Il gruppo thailandese e la tratta al chiuso

The Bangkok AttractionLe donne vittime dello sfruttamento thai in Italia, individuate in alcune operazioni di polizia, erano giovani tailandesi, tra i 18 ed i 41 anni; la maggior parte di loro proviene dal Nord est della Thailandia, un’area arretrata che il boom economico tailandese degli anni ’80-’90 non ha nemmeno sfiorato e caratterizzata, fin da allora, da un progressivo peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Da questa stessa area proviene anche la maggior parte delle giovani vittime del trafficking interno al Paese, vendute talvolta dalle stesse famiglie ai trafficanti in cambio di un misero guadagno o della falsa promessa di una buona opportunità di lavoro. Questa è stata anche la sorte di alcune delle ragazze intercettate, vendute dalle famiglie ai trafficanti; altre, sposate e con figli lasciati in Thailandia, sono state ingannate dalle false offerte di lavoro come domestica, cameriera o massaggiatrice. Tra le donne era presente anche un transessuale.

La richiesta dei dati e delle firme dei documenti per l’espatrio nel corso dei controlli ha fatto emergere che la maggior parte delle donne coinvolte è analfabeta. Inoltre molte delle ragazze parlano esclusivamente il dialetto delle regioni d’origine, aspetto che ha reso abbastanza difficile il momento dell’assistenza da parte degli operatori.

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Un aspetto fondamentale dell’inchiesta è stata l’identificazione del canale attraverso cui le ragazze tailandesi arrivavano in Italia, un aspetto che non sempre emerge nelle operazioni nel settore della prostituzione. Le donne entravano grazie ad un “pacchetto-viaggio” offerto da una agenzia di viaggi con sede a Bangkok, che forniva i documenti e visto turistico di tre mesi, insieme alla promessa di un lavoro come colf, badante, operaia o sarta. Per una cifra pari a 5 mila euro, l’agenzia, gestita da un tailandese, forniva documenti di entrata nei paesi Schengen, prenotazione alberghiera in Italia e fittizia disponibilità di denaro per la durata del visto. All’arrivo in Italia, le donne erano ricevute in aeroporto dalle connazionali, maitresse che gestivano l’intero business, e da italiani che svolgevano mansioni di accompagnatori e “tuttofare”. Le donne venivano poi immediatamente stipate negli alloggi tra Asti, Alessandria e Pavia; gli unici spostamenti erano da una casa ad un’altra ed i soli contatti avvenivano con i clienti italiani.

Gli inquirenti testimoniano che alcune delle ragazze, nonostante i tentativi di fuga, ricadessero nelle maglie dell’organizzazione anche a causa delle difficoltà di comunicazione. La matrice del traffico è interamente asiatica: un gruppo di connazionali reclutava le ragazze disposte a trasferirsi in Europa con il miraggio di un lavoro e la possibilità di aiutare i famigliari rimasti in patria. Dalla Thailandia i contatti costanti con la maitresse hanno permesso il ricambio costante delle donne. Il rilascio dei visti non comportava particolari artifizi o irregolarità: appariva un’operazione “pulita”, perché diverse ambasciate europee (Portogallo, Svezia, Norvegia, Italia, Germania, Spagna, Olanda) venivano contattate per il rilascio dei documenti. L’ingente giro di affari dell’organizzazione, quantificato attraverso il monitoraggio di conti correnti ed operazioni di trasferimento di denaro circa 6 milioni di euro l’anno, derivava interamente dalle quote pagate dalle donne, fino a 5 mila euro per il viaggio. I compensi di ogni prestazione variavano dai 75 ai 400 euro: alle ragazze, come sempre, andavano solo le briciole di questo ingente giro di affari.

Segregate in casa, era stato loro spiegato di aver contratto un debito, che si aggirava intorno ai 12.000-15.000 euro: una volta estinto il debito, lavoravano al 50%, inviando i proventi alle famiglie in Thailandia. Per contenere eventuali forme di insubordinazione, era l’organizzazione stessa a gestire l’invio del denaro alle famiglie. La gestione del traffico e dello sfruttamento è di matrice interamente femminile: le donne venivano sequestrate e gestite da una rete di “maitresse” tailandesi residenti da tempo sul territorio, con regolari documenti di soggiorno, alcune sposate – anche in attesa di cittadinanza italiana – o conviventi con cittadini italiani. Le maitresse gestivano l’intero ciclo dello sfruttamento: dallo smistamento negli appartamenti, alla gestione dei clienti, alla sottrazione del guadagno.

