Il mistero della morte per noi cristiani

paradisoIl piu’ grave problema della vita umana – certamente il piu’ angoscioso, il piu’ oscuro e il più difficile – è quello della morte. Esso si pone, incutendo inquietudine e spavento, a ogni persona che abbia raggiunto un grado, anche minimo, di coscienza di se stessa. Indubbiamente, il fatto che oggi radio e televisione ci somministrino una razione quotidiana assai abbondante di morti di ogni età, sesso e condizione, uccisi in attentati terroristici o da bombardamenti militari, ottundono il senso tragico della morte e la banalizzano. Tanto più che le esecuzioni di ostaggi mostrate in televisione in tutto il loro orrore sono divenute un fatto abituale, che può creare un’assuefazione anche alla più spietata crudeltà.

 

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Tuttavia, nonostante tale banalizzazione della morte, questa incute angoscia e paura. Perciò si fa ogni sforzo per non pensare ad essa, tanto che, per indicarla, si ricorre a eufemismi: così, di un morto si dice che è «deceduto» oppure che è «mancato», che «ci ha lasciati». Dire semplicemente che «è morto» significa mancare di educazione e di buon gusto. Del resto, a far dimenticare tale tragica realtà concorre la televisione, la quale, dopo aver mostrato immagini spaventose di morte, passa immediatamente a presentare immagini più divertenti: una corsa automobilistica, un balletto, una seduta in Parlamento, una dotta disquisizione sui più vari argomenti. In tal modo, le precedenti immagini di morte si dileguano senza fatica, non lasciando che una vaga impressione. Tutt’al più servono per alternare, nelle conversazioni tra amici, i discorsi sul tempo, sul calcio o sulla politica.

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D’altra parte, per esorcizzare l’angoscia della morte, si cerca di nasconderla o almeno di renderla visibile il meno possibile. Nel passato, in una società «agricola», la morte avveniva in casa ed era un fatto «pubblico», a cui partecipavano parenti, amici e conoscenti; le dava visibilità ancora maggiore la solenne amministrazione ai moribondi dei sacramenti dell’Unzione degli infermi e del Viatico. Oggi, la morte tende a diventare sempre più un fatto «privato»: almeno nelle grandi città la maggior parte delle persone muore negli ospedali e nelle case di cura ed è lì che si allestisce la camera ardente; è poi compito del personale delle pompe funebri prendersi cura del cadavere. Anche i segni di lutto sono ridotti al minimo o tendono a scomparire del tutto. Così, a poco a poco, viene escluso dalla vita tutto ciò che, in una maniera o in un’altra, può ricordare quest’ultimo traguardo.

 

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Eppure, nonostante tutti gli sforzi che si fanno per dimenticare la morte e per renderla sempre meno visibile, soprattutto ai ragazzi – ci sono ragazzi che non hanno mai visto una persona morta: una persona «reale», non «virtuale», perché di morti virtuali la televisione abbonda -, l’angoscia della morte è presente in ogni persona, anche in quelle che per la loro età potrebbero pensarci di meno, come sono i giovani. Nonostante le apparenze, le morti per assunzione di droghe che colpiscono soprattutto i giovani, gli incidenti stradali, di cui sono vittime soprattutto i giovani, non li lasciano indifferenti. La stessa guida pericolosa, il mettersi in situazioni che possono essere mortali, più che prove di coraggio date a se stessi e agli altri, sono una maniera di esorcizzare la morte, di tentare di vincere la paura che essa incute, mostrando che la morte non fa loro paura.

