39. Sono pentito… e’ troppo tardi?

Nessuno e’ mai troppo lontano da Dio: Egli non puo’ smettere di amarci.
«Non sarai dimenticato da me. Ho dissipato come nube le tue iniquita’ e i tuoi peccati come una nuvola. Ritorna a me, poiche’ io ti ho redento» (Is 44, 21-22).

  • Molte volte, nella Bibbia, il Signore ci rivolge queste e altre parole di amore e di perdono. Ma le parole non gli bastavano per dirci che ci ama, al di là dei nostri peccati, e che vuole darci la vita eterna dopo la morte. È venuto di persona. È Lui, Gesù, Figlio del Padre onnipotente, che a Natale viene a vivere tra noi come un bambino. E’ proprio Lui che ci racconta la parabola del figliol prodigo. E per mostrare fino in fondo che Dio è misericordia e perdono, preferisce lasciarsi mettere a morte piuttosto che dare l’immagine di un Dio vendicatore: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23, 34).
    Gesù fa entrare in Cielo per primo un peccatore, un malfattore, quello che, da allora, viene chiamato il buon ladrone: proprio lui per primo!
  • Se ti giudichi da solo, se non riesci a perdonarti, vai ad incontrare Gesù in un sacerdote. Nel nome del Figlio di Dio, lui ha il potere di perdonarti: «Davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore » (1 Gv 3, 19-20).
Testimonianza

Quattro mesi fa ho abortito. É stato terribile… ma non sapevo più a chi rivolgermi: ero sola, avevo 17 anni, non sapevo che fare… Mia madre mi spingeva a non tenere il bambino. La vita per me non aveva più alcun senso…
Due mesi dopo, nella mia città c’è stata una missione parrocchiale, un ciclo di predicazioni, e sono venuti i giovani nella cappella della scuola per parlarci del loro incontro con Dio. C’era anche qualche sacerdote; se volevamo, potevamo andare a confessarci. Non osavo farlo, ma quando mi sono alzata per andarmene, sono scoppiata in lacrime. Un sacerdote mi si è avvicinato per parlarmi. Gli ho spiegato cosa mi era successo: abbiamo pregato e mi ha proposto di chiedere il perdono di Dio. Mi sono confessata e, subito, mi sono sentita liberata da un grande peso.

So che molti giovani si trovano nella mia stessa situazione, per lo stesso errore o per altri, e vorrei dire loro che non è mai troppo tardi per chiedere perdono a Dio. Confidategli le vostre pene e sarete liberati.
Adesso so che il mio bambino si trova vicino a Dio. Credo che mi abbia perdonato e che preghi per me.

 Federica

38. Cosa pensa la Chiesa della donazione di organi?

Trapiantare un organo ad un malato per guarirlo (trasfusioni, trapianti di midollo, di pelle, di reni, di cuore…) e’ un atto medico, la cui finalita’ in se’ e’ buona. Ma sono necessarie alcune condizioni.

  • Quando si tratta di un dono fatto da una persona viva (donazione di sangue, di midollo, di reni) va evitata qualsiasi speculazione. Nessuno può disporre del proprio corpo e di quello altrui per farne commercio, neanche se lo scopo è quello di rendere un servizio. La donazione di sperma o di ovuli è di tutt’altra natura: non serve a guarire e riguarda la trasmissione della vita, che può avvenire solo nell’atto sessuale dei coniugi. Questa donazione è contraria al rispetto dell’atto coniugale, anche quando è fatta con amore.
  • Quando si tratta del corpo di una persona deceduta, nessuno può permettersi di prelevarne un organo contro la volontà della famiglia o, se in vita, la persona si era manifestamente opposta.
  • Quando si tratta di una persona in fin di vita o in stato di coma profondo, non possono essere prelevati gli organi se non si ha la certezza che sia avvenuta la morte (nella legislazione italiana occorrono 3 encefalogrammi piatti, della durata di 30 minuti l’uno, nell’arco di 12 ore). Ogni pratica contraria a queste regole va contro il rispetto dovuto alla persona.
Testimonianza

Afflitto da una malattia congenita (l’aplasia midollare), il nostro primogenito è morto a sei anni. Il più piccolo aveva la stessa malattia, e noi cercavamo disperatamente un donatore di midollo spinale compatibile con quello del nostro bambino.
In quel momento abbiamo incontrato un giovane prete che ci ha molto aiutato in questa prova. Abbiamo iniziato a partecipare assiduamente ad un piccolo gruppo di preghiera, dove pregavamo con regolarità, spesso piangendo, per il nostro secondo bambino. Un giorno, mia moglie mi confidò di avere avuto l’intuizione profonda di dare alla luce un altro bambino. lo ero molto reticente, colpito profondamente com’ero da tutte quelle prove. Ci siamo messi a pregare molto e a riflettere, insieme al nostro amico prete. Alla fine, abbiamo deciso di incamminarci lungo la strada dell’abbandono in Dio, affidandogli totalmente questa gravidanza. Nove mesi dopo, mia moglie ha dato alla luce una bambina completamente sana. I tests di compatibilità del midollo spinale della bimba con quello del fratellino sono risultati positivi… Vi abbiamo visto l’azione amorevole del Signore. Egli ha rafforzato la nostra fede, permettendoci di guardare al futuro del nostro bambino con fiducia. Il suo stato di salute tuttavia peggiorava e diventava sempre più urgente il trapianto.
Cristiano è entrato in ospedale… Ha ricevuto, in condizioni di salute ancora buone, il trapianto del midollo che i medici hanno prelevato alla sorellina. Dopo qualche mese di convalescenza e di terapia, il nostro bambino ha ripreso le forze e le visite in ospedale si sono diradate. Oggi, è salvo. Gioca, salta, ride e va a scuola come tutti gli altri. Noi continuiamo a rendere grazie perché tutto ciò è opera di Dio, presente e operante nella nostra vita.

Marco

La Domenica delle Palme di Santa Chiara

La Domenica delle Palme, 27 marzo 1211, Chiara, con altre fanciulle d’Assisi, si era recata in Duomo.

Il Duomo era nell’antica chiesa di San Rufino, dove il Vescovo officiava con grande solennità. I paramenti della Chiesa erano di viola, per­ché con la Domenica delle Palme s’entrava nella settimana santa, che la liturgia chiama la « gran­de settimana ».

Per tempo le fanciulle d’Assisi avevano var­cato le soglie delle loro case, perché bisognava giungere presto in Duomo, per la benedizione delle palme.

La primavera, timidamente, già carezzava la rosea pietra del Subasio, e qualche rondine nera volava intorno alle quattro torri della Rocca.

Della torre del comune non c’era neppure il segno. Doveva essere fondata l’anno dopo.

Le fanciulle d’Assisi avevano riposto le pe­santi vesti di lana nei cassoni di quercia, per indossare i broccatelli dorati e gli sciamiti fioriti. Lungo le stradette in salita, s’udiva il tacchettio dei loro passi svelti e brevi.

La liturgia della Domenica delle Palme era lunga. Prima si doveva procedere alla benedizione delle palme, poi alla distribuzione delle stesse. Ci sarebbe poi stata la processione ; infine la Messa, col « Passio », cioè con la narrazione, secondo il Vangelo di San Matteo, di tutta la Passione di Gesù, dal complotto degli Anziani alla sepoltura. Durante tutto il racconto della Passione, i fedeli dovevano stare in piedi.

La funzione cominciò con « Osanna al figlio di David! Benedetto colui che viene in nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli ! ».

Si ripeteva, liturgicamente, l’entrata di Gesù in Gerusalemme, sulla groppa di un asinello, mentre gli uomini stendevano sulla strada un tappeto fatto coi loro mantelli e i fanciulli, stron­cati rami d’olivo e di palma, gli andavano incontro e poi lo seguivano col grido di «Osanna », che era il grido del trionfo.

Dopo letture, responsori, preghiere e benedi­zioni, il Vescovo si mise a distribuire le rame di palma, prima al clero, poi ai fedeli, che si reca­vano a riceverla in ginocchio, baciando la palma e la mano che l’offriva.

Le fanciulle furono le ultime ad avvicinarsi, modeste e raccolte, sotto il cosiddetto « velo », che era una specie di tovagliolo di lino. Andavano, s’inginocchiavano, baciavano, tornavano al posto, con la palma sul braccio.

Quando fu il turno di Chiara, la fanciulla non si mosse. Restò seduta, con la testa china.

Non si capiva se fosse estatica o vergognosa; se pregasse o languisse.

Il Vescovo, nella fila delle fanciulle, notò quella assenza. Guardò Chiara, che non lo guardava. Dietro allo sguardo del Vescovo andò lo sguardo dei fedeli scandalizzati.

Ma quello del Vescovo non era sguardo di rim­provero. Neppure di paterna tristezza. Esprimeva dolce accondiscendenza. Come ispirato, il Vescovo, s’alzò dalla sedia, scese i gradini della cattedra, andò verso Chiara ancora immobile.

Le diede la palma; la benedisse, mentre tutta la chiesa seguiva, con meraviglia, la scena. Tornato all’altare, il Vescovo continuò l’of­ficiatura. I fedeli cantarono: « Gloria, lode e onore a Te, Re, Cristo Redentore ! Il coro di fanciulli grida con slancio d’amore: Osanna ! ».

Chiara, col ramo di palma stretto al seno, guardava innanzi a sé, muta, e non pareva an­cora sveglia dal suo stupore.

Dai Fioretti di Santa Chiara

La porta del morto (dai Fioretti di Santa Chiara)

Quasi tutte le case d’Assisi avevano due porte, che davano sulla strada in pen­dio. Una più grande e larga, con lo sca­lino basso; l’altra più piccola e stretta, con lo scalino altissimo.

Le due porte, vicinissime tra loro, non stavano in simmetria sulla facciata, perché diverse di forma e di livello.

Per uscire dalla porta maggiore, bastava fare un passo. Per uscire dalla porta minore, occorreva fare un salto.

Mentre però la porta grande restava quasi sempre aperta a chi entrava e a chi usciva, la porta stretta restava sempre chiusa e nessuno vi passava.

Era la cosiddetta « porta del morto, che si apriva soltanto per far passare la bara di chi usciva, piedi in aventi, dalla casa, per non farvi più ritorno.

Un’usanza, leggermente superstiziosa; voleva che il morto non passasse dalla porta dei vivi, e, viceversa, impediva ai vivi di passare dalla porta del morto.

Perciò si aveva ben cura di tenere la porta del morto sprangata fino a che non si desse la dolo­rosa necessità d’usarla. Neppur per errore un vivo doveva passar dalla porta del morto, per timore del malaugurio

Non solo dunque la porticina veniva solida­mente sprangata, ma tra un funerale e l’altro vi si accumulava contro ogni sorta di materiale.

La casa dormiva, la sera della Domenica delle Palme, quando Chiara scese dalla sua camera e s’avviò, a tentoni, verso la porta del morto.

Voleva uscire segretamente ed era certa di non incontrare nessuno sulla soglia di quella porta.

Trovò l’apertura ingombra di molti attrezzi, che rimosse con le sue mani delicate. Quando fi­nalmente giunse ai chiavacci e alle sprangature si senti stanca.

Con sforzo tentò di far scorrere i paletti della porta, ma i chiavacci le resistettero. Dalla morte del padre, la porta non era stata riaperta e i ferri arrugginiti non scorrevano più negli anelli.

Chiara allora s’inginocchiò. Appoggiò la fronte al ferro della porta e rivolse a Dio una preghiera. Poi si rialzò sicura di sé. Sotto la sua mano i chiavacci scorsero senza un cigolio, come se fos­sero stati unti di fresco. La porta s’aprì senza stridere e apparve la strada, in basso, illuminata dalla luna. Pacifica di Guelfuccio, la fida com­pagna, l’attendeva in un angolo d’ombra.

