Giornata neonato pretermine. Bellieni: il feto e’ un bambino

baby-in-wombNel mondo ogni anno circa 13 milioni di bambini nascono prematuri, ma migliora la loro possibilita’ di sopravvivenza grazie alle terapie intensive neonatali. Al neonato pretermine è dedicata l’odierna Giornata celebrata a livello mondiale. Paolo Ondarza ha intervistato Carlo Valerio Bellieni, neonatologo presso l’Ospedale Universitario Le Scotte di Siena: R. – Si parla di bambino prematuro quando nasce prima di 37 settimane. D. – Quale incidenza ha il fenomeno dei bambini prematuri all’interno delle nascite a livello generale? R. – Bassa perché ormai si riesce a contenere la nascita prematura con sistemi medici sempre più avanzati. In tanti Paesi occidentali, negli ultimi anni, il fatto di avere un figlio in un’età avanzata, magari ricorrendo a tecniche farmacologiche di inseminazione, aumenta il rischio di avere un bambino prematuro.

  1. – E’ migliorata negli ultimi anni la possibilità di sopravvivenza per i neonati pretermine? R. – Pensi che nel 1970, prima dei sei mesi di gravidanza era difficile che un bambino che nasceva poteva aver speranza di sopravvivere. Adesso bastano 23, 24 settimane di gravidanza perché si possa sperare ragionevolmente che il bambino possa sopravvivere: sempre con dei rischi, però si sono fatti grandissimi passi.
  2. – Dopo quanto tempo si può dire che un bambino nato prematuro sarà in grado di condurre una vita normale? R. – Questo dipende da bambino a bambino. Purtroppo sappiamo che i bambini prematuri hanno gravi rischi di avere problemi di salute sia a breve termine sia a lungo termine. Diciamo che nei primi giorni di vita, soprattutto al momento della nascita, non si può assolutamente essere sicuri di niente. E’ una cosa che si vede con lo svilupparsi dell’età e con lo svilupparsi dei progressi che farà. I primi danni cerebrali si possono vedere dopo una ventina di giorni dalla nascita, non prima, prima si possono avere soltanto degli indizi.
  3. – C’è una sufficiente attenzione dal suo punto di vista, verso il tema del bambino nato pretermine a livello di opinione pubblica? R. – Purtroppo penso di no, c’è ancora molta disinformazione. Inoltre c’è una banalizzazione del fatto che uno può far figli a qualunque età. Questo purtroppo non è vero perché con l’età avanzata aumentano i rischi e questo è bene che le persone lo sappiano.
  4. – Età avanzata delle madri, delle gestanti, e anche aumento delle gravidanze medicalmente assistite tra le cause delle nascite pretermine… R. – Sì perché noi sappiamo che queste gravidanze spesso hanno un tasso maggiore della norma di bambini che sono gemelli e questo è uno dei fattori di rischio per nascere prematuri.
  5. – Parlare di neonati pretermine porta inevitabilmente ad una riflessione sul valore della vita intrauterina, quindi ha delle ricadute anche sul dibattito relativo all’interruzione volontaria di gravidanza… R. – Certo, prima di tutto perché la legge italiana dice che quando il feto può sopravvivere al di fuori dell’utero della mamma, la gravidanza non può essere interrotta volontariamente. Quando la legge 194 (sull’interruzione volontaria di gravidanza) fu fatta nel ’78 i bambini non sopravvivevano prima di 26 settimane adesso sopravvivono a 22, 23 settimane quindi il limite per fare l’interruzione di gravidanza deve essere necessariamente, in ottemperanza alla legge, anticipato. Detto questo con la nascita di un bambino prematuro che pure è un fatto faticoso per i genitori, ci rendiamo conto della bellezza della vita: questi bambini, che sarebbero rimasti ancora per alcuni mesi dentro la pancia della mamma, hanno una loro capacità di interagire, sentono il dolore – e quindi noi abbiamo l’obbligo grandissimo di non farglielo sentire – sentono i suoni, i rumori. Quello che prima noi potevamo soltanto immaginare che faceva un feto dentro la pancia della mamma, adesso lo vediamo. In realtà, la distinzione tra feto e bambino è una distinzione che ha realmente pochissimo senso: il feto è un bambino che ancora è dentro la pancia della mamma, il bambino è un feto che è uscito dalla pancia della mamma. Pensiamo soltanto al paradosso che ci sono dei feti arrivati alla fine della gravidanza che ancora dentro la pancia della mamma pesano 4 kg e ci sono bambini prematuri che pesano 4 etti. Quindi un bambino può arrivare a pesare 10 volte meno di un feto!
  6. – Celebrare la Giornata internazionale del neonato pretermine vuol dire anche interrogarsi su questo? R. – Certamente, non ci deve essere nessun criterio di differenza di trattamento tra un paziente di 50 anni e un bambino prematuro che pesa 5 etti. Vatican Radio

Preghiera per i momenti di depressione (Ignacio Larranaga)

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Improvvisamente un’immensa pesantezza è caduta su di me, e non so dove fuggire. Non ho più voglia di vivere. Dove sei Signore? Trascinato senza vita, verso un deserto immobile, soltanto ombre circondano le mie frontiere. Come posso uscirne? Pietà di me, mio Dio…

Come una città assediata, mi circondano, mi opprimono, mi soffocano l’angoscia, la tristezza, l’amarezza, l’agonia. Come si chiama tutto questo? Nausea? Tedio della vita? …Non dimentico, Gesù, Figlio di Dio e servo del Padre, che là, nel Getsemani….il tedio e l’agonia ti oppressero fino a farti versare lacrime e sangue.

Una pesante tristezza di morte inondò la tua anima, come un mare amaro…Ma tutto passò! Io so, che anche la mia notte passerà. So che squarcerai queste tenebre, mio Dio, e domani spunterà la consolazione. Cadranno le grosse mura e di nuovo potrò respirare. La mia anima sarà visitata e tornerà a vivere…

Grazie, mio Dio, perché tutto è stato un incubo, soltanto l’incubo di una notte che è già passata. Adesso donami pazienza e speranza. E si compia in me, la Tua volontà, mio Dio. Amen.
Ignacio Larranaga

Eutanasia: una definizione in tre punti

morte-dolce_eutanasiaPer il Glossario di Bioetica, “morte dolce” ha finito coll’indicare il “dare la morte ad un soggetto con prognosi infausta”, anche se non e’ detto che “morte rapida” sia sinonimo di “morte dignitosa”

“Morte dolce”, che ha finito coll’indicare il “dare la morte ad un soggetto con prognosi infausta”, anche se non è  detto che “morte rapida” sia sinonimo di “morte dignitosa”: si può intendere infatti come “morte dolce” la morte vissuta con coraggio e in compagnia dei cari; il dare la morte è un atto dirompente per il corpo sociale, a differenza della sospensione delle cure inutili da cui deve essere distinta.

Realismo

Letteralmente vuol dire “morte dolce”; nella accezione comune vuol dire “morte provocata (al fine di evitare gravi sofferenze)”, che mal si distingue dal suicidio assistito di una persona consenziente. Nel quadro dell’eutanasia rientra la sospensione delle cure mediche salva-vita, cioè il decreto di non rianimare se sopravviene un rischio impellente per la vita o di togliere le medicine e addirittura l’idratazione e l’alimentazione. Parliamo dunque di un’eutanasia attiva e di una passiva (o omissiva).

La ragione

L’eutanasia preserva realmente la dignità della persona? Scopo dichiarato dell’eutanasia è duplice: evitare la sofferenza ed evitare una possibile diminuzione della dignità della persona. Ma per contrastare la sofferenza ci sono ottimi farmaci; mentre il discorso si fa più complesso per quanto riguarda la dignità: ma davvero c’è qualcosa che intacchi la dignità di una persona cioè la diminuisca realmente? Morire di vecchiaia è più dignitoso che morire di tumore? La dignità umana è un tratto intrinseco della persona, in qualunque stato sia, in qualunque età o stato di salute o socio-economico. È un falso mito dover creare delle situazioni per preservarla, dato che nulla ce la toglie, nemmeno il peggior lager o il peggior aguzzino – mentre è un obbligo morale di tutti rispettarla. È un falso mito che deriva dall’idea che essere dipendenti dagli altri, talora in modo estremo, non sia «degno dell’essere umano», che nella società postmoderna si assume avere una principale e sovrana caratteristica: l’autonomia, l’indipendenza. Tutto ciò che toglie l’autonomia è considerato oggi un attacco allo stesso status dell’essere umano che addirittura perde il titolo di «persona» quando –  bambino o embrione o malato di mente o vecchio – si trova a dipendere dagli altri. Semmai bisogna garantire in tutti i modi che la persona riceva tutte le cure, tra cui quelle palliative, cui ha diritto, e che possa vivere il fine-vita nella maniera più serena e col migliore accadimento. Il probema è far morire bene, che non significa “decidere il quando”, ma il “come”, cioè nel miglior ambiente con le migliori cure e la compagnia migliore. L’eutanasia è solo una scorciatoia per gli stati per non affrontare il problema dei veri diritti del morente.

Da che cultura nasce l’idea di scegliere dove morire? 
Lo slogan «decido io quando e dove morire», è un’esagerazione dettata da fini polemici: a pochissimi toccherà in sorte di trovarsi paralizzati senza poter esprimere le proprie opinioni e dunque di aver qualcun altro che sceglie l’appropriatezza dei trattamenti medici per lui. In secondo luogo, nasce da una cultura dell’autonomia, per la quale il mio valore consiste nella mia capacità di autogestirmi: cosa buona certamente, ma che non deve diminuire il valore della persona che invece ha bisogno di essere accudita anche nelle necessità più pratiche. Sospendere le cure è giusto se le cure sono insopportabili o se non sono efficaci

Il sentimento

Non si può parlare di eutanasia “a tavolino”, supponendo che qualcuno decida a priori cosa vorrà quando starà male. Non si può neanche pensare che no ci debbano essere limiti all’intervento medico quando questo diventa troppo invasivo. Ma c’è un punto sociale da sollevare: la cura alle persone gravemente malate deve essere un obbligo statutario degli enti locali e dello Stato che devono agevolare in tutti i modi le famiglie e i singoli in questo campo. Ipocrisia è parlare contro l’eutanasia senza al contempo pretendere che la persona depressa o l’anziano non siano abbandonati dalla Società; e troppo facile è per lo Stato permettere l’eutanasia invece di prodigarsi ad aiutare chi sta male.

Di Carlo Bellieni   Zenit.org

Prostituzione e superstizione: il dramma infinito delle nigeriane

Non hanno nulla de perdere le donne nigeriane che partono con destinazione Europa e America e hanno grandi sogni. E si ritrovano a fare le prostitute. Quando tornano a casa non trovano più gli affetti e sono vittime di superstizioni

Il dramma infinito delle Nigeriane, partite sognando una vita migliore e costrette a prostituirsi per ripagare il lungo viaggio che le ha condotte in Europa. Il ritorno a casa è anche peggiore, la povertà e la cosiddetta magia che può liberarle impedisce loro una vita serena. A denunciarlo è il presidente dell’organizzazione “Youth Awareness on Migration, Immigration, Development and Re-integration” (IYAMIDR) , Solomon Okoduwa.

Okoduwa si occupa della reintegrazione delle donne che hanno subito l’umiliazione della tratta sessista. Come spiega al Voice of America, moltissime giovani nigeriane sognano di andare in Europa o in America per studiare o trovare un lavoro, ma la dura realtà che le aspetta è la strada. Una donna racconta di essere arrivata in Italia piena di speranze, ma il mestiere che è stata costretta a svolgere è stato quello della prostituta nelle vie di Roma, finendo persino in prigione. Una volta rilasciata è stata condotta in aeroporto con il biglietto di sola andata per lo stato di Edo in Nigeria, da dove proveniva. Inizia così il travaglio della “libertà”, che per queste donne è persino peggiore della vita in strada. Giunta nel suo villaggio natale non trova l’affetto dei familiari, ma la loro scontrosità e l’indifferenza degli altri abitanti.

Inoltre le donne che rientrano in Nigeria vivono con l’angoscia di essere uccise dall’incantesimo juju, il cosiddetto giuramento magico effettuato prima della partenza, che le obbliga a pagare i trafficanti per il viaggio in Europa. Okoduwa riferisce che sono gli stessi sacerdoti tradizionali, che hanno gestito il giuramento, ad avere il potere di liberare le vittime dall’incantesimo della tratta del sesso. La superstizione è tale che le donne che rientrano si rendono conto di essere libere soltanto quando il presunto sacerdote spezza la magia. Okoduwa riesce a porsi come mediatore fra il sacerdote e le donne, rendendole così consapevoli della loro libertà.

