Il feto prova dolore dalla 15ma settimana

Segnaliamo due pubblicazioni che  confermano la sofferenza provata dal feto sin dalla quindicesima settimana.

  1. Questo gruppo di ricercatori internazionali sostiene che il  feto umano può provare una rudimentale forma di dolore sin dalla 15a settimana di gestazione.
    J Pain Res. 2016 Nov 11;9:1031-1038. eCollection 2016.
    Appearance of fetal pain could be associated with maturation of the mesodiencephalic structures.
    https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27881927
  2. Questo studioso giapponese traccia lo stato dell’arte della coscienza e della percezione del dolore fetale (citando studi del prof. Carlo Bellieni).  E’ importante che l’etica tenga presente i dati dela scienza anche in questo delicato settore.
    J Obstet Gynaecol Res. 2016 Oct;42(10):1211-1221. doi: 10.1111/jog.13099. Epub 2016 Aug 16.
    Current status of fetal neurodevelopmental assessment: Four-dimensional ultrasound study.
    Hata T1.
    https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27528188

 

Donne o cose? Le schiave nere del sesso a dieci euro

Uno studio del “Centro immigrati Fernandes” di Castelvolturno calcolò che nel 2000 c’erano circa 600 ragazze nigeriane a prostituirsi sulla strada Domitiana, un’ arteria che congiunge il basso Lazio con la provincia di Napoli. Sono poco più di 30 km di strada dove le prostitute si succedono una dietro l’altra come in una processione.

Oggi è cambiato poco. Che faccia freddo, piova, ci sia arsura e sole cocente, loro sono sempre lì a difendere il metro quadrato di marciapiede. Perché pagano anche quel metro quadro: 300 euro al mese da consegnare alla mafia nigeriana che qui si spartisce il traffico di droga e della prostituzione con il clan dei casalesi. Impongono anche il prezzo della prostituzione. Deve essere basso, per attirare più clienti. Costano 10 euro a prestazione. E così a tutte le ore c’è un continuo via vai di clienti. Accettano qualsiasi cosa, non possono permettersi di rifiutare niente. Sulle spalle hanno un debito che si aggira intorno ai 40 mila euro. È il loro prezzo, cioè quanto in Africa è stato pagato al mercato delle schiave.  In Italia sono accolte da una sorta di maitresse che chiamano “maman”. È quella che si occupa della loro accoglienza. Le dà una sistemazione, promette loro un lavoro e poi le spedisce sulla strada. Chi si rifiuta viene violentata dai capi nigeriani e sottoposta ai riti del voodoo. Molte di loro hanno segni permanenti sul volto e sul corpo, cicatrici profonde frutto delle tribalità a cui sono sottoposte.

Maria, nome di copertura, ci racconta di essere stata costretta a prostituirsi sette lunghi anni per ripagare il suo debito. Ai genitori dissero che aveva le qualità per fare la segretaria in Italia, conosceva l’inglese e sapeva scrivere. Dopo due settimane si ritrovò sulla strada accanto a una ragazzina. «Non aveva nemmeno il seno, era piccola proprio, una bambina. La violentarono e poi la portarono sulla strada».  Di ragazzine come le descrive Maria ne abbiamo incontrate tante. Addirittura una di 13 anni che si prostituisce da quando ne aveva 12.

È un traffico, questo, che va avanti da anni, ininterrotto e incontrastato. Lo sa bene Renato Natale. È l’ ex sindaco anti camorra di Casal di Principe. Oggi dedica la sua vita di medico al centro Fernandez, unico punto di riferimento per migliaia di immigrati. Le minacce sono pane quotidiano, ormai ci ha fatto l’abitudine. «L’ultima lettera l’ho trovata sotto casa – racconta-. Mi intimava di farmi i fatti miei e di ricordarmi che avevo famiglia». La sua è una vera e propria vocazione per gli immigrati. Li aiuta, li cura, li segue ma soprattutto ci parla.

«Sembra incredibile, ma queste persone, soprattutto se vittime della prostituzione, hanno bisogno di parlare, di essere considerate esseri umani e non della merce». Merce, infatti, sono sia per la camorra che chiede una sorta di parcheggio per l’occupazione del territorio (a patto che stiano lontane da dove risiedono i boss) che per i nigeriani, i quali le sfruttano pagando una percentuale sui guadagni ai casalesi.  Oggi, per dare meno nell’occhio, le mafie tendono a togliere dalla strada queste ragazze. Non è un caso che su un noto sito di incontri, la maggior parte delle prostitute venga da questa zona: Castelvolturno, Licola, Varcaturo. La madama prepara l’annuncio standard per tutte, le fotografa e le mette on line.

Ma la camorra è andata oltre. Ha dato in gestione ai nigeriani alcune villette che si trovano proprio a ridosso della Domitiana, in modo da non perdere la clientela di questa strada. Ville nuove e apparentemente abbandonate dove alle prostitute sono riservati i sottoscala. Al primo piano vive il “magnaccia”, lo sfruttatore. Riusciamo a malapena a riprenderle con la telecamera perché sono controllatissime sia dentro che fuori.  Droga e prostituzione vanno di pari passo e così nell’ultimo periodo si sono diffuse le “connection house”. Sono tuguri, stanzini di miseri appartamenti affittati per 5 euro l’ora da immigrati, per lo più libanesi, dove oltre alle prostitute è possibile trovare ogni sorta di droga. Ma quello che respiriamo entrando è solo una forte puzza di miseria ed emarginazione.

Antonio Crispino – Corriere della Sera

Nota di Amici di Lazzaro:
Aggiungiamo una nota sul fatto che è urgente che si arrivi a confiscare beni in Italia e in Nigeria alle madame per ridarli alle vittime e incoraggiare l’uscita dalla tratta e dallo sfruttamento.

