Inquisizione: troppe fiction e pochi dati storici reali

inquisizione1Gothic, horror, noir e tante streghe: ecco gli ingredienti per avere successo quando si scrive di Inquisizione. O per farci dei film di cassetta. Con buona pace della storia. Quella vera. Se volessimo proporre a un produttore un film davvero originale e controcorrente sull’inquisizione, detto produttore ci darebbe dei pazzi perché lui non ha certo soldi da buttare. Sì, perché l’originalità e la “trasgressione”, dì solito tanto remunerative in campo cinematografico, con l’inquisizione non funzionano. Lo stereotipo, sì. E questo vale anche in campo librario. Le opere pienamente storiche sull’argomento vendono poche migliaia di copie, laddove la riproposizione della “leggenda nera” ammalia ch’è un piacere. Già: un’Inquisizione che esce dal consueto cliché tenebroso ed efferato ha scarsa audience.

Mi si passi l’esempio: a) immaginate un settimanale che annuncia, per il prossimo numero, corposo inserto dal titolo “Dossier pornografia”; b) l’inserto esce ma in busta di plastica chiusa; c) l’inserto contiene solo cifre e statistiche. L’immediato passa-parola dei lettori ne decreterebbe il flop in edicola. Così è per l’inquisizione, per avere successo nell’occuparsi della quale bisogna attenersi a un paio di regole elementari: 1) molto gothic; horror e noir; 2) tante streghe. E pazienza se tutto ciò con l’inquisizione (cattolica) ha poco a che fare. Diciamolo: al grande pubblico della “vera storia” dell’inquisizione non importa nulla; della “leggenda nera, sì. Chi volesse fare del “revisionismo” (spiacente per il termine, ma si tratta di intendersi) sull’argomento si condannerebbe al linciaggio morale (anche da parte di tanti cattolici) o al disinteresse (anche da parte di tanti cattolici). Tanto varrebbe spostarsi sui terreno della letteratura e cercare di produrre qualche romanzo in cui le regole narrative siano invertite: “i buoni”, gli inquisitori; gli eretici, “i cattivi”.

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A tutt’oggi c’è una sola opera del genere, L’inquisitore (San Paolo), i cui risultati al botteghino sono, stranamente, non malvagi: sei edizioni italiane più quattro in altrettante lingue estere. Tutto il resto non è che replay della narrativa ottocentesca nata in casa protestante e in chiave polemica: i romanzi “gotici”, i feuilleton non facevano che presentare i frati “papisti” continuamente intenti all’intrigo, al veneficio, allo stupro e, nella migliore delle ipotesi, ai fanatismo da roghi e torture. Non vi si sottrasse nemmeno l’inventore dei genere noir, l’americano Edgar Allan Poe, che ambientò il suo celebre Il pozzo e il pendolo nelle celle dell’Inquisizione (cattolica, ovvio). Nel secolo precedente, la narrativa di successo era appannaggio di illuministi come De Sade e Diderot. Quest’ultimo, oltre alle fiction su monache lussuriose, scrisse un Neveu de Rameau, nei quale mise in scena un ebreo denunciato all’inquisizione: avesse letto la voce corrispondente nella sua Encyclopédie avrebbe saputo che l’inquisizione aveva competenza sui soli cristiani.

Ma non sottilizziamo: anche Walter Scott fu vittima della stessa disattenzione nel suo lvanhoe. E dire che l’illustre cantore della tradizione inglese avrebbe potuto trovare maggior materiale in casa sua, visto che le inquisizioni protestanti (laiche) si diedero molto più da fare, specialmente con le streghe. Niente, l’unica testimonianza narrativa di parte protestante è La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, che pur parla prevalentemente di adulterio e solo di sbieco di influssi demoniaci (eppure l’autore passò lo stesso i guai suoi, nell’America dei Padri Pellegrini). Le famose “streghe” di Salem (Massachusetts, 1692: occhio alla data) dovettero attendere la fine del XX secolo e il drammaturgo Arthur Milier per venir prese in considerazione. Ma non fu l’inizio di un diverso filone perché subito tutto riprese come di consueto, con Il nome della rosa e Gostanza. Qualche dato storico farà comprendere meglio perché la “vera storia” dell’inquisizione non “tira” alla cassa. Nel febbraio dei 1286 il papa Onorio IV concesse a tutti gli abitanti della Toscana un’amnistia da potersi lucrare sia individualmente che collettivamente. Essa riguardava le pene in cui i toscani fossero eventualmente incorsi per eresia. Non solo. Il pontefice abrogò dei tutto i decreti emanati dall’imperatore Federico Il contro gli eretici. Questi decreti erano draconiani ed andavano da un massimo (il solito rogo) a un minimo (taglio della lingua per tutti quelli che, per un motivo o per l’altro, gli inquisitori avessero deciso di risparmiare).