Chiara rimase un attimo dritta sull’alta soglia. Poi, senza neppure volgersi indietro, spiccò un salto leggero.

Aveva oltrepassato la soglia del morto. Si era divisa irreparabilmente dalla famiglia. Non avreb­be fatto più ritorno alla sua casa. Chiara era per­duta. Chiara era morta. Chiara andava verso una altra vita.

dai Fioretti di Santa Chiara

Signore, non sono capace (Michel Quoist)

Credo, Signore, che sarei capace di compiere una volta, qualche atto straordinario. Un’azione che impegnerebbe tutto me stesso, se fossi sconvolto da una sventura, colpito da un’ingiustizia, se uno dei mie cari fosse in pericolo… Ma ciò che mi umilia e spesso mi scoraggia, e che non sono capace di donare la mia vita pezzo a pezzo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, donare, sempre donare… e darmi! Questo non posso farlo e tuttavia è certamente ciò che tu mi chiedi… Ogni giorno mille frammenti di vita da donare, in mille possibili gesti d’amore, che più non si vedono tanto sono abituali, e più non si notano tanto sono banali, ma di cui tu mi dici di aver bisogno per mettere insieme un’offerta e perché un giorno io possa dire in verità: Ai miei fratelli io ho donato tutta la mia vita. E ciò che desideri, Signore, ma non ne sono capace… non posso farlo, lo so, ed ho paura. Figliolo, io non ti chiedo di riuscire sempre, ma di provarci sempre. E soprattutto ascoltami, ti chiedo di accettare i tuoi limiti, di riconoscere la tua povertà e di farmene dono, perché donare la propria vita non vuol dire donare soltanto le proprie ricchezze, ma anche la propria povertà, i propri peccati.Fa’ questo, figliolo, e con i pezzi di vita sciupata, da te sottratti a tutti coloro che aspettano, colmerò i vuoti, dandoti in cambio la durata, perché nelle mie mani la tua povertà offerta, diventerà ricchezza per l’eternità.

 

Fonti normative dei richiedenti protezione internazionale

Normativa internazionale
• Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 (Risoluzione 217 (III) – Convenzione relativa allo status dei rifugiati, adottata a Ginevra il 28 luglio 1951 sotto gli auspici delle Nazioni Unite – Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata a New York il 21 dicembre 1965.
• Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 16 dicembre 1966, entrato in vigore il 3 gennaio 1976, reso esecutivo in Italia con legge 25 ottobre 1977, n. 881.
• Patto internazionale sui diritti civili e politici, adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 16 dicembre 1966 (entrato in vigore il 23 marzo 1976, reso esecutivo in Italia con legge 25 ottobre 1977, n. 881).
• Protocollo addizionale relativo allo status dei rifugiati, adottato a New York il 31 gennaio 1967 (entrato in vigore il 4 ottobre 1967, reso esecutivo in Italia con legge 14 febbraio 1970, n. 95).
• Dichiarazione sull’eliminazione di ogni forma di intolleranza e di discriminazione fondata sulla religione e sul credo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 novembre 1981.
• Convenzione contro la tortura ed altre punizioni o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1984, entrata in vigore il 26 giugno 1987, resa esecutiva in Italia con legge 3 novembre 1988,      n. 498.
• Convenzione sui diritti del fanciullo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 20 novembre 1989, entrata in vigore il 2 settembre 1990, resa esecutiva in Italia con legge 27 maggio 1991, n. 176. Richiedenti protezione internazionale – Quadro legislativo 11

Normativa europea
• Direttiva 2011/51/UE del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 maggio 2011. Modifiche alla direttiva 2003/209/CE del Consiglio per estenderne l’ambito di applicazione ai beneficiari di protezione internazionale.
• Regolamento (CE) N. 380/2008 del Consiglio del 18 aprile 2008. Modifiche al regolamento (CE) n. 1030/2002 che istituisce un modello uniforme per i permessi di soggiorno rilasciati a cittadini di Paesi terzi.
• Regolamento (CE) N. 562/2006 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 15 marzo 2006 Codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone (codice frontiere Schengen).
• Direttiva 2005/85/CE del Consiglio del 1° dicembre 2005. Norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato.
• Direttiva 2004/83/CE del Consiglio del 29 aprile 2004. Norme minime sull’attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta.
• Regolamento (CE) N. 343/2003 del Consiglio del 18 febbraio 2003 c.d. Regolamento Dublino 2 Criteri e meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda d’asilo presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un Paese terzo.
• Direttiva 2003/9/CE del Consiglio del 27 gennaio 2003. Norme minime relative all’accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri.
• Regolamento (CE) n. 407/2002 del Consiglio del 28 febbraio 2002. Modalità di applicazione del regolamento (CE) n. 2725/2000 che istituisce l’Eurodac per il confronto delle impronte digitali per l’efficace applicazione della convenzione di Dublino.
• Direttiva 2001/55/CE del Consiglio del 20 luglio 2001. Norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi.
• Regolamento (CE) n. 2725/2000. Istituzione di Eurodac per il confronto delle impronte digitali per l’efficace applicazione della convenzione di Dublino.
• Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 18 dicembre 2000.
• Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali del 4 novembre 1950.
• Trattato di Amsterdam del 2 ottobre 1997 che modifica il Trattato sull’Unione Europea, i Trattati che istituiscono le Comunità Europee e alcuni atti connessi.

Normativa nazionale
• Decreto legge 22 agosto 2014, n. 119. Disposizioni urgenti in materia di contrasto a fenomeni di illegalità e violenza in occasione di manifestazioni sportive, di riconoscimento della protezione internazionale, nonché per assicurare la funzionalità del ministero dell’Interno.
• Decreto legislativo 21 febbraio 2014, n. 18. Attuazione della direttiva 2011/95/UE recante norme sull’attribuzione a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta.
• Decreto legislativo 12 febbraio 2014, n. 12. Attuazione della direttiva 2011/51/UE, che modifica la direttiva 2003/109/CE del Consiglio per estenderne l’ambito di applicazione ai beneficiari di protezione internazionale.
• Decreto Legge 13 agosto 2011, n. 138 – art. 11. Livelli di tutela essenziali per l’attivazione dei tirocini.
• Decreto legislativo 3 ottobre 2008, n. 160. Modifiche e integrazioni al decreto legislativo 8 gennaio 2007, n. 5, recante attuazione della direttiva 2003/86/CE relativa al diritto di ricongiungimento familiare.
• Decreto legislativo 3 ottobre 2008, n.159. Modifiche e integrazioni al decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25 recante attuazione della direttiva 2005/85/CE relativa alle norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato.
• Decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25. Attuazione della direttiva 2005/85/CE recante norme minime per le procedure applicate negli Stati membri ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di rifugiato.
• Decreto legislativo 19 novembre 2007, n.251. Attuazione della direttiva 2004/83/CE recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica del rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta.
• Decreto legislativo 25 gennaio 2007, n. 24. Attuazione della direttiva 2003/110/CE relativa all’assistenza durante il transito nell’ambito di provvedimenti di espulsione per via aerea.
• Direttiva del ministero dell’Interno 7 marzo 2007. Direttiva sui minori stranieri non accompagnati richiedenti asilo. La Circolare applicativa (ministero dell’Interno, 11 aprile 2007) si trova nella pagina “Circolari e decreti”.
• Decreto legislativo 8 gennaio 2007, n. 5. Attuazione della direttiva 2003/86/CE relativa al diritto di ricongiungimento familiare.
• Decreto legislativo 8 gennaio 2007, n. 3. Attuazione della Direttiva 2003/109/CE relativa allo status di cittadini di Paesi terzi soggiornanti di lungo periodo.
• Decreto legislativo 30 maggio 2005, n. 140. Attuazione della direttiva 20039CE che stabilisce norme minime relative all’accoglienza dei richiedenti asilo negli Stati membri.
• Decreto del Presidente della Repubblica 18 ottobre 2004, n. 334. Regolamento recante modifiche ed integrazioni al decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999 n. 394 in materia di immigrazione.
• Decreto del Presidente della Repubblica 16 settembre 2004, n. 303 (in G.U. n. 299 del 22 dicembre 2004). Regolamento relativo alle procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato.
• Decreto legislativo 7 aprile 2003, n. 85. Attuazione della Direttiva 2001/55/CE relativa alla concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati ed alla cooperazione in ambito comunitario.
• Legge 30 luglio 2002, n. 189. Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo.
• Decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394. Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, a norma dell’art. 1, comma 6, del D.Lgs. 25 luglio 1998, n.286.
• Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286. c.d. Testo unico sull’immigrazione. Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero.
• Decreto del Presidente dalla Repubblica 15 maggio 1990, n. 136. Regolamento per l’attuazione dell’art. 1, comma 2, del decreto legge 30 dicembre 1989, n.416 convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n. 39, in materia di riconoscimento dello status di rifugiato.
• Decreto del ministero dell’Interno 24 luglio 1990, n. 237. Regolamento per l’attuazione dell’art. 1, comma 8, del decreto-legge 30 dicembre 1989, n. 416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n. 39, in materia di prima assistenza ai richiedenti lo status di rifugiato.
• Legge 28 febbraio 1990, n. 39. Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 dicembre 1989, n. 416, recante norme urgenti in materia di asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari e di regolarizzazione dei cittadini extracomunitari ed apolidi già presenti nel territorio dello Stato.

Tratto dal
Manuale operativo richiedenti/titolari di protezione internazionale e vittime di tratta – 2015

Sitografia utile per approfondire…
www.asgi.it
www.serviziocentrale.it
www.meltingpot.it
http://www.gruppoabele.org/sostegno-alle-vittime
www.unhcr.org
www.notratta.it
www.ontheroadonlus.it