Papa Francesco e le vittime di tratta e schiavitù

Papa Francesco il 26 maggio 2013
«La “tratta” di persone è un’attività ignobile. Una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate. Sfruttattori e clienti a tutti i livelli, dovrebbero fare un serio esame di coscienza davanti a se stessi e a Dio».

Io penso a tanti dolori di uomini e donne, anche di bambini, che sono sfruttati  da tante mafie, che li sfruttano facendo fare loro un lavoro che li rende  schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali. Dietro a questi  sfruttamenti, dietro a queste schiavitù, ci sono mafie. Preghiamo il Signore  perché converta il cuore di queste persone. Non possono fare questo! Non possono  fare di noi, fratelli, schiavi! Dobbiamo pregare il Signore! Preghiamo perché  questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio e lodiamo Dio per la  luminosa testimonianza di don Giuseppe Puglisi, e facciamo tesoro del suo  esempio!

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Papa Francesco il 24 maggio 2013
Il Documento richiama l’attenzione sui milioni di rifugiati, sfollati e apolidi, toccando anche la piaga dei traffici di esseri umani, che sempre più spesso riguardano i bambini, coinvolti nelle forme peggiori di sfruttamento e reclutati persino nei conflitti armati. Ribadisco che la “tratta delle persone” è un’attività ignobile, una vergogna per le nostre società che si dicono civilizzate! Sfruttatori e clienti a tutti i livelli dovrebbero fare un serio esame di coscienza davanti a se stessi e davanti a Dio!

Dio è buono, imitiamo Dio. La loro condizione non può lasciare indifferenti. E noi, come Chiesa, ricordiamo che curando le ferite dei rifugiati, degli sfollati e delle vittime dei traffici mettiamo in pratica il comandamento della carità che Gesù ci ha lasciato, quando si è identificato con lo straniero, con chi soffre, con tutte le vittime innocenti di violenze e sfruttamento. Dovremmo rileggere più spesso il capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo, dove si parla del giudizio finale (cfr vv. 31-46). E qui vorrei anche richiamare l’attenzione che ogni Pastore e Comunità cristiana devono avere per il cammino di fede dei cristiani rifugiati e forzatamente sradicati dalle loro realtà, come pure dei cristiani emigranti. Essi richiedono una particolare cura pastorale che rispetti le loro tradizioni e li accompagni ad una armoniosa integrazione nelle realtà ecclesiali in cui si trovano a vivere. Le nostre Comunità cristiane siano veramente luoghi di accoglienza, di ascolto, di comunione!

Cari amici, non dimenticate la carne di Cristo che è nella carne dei rifugiati: la loro carne è la carne di Cristo. Spetta anche a voi orientare verso nuove forme di corresponsabilità tutti gli Organismi impegnati nel campo delle migrazioni forzate. Purtroppo è un fenomeno in continua espansione, e quindi il vostro compito è sempre più esigente, per favorire risposte concrete di vicinanza e di accompagnamento delle persone, tenendo conto delle diverse situazioni locali.
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Papa Francesco il 12 giugno 2013

Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, con un riferimento particolare allo sfruttamento dei bambini nel lavoro domestico: un deprecabile fenomeno in costante aumento, specialmente nei Paesi poveri. Sono milioni i minori, per lo più bambine, vittime di questa forma nascosta di sfruttamento che comporta spesso anche abusi, maltrattamenti e discriminazioni. E’ una vera schiavitù questa!

Auspico vivamente che la Comunità internazionale possa avviare provvedimenti ancora più efficaci per affrontare questa autentica piaga. Tutti i bambini devono poter giocare, studiare, pregare e crescere, nelle proprie famiglie, e questo in un contesto armonico, di amore e di serenità. È un loro diritto e un nostro dovere. Tanta gente invece di farli giocare li fa schiavi: è una piaga questa. Una fanciullezza serena permette ai bambini di guardare con fiducia verso la vita e il domani. Guai a chi soffoca in loro lo slancio gioioso della speranza!

Papa Francesco a Pasqua 2013

Pace a tutto il mondo, ancora così diviso dall’avidità di chi cerca facili  guadagni, ferito dall’egoismo che minaccia la vita umana e la famiglia, egoismo  che continua la tratta di persone, la schiavitù più estesa in questo ventunesimo  secolo; la tratta delle persone è proprio la schiavitù più estesa in questo  ventunesimo secolo!
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Atto di venerazione all’Immacolata – Papa Francesco

Vergine Maria,
in questo giorno di festa per la tua Immacolata Concezione,
vengo a presentarti l’omaggio di fede e d’amore
del popolo santo di Dio che vive in questa Città e Diocesi.
Vengo a nome delle famiglie, con le loro gioie e fatiche;
dei bambini e dei giovani, aperti alla vita;
degli anziani, carichi di anni e di esperienza;
in modo particolare vengo a te
da parte degli ammalati, dei carcerati,
di chi sente più duro il cammino.
Come Pastore vengo anche a nome di quanti
sono arrivati da terre lontane in cerca di pace e di lavoro.

Sotto il tuo manto c’è posto per tutti,
perché tu sei la Madre della Misericordia.
Il tuo cuore è pieno di tenerezza verso tutti i tuoi figli:
la tenerezza di Dio, che da te ha preso carne
ed è diventato nostro fratello, Gesù,
Salvatore di ogni uomo e di ogni donna.
Guardando te, Madre nostra Immacolata,
riconosciamo la vittoria della divina Misericordia
sul peccato e su tutte le sue conseguenze;
e si riaccende in noi la speranza in un vita migliore,
libera da schiavitù, rancori e paure.