E pensare che provenivano da un imperatore oggi considerato “moderno” per la sua “laicità”. Infatti, Federico II, più volte scomunicato, era in perenne lotta col papato ed aveva proprio nelle città ghibelline della Toscana le sue principali roccaforti. Lo “straordinario privilegio” concesso dai papa ai toscani fu “mantenuto nel tempo” e costrinse l’americano Henry C. Lea (sue le parole citate) a intitolare un capitolo della sua vecchia e monumentale opera sull’Inquisizione così: “Mitezza della Santa Sede”. Dato significativo, dal momento che gli altri capitoli hanno titoli del genere: “Consigli infami degli inquisitori”, “insolenza degli inquisitori”, e via insultando. Continuiamo. Un pontefice passato alla storia per la sua durezza, Bonifacio VIII, accolse moltissimi ricorsi contro sentenze inquisitoriali, il primo appena tre mesi dopo la sua elezione. Il 13 febbraio 1297 cassò la condanna di Rainiero Gatti di Viterbo e dei suoi due figli perché determinata da una testimonianza vera ma resa da un testimone trovato in precedenza inaffidabile per spergiuro. Nel 1298 fece restituire ai figli di un eretico i beni confiscati ai padre. Lo stesso anno costrinse l’inquisitore di Orvieto (città praticamente in mano ai catari, che vi si erano distinti per omicidi e rapine) a smettere di molestare un cittadino già assolto dal precedente inquisitore. Nel 1305 giunsero a Roma reclami contro l’inquisitore di Carcassonne. Il papa Clemente V mandò in ispezione due cardinali, Pierre Taillefer e Berengario Frédol, francesi, che sospesero ogni procedimento in atto contro eretici per tutta la durata della loro ispezione. Ascoltarono i prigionieri, uno ad uno. Ammisero che le lamentele avevano qualche fondamento e cacciarono i guardiani sostituendoli, poi assegnarono ai prigionieri stanze migliori e ristrutturate ex novo. I prigionieri ottennero di poter passeggiare entro la cinta muraria quanto volevano. I cardinali visitarono poi la prigione di Albi, dove fecero aprire nei muri ulteriori e più ampie finestre.

L’insospettabile storico Luigi Firpo, studiando le carceri romane del Sant’Uffizio (XVI secolo), ha trovato: visite mensili dei cardinali, cambio di lenzuola due volte alla settimana, birra per quei detenuti che non gradivano il vino. Tornando in Francia e all’Inquisizione medievale, abbiamo: il 13 marzo 1253 a Bernard Borrel, condannato come eretico, tu concesso di uscire di galera per curarsi e non tornare che quindici giorni dopo la guarigione. Il 18 novembre 1254 la moglie di Guillaume Hualgnier, Rixenda, ottenne di andare a partorire a casa per rientrare un mese dopo il parto. Il 3 settembre 1252 a Brice da Montréai l’inquisitore di Carcassonne concesse la commutazione della prigione in un pellegrinaggio in Terrasanta. Quattro anni dopo, il prescritto pellegrinaggio non era ancora stato effettuato. Il 27 giugno 1256 venne commutato in un’ammenda di cinquanta soldi perché ormai il condannato era troppo anziano per viaggiare. Informazioni del genere si trovano nell’opera del Lea, il quale deve ammettere che “questa facoltà di attenuare le sentenze era esercitata frequentemente”, Sempre Lea: “Nel 1328, in una sola sentenza, ventitré prigionieri vennero rilasciati e le loro penitenze commutate nei dover portare croci (cucite sugli abiti, ndr), in pellegrinaggi e altro. Nel 1329 un’altra sentenza di commutazione pronunciata a Carcassonne rimise in libertà dieci penitenti”. Ebbene: “Questa indulgenza non era affatto una caratteristica particolare dell’inquisizione di Tolosa”. Che era la zona dove più virulenta era stata la lotta (anche a mano armata) contro il catarismo. Quest’ultimo era la pericolosissima “religione alternativa” che, con la sua dottrina suicida, avrebbe condannato l’umanità all’estinzione e messo, come effettivamente fece, seriamente in pericolo la civiltà occidentale (proprio contro il catarismo era stata inventata l’Inquisizione). Né “questa indulgenza” fu “caratteristica particolare” di quei tempi. Lo storico Jean Dumont riporta il caso di Pablo de Olavide, sentenziato dall’inquisizione spagnola (la più dura) proprio mentre in Francia scoppiava la Rivoluzione. Condannato al carcere, chiese di venir trasferito in zona termale per via di certi suoi acciacchi. Accontentato, trovò che le cure non gli giovavano e ottenne uno spostamento vicino al confine pirenaico. Da qui gli fu agevole scappare in Francia, dove venne accolto dai tagliatori di teste giacobini come “martire” dell’intolleranza cattolica. Ma sotto il Terrore conobbe le ben diverse galere giacobine. Esperienza traumatica: si ravvide e terminò la sua vita scrivendo apologie della religione cattolica.