A cura di: Da Pra Mirta , Marchisella Simona, Obert Ornella

Le principali rotte delle migrazioni

Se il Novecento verrà ricordato come “il secolo delle migrazioni”, ovvero come il periodo nel quale “viaggi infiniti di polvere e di
vento” hanno svuotato e spopolato terre e Paesi molto più di due guerre mondiali, l’Italia verrà ricordata come uno dei Paesi altamente interessati dai movimenti umani: flussi migratori in uscita per la maggior parte del secolo e flussi perlopiù in entrata dagli anni
ottanta in poi.
Il nostro Paese ha assunto, in particolare dagli albori del nuovo millennio, una posizione ed un ruolo essenziale nella geopolitica delle migrazioni dal momento in cui si sono profondamente
modificate le caratteristiche della mobilità internazionale nell’area del Mediterraneo.
Rispetto all’ultimo decennio del secolo scorso, si sono profondamente modificati i Paesi di provenienza e le rotte seguite dalle persone in fuga da conflitti o persecuzioni e da nazioni in cui i diritti umani e politici non sono garantiti. Nel corso degli anni, quindi,
sono le stesse rotte migratorie ad essere mutate: agli approdi tradizionali sulle coste pugliesi, che hanno caratterizzato la fine degli
anni novanta, si sono sempre più sostituiti quelli sulle coste siciliane, con un crescente protagonismo dell’isola di Lampedusa prima
e di tutta la Sicilia poi.
Infatti, se alla fine del decennio scorso la maggior parte delle domande di asilo erano presentate da cittadini provenienti dalla
ex-Jugoslavia o curdi provenienti dall’Iraq o dalla Turchia i quali giungevano via mare in Puglia e in Calabria, o via terra, attraverso
Il fenomeno dei richiedenti protezione internazionale
negli ultimi quindici anni in Italia il confine italo-sloveno, a partire dal 2009 la maggior parte delle istanze è stata avanzata
da cittadini in fuga dall’Africa e dall’Asia. Coloro che provengono dal continente asiatico percorrono la rotta balcanica settentrionale
(Afghanistan – Pakistan – Turchia – Bulgaria – Romania – Ungheria), quella turca (Afghanistan – Pakistan – Turchia – Italia via mare)
o greca (Afghanistan – Turchia o Bulgaria – Grecia – Italia), mentre coloro che provengono dall’Africa utilizzano prevalentemente le
traiettorie che congiungono il sub-Sahara al mediterraneo attraverso il polo libico.
E negli anni sono cambiate le cause delle migrazioni, se infatti fino a pochi anni prima giungevano soprattutto persone in fuga da guerre, conflitti e persecuzioni, sono poi iniziati sempre più gli arrivi determinati da una serie di gravi difficoltà: dall’instabilità politica
ed economica, alle violazioni di diritti umani, alle forme di illegalità e grave sfruttamento perpetrati ai danni della popolazione dei paesi
di appartenenza o di transito.
Le crisi politico/istituzionali di alcuni Paesi, soprattutto dell’area sub sahariana sono diventate endemiche, si sono cronicizzate e
sempre più persone sono state spinte a migrare da aree ove le condizioni di estrema povertà e di insicurezza personale costringono
alla partenza. La conseguenza è che sempre di più ci si trova di fronte ad un quadro complesso di flussi misti, provenienti da contesti di guerra, transizioni politiche ed economiche di paesi al sud del mediterraneo fino all’area sub-saheliana.
La rotta del Mediterraneo Centrale – con partenze dalle coste occidentali dell’Egitto fino alla Tunisia e approdi sulle coste calabre, siciliane e in minor misura maltesi – è stato recentemente il principale canale di ingresso dei flussi migratori irregolari diretti via mare verso l’Europa. Nel 2008, anno emblematico, sono giunte sulle coste italiane circa 37.000 persone provenienti in prevalenza da Nigeria, Somalia ed Eritrea, fuggite da condizioni di estrema povertà e da situazioni caratterizzate dal mancato rispetto dei diritti umani, con uccisioni, torture ed altri maltrattamenti. In questo stesso anno le domande di protezione internazionale presentate sono state circa
31.000, così come nel 2010, la maggior parte delle persone che hanno presentato domanda di protezione internazionale provenivano dall’Africa, Europa e Asia mentre, nel 2011, l’aumento delle domande è dovuto in particolare a quella che è stata comunemente definita “emergenza Nord Africa”, con i grandi flussi
migratori seguiti ai moti di indipendenza nati all’interno dei movimenti della Primavera Araba.
Attualmente, in ragione dell’aumento dei flussi, della loro composizione nazionale (cittadini in fuga dal Corno d’Africa, da altre
aree di crisi e conflitto dell’Africa Subsahariana, dalla Siria) e delle difficili condizioni del viaggio, questa rotta – e in particolare la sua
componente libica – si caratterizza ormai in maniera preminente per la presenza di cittadini bisognosi di protezione internazionale
(38.000 richieste di asilo in Italia nel corso del 2014) e di migranti appartenenti a categorie vulnerabili (minori, vittime di tratta) o
in condizione di estrema fragilità dovuta alle privazioni e alle vessazioni subite durante il viaggio.

Tratto dal
Manuale operativo richiedenti/titolari di protezione internazionale e vittime di tratta – 2015

Il titolare di protezione internazionale

La Convenzione di Ginevra definisce rifugiato colui che “…temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione,

nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova al di fuori del Paese di cui è cittadino
e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese, ovvero che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori dal Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

(art.1)
Nel tempo i diversi Stati hanno applicato la Convenzione di Ginevra, in modo spesso difforme, per introdurre dei correttivi a tali disomogeneità e per uniformare le procedure. Per il riconoscimento del diritto di asilo il Consiglio Europeo ha promosso la riunione straordinaria di Tampere nell’ottobre del 1999, che si è conclusa con l’adozione di due strategie: a breve e a lungo periodo. La prima prevede l’adozione di norme comuni volte al consolidamento di procedure “eque ed efficaci” in tutti gli Stati, la seconda contiene
la previsione dell’adozione di una procedura comune valida in tutta l’Unione. Da allora si sono succedute numerose Direttive
e interventi normativi.

La procedura di richiesta asilo
La disciplina dell’iter di una domanda di asilo è contenuta nella Direttiva 2013/32/UE, la cosiddetta “direttiva procedure” (tale Direttiva, che sostituisce la precedente direttiva 2005/85/CE non è ancora stata ratificata dal nostro Paese. Se questo non dovesse avvenire nel frattempo diverrà operativa dal 21 luglio 2015). In particolare la Direttiva definisce le modalità per presentare la domanda, del suo esame, l’assistenza al richiedente asilo, l’assistenza legale gratuita, le garanzie per i minori non accompagnati, le modalità di ricorso in caso di diniego, se il ricorso consenta all’interessato di soggiornare sul territorio, come procedere in caso di irreperibilità del richiedente o come gestire le domande reiterate.
Di rilievo le garanzie per lo svolgimento delle attività dell’UNHCR.
• La presentazione della domanda di asilo, secondo la Direttiva 2013, può essere presentata alla “polizia di frontiera ovvero
alla Questura competente per il luogo di dimora”. Alla domanda consegue il divieto, per le autorità degli Stati, di informare le autorità diplomatiche o consolari del Paese di provenienza circa la presenza del cittadino straniero sul territorio dello Stato.
• Si procede dunque al foto segnalamento e alla rilevazione delle impronte digitali che vengono inviate alla banca dati Eurodac (Il regolamento Eurodac, Regolamento UE n. 603/2013, ha istituito una banca dati della UE per le impronte digitali dei richiedenti asilo. Quando una persona chiede asilo, ovunque si trovi nella UE, le sue impronte digitali vengono trasmesse al sistema centrale dell’Eurodac). Questo consente di determinare lo Stato membro competente all’esame della domanda di asilo (regolamento
Dublino III) e se la competenza si radica in un altro Stato membro può essere disposto il trasferimento del richiedente.
• Si procede alla verbalizzazione della domanda
da parte del funzionario di polizia utilizzando un modulo definito (modello C3) per la raccolta delle informazioni anagrafiche.

• In questa sede il richiedente asilo ha diritto ad allegare, alle sue dichiarazioni, ogni documentazione che ritenga utile a conforto dell’istanza, quali ad esempio la documentazione in suo possesso in merito alla sua età, condizione sociale, anche dei congiunti, se rilevante ai fini del riconoscimento, identità, cittadinanza, Paesi e luoghi in cui ha soggiornato in precedenza, itinerari di viaggio,
documenti di identità e di viaggio, nonché i motivi della sua domanda di protezione internazionale (art. 3 D.Lgs. 251/2007).
• Caratteristica fondamentale dell’audizione è in primis l’aspetto individuale, cioè il richiedente ha diritto che la sua richiesta venga esaminata in base alla sua storia personale. Per questo ha facoltà di
presentare memorie e ulteriore documentazione in ogni fase del procedimento, ha diritto a ricevere tutti gli atti ed i documenti tradotti a lui indicati e di essere assistito da un interprete. Ha inoltre facoltà di essere assistito da un legale e di accedere a tutti gli atti e
documenti del procedimento.
• Dovere della Commissione, oltre ai compiti istituzionali, è quello di acquisire informazioni aggiornate sul Paese d’origine e che le informazioni raccolte nel procedimento restino riservate e non vengano divulgate. La legge 146/2014 ha apportato alcune significative modifiche in materia. Tra queste di rilievo quella che riguarda il colloquio personale. Viene formalizzato che venga svolto davanti a un solo commissario, con specifica formazione e, ove possibile, dello stesso sesso del richiedente. Il commissario che svolge il colloquio personale successivamente dovrà sottoporre la
situazione del richiedente alla deliberazione degli altri membri della Commissione territoriale. Il colloquio personale potrà comunque
svolgersi davanti all’intera Commissione su richiesta dell’interessato
o del presidente della Commissione territoriale.
• Lo status di rifugiato è accertato:
a) con la decisione della Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale competente
per territorio (art. 32, d.lgs. n. 25/2008);
b) con la sentenza pronunciata dal giudice ordinario che accoglie il ricorso presentato dall’interessato contro la decisione della Commissione che abbia rigettato l’istanza di riconoscimento dello
status. Il riconoscimento dello status di rifugiato comporta il rilascio di un permesso di soggiorno per rifugio della durata di
cinque anni, rinnovabile alla scadenza.

Tratto dal
Manuale operativo richiedenti/titolari di protezione internazionale e vittime di tratta – 2015

I diritti del rifugiato

Le normative comunitarie e quelle degli Stati contengono numerose disposizioni volte a sottolineare e promuovere la parità di trattamento con i cittadini dovuta ai rifugiati.

L’accesso al lavoro
I titolari dello status di rifugiato ed i titolari dello status di protezione sussidiaria hanno diritto al medesimo trattamento
previsto per il cittadino italiano in materia di lavoro subordinato, lavoro autonomo, per l’iscrizione agli albi professionali, per la formazione professionale e per il tirocinio sul luogo di lavoro nonché per l’accesso al pubblico impiego alle medesime condizioni previste
per i cittadini comunitari (L’art. 25, d.lgs. n. 251/2007). Per quanto riguarda i richiedenti asilo il permesso di soggiorno per richiesta di asilo non consente di svolgere attività lavorativa. Tuttavia
se trascorsi sei mesi dal rilascio non è ancora avvenuta la convocazione davanti alla Commissione il permesso di soggiorno
viene rinnovato e consente di svolgere attività lavorativa fino alla conclusione della procedura di riconoscimento.

L’accesso all’assistenza sociale
I titolari dello status di rifugiato, come i beneficiari della protezione sussidiaria, hanno parità di trattamento con il cittadino italiano in materia di accesso all’assistenza
sociale (art. 27, d.lgs. n. 251/2007). A parità con il cittadino italiano il rifugiato (e il beneficiario di protezione sussidiaria) può
chiedere la concessione dell’assegno sociale, della pensione per gli invalidi civili, l’assegno di maternità, l’assegno per il nucleo familiare
con tre figli minori e di ogni altro intervento o prestazione anche economica prevista per i cittadini italiani a livello regionale, provinciale e comunale.

Il diritto alla casa
L’accesso ai benefici relativi all’alloggio previsti dall’articolo 40, comma 6, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, è
consentito ai titolari dello status di rifugiato e di protezione sussidiaria, in condizioni di parità con i cittadini italiani.

L’assistenza sanitaria
I titolari dello status di rifugiato, al pari dei beneficiari della protezione sussidiaria, hanno i medesimi diritti riconosciuti ai cittadini italiani in materia di assistenza sanitaria (art. 27, d.lgs. n. 251/2007 e art. 34 comma 1, lett. b) del d.lgs. 286/98).