L’organizzazione IYAMIDR gestisce un programma di formazione per le rimpatriate, insegnando alcuni mestieri pratici dall’agricoltura al lavoro d’impresa. Purtroppo però una volta concluso il corso, non ci sono posti di lavoro disponibili, ne tanto meno queste giovani possiedono del capitale per avvivare nuove imprese. È appunto la mancanza di opportunità che spinge i giovani a sognare di andare via. Come precisa Okoduwa “la convinzione che il giardino del vicino sia più verde” serve da propulsore per aumentare il desiderio della partenza.

Neanche i tristi racconti delle donne che rientrano riescono a smorzare la loro frenesia per il viaggio. Per dare prova di ciò il presidente dell’ IYAMIDR ha condotto le telecamere del Voice Of America nel villaggio di Abumwenre, nello stato di Edo. Qui la ventitreenne Naomi Benjamin ha narrato l’immensa delusione che ha pervaso il suo cuore, quando giunta in Europa è stata costretta a prostituirsi. La donna ha raccontato di aver cercato invano di fuggire dai trafficanti e di avere trascorso persino due anni in prigione. Dopo aver ascoltato con attenzione la storia, la diciottenne Joy Eriamentor ha ammesso di sentire ancora forte il bisogno di partire. Lei sogna l’America perché lì avrà la possibilità di studiare scienze: “ qui non abbiamo nessun aiuto. Nessun lavoro. La mia famiglia è troppo povera, per questo io voglio andare in America”, ha dichiarato la giovane con gli occhi pieni di speranze. [Fonte Voice of America]. I giovani conoscono i rischi del viaggio, ma la speranza di una vita migliore è più forte, in fondo non hanno nulla da perdere.

La vita di Giulia, morta a piedi nudi «per sentire le nuvole del Paradiso»

giulia a piedi nudiMorta a 14 anni nell’agosto del 2011, Giulia Gabrieli, ha scritto un libro in cui racconta la bellezza di una vita esplosa mentre lottava contro il tumore.

«No, no. Io non credo più nelle coincidenze. Nulla accade per caso. Io credo nei segni». Questa la fede cristallina di una ragazzina morta di tumore il 19 agosto 2011 all’età di 14 anni, dopo due passati a lottare contro la malattia. Una fede, quella della piccola bergamasca Giulia Gabrieli, esplosa in brevissimo tempo, fino al punto da lasciare segni di speranza nella vita di centinaia di persone perché, scriveva, «queste situazioni aiutano a capire molte cose della vita (…) io ringrazio il Signore di avermi donato, attraverso la malattia che è ritornata, una seconda chance per capire quanto mi vuole bene».

«DOV’E’ DIO?». La storia della malattia di Giulia non è cominciata così, ma nella ribellione. È lei stessa a descriverla con una semplicità disarmante nel libro pubblicato di recente, Un gancio in mezzo al cielo (edizioni Paoline, 124 pagine, 12 euro). Giulia si ammala nell’estate del 2009. La diagnosi viene fatta in seguito al gonfiore di una mano. Seguono le terapie. La ragazzina sta malissimo e il suo umore è altalenante per via dei farmaci. Infatti scrive: «Ho passato dei momenti molto duri (…) ero arrivata ad un momento cruciale: ero nervosissima, mi tremava tutto il corpo, piangevo tutto il giorno». Fino al dubbio sulla bontà di Dio: «Lui che dice che posso pregare, può fare grandi miracoli, può alleviare tutti i dolori, perché non me li leva? Dov’è? Perché sta a guardare?».

Davanti al tentennamento sono i genitori di Giulia e il suo amico prete ad assicurarle che il Signore la sta tenendo in braccio, anche se a lei non sembra. La piccola non si sente così, ma continua a chiedere a Dio di mostrarsi.

Nulla sembra cambiare, finché Giulia non finisce per un contrattempo nella Basilica di Sant Antonio a Padova. Lì, mentre tiene la mano appoggiata sulla tomba del santo, una sconosciuta mette la mano sopra la sua che in quel momento è sgonfia e non appare malata.
«Non mi ha detto niente – scrive Giulia – ma aveva un’espressione sul volto, come mi volesse comunicare: “Forza, vai, avanti, ce la fai, Dio è con te”». La piccola, entrata in lacrime, esce dalla basilica radiosa.

Da quel momento, il Dio che pensava lontano dalla vita comincia a farsi presente tramite volti, avvenimenti e cose. Tanto che poi descriverà così anche il suo momento più buio: «Ero talmente disturbata dal dolore che non riuscivo a sentirlo vicino, ma in realtà penso che lui mi stesse stringendo fortissimo. Quasi non ce la faceva più!». Perciò, scrive ancora ai suoi lettori, «rivolgiti al Signore, che qualcosa migliora. Non con la bacchetta magica, però pian piano il Signore migliora tutto». È questa la strada che Giulia risceglie in ogni momento e in cui ingaggia diverse battaglie. Oltre a quella contro il tumore c’è quella per i bambini del suo reparto: chiederà al vescovo, Francesco Beschi, un sostegno spirituale all’interno della pediatria dell’Ospedale Riuniti di Bergamo dove è ricoverata. Poi insegnerà ai medici a riavvicinarsi ai pazienti senza paura, formerà un gruppo di preghiera, girerà per testimoniare ai giovani la bellezza della vita. Fino a scrivere il libro della sua storia.

IL SOFFIO DI MARIA E “SUPEREROI”. Tutto inizia con un fatto che spiega a Giulia il perché di quella malattia: prima di ammalarsi la ragazzina riceve la Cresima, restando colpita dall’omelia in cui si dice che quel sacramento è un dono dello Spirito per testimoniare Cristo. Scrive: «Davvero non capivo cosa potevo fare io (…) E, lì a due mesi, si è presentata la malattia. Ecco io la malattia la sto vivendo come un impegno da cresimanda».

Giulia, poi, racconta altri due episodi decisivi oltre a quello nella Basilica di Sant’Antonio. Il primo è l’incontro con la beata Chiara Luce, «la ragazza che davanti a un gradino non si è fermata, ha invocato l’aiuto del Signore, si è abbandonata a Lui, alla sua volontà, al suo amore». Come lei, anche Giulia parla del suo rapporto con il Dio come di una bimba con il padre: «Lungo la strada i due possono essersi detti tante cose, sia belle sia brutte, ma un padre, quando suo figlio gli chiede aiuto, è sempre disposto a tendergli la mano per aiutarlo. Ecco io sono quel bambino, ingenua di fronte all’onnipotenza di Dio».

A cambiarla e sostenerla sono anche i due viaggi a Medjugorje, dove «per spiegare cosa avviene, mi sono inventata questa immagine: la Madonna a Medjugorje è come se continuasse a soffiare in un palloncino… così l’amore va dappertutto e va a colmare ogni piccola mancanza del nostro cuore». Un’esperienza che cresce a tal punto da rendere Giulia capace, al riemergere della malattia che sembrava sconfitta, di sostenere i suoi genitori e i medici. A loro dirà di non avere paura e che è pronta a combattere insieme. Ed è proprio con i medici che Giulia fa un lavoro importantissimo quasi senza accorgersene. Nell’aiuto dei medici Giulia vede quello di Dio, li chiama i miei “supereroi” e fa capire che da loro non pretende la guarigione, ma cura e compagnia.

Nel libro Giulia spiega anche come i parenti devono stare vicino ai malati, senza censurare la verità. Dalle pagine emergono la sua allegria e il modo di sdrammatizzare in cui molti bambini malati trovano conforto. A colpire il reparto, e il crescente numero di persone che le si fanno intorno, è soprattutto la normalità con cui Giulia vive la sua giovinezza. Amante dello shopping, della musica e degli amici, come una normale tredicenne. Questi i dettagli che la malattia le fa gustare sempre di più, tanto da far crescere in lei lo struggimento per il nichilismo dei giovani che incontra. Perciò insegnerà ai suoi amici a pregare per «cercare di avvicinare i ragazzi al Signore (…) perché è la prima cosa, è dalla preghiera che nasce tutto». E andrà a parlare davanti a folle di giovani per dire il bello della vita.

Infine, circa due mesi prima di morire, sosterrà brillantemente anche l’esame di terza media. La ragazza chiede fino all’ultimo la guarigione per realizzare tutti i progetti che ha nel cuore, ma nello stesso tempo scrive: «Certo, mi piacerebbe vivere una vita lunga (…) però io la morte la vedo come una bella cosa (…) so che dopo la morte c’è il Signore, ritorno da Lui». Cose che Giulia può dire perché ne fa già esperienza in vita: «Lui è tanto buono, mi prende tra le sue braccia. C’è la Madonnina… non vedo l’ora di dirgli grazie per tutto quello che fanno per me».

LE NUVOLE DEL PARADISO. Infine, con la stessa semplicità con cui narra la sua vicenda, tanto da rendere il libro comprensibile a un bambino di qualsiasi età, Giulia dirà: «Io il Paradiso me lo immagino come: avete presente l’era glaciale?». Perciò si farà seppellire con una veste bianca e con i piedi nudi, perché «ci sono tutte queste nuvole rosa, questo mega cancello dorato… e tu, a piedi nudi apri il cancello… Oh è bellissimo».

di Benedetta Frigerio (www.tempi.it)

La triste strada della surrogazione

childrenLa “maternità surrogata” viene spesso descritta in termini positivi. La surrogazione (come viene anche chiamata) sarebbe un atto di altruismo, in cui una donna porta a termine una gravidanza per un’altra donna che non può concepire. Vista in questa luce, si tende a dimenticare che si tratta di una tecnica la quale pone molti interrogativi etici e che spesso finisce in situazioni sconcertanti. Per questo motivo, Paesi come Italia e Francia vietano il ricorso alle “madri portatrici”.

Che il rischio di derive sia reale lo dimostra una notizia proveniente dal Canada, dove la pratica della surrogazione è autorizzata e regolamentata dalla Assisted Human Reproduction Act (AHRA) del 2004. A far aggrottare più di un sopracciglio è la vicenda di una giovane donna di Bathurst, nella provincia del Nuovo Brunswick, che incinta di due gemellini ha visto saltare alla ventisettesima settimana della sua gravidanza il “contratto” che aveva stipulato con un coppia inglese.

La giovane donna, Cathleen Hachey, che ha solo vent’anni ed è già madre di due piccoli bambini, aveva conosciuto la coppia, che vive nella contea del Hertfordshire, attraverso il sito Surrogate Mothers Online e con la quale aveva creato un rapporto di amicizia. Dopo alcuni mesi di contatti quotidiani, la coppia decide nel novembre scorso di passare al dunque e di recarsi in Canada. I tre raggiungono un accordo – la Hachey riceve un compenso di 200 dollari canadesi al mese per le sue spese – e decidono per una “surrogazione tradizionale”, cioè la Hachey viene inseminata con il seme dell’uomo della coppia inglese (del resto non in una clinica ma a casa, con strumenti casalinghi, cioè una siringa). Questo implica che il nascituro (si trattava poi di due gemelli dizigoti, un maschietto ed una femminuccia) è stato concepito con gli ovuli della madre surrogata e che la Hachey è quindi anche la madre biologica.

Nella surrogazione “gestazionale”, invece, vengono trasferiti nell’utero della madre portatrice uno o più embrioni concepiti in vitro (usando i gameti della coppia richiedente e/o di donatori), facendo sì che la madre portatrice sia solo il “vettore gestazionale” (traduzione dell’espressione inglese “gestational carrier”). Anche se ha un costo molto superiore alla surrogazione “tradizionale”, quella “gestazionale” viene preferita dagli esperti proprio per il fatto che il bambino non ha alcun legame biologico con la madre portatrice.

Arrivata alla 27.ma settimana della gravidanza, la surrogazione della Hachey conosce una brusca svolta quando ricoverata in ospedale riceve un SMS da parte della donna della coppia richiedente, dicendo che rinunciava ai bambini perché si era separata nel frattempo e da solo non ce l’avrebbe fatta a crescere i piccoli. Sempre tramite SMS, la Hachey si è messa poi in contatto con il padre dei bambini, ma invano. Con l’aiuto di un amico, la giovane donna riesce a trovare solo poche settimane prima del parto una coppia disposta ad adottare i due bambini. “E’ stata dura”, ha raccontato (Parentcentral.ca, 9 settembre). “Se fossi stata in una migliore posizione economica, li avrei tenuti”.