Nell’organizzazione erano coinvolti anche numerosi italiani, il cui ruolo era molto più defilato e si limitava ad un apporto, seppur consistente, sul piano della logistica: sei, tra astigiani ed alessandrini – alcuni di loro pensionati, persone emarginate e certamente poco accorte secondo i testimoni – facevano da autisti, accompagnando le ragazze dagli aeroporti (in Italia, Francia o Svizzera) alle case; provvedevano a reperire alloggi, dove svolgevano lavori di manutenzione, consigliavano le maitresse su come pubblicizzare il “lavoro” delle ragazze ed assicuravano la copertura legale per la permanenza in Italia. Questi “factotum” venivano ricompensati con prestazioni sessuali. Tra gli arrestati, compare anche un’intera famiglia astigiana, intestataria di alcuni degli alloggi che sub-affittava a prezzi esorbitanti. L’organizzazione era dunque strutturata in modo abbastanza articolato da garantire un continuo flusso di ragazze dalla Thailandia e quindi di denaro. Anche in questo caso le connivenze con cittadini italiani hanno fornito un sostegno logistico significativo per la copertura delle attività. Secondo le testimonianze, l’indole di queste donne, rispettose, docili ed obbedienti, era lontana da qualsiasi istinto di ribellione alla condizione di segregazione subita.

Questa caratteristica permetteva agli sfruttatori di operare in sicurezza e perpetuare senza conflitti lo stato di subordinazione. Esse avevano tutte il visto d’ingresso e alla scadenza dello stesso, entravano in condizione di clandestinità; in questo modo era impedito loro di uscire dagli alloggi per ridurre il rischio di controlli da parte della Polizia. A stabilire costi e modalità della prestazione erano le tenutarie che, gestendo due o tre numeri telefonici alla volta, indirizzavano i clienti agli appartamenti delle diverse città a seconda delle prestazioni richieste. Le maitresse contrattavano il prezzo e davano appuntamento con indicazione di giorno, ora e campanello a cui suonare. I frequentatori delle case di appuntamento appartenevano a tutte le classi sociali con una prevalenza di imprenditori e liberi professionisti, italiani facoltosi anche disposti a spendere molto denaro pur di avere prestazioni “particolari”. A determinare il costo della prestazione era l’uso della precauzione – piuttosto raro – e la modalità del rapporto. Le prestazioni avvenivano molto spesso senza precauzione, dietro stessa richiesta dei clienti: un aspetto preoccupante e che richiama la necessità urgente di intercettare le donne che si prostituiscono al chiuso anche per fornire adeguata prevenzione sulle infezioni sessualmente trasmissibili.

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L’aggancio dei clienti avveniva attraverso il sistema degli annunci a pagamento su noti settimanali locali – “La Luna”, settimanale astigiano e “Zapping”, alessandrino – dove gli ormai noti “massaggi tailandesi” vengono offerti da tempo in grande quantità. Gli annunci, come illustrato di seguito, riportano nomi esotici ed indicano talvolta nazionalità generiche (“dall’Asia”, “dall’oriente”, alcune indicano specificamente ”ragazza thai” o “dalla Thailandia”). I contatti con i clienti venivano esclusivamente tenuti dalle maitresse; come indicato dagli inquirenti è probabile che più utenze telefoniche facessero riferimento ad una sola ragazza: è indubbio, comunque, che il giro di donne coinvolte fosse consistente se si considera che Asti e Alessandria sono due cittadine di piccole dimensioni.

Oltre agli annunci che compaiono su un settimanale locale, la pubblicità del lavoro avveniva anche per via telematica: un’agenzia pubblicitaria gestiva un provider internet grazie al quale venivano diffusi filmati e foto girati per “pubblicizzare” l’attività delle ragazze.

    1. La prostituzione sommersa: commenti ed osservazioni

L’impatto che la vicenda delle donne thai sfruttate ha avuto sulle associazioni di settore è stata significativa perché fa luce sul fenomeno dello sfruttamento della prostituzione al chiuso, ancora poco conosciuto, costringendo a ripensare i modelli di intercettazione e counselling al fine di identificare i vari segmenti dello sfruttamento all’interno della prostituzione sommersa. In secondo luogo è segnale preoccupante di un fenomeno in continua espansione, le cui dimensioni sembrano ora superare la tipologia di strada. Questo significa che il contrasto della tratta dovrà necessariamente avvenire con nuovi strumenti, da calibrare proprio a partire dalle esperienze che i diversi territori regionali stanno vivendo. In generale le recenti vicende legate al territorio piemontese inducono ad alcune osservazioni.

• Le nazionalità coinvolte nella prostituzione sommersa comprendono principalmente: est Europa (Romania, Moldova, Ucraina e Russia) e sud America (Brasile e Colombia soprattutto); le donne sud-americane differiscono per un maggior grado di radicamento sul territorio. Inoltre si sta registrando la crescente presenza di donne orientali: cinesi, tailandesi, giapponesi. Questa molteplicità si accompagna alla difficoltà di identificare con esattezza la provenienza, poiché è celata oppure confusa in categorie più generali (“nuova dall’Oriente”, oppure “asiatica”). La presenza del gruppo tailandese in questo segmento di prostituzione è stata una novità inaspettata sia per gli operatori sociali che lavorano nel settore che per le Forze dell’Ordine. Infine è significativa la presenza di donne italiane, anche giovanissime.