L’accesso all’istruzione e il riconoscimento dei titoli di studio
Il diritto all’accesso all’istruzione dei titolari dello status di rifugiato è garantito dall’art. 26 del d.lgs. n. 251/2007, che recepisce letteralmente l’art. 27 della direttiva “qualifiche”. I minori titolari dello status di rifugiato hanno diritto di accedere agli studi di
ogni ordine e grado secondo le modalità previste per il cittadino italiano. I maggiorenni titolari dello status di rifugiato hanno il diritto di accesso al sistema di istruzione generale e di aggiornamento e perfezionamento professionale nei limiti e nei modi stabiliti per gli stranieri regolarmente soggiornanti (art. 26, co. 2, d.lgs. .251/2007). In materia di accesso all’istruzione universitaria il rifugiato ha parità di trattamento con il cittadino italiano, ma nei limiti e nei modi previsti dall’art. 39, d.lgs. n. 286/1998. Per quanto riguarda il riconoscimento di diplomi, certificati ed altri titoli conseguiti dal titolare dello status di rifugiato nel Paese di origine, valgono le stesse regole vigenti per il riconoscimento di titoli conseguiti all’estero dai cittadini italiani. Per il riconoscimento delle qualifiche professionali, dei diplomi, dei certificati e di altri titoli conseguiti all’estero dai titolari dello status di rifugiato o dello status di protezione sussidiaria, la recentissima normativa stabilisce
che le amministrazioni competenti debbano individuare sistemi appropriati di valutazione, convalida e accreditamento per
consentire il riconoscimento dei titoli ai sensi dell’articolo 49 del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394, “anche in assenza di certificazione da parte dello Stato in cui è stato ottenuto il titolo, ove l’interessato dimostra di non poter acquisire detta certificazione” (d.lgs 18/2014).E’  evidente infatti che l’impossibilità di rientro nel proprio Paese e spesso l’assenza di una
rete di riferimento in patria facciano restare sulla carta i diritti di cui sopra compromettendo di fatto un inserimento nel nuovo Stato
di adozione corrispondente alle reali potenzialità del rifugiato.

La libertà di circolazione e soggiorno in altri Paesi dell’Unione Europea
I titolari dello status di rifugiato godono del diritto di libera circolazione sul territorio italiano. Il rifugiato può inoltre circolare liberamente per un periodo di tempo non superiore a tre mesi e senza necessità di visto in tutti gli Stati dell’area Schengen. Qualora, ad esempio per motivi di lavoro, sia necessaria una permanenza più lunga l’interessato dovrà richiedere il visto alla rappresentanza diplomatica e chiedere il “trasferimento di responsabilità” (Strasburgo, 1980).

Cittadinanza italiana
Per il titolare di status di rifugiato sono previsti tempi dimezzati per la richiesta della cittadinanza italiana per naturalizzazione. Potr
quindi fare richiesta dopo 5 anni di residenza in Italia.

Tratto dal
Manuale operativo richiedenti/titolari di protezione internazionale e vittime di tratta – 2015

Giovani ingannati dal consumo del corpo

Ho scritto questo libro per condividere ciò che ascolto e vedo, soprattutto perché la maggioranza degli adulti non sono consapevoli della posta in gioco nell’adolescenza». La belga Thérèse Hargot, classe 1984, si definisce al contempo filosofa, sessuologa e blogger. Dopo il successo incontrato in Francia, è uscito anche in Italia – dov’è già un caso editoriale – il saggio Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)(Sonzogno, 176 pagine, euro 16,50), molto critico verso «i nuovi tabù» e i paradossi esacerbati, secondo l’autrice, dall’irruzione del liberismo commerciale e del materialismo nelle relazioni affettive e sessuali. I rapidi capitoli puntano con un linguaggio diretto a un «risveglio delle coscienze» affrontando temi come il dilagare della pornografia, la contraccezione, i nuovi stereotipi sessuali… Nel testo risuona l’esperienza dell’autrice come animatrice di forum nelle scuole e libera professionista nell’ascolto di giovani e adulti. Per lei i giovani oggi sono «ingozzati di immagini sessuali» e insidiati da una pornografia sempre più diffusa.

Un contesto senza precedenti?
«Con Internet e gli altri nuovi mezzi di comunicazione osserviamo un’esplosione dell’industria pornografica. La pornografia è divenuta accessibile in ogni momento della giornata e a fasce di età anche molto giovani. Ma più in generale, anche al di là dei siti Internet, si tratta pure di una tendenza che condiziona la pubblicità e la televisione. Sui giovani, compresi purtroppo ormai anche i bambini, ciò esercita un’influenza considerevole, imponendo una visione della sessualità come atto di consumo. Il sesso diventa qualcosa che si consuma e l’altro un semplice oggetto di piacere. Si diffonde così una cultura della strumentalizzazione del corpo dell’altro e come oggetto separato rispetto ai sentimenti della persona. L’individuo viene spezzettato attraverso una visione erronea della persona umana, che è invece un unicum fra corpo ed emozioni. Il pericolo crescente è quello del diffondersi di comportamenti che non rispettano più l’interiorità dell’altro e i suoi sentimenti. Ciò è tanto più vero se si pensa che i giovani percepiscono sempre più questa concezione come un insieme di norme alle quali conformarsi. L’industria pornografica diventa un vettore di nuove norme. È un problema della società, più che individuale, e richiederebbe interventi ben più decisi dei poteri pubblici».

L’educazione affettiva dei giovani diventa un’impresa sempre più difficile?
«Da una cinquantina d’anni si è fatta molta informazione, ma informare non equivale a educare. Educare significa fare in modo che i giovani possano divenire uomini e donne liberi, dunque capaci di scegliere ciò che corrisponde al loro bene. Nel contesto odierno, occorre in effetti moltiplicare gli sforzi per aiutare i giovani a entrare in relazione con gli altri sul piano personale. In molti Paesi si parla di sessualità nelle scuole solo dal punto di vista dell’igiene, in particolare a proposito dell’uso del preservativo e dell’accesso alla pillola contraccettiva. Ma per gli adolescenti le grandi questioni divoranti sono altre: cosa significa divenire un uomo e una donna? Qual è il senso della vita? Cosa significa amare? Ed essere liberi e consenzienti? Su tutte queste domande l’istituzione scolastica e spesso anche genitori non trovano il tempo o il modo per fare vera educazione. Ma è questa la posta in gioco fondamentale. Per lo sviluppo dei giovani come persone l’informazione è importante, certo, ma resta comunque secondaria rispetto all’educazione».

Lei parla delle nuove dipendenze e delle ansie connesse alla pornografia. Vede un disagio psichico che rischia di accrescersi? «Viviamo in una società che sollecita in modo abnorme la pulsione sessuale, perché permette di vendere attraverso la pubblicità o altri strumenti, come i nuovi siti d’incontri specificamente pensati per trovare partner in discoteca. Ciò spinge ad esempio a un uso crescente della sessualità come semplice mezzo per sfogare lo stress, provocando malesseri di vario tipo. Si consuma sesso in modo compulsivo come si prende un sandwich al fast food. Ciò rischia in modo crescente di trasferirsi anche nella vita delle coppie, comprese quelle sposate».

Queste tendenze consumistiche hanno riflessi su contraccezione e aborto?
«In Paesi come la Francia si è diffusa la credenza secondo cui la pillola contraccettiva risolverebbe ogni problema legato alla sfera della sessualità, mentre questa dovrebbe implicare sempre la consapevolezza delle proprie responsabilità. Oggi ci si rende sempre più conto che i tentativi di banalizzazione della sessualità attraverso la contraccezione e l’aborto si sono trasformati in un fallimento, basti pensare a certe epidemie di malattie trasmissibili sessualmente. Al contrario, occorrerebbe responsabilizzare di più spiegando soprattutto ai giovani che la sessualità non è un gioco. Ma a livello delle politiche pubbliche troppo spesso le scelte compiute sono state dettate da concezioni ideologiche di stampo libertario. E proprio per questo non si è riusciti a rispondere ai veri problemi».

Vede un nesso di questa cultura anche con la maternità surrogata? «Esiste un continuum che dalle politiche di diffusione della contraccezione ha condotto fino alla maternità surrogata. In fondo, il messaggio resta sempre lo stesso: il bambino solo se lo voglio, quando lo voglio, con chi voglio. La surrogata porta alle estreme conseguenze un simile approccio, permettendo di annientare ogni barriera possibile alla realizzazione di questo progetto. Si tratta della stessa ideologia che dissocia sessualità e procreazione. Questo pone interrogativi cruciali alle femministe libertarie, rivelando spesso le contraddizioni soggiacenti alla loro concezione. Trattare la maternità surrogata come una questione separata impedisce in realtà di cogliere la continuità con le politiche sanitarie che l’hanno preceduta».

di Daniele Zappalà – Avvenire

Lo status di rifugiato

Gli elementi per il riconoscimento dello status di rifugiato sono:
1) il timore “fondato” che deve accompagnarsi all’elemento della “fondatezza”;
2) la persecuzione. (vedi art. 7 d.lgs. n. 251/2007).
Non è sufficiente la presenza di atti persecutori poiché occorre che questi siano riconducibili ai motivi indicati dalla Convenzione di
Ginevra. Tali atti, così configurati, sono in grado di produrre una grave violazione dei diritti umani e possono assumere molteplici forme che si integrano con l’evoluzione dei fenomeni migratori
e geopolitici. Tra questi:
a) atti di violenza fisica o psichica, compresa la violenza sessuale;
b) provvedimenti legislativi, amministrativi, di polizia o giudiziari, discriminatori per loro stessa natura o attuati in modo discriminatorio;
c) azioni giudiziarie o sanzioni penali sproporzionate o discriminatorie;
d) rifiuto di accesso ai mezzi di tutela giuridici e conseguente sanzione sproporzionata o discriminatoria;
e) azioni giudiziarie o sanzioni penali in conseguenza del rifiuto di prestare servizio militare in un conflitto, quando questo potrebbe
comportare la commissione di crimini, reati o atti che rientrano nelle clausole di esclusione di cui all’articolo 10, comma 2;
e-bis) azioni giudiziarie o sanzioni penali sproporzionate o discriminatorie che comportano gravi violazioni di diritti umani
fondamentali in conseguenza del rifiuto di prestare servizio militare per motivi di natura morale, religiosa, politica o di appartenenza
etnica o nazionale;
f) atti specificamente diretti contro un genere sessuale o contro l’infanzia. Tra i primi rientrano ad esempio i matrimoni forzati,
le mutilazioni genitali femminili, la violenza di genere (in senso lato), gli stupri di massa e le gravidanze forzate, la segregazione, la tratta
e lo sfruttamento, la negazione dell’istruzione, ogni forma di privazione della libertà. Nei confronti di minori rientrano i matrimoni precoci, il reclutamento dei bambini soldato ecc.
3) L’impossibilità e/o la non volontà di avvalersi della protezione dello Stato di cittadinanza e/o di residenza;
4) La presenza fuori dal Paese di cittadinanza o di residenza abituale. Rispetto a questo elemento, fondamentale ai fini del rilascio, non
è necessario che tale timore sia ragionevolmente sorto durante la permanenza nel Paese d’origine, questo può sorgere anche successivamente all’espatrio.
Tutta la disciplina relativa alle condizioni per la concessione della protezione internazionale è contenuta nella Direttiva 2011/95/UE,
cosiddetta “direttiva qualifiche” (vedi box “Le direttive”).
La stessa prevede una serie di diritti relativi alla protezione contro il refoulement (respingimento), ai permessi di soggiorno, ai
documenti di viaggio e all’accesso all’occupazione, all’istruzione, all’assistenza sociale e sanitaria, all’alloggio e alle misure d’integrazione.

L’obbligo di tutela nasce dal momento in cui l’individuo soddisfa i criteri indicati nell’art. 1 della Convenzione di Ginevra e giunge nel
territorio o si trova nella giurisdizione di uno Stato estero, indipendentemente dall’avvenuto riconoscimento formale da parte dello Stato: “una persona non diventa rifugiato perché è riconosciuta come tale, ma è riconosciuta come tale proprio perché è un rifugiato”.

Tratto dal
Manuale operativo richiedenti/titolari di protezione internazionale e vittime di tratta – 2015

Rifugiati, protezione sussidiaria e diritti

Viene considerata “persona ammissibile alla protezione sussidiaria il cittadino di un Paese terzo o apolide che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno” come definito dall’articolo 15 e che non sia portatore dei motivi di esclusione previsti all’art. 17 (crimini contro la pace, di guerra, contro l’umanità, reati gravi, pericolo per la comunità o la sicurezza ecc.).
Sono considerati dalla Direttiva danni gravi (art.15):
a) la condanna a morte o all’esecuzione;
b) la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine (o di dimora abituale);
c) la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale.
Il permesso di soggiorno è della durata di cinque anni, ed è rinnovabile alla scadenza, “previa verifica della permanenza delle condizioni che hanno consentito il riconoscimento della protezione sussidiaria” (art. 23). Ciò implica di fatto un nuovo, seppur limitato, esame della situazione del richiedente il rinnovo da parte della Commissione circa il permanere delle condizioni che hanno determinato il rilascio dello status.