Oggi, qui, nel cuore di Roma, sentiamo la tua voce di madre
che chiama tutti a mettersi in cammino
verso quella Porta, che rappresenta Cristo.
Tu dici a tutti: “Venite, avvicinatevi fiduciosi;
entrate e ricevete il dono della Misericordia;
non abbiate paura, non abbiate vergogna:
il Padre vi aspetta a braccia aperte
per darvi il suo perdono e accogliervi nella sua casa.
Venite tutti alla sorgente della pace e della gioia”.

Ti ringraziamo, Madre Immacolata,
perché in questo cammino di riconciliazione
tu non ci fai andare da soli, ma ci accompagni,
ci stai vicino e ci sostieni in ogni difficoltà.
Che tu sia benedetta, ora e sempre, Madre. Amen.

(Papa Francesco, 8 dicembre 2015)

Le più belle frasi di Benedetto XVI sul Natale (parte I)

Benedetto XVI, ha spiegato in varie occasioni la bellezza e il significato profondo del Natale.
Qui alcune delle sue più belle frasi:
“Nel Natale noi incontriamo la tenerezza e l’amore di Dio che si china sui nostri limiti, sulle nostre debolezze, sui nostri peccati e si abbassa fino a noi.”

” il Natale la celebra come l’entrare di Dio nella storia facendosi uomo per riportare l’uomo a Dio: segna, per così dire, il momento iniziale, quando si intravede il chiarore dell’alba. Ma proprio come l’alba precede e fa già presagire la luce del giorno, così il Natale annuncia già la Croce e la gloria della Risurrezione.”

“La gloria di Dio non si manifesta nel trionfo e nel potere di un re, non risplende in una città famosa, in un sontuoso palazzo, ma prende dimora nel grembo di una vergine, si rivela nella povertà di un bambino. L’onnipotenza di Dio, anche nella nostra vita, agisce con la forza, spesso silenziosa, della verità e dell’amore. La fede ci dice, allora, che l’indifesa potenza di quel Bambino alla fine vince il rumore delle potenze del mondo.”

“Nella notte del mondo, lasciamoci ancora sorprendere e illuminare da questo atto di Dio, che è totalmente inaspettato: Dio si fa Bambino. Lasciamoci sorprendere, illuminare dalla Stella che ha inondato di gioia l’universo. Gesù Bambino, giungendo a noi, non ci trovi impreparati, impegnati soltanto a rendere più bella la realtà esteriore.”

“La cura che poniamo per rendere più splendenti le nostre strade e le nostre case ci spinga ancora di più a predisporre il nostro animo ad incontrare Colui che verrà a visitarci, che è la vera bellezza e la vera luce. Purifichiamo quindi la nostra coscienza e la nostra vita da ciò che è contrario a questa venuta: pensieri, parole, atteggiamenti e azioni, spronandoci a compiere il bene e a contribuire a realizzare in questo nostro mondo la pace e la giustizia per ogni uomo e a camminare così incontro al Signore.”

AIUTACI AD AIUTARE UNA FAMIGLIA POVERA O UNA MAMMA SOLA ccp 27608157 (IBAN IT 98 P 07601 01000 0000 27608157)
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“Il presepe è espressione della nostra attesa, che Dio si avvicina a noi, che Gesù si avvicina a noi, ma è anche espressione del rendimento di grazie a Colui che ha deciso di condividere la nostra condizione umana, nella povertà e nella semplicità.”

“In quel Bambino, infatti, si manifesta Dio-Amore: Dio viene senza armi, senza la forza, perché non intende conquistare, per così dire, dall’esterno, ma intende piuttosto essere accolto dall’uomo nella libertà; Dio si fa Bambino inerme per vincere la superbia, la violenza, la brama di possesso dell’uomo.”

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Cristiani, il Natale viviamolo così

di P.Piero Gheddo

Il Natale è festa religiosa da vivere innanzitutto ricuperando le radici della nostra fede con la preghiera e i Sacramenti. Ricordandosi anche dei poveri. Tutto il resto: importante ma secondario. Nel 1978, un anziano missionario del Pime che aveva lavorato in Cina da prima dell’ultima guerra mondiale e nel 1952 venne espulso dal regime comunista di Mao, ricevette da Kaifeng (provincia di Henan) questa lettera di un suo antico catechista: “Caro Padre, ti ho scritto due volte quest’anno per dirti che la mia famiglia è di nuovo riunita dopo una lunga separazione (cioè, dopo il carcere nel tempo della persecuzione, n.d.r.).

Fra poco potremo celebrare il primo Natale, dopo più di vent’anni che la nostra chiesa era chiusa e usata come magazzino. L’hanno riaperta e ci sono due sacerdoti nella nostra città. Finalmente potremo avere una Messa il giorno di Natale, quando Gesù verrà a visitarci. Il Signore ha concesso a me e alla mia famiglia la gioia di ritornare a godere della libertà e di celebrare assieme ai nostri fratelli che credono in Lui questa grande festa della nostra fede”.

Come vivere cristianamente il Natale?Anzitutto ricordando che il Natale è “la grande festa della nostra fede”, la festa dei semplici e degli umili di cuore, che sanno inginocchiarsi davanti al Presepio e pregare il Figlio di Dio che s’è fatto uomo per salvarci.

Molti fanno festa ma non sanno nemmeno perché. Il 25 dicembre dell’anno scorso sono andato a comperare un giornale. Il giornalaio mi ha detto: “Buon Natale!”. “Grazie – gli ho risposto – ma che auguri mi fa?”. Mi ha guardato interdetto: “Mah, non so, che lei sia felice, che abbia lunga vita, che le vada tutto bene…”. Gli dico: “Anch’io le auguro Buon Natale, cioè che Dio sia con lei, l’unica cosa che conta davvero nella nostra vita”.  Mi ha ringraziato ma non sembrava troppo convinto. Crede anche lui alla nascita del Figlio di Dio, forse non è abituato a pensarci.