 

Ma perché quest’angoscia della morte? Parlando di tale argomento, bisogna distinguere tra la «morte» e il «morire». La «morte» è un fatto biologico, inerente al concetto stesso di vita, e quindi a ogni forma di vita. Questa, infatti, si traduce sempre nel ciclo: nascita, crescita, invecchiamento e morte. Così, tutti gli esseri viventi, a un certo punto del loro ciclo vitale, muoiono. Muore anche l’uomo, ma per lui – soltanto per lui – non c’è soltanto il «fatto biologico della morte», ma c’è anche il «fatto spirituale del morire». In realtà, egli non solo muore come tutti gli altri viventi, ma «vive» la propria morte. Molto prima che questa avvenga, egli la prevede, prendendo coscienza che un giorno morirà; ne sente la tragicità e l’

insensatezza; ne prova una tremenda angoscia e un’insopportabile paura; cerca in ogni modo di allontanarla; si sforza di non pensare ad essa, di esorcizzarla. In altre parole, prima della morte c’è per l’uomo il «morire».

Si può così giustamente affermare che soltanto l’essere umano muore «realmente», nel senso che solamente per l’uomo la morte è un fatto spirituale, a lungo pensato e temuto, di cui egli ha avuto coscienza e che ha rifiutato o subìto o accettato. Il problema è, dunque, non la morte, ma il morire. Paradossalmente, la morte non c’è. Lo rilevava Epicuro nella sua lettera a Dionigi Melezio: «Se tu sei, la morte non è; se è la morte, tu non sei». Infatti, dire che un uomo è morto equivale a dire – almeno nella visione materialistica di Epicuro e degli atomisti – che non è più. Esiste, infatti, finché l’uomo vive, il «morire», cioè la coscienza di dover morire, e quindi l’angoscia e la paura della morte, ma non la morte.

 

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Perché quest’angoscia e questa paura? C’è, anzitutto, la paura di sprofondare nel nulla, di non essere più: non solo di non essere più qualcuno, ma semplicemente di non essere. Come una lettera cancellata sulla lavagna o come una nuvola sparita rapidamente, senza lasciare il minimo segno. C’è poi la paura delle sofferenze che precedono e accompagnano la morte. Sofferenze fisiche, anzitutto: gli attuali progressi in campo medico, se, da una parte, consentono di alleviare le sofferenze più gravi e insopportabili, dall’altra, prolungando la vita fino all’estremo limite (e talvolta, con l’accanimento terapeutico, e anche oltre di esso), prolungano nello stesso tempo le sofferenze proprie dell’ultimissima fase della vita.

Poi, le sofferenze morali: il dover lasciare tutte le persone e le cose che si amano e per le quali si è vissuto; l’umiliazione di perdere il controllo delle funzioni biologiche più elementari; la perdita o l’obnubilamento delle facoltà mentali, e quindi la perdita di una parte della propria dignità, divenendo non più una persona rispettata nei suoi desideri, ma un «oggetto» di cure dolorose e fastidiose in mano al personale medico e paramedico; la paura di essere di peso ai propri familiari; la paura di essere lasciati soli a morire.

 

In realtà, non è la morte in sé che suscita angoscia e paura, ma è il modo con cui si muore. Di qui, il desiderio, in molti, di una morte improvvisa e rapida (meglio se istantanea) e, in altri, la richiesta dell’eutanasia. Fra l’altro, il fatto che attorno al malato si crei una cortina di silenzio sull ‘imminenza della morte, e più ancora sul carattere infausto della sua malattia, per cui lo si illude sulla possibilità, anzi sulla certezza, della guarigione, accresce nel malato, che sente di stare per morire, la sensazione di essere lasciato solo – e ingannato – proprio nel momento nel quale egli ha più bisogno di essere accompagnato con amore verso la morte e di essere aiutato ad accettarla.

 

C’è, poi, l’incognita del dopo-morte. Che cosa c’è dopo la morte? Quelli che pensano che tutto finisca con la morte e che quindi «dopo» non ci sia più nulla, ma soltanto l’imputridimento del proprio cadavere e la sua dissoluzione, lo affermano con sicurezza, magari irridendo coloro che pensano che ci sia «qualcosa»; ma è una sicurezza, talvolta attraversata dal

dubbio: e se ci fosse qualcosa? Se fosse vero che c’è un’altra vita, quale sarebbe la mia sorte?