I diritti

-Unità familiare
Il beneficiario di protezione sussidiaria ha diritto al ricongiungimento familiare alle medesime condizioni previste per il rifugiato.
-Assistenza sanitaria
I titolari dello status di protezione sussidiaria, al pari dei rifugiati, hanno diritto al medesimo trattamento riconosciuto al cittadino
italiano in materia di assistenza sociale e sanitaria.
-L’accesso al lavoro
I diritti dei beneficiari della protezione sussidiaria sono equiparati a quelli dei rifugiati, inoltre il d. lgs n.18/2014 ha riconosciuto ai
beneficiari della protezione sussidiaria anche il diritto all’accesso al pubblico impiego, precedentemente interdetto.
-L’accesso all’alloggio
L’accesso ai benefici relativi all’alloggio è consentito ai titolari di protezione sussidiaria in condizioni di parità con i cittadini italiani
(art.40, comma 6, d.lgs 25 luglio 1998,
n. 286).

Tratto dal
Manuale operativo richiedenti/titolari di protezione internazionale e vittime di tratta – 2015

La grazia di rispettare i fratelli (Ignacio Larranaga)

Signore Gesù, metti un lucchetto alla porta del nostro cuore, per non pensar male di nessuno, per non giudicare prima del tempo, per non sentir male, per non supporre, ne interpretar male, per non profanare il santuario sacro delle intenzioni. Signore Gesù, legame unificante della nostra comunità, metti un sigillo alla nostra bocca per chiudere il passo ad ogni mormorazione o commento sfavorevole. Dacci di custodire fino alla sepoltura, le confidenze che riceviamo o le irregolarità che vediamo, sapendo che il primo e concreto modo di amare è custodire il silenzio. Semina nelle nostre viscere fibre di delicatezza. Dacci uno spirito di profonda cortesia, per riverirci l’uno con l’altro, come avremmo fatto con te. Signore Gesù Cristo, dacci la grazia di rispettare sempre. Così sia.
Ignacio Larranaga

Cinque domande scomode su aborto, eutanasia e contraccezione

#1 Contraccezione: una non alternativa all’aborto

E’ oggi molto diffusa l’idea secondo cui la cosiddetta contraccezione d’emergenza costituirebbe un’alternativa all’aborto.
Su quali basi lo si afferma? Non certo su basi scientifiche, giacché c’è una vera e propria marea di studi che nega espressamente una correlazione tra maggiore contraccezione e contrasto efficace dell’aborto quando non evidenzia addirittura il fatto opposto, e cioè che alla diffusione della contraccezione corrispondono più aborti (Cfr. Scand J Public Health (2012) 40 (1): 85-91; Contraception (2011) 83 (1): 82-87; It. J. Gynæcol. Obstet. (2009) 21 (3): 164-178). Un dato suffragato dal fatto che oltre la metà delle donne intenzionate ad abortire – secondo quanto emerso in alcune ricerche – in precedenza faceva regolare ricorso alla contraccezione (Cfr. Guttmacher Institute (2008) Facts on Induced Abortion in the United States) e dal fatto che un maggior accesso alla contraccezione, anche se forse nell’immediato può arginare i tassi di gravidanza e conseguentemente gli aborti, nel lungo periodo, a causa della mentalità sessualmente disinvolta che indirettamente incoraggia, finisce col favorire un aumento delle gravidanze (Cfr. Working Paper, (2005); 1-38 at 31).
La prova del nove che la contraccezione sia una finta alternativa all’aborto, del resto, ci viene dall’Italia dove la diffusione della contraccezione, rispetto ad altri Paesi, è inferiore eppure si verifica – anche se lieve e molto meno consistente di come viene celebrato – un calo degli aborti; calo che invece non si verifica, ad esempio, in Francia, Inghilterra, Spagna.

 # 2 Eutanasia, un finto diritto

Rilanciato con insistenza dai mass media, quello dell’eutanasia è un finto-problema, paradossalmente sentito più dall’opinione pubblica che dai diretti interessati, vale a dire le persone malate. Infatti, se da un lato l’ormai celebre indagine Eurispes 2007 ha riscontrato che il 67% degli italiani sarebbe favorevole all’eutanasia, ricerche condotte su persone affette da gravi patologie, come per esempio la sindrome locked-in, ha riscontrato in appena il 7% di queste pensieri o intenzioni di morte (Cfr. British Medical Journal Open, 2011). Allo stesso tempo sappiamo che in Olanda, dove la “dolce morte” è legale, solo il 46% delle richieste di eutanasia menziona il dolore, contraddicendo così non solo le raccomandazioni che pongono come condizione per l’eutanasia una sofferenza divenuta non più sopportabile, ma persino la leggenda metropolitana secondo cui la “dolce morte” sarebbe la risposta ad un dolore divenuto insopportabile.

Balle. La verità è che molti pazienti e malati mostrano sintomi di sofferenza psicologica e depressione – li mostra uno su cinque, per esempio, tra i malati di cancro (Cfr. European Journal of Cancer Care, 1998;7(3):181-91), ed abbisognano pertanto, oltre che di cure più efficaci – pensiamo alla “terapia del dolore”, troppo spesso non disponibile -, di maggiore vicinanza. La stessa vicinanza che quanti suggeriscono la comodissima scorciatoia dell’eutanasia si rifiutano di offrire.

 #3 Aborto & stupro

E’ il “caso limite” per eccellenza. Ad ogni buon pro-life, alla fine, viene chiesto questo: ma come diavolo fai ad essere contrario all’aborto pure in caso di stupro?
La questione, per quanto delicata, sul versante morale è in realtà meno complicata di come sembra. Infatti, il tasso di correlazione tra stupro è gravidanza è molto basso – non supera il 5% (Cfr. American Journal of Obstetrics and Gynecology (1996); 175(2):320-4) – e solo l’1% delle donne che ricorre all’aborto lo fa per una gravidanza conseguente ad una violenza (Cfr. Perspectives on Sexual and Reproductive Health (2005); 37(3):110–118). Inoltre, è da sottolineare come l’aborto procurato sia esso stesso una violenza. E’ una violenza contro un figlio che viene eliminato e lo è anche contro la madre che quel figlio perde, incorrendo in tutta una serie di pesantissime ripercussioni sulla propria salute sia sul versante psicologico sia su quello generale, come mostrano i maggiori rischi di mortalità delle donne che abortiscono rispetto alle mamme che partoriscono (Cfr. Medical Science Monitor (2012) 18(9): PH 71 – 76).
Per questo anche quando la gravidanza è conseguente a violenza, la risposta deve rimanere sempre una ed una soltanto: accoglienza, accoglienza, accoglienza.

 #4 L’embrione è un essere umano?

L’embrione è un essere umano, non meno di una donna di 50 anni o di un ragazzo di trenta. Ma cosa ce lo fa dire? Il fatto che io non sia i miei genitori.
Se cerchiamo il vero inizio della vita, stiamo parlando certamente di qualcuno nell’utero materno. E quando tutto è iniziato? Il bambino è stato un feto, il feto un embrione. Tutto sembra derivare da chi lo precede.
Occorre trovare un vero salto qualitativo, in cui c’è una trasformazione in qualcosa di completamente diverso! Questo si trova solo nella fecondazione: l’incontro tra uno spermatozoo e un ovulo.
Da quando io sono “io”? A ben vedere io sono stato “solo” un neonato, “solo” un feto, “solo un embrione… Ma non sono mai stato “solo” uno spermatozoo” o “solo un ovulo”. Quelle erano cellule di mio padre e mia madre, a tutti gli effetti. E io non sono loro, sono io.

 #5 Un figlio con questa crisi?

La gioia della maternità può trasformarsi in panico. Il momento di crisi, però, non sospende i diritti e il sostegno pubblico.
Si può mettere al mondo un figlio anche con la crisi? I congedi dal lavoro, assegni, e supporto da parte del volontariato ci portano a rispondere “Sì” a questa domanda. Lo Stato prevede l’assegno di maternità anche per le mamme che hanno perso il lavoro che in alternativa può essere richiesto anche dal padre. Esistono anche assegni di maternità comunale (L’erogazione degli assegni è gestita dall’INPS) oltre a progetti specifici delle Regioni (Info sul permesso di maternità). Inoltre le mamme in permesso di maternità hanno la garanzia di conservare il loro impiego (Per esempio il progetto Nasko della Regione Lombardia).
Un figlio è un dono ed è anche una sfida, affrontarla insieme è sempre meglio: per questo i Centro di Aiuto alla Vita (cosa sono i CAV) sono pronti a sostenere le future mamme insieme alle associazioni di volontariato del territorio: una rete di solidarietà ovunque disponibile e pronta ad intervenire fornendo l’aiuto necessario per affrontare serenamente la nascita di un bambino.

La salute dell’imperfezione

Che cosa significa sentirsi in salute? Rispondere ai criteri dettati dalla moda irreale e perfezionista dominante oppure accettare l’imperfezione con carità e compassione? Il neonatologo Bellieni risponde…   Dottor Bellieni, in un articolo recentemente pubblicato dall’edizione di ZENIT in inglese Lei ha espresso un’originale visione della parola salute, definendola come lo stato di soddisfazione personale, supportato socialmente.

Perché è importante domandarsi cosa significa davvero salute?Bellieni: Perché il termine salute si accosta troppo spesso all’idea di perfezione fisica e mentale sbagliando! – e questo ha due brutte conseguenze: la prima è che, in fondo, nessuno finisce per essere considerato davvero sano; la seconda è che, allora, tutti sono per forza insoddisfatti. Alla fine la salute, che consideriamo come un diritto, diventa invece un’utopia. Invece la salute è ben altro che un’utopica perfezione e questo ha delle ricadute sociali e politiche.

Ci spiega cosa intende per salute?
Bellieni: Provate a domandarvi quando non sentite di essere sani: vedrete che la risposta non è quella della pubblicità televisiva, cioè quando siete pressoché perfetti (che poi è quella che dà anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Ma sentite di essere sani quando riuscite a fare le cose di tutti i giorni, o le cose che fanno tutti quelli della vostra età. Dunque il vecchio è sano se fa quello che piace fare ad un anziano; il bambino è sano se fa quello che piace fare ad un bambino. Insomma, si è sani se si è soddisfatti di quello che si riesce a fare, non se si fanno cose impossibili e allucinanti.

Dunque anche per il disabile è possibile sentirsi in salute? 
Bellieni: Certo, basta però che non sia un “accontentarsi” o un “rassegnarsi”. Per questo occorre un costante appoggio sociale.

È questa la ricaduta politica? 
Bellieni: Sì, perché gli Stati devono mettere le politiche sociali al primo posto, quando scrivono le leggi finanziarie, mentre recentemente abbiamo notato in molti Paesi tagli gravissimi alle politiche sociali, con proteste dall’Inghilterra all’Italia. C’è poi un altro risvolto di un malinteso senso della parola salute.

Quale? 
Bellieni: Se la salute è il pieno benessere, e se le leggi statali legano l’interruzione volontaria di gravidanza al rischio per la salute (cioè al rischio di perdere qualunque dettaglio della propria vita così come l’abbiamo programmata), è facile giustificare l’aborto come un rischio per la salute. Invece la salute, per essere definita tale, richiede di essere supportata socialmente, cioè di non lasciare nessuno solo di fronte alle scelte difficili della vita. Inoltre, rendere soggettiva l’idea di salute mostra un evidente paradosso che notiamo nel caso dell’aborto legalizzato: è l’unico punto in tutta la medicina in cui la paziente si auto-diagnostica il rischio per la salute e si auto-prescrive la terapia. Ma nel resto della medicina le cose non vanno così: serve oggettività ed esperienza.

