Imparare di nuovo a vivere

ginocchioMe ne stavo lì seduta nella saletta d’attesa della camera operatoria dell’Ospedale Monaldi di Napoli, intenta a guardare il tetto a scacchiera crepato per metà mentre mi crogiolavo nel mio dolore. Poi all’improvviso, come una risposta, qualcuno si siede accanto e la prospettiva da cui guardavo le cose comincia ad allargarsi.

Erano trascorsi appena dieci minuti da quando le porte magnetiche si erano chiuse dietro la barella su cui era adagiato mio padre, ma a me sembrava già trascorsa un’eternità. Aneurisma aortico addominale. I chirurghi che lo stavano operando erano sicuramente i migliori in Campania e forse anche in Italia, ma questo non mi rincuorava affatto, perché la sopravvivenza di qualcuno non dipende dalle conoscenze, né dall’esperienza o professionalità.

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Ad un tratto, si avvicina un signore, basso, calvo, pingue. Si siede accanto a me e comincia a scuotere la testa nel vuoto con un’aria sconsolata. Doveva essergli successo qualcosa di grave, ma non ho avuto il coraggio di chiederglielo. In fondo, anch’io ero lì. Anche se avrei voluto essere da tutt’altra parte. Anch’io avevo il mio buon motivo per cui scuotere la testa. Lui mi guarda e comincia a parlare con me, come se mi conoscesse da sempre. Non volevo interrompere, mi sembrava sgarbato, ma in cuor mio desideravo solo che la smettesse, perché ascoltare la sua voce rotta dalle lacrime mi appesantiva il cuore, che era già pieno di suo.

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«Mi ha detto che sarebbe tornata subito – inizia a raccontare – e poi mi hanno chiamato per dirmi che mia figlia aveva avuto un incidente con la macchina. Le stanno amputando le gambe dalle ginocchia in giù».

Non vedevo lacrime intorno agli occhi, solo tanta disperazione, la sentivo sulla pelle come una sciarpa di lana nel caldo afoso di agosto e mi sembrava di soffocare. Io che ero sempre stata tanto brava con le parole non ne avevo nemmeno una per quel padre angosciato. Ma lui era proprio deciso a riferirmi ogni cosa: «Quando ti dicono che aspetti un figlio, tutti ti chiedono se vuoi che sia maschio o femmina. La risposta è sempre la stessa: basta che stia bene. Poi nasce, cresce e tu ne segui la vita, con le mani sempre tese per parare i colpi di ogni caduta, come quando da piccoli imparano a camminare. Ringrazi Dio ogni mattino per il dono della salute e un giorno ti capita una cosa del genere». Poi, indicando lo spazio anonimo intorno a noi, fa spallucce in un gesto di rassegnazione e dolore. «Signora – mi dice, congiungendo le mani come in una preghiera – come glielo dico a mia figlia? Come posso dirle che non ha più le gambe?».

L’uomo porta la mano alla testa e continua a scuoterla. Io non riuscivo più a stare lì. Proprio in quel momento, mio marito mi informa che al piano superiore c’è una cappella. Una via di fuga da quelle parole che non volevo sentire. Lo sconosciuto che mi aveva aperto il suo cuore ferito avrà pensato che fossi un’insensibile, ma tutto quello che chiedevo in quel momento era proteggere me stessa dal suo dolore.

La sua storia mi era rimasta addosso e decisi di portare quell’uomo con me di fronte a Gesù. Lui, la sua famiglia e quella figlia giovane, che da quel momento in avanti avrebbe dovuto abituarsi ad una nuova condizione di vita, la disabilità.

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Sul suo cammino troverà sicuramente chi crederà di farle riguardo definendola portatrice di handicap oppure diversamente abile, espressioni sufficienti ad evidenziare un stato di cose innegabile. Io forse sarei tornata a casa insieme al mio caro papà, ma una parte di lei, sarebbe rimasta sempre lì, in quel luogo dove il corpo umano si studia, si manipola, si seziona. In quell’andirivieni di camici bianchi e tute verdi.

Al riparo del tabernacolo ogni grido di sofferenza mi sembrava lontano. Quella cappella così silenziosa e profumata di incenso, mi appariva come un’oasi nel deserto. Dopo un’ora circa, l’intervento di mio padre era finito: tutto era andato per il meglio. Bisognava attendere le 24 ore successive per sciogliere la prognosi e scongiurare ogni pericolo, ma al momento tutto filava liscio.

Anche per la figlia di quell’uomo le cose erano andate bene, ma le gambe ormai non c’erano più. Qualcuno dovrà insegnarle a vivere con e nonostante la sua disabilità. Qualcuno dovrà insegnare alla sua famiglia ad accettare la situazione per poi imparare a prendersi cura di lei.

Mille domande mi hanno assalito durante l’esperienza in ospedale, a nessuna di loro sono riuscita a dare una risposta. Ho cercato quell’uomo nei giorni successivi, durante la degenza di mio padre, ma non sono più riuscita a trovarlo. Continuo a pregare perché ciò che non sono stata capace di dirgli quando ne aveva più bisogno, possa raggiungerlo nella carezza di Dio.

Ida Giangrande dal sito www.puntofamiglia.net