea. Elemento non irrilevante, nel momento in cui la questione curda è riesplosa con inaudita violenza e Ankara appare sempre più coinvolta nel conflitto siriano.

Notevole la provenienza geografica e culturale degli autori, rispettivamente curdo di Turchia, francese e armeno. A differenza di molti volumi a più mani, in cui i capitoli si giustappongono senza veramente interloquire tra loro, gli autori entrano in un dialogo fecondo tra diverse specializzazioni e discipline, a partire da una convinzione condivisa: che cioè gli eventi del 1915, primo genocidio del Novecento, contengano una lezione che trascende le circostanze storiche in cui si produssero.

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I fatti innanzitutto. Li presenta Raymond Kévorkian nella prima parte, La distruzione degli armeni ottomani. Nel corso della prima guerra mondiale furono sterminati due terzi della popolazione armena dell’impero, pari a 1,2-1,5 milioni di persone. Il massacro affonda le sue radici nei pogrom ordinati tra il 1894 e il 1896 dal sultano Abdülhamid (200mila morti stimati), a seguito dei quali la federazione rivoluzionaria armena si pone come obbiettivo il rovesciamento del sultano. E per un paradosso della storia fu proprio al movimento armeno che s’ispirarono i Giovani Turchi del Comitato Unione e Progresso nel preparare la rivoluzione del 1908. Ma se i due attori del dramma si conoscono particolarmente bene, i rapporti si guastano molto rapidamente. La prima guerra balcanica accentua nel Comitato Unione e Progresso la sindrome dell’accerchiamento, la teoria del complotto e l’insistenza sulla necessità di creare una nazione etnicamente omogenea. Dopo la disastrosa offensiva contro i russi nel Caucaso, ordinata da Enver Pasha in persona contro il parere degli alti gradi dell’esercito e conclusasi con una sonora sconfitta (dicembre-gennaio 1915), la questione armena diventa prioritaria nei piani del Comitato. È creata la “organizzazione speciale” e i soldati armeni impegnati al fronte sono disarmati e riassegnati ad apposite unità da adibire a lavori civili, iniziando gradualmente a “scomparire”. Il segnale è dato il 24 aprile, con l’arresto di diversi esponenti dell’élite armena di Costantinopoli. Ufficialmente è avviata una deportazione per allontanare gli armeni, sospettati di connivenza con le truppe zariste, dalle zone di confine. In realtà, i civili sono immediatamente spogliati di tutti i loro beni, la gran parte è uccisa già lungo il cammino, in particolare con annegamenti collettivi. Chi sopravvive finisce internato in campi di concentramento nel deserto siriano, dove le malattie, la fame e le sevizie fanno il resto. Dopo la guerra, i liberali ottomani, che controllano quel che resta dell’impero dopo la fuga dei principali leaders unionisti a bordo di un incrociatore tedesco, avviano un processo contro i responsabili dei massacri, sotto la pressione delle potenze alleate. Ma già nel 1923 quelle stesse potenze, esauste dalla guerra in Europa e preoccupate dall’avanzata sovietica, negoziano con Kemal Atatürk il trattato di Losanna, archiviando di fatto la “questione armena” e garantendo l’impunità per i massacri.

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E proprio dal tradimento degli alleati prende avvio la terza parte, Il genocidio degli armeni, una storia mondiale, di Vincent Duclert. Le opinioni pubbliche europee infatti furono informate quasi immediatamente dei massacri in corso, grazie in particolare alla rete di missionari americani che, essendo nel 1915 ancora neutrali nel conflitto mondiale, poterono restare in Anatolia. Non è riportata nel libro, ma gli archivi vaticani conservano l’esclamazione angosciosa dello stesso Leone XIII, nel Concistoro segreto del 6 dicembre 1915: «Miserrima Armenorum gens ad interitum prope ducitur» [l’infelicissimo popolo armeno è quasi condotto all’annientamento]. A fronte delle informazioni allarmanti provenienti dall’Anatolia, già il 24 maggio 1915, cioè soltanto un mese dopo l’inizio dei massacri, «i governi alleati informano pubblicamente la Sublime Porta che ne terranno personalmente responsabili tutti i membri del governo turco come pure i funzionari che avranno partecipato a questi massacri». Anche alcuni diplomatici austroungarici e tedeschi si adoperano per cercare di dissuadere le autorità giovano-turche dall’eseguire i loro piani. Ma la risposta del cancelliere Von Bethmann-Hollweg non lascia spazio ad ambiguità: «Il nostro solo obiettivo è conservare la Turchia al nostro fianco fino alla fine della guerra, che gli armeni debbano perire o meno» (p. 193). Dopo la guerra Otto Göppert, consigliere privato presso gli archivi tedeschi, domanderà perciò al governo di sbarazzarsi con urgenza dei fondi di documenti relativi al silenzio tedesco sulla politica delle spogliazioni ai danni dei deportati armeni, non ultimo per evitare richieste di risarcimento.