Di chi è la responsabilità per recuperare il senso del termine salute e non cedere al soggettivismo e all’insoddisfazione? 
Bellieni: In primo luogo dei mass-media, che legano troppo spesso la soddisfazione o il benessere al consumismo e a tutto quello che ne deriva. E che non mostrano la vera vita e le vere speranze delle persone malate. Penso che basterebbe mostrare lo sport dei disabili con intelligenza, per mostrare a che punte di eccellenza arriva la persona umana quando non è lasciata sola. Invece le Paraolimpiadi sono trasmesse quasi di sfuggita e non le ha viste nessuno. Peccato.

E la politica? 
Bellieni: Può fare molto se riprende a parlare un linguaggio culturale e prepolitico, cioè di benessere vero delle persone, a parlare di sviluppo sostenibile, di difesa della vita debole e di ecologia, tre campi strettamente uniti e che sono curati da scienziati e studiosi che temono il decadimento della civiltà occidentale. Invece spesso la politica finisce col perdere le priorità e insegue più il benessere consumistico di una minoranza che il benessere vero della popolazione, cioè la ricerca di una salute correttamente intesa senza pretese eccessive e consumistiche.

37. La Chiesa lotta contro l’AIDS?

La distribuzione sempre piu’ diffusa di preservativi tra i giovani non e’, purtroppo, un mezzo efficace contro la diffusione dell’AIDS: gli studi mostrano che, quando gli incontri sessuali si moltiplicano, ci si stanca del preservativo. Al contrario, lo sviluppo di un comportamento responsabile, di un’etica dell’amore, sono il miglior baluardo contro la diffusione della malattia.

La Chiesa combatte contro l’AIDS richiamando a questa etica dell’amore. Parla della bellezza dell’amore umano. E’ il Papa , e non personaggio di grido ad aver detto queste parole: «L’uomo non può vivere senza amore… la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non si incontra con l’amore, se non sperimenta…» («Redemtor hominis», 10).

La Chiesa afferma, inoltre, che la sessualità, intesa come rapporto sessuale, è inseparabile dall’amore, e che ha scarso significato se associata ad un gesto di diffidenza, di difesa: il preservativo. Non vi sembra strano dire: «Ti amo, mi dono a te completamenie… però non mi fido e quindi mi premunisco…»? Che ne pensate?

I vescovi di tutto il mondo hanno parlato varie volte dell’AIDS, conoscono bene le situazioni drammatiche e le sofferenze che esso comporta. Hanno detto, tra l’altro: «Il fatto di ridurre la preventione dell’AIDS solo all’uso di metodi profilattici (cioè di prevenzione) è molto discutibile». Anche alcuni preti, impegnati nella lotta contro questa terribile malattia, si sono espressi più volte. Sono di don Piero Gelmini, della Comunità Incontro, le seguenti parole: «L’AIDS non è un mostro, non è la peste del segolo. E’ una malattia che si cura con lÕamore e con la scienza»

Quanto ai malati e ai sieropositivi – cioè coloro che sono portatori del virus senza avere ancora 1 sintomi della malattia – la Chiesa li occoglie e lotta contro il loro isolamento da parte della società, organizzando per esempio in alcune città centri di accoglienza (come la Comunità Promozione Umana di Milano o il CEIS di Roma,…) e servizi di ,assistenza (per esempio il progetto S. Marco del Gruppo Abele di Torino, per le madri tossicodipendenti con figli sieropositivi) ed anche proponendo una pastorale specifica (come 1’«Arché», associazione fondata da padre Giuseppe Bettoni, a Milano, per l’assistenza morale e spirituale delle persone malate di AIDS).

Riassumendo, la Chiesa è per l’amore e per la vita. Essa propone per la prevenzione una strategia più efficace e a lunga portata del preservativo, e più degna dell’amore. Vale la pena di provare a comprendere.

Il preservativo viene di solito presentato come l’unico mezzo di prevenzione contro l’AIDS. Di fronte all’impotenza della medicina che, ce lo auguriamo, sarà solo temporanea, vengono proposte ai giovani misure profilattiche che, attualmente, non sono riconosciute, da alcuni specialisti, come totalmente affidabili. Non significa far correre a questi giovani un rischio enorme? La concezione dell’amore che sta sotto a queste campagne di informazione, non è forse limitata? L’amore non è dono di sé per la felicità dell’altro, dono che comporta fiducia, impegno e fedeltà?

Testimonianza

Michele e Giovanni, 26 e 28 anni, potete dirci come siete diventati sieropositivi?

Michele: Ho avuto una storia caotica. Credo che tutto sia cominciato quando avevo 16 anni. Dopo il trasferimento in un’altra città, mi sono ritrovato da un giorno all’altro lontano dai miei punti di riferimento: amicizie, attività, ecc. Sono caduto in depressione. I rapporti con i miei genitori sono diventati sempre più difficili e mi sono completamente chiuso in me stesso. Poi ho lasciato la mia famiglia per andare a Parigi, dove ho iniziato a frequentare i bar, le saune… ho incontrato degli omosessuali e mi sono lasciato andare.

Giovanni: Anch’io ho lasciato la mia famiglia per un colpo di testa, e sono andato a lavorare in una stazione sciistica, dove ho incontrato una ragazza di Parigi. Mi sono innamorato di lei ed ho voluto raggiungerla; abbiamo iniziato a convivere. Ma volevo sapere tutto della vita. Qualche tempo prima, avevo incontrato sulla Costa Azzurra dei travestiti e avevo passato alcune serate con loro, parlando e fumando. Poi, un giorno, sono passato all’atto. Arrivato a Parigi, ho iniziato ad uscire, a frequentare locali, e una sera, siccome volevo sempre superare gli altri, mi sono ritrovato al Bois de Boulogne. Ero mezzo ubriaco. Alcuni travestiti mi hanno proposto di accompagnarli nel loro appartamento. Abbiamo continuato a bere, ed abbiamo avuto rapporti sessuali. Penso sia avvenuto in quell’occasione.

Come avete reagito quando lo avete scoperto?

Michele: Per me è stato uno choc enorme. Da molto tempo sentivo che dovevo cambiare vita, ma continuavo a lasciarmi andare. Credevo di essere libero perché potevo fare tutto quello che volevo; ho capito allora che questa presunta libertà portava invece alla morte…

Giovanni: Fortunatamente per me, la mia ragazza mi vuole veramente bene e non mi ha piantato. Ma mi sono chiuso completamente in me stesso. Senza lavoro, restavo a casa per ore intere. Poi, un giorno, nella sala di attesa del mio medico, ho trovato il volantino di un centro di accoglienza: «Devi solo bussare alla porta… » e ci sono andato.

 Adesso entrambi avete ritrovato la fede. Casa pensate del vostro passato?

Michele: Per quanto mi riguarda, ora so che cosa mi ha portato a vivere in quel modo: la solitudine e l’orgoglio. Di fatto cercavo l’amore, ma andavo alla sorgente sbagliata. Fin dall’infanzia, sicuramente a causa di una ferita interiore, mi ero chiuso in me stesso. Cercavo l’amore ed allo stesso tempo ne avevo terribilmente paura.

 Che peso può avere l’orgoglio in questi casi?

Giovanni: L’orgoglio porta a chiudersi completamente in se stessi.
Capisco adesso che, quando avevo un problema, non ne parlavo perché pensavo che sarei stato preso in giro e allora mandavo sempre tutto giù.
Se dovessi dare un consiglio ai giovani, direi loro innanzi tutto di abbassare la testa, di non portare i propri pesi da soli, di non cercare di cambiare il mondo. È un’illusione. L’orgoglio è meglio chiuderlo nell’armadio!

 Casa direste, ad esempio, ai giovani ai quali viene offerta della droga?

Giovanni: La droga e l’alcool sono la stessa cosa. Io, per esempio, ho iniziato a fumare spinelli da giovane, intorno ai 14 anni e, ripensandoci, capisco che è da allora che ho cominciato ad andare male a scuola. Per tutta la settimana pensavo al week-end, quando avrei potuto fumare e bere per sentirmi meglio: era come un’evasione! Ma si tratta di una evasione finta. I tuoi problemi e la tua vita non cambiano per niente.

Michele: La mia droga era il sesso. Sì, il sesso può essere una vera e propria droga. Tutta la settimana pensavo alle serate in cui mi sarei divertito e vivevo soltanto per quel momento. Sapevo che mi facevo del male, ma non riuscivo a smettere. Penso che, come diceva adesso Giovanni, la prima cosa da fare quando si è tentati da questo tipo di esperienze, sia parlarne, trovare qualcuno in cui si ha fiducia . un genitore, un amico, un professore, …- e dire tutto subito. Senza vergognarsi. Siamo come siamo. Da soli è impossibile resistere.

Ma non si capisce che non si hanno più vie d’uscita?
Michele: Si sente benissimo che si sta cadendo in un pozzo. Avrei voluto morire, ma continuavo, perché volevo andare fino in fondo.

Anche se questo fondo era la morte?
Michele: Proprio perché era la morte. Sembrava essere la sola liberazione, perché non riuscivo più a risalire la china.

Che cosa pensate dell’omosessualità?
Michele: Adesso posso dire che mi ha distrutto. Può darsi che la mia, adesso, sia una reazione di fronte alla morte che mi minaccia. Non so.

Pensi che un omosessuale possa cambiare tendenza?

Michele: Nel mio caso sì, perché a 16 anni avevo la ragazza. Solo verso i 18 anni ho iniziato a tendere verso gli uomini. E, all’inizio, lo facevo più per trovare un fratello maggiore che altro. Ora penso di sentirmi sessualmente attratto dalle ragazze.

 E con il cuore, ti senti portato verso di loro?

Michele: Sì, credo che avrei molto più bisogno di amare una ragazza con il cuore che in un qualsiasi altro modo. Inoltre, la cosa che mi ha fatto soffrire di più quando ho saputo di essere sieropositivo è stato il pensiero che non avrei potuto avere figli…

Giovanni: Per quanto mi riguarda, passo dire che le mie esperienze omosessuali sono sempre state deludenti sul piano affettivo. L’ultima volta, quella famosa sera al Bois de Boulogne, speravo che il rapporto con quel travestito sarebbe stato anche l’occasione per parlare, per fare conoscenza.
Ma se n’è andato subito dopa, e mi sono ritrovato completamente solo… È sintomatico: fai di tutto per infrangere la tua solitudine e ti ritrovi sempre più solo. Così cominci a fare delle sciocchezze, e ne devi fare sempre di più perché ti senti sempre più solo…

 Che cosa è cambiato con la conversione?

Giovanni: Tutto. Mi ha colpito molto la messa di Natale. E da quel momento tutto si é sbloccato nella mia testa. Sul mie letto di ospedale, con 40″ di febbre, ho scritto una lettera affettuosa a mia madre.
E’ venuta subito a trovarmi in ospedale con mio padre, e ci siamo riconciliati. Ora ho una voglia matta di conoscerli, di volergli bene, perché, di fatto, non li conosco! Un altro dettaglio: mi mangiavo le unghie dall’età di 10 anni per scaricare il mio nervosismo… da tre mesi ho smesso!

Michele: Anch’io sono cambiato: prima ero duro, aggressivo, non mi interessavo per niente degli altri. Adesso ho voglia di conoscerli e di amarli così come sono, anche con i loro difetti.
Ho anche deciso di andare a trovare i malati di AIDS in ospedale. Avrò bisogno di Cristo, perché è su di Lui che scaricherò le mie paure e le mie angosce al pensiero che anch’io diventerò come loro. Ho bisogno di pregare ogni giorno perché, se non prego, ricomincio a fare sciocchezze.