Infatti, la Hachey è single e durante la sua gravidanza il suo fidanzato l’aveva lasciata temporaneamente perché non se la sentiva di crescere quattro bambini con uno stipendio. Nonostante la sua disavventura, la Hachey ci vuole riprovare. “Mi piace essere incinta, mi piace partorire. Mi è piaciuto tutto”, ha dichiarato (CBC News, 13 settembre). Ma non si farà più sorprendere. “Avrò il mio avvocato. Avrò un sacco di clausole nel contratto che mi tutelino”, ha promesso (Parentcentral.ca, 9 settembre).

Non è la prima volta che problemi relazionali all’interno della coppia richiedente compromettono una surrogazione in Canada. Sally Rhoads, di SurrogacyInCanada.ca, conosce almeno tre casi di madri portatrici che stanno crescendo i bambini dopo l’abbandono del progetto da parte dei richiedenti perché divorziati nel frattempo (The National Post, 6 ottobre 2010). Ma anche la Hachey non ha rispettato le regole. La legge del 2004 (in parte cassata dalla Corte Suprema del Canada nel dicembre scorso) stabilisce infatti che la candidata madre surrogata deve avere almeno 21 anni.

La vicenda dimostra quanto è facile aggirare le normative. Secondo il National Post (16 settembre), l’agenzia federale per il controllo sulla procreazione assistita – Assisted Human Reproduction Canada (AHRC) – ha esaminato finora più di venti presunte violazioni della legge, di cui la maggioranza per il pagamento di un compenso alla madre surrogata e la compravendita di gameti. La legge vieta infatti la commercializzazione della riproduzione umana e permette solo il rimborso di eventuali spese sostenute dalla gestante. A preoccupare gli esperti, come Diane Allen, del gruppo di sostegno Infertility Network, è l’esistenza di “un mercato nero e grigio” in Canada. “La surrogazione (…) a parte pochi casi eccezionali di altruismo, è un commercio”, ha detto al National Post. “Alla fine, c’è uno scambio di denaro per un bambino. La società si oppone alla vendita di bambini attraverso adozioni straniere e al traffico delle donne e alla tratta degli schiavi, ma poiché ci sono dei medici coinvolti, è stato legalizzato”, osserva. “Qui stiamo parlando di vite umane e vengono trattate come un processo produttivo”, ha continuato.

Altri specialisti, fra cui Sherry Levitan, esperta legale nel campo della surrogazione, puntano il dito contro le coppie infertili e le madri surrogate che (come nel caso della Hachey) scelgono la “strada indipendente”, cioè quella del “do it yourself” o “fai-da-te”. “Ci sono quasi sempre dei problemi quando la gente va per conto proprio”, ha detto la Levitan (CBC News, 13 settembre). Non sanno – sostiene – quali sono le domande da fare e quali sono i meccanismi di protezione da mettere in atto.

Un’altra caratteristica della surrogazione è che spesso finisce davanti a qualche tribunale, costringendo i giudici a pronunciare sentenze di grande impatto. Sintomatico è un verdetto emesso poche settimane fa in Canada da Jacelyn Ann Ryan-Froslie, giudice della Court of Queen’s Bench della provincia del Saskatchewan. Nella sua sentenza, la Ryan-Froslie ha permesso ad una coppia gay di cancellare il nome della madre surrogata (che era d’altronde d’accordo) sul certificato di nascita della bambina che la donna aveva partorito nell’agosto del 2009, e concepito dal seme di uno dei due e da un ovulo donato. Trattandosi di una “surrogazione gestazionale”, la portatrice non è legalmente la “madre” della piccola.

Anche se non si sa ancora come sarà il nuovo certificato di nascita, secondo il Toronto Sun (13 settembre) tutto indica che il compagno del padre biologico risulterà come l’altro parente, anche se lui (come la madre surrogata dunque) non ha alcun legame biologico con la bambina.

La surrogazione svuota dunque la maternità. Mentre prima si distingueva ancora tra “madre adottiva” e “madre biologica” – come osserva il National Post (13 settembre) -, oggi la surrogazione spacca quest’ultima categoria in “donatrice di ovuli” e “vettore gestazionale”. Inoltre si tende ad ignorare il legame che si instaura tra una madre “gestazionale” e il bambino durante la gravidanza. Separarsi dal piccolo dopo il parto può essere molto doloroso anche per un “gestational carrier”, come dimostra l’esempio di una donna scozzese, Louise Murray, 29 anni, che per il dolore della separazione dal piccolo è finita in terapia farmacologica antidepressiva. “Piango ancora per il mio bambino”, ha raccontato la donna, che è lesbica, al Daily Record (11 settembre).

Circa un mese prima che nascesse il bambino, Louise ha persino pensato di non consegnarlo alla coppia richiedente (un contratto di surrogazione non è legalmente vincolante nel Regno Unito). “L’ho fatto solo perché avevo detto loro che l’avrei fatto, e ho mantenuto la mia parola. Ero moralmente costretta”, ha spiegato. Proprio il “bonding” (la parola inglese per la costruzione di un legame empatico ed affettivo tra madre e figlio) è negli USA al centro di una causa legale intentata contro il proprio datore di lavoro da una donna di New York, Kara Krill, che ha “avuto” dei gemellini tramite una surrogazione.

La ditta – la Cubist Pharmaceuticals, con sede nel Massachusetts – aveva concesso dopo la nascita solo cinque giorni di congedo di maternità retribuito (come nei casi di un’adozione) alla Krill, invece delle 13 settimane chieste dalla donna. Secondo l’azienda, i cinque giorni erano sufficienti, dato che la donna non ha dovuto riprendersi dal parto. Secondo la Krill, che soffre di una patologia uterina, il lungo periodo serve proprio per instaurare un legame con i piccolini.

“Lo scopo di un congedo di maternità non è solo quello di permettere alla madre di riprendersi dal parto, ma anche di permetterle di stabilire un legame con il bambino”, ricorda Gaia Bernstein, professore di Diritto presso la Seton Hall University School of Law, nel New Jersey (ABC News, 2 settembre). “Questo è ancora più importante per una madre che non ha costruito un legame attraverso la gravidanza”, sostiene. di Paul De Maeyer

Il reiki e’ una forma di preghiera o e’ una bufala?

reiki bufalaPer prima cosa ricordiamo che la preghiera, quella cristiana, è un dialogo con Dio, un Dio che ascolta, che parla, che agisce e che ama.
Dio ovvero Padre, Figlio e Spirito Santo ama tutti noi, peccatori e santi, sani e malati.
Il reiki parte invece dal presupposto che ci sia una energia nascosta, una energia universale, cosmica che sarebbe presente ovunque e che si può gestire con simboli e riti che pochi possono conoscere.
Tale energia sarebbe ovunque anche in noi.

Capiamo quindi che il reiki non e’ una forma di preghiera.
Il reiki è semmai uno di quei casi classici in cui l’essere umano, sogna di essere Dio, o di strumentalizzare Dio. L’energia divina che si vorrebbe incanalare a piacere, è un modo per dire: “Posso tutto se lo voglio”?

La conseguenza è che Dio diventa inutile. Ecco perchè chi usa il reiki spesso perde la fede, o comunque non ne capisce più la necessità (nè di Dio, nè di aver fede in Lui) e la profondità. Il dio del reiki è un dio senza nome, da usare a piacimento. E’ un non-dio. Assente. E’ solo fornitore di energie. Una batteria.

Per i reikisti basta che si aprano i chakra, i canali da cui prendere quel che serve, energia, forza. Però il reiki non da risposte alle domande più profonde: la vita , la morte, la sofferenza, la solitudine. E’ la grande differenza col cristianesimo. Gesù, Dio in terra ha un nome, ha patito come noi, per noi, ed ha vinto la morte. E con lui possiamo parlare, piangere, chiedere, ascoltare e lasciarlo operare anche solo fidandoci.
Nel reiki e’ l’uomo che cerca di sostituirsi a Dio, provando a fare il guaritore.

Anche il tentativo di equiparare l’imposizione delle mani reiki a quella dei riti cristiani è profondamente errata e ingannatrice: nel cristianesimo l’imposizione delle mani è un modo per richiamare Dio, non un suo flusso, o una sua energia: Dio non passa tra le mani.
L’imposizione delle mani è un gesto biblico. Esso indica in una maniera facilmente comprensibile ai fedeli che lo Spirito Santo, dono di Dio, viene invocato dall’alto

Inoltre la preghiera con l’imposizione delle mani, sia essa di guarigione, di invocazione o di benedizione non impone nulla a Dio. Dio non è giocattolo, o burattino che agisce se preghiamo. Infatti le nostre richieste sono sempre subordinate alla Sua Volontà che a volte è misteriosa, alla fine di ogni richiesta Gesù ci dice di ricordarci di dire:”Però non sia fatta la mia volontà ma la Tua”.
Ecco perché il reiki non ha nulla a che vedere con la fede cristiana. E’ semmai una forma di invocazione laica, una sorta di preghiera atea alla natura intesa quasi come una divinita’ pagana (es. Madre Natura, Madre Terra, Gaia) . Meglio stare alla larga dal reiki e non sprecare soldi per seguirne corsi e insegnamenti.
La risposta quindi è che non è una preghiera e non vale la pena affidarvisi.

Gianna Beretta Molla, vivere con fede e morire con gioia

Siamo bombardati in mille modi (dai film ai romanzi, dalle riviste agli articoli giornalistici) da messaggi che inneggiano all’edonismo sfrenato e ad un becero carpe diem. Se apriamo una pagina di internet il termine amore è, spesso, sostituito dalle parole «sesso», «piacere» e «tradimento». Piuttosto che del rapporto matrimoniale si preferisce parlare di convivenze, di rapporti momentanei e fuggevoli. Insomma, oggi è trasgressivo usare la parola «matrimonio». Oggi, allora, vorrei proporre una testimone che l’amore vero, quello fatto di premure semplici per il consorte e per i figli, della gioia e del dolore, della fatica e del sacrificio, è bello, esaltante, eroico e soprattutto desiderabile, perché ci rende più felici.

Il 16 maggio 2004, alla presenza del marito, dei figli e dei nipoti, Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato Gianna Beretta Molla per proporla a tutti noi come modello da imitare. In quel giorno «prendeva finalmente forma e concretezza il desiderio di tanti di vedere sugli altari donne ed uomini del laicato cattolico, donne ed uomini sposati e divenuti santi vivendo il sacramento dell’amore cristiano nel Signore» (Elio Guerriero).

Era morta il 28 aprile 1962 colei che è stata definita la santa del matrimonio e della quotidianità. Perché ha ancora senso proporre questa figura ai giovani e agli adulti di oggi? Le lettere di Gianna ci aiutano a capirne meglio le ragioni. Fitto e intenso è l’epistolario che Gianna scrive sia durante il fidanzamento durato tre anni (dal 1952 al 1955) che nei pochi anni di matrimonio (dal 1955 al 1962). «Le Lettere al marito di santa Gianna sono […] come una luce concessa in tempi difficili per riaffermare che il matrimonio è dono di grazia, è via di un uomo e una donna che con il loro amore danno espressione e visibilità all’amore bello e straordinario di Dio» (Elio Guerriero).

Nei mesi del fidanzamento ufficiale, dal febbraio 1955 al settembre 1955, le epistole sono tutte animate dal desiderio di rendere felice il futuro marito. Il 21 febbraio 1955 Gianna scrive: «Vorrei proprio farti felice ed essere quella che tu desideri: buona, comprensiva e pronta ai sacrifici che la vita ci chiederà. […] Ora ci sei tu, a cui già voglio bene ed intendo donarmi per formare una famiglia veramente cristiana». La gioia e il senso di gratitudine per il dono imprevisto che è stato l’incontro con il futuro marito Pietro si uniscono alla consapevolezza che tutti i suoi sforzi non basteranno a realizzare ciò. Questa coscienza si traduce in domanda e preghiera che Colui che ha avviato l’opera la porti a termine. La lettera di tre settimane più tardi è tutta animata da questo sentimento: «Pietro, potessi dirti tutto ciò che sento per te! Ma non sono capace, supplisci tu. Il Signore proprio mi ha voluto bene. Tu sei l’uomo che desideravo incontrare, ma non ti nego che più volte mi chiedo: «Sarò io degna di lui?». Sì, di te, Pietro, perché mi sento così un nulla, così capace di niente che, pur desiderando grandemente di farti felice, temo di non riuscirvi. E allora prego così il Signore: «Signore, tu che vedi i miei sentimenti e la mia buona volontà, rimediaci tu e aiutami a diventare una sposa e una madre come Tu vuoi e penso che anche Pietro lo desideri». Va bene così, Pietro?».