Il Natale rischia di diventare, anche per noi che ci crediamo, una festa pagana: un tempo di vacanza, un gran pranzo, star bene, incontrare la famiglia e gli amici, divertirsi, avere tanti soldi da spendere per fare e ricevere regali. In un dicembre di anni lontani ero in Germania, il manifesto di una chiesa protestante rappresentava un Presepio con un fumetto che usciva dalla bocca del piccolo Gesù: “Per favore, nessuna orgia di cibi, di alcolici e di regali nella ricorrenza della mia nascita. Ricordatevi dei poveri. Firmato: il Bambino Gesù”. Ricordatevi dei poveri! E’ ancora di moda l’educazione alla solidarietà verso i poveri? Oppure nelle famiglie si propongono solo mete come la carriera, i soldi, i divertimenti? Quand’ero piccolo, il pomeriggio di Natale la mamma prendeva noi tre bambini e ci portava da una famiglia con tanti figli, per donar loro qualche regalo e un po’ di dolci. Eravamo poveri anche noi, ma qualcosa potevamo darlo agli altri e questo capitava anche in altre feste nel corso dell’anno. Nel tempo natalizio si celebra nelle Filippine un’antica usanza spagnola, la “misa de gallo”, quando il gallo canta. Ci si ritrova alle quattro del mattino nella grande chiesa parrocchiale con migliaia di fedeli, oppure in una povera casa di legno su palafitte, tra il piagnucolare dei piccoli e il grugnire dei maiali sotto i piedi: a dicembre i missionari visitano i gruppi di fedeli a questo modo, andando sul posto la sera prima.

Tutti portano qualcosa, un dono in natura, un regalo, un po’ di soldi e chi ha molto deve dare di più. La Messa natalizia ricorda che siamo tutti fratelli: al termine si distribuiscono i doni ai più poveri. Il Natale senza bontà, senza generosità, senza l’entusiasmo del bene, non è più un Natale né cristiano né umano.

Però la nascita di Gesù è qualcosa di più e di diverso. “Col Natale entra in scena – ha scritto don Giussani – una cosa assolutamente occulta a tutti, vale a dire il reale, la realtà. La grande Presenza”. L’Avvenimento del Natale ha cambiato il corso della storia e la nostra vita personale: non è una favola o un mito, ma un fatto storico che la fede rende di nuovo presente nel mondo d’oggi, dove però, nella mentalità e nei comportamenti comuni, esiste solo quello che si vede e si tocca. Ecco perché il cristiano, per vivere bene il Natale, deve andare contro-corrente. Allora, in concreto, come vivere da cristiani il Santo Natale? Gesù porta nel nostro quotidiano la Presenza di Dio che ci ama e vuole salvarci: a Natale dobbiamo ritornare a Dio, convertirci a Dio, interrogarci su come rispondiamo all’amore del Figlio di Dio che è nato per noi. Siamo cristiani perché vogliamo vivere “la vita nuova in Cristo”. La nascita di Gesù rinnova, se vogliamo, la nostra esistenza, ci invita a coltivare questo ideale: voglio vivere una vita nuova nell’amore a Cristo e ai fratelli. Una delle aspirazioni comuni oggi è quella di non invecchiare: creme, medicine, diete, fisioterapie, interventi chirurgici e via dicendo.

Vorrei gridarlo a tutti: la vera ricetta per rimanere giovani è vivere nella Grazia di Dio e amare Gesù Cristo e il nostro prossimo! Fisicamente il nostro corpo decade e non è male tentare di rallentare questo processo fisiologico. Ma dobbiamo rimanere sempre giovani nello spirito e anche saper ritornare bambini: coscienti come il bambino che tutto ci viene da Dio, pronti a ricevere i doni di Gesù.

“Alessà… te ricordi” Trovare pace dopo una vita di droga e sofferenze

Un medico racconta come una persona, anche dopo una vita di droga e sofferenze, se accolta e accettata può morire nella pace e con dignità

Alessandro aveva 56 anni, arrivò in Ospedale in una condizione molto dolorosa: un linfoma di alto grado con localizzazioni cerebrali e polmonari. Lo incontrai arrivando una sera per il turno di notte. Mi impressionò il suo aspetto trascurato, le poche cose in un sacco nero di plastica, una barba lunga, un pacchetto di sigarette sul comodino aperto da cui si vedevano alcune sigarette mezze fumate e deposte lì in attesa di essere fumate ancora.

Mi presentai, gli dissi chi ero e gli chiesi come stava; una risposta secca: “Malissimo”. Cercai di parlare un po’ con lui ma era difficile. Mi chiese: “Me lo fa un favore? Mi prenderebbe un caffè e una bottiglia d’acqua, non ho soldi e soprattutto non ho nessuno che me li possa portare…lo so, lei è un medico e non dovrebbe fare queste cose, ma per favore può fare questo per me?”. Gli portai quanto mi aveva chiesto e cominciò a raccontarmi un po’ di cose; mi resi conto che alcune non erano vere, ma posi attenzione su tutte, su quelle vere, su quelle probabilmente vere e su quelle assolutamente false. Ci salutammo e come dico a tutti gli dissi, tenendogli le mani: “Se hai bisogno questa notte chiamami”.

Nei giorni successivi i miei incontri con Alessandro si riempirono di significato, tra una richiesta e l’altra di cose materiali, di cui effettivamente aveva bisogno. Iniziai a conoscere il suo cuore ricco di ferite, di cose non belle, pieno di droga e di violenza, di abbandono e desiderio di amore. Non veniva nessuno a trovarlo e questo lo rattristava molto.