 Come vedete la vostra vita, ora?

Michele: Per me è semplice: so che la mia unica salvezza è l’amore. Solo credendo all’amore avrò il coraggio di vivere. A volte mi dico che non mi ammalerò mai, che tra cinque o sei anni troveranno una cura, e che fin da ora posso rifarmi una vita… Non è niente di sicuro, ma prego per questo.

Giovanni: Siamo malati, forse moriremo presto, ma posso dirvi che siamo felicissimi di vivere, ed è la prima volta che ci capita!

Non e’ questione di pillole. Piu’ amore e conoscenza del proprio corpo

Il traguardo ultimo del mondo è la bellezza,  il punto d’orientazione dello spirito è la bellezza; ciò che provoca all’azione e la soddisfa è sempre questa misteriosa e indefinibile bellezza. Ciò che muove a cantare, ciò che ispira ogni poesia e ogni musica, e ogni impresa, è la bellezza. 

[David Maria Turoldo] 

La scelta dell’argomento di discussione è caduta su un tema caldo e centrale: “Amore & Vita. Questioni di cuore e di ragione. Tracce per un percorso formativo all’affettività e alla sessualità”. Destinatari privilegiati dell’iniziativa: i giovani.

Una visione della sessualità e dell’affettività – quella odierna – che spesso ha mortificato il significato relazionale e complementare della dualità uomo-donna, per indulgere all’individualismo, in cui il consumismo sessuale è diventato il modo ordinario di vivere. Sul piano educativo riteniamo sia infatti necessario riuscire a proporre una visione della sessualità che metta al centro il valore della relazione uomo-donna,della reciprocità e della complementarietà, il rispetto del corpo e il valore della vita umana fin dal concepimento.

L’ambito dei lavori del Gruppo , intitolato “Non è questione di pillole. Più amore e conoscenza del proprio corpo”, ha cercato – non senza difficoltà e con pluralità di vedute – di focalizzare l’attenzione sui cosiddetti “metodi naturali di regolazione della fertilità”, per promuovere, nel contempo, una visione della sessualità centrata sulla relazionalità e contestualmente sulla responsabilità condivisa della paternità e della maternità che non mortifichi la relazione di coppia né la dignità del corpo, soprattutto quello femminile, e sia contemporaneamente in grado di educare all’Amore e di aiutare nelle scelte legate alla procreazione.

L’antropologia di riferimento

Prima di addentrarci nell’approfondimento delle dinamiche di coppia che possono trarre beneficio e giovamento dalla conoscenza della fertilità, è utile ripercorrere brevemente i fondamenti antropologici che sostengono una scelta quale quella relativa all’uso dei metodi naturali di regolazione della fertilità. Fondamenti antropologici ai quali riteniamo di aderire, convinti che il porre al centro la persona in relazione costituisca un valore-cardine sul quale costruire il futuro. Per fare ciò è utile una premessa che inquadri la problematica della sessualità umana nel contesto culturale attuale. Il secolo che ha concluso il secondo millennio ha visto infatti il progressivo modificarsi della concezione relativa alla sessualità umana – una vera e propria “rivoluzione” – in cui la concezione positivista (riduzionismo biologico) e quella funzionalista (“produttività” anche generativa) hanno sostituito il legame sessualità-coniugalità-famiglia: il rifiuto di tale nesso “rompe il legame tra l’amore e la vita all’interno della famiglia e rende del tutto accidentale il fatto della procreazione”. Il legame sessualità-coniugalità-famiglia, che abbiamo appena richiamato, si pone a fondamento della antropologia alla quale invece vogliamo qui riferirci. È l’antropologia personalista che si fonda su valori precisi, ben definiti, che vedono al centro la persona (e non solo la vita), l’uomo e la donna (e non solo la generazione). È – questa – l’antropologia che personalmente abbiamo appreso attraverso la tradizione del Magistero della Chiesa, e di cui i recenti Pontefici (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) ci hanno lasciato pagine insuperate che continuano a nutrire il nostro impegno per la vita, per la dignità della persona, per la conoscenza dell’Amore. Tale antropologia ha il suo fondamento nel rapporto sesso-persona, che ricalca quello di corpo-persona. “L’essere sessuati è, dunque, per l’uomo e per la donna un dato originario, poiché l’esperienza personale non può non passare fin dalla sua origine – cioè la fecondazione – attraverso la mascolinità o la femminilità. L’essere sessuati assume, inoltre, nell’uomo e nella donna una peculiare in quanto si è maschio o femmina in una dimensione e ad un livello diversi che negli animali: la femminilità e la mascolinità della persona, proprio perché espressa nel e dal corpo, porta la densità e la vitalità di tutto l’essere, dello spirito anzitutto, ed è riflesso nella immagine di Dio. […] La sessualità umana non è, quindi, riconducibile ad una cosa o ad un oggetto, ma è conformazione strutturale della persona, una sua struttura significativa prima ancora che una sua funzione”. In quanto componente fondamentale della persona, tuttavia, la sessualità condiziona anche il modo in cui ci si manifesta e relaziona con gli altri: “se la persona è un ‘io’ aperto al ‘tu’, è un ‘essere in relazione’, la sessualità possiede un’essenziale dimensione relazionale. È il segno e il luogo dell’apertura, dell’incontro, del dialogo, della comunicazione e dell’unità tra delle persone tra di loro”.  Come appare lontana e distante questa visione della sessualità rispetto alla visione dominante nel mondo contemporaneo! Siamo consapevoli che il messaggio di una sessualità armonica, che si fonda sulla relazione e sulla reciprocità personale, non collima con il pensiero del mondo nel quale viviamo. Ed allora il rischio che si corre, in ambito educativo e formativo, è quello di proporre una sorta di “etica minima”, di risposte e proposte preconfezionate e tarate su una sorta di standard minimo, quando non addirittura su ciò che pensiamo che i giovani e le coppie vogliano sentirsi dire. Crediamo invece che, proprio per l’adesione a quell’antropologia che pone al centro la persona, e la persona in relazione, sia nostro compito promuovere rilanciare quella “legge della gradualità” che Giovanni Paolo II ci ha tante volte ricordato, dove il messaggio deve essere chiaro e altrettanto chiaro deve essere il percorso che porta alla meta, anche se saranno presenti ostacoli, difficoltà, e necessità di “attrezzarsi” lungo il cammino. La montagna è lassù, con la sua vetta che si erge nel cielo, ed il cammino che porta in cima è lungo, tortuoso, tutt’altro che facile: ma un passo dopo l’altro, con pazienza e costanza, si può arrivare alla meta.

I metodi naturali di regolazione della fertilità

I metodi naturali di regolazione della fertilità, con particolare riferimento al Metodo dell’Ovulazione proposto dai coniugi Billings a partire dagli anni ’60, riteniamo possano essere una via privilegiata per ogni ragazza, per ogni giovane donna e per ogni coppia per “ri-appropriarsi” della conoscenza del proprio corpo, nella convinzione che solo la conoscenza costituisce l’autentico fondamento delle scelte. “Questi metodi possono costituire anche per adolescenti e giovani un’opportunità di conoscere il proprio corpo, i complessi meccanismi che rendono possibile la fertilità e la generazione della vita umana. Ciò assume particolare rilevanza nel processo di maturazione e di strutturazione della personalità, contribuendo ad uno sviluppo armonico dell’identità sessuale e dell’acquisizione di un atteggiamento di responsabilità nei confronti della procreazione”1. E ancora: “La consapevolezza della fertilità ed infertilità della donna ha una particolare rilevanza socio-sanitaria, soprattutto al giorno d’oggi, in cui la medicina si trova sempre più sollecitata ad affrontare le problematiche connesse alla compromissione della capacità procreativa e a cercare soluzioni adeguate al problema. Svariati fattori di tipo sociale, ambientale, comportamentale e biologico contribuiscono, in varia misura, a determinare il preoccupante fenomeno del declino della fertilità. Da ciò emerge la necessità di interventi rivolti alla prevenzione e alla tutela della fertilità stessa, nonché alla ricerca di opzioni alternative alla sua manipolazione, sia per le coppie che desiderano evitare la gravidanza, sia per quelle che la ricercano”.

Siamo consci che questi metodi non sempre vengono presentati in maniera “appetibile” ed immediatamente fruibile, ed invece la loro proposta richiede competenza, disponibilità al confronto, atteggiamento di accoglienza, per consentire a coloro che vi si avvicinano una paziente costruzione della conoscenza e della consapevolezza. Non solo. Spesso, troppo spesso, la proposta dei metodi naturali è stata identificata come una proposta “cattolica”: e ciò indubbiamente non ha contribuito alla sua agevole divulgazione. In realtà “È bene puntualizzare che i metodi naturali non sono un dono semplicemente per i credenti, e anche se forse solo la Chiesa ha investito molto in questa direzione e promosso e sollecitato la ricerca scientifica sui metodi naturali, è senz’altro vero che essi non sono un prodotto della Chiesa, né una sua invenzione. I metodi naturali, infatti, poggiano originariamente e originalmente sulla struttura stessa dell’essere umano, sulla sua differenza di maschile e femminile, e sulla dinamica naturalmente inscritta nell’unica verità della sessualità coniugale possibile, quella tra uomo e donna, in ogni suo atto. In questo senso Humanae Vitae non fa che riconoscere quello che da sempre appartiene all’essere umano, ad ogni essere umano e alla coppia, il che significa che la proposta dei metodi naturali è per tutti e a disposizione di tutti, in altre parole e con un linguaggio moderno è laica e aconfessionale. In tale direzione il rifiuto della contraccezione non è banalmente un divieto incomprensibile e disumano, ma la logica conseguenza del grande ‘sì’ detto alla pienezza e bellezza dell’amore. Il metodo naturale altro non è che l’apprendimento dell’alfabeto in cui è scritta la fisiologia della sessualità umana”. Tale conoscenza da sempre si estrinseca attraverso una figura-chiave, centrale nell’apprendimento dei metodi naturali, l’insegnante. È una figura altamente professionalizzata, che unisce alla conoscenza degli aspetti scientifici del metodo che propone, anche quella relativa agli aspetti antropologici, sessuologici, pedagogici e didattici; è una persona che svolge questa attività con spirito di servizio, in grado di instaurare una relazione proficua con la donna e la coppia, di suscitare e potenziare le motivazioni all’uso dei metodi naturali, di osservare il segreto circa il contenuto delle comunicazioni e delle confidenze raccolte durante l’insegnamento. L’insegnante segue la coppia come una compagna di viaggio, in tutte le situazioni clinicamente rilevanti della vita fertile della donna. Nel caso del metodo Billings, poi, la figura dell’insegnante è sempre una figura femminile, nella consapevolezza della necessità di poter insegnare qualcosa di cui si fa contemporaneamente esperienza diretta.La costruzione della conoscenza e della consapevolezza fa parte di quel processo di educazione nel quale – come adulti – ci sentiamo fortemente impegnati, ora più che mai.