Il 24 settembre 1955 Gianna e Pietro si sposano. Gianna è sempre più desiderosa di compiere la volontà di Dio nel matrimonio. Si rende conto delle proprie manchevolezze e chiede aiuto e correzioni al marito: «Pietro, se vedi che faccio qualcosa che non va bene, dimmelo, correggimi, hai capito? Te ne sarò sempre riconoscente». Umiltà e riconoscimento che l’altro ci è dato per camminare con e verso Cristo: sono questi due tratti fondamentali del matrimonio di Gianna, sostenuto sempre dalla preghiera e dalla offerta a Cristo. La letizia dell’animo di Gianna non è scevra di quel sano realismo cristiano che permette di guardare la realtà nella sua complessità partendo dall’esperienza di quanto accade, non esaltando tutto acriticamente, ma nel contempo non ripudiando ciò che può essere foriero di sacrifici, sofferenze o dolore.

Non è un atteggiamento improntato a masochismo, ma semplice e spontaneo dono di sé all’altro, alla presenza di quel Tu, Cristo, che li ha chiamati alla strada vocazionale del matrimonio, che è lì nell’unione sacramentale e che porterà a termine le opere avviate dai due sposi. Gli sposi ricevono «il Sacramento dell’Amore» e diventano «collaboratori di Dio nella creazione» dando «a Lui dei figli che Lo amino e Lo servano». Così, con gioia la coppia si apre al dono della vita nascente. Vengono alla luce Pierluigi, Mariolina, Laura. La quarta gravidanza sarà, però, accompagnata dalla notizia della malattia di Gianna. La presenza di un fibroma nell’utero costituisce un pericolo per la vita della madre. Solo l’aborto, in base alle conoscenze e competenze mediche dell’epoca, potrebbe rappresentare una salvaguardia per la sua vita.

Gianna decide di portare avanti la gravidanza, si fa asportare il fibroma, cosciente del grave rischio che la sutura praticata nell’utero possa cedere. Durante la degenza in ospedale per l’intervento scrive ai figli: «Carissimi miei tesori, papà vi porterà tanti tanti bei bacioni grossi, vorrei tanto poter venire anch’io, ma devo stare a letto, perché ho un po’ bibi. Fate i bravi, ubbidite alla Mariuccia e alla Savina […]. Vi ho qui nel cuore e vi penso ogni momento. Dite un’Ave Maria per me, così la Madonnina mi farà guarire presto, e potrò tornare a Courmayeur a riabbracciarvi e stare con voi». Il 20 aprile 1962 Gianna entra in ospedale dove viene sottoposta a taglio cesareo. Nasce Gianna Emanuela. Subentra, però, una peritonite. In una lenta agonia si consumano gli ultimi giorni in ospedale.

Il 28 aprile all’alba, in seguito a sua richiesta, viene riportata a casa, dove morirà alle 8 del mattino, accanto al marito e ai figli.

Giovanni Fighera – Tempi

Celebriamo con gioia la Natività della beata Vergine Maria: da lei è sorto il Sole di giustizia

San Giovanni Damasceno (ca 675-749), monaco, teologo, dottore della Chiesa
Omelia sulla Natività della Vergine; SC 80, 51

« Celebriamo con gioia la Natività della beata Vergine Maria: da lei è sorto il Sole di giustizia » (Antifona d’ingresso)

Oggi ci viene posta dinanzi una porta verginale; attraverso di essa deve “venire nel mondo” “corporalmente” – secondo l’espressione di Paolo, (Eb 1,6; Col 2,9) – il Dio che è al di là di tutti gli esseri. Oggi dalla radice di Iesse un germoglio è spuntato (Is 11,1); da lui sorgerà per il mondo un fiore, che per la sua natura, è unito alla divinità. Oggi, a partire dalla natura terrena, un cielo è stato formato sulla terra, per colui che una volta rese solido il firmamento separandolo dalle acque ed innalzandolo nelle altezze. Ma è un cielo molto più sorprendente del primo, poiché colui che nel primo cielo creò il sole è sorto in questo nuovo cielo, come un Sole di giustizia (Ml 3,20). La luce eterna, nata prima dei secoli dalla luce eterna, l’essere immateriale ed incorporeo, prende un corpo in questa donna e, come uno sposo, esce dalla stanza nuziale (Sal 19,6)…

Oggi, “il figlio del carpentiere” (Mt 13,55), il Verbo di colui che ha fatto tutto per mezzo di lui, operando ovunque, il braccio potente di Dio Altissimo si è costruito una scala viva, la cui base è piantata in terra e il cui vertice si alza fino al cielo. Su di lei Dio riposa; di lei Giacobbe ha contemplato l’immagine (Gn 28,12); per lei Dio, nella sua immobilità, è sceso, o piuttosto si è chinato con benevolenza, e così “è apparso sulla terra e ha vissuto fra gli uomini” (Bar 3,38). Questi simboli rappresentano infatti la sua venuta quaggiù, il suo abbassamento per pura grazia, la sua esistenza terrena, la vera conoscenza che egli dà di se stesso a quelli che sono sulla terra. La scala spirituale, la Vergine, è piantata in terra, poiché dalla terra prende la sua origine, ma la sua testa si alza fino al cielo… Per lei e per lo Spirito Santo “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Per lei e per lo Spirito Santo si compie l’unione di Dio con gli uomini.

Alcuni documenti della Chiesa Cattolica sul New Age

new age cattoliciCome si fa a discernere le buone intenzioni da quelle meno buone nel New Age? E quali documenti la Chiesa cattolica ha prodotto in proposito?

Abbiamo rivolto questa domanda alla dott.ssa Teresa Osório Gonçalves, Officiale del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e Coordinatrice per la santa Sede del gruppo di lavoro su Sette e nuovi Movimenti Religiosi, la quale ci ha indicato una serie di documenti che abbiamo raccolto per i lettori di ZENIT:

1) Giovanni Paolo II in un discorso del 28.5.93 ad un gruppo di vescovi degli Stati Uniti, si è riferito esplicitamente al fenomeno del New Age che, “pur manifestando la ricerca spirituale di molti, diffonde idee incompatibili con la fede cristiana”. Sono 5 gli aspetti individuati:
– visione sincretistica ed immanente;
– relativizzazione della dottrina religiosa;
– concetto panteistico di Dio;
– ribaltamento del concetto di peccato e della necessità di redenzione;
– negazione della resurrezione del corpo.

Il Papa ha notato anche la tentazione di “ridurre il cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere”.

2) Nel libro intervista Varcare la soglia della speranza (1994) lo stesso Pontefice indica come radice del pensiero del New Age una “rinascita delle antiche idee gnostiche”. Il New Age, scrive il Papa “è soltanto un nuovo modo di praticare la gnosi, cioè quell’atteggiamento dello spirito che, in nome di una profonda conoscenza di Dio, finisce per stravolgere la Sua Parola sostituendovi parole che sono soltanto umane”.

3) Nell’enciclica Fides et Ratio (1998), che non nomina esplicitamente il New Age, si fa tuttavia riferimento (nel n.37) alle “diverse forme di esoterismo che dilagano oggi e che sono da mettere in relazione con l’antica gnosi”, conoscenza di tipo superiore, esoterico, riservato a pochi perfetti…. Si può applicare anche all’atteggiamento di fondo del New Age ciò che viene detto, in diverse parti dell’enciclica, sul relativismo (per esempio nel n.5) e sull’eclettismo, “atteggiamento di chi è solito assumere singole idee derivate da differenti filosofi, senza badare né alla loro coerenza e connessione sistematica, né al loro inserimento storico…” (n.86).

4) Nella Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede su Alcuni Aspetti della Meditazione Cristiana (1989) si offrono criteri di discernimento che sono utili per coloro che, pur dicendosi cristiani, seguono nella meditazione metodi ispirati alle religioni orientali e alla psicologia moderna, che sono molto diffusi nel contesto del New Age. La preghiera cristiana ha una natura dialogica, rispetta il rapporto tra creatura e Creatore, non riduce al livello di conoscenza o di esperienza ciò che deve essere considerato come pura grazia. Il mistero dell’unione con Dio, che i Padri chiamavano divinizzazione… dell’uomo, è sempre una grazia di partecipazione e non fa mai assorbire l’io umano nell’Io divino.

5) Nel documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI) Alcune questioni attuali riguardanti l’escatologia (1992) viene risposto in una lunga sezione (n. 9-10) ai problemi posti dalle teorie sulla reincarnazione e riaffermate, nel quadro del progetto divino rivelato, l’irripetibilità e l’unicità della vita umana.

6) In un altro documento della stessa CTI, Alcune questioni sulla teologia della Redenzione…(1995), il New Age è nominato esplicitamente in due contesti. Il primo, nel contesto delle ricerche di salvezza che si trovano nelle religioni antiche e in movimenti alternativi contemporanei (n.I/29). Il secondo a proposito della teologia trascendentale delle religioni, le cui tesi sono vicine alle teorie del New Age. Con il presupposto che il divino è una parte costitutiva inerente alla natura umana, alcuni teologi (in nota viene fatto il nome di Matthew Fox) insistono su una religione celebrativa incentrata sulla creazione, in sostituzione del tradizionale rilievo cristiano della caduta e della redenzione. Si ritiene che la salvezza consista nella scoperta e nell’attualizzazione della presenza divina immanente attraverso una spiritualità cosmica, una liturgia gioiosa e tecniche psicologiche di elevazione della coscienza o di padronanza di sé…. (n.II/35).

7) Il Card. Joseph Ratzinger, ha dedicato al New Age una sezione del discorso su “La fede e la teologia ai giorni nostri” che ha tenuto a Guadalajara, nel maggio del 1996 in un incontro della Congregazione per la Dottrina della Fede con i presidenti delle commissioni dottrinali del continente americano. Ha considerato questo fenomeno come una reazione anti-razionalista all’esperienza che tutto è relativo…. Qui la via di uscita dal dilemma della relatività non viene individuata in un nuovo incontro di un Io con un Tu o con il Noi, ma nel superamento del soggetto, nel ritorno estatico nel processo cosmico…. Viene offerta una moderna mistica: l’assoluto non lo si può credere, ma sperimentare. Dio non è una persona che sta di fronte al mondo, ma l’energia spirituale che pervade il Tutto. Religione significa l’inserimento del mio Io nella totalità cosmica, il superamento di ogni divisione…. La redenzione consiste nello svincolamento dell’Io, nell’immergersi nella pienezza della vita, nel ritorno nel Tutto…..

In nota vengono distinte due correnti principali del New Age: una gnostico-religiosa, che ricerca l’essere trascendente e transpersonale e in esso l’Io autentico, e una ecologico-monista, che si rivolge alla materia e alla Madre Terra e nell’ecofemminismo si collega al femminismo…

8) Il Catechismo della Chiesa Cattolica , che non nomina il New Age, offre alcune risposte esplicite a problemi sollevati nel contesto del NA, come le teorie sulla reincarnazione (CCC 1021) o la diffusione di credenze astrologiche e di pratiche magiche (CCC 2115-2117).

9) Nel documento pubblicato nel 1993 dalla Commissione episcopale di fede e cultura della conferenza episcopale argentina, Frente a una nueva Era. Desafío a la pastoral en el horizonte de la Nueva Evangelización, il fenomeno del New Age è visto essenzialmente dal punto di vista pastorale. Il NA è definito come “nuova alternativa culturale postmoderna che non esclude la dimensione religiosa ma la svuota di trascendenza…. Sono esposti, tra l’altro, i principali fondamenti filosofici e religiosi del NA e si esaminano i suoi postulati in confronto con la fede cristiana”.

10) Nel documento pubblicato nel 1994 dalla Commissione teologica irlandese, A New Age of the Spirit? A Catholic Response to the New Age Phenomenon , gli autori mettono in dubbio che l’attesa di una nuova era spirituale proposta da esponenti del New Age porti veramente in tale direzione. Basandosi su testi significativi di Alice Bailey, David Spangler, Benjamin Creme ed altri ideologi di questo movimento, vengono messi in rilievo gli aspetti più occultisti del New Age, tra cui la proposta di un’Era dell’Illuminazione in cui l’umanità scoprirà, dopo un percorso di iniziazione, la sua natura divina. Sviluppando le speculazioni di Mme. Blavatsky nel libro “The Secret Doctrine”, questi autori propongono la figura di Lucifero come l’angelo dell’evoluzione interna dell’uomo che lo introdurrà nella Nuova Era.

