Internet e il rischio psicopatologico

Internet fa ormai parte della vita quotidiana di milioni di persone. Nelle famiglie sono spesso presenti diversi strumenti per navigare, come PC, smartphone, tablet, videogiochi, utilizzati con una crescente autonomia anche dai minori. Nel nostro paese il traffico Internet è aumentato di 20 volte rispetto al 2005 e, nel 2012, il traffico dati su reti mobili (smartphone e tablet) in Italia è cresciuto del 46% rispetto all’anno precedente. Il genitore non ostacola e spesso anzi incentiva un approccio precoce, anche con l’intento di favorire l’adattamento e l’integrazione dei figli alle nove modalità di comunicazione e relazione sociale. I social network sono molto apprezzati dai ragazzi italiani: ne fa uso l’82,9% nella fascia di età tra i 15 e i 16 anni e il 74,3% in quella tra gli 11 ed i 14 anni. Facebook è il più utilizzato: 9 ragazzi su 10 lo utilizzano.

Uno strumento collegato a Internet dà accesso a informazioni e comunicazioni illimitate ed è quindi una risorsa informativa, formativa, didattica e creativo-relazionale. La grande rivoluzione prodotta da internet sta nel fatto che tutti possono immettere, nell’immensa bacheca della Rete, qualsiasi informazione, dalla propria foto a considerazioni e commenti su un determinato evento, senza la preoccupazione di doversi esporre “di persona”. Che cos’è dunque la rete se non la coscienza collettiva di tutti coloro che ne fanno parte, una sorta di spazio in cui e possibile girovagare, innamorarsi, nutrirsi, insomma vivere, sia pure on-line?

La possibilità di connettersi e navigare 24h/24, ha modificato profondamente le relazioni umane, da un lato migliorando incredibilmente le opportunità di comunicazione ed informazione. D’altro canto la vita trascorsa in Internet può arrivare ad assorbire una quantità di tempo tale da condizionare la vita reale e la sua complessità relazionale: si possono così innescare meccanismi patologici che condizionano pesantemente le relazioni sociali, la situazione finanziaria e la salute mentale delle persone coinvolte.
Accendere in piena notte il cellulare per controllare la mail, sentirsi perduti quando il tablet si rompe, rinunciare a tutti gli impegni fuori casa per rimanere davanti al computer. Sentirsi più a proprio agio con gli amici online che con quelli veri e controllare compulsivamente lo smartphone o il tablet. Questi sono solo alcuni dei segnali che fanno presagire un Disturbo da Internet-Dipendenza.

Nel 1995 lo psichiatra Ivan Goldberg propose provocatoriamente l’introduzione nel DSM di una nuova sindrome da dipendenza, denominata Internet Addiction Disorder (IAD), che si manifesta con una sintomatologia simile a quella osservabile in soggetti dipendenti da sostanze psicoattive e che contempla segni di tolleranza e di astinenza. Egli, già allora, riteneva che l’esagerato uso di Internet potesse causare danni clinicamente significativi. Se all’inizio l’utente avverte solo il bisogno di aumentare il tempo trascorso a navigare in rete, con il passare del tempo si instaura la consapevolezza di non poter più riuscire a sospendere, o quantomeno ridurre, l’uso di Internet.

L’Internet Addiction Disorder si definisce infatti come una condizione caratterizzata da un forte ed insistente desiderio di connettersi al Web. Il soggetto aumenta progressivamente il tempo in rete tanto da compromettere la propria vita reale; perde le amicizie reali, la cura del proprio corpo, le attività sportive e sociali, viene bocciato a scuola o viene licenziato. Se non può connettersi soffre, diventa irritabile fino a stati di agitazione o depressione. Nei casi più gravi l’assiduo utilizzo per molte ore, senza pause, può indurre scompensi psicotici o portare alla morte (per complicanze cardiache). Probabilmente, il rischio psicopatologico principale deriva dalle stesse caratteristiche multimediali della rete, che permettono al soggetto di sperimentare una condizione virtuale di “onnipotenza”, legata sia al superamento dei normali vincoli spazio-temporali sia, soprattutto, alla possibilità di esplorare differenti aspetti del sé.

A cura di Giuseppe Cuoghi, Psicologo,

da “Formazione continua sulla personalizzazione delle cure”