I giorni passavano e la sua salute peggiorava, il linfoma cerebrale dava segni di sé nonostante le cure. Cercavamo in tutti i modi di rintracciare la sorella che non vedeva ormai da anni, ma tutto risultava difficile. Un giorno comparve la sua ex compagna, alcolista e tossicodipendente anche lei; poi arrivò un amico drogato che creò in ospedale una serie di problemi anche gravi. Insomma non si riusciva a trovare qualcuno “dei suoi” in grado di dare ad Alessandro quell’affetto che ci urlava dal profondo del cuore.

Una domenica, mi chiamarono dal piano perché c’erano alcuni “strani soggetti” che si aggiravano nei corridoi. Mi avvicinai ed incontrai quei “piccoli piccoli” di cui parlava Gesù, quelli che agli occhi del mondo non sono degni neanche di compassione. Era un gruppo di sei-sette persone sfigurate dall’alcol e dalla droga, con gli occhi persi in quel mondo che avevano disperatamente cercato di raggiungere con queste dipendenze, ma che non avevano mai trovato.

Mi avvicinai a loro con molto rispetto e anche con un po’ di timore, li feci accomodare nel salottino dove riceviamo i parenti e con molta fermezza, ma anche dolcezza, gli dissi che ero contenta di conoscere gli amici che Alessandro aveva tanto cercato, che il posto dove erano aveva delle regole da rispettare, altrimenti avrei dovuto mandarli via. Assunsi il ruolo di “capo clan”, ed essi capirono subito.

Quando arrivò l’ora della fine delle visite, erano ancora lì. Spiegai loro che era ora di uscire e come scolaretti diligenti, si misero in fila e ognuno si avvicinava all’amico e lo salutava con un proprio aneddoto che potesse ricordargli il passato. “Alessà te ricordi quando ce ubriacavamo poi andavamo a mangià l’uovo fritto a Tor Bella Monaca”. “Alessà te ricordi er tunnel dell’Eur dove stavamo perché nun tenevamo casa e quanno venne a televisione tu parlasti pè tutti noi…”. “Alessà, te ricordi come ce semo divertiti…”.

Ognuno gli regalava un bacio sul viso e lui rispondeva con una lacrima. Mi resi conto che sulla sedia c’era una camicia con delle palme e il mare disegnati, chiesi di chi fosse e mi risposero che l’avevano comprata per Alessandro per il giorno della sua morte, perché doveva vestirsi allegro. Poi un giorno, ormai alla fine, arrivò la sorella. Un lungo dialogo, molto doloroso, quando ormai Alessandro non aveva più voce, né sguardo… Al sentire però la voce della sorella che lo chiamava, un movimento fece sì che le loro mani si stringessero. La sorella incontrò gli amici, all’inizio ci fu grande disprezzo.

Un giorno le dissi: “Perché fa così con queste persone? In questi anni sono stati loro ad essere accanto a suo fratello. È vero, sono stati anni di droga, di alcool e di delinquenza, però loro c’erano e mi creda, gli vogliono bene con tutto il cuore; hanno accettato regole per loro impensabili, hanno superato se stessi per amore, per amicizia…”. Mi resi conto che il volto di quella donna cambiava e scoppiò in un pianto liberatorio.

Dopo due giorni, durante un lungo turno di pomeriggio e notte, andai da Alessandro e vidi la sorella che dialogava con gli amici. Alla fine ognuno si mise in fila e dopo aver salutato Alessandro, si avvicinò alla sorella e la salutò con un bacio a cui lei rispose con un abbraccio. Il mio cuore si commosse fino alle lacrime. Dio non lascia mai l’opera sua incompiuta: due giorni fa la sorella ha chiesto l’unzione degli infermi per Alessandro. Erano tutti lì, anche gli amici che forse non sapevano cosa fosse, ma non dissero nulla.

Il cappellano era malato e non si trovava nessuno. Chiamai allora padre Rinaldo che con la sua semplicità ha coinvolto tutti, sapeva bene che quelle persone non avrebbero potuto rispondere ai grandi riti, alle grandi celebrazioni, e dopo aver spiegato loro in modo semplice il sacramento dell’unzione, ha invitato tutti a recitare il Padre Nostro.

Tutti, ma proprio tutti, stretti intorno ad Alessandro, con gli occhi fissi su di lui, hanno pregato con un’intensità tale da sembrare di essere nella più grande cattedrale del mondo! Questa notte Alessandro è andato in cielo e questa mattina sono venuti gli amici che, in fila come scolaretti, hanno voluto ringraziare per il bene fatto all’amico e per il Padre nostro recitato insieme. In quella fila c’era anche la sorella…

* Enza Annunziata è membro dell’Istituzione Teresiana e medico oncologo nell’ospedale di Roma “Cristo Re”. Ha lavorato in Perù, in particolare nel fiume Napo (Amazon), con il Progetto Cultura e Solidarietà Domani (PRODOCS) e successivamente a Villa El Salvador (Pachacamac), alla periferia di Lima, in un progetto sanitario dell’Istituzione Teresiana. 

Zenit

«Eutanasia? La chiede chi viene lasciato solo»

Se ne parla troppo di eutanasia, o se ne parla troppo poco?
L’affermazione più corretta sta nel mezzo: se ne fa un gran parlare ma spesso in maniera scorretta. Di tutti i nodi bioetici è forse il più difficile: perché può riguardare due fasi della vita, la vecchiaia e la malattia – di frequente coincidenti – che l’efficientismo dilagante tende a giudicare “inutili”. Il malato, specie se vecchio, è considerato un peso improduttivo. Ma ci sono anche altri interrogativi: può un uomo decidere di smettere di vivere per non soffrire, o scegliere al posto di un altro? Cosa succede quando a soffrire sono i bambini? E cosa vuol dire non voler vedere una persona star male, quando la medicina ha portato allo sviluppo di innovative terapie del dolore?