11) Tra i documenti pastorali o libri sul New Age scritti da singoli vescovi si indicano:

a) DANNEELS Godfried, Le Christ ou le Verseau? , Lettera Pastorale, Natale 1990.

b) MACCARI Carlo, La New Age di fronte alla fede cristiana, LDC, Leumann (Torino) 1994.

c) RIVERA CARRERA Norberto, Instrucción Pastoral sobre el New Age, 7 gennaio 1996, con un opuscolo sintesi 18 perguntas acerca de la Nueva Era.

Io, figlia dell’eterologa, cioe’ usata

Stephanie RaeymaekersUn prodotto del supermercato a cui è stata tagliata via l’etichetta. È così che Stephanie Raeymaekers, 36 anni, definisce se stessa e quanti, come lei, sono “figli dell’eterologa”. La scoperta sul suo concepimento avviene a 25 anni, per caso. Da qui, la decisione di cercare il suo padre biologico: una missione impossibile, perché il Belgio, dov’è nata, vieta per legge di rintracciare i donatori di seme. Ciò non le impedisce di portare avanti la sua battaglia a difesa dei diritti dei bambini creati attraverso l’eterologa o l’utero in affitto, “la nuova frontiera dello sfruttamento”.
Per farlo ha creato un’associazione, Donorkinderen (“figli dei donatori”). La sua storia inizia con un uomo e una donna, i suoi genitori, che voglio disperatamente avere un figlio. «Dopo otto anni di tentativi, mio padre è stato dichiarato sterile». Si rivolgono a uno specialista della fertilità, che nel 1978 li sottopone a trattamento per inseminazione artificiale, attraverso la prima Banca del seme ufficiale del Belgio. Un’unica condizione: non raccontare mai la verità se fossero riusciti a concepire un figlio. Nel gennaio del 1979 nascono Stephanie e i suoi due gemelli, Bernard e Sophie.

Tre anni dopo arriva un quarto figlio, concepito naturalmente. «Per mio padre – rivela – è stato uno shock. Si sentiva tradito da mia madre e dal medico». L’infanzia e l’adolescenza sono difficili. «Ho sempre avvertito una certa distanza con mio padre, non riuscivamo a creare un legame. Quand’eravamo piccoli, pensavamo non fossimo abbastanza bravi o intelligenti per meritarci il suo amore, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in noi». Il peso di anni di bugie si abbatte sulla famiglia quando una zia non riesce più a mantenere “il segreto”. Gli equilibri saltano, per tutti. «Quando scopri una cosa del genere tardi, vivi una crisi d’identità. Ti guardi allo specchio e non ti riconosci». A questo si aggiunge il capire che i tuoi genitori ti hanno mentito. «Mia madre si è giustificata dicendo di aver solo seguito il consiglio del medico, di non averci pensato su. Mio padre ha detto di sentirsi sollevato, perché non era più obbligato a fingere. Non riusciva ad accettarci. Ha cancellato me, mia sorella e mio fratello dalla sua vita». Le sue parole, ammette, «mi hanno ferita, ma ora sono cresciuta. Cerco di lasciare il passato per quello che è ed essere il miglior genitore possibile per i miei figli».

Resta però la rabbia nei confronti di un sistema che «è cieco dinanzi alle conseguenze di un’industria che vende e crea esseri umani in questi modi». Per Stephanie il diritto a diventare genitore, rivendicato da chi sostiene fecondazione eterologa e utero in affitto, «è un diritto auto-proclamato, in nome del quale si causa un’ingiustizia ancora più grande sui bambini che vengono prodotti». L’industria della fertilità «si concentra sui risultati a breve termine, rifiuta di prendersi responsabilità, affermando di offrire solo quello che i clienti vogliono. Ma dopo la gravidanza c’è un bambino, un essere umano che cresce ed è costretto a sopportare le inevitabili implicazioni del modo in cui è stato creato. È per questo che la fecondazione eterologa o la maternità surrogata sono così assurde: infliggiamo intenzionalmente della sofferenza sulle persone prima ancora che siano nate. Dov’è il senso, la logica o l’amore in tutto questo?»

Lo scienziato? Un missionario

scienza-e-fedeÈ solo il cristianesimo, fondato sul concetto di Dio creatore e sull’unicità del Figlio consustanziale al Padre, che permette di fare scienza. L’Occidente se ne ricordi. Intervista al fisico nucleare Peter Hodgson.

È passato dall’Italia per un giro di conferenze sulle origini della scienza moderna. Peter Hodgson ha insegnato per 40 anni Fisica e Matematica all’Università di Oxford, e per oltre 50 è stato impegnato nella ricerca sperimentale e teorica nel campo della Fisica nucleare.
Membro del Consiglio degli scienziati atomici dal 1952 al 1959, e direttore del periodico di quell’associazione dal 1953 al 1955, è autore di 15 libri e di oltre 300 articoli comparsi su riviste specializzate. Membro del corpo accademico del Corpus Christi College di Oxford e dell’Institute of Physics, è presidente del Segretariato per le questioni scientifiche di Pax Romana e consulente del Pontificio Consiglio per la Cultura.

«Sono cattolico – esordisce il professor Hodgson – e fisico nucleare. Naturale che m’interessi delle relazioni fra fede cattolica e ricerca scientifica».

Eppure, secondo molti, anche addetti ai lavori, le due sono inconciliabili..

Se si considerano queste due dimensioni del reale con approccio storico e prendendo in esame gli sviluppi della cultura umana, in realtà non si può fare altro se non concludere che la scienza moderna è stata resa possibile da ciò che la dottrina cristiana propone di credere a proposito del mondo materiale.
Per i cristiani il mondo è cosa buona giacché fatto da Dio: nella Genesi è scritto infatti che, dopo averlo creato, Dio guardò il mondo e vide che era cosa buona. I cristiani credono anche che il mondo sia razionale appunto perché fatto da un essere razionale. Creandola, Dio ha dato alla materia proprietà indagabili; è quindi compito dello scienziato cercare di comprendere le proprietà del mondo naturale. Su queste basi, la dottrina della Chiesa incoraggia, e sempre ha incoraggiato, la ricerca scientifica autentica. La visione cristiana della realtà non contraddice affatto l’approccio scientifico, ma lo incoraggia. Anzi ne è il motore.

Direbbe quindi che proprio il cristianesimo offre la concezione della materia adatta a sviluppare conoscenze di tipo autenticamente scientifico e questo a differenza di altre dottrine religiose?

Sì, certo. E proprio perché l’Incarnazione di Cristo – l’avvenimento centrale del cristianesimo, l’accadimento storico che differenzia il cristianesimo da qualsiasi altra religione – ha avuto un effetto decisivo sullo sviluppo della cultura, quindi ultimamente della scienza.
Molte antiche civiltà, infatti, possedevano una concezione ciclica del tempo, secondo la quale, dopo un certo numero di millenni, le cose si ripresentano perfettamente uguali a se stesse. Si tratta di un’idea in sé deprimente e debilitante, giacché porta a concludere che, in fin dei conti, dato che le cose saranno le stesse sempre e per sempre, perché mai ci si dovrebbe preoccupare di esse, investigandole ed esaminandole?
Il farsi uomo di Cristo è stato invece un evento unico che ha rotto con la prospettiva ciclica, sostituendola con una concezione lineare del tempo che scorre dall’alfa all’omega. Qui è contenuta, peraltro, tutta l’idea del progresso della conoscenza umana sulla natura. Per inciso, è solo la possibilità del progresso che genera una visione della storia intrisa di speranza. E tutto questo è assolutamente fondamentale per la nascita di una scienza propriamente detta.

I primi secoli del cristianesimo, poi, hanno visto svolgersi importantissimi dibattiti teologici tesi a dirimere dottrinalmente la natura della persona di Gesù Cristo. Fra questi fu fondamentale il Concilio di Nicea del 325, le cui decisioni sono state incorporate come verità di fede nel Credo, che dunque contiene numerosi articoli imprescindibili per lo sviluppo della scienza.
Anzitutto che Dio è il creatore di tutte le cose, visibili e invisibilii, e dunque che è Lui il responsabile dell’intero creato. Poi il concetto di Cristo come Figlio unigenito generato dal Padre, di cui condivide la medesima sostanza: ciò significa che solo Cristo è increato, laddove invece tutto il resto di ciò che esiste è stato creato e nulla sfugge. Vale a dire il contrario esatto del panteismo antico, secondo il quale non vi è distinzione sostanziale fra Creatore e creato. Un concetto, questo, paralizzante per la scienza.

In terzo luogo, il concetto che tutto ciò che esiste, ed è stato creato, lo è stato attraverso Cristo: per quem omnia facta sunt.
Significa che tutta la realtà è buona e che il mondo non è affatto il campo di battaglia dove si scontrano princìpi malvagi e princìpi positivi. La realtà è buona giacché fatta attraverso Cristo… L’uomo non ha allora di che temere da essa. Certo, la realtà può essere anche adoperata male, ma si tratta di un abuso esterno alla natura di essa, essenzialmente buona…
Si può ben comprendere, dunque,  come tutto ciò sia di vitale importanza per la nascita della scienza: che senso avrebbe, infatti, indagare una realtà che di suo è essenzialmente cattiva e nemica dell’uomo? Si diventa scienziati solo perché incuriositi dai meccanismi di una materia che si ritiene amica e quindi degna di essere indagata.

Concetti simili a quelli espressi dal fisico Stanley L. Jaki…

Debbo moltissimo alle sue preziose ricerche e alle sue importantissime pubblicazioni, una quarantina di volumi in tutto…
Per il sottoscritto fu di particolare significato la lettura di uno dei suoi primi lavori, The Relevance of Physics, del 1966. Fondamentali sono pure Science and Creation: From Eternal Cycles to an Oscillating Universe, del 1974, La strada della scienza e le vie verso Dio, del 1978 (trad. it. Jaca Book, Milano 1994) e Il salvatore della scienza, del 1988 (trad. it. Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992).

Ma se il cristianesimo genera la cultura che permette la scienza, e la cultura occidentale deve tutto al cristianesimo, non è affatto azzardato dire che la scienza è peculiare alla cultura occidentale…

Esatto. Molte civiltà antiche hanno conosciuto quella che definirei una scienza primitiva, la conoscenza empirica di alcune proprietà della materia. Si tratta ovviamente di grandi risultati, ma è completamente diverso da ciò che chiamerei scienza moderna: la comprensione dettagliata delle proprietà della materia, espressa in formule matematiche. Non vi è alcunché che possa anche solo remotamente assomigliare a questo in contesti culturali non plasmati dal cristianesimo. La scienza è nata nell’Europa occidentale cristiana e oggi è diffusa in tutti i luoghi del mondo entrati in contatto con quella fonte originaria.

Scienza moderna, dice. Significa che di fatto, anche se nell’evo moderno la cultura (e parte di quella più legata al mondo scientifico) si è secolarizzata, al fondo l’approccio scientifico al reale porta il sigillo della cultura cristiana. Ovvero che sarebbe stata e sarebbe impossibile senza l’input culturale dato dal cristianesimo?

Certo. Nella scienza moderna vi è qualcosa di peculiarmente cristiano che rende la scienza possibile oggi anche se certi scienziati non lo riconoscono. Ai cristiani, peraltro, questo sembra normale perché figli della civiltà occidentale. Ma per quelle culture che ritengono l’universo un caos, la scienza è un concetto assurdo. Questo significa allora che, imparando la scienza, le culture non occidentali assorbono anche il criterio e  la mentalità che rende possibile appunto la scienza: il cristianesimo. Idem accade a quegli scienziati occidentali che non credono più al cristianesimo del quale però sono figlie le loro discipline.