• La prostituzione al chiuso è molto spesso celata sottoforma di attività socialmente accettabili: accompagnatrici, ballerine e nel caso oggetto di analisi, massaggiatrici. Nascosta alla vista dei cittadini, non desta allarme sociale perché non turba l’ordine costituito, salva un apparente “buon costume” della comunità. La prostituzione al chiuso sembra aver trovato uno spazio di accettabilità in contrasto con le frequenti manifestazioni di intolleranza nei confronti della prostituzione di strada. Ciò si spiega, forse, per l’alto numero di uomini che usufruiscono del sesso a pagamento d’appartamento che appartengono ormai a tutte le fasce d’età e categorie sociali: cade, dunque, l’equazione prostituzione al chiuso – prostituzione d’élite.

• L’invisibilità dell’attività equivale molto spesso all’invisibilità delle persone coinvolte e delle violazioni e forme di sfruttamento cui sono sottoposte. Le ragazze vivono in condizioni di semi schiavitù in quanto lo sfruttamento al chiuso può essere una condizione particolarmente segregante e maggiormente caratterizzata da abusi fisici o psicologici. Si conferma così un timore che era stato da tempo posto all’attenzione delle istituzioni da tutti gli enti impegnati nel contrasto della tratta. Inoltre, e non meno importante, l’invisibilità comporta l’impossibilità di avere accesso a forme di counselling sanitario, sociale, legale, e dunque di affrancamento o inclusione sociale. Anche la figura del cliente, che nella prostituzione di strada può costituire una risorsa per la ragazza – come fonte di informazioni o come “aggancio” per uscire dal circuito prostitutivo – perde di rilevanza dal momento che il controllo esercitato sulla donna e sul cliente stesso è pressoché totale.

• Anche il trafficking che coinvolge l’esercizio al chiuso è caratterizzato da una struttura organizzativa articolata e composita. Le reti criminali sono composte da figure che svolgono ruoli complementari e tutti funzionali alla spartizione dei guadagni: una modalità, tra l’altro, analoga a molte donne trafficate dall’Est Europa, ingaggiate da presunte agenzie viaggio con la promessa di un lavoro e cadute nelle reti del trafficking. In questo caso la gestione delle donne è interamente femminile, caratteristica che la accomuna al target nigeriano. Lo sfruttamento si basa su una capillare rete locale ed extra locale all’interno della quale spostare le persone immesse nel circuito prostitutivo: in questo modo si limitano le possibilità di socializzazione e si garantisce un ricambio più frequente per rispondere alle esigenze di novità del mercato. Le donne sono smistate sul territorio di diverse regioni italiane anche se il fulcro delle attività resta il Piemonte. Il dato più significativo, alla luce delle operazioni di contrasto dello sfruttamento sessuale al chiuso condotte negli ultimi anni, è quello relativo al coinvolgimento degli italiani, che svolgono ruoli di primo e secondo piano nella gestione dei traffici. Compaiono come intermediari con ruoli di appoggio o copertura oppure, come è emerso dall’operazione di Polizia descritta in precedenza, sono interamente compartecipi dell’attività di sfruttamento (gli sfruttatori sono infatti tutte coppie italo-tailandesi).

• La prostituzione esercitata al chiuso e quella di strada presentano tipicità sia per quanto riguarda le nazionalità coinvolte che per le modalità dello sfruttamento. Le donne che esercitano la prostituzione di strada sono prevalentemente di nazionalità africana (nigeriane in particolare) ed est europea (rumene, moldave, bulgare, russe). Mentre le donne africane esercitano solo in strada, le donne dell’Est sono smistate tra strada ed appartamento e/o locali. Meno consistente, sul territorio della regione, la presenza delle sud americane, che si prostituiscono per lo più in appartamento. Come accennato, l’esercizio al chiuso include sempre più frequentemente donne orientali, la cui presenza in strada è talmente contenuta da essere un dato irrilevante. Il carattere peculiare della prostituzione di strada è di essere ancora particolarmente redditizia, soprattutto se esercitata in modo autonomo, perché permette di intercettare un vasto bacino di utenza in breve tempo. Al contrario la gestione della prostituzione al chiuso è più costosa e complessa; il rischio e le difficoltà di gestione, tuttavia, vengono compensati da tariffe più alte rispetto a quelle praticate in strada Nell’ambito della prostituzione al chiuso può esistere mobilità tra appartamento e locali (night, lap dance, ecc.): questa modalità è particolarmente frequente per le donne dall’Est Europa. Le caratteristiche delle due modalità di esercizio della prostituzione sembrano portare ad escludere che la prostituzione al chiuso possa sostituire quella praticata in strada, nonostante il fenomeno sia molto consistente.

“…abbiamo delle forti perplessità che ci siano delle forme di sfruttamento. Verificarle in un locale è più complesso perché sono tanti i tipi di dinamiche e di interazione che ci possono essere tra il proprietario, la ragazza ed il cliente: da quella più innocente che può essere il cliente che, se riesce a conquistare la ragazza, la porta via, lascia un “buono uscita”, un gettone al proprietario. …Parlare di tratta e sfruttamento è un pò azzardato…le dinamiche che ci sono si sono sempre presentate anche nella prostituzione tradizionale…”.