 

Per quelli che credono che dopo la morte ci sia qualcosa, c’è la paura di non sapere di che cosa si tratti. Sarà un destino di felicità o d’

infelicità? Sarà un dissolversi nel Tutto o il passare a nuove forme di vita? E quali? Ci sarà una reincarnazione, ma in chi? In un essere superiore o in un essere inferiore: una pianta, un animale? Per coloro, come i cristiani, che credono nella vita eterna – purtroppo, da un’inchiesta di dieci anni fa risulta che soltanto il 41,5% in Italia crede in un’altra vita – c’è la paura del giudizio di Dio sulla propria vita, nella consapevolezza di non essere vissuto e di non vivere secondo la legge di Dio e il Vangelo.

 

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In una riflessione sulla morte, la prima domanda che si pone è: la morte ha un senso? La prima risposta, spontanea, è che essa non abbia senso, che sia assurda, perché contraddice l’istinto più profondo dell’essere umano: quello di vivere e di vivere sempre. La morte, cioè, appare innaturale.

Indubbiamente, da un punto di vista biologico, la morte dell’uomo, come di ogni altro vivente, è naturale. Ma l’uomo non è soltanto un vivente soggetto alle leggi della biologia; è anche – o, meglio, soprattutto – un vivente «spirituale», dotato di intelligenza, capace di una conoscenza illimitata, e di una libertà, per cui l’uomo può essere determinato soltanto da un bene

infinito: è dunque un essere segnato dal desiderio di conoscere sempre più, di fare sempre nuove esperienze, di espandere i confini e i limiti della propria libertà, di andare sempre al di là dei suoi progetti, anche i più audaci.

 

La morte interrompe bruscamente questo tendere «al di là», che è proprio dello spirito umano. Questo appare chiaramente quando muore un giovane; ma appare anche nell’anziano, che nella morte vede l’incompiutezza della propria esistenza, poiché egli ha ancora molto di nuovo da fare e da sperimentare. C’è dunque nella morte dell’essere umano un aspetto di naturalezza, ma anche – e in forma più dolorosa – un aspetto di violenza inferta allo spirito umano, e quindi di assurdità. La morte è sempre una tragedia! Non solo essa fa paura, ma è incomprensibile. Anzi, assurda e insensata. «Non esiste una morte naturale», ha scritto Simone de Beauvoir, parlando della morte di sua madre (Una morte dolcissima, Torino, Einaudi, 1982, 102).

 

Perché, allora, la morte? Per chi ha una visione dell’uomo non puramente materialistica, ritenendo che l’uomo non sia soltanto corpo, ma anche – anzi, principalmente – spirito, a questa domanda non c’è una risposta razionalmente accettabile. La morte resta un enigma insolubile. In realtà, essa è un «mistero», che trova nella fede cristiana il suo più pieno svelamento. Essa, infatti, come afferma il Concilio Vaticano II, riconosce che, «in faccia alla morte, l’enigma della condizione umana diventa sommo. L ‘uomo si affligge non solo per l’avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, e anzi più ancora, per il timore che tutto perisca.

Però con l’istinto del cuore giudica rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe di eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte» (Gaudium et spes, n. 18).

 

In realtà – afferma la fede cristiana – l’uomo è creato «a immagine di Dio», che è il Vivente, l’Eterno, e quindi ha in sé, in virtù della somiglianza con Dio, un germe di vita eterna, un’anelito di eternità. Perché, allora, la morte? La rivelazione cristiana dice che «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi […]. Dio ha creato l’uomo per l’

immortalità; lo fece a immagine della sua natura» (Sap 1,13; 2,23). Ciò vuol dire che la morte dell’uomo – in quanto «essere a parte» rispetto a tutti gli altri viventi, per il fatto di essere «a immagine di Dio» – non era nel piano divino della creazione dell’uomo, ma «è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 2,24).