Domande cui si è portati a rispondere più con l’istinto che con la razionalità. Fondamentali sono dunque la chiarezza e la precisione delle argomentazioni, le stesse che usa don Michele Aramini, docente di bioetica e autore di numerosi testi, tra cui l’ottimo «Eutanasia. Spunti per un dibattito» (Ancora, pp. 159, 12 euro).

 Don Aramini, partiamo dal linguaggio. Che cosa s’intende per eutanasia?

«La maggior parte delle persone guarda in modo non del tutto negativo l’eutanasia perché pensa che si tratti della sospensione delle cure inutili praticate a un malato che sta per morire. Questa però non è eutanasia ma il “no” all’accanimento terapeutico. Ed è del tutto lecito e necessario che ci si opponga a questa pratica. L’eutanasia, invece, è la decisione – con o senza esplicita richiesta – di anticipare la morte di una persona attraverso un gesto specifico o un’omissione, cioè somministrando o meno qualcosa. Per eutanasia quindi si deve intendere la volontà di uccidere una persona prima della sua morte naturale. Non è il caso di sottilizzare se si tratta di un’azione attiva o passiva, perché il fine è lo stesso: procurare la morte».

Perché si arriva a chiedere in determinati casi il ricorso all’eutanasia?

«C’è una prima motivazione, che di certo era più valida nel passato ma che, quando si entra in un clima di polemica, viene tirata abitualmente fuori: mi riferisco all’insopportabilità del dolore, vale a dire il rifiuto di una sofferenza che non si riesce a tollerare in prima persona oppure a far sopportare agli altri. Era la richiesta contenuta nel manifesto sull’eutanasia firmato nel 1983 da alcuni premi Nobel, che faceva leva sulla pretesa immoralità di infliggere dolore a una persona. È una richiesta superata, in quanto la terapia del dolore oggi è in grado di agire su tutte le situazioni, anche quelle più estreme, con la cosiddetta “sedazione terminale”».

 La terapia del dolore è però ancora insufficientemente conosciuta e praticata in Italia…

«Il problema vero è che è usata a macchia di leopardo, anche se la sua diffusione sta progredendo. Non è un problema solo dell’Italia ma anche – per esempio – degli Stati Uniti, dove le statistiche dicono che solo la metà dei pazienti viene trattata adeguatamente nella parte finale della vita».

C’è una mancanza di cultura di parte della classe medica su questo fronte?

«Penso proprio di sì. La medicina ha due compiti: guarire e curare. I medici sembrano essersi quasi dimenticati del secondo aspetto e si sono concentrati soprattutto sul primo. Quando non si può più guarire bisogna però alleviare il dolore del paziente. Spesso i medici vedono nella non guarigione del paziente una sconfitta, e se ne vanno. Ma la cura è probabilmente un’opera ancora più importante, perché il soggetto si trova in grave difficoltà e bisogna aiutarlo. In Italia oggi c’è una legge che promuove la creazione di unità ospedaliere di cure palliative, e si è intrapresa la strada del loro potenziamento».

Da parte dei fautori dell’eutanasia si è sentito chiedere il riconoscimento di un diritto soggettivo a chiedere la morte e a farsela dare. Cosa ne pensa?

«Sembrerebbe una richiesta di libertà, l’ultimo dei diritti civili ancora non garantito, messo sullo stesso piano del diritto di parola o di voto. Ma è davvero un diritto? Se si pone il tema in questi termini individualistici si tenderà a non domandarsi perché una persona vuole morire. Se la mia morte è un diritto vuol dire che la società ha il dovere di farmi morire. Questo, tra l’altro, significa accettare che il comportamento degli altri venga sottoposto a un vincolo drammatico: i parenti, i medici, ma anche l’intera società, che cosa pensano del farmi morire? Non possono essere obbligati a darmi la morte. Tutte le sentenze della Corte suprema americana e della Corte di giustizia europea hanno negato che nell’impianto normativo possa sussistere questo “diritto all’eutanasia”. Ed è anche per questo motivo che legislazioni favorevoli all’eutanasia non si sono sviluppate tanto rapidamente».

Perché si vuole decidere di morire quando la propria vita “non ha più significato”?

«Perché si considera l’uomo come un oggetto che perde valore in determinate circostanze. Una persona, per il solo fatto di essere tale, possiede un valore permanente, e non è mai assimilabile a un oggetto».

 Quando ci si trova al capezzale di qualcuno che chiede di morire come bisogna comportarsi?

«Innanzitutto occorre chiedersi da cosa scaturisce questa richiesta. L’esperienza ci dice, infatti, che essa viene meno se una persona è trattata adeguatamente con la terapia del dolore, se ha un accompagnamento umano anche da parte dei medici, degli infermieri, dello psicologo, dei volontari, se la sua famiglia non è stressata ma viene aiutata nell’assistenza. Quando i parenti di chi invoca la morte non vengono sostenuti allora possono cedere i nervi: la richiesta di morire sembra spesso dettata dalla constatazione del disastro cui sembrano condannati i propri cari. Si spera nella morte, dunque, quando ci si sente un peso per gli altri, o anche perché si vuole ricevere maggiore attenzione. È un po’ come dire: “Guardatemi, io sono qui, voglio essere curato meglio”. L’Istituto dei tumori di Milano ha compiuto recentemente un’indagine sui malati terminali che vengono trattati con le cure palliative: dalle 996 richieste iniziali di eutanasia, dopo le cure si è passati a cinque».