“Educare significa agire sulla persona che accoglie, sulla sua libertà e responsabilità, sulla sua intelligenza e volontà […] in una parola, sull’atteggiamento, sul ‘prima’. È necessaria una ‘pedagogia’ che non solo porti a riconoscere i valori, ma che incida sui comportamenti: ‘l’opera educativa, che aiuta l’uomo ad essere sempre più uomo, lo introduce sempre più profondamente nella verità, lo indirizza verso un crescente rispetto della vita, lo forma alle giuste relazioni tra le persone’. […] In questa prospettiva, l’elemento pedagogico da riscoprire, in varie fasi della vita, è lo speciale legame persona-fecondità. […] Il processo educativo che porta alla comprensione del legame persona-fecondità è aiutato, in questa fase, dalla scoperta del corpo. Esso, in quanto sessuato, incarna in sé il processo che porta all’origine della Vita, tanto importante da essere considerato come l’elemento che definisce, quantomeno sul piano biologico, la sopraggiunta maturità sessuale. Tutto, nella fisiologia del cosiddetto apparato riproduttivo, porta i segni di quel disegno di fecondità che è strettamente incarnato nella persona. Si tratta di accogliere il legame sessualità-fecondità; e il punto di partenza è la conoscenza di sé e il rispetto del corpo e della sessualità come ‘luogo’ nel quale il valore della vita è intimamente legato al valore dell’amore; sono queste quelle ‘radici’ dalle quali il rispetto per la vita germoglia”.

Metodi naturali e relazione di coppia

Qualcuno ritiene che la proposta dei metodi naturali di regolazione della fertilità, poiché prevede una “regolarità” della vita di coppia, sia oggi una proposta anacronistica, fuori dal tempo, e addirittura irresponsabile. Infatti, secondo costoro, si dovrebbe suggerire una modalità di approccio alla vita sessuale che possa ridurre al minimo il rischio del concepimento – se non addirittura evitarlo – partendo dal presupposto che la promiscuità sessuale e l’esercizio della sessualità genitale fanno ormai parte di un costume diffuso e dominante. Di modo che la possibilità di vivere una fruttuosa vita di coppia sarebbe improponibile nel contesto culturale e sociale odierno. Certo, nessuno pensa che tale situazione possa essere agevolmente raggiunta: e chi vive la vita di coppia lo sa molto bene quanto sia impegnativo! Ma che non sia possibile presentarla come meta e traguardo cui tendere, ci sembra veramente un deprezzamento della fatica di tanti che camminano in tale direzione, e contemporaneamente della bellezza dell’Amore vissuto come relazione intensa e profonda. Il secolo che ha concluso il Secondo millennio è stato caratterizzato da una deriva sociale e culturale in cui sono emerse e, per così dire, sono state “normalizzate” alcune realtà che dovremmo invece definire inquietanti: pensiamo alla piaga dell’aborto, alle tecnologie sempre più esasperate applicate alla riproduzione umana, all’indifferentismo sessuale, del quale proprio in questo inizio di Terzo millennio scopriamo le esasperazioni più estremizzate. Non è questa la sede per analizzare compiutamente le cause di tale deriva socio-culturale, ma certo esse si incrociano con il processo di secolarizzazione che ha attraversato impetuoso il Novecento appena concluso, il cui retaggio di ideologie – non ultima l’ideologia del gender – ci siamo portati nel nuovo millennio. Qui ci basta rilevare come almeno una parte della responsabilità della presenza di realtà così inquietanti nel nostro tempo è legata proprio ad una visione del corpo e della sessualità che ne esalta gli aspetti edonistici senza prendere in considerazione alcuna idea di progettualità condivisa né alcuna prospettiva di responsabilità.

Nell’ambito della vita di coppia, la proposta dei metodi naturali consente alla coppia, agli sposi, di far crescere il dialogo e la comunicazione reciproca, di vivere l’intimità con naturalezza e spontaneità, di rispettare reciprocamente le differenze e di esaltare la complementarietà, di condividere la forza ed il dono della sessualità. La donna, poi, acquista maggior fiducia in se stessa, rafforza la stima di sé e nei confronti del coniuge che la rispetta nei suoi tempi e nella sua ciclicità. L’uomo, infine, condivide in maniera totale la responsabilità di un concepimento scelto in maniera “coniugale”, o la scelta di rinviare l’occasione della trasmissione della vita. Va ricordato, inoltre, che la scelta dei metodi naturali ha una duplice applicabilità: nella ricerca della gravidanza o nella possibilità di rinviarla. Tali metodi infatti, “proprio attraverso il rigore scientifico di primissimo livello che oggi hanno potuto raggiungere, se da una parte permettono il rinvio e la distanziazione delle gravidanze, favoriscono altresì la ricerca della gravidanza, mostrando ancora una volta – insieme alla loro altissima efficacia tecnico-scientifica– di essere a disposizione della dilatazione della generosità delle coppie, e concretamente di un amore che è aperto all’accoglienza del figlio, quale frutto dell’amore”. I metodi naturali possono essere proposti dunque non solo alle coppie ma anche alle singole donne, alle giovani e alle ragazze, che nell’approfondimento della conoscenza della propria corporeità conquistano uno spazio di dignità e di emancipazione incommensurabile. Oggi lo sviluppo puberale ed adolescenziale è quanto mai complesso e problematico, spesso per mancanza di modelli affettivi di riferimento credibili e le ragazze manifestano i disagi psicologici e relazionali con somatizzazioni organiche. Inoltre il difficile raggiungimento dello sviluppo ormonale del ciclo ovarico permette di evidenziare patologie ovariche disfuzionali legate alla crescita. In tutte queste situazioni la conoscenza della propria fertilità, segnatamente attraverso il Metodo dell’Ovulazione Billings, permette alla ragazza e alla giovane donna la acquisizione di elementi utili da un punto di vista diagnostico e terapeutico, e contemporaneamente contribuisce a rasserenarla circa l’evoluzione di ciò che viene percepito come disturbo e/o alterazione. Per questi motivi riteniamo che la proposta che abbiamo qui sopra sintetizzata possa essere di grande aiuto alle donne e alle coppie, nella certezza che solo attraverso la conoscenza di sé e dell’altro potrà finalmente ritenersi compiuto il processo di maturazione e di “liberazione” dell’universo femminile, inseguito fino ad oggi come miraggio individualistico ed invece vero e proprio strumento di emancipazione sociale ed umana. I giovani e gli educatori che abbiamo incontrato durante il Convegno cui abbiamo fatto cenno all’inizio di questo nostro contributo, nell’ambito dei lavori del Gruppo, hanno manifestato sincero interesse per la proposta che abbiamo formulato e, pur dovendosi distinguere le diverse posizioni e le diverse opinioni sulla questione, hanno chiesto di poter approfondire ulteriormente le informazioni e le proposte che abbiamo presentato, comprendendo il valore delle prospettiva educativa che c’è dietro la conoscenza dei metodi naturali di regolazione della fertilità. Siamo consapevoli che la prospettiva che qui abbiamo voluto riproporre non sia sempre condivisa, anzi i venti contrari soffiano con insistenza e con tenacia, e ci faranno faticare non poco: ma ci sentiamo anche confortati dall’invito – contenuto in una poesia-meditazione di San Giovanni Paolo II – che sentiamo davvero nostro: “Se vuoi trovare la sorgente, devi proseguire in su, controcorrente”.

di Emanuela Lulli* e Paolo Marchionni **

*Ginecologo, Medico di Medicina Generale, Pesaro; consigliere, segretario nazionale Associazione Scienza & Vita.
** Dirigente medico legale, ASUR Marche, Area Vasta n. 1 – Pesaro; consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita.

Torino, la città più ricca di servizi per i senza dimora

In Piemonte le persone senza dimora sono 2.259 di cui 1.729 vivono a Torino. Sul totale del campione nazionale, rappresentano rispettivamente il 4,5% e il 3,4%. Percentuali contenute se si raffrontano i dati con quelli di città del Nord come Milano ma anche con la stessa Firenze che supera Torino numericamente in termini di presenze registrate nei servizi.

In linea con il dato nazionale, l’84,5% delle persone senza dimora a Torino è maschio, età media 46 anni, da 2 vive per strada e vive solo nella quasi totalità dei casi. L’evento scatenante la condizione di senza dimora è la separazione dal coniuge e/o dai figli (74%), ma è anche un problema di perdita del lavoro stabile (70%), mentre la malattia non ha una rilevanza numerica significativa. Il 65,5% delle persone senza dimora che vive a Torino dichiara di non avere un lavoro e di non svolge nessuna attività remunerata. La rete dei servizi mensa e dormitorio è ben fornita (sono 73 e sono aumentati rispetto al 2011 quando erano 63); ed è frequentata, ben l’81,9% delle persone incontrate ha pranzato almeno una volta a mensa e il 71,5% ha dormito in una struttura di accoglienza notturna.

Torino è stata l’unica città italiana con una significativa consistenza del fenomeno homelessness nella quale è stato possibile portare avanti il primo studio di fattibilità sulle Unità di Strada (UdS), grazie al buon livello di coordinamento e organizzazione con la quale questa attività viene svolta nel territorio comunale. Delle 229 Unità di Strada censite dall’Istat in Italia, 20 si trovano in Piemonte (8,7% del totale) quasi tutti operanti nella città di Torino. Obiettivo di questa indagine era quello di ampliare la conoscenza del fenomeno homeless intercettando anche le persone senza dimora che non si rivolgono ai servizi e, di fatto, le persone senza dimora contattate dalle Unità di Strada che non frequentano mense né accoglienze notturne sono state 63, ovvero il 3,5% delle persone senza dimora che vivono a Torino (1.792) e che sono state censite presso i servizi. Se in tale stima si includono anche le persone senza dimora che non hanno fornito le informazioni (ipotizzando che siano tutte persone che non frequentano mense né accoglienze notturne) la percentuale sale al 4,7%.

Le persone senza dimora intercettate dalla Unità di Strada hanno dunque caratteristiche diverse dal campione di riferimento: chiaramente dormono più spesso per strada (soprattutto luoghi all’aperto, stazioni o automobili), sono in gran parte italiani (circa la metà) e più spesso non hanno mai formato legami familiari; molto raramente lavorano e una parte decisamente elevata non ha mai lavorato. Infine, più frequentemente presentano problemi di dipendenza, soprattutto da alcool.

Una percentuale che sebbene circoscritta fa ancora più riflettere, proprio per la gravità della situazione esistenziale nella quale queste persone continuano, nonostante tutto e tutti, a vivere.

Prostituzione Indoor: per chi e perchè?

Alcuni dati da una ricerca del Gruppo Abele sul tema della prostituzione al chiuso.

La prostituzione Indoor (al chiusi) è per clienti impauriti, che vogliono disporre di più tempo che in strada e sentirsi tutelati. Per clienti dai 18 ai 70 anni, in gran parte italiani di ceto medio-alto, come li hanno definiti le donne incontrate nei progetti.
Pochi stranieri tra i clienti, non graditi alle donne e alle transessuali che si prostituiscono al chiuso, perché dalle stesse definitipiù violenti e meno facoltosi economicamente”. Tra gli italiani molte richieste di coppie per un incontro a tre e alcune richieste di clienti che vogliono, specificatamente incontri con minorenni credendo che la giovane età li preservi dal rischio di contrarre l’Aids…

Perché i clienti si sentono poco sicuri in strada e temono di essere intercettati dalle Forze di Polizia, e quindi temono il controllo, la multa e di finire sui giornali. La strada diventa allora pericolosa. La casa, il “chiuso”, più tutelante. E allora, anche se agganciano in strada, chiedono più di prima di appartarsi al chiuso. 

La conseguenza è stata quindi che la strada è rimasta il luogo privilegiato dell’incontro, la vetrina più efficace e frequentata. A parte una iniziale contrazione della presenza, i numeri sulla strada sono tornati progressivamente ad essere gli stessi. Ma al chiuso, soprattutto in seguito a queste politiche, il fenomeno ha avuto un’impennata che ha portato la prostituzione indoor a una radicalizzazione e a un’estensione sull’intero territorio nazionale..

A cura di Mirta Da Pra Pocchiesa, giornalista, responsabile del Progetto prostituzione e tratta del Gruppo Abele.

NOTA:
se venite a contatto con donne che si prostituiscono in casa e hanno bisogno di aiuto non esitate a chiamare la Polizia o i Carabinieri per liberarle.