 

Ma come va intesa quest’affermazione dell’Antico Testamento, che chiaramente si rifà al racconto della Genesi, secondo il quale lo Spirito del Male, nemico di Dio, incita la prima coppia umana a trasgredire il comando di Dio di non mangiare dei frutti dell’albero della scienza del bene e del male per non incorrere nella morte? Si tratta di un «racconto popolare», che in maniera immaginosa – il diavolo è rappresentato sotto l’immagine del serpente, la sottomissione creaturale dell’uomo a Dio è rappresentata con l’

immagine di Dio che proibisce all’uomo di mangiare dall’albero della scienza del bene e del male – veicola questa essenziale verità di fede: la morte è entrata nel mondo a causa del peccato, e quindi non per volontà di Dio, ma per la malvagità dell’uomo peccatore: «A causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte» (Rm 5,12). Così, la morte è «il salario del peccato» (Rm 6,23). Non ci fermeremo qui sul problema delicato del peccato originale; ma se vi accenniamo è solamente per mettere in rilievo che la morte dell’uomo, causata dal peccato, è stata assunta e vinta da Cristo, il Figlio di Dio, fatto uomo e morto sulla croce.

 

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Siamo, qui, al centro dell’oscuro e tragico mistero della morte, come è visto dalla fede cristiana. Nel suo amore infinito per gli uomini, schiavi del peccato e condannati alla morte eterna, Dio, quando si sono compiuti i tempi della preparazione della venuta del suo Figlio, lo ha mandato nel mondo – uomo tra gli uomini – per salvarli dal peccato e dalla morte. La strada che Dio, il Padre, ha scelto per il compimento della salvezza, è stata la strada umiliante e dolorosa della croce. Così, Gesù, il Figlio innocente e santo, per compiere il disegno di salvezza degli uomini voluto dal Padre, ha preso su di sé i peccati degli uomini, subendo una morte terribile e ignominosa.

 

Ma con la morte, accettata e sofferta «in favore» degli uomini, Gesù ha liberato gli esseri umani dalla schiavitù del peccato e della morte, e il Padre, in virtù della morte di Gesù, ha dato agli uomini il perdono dei peccati e la vittoria sulla morte. Cristo, infatti, morto sulla croce nella maniera più tragica e angosciosa proprio per aver assunto su di sé tutto l’

orribile peso della condizione umana peccatrice, non è rimasto prigioniero della morte, ma l’ha vinta con la sua Risurrezione. L’ha vinta per se stesso, ma anche per tutti gli uomini, della cui condizione peccatrice, pur restando il Santo di Dio, ha voluto essere partecipe nella maniera e nella misura più totale. Accettando, in obbedienza alla volontà del Padre, di morire sulla croce, Gesù non ha abolito la morte umana, che rimane nella sua tragicità, ma l’ha cambiata di segno: da segno negativo del peccato l’ha resa segno positivo della salvezza, nel senso che, dopo la morte del Figlio di Dio, coloro che uniscono con fede la propria morte, con tutte le sofferenze che essa comporta, alla morte di Cristo, sono salvati e partecipano con lui, nella vita eterna, alla sua gloria di Risorto.

 

Così, la morte umana, quando diviene morte «cristiana», cioè morte «in Cristo» e «con Cristo», perde la sua naturale assurdità. Da morte «maledetta», cioè segno di maledizione, diventa morte «redenta», segno di grazia e di salvezza. Tutto questo avviene «nel mistero», e dunque nella fede. In realtà, le sofferenze, le angosce e i timori che accompagnano la morte sono le stesse per il credente e per il non credente; solo che, per il credente, quando è «cristiana», cioè unita alla morte di Cristo, la sua morte è illuminata dalla fede e sostenuta dalla speranza di partecipare con Cristo alla gioia della Risurrezione.