Se a tutto ciò aggiungiamo che gli inquisitori cattolici credevano poco (da buoni tomisti) alla realtà della stregoneria (più superstizione, per loro, che eresia), che fu proprio l’inquisitore spagnolo Salazar y Frias a salvare le presunte streghe basche e che la caccia alle streghe nelle Fiandre cessò quando gli spagnoli le occuparono, si capisce come la “vera storia” sia scarsamente appetibile alla fiction. A meno che non si voglia mettere in scena una vicenda grottesca come quella riportata da Bartolomé Benassar, storico dell’Inquisizione spagnola, e riguardante un rinnegato cristiano catturato mentre esercitava la pirateria per conto degli islamici. L’inquisizione accettò le sue giustificazioni e gli inflisse gli arresti e domiciliari in casa di sua moglie in Spagna. In capo a un anno l’uomo era prosciolto e a capo di una nave cristiana che praticava la contropirateria mediterranea. Perché mai il re avrebbe dovuto privarsi della sua esperienza?

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Inquisizione
“Fra i primi mille imputati che comparvero davanti al tribunale di Aquileia-Concordia (1551-1647), solo quattro furono giustiziati. (.) Quanto alle oltre duecento sentenze (alcune concernenti più di un imputato) dei manoscritti del Trinity College per una parte degli anni 1580-1582, solo in tre è evocata l’estrema sanzione al rogo”. (John Tedeschi, Il giudice e l’eretico, Vita e pensiero, p. 85)

Il processo
L’inquisitore giudica solo i battezzati, non ebrei e musulmani. · Giunto sul posto, si presenta al vescovo, riunisce la popolazione, ordina che gli siano riferito notizie su eresia ed eretici (Editto di fede). · Subito concede il perdono ad ogni eretico che si presenta spontaneamente, si pente e denuncia i complici (Editto di grazia). · Concede di edito un mese di tempo (tempo di grazia) per ricevere denunce, ascoltare confessioni, interrogare a piede libero i sospetti. · Obbligatoria la presenza del notaio (una novità per l’epoca) che mette per iscritto tutte le fasi del procedimento, deposizioni, testimonianze. · L’interrogatorio del sospetto avviene in presenza di testimoni. L’imputato può ricusare giudice e testimoni se dimostra che sono prevenuti contro di lui. · L’imputato può difendersi, anche se con limitazioni. Si avvale di un avvocato difensore. · Il tormentum (tortura) è limitato, dura al massimo mezz’ora, non può essere ripetuto, non deve procurare né la morte né mutilazioni, etc. Avviene in presenza di un medico. ·

L’inquisizione istituisce la giuria, che prende visione degli atti processuali, si pronuncia sui fatti e sulla pena da infliggere. Ascoltato questo parere, l’inquisitore emette la sentenza. · Se l’imputato è innocente, viene assolto. Se è colpevole per ignoranza, una volta chiarito l’errore, non viene punito. Se confessa e abiura il proprio errore, è soggetto a lievi punizioni. La condanna al carcere è, in genere, per brevi periodi. Non esiste l’ergastolo. È possibile il trasferimento di detenuti anziani o ammalati in casa o convento, la semi-libertà, la licenza per buona condotta o per attendere al lavoro dei campi. Gli inquisitori possono attenuare le pene. · Se recidivo, il colpevole è consegnato al “braccio secolare”, ovvero alla giustizia penale che applicava le pene previste dalle leggi civili contro l’eresia (il rogo). · Ma prima dell’esecuzione, si operava in tutti i modi, facendo intervenire parenti, amici, persone prestigiose, perché l’eretico si ravvedesse e gli fosse risparmiato il rogo.

Rino Cammilleri -Il Timone