Marco Respinti –  Il Domenicale

L’egiziano Hegazi rischia la morte

Bishoy-Armiya-islam-egittoMohamed Hegazi, egiziano, si e’ convertito al cristianesimo. Una fatwa islamica lo condanna a morte.  Adottiamo Mohamed Hegazi come simbolo della liberta’ religiosa in Medio Oriente. Venticinque anni, nato musulmano, convertito al cristianesimo nove anni fa e sposato con una convertita, ha chiesto alle autorità egiziane di vedere registrata la loro nuova religione sulla carta d’identità per assicurare che il loro figliolo, che sta per nascere, veda la luce come cristiano. Ma si è scatenata l’ira degli estremisti islamici che l’’hanno tacciato di apostasia e ingiunto allo Stato di attuare la condanna a morte avallata da una fatwa, un responso giuridico, dell’università islamica di Al Azhar. Ciò avviene in un Paese sostenuto massicciamente dall’’Occidente perché considerato moderato e in cui i cristiani sono circa 10 milioni. E non si tratta di ripetere l’operazione che nella primavera del 2006 portò al rilascio e all’espatrio del convertito afghano Abdul Rahman, che ha ottenuto asilo in Italia. I cristiani in Medio Oriente sono la popolazione autoctona e deve essere garantito loro e a tutti, compresi i convertiti, il diritto alla piena libertà religiosa a casa loro. Il caso è esploso dopo che Suad Saleh, preside della Facoltà di studi islamici e arabi dell’università islamica di Al Azhar, ha legittimato con una fatwa la condanna a morte di Hegazi perché non si è limitato a convertirsi ma «ha detto pubblicamente di essersi convertito al cristianesimo e si è perfino fatto fotografare insieme alla moglie con in mano il Vangelo ».

La logica è la seguente: se ti converti e ti nascondi nelle catacombe potresti avere salva la vita, ma se hai la «sfrontatezza» di annunciarlo pubblicamente e magari con il sorriso in bocca, a testimonianza della profondità della tua fede e della gioia con cui la vivi, allora devi essere ucciso. Il quotidiano governativo Al Messa riferisce di un sondaggio secondo cui tutti gli ulema, i giureconsulti islamici, d’Egitto sono unanimi nella «necessità di condannare a morte l’apostata». Il caso è stato proposto anche al Grande Muftì Ali Gomaa che, in un’intervista al Washington Post, ha risposto in modo assai ambiguo: «La scelta significa la libertà e la libertà include la libertà di commettere dei gravi peccati fintantoché non arrechino un danno agli altri». A suo avviso chi si converte dall’islam a un’altra religione non commette un «grave peccato», tranne nel caso in cui la conversione costituisce una minaccia per la società. E sembra proprio che per gli estremisti islamici manifestare pubblicamente la gioia della fede in Cristo sia un pericolo da sanzionare con la morte.

«Ricevo delle minacce di morte sul mio cellulare. Ogni volta che cambio il numero dei fanatici riescono a ottenerlo, mi chiamano e mi preannunciano che mi faranno fuori», ha raccontato Hegazi a Le Figaro. «Il pericolo non viene solo dagli estremisti, un qualsiasi cittadino potrebbe uccidermi agendo di sua testa, nella convinzione di servire l’islam». Hegazi, che è stato il rappresentante del movimento di opposizione «Kifaya » (Basta!) a Port Said, vive ora in clandestinità insieme alla famiglia. Il suocero ha auspicato che la giustizia obblighi la moglie a divorziare e che «mi venga restituita anche morta». Contemporaneamente due esponenti dell’organizzazione dei cristiani del Medio Oriente, Adel Fawzi e Peter Ezzat, considerati gli ispiratori della conversione di Hegazi, sono stati arrestati per «attentato all’islam» e «sedizione religiosa». Il tutto avviene in un contesto dove regna la paura. Il Centro Al Kadima per i diritti dell’uomo, ha ritirato la denuncia che era stata depositata la scorsa settimana per sostenere la causa di Hegazi, motivandola con «l’assenza del certificato di conversione della Chiesa».

E la Chiesa locale? Tace. Un silenzio assordante per il timore di inasprire il conflitto con un regime che ha di fatto abdicato al clero islamico radicale rimettendo nelle sue mani il controllo degli affari sociali che s’intrecciano con una religione sempre più invasiva. Proprio perché l’Egitto è il nostro dirimpettaio che ostenta fama di tolleranza e di moderazione, mi auguro che l’Italia non resti a guardare. Auspico che il capo dello Stato Napolitano lanci un vibrante appello al presidente egiziano Mubarak affinché assuma un gesto significativo, ricevendo Hegazi e riconoscendogli pubblicamente pari dignità come cittadino e testimoniando il rispetto della libertà religiosa. Auspico che il presidente del Consiglio Prodi chieda garanzie al governo egiziano sulla tutela della vita di Hegazi, chiarendo che per l’Italia il rispetto della libertà religiosa è un parametro fondamentale per definire la realtà e lo sviluppo dei rapporti bilaterali e multilaterali. Auspico che le università italiane (La Sapienza di Roma, il Pontificio Istituto Orientale di Roma, l’’Orientale di Napoli, la Bocconi di Milano, l’Iuav di Venezia) che il 15 giugno 2005 hanno sottoscritto un accordo di cooperazione con l’università islamica di Al Azhar, con la benedizione del nostro ministero degli Esteri, recedano dall’iniziativa dopo aver avuto l’ennesima conferma che i suoi più alti vertici hanno legittimato il terrorismo suicida palestinese e il massacro anche delle donne e dei bambini israeliani, nonché l’uccisione dei musulmani convertiti al cristianesimo.

Auspico tutto ciò per i cristiani d’Egitto ma anche per noi. Perché se volteremo le spalle a chi, alle porte di casa nostra, viola la sacralità della vita, la dignità della persona e la libertà di scelta, significa che abbiamo abdicato ai valori che corrispondono al fulcro della comune civiltà dell’uomo.
Magdi Allam

 

Lo terrai quel bambino, te lo dico io

mamma e bimboQuesta è la lettera scritta da una donna che ha voluto raccontare così la sua storia. Una testimonianza di profonda sofferenza e di gioiosa rinascita. “Non hai lo sguardo di una donna che vuole abortire!” disse Rossana davanti ad una tazza di caffè fumante.
“Lo terrai questo bambino, te lo dico io!” Oggi ripenso a quella frase e mi viene da sorridere. Ero rimasta incinta senza volerlo, a un’età in cui persino il pensiero di avere un bambino fa girare la testa, figurarsi la notizia di aspettarlo davvero. Il padre era scomparso nel nulla appena dopo aver saputo. E con tutti i miei dubbi, le mie parole e la mia confusione, adesso ero là, davanti a Rossana, una bella signora gentile con gli occhi pieni di luce, che con assoluta certezza prediceva un futuro che non vedevo mio, che non sentivo mio.
Lei parlava di quel figlio e io intanto mi ripetevo “Che faccio qui? Di cosa parla questa donna?”. Il nome di Rossana mi era stato fatto per la prima volta in ospedale, il giorno in cui avrei dovuto abortire.

Avevo già fatto tutti gli accertamenti e la data era infine arrivata; alle otto del mattino ero già seduta in sala d’attesa, in attesa che mi chiamassero per fare l’intervento. C’era un’altra ragazza che aspettava con me, in compagnia del fidanzato. Quando arrivò l’infermiera a chiamarla, sentii che gli diceva “È inutile che aspetti qui, vieni a prendermi verso mezzogiorno, penso che per quell’ora avrò finito!”. Finito, tra qualche ora sarà tutto finito, pensai. L’infermiera pronunciò il mio cognome; mi alzai, feci qualche passo verso di lei, poi mi arrestai e, con sorpresa inaudita, sentii la mia voce che diceva dire: “No, io non entro… Ora non me la sento, vorrei spostare l’appuntamento.” Lei mi guardò interdetta, poi chiamò il chirurgo. Gli spiegai che non ero sicura, lui mi rispose in malo modo: “Torni quando lo sarà, non abbiamo tempo da perdere qui!”. Rimasi immobile nel corridoio per non so quanto tempo, con quella mia frase che girava ancora nell’aria. Poi mi avviai verso l’uscita.

Al piano terra, forse perché ero visibilmente agitata, mi avvicinò una donna che, qualificandosi come assistente sociale, mi chiese cosa avessi. Le raccontai l’accaduto e per la prima volta mi venne fatto quel nome: “Ci sono degli aiuti per le ragazze come te, ci sono i Centri di Aiuto alla Vita” – mi disse – “Ti scrivo qui il numero del più vicino, la responsabile si chiama Rossana!” Tornai a casa con quel foglio tra le mani e sprofondai di nuovo nella mia disperazione. Per me era impossibile tenere il bambino, altro che Centri e aiuti e responsabili di nome Rossana; chiamai di nuovo in ospedale e fissai un altro appuntamento. Poco importava che i miei genitori, saputo della gravidanza, mi avessero dato tutto il loro appoggio e implorato di non abortire. Una parte di me quel figlio lo rifiutava, lo respingeva. Alla vigilia del mio secondo appuntamento in ospedale, chiamò il padre del bambino. Era passato più un mese dall’ultima volta che lo avevo sentito. Voleva sapere se avessi risolto il “problema”. Andai su tutte le furie, d’istinto gli dissi che avevo deciso di tenerlo, quel figlio che lui non voleva. Riattaccai, ero così sconvolta che ebbi un mancamento e cominciai a perdere sangue. Fu allora che diventai madre. Chiamai i miei genitori: “Portatemi al Pronto Soccorso, non voglio perdere questo bambino!” In ospedale mi dissero che avevo avuto una minaccia di aborto e mi curarono.

Una volta uscita, col mio bambino nel grembo, chiamai Rossana e la incontrai. Una, due, infinite volte. Lei e un sacerdote mi accompagnarono ogni giorno della gravidanza. Fu molto difficile, piena di angosce e di incertezze, ma loro erano lì, a ripetermi quanto questo bambino mi avrebbe reso felice, anche quando la madre che era in me scompariva di nuovo e tornava la ragazza impaurita che voleva farla “finita”. Oggi Gabriele è un bel bambino di quattro anni ed è la cosa più bella che abbia mai visto! Lo guardo dormire e mi avvicino per ascoltare i suoi respiri. Ha gli occhi che sembrano due stelle. È la stessa luce che ho trovato e trovo, ogni volta che ne ho bisogno, negli occhi di Rossana. Ora so cos’è: è la luce della vita! Lei prima, e poi il mio Gabriele, “Potenza di Dio”, hanno rimesso la luce nella mia vita.

Assistente sessuale o prostituzione diversamente chiamata?

love-416479_960_720dal blog http://tasti.wordpress.com una riflessione caustica:

Detto così, senza pensarci, in effetti fa persino ridere. Poi ci pensi e magari la smetti pure di ridere sulle disgrazie altrui.

Non dico che sia un discorso semplice. Nemmeno che ho una mia idea chiara. Non so. Diciamo che capisco l’esigenza. Però i preconcetti sulla mercificazione del corpo… ma parliamo di un altra cosa. “Non è prostituzione.” Partiamo da qui.

Diciamo che non stiamo parlando di prostituzione. Nel senso di ricavare denaro dalla vendita del proprio corpo.

Perché nel caso dell’assistente sessuale l’obiettivo primo è far accostare un individuo alla sessualità che gli viene negata dalle proprie condizioni di vita, a causa, come conseguenza di una disabilità.

E allora non è prostituzione. Magari ci metto un punto interrogativo ?

Perché il pensionato che paga la ragazza per accedere ad una sessualità a cui non potrebbe più accedere allora… ?

In fondo è l’idea romanzata della prostituta psicologa.

No, sto seriamente riflettendo su un discorso che capisco, sinceramente.

Però non sono certa che l’assistente sessuale sia cosa diversa da una prostituta. Senza accezione dispregiativa.

Perché non credo che sia una terapista con studi universitari sulla sessualità e disabilità.
Credo piuttosto sia una venditrice/tore di sesso specializzata/o in un settore, la disabilità.

Che poi mi pare di capire che le disabilità siano da intendersi come fisiche, non psichiche.

Insomma io ci rifletto perché non mi sembra giusto fare finta che non ci sia sessualità nella disabilità, ci rifletto anche se così, a primo acchito, questa dell’assistente sessuale mi sembra esattamente quello che è: vendita del proprio corpo in cambio di denaro.
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Come associazione Amici di Lazzaro, aggiungiamo che non è vero che l’assistente sessuale non arriva a compiere atti sessuali a pagamento, basti vedere quello che affermano alcuni cosiddetti “assistenti” svizzeri:

“Il prossimo sarà ad ottobre e si cercherà di formare operatori in grado di offrire rapporti sessuali completi. ”
http://www.tio.ch/News/316428/Noi-assistenti-sessuali-di-portatori-di-handicap/

Si tratta di prostituzione che anche se offerta a disabili non è comunque accettabile.
Il desiderio di una persona in difficoltà non rende infatti lecite pratiche immorali o ingiuste.
Ci sono milioni di persone che vivono castamente la propria vita senza averne alcun danno, quel che importa è dare ad ogni persona affetto, amicizia, amore, relazioni umane, accoglienza e far loro sentire la loro dignità e valore al di là di quel che possono fare nella vita.
I disabili valgono in quanto persone uniche e irripetibili. Questa è la vera assistenza da dare loro.

