In galera mi ha toccato la Misericordia

A cross is seen after the theatre play "Jesus Christ Superstar" at Sarita Colonia prison yard, in LimaQuesta e’ la storia di Peppe ’o Biondo, napoletano nato nei Quartieri Spagnoli a meta’ anni ’50 e, per caso o per Provvidenza, diventato attore. Dal carcere al palcoscenico e ai set cinematografici, la vita di Giuseppe De Vincentis sembra un film, in cui la misericordia di Dio gioca un ruolo determinante. L’ultimo progetto che lo vede coinvolto è uno spettacolo − Il segno di Giotto − ideato con Pippo Cangiano per sensibilizzare i giovani delle scuole sul tema dell’autismo.

Una vita sulla strada

Nel passato di Peppe c’è un’infanzia poverissima, lo sfratto e il trasferimento con tutta la famiglia, sei figli, in una baracca in via Cavalleggeri di Aosta, in quello che i napoletani chiamano mmiez ’o campo, una piazzola con fogne a cielo aperto, topi, degrado e povertà. «Ma sono stato un bambino felice, finché c’è stata mia madre», racconta.
«Alla sua morte la mia famiglia, che intanto aveva ottenuto una casa popolare a Secondigliano, si è sfaldata. Mio padre mi picchiava, trovò una nuova compagna e fui cacciato di casa. A 12 anni mi sono ritrovato in strada». Il destino di Giuseppe, prima scugnizzo e poi diventato Peppe ’o Biondo «per via della capigliatura chiara e perché tutti  in strada devono avere un soprannome», sembra segnato.
«Ho iniziato quella che nel gergo della strada si chiama ’a gavetta. Rubavo per mangiare, dormivo in stazione, nelle auto, al mercato, sui marciapiedi, sulle panchine», racconta Peppe.
«Crescendo diventavo sempre più cattivo, avevo la percezione di stare distruggendo la mia vita ma non riuscivo a scorgere un’alternativa. Dentro di me c’era un senso di sfida: cominciavo ad avere dimestichezza con le armi e dai furti sono poi passato alle rapine. Quindi il carcere. Ho accumulato 28 anni di reclusione complessivamente. Non credevo in Dio, nella Chiesa, non mi importava di nulla».
In questa vita senza Dio, piena di errori e scelte disastrose, Peppe commette l’ennesimo sbaglio, con le conseguenze più dure da affrontare.

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La prova più dura

Dopo l’incontro casuale con un vecchio amico, diventato nel frattempo uno dei più pericolosi narcotrafficanti europei, Giuseppe, allora in semilibertà e ignaro della vera natura del personaggio, resta invischiato in una pesante condanna per traffico di stupefacenti. Per lui, nel luglio del 2000, si aprono le porte del carcere di Pesaro. «Ho cominciato a dare segni di squilibrio, perché un’accusa che non ti appartiene fa soffrire di più. E così oltre al carcere ho assaporato il  manicomio, ero imbottito di farmaci. Desideravo soltanto morire. Poi all’improvviso sono stato trasferito nella prigione di Benevento e lì Dio ha avuto pietà di me».
Sempre più disperato, Peppe non sa come uscire dal tunnel nel quale è finito. Un giorno, al rientro in cella, la sua attenzione è catturata da una vecchia immagine di san Pio da Pietrelcina, mai vista prima, sporca di caffè. Guarda l’immagine e, straziato dal dolore, invoca il santo, chiedendo di liberarlo dalla morsa degli psicofarmaci, di ridargli dignità.
«Non so cosa sia successo, penso però che Dio, tramite padre Pio, abbia ascoltato la mia preghiera», racconta Peppe. «Da quel momento non ho avuto più bisogno di farmaci, ho cominciato a uscire dalla cella, a fare sport, a partecipare alle attività promosse dal carcere. Dentro di me avvertivo i segnali di una conversione, distinguevo per la prima volta il bene dal male. Adesso mi è chiaro che c’è la libertà di scegliere il bene, che il male e il peccato non sono l’unica strada possibile e non hanno mai attenuanti. Prima il mio cuore era troppo duro per capirlo. Ora provo pietà per gli altri, soprattutto per chi non riesce a cogliere l’opportunità del bene che il Signore offre a tutti gli uomini, e provo rimorso per la mia vita passata».
«Non credo che potrò mai essere perdonato da Dio per la mia esistenza precedente», conclude Peppe, «ma penso che la sua misericordia abbia voluto regalarmi una seconda possibilità. Sono all’inizio di un percorso di fede, ma, se il bene e l’amore che sperimento viene da Gesù, posso affermare di essere credente».

di Flavia Squarcio

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