 Un dato davvero impressionante. Quindi si dovrebbe spostare l’attenzione dall’eutanasia alle cure palliative…

«Sì, certo. Non abbiamo bisogno dell’eutanasia ma di approntare un sistema di accompagnamento delle persone che sono arrivate alla fine della vita. Bisogna rispondere alle tentazioni eutanasiche con soluzioni che puntino maggiormente sulla famiglia e sulla solidarietà».
Intervista a don Michele Aramini di Francesca Lozito

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Tre suicidi, un solo Bisogno

desolazioneUna coppia sposata da 35 anni, Romeo Dionisi e Annamaria Sopranzi, e il fratello maggiore di lei, Giuseppe. Senza figli la coppia, mai sposato Giuseppe. Tre persone affiatate che vivevano insieme da una vita che, però, dopo anni e anni di lavoro e sacrifici, sembrava aver loro voltato le spalle. Poche centinaia di euro di pensione, crediti non riscossi da Dionisi che doveva ora aspettare altri anni per arrivare alla pensione. E nel frattempo aveva acceso un mutuo per poter pagare i debiti all’Inps. Alla fine non hanno retto e si sono suicidati: prima la coppia, poi anche Giuseppe appena appreso di essere rimasto da solo.

Un episodio sconvolgente, troppo grave per non farci porre delle domande. Questa insana necessità di incasellare sempre tutto, ha fatto sì che nella cronaca e nei commenti il triplice suicidio venga inscritto alla voce “vittime della crisi economica” e su quella maledetta pretesa dello Stato di succhiare il sangue dei cittadini anche quando non hanno alcun reddito.

Ma può bastarci questa spiegazione? No, c’è qualcosa nel nostro cuore che si ribella, perché se fosse soltanto così vorrebbe dire che il senso della nostra vita, le ragioni per vivere, dipendono soltanto dalle circostanze. Non intendiamo assolutamente giudicare le vittime di questa tragedia: Dio solo sa cosa significhi ritrovarsi nella miseria, sentire venir meno quella dignità costruita in tanti anni di duro e onesto lavoro, provare la vergogna di dover chiedere un aiuto economico per continuare a sopravvivere. E’ facile cedere alla tentazione di farla finita. E non ci sono giustificazioni – come abbiamo tante volte scritto su La Nuova BQ, anche in questi giorni – per uno Stato che depreda i suoi cittadini, che li tratta da sudditi e ladri presunti, sempre costretti a dimostrare la propria correttezza. E nel frattempo spreca scandalosamente risorse per mantenere una macchina burocratica terribilmente inefficiente.

No, nessuna giustificazione per questo, chi mette altri in situazione di tentazione e pericolo è già responsabile. E però questo da solo non basta a spiegare il suicidio di tre onesti cittadini. Il punto è che quando tante sicurezze vengono a mancare – i soldi, la salute, la famiglia – lì si vede su cosa abbiamo poggiato la nostra vita, in cosa confidiamo veramente. Se siamo schiavi delle circostanze, dei nostri progetti, o se la nostra vita è più grande di tutto questo. Se la causa ultima del suicidio è la crisi economica, o in generale la circostanza negativa, vuol dire che il valore della nostra vita dipende da come vanno le cose, in fondo dipende dal potere che stabilisce cosa ha valore e cosa no. Allora è ammettere che siamo schiavi: delle circostanze, dei nostri progetti, del nostro limite, dello Stato.

Ecco perché a questo, accanto alla compassione per le tre vittime, sentiamo un moto di ribellione interiore. Abbiamo appena celebrato la Pasqua: abbiamo sentito l’annuncio della liberazione, le catene delle circostanze sono state spezzate. Adesso c’è la possibilità per ogni uomo, in qualsiasi circostanza si trovi, di vivere con pienezza e letizia la propria vita. Ridurre tutto alla questione economica è l’ultimo torto che faremmo a queste povere vite interrotte, ma anche a noi.

Quando non ci sono problemi psichici, il suicidio è sempre per mancanza di senso e non per circostanze negative. Certo, probabilmente non ci fosse stata la crisi economica, non sarebbe successo. Ma ancora di più: se Romeo, Annamaria e Giuseppe avessero avuto una compagnia umana al loro fianco, amici che avessero condiviso nel bisogno la loro vita, non solo probabilmente non sarebbe successo ma avrebbero potuto vivere con gioia sia nella povertà sia nella sicurezza economica.

Risolvere i problemi economici è urgente e necessario, ma ancora più urgente è necessaria è un’amicizia che ci faccia sperimentare il significato più vero della nostra vita, che ci faccia sentire amati. E’ il bisogno più vero e profondo che abbiamo noi tutti, di cui il bisogno materiale è solo un segno.
Riccardo Cascioli (da La Nuova Bussola Quotidiana)

Prostituzione, scoraggiare i clienti e’ fondamentale (ma non basta)

clienti-prostituzioneIntervista all’On. Caterina Bini , firmataria di una proposta di legge che, sull’esempio francese edi altri Paesi europei, vorrebbe introdurre sanzioni per chi compra un corpo umano a fini sessuali. Il “mestiere”più antico del mondo non sarebbe un male ineluttabile, la lezione viene dai paesi scandinavi e già altre democrazie europee la stanno assimilando. Anche in Italia, il 13 luglio 2016, è stata presentata alla Camera dei deputati una proposta di legge per sanzionare chi “compra” un corpo umano per fini sessuali.