Sette ragioni per non regolamentare la prostituzione

7ragionicontroregolamentazioneLotta alla prostituzione per prevenire la tratta di persone e lo sfruttamento sessuale Sette ragioni per non regolamentare la prostituzione(1) Regolamentare la prostituzione aumenta la domanda di vittime di tratta. Infatti il 75-80% delle donne presenti nei bordelli olandesi e tedeschi, paesi in cui la prostituzione è legalizzata, è stata trafficata contro la loro volontà. *1* (2) Rende molto più difficile identificare le vittime di tratta. Già oggi osserviamo come l’atteggiamento degli sfruttatori sia cambiato: se prima il tipo di sfruttamento e di violenza era maggiore, ora è diventato più subdolo. I magnaccia aumentano la quota parte destinata alle prostitute per estinguere il loro debito. Ciononostante il reato di tratta rimane. (3) Non permette la repressione della tratta punendo gli sfruttatori, in quanto è un ottimo scudo dietro cui i trafficanti si possono mascherare. (4) Non aumenta le entrate statali provenienti dalla tassazione della prostituzione, perché aumenta il mercato nero. *2* In Germania la maggior parte dei bordelli, gestiti dalla criminalità organizzata, si è rifiutata di pagare le tasse. *3* Inoltre le persone che si prostituiscono non vogliono essere associate alla prostituzione, per cui non dichiarano le tasse. (5) Non riduce gli abusi nei confronti delle donne . Infatti, il 60 % delle prostitute che operano nei Paesi Bassi hanno subito violenza fisica, mentre il 40% delle stesse ha dichiarato di aver subito violenza sessuale *4* Negli Stati Uniti, l’86% delle prostitute ha dichiarato di aver subito violenza fisica dai clienti. Il 59% delle prostitute tedesche ha dichiarato che la regolamentazione non le fa sentire più sicure dalla violenza fisica o sessuale. (6) Non aumenta la sicurezza sanitaria delle donne che si prostituiscono. Nello Stato di  Victoria, in Australia, un cliente su cinque dichiara di voler avere rapporti sessuali non protetti. In Canada, il tasso di mortalità delle prostitute è 40 volte superiore alla media nazionale *5* La prostituzione comporta effetti dannosi per la salute delle persone che la praticano, le quali sono più soggette a traumi sessuali, fisici e psichici, alla dipendenza da stupefacenti e alcool, alla perdita di autostima, così come a un tasso di mortalità superiore rispetto al resto della popolazione. (7) Aumentano i costi sociali dati dall’aumento della diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili nella popolazione. Molte donne, inconsapevoli mogli dei clienti, contraggono il papilloma virus (non solo l’HIV).
Bibliografia
*1* Janice Raymond, Ten Reasons for Not Legalizing Prostitution , Coalition Against Trafficking in Women, in Prostitution, Trafficking, and Traumatic Stress 315, 317 (Melissa Farley ed., 2003)..
*2* U.S. Dep’t of State, The Link Between Prostitution and Sex Trafficking 1 (2004), available at http://www.state.gov/ documents/organization/38901.pdf .
*3* Donna M. Hughes, Don’t Legalize: The Czech Republic Proposes a Dutch Solution to Sex Trafficking, The Nat’l Rev. Online, May 11, 2004, http://www.nationalreview.com/hughes/hughes200405110833.asp
*4* Monica O’Connor & Grainne Healy, Coal. Against Trafficking In Women, Eur. Women’s Lobby, The Links Between Prostitution and Sex Trafficking: A Briefing Handbook, 18 (2006), available at http://action.web.ca/home/catw/attach/handbook.pdf
*5* U.S. Dep’t of State, Off. to Monitor and Combat Trafficking in Persons, Trafficking in Persons Report June 2004 in Country Narratives, Western Hemisphere testo elaborato dall’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

Poligamia, la mal interpretata liberta’ di coscienza

poligamia--644x362Come si puo’ essere poligami nel mondo moderno? Quando ero ragazzo, a scuola si parlava di poligamia solo con riferimento a popoli ‘primitivi’, ancora non raggiunti dalla civilta’; di quando in quando, nei romanzi di avventura per ragazzi allora in voga, venivano descritti, peraltro con molta discrezione, gli harem di ricchi maraja, di potenti sultani, di esotici sceicchi. Nel romanzo di Kipling, Kim, seguendo il suo lama fino alle pendici dell’Himalaya, entra in contatto con la regina di una tribù poliandrica, che consente cioe’ ad una donna di avere più mariti, e che vorrebbe aggiungerlo al novero dei suoi sposi; offerta che lo tenta, ma che egli, saggiamente, declina. In un modo o nell’altro, la poligamia si presentava nell’immaginario collettivo occidentale come situata in un ‘altrove’ e del tempo e dello spazio, un ‘altrove’ radicale, esotico, irrecuperabile e comunque ingiustificabile.

Stanno ancora così le cose? Certamente sì, ma fino a quando? Sembra che, lentamente, ma decisamente, la poligamia stia acquisendo nel mondo contemporaneo un’immagine nuova e diversa; sembra quasi che si stia imponendo come un fenomeno ‘post-moderno’, che prima o poi andra’ riconosciuto legalmente. Infatti, mentre nei paesi islamici la poligamia, per quanto coranicamente fondata, è divenuta da decenni una pratica pressoché introvabile e della quale comunque si parla il meno possibile, si stanno moltiplicando, in specie nei paesi occidentali più secolarizzati e maggiormente contrassegnati dal multiculturalismo, i segnali di una ‘apertura’ nei suoi confronti. Di qui le richieste, per ora vaghe, ma ben percepibili, di una legittimazione prima della poligamia coranica, poi della poligamia tout-court: risale a pochi mesi fa, la dichiarazione (o la provocazione?) di un alto prelato della Chiesa d’Inghilterra, in merito ad una (a suo avviso doverosa) riconsiderazione dell’esclusività della monogamia. Poco rileva che la proposta sia stata formulata con riferimento solo a chi avesse contratto un matrimonio poligamico in un paese che lo ritenesse legale e che comunque ci siano state in merito proteste di ogni tipo.

La poligamia non è più un tabù; si può certamente continuare a dirle fermamente di no, ma ad avviso di molti sarebbe ormai giunto il momento di parlarne francamente. È un passo avanti (si fa per dire!) non da poco. Ancora più interessanti, a mio avviso, sono però non solo i passi, ma le vere e proprie ‘fughe in avanti’ su questo tema, motivate non da sensibilità multiculturale, ma da nuove sensibilità libertarie. Esemplare la posizione della filosofia Martha Nussbaum, una delle voci più interessanti d’oltre Oceano. Nel suo ultimo libro, ‘ Liberty of Conscience’, la Nussbaum non esita ad accusare di isteria la forte pressione sociale che si è esercitata negli Stati Uniti contro la setta dei Mormoni e che di fatto li ha indotti a rinunciare, almeno a livello pubblico, al matrimonio poligamico riconosciuto lecito dai loro testi sacri. Recare violenza alla libertà di coscienza, sostiene infatti la Nussbaum, è un vero e proprio ‘stupro dell’anima’: questo è quello che è stato fatto subire ai Mormoni. Come se ne esce? Per la Nussbaum, non se ne esce: se siamo per la libertà di coscienza dobbiamo accettare la poligamia! Stupisce come una filosofa, sotto altri profili anche raffinata, come la Nussbaum possa cadere in equivoci così grossolani. La coscienza non è un oracolo insindacabile che detta la verità, quanto piuttosto un ‘organo’ che ci orienta verso di essa. E reciprocamente la verità non va pensata come il prodotto delle elucubrazioni della coscienza (che può essere anche ingenua, manipolata o malata), ma come il suo presupposto.

E’ vero che non dobbiamo recare mai violenza alla coscienza; ma è ancora più vero che abbiamo il dovere di dirle di no, quando essa elabora progetti individuali o sociali di dominio, di sopraffazione, di violenza o comunque di impoverimento dell’esperienza umana. Un no che può generare dubbi e sofferenze, ma necessario. Questo è il caso del no alla poligamia, che non è struttura di libertà (come sostiene la Nussbaum, ricorrendo al sofisma del libero consenso dei partner che contraggono vincoli poligamici), ma di arbitrario dominio, perché strutturalmente si fonda sul potere di un unico marito su molte mogli (o di un’unica moglie su molti mariti). La libertà di coscienza è un bene prezioso, ma ancora più preziosa è la libertà in sé e per sé, che a volte proprio a causa di coscienze malformate può subire violenza. Possibile che ancora si debba tornare a spiegare verità filosofiche così elementari? Francesco D’Agostino – Avvenire

In difesa delle bambine

black9Hend Nasiri è la giovane attivista yemenita che ha lanciato la campagna per Salvare Warda contro il matrimonio delle bambine nel proprio paese. Quello che lei lancia è un allarme a livello nazionale che richiede un risveglio delle coscienze anche a livello internazionale. La sua denuncia nei confronti di Tawakkul al-Karman, premio Nobel per la Pace, deve fare riflettere e quel senso di responsabilità che lei vorrebbe fare sbocciare in Yemen deve essere ascoltato anche in Occidente. Nella intervista che ha rilasciato in esclusiva per ZENIT descrive una situazione allarmante che vede la vita delle bambine messa quotidianamente a repentaglio da tradizioni retrograde e dall’estremismo islamico.

Il matrimonio delle bambine è una tragedia non solo yemenita, ma diffusa anche in altre aree. Tuttavia i rapporti che riguardano lo Yemen forniscono dati impressionanti.

Ci può narrare quante bambine, e talvolta bambini, vengono costretti a un matrimonio precoce?
Da tempo cerchiamo e analizziamo i rapporti e le statistiche a riguardo, purtroppo possiamo affermare che non esistono dati certi. Ciononostante sappiamo che lo Yemen si situa al tredicesimo posto tra le venti nazioni in cui è diffusa la pratica del matrimonio delle minori.

Qui la percentuale delle bambine che vengono date in sposa in età inferiore ai diciotto anni è del 48,4%. Un rapporto pubblicato di recente dal Centro di Studi e Ricerche Sociali dell’Università di Sanaa denuncia che negli ultimi due anni circa il 52% delle ragazze yemenite ha contratto matrimonio prima dei quindici anni, contro il 7% dei ragazzi. Sul totale dei matrimoni di minori il 65% riguarda bambine di cui il 70% residenti in aree rurali. In molti casi le bambine sono di un’età compresa tra gli otto e i dieci anni.

Lei ha avviato una Campagna nazionale “Per salvare Warda”, ovvero per sollevare pubblicamente la questione delle spose bambine. Ci potrebbe narrare come è nata questa idea?

Hend Nasiri: A un certo punto mi sono resa conto che in seno alla Conferenza per il Dialogo Nazionale nessuno si era mai occupato della tragedia del matrimonio precoce e che non si era mai riusciti a votare e la definizione e la restrizione dell’età minima  per il matrimonio. Il problema risiede nelle cosiddette forze tradizionali e conservatrici e nelle cosiddette forze religiose Yemen che da sempre combattono contro una legge che ponga come età minima per il matrimonio i 18 anni. Dopo avere seguito numerosi casi e studiato molti rapporti a riguardo, il 20 agosto scorso ho preso la decisione di dare vita, a livello personale, a una campagna di sensibilizzazione. Con il passare dei giorni ho trovato molti sostenitori e molte persone che si sono unite alla mia battaglia, in modo particolare attivisti per i diritti umani e giuristi, uomini e donne. Ho quindi guadagnato alla causa persone valide e con esperienza in materia.  L’obiettivo principale di questa mobilitazione è quello di raggiungere la gente, l’opinione pubblica di modo da creare consapevolezza e responsabilità nei confronti del matrimonio della bambine. Così facendo vorrei garantire il sostegno dal basso affinché si possa esercitare pressioni sul governo affinché la legge stabilisca a 18 anni l’età minima per il matrimonio e possa perseguire e punire chiunque contragga o aiuti a contrarre un matrimonio di una minore.