La ragione politica e la necessità di scendere a patti con la potenza kemalista nascente – come pure, ma l’opinione non è nel libro, le eccessive richieste degli armeni al trattato di Sèvres – indurranno l’Intesa a fare marcia indietro rispetto alle roboanti dichiarazioni del 1915. Qualche decennio più tardi sarà Hitler, intento a pianificare la soluzione finale, a trarre tutte le conseguenze del caso, domandando sarcasticamente ai suoi collaboratori: «Chi parla più dello sterminio degli armeni?». E non è certo un caso se proprio riflettendo sulla vicenda armena l’avvocato Raphael Lemkin, ebreo polacco, conierà nel 1944 il termine genocidio. Del resto già nel 1919 la commissione ottomano-alleata, nel redigere i capi d’imputazione contro la classe dirigente unionista e in mancanza di un diritto internazionale sufficientemente codificato, aveva introdotto il concetto di «crimine contro le leggi dell’umanità». «Il genocidio – conclude Duclert – non è dunque fondamentalmente un concetto giuridico, ma un’elaborazione storica che ha condotto a una qualificazione giuridica» (p. 369). E questa elaborazione è indissolubilmente legata alla vicenda armena.

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Abbandonati dalle potenze europee, alcuni dei sopravvissuti al genocidio abbracciano la strada della vendetta. Nel primo dopoguerra i componenti del triumvirato dei Giovani Turchi sono così tutti eliminati in attentati, di cui quello a Talat Pasha a Berlino nel 1921 fa particolare scalpore in quanto l’aggressore è catturato dalla polizia tedesca, processato e prosciolto per infermità mentale. Ma l’unica strada adeguata si rivela quella della battaglia culturale per la conservazione della memoria e la qualificazione giuridica del genocidio. Nell’ultimo decennio anche alcuni universitari e intellettuali turchi si sono uniti, con gravi pericoli, a quest’opera di verità storica, che tuttavia – e in questo ci permettiamo di dissentire dagli autori – non sembra possa essere imposta per legge da una norma contro il negazionismo.

Tra i molti particolari di questa triste storia di “seduzione e tradimento” tra Occidente e Armenia, colpisce l’atteggiamento di Jean Jaurès, il celebre socialista francese. Se dopo i massacri del 1894-1896 Jaurès aveva assunto la guida in Francia di un vasto fronte pro-armeno (cui aderirono personaggi tra loro così diversi come Charles Péguy, Georges Clemenceau e Anatole France), molto più cauta appare la sua reazione ai massacri di Adana nel 1909, che del genocidio appaiono retrospettivamente come la prova generale. La ragione? Mentre nel primo caso responsabile delle violenze era il “sultano sanguinario”, incarnazione del dispotismo ottomano, nel 1909 «i liberali e socialisti europei […] vogliono credere ancora all’avvento della libertà nell’impero e alla fine del “malato d’Europa”» (p. 274). E per questo ignorano gli ammonimenti dei loro agenti sul terreno. Il parallelo con la storia recente non sembra forzato: dopo le rivoluzioni del 2011 la volontà di credere a tutti i costi a una tanto desiderata – e certamente necessaria – svolta democratica nel mondo arabo non ha indotto molti osservatori e politici a sottovalutare il riemergere delle violenze comunitarie?

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Non è un segreto che la definizione di genocidio sia sempre stata rifiutata dai governi turchi, di qualsiasi orientamento: i 300.000 morti armeni che la Turchia è ufficialmente disposta a riconoscere non sarebbero più eccezionali dei 3 milioni di turchi scomparsi nel primo conflitto mondiale. È in particolare negata l’esistenza di un piano preordinato di sterminio, ignorando le prove raccolte già dall’amministrazione ottomana nel 1919, e si attribuisce la maggior parte delle morti ad azioni di bande irregolari o agli stenti caratteristici del tempo di guerra. La deportazione è infine giustificata sulla base dell’imminente “tradimento” armeno, amplificando i numeri dei volontari nell’esercito zarista e attribuendo a tutta la popolazione rurale, contro ogni verosimiglianza, l’atteggiamento delle avanguardie rivoluzionarie più politicizzate.

L’origine di questa rigidità turca è spiegata senza giri di parole da Hamit Bozarslan nella seconda parte del volume (I fondamenti ideologici, politici e organizzativi della distruzione): «Il genocidio […] costituisce l’atto di nascita della Turchia repubblicana» (p. 139). Vi è innanzitutto un aspetto economico da non sottovalutare: «L’industria turca è in gran parte edificata sui beni confiscati [agli armeni] e mai reclamati, essendo i legittimi proprietari morti. Moltissimi edifici privati o pubblici, a cominciare dal palazzo presidenziale di Ankara, eretto a simbolo della “nazione turca”, fanno parte di questi beni» (p. 189).