 

Così, per il cristiano, l’oscurità della morte rimane, ma è illuminata dalla fede, anche se talvolta questa nei credenti è incerta e attraversata da dubbi; la paura della morte, che non cessa di causare ansie e angosce, è vinta dalla speranza della vita eterna, che Dio ha promesso a coloro che si affidano al suo amore. In realtà, la morte cristiana non è un salto nel buio, ma è la porta che si apre sulla vita eterna, cioè sulla visione di Dio «come egli è» e sulla partecipazione alla sua infinita felicità. Così, per il cristiano la morte è la fine e il compimento della vita terrena, ma nello stesso tempo è l’inizio di una vita nuova, della vita eterna nel Regno di Dio, e dunque della vita vera con Dio, che l’Apocalisse (21,3-4) così

descrive: «Egli [Dio] dimorerà tra di loro [i salvati] ed essi saranno suo popolo ed egli sarà “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate».

 

«Non ci sarà più la morte». È con questa semplice espressione che la fede cristiana risolve l’angoscioso problema della morte. Infatti, è la vita eterna con Dio – e non la morte – il destino ultimo e definitivo dell’uomo.

La morte è soltanto un passaggio: dalla vita terrena alla vita eterna, dal tempo all’eternità. È, tuttavia, un passaggio «decisivo», per il fatto che nella morte si decide il destino eterno dell’uomo. Si decide, cioè, se la vita dopo la morte sarà una vita di felicità con Dio o una vita di infelicità senza Dio; se sarà uno stato di salvezza o uno stato di dannazione eterna. Sta qui la drammaticità della morte, anche per il cristiano.

 

Tale drammaticità sta nel fatto che, da una parte, la decisione per Dio o contro Dio che l’essere umano prende al momento della morte è preparata dal modo in cui egli ha vissuto la sua vita terrena; e che, dall’altra, la morte giunge sempre all’improvviso. Infatti, l’uomo muore come è vissuto: muore nella grazia, cioè nell’amicizia di Dio, se nella sua vita si è sforzato di compiere il bene, di amare Dio e osservare i suoi comandamenti e di amare gli altri e fare loro del bene; muore nell’inimicizia di Dio se nella sua vita ha compiuto il male e, almeno nell’ultimo momento della sua esistenza, non si è convertito a Dio, che durante tutta la vita lo ha chiamato alla conversione, gli ha offerto la sua amicizia e gli ha dato la grazia necessaria per salvarsi. Così la morte dice la serietà della vita umana, poiché è in essa che l’essere umano costruisce il suo destino eterno, e rivela la grandezza di ogni atto, anche del più piccolo e del più semplice, che l’uomo compie nella sua vita: ognuno di essi, infatti, è carico di eternità.

 

D’altra parte, la morte giunge sempre inaspettata, come un «ladro» – dice Gesù – che viene quando meno il padrone di casa se lo attende. Perciò, bisogna «vegliare», per essere «pronti» ad accogliere il Signore che viene.

«Vegliate, dunque – dice Gesù – perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi state pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’uomo verrà» (Mt 24,42-44). «Siate pronti, con la cintura ai fianchi e con le lucerne accese» (Lc 12,35); cioè, siate pronti, compiendo opere di carità a servizio di Dio e dei poveri, e tenendo accesa la lampada della fede e la lampada della speranza, dell’attesa fiduciosa della salvezza.

 

È, infatti, la gioia eterna nella sua visione e nel suo amore che Dio vuol donare agli uomini quando permette che, in obbedienza alle leggi della natura, essi passino – come è passato il suo Figlio Gesù – attraverso le angosce e le sofferenze della morte. Così, per chi crede in Gesù Cristo, la vicenda umana, così oscura e drammatica, si conclude non con la vittoria della morte, ma con la vittoria sulla morte: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? […] Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 15,55.57)

La Civiltà Cattolica