Il passaggio dalla fanciullezza all’età adulta in Sudan

La cerimonia di passaggio è diffusa in tutto il Sud Sudan, ma ogni tribù la pratica secondo i propri rituali. Essa prevede delle vere e proprie scarnificazioni, come segno evidente e tangibile della transizione alla vita adulta e come simbolo di bellezza, sia per gli uomini che per le donne. Nella tribù Dinka (una delle tante presenti nel Sud Sudan), tale cerimonia avviene una volta l’anno, ordinata e pagata dal capo del villaggio. Qui viene incaricato un esperto, un santone, sciamano oppure chiamato ‘traditional doctor’ che con un coltello incandescente incide delle linee parallele attorno alla fronte sino al retro della testa, preventivamente rasata. Durante questa operazione, i/le ragazzi/e devono ricevere e sopportare senza piangere e senza batter ciglio il dolore, altrimenti perderebbero credibilità innanzi alla comunità stessa.

“Il giorno stabilito, il sottoscritto, i miei compagni di giochi, unitamente ad alcuni ragazzi che non conoscevo nemmeno e che provenivano da qualche villaggio vicino, fummo radunati in uno spiazzo pulito, quella che potrebbe essere considerata la piazza della città. Ci fecero sedere a terra ad una certa distanza l’uno dall’altro. Il doctor ci chiese di scavare una fossetta per raccogliere il sangue che sarebbe colato copiosamente dalle ferite praticate sulla fronte. Mia madre Abuk mi stava davanti, così come le altre madri dirimpetto ai rispettivi figli. Mi stava davanti per darmi coraggio, per darmi forza, per incitarmi cantando a diventare uomo senza dare segni di debolezza. Ma come essere certi di resistere? A qualcuno in passato era capitato di piangere e gridare e di costui nessuno si era dimenticato e non veniva persa occasione per ricordarglielo. Sarebbe nata in quel modo una forma di autoemarginazione spontanea che prendeva le mosse dallo scherno popolare. Sarebbe durata per molti anni, forse per sempre.
No, non potevo certo permettere che questo accadesse a me. Ma si può diventare adulti senza farsi affettare la testa dal traditional doctor? E se uno non si fa le incisioni craniche non diventa adulto? E allora non ci si può sposare e non si fanno bambini e allora…Chi munge le mucche? È tutto un disastro, tutto uno scompiglio sociale. Ma in quel momento non sapevo dell’esistenza di un mondo diverso dal mio e non c’era motivo di porsi tutte queste domande. Avrei soltanto voluto non essere lì in quel momento, sparire, non essere costretto mio malgrado a subire quella violenza.

Il doctor cominciò la funzione a partire da un mio amico, cinque ragazzi prima di me. Avrei voluto essere io al posto suo e sbrigare il più alla svelta possibile quella cosa orrenda. Soltanto il pensiero della migliore condizione sociale successiva, l’acquisizione di un maggior grado di libertà, di sposarsi, mi permettevano di avere il coraggio di stare seduto senza tentare di fuggire e comunque gli occhi scuri e pietosi di mia madre mi avrebbero impedito di farlo. Le si leggeva in profondità tutta la tensione di una madre che prova sofferenza per un figlio a cui si sta facendo del male.

Il doctor iniziò la funzione prendendo un montone per le zampe e facendolo volteggiare sopra la testa del ragazzo. Poi prese un cetriolo, che è la pianta sacra per le cerimonie, gli tolse i semi, li mise in una coppetta con dell’acqua e con quella diede una specie di benedizione.
Dopodiché, ponendosi alle spalle del primo ragazzo, intinse completamente le mani nella cenere e con quelle gli praticò, a partire dal centro della fronte, cinque linee sino a percorrere tutta la circonferenza della testa.
L’attesa del peggio. Infatti arrivò subito dopo.

Il doctor estrasse un coltello in funzione di bisturi, avvolto in una fascetta che ne lasciava scoperta sola la punta, e con questo, con tratti decisi, tenendo ferma con la mano sinistra la testa di Karau, incise profondamente e in tondo, con un rapido movimento circolare come tagliare la buccia d’arancia. Colava rapidamente sangue. […]
La madri ad una ad una cantavano. Erano canti, ma al tempo stesso erano anche urla, un modo per esorcizzare il dolore e frastornare il ragazzo sotto operazione. Karau non pianse, Mading neppure, così come non pianse il terzo. Quello prima di me […] urlò. Urlò e urlò ancora. Mi sentii morire, dopo di lui sarebbe toccato a me. Solo gli occhi di mia madre Abuk mi erano di conforto ed allo stesso tempo mi pregavano di “essere uomo”, di resistere. Mi trasmettevano tutto l’affetto che aveva dentro ed erano gli occhi di quella donna che amavo più di ogni altra cosa al mondo, persino, ho il coraggio di dirlo, più delle mie vacche.

Il dolore fu immenso.
Avevo anche il timore di perdere i sensi. Sentivo il caldo del sangue che colava e ne sentivo il rumore liquido e denso nella fossetta davanti a me.

Tenevo gli occhi aperti fissi in quelli di Abuk, mia madre, che cantava a squarciagola con il terrore negli occhi.
Il dolore era infinito sia in termini di intensità sia di durata.
Non sembrava finire mai. Ma finì.
Non avevo gridato, non avevo pianto ce l’avevo fatta.
Il sangue colava nella fossetta e mia madre con un bastoncino mi legava i grumi che lentamente si andavano formando sulle ferite.

Era fatta, ero diventato adulto.
Ci vennero portati molto latte e molta polenta. Dopo quella prova avevamo acquisito il diritto a cure speciali. Ero dolorante ma estremamente fiero di me.
solo a sera ci venne consentita una passeggiata.
Mi sembrava d’essere come un imperatore in sfilata tra le sue genti; mi sembrava che tutti mi guardassero con ammirazione.”

Tratto da “Una vita da Dinka: viaggio nella terra del nulla.”
di Claudio Zaninotto, L’Orecchio di Van Gogh, Ancona, 2004.

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