Il ‘nostro Halloween’ di cultura cattolica

zucche-haloweenOramai è una battaglia persa, quella contro le zucche vuote ed occhiute che in questi giorni campeggiano nelle vetrine di ogni negozio: halloween è rapidissimamente diventato il nostro carnevale d’inverno, il festival della magìa, e quest’anno ci si è messo pure Harry Potter, con la sua quinta avventura, in libreria proprio in questi giorni, ad alimentare la fiera delle matterìe nostrane. Eppure non avevamo bisogno di importare nulla: in certe zone dell’Italia meridionale da sempre, nel giorno in cui si ricordano i defunti, si aspetta la visita dei cari estinti, festeggiando.

Ad esempio nella città di Manfredonia, ai piedi del Gargano, la tradizione non si è perduta. Assieme alle zucche arancioni in questi giorni si possono comprare le cosiddette ‘calze dei morti’: calzettoni di lana pieni di frutta secca e dolciumi vari, che si appendono nella testata o ai piedi del letto dei bambini, la notte prima del due novembre. Sono i regali che i morti, in visita terrena durante la notte, portano ai propri parenti più piccoli, per dimostrare che non li hanno dimenticati, e che dal cielo ne seguono attentamente le sorti. Ed è ancora ricorrente la minaccia, durante l’anno: ‘se non fai il bravo, quest’anno i morti non ti portano niente!’

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Addirittura fino a qualche anno fa, prima di andare a dormire, la sera del primo novembre, si lasciava la tavola apparecchiata ed imbandita, in modo che i familiari defunti, nella breve visita notturna, potessero di nuovo mangiare in famiglia, come sempre.

Spesso nella stessa notte in casa si accendevano dei ceri, di fronte ad immagini sacre o alle foto dei defunti, pregando ed aspettando che questi, in qualche modo, si palesassero, magari nel sogno, od in qualche ricordo più vivido. Anche annose rivalità venivano dimenticate, almeno per 24 ore: era usanza che nel giorno dei morti le nuore visitassero le suocere, se queste fossero al cimitero, e che la gentilezza fosse ricambiata con consistenti regali.

Insieme a tutto questo c’erano consuetudini legate alla semina ed al raccolto, con annessi proverbi e dicerie, rigorosamente formulati in dialetto locale. Una festa fondamentalmente religiosa, in cui era forte la consapevolezza che la morte non fosse la fine di tutto, ma solo un passaggio, anche se doloroso, in cui però affetti e legami non venivano recisi irrimediabilmente. L’attesa della visita dei defunti, del loro ritorno sulla terra, anche se fugace, preparava l’altra attesa, quella della nascita di Gesù, che di lì a poco avrebbe dato un significato anche alla morte.

La festa dei morti: una contraddizione di termini. Comprensibile, pur nel dolore, con gli occhi della nostra tradizione cristiana. Assurda, se vista attraverso le fessure vuote di quelle mute zucche arancioni.
Assuntina Morresi – Avvenire

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