Il governo e le istituzioni la stanno aiutando?

Hend Nasiri: Quanto alla collaborazione con organizzazioni e il governo siamo solo agli inizi. Stiamo cercando di avvicinare entrambi, così come organizzazioni della società civile come l’Unione delle donne nello Yemen, la Commissione nazionale per la donna. Sinora abbiamo ottenuto risposte positive e collaborazione.

Qual è la posizione degli estremisti islamici nei confronti della Campagna? Ci sono imam che, come è avvenuto in Marocco, hanno emesso fatwe a favore del matrimonio delle bambine?

Hend Nasiri: Per il momento non abbiamo subito attacchi diretti, ma gli estremisti islamici parlano e ripetono ai mezzi di comunicazione che l’età minima dovrebbe essere 16 anni e che si deve seguire la legge di Dio, ovvero la sharia. Quanto a una fatwa esistono due comunicati degli ulema dello Yemen circa il matrimonio delle bambine in cui difendono e appoggiano il matrimonio delle minori per evitare la diffusione della prostituzione e dell’adulterio prima del raggiungimento della maggiore età.

Il premio Nobel Tawakkul al-Karman sembra molto silenziosa a riguardo. Lei che ne pensa?

Hend Nasiri: Tawakkul al-Karman segue i dettami del proprio partito, il partito al-Islah espressione dei Fratelli musulmani, quindi non può pronunciarsi opponendosi al partito. Nonostante abbia ricevuto il Premio Nobel per la pace sinora non si è schierata né per la pace né si è occupata di una qualsiasi questione umana e umanitaria che riguarda il proprio paese.

Quali soluzioni proporrebbe per vincere battaglia contro i matrimoni precoci?

Hend Nasiri: A mio parere è indispensabile una riforma dei programmi scolastici affinché vi sia più consapevolezza dei rischi a livello sanitario del matrimonio in età precoce, al contempo i religiosi illuminati dovrebbero iniziare ad affrontare il tema nelle moschee e a spiegare i pericoli di questo tipo di unione sia per le bambine che per la società.

Che cosa si può fare dall’esterno per aiutarvi nella vostra missione?

Hend Nasiri: Quel che desidero comunicare al mondo è che decine, anzi centinaia, di ragazze nello Yemen che ogni giorno vengono obbligate al matrimonio e vengono violentate in nome di questo matrimonio a causa dell’ignoranza e della povertà. Ci sono molte ragazze vittime dello strapotere e della dittatura del padre e del marito. La questione del matrimonio delle bambine è un problema di tutti gli yemeniti ed è indispensabile che diventi una responsabilità di tutti quanti, è necessario che tutti prendano posizione contro questo crimine.
Valentina Colombo – Zenit

Un genocidio non riconosciuto: l’holodomor

holomodor-2aUno degli episodi più drammatici nella storia del comunismo. Oltre sette milioni di morti per fame in Ucraina, per iniziativa dl Stalin. Il nostro dovere di raccontare una verità incredibilmente censurata per settant’anni. Anche per onorare il sacrificio dl tanti innocenti.

C’è stato un periodo in cui l’intera Ucraina (grande due volte l’Italia) e le regioni ad est: il basso Volga, il Kuban’, il Kazachstan, sono state come un unico grande lager di Bergen-Belsen, dove milioni di uomini, donne e bambini morivano di fame a stavano agonizzando, mentre gli altri non avevano neppure le forze fisiche per seppellirli.

Tutto questo è avvenuto nel 1932-1933, nell’indifferenza del governanti e sicuramente nell’ignoranza degli altri popoli, e ancora oggi a stento si ê riusciti a ristabilire la verità storica per dare il dovuto tributo alla memoria di tante vittime innocenti. Nel marzo del 1933, papa Pio XI aveva già denunciato ad alta voce le «catastrofiche e micidiali ideologie» usate come strumento d’oppressione dai governanti, ma il peso politico dell’Unione Sovietica allora aveva avuto la meglio nel convincere l’opinione pubblica mondiale che in realtà la modernizzazione dell’economia sovietica avanzava trionfalmente.

Per questo la grande fame (la «fame di massa», in ucraino holodomor) del 1932-1933, con oltre sette milioni di vittime, il cannibalismo, la distruzione compieta del mondo contadino, è stata una delle tragedie maggiori e più censurate del XX secolo. L’origine di questa immane tragedia risale al 1929, quando Stalin vara un colossale ed ambizioso programma per dare una svolta all’economia socialista che sta arretrando rovinosamente, piano che si articola in due punti chiave: creare una possente industria di Stato (industrializzazione forzata), e aziende collettive nelle campagne (collettivizzazione). Ai suoi occhi queste due misure dovranno far decollare l’economia sovietica, e da tattico scaltro e impassibile si impegna a concretizzare i piani teorici a spese della società reale.

La società reale, dal canto suo, impersonata da un folto ceto di contadini-imprenditori, soprattutto ucraini, oppone una forte resistenza all’imposizione della Stato (nel 1929 si registrano 1.300 rivolte, che nel 1930 salgono a 13.754), e Stalin concepisce un attacco radicale per spezzare definitivamente ogni resistenza; l’attacco si articola in tre momenti: il primo (1929-1932) è l’attacco di classe, ovvero la «liquidazione del kulaki» (quei piccoli proprietari che possedevano una o due mucche), che annienta il nerbo vitale della campagna. La dekulakizzazione significa la soppressione fisica, o la deportazione all’estremo nord di 12 milioni di contadini. Il secondo momento è la collettivizzazione forzata, preceduta dall’abolizione della proprietà privata della terra, e l’obbligo per tutti di entrare nelle aziende agricole statali (i kolchoz). Alla fine di questo duplice attacco le vittime si contano a milioni.

Immediatamente segue la terza e ultima fase (1932-1933), che potremmo definire «terrore di massa attraverso la fame», ossia la carestia pianificata a tavolino e prodotta artificialmente per dare il colpo finale a ogni possibile resistenza. La fame viene provocata attraverso una politica fiscale insostenibile che esaurisce le risorse monetarie della regione; attraverso la requisizione per l’ammasso statale dell’intera produzione agricola dei kolchoz, senza lasciare nulla per l’alimentazione né per le semine; attraverso la confisca delle derrate alimentari alla popolazione e la proibizione di farne commercio (pena condanne alla fucilazione o a più di dieci anni di lager); attraverso la proibizione di qualsiasi azione di sostegno da parte di altre regioni dell’Unione Sovietica; attraverso il ritiro del passaporto interno, in modo che le famiglie affamate non possano cercare salvezza in altre zone. Questa volta il numero delle vittime è ancora maggiore ed è accompagnato da un attacco radicale alla cultura ucraina, alla fede ortodossa, alla coscienza nazionale, che vengono identificate come manifestazioni di «nazionalismo» (ai prigionieri strappavano la croce e qualsiasi indumento tradizionale che in qualche modo li identificasse come ucraini).

Per definire un fenomeno storico che non aveva precedenti, Ia lingua ucraina ha elaborato un termine nuovo, holodomor appunto, che al pari del termine shoah, cerca di esprimere l’inesprimibile, l’orrore della violenza di massa pianificata. Nel 1932-1933, per la prima volta nella storia dell’umanità, la confisca dei generi alimentari è stata consapevolmente utilizzata da uno Stato a fini politici, come arma di distruzione di massa della propria popolazione.

La verità sulle cause, le modalità e le dimensioni della carestia, anzi, l’esistenza stessa della carestia, come si è detto, sono state caparbiamente occultate e negate per decenni sia alla comunità internazionale che alla popolazione sovietica. Finché è esistito, il governo sovietico ha sempre usato la propria posizione di membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU per impedire che l’argomento fosse sollevato nell’assise internazionale; infatti, ancora nel 1978 e nel 1985, due documenti delle Nazioni Unite sui genocidi del XX secolo (il Rapporto di Nicodème Ruhashyankiko, e il Rapporto di Benjamin Whitaken) non nominavano affatto l’Ucraina.

Negli stessi anni, le falsificazioni staliniane e post-staliniane hanno però incominciato a essere smontate grazie alle testimonianze messe clandestinamente in circolazione nel samizdat dai dissidenti, che in molti casi hanno pagato col carcere per questo. Il prima a parlare della carestia in modo organico è stato, nel 1986, lo storico occidentale Robert Conquest, con un libro intitolato The Harvest of sorrow, (La messe del dolore), nella cui introduzione scriveva di essere stato costretto a occuparsene perché «non è possibile farlo in Unione Sovietica, tanto più che molte testimonianze raccolte dagli emigrati non sono fruibili dagli studiosi sovietici».

Così è stato rivelato che se nei discorsi pubblici Stalin esaltava i progressi del paese, nei messaggi confidenziali si mostrava preoccupato della situazione agricola e delle riserve valutarie (che mettevano in forse l’importazione di macchinari e quindi l’industrializzazione). Avendo urgente bisogno di valuta pregiata, nel 1932 Stalin vendette sottocosto in Occidente il grano sottratto all’Ucraina, che fu acquistato da Gran Bretagna, Germania, Italia (da Mussolini, che era al corrente della situazione, ma ciò nonostante il 2 settembre 1933 stipulò con l’Unione Sovietica un Patto di amicizia, non aggressione e neutralità).

Fu Stalin a ispirare la legge del 7 agosto 1932, detta «delle cinque spighe», che comminava la fucilazione o la detenzione superiore ai dieci anni per chi fosse sorpreso a rubare beni appartenenti ai kolchoz; la polizia politica ricevette l’ordine di «sradicare in maniera decisa i sabotatori degli ammassi». Nel 1934 il primo segretario del partito ucraino Kosior scriverà a Stalin che un milione di contadini era stato condannato in conformità a questa legge.

Quando la carestia si fu scatenata in pieno, neppure le autorità centrali si interessarono di sapere il numero esatto delle vittime; anzi, a un certo punto giunse dal centro la direttiva: «È categoricamente proibito a qualunque organizzazione tenere la registrazione dei casi di gonfiore e di morte per fame, tranne che agli organi della GPU», la quale, dal canto suo, scriveva nel suoi rapporti interni: «Le cifre che vengono citate sono evidentemente decurtate, in quanto gli apparati provinciali della GPU non tengono a registrazione degli affamati e dei gonfi, e il reale numero delle morti spesso è sconosciuto anche ai soviet locali». Infatti i soviet di villaggio avevano avuto l’ordine di non indicare la causa della morte nelle registrazioni dei decessi. Come se non bastasse, nel 1934 giunse la disposizione che tutti i registri dell’anagrafe degli anni 1932-1933 fossero spediti al reparti speciali dove, probabilmente, vennero distrutti.

Ma nonostante tutte le difficoltà oggettive che un tentativo così colossale di cancellazione ha prodotto, oggi abbiamo dei dati certi ricavati dagli archivi dell’ex GPU, da quelli del Cremlino e da quello privato di Stalin, i quali ci dicono che nel 1932-1933 nella sola Ucraina i morti per media e fenomeni correlati come epidemie, cannibalismo, suicidi, furono 3,5 milioni, mentre in tutta l’URSS furono più di sette.

Cosi alla fine, Ia ricerca della verità ha avuto la meglio su tutto, sugli strati di mistificazioni e depistaggi, sull’opera di distruzione della memoria, sui tabù ideologici, sulla propaganda «progressista». Per ritrovare nelle fonti d’archivio tutti i documenti che comprovano la tragedia, e che al tempo stesso smentiscono decenni di menzogne, c’è voluta una forte volontà, sorretta da una certezza altrettanto forte: che la verità c’è, e merita l’impegno della nostra libertà, perché è lei — e non altro — che ci rende liberi. Per noi, troppo spesso tentati di disperare della verità, coperta dal chiasso di infiniti discorsi e opinioni, questo appassionato lavoro di ricerca e ricostruzione dei fatti dev’essere un monito significativo: niente può giustificare la rinuncia alla verità, perché se non esiste la verità ma solo l’opinione, tutto è possibile. Anche una mostruosità come questa carestia pianificata. Giovanni Paolo II ha voluto ricordare con un messaggio speciale i 70 anni dell’holodomor, ricollegandone la memoria proprio a un compito nel presente: «Mai più! La consapevolezza delle aberrazioni passate si traduce in un costante stimolo a costruire un avvenire più a misura dell’uomo, contrastando ogni ideologia che profani la vita, la dignità, le giuste aspirazioni della persona…».
Marta Dall’Asta