Ma l’elemento essenziale è di natura ideologica. «Gli architetti del 1915 poterono proseguire la loro opera aldilà del 1918, con il pieno riconoscimento della comunità internazionale, che salutava nell’esperienza turca un modello di modernità e occidentalizzazione. […] In nessuna parte del mondo gli autori di genocidi furono celebrati a livello ufficiale dopo la loro sconfitta o scomparsa, in nessuna parte del mondo salvo che in Turchia» (p. 226). Fondamento ideologico del regime dei Giovani Turchi è – secondo Bozarslan – un darwinismo sociale che interpreta la storia come una competizione tra razze rivali, in cui la più forte schiaccia inesorabilmente la più debole. «La guerra – scrive Bozarslan – si era trasferita dal controllo degli spazi a quello delle specie» (p. 147). Il Comitato Unione e Progresso rappresenta dunque uno dei primi esempi di regimi non più solo autoritari, ma propriamente totalitari in quanto non riconosce alcun principio etico al di fuori del divenire storico e dell’interesse del partito e della razza. Eloquente uno dei suoi slogan: «Yok kanun? Yap kanun» «Non c’è una legge? Fai la legge».

Rispetto a questa ideologia materialista e storicista, il ruolo dell’Islam è subordinato: esso infatti agisce come fattore di mobilitazione presso le masse popolari, ancora impregnate di riferimenti religiosi, ma, come scrisse l’ambasciatore americano Henry Morgenthau, «gli uomini che concepirono il crimine avevano tutt’altro obbiettivo: essendo quasi tutti atei, e non rispettando il maomettanesimo [l’Islam] più di quanto non rispettassero il Cristianesimo, la loro unica ragione fu una questione d’implacabile politica di Stato» (pp. 160-161). Ciò non toglie che il riferimento all’Islam «permette di legittimare un’azione omicida che in sé non deriva dall’ambito della credenza», in particolare attraverso la riattivazione del concetto e della prassi del jihad (p. 160).

In questo senso Bozarslan è attento a riconoscere una differenza qualitativa fondamentale tra il kemalismo e l’ideologia unionista. Mentre quest’ultima mira infatti all’annientamento del diverso, il padre della Turchia moderna era piuttosto guidato dall’idea di un’uniformazione etnica dello spazio anatolico, rinunciando a ogni velleità imperiale al di fuori di esso. Ma le continuità sono innegabili.

Pur condannando i massacri nel 1920 in un intervento in parlamento definendoli un «atto vergognoso» (p. 354), Atatürk attinse i propri quadri dai membri locali del Comitato Unione e Progresso. Già nel 1921 i kemalisti salutavano in Talat Pasha «un gigante della storia e un genio la cui immensità passerà ai posteri» (p. 234) e Mustafa Kemal concedeva alla vedova una pensione per i servizi resi alla nazione. Continuando la prassi unionista, Atatürk prega nel 1920 uno dei suoi generali di apportare tutto l’aiuto necessario agli armeni del Caucaso, salvo inviare subito dopo un secondo telegramma cifrato in cui gli comanda di «distruggere l’Armenia politicamente e fisicamente» (p. 218). La guerra di liberazione nazionale infatti completò quello che il genocidio non aveva potuto realizzare: la cancellazione quasi totale della presenza armena in Turchia.

La continuità in questo caso supera le differenze partitiche. Lo stesso Erdoǧan – osserva Bozarslan – parla degli unionisti come «dei nostri antenati» (p. 236), per quanto un po’ troppo atei per i suoi gusti. L’ossessione uniformatrice del kemalismo non si è fermata però alle minoranze religiose. Nei decenni seguiti alla proclamazione della Repubblica ne hanno fatto le spese anche le popolazioni curde, che pure furono tra gli autori materiali del genocidio. In fondo, è la semplice esistenza del pluralismo a essere mal tollerata da questo ideologia ultranazionalista, che vede ovunque nemici e tradimenti, con il rischio, persi di vista i reali rapporti di forza sul campo, di lasciarsi trascinare in pericolose avventure. Le difficoltà della Turchia repubblicana e i limiti della sua cultura politica non sono nati con l’AKP e con il suo megalomane leader.

Ben al contrario, il genocidio armeno costituisce per la Turchia contemporanea un autentico buco nero, una memoria costantemente rimossa. Ma costantemente risorgente. Come ha scritto Taner Akçam, storico turco-tedesco tra i maggiori studiosi del genocidio, «la nostra esistenza […] significa l’assenza di un’altra entità, i cristiani. Accettare il “1915” significa accettare che dei cristiani abbiano vissuto su queste terre, ciò che equivale a proclamare la nostra inesistenza» (p. 237). Eppure – ha affermato Papa Francesco – «ricordarli è necessario, anzi doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!» (Santa Messa per i fedeli di rito armeno, saluto all’inizio della celebrazione, 12 aprile 2015).

di Martino Diez – Oasis