Prima firmataria è l’On. Caterina Bini (Pd) che, con altri deputati della maggioranza, vorrebbe modificare un articolo della “legge Merlin” sulla prostituzione (l’art. 3), la normativa che negli anni Cinquanta pose fine alle “case chiuse” per intenderci, n. 75 del 20 febbraio 1958, così da introdurre «sanzioni per chi si avvale delle prestazioni sessuali di soggetti che esercitano la prostituzione». Assegnata alla Commissione Giustizia ma ancora non discussa, la proposta di legge “C. 3890” (così è rubricata a Palazzo Montecitorio), è stata snobbata dai grandi media e partiti ma, soprattutto dagli ambienti cattolici e dell’associazionismo sociale, è vista con grande interesse e, diremmo, speranza.
http://www.camera.it/leg17/126?ab=2&leg=17&idDocumento=3890&sede=&tipo=

La proposta di legge dell’On. Bini si ispira al cosiddetto “modello nordico”, ovvero alla legislazione di quei Paesi, come Svezia, Norvegia e Islanda e, più recentemente Francia, che hanno introdotto pesanti sanzioni contro i clienti per scoraggiare il fenomeno della prostituzione. Accanto alla penalizzazione
dell’acquisto di sesso a pagamento, la Svezia ha cominciato, già nel 1999, a portare parallelamente avanti anche un preciso percorso prevenzione e culturale della prostituzione, che ha prodotto un vero e proprio cambiamento di mentalità. Il concetto di base è che la compravendita del sesso è una forma di violenza, svilisce l’essere umano e la famiglia, minando nel profondo il concetto della pari dignità uomo-donna.

Oltre al nord Europa, un Paese importante come la Francia ha approvato, nel silenzio della nostra classe culturale e politica, una legge entrata in vigore lo scorso 15 aprile 2016 che non si propone di regolamentare solo la prostituzione, ma mira proprio abolirla.
I principi su cui si basa la legge francese sono 4
1. Una società civile non può tollerare la vendita dei corpi umani;
2. L’idea dei «bisogni sessuali incontenibili» dei maschi appartiene a una concezione arcaica e degradante della sessualità che favorisce lo stupro;
3. La prostituzione non può in alcun modo essere considerata un’attività professionale, a motivo dello stato di costrizione che per lo più è all’origine dell’ingresso in essa, della violenza che la caratterizza e dei danni fisici e psicologici che provoca;
4. È fondamentale, da parte delle politiche pubbliche, offrire alternative credibili alla prostituzione, garantire i diritti fondamentali alle persone che si prostituiscono, contrastando decisamente la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento sessuale.

Di tutto questo ed altro parliamo con la prima firmataria della proposta di legge da poco depositata nel Parlamento italiano, On. Caterina Bini.
D. La normativa da Lei recentemente proposta prevede sanzioni per chi si avvale di prestazioni sessuali da parte di prostitute, perché spostare tutto il problema solo sull’aspetto della “domanda”?
R. Perché la prima legge dell’economia è che se diminuisce la domanda, ne consegue una diminuzione dell’offerta. La nostra proposta di legge mira proprio a questo, partendo dal presupposto che le donne che sono sulle strade, spesso minorenni, sono vittime. Donne sfruttate, oggetto di tratta, con organizzazioni criminali alle spalle che ne sfruttano il corpo per fini economici. Si punisce il cliente perché questo mercato si riduca e di conseguenza gli sfruttatori e i criminali non trovino più un terreno fertile.

D. Cosa ne pensa di chi propone di riaprire le “case chiuse” o di creare zone a luci rosse nelle più grandi città?
R. Sono assolutamente contraria. Dove questo è stato fatto, penso in particolare all’Olanda e alla Germania, gli effetti sperati non sono arrivati. Obiettivo di quelle legislazioni era regolarizzare il mercato, eliminare lo sfruttamento. In realtà, come dichiarano lo stesso sindaco di Amsterdam ed il governo tedesco, questi modelli non hanno funzionato. Le case chiuse sono gestite da organizzazioni criminali, lo sfruttamento arriva ai massimi livelli in questi paesi, le ragazze che stanno nelle “vetrine” o nelle case sono delle vittime e spesso comunque l’evasione mantiene livelli elevati perché le ragazze non hanno piacere a dichiarare che fanno questo mestiere.

D. Alcuni parlamentari, anche nelle scorse legislature, hanno sostenuto che la prostituzione sia un lavoro come gli altri (usando, come spesso accade, apparentemente innocue parole inglesi: “sex workers”). Così, dicono, le prostitute potranno essere soggetto al pagamento delle tasse, ma ci converrebbe davvero arrivare a un tale sconvolgente trapasso di cultura e civiltà?
R. Molti partono dal presupposto che si debba salvaguardare la libertà delle donne che scelgono di fare questo “mestiere”. Intanto bisognerebbe capire quante sono davvero libere. I dati ci dicono che nella stragrande maggioranza dei casi le ragazze sono sfruttate, straniere, arrivano in Italia con la promessa di un lavoro e vengono picchiate e messe sulla strada. La libertà di queste ragazze conta meno di quelle, poche, che lo fanno liberamente? E poi, anche chi sceglie di farlo spesso lo fa perché in condizioni di povertà o perché ha subito violenze nell’infanzia. Dovremmo approfondire il concetto di libertà che non è fare ciò che si vuole, ma scegliere nel rispetto di sé stessi e degli altri.

D. Da donna ed esponente politico che rappresenta la maggioranza di governo, cosa dire e proporre a proposito del macroscopico fenomeno dello sfruttamento di migliaia di ragazze sulle nostre strade, vendute e acquistate e alla fine gettate come se fossero prodotti “usa e getta”?
R. La legislazione italiana punisce correttamente lo sfruttamento, l’adescamento, la tratta, la prostituzione minorile. Questi sarebbero i fenomeni da colpire. Nei fatti la nostra legislazione non ha funzionato. Credo non sia più possibile chiudere gli occhi e porsi solo il problema del pubblico decoro. È come mettere la polvere sotto il tappeto. Il problema è molto più serio. Io e molti altri colleghi non siamo più disponibili a fare finta di niente. Grazie alla Comunità “Papa Giovanni XXIII” che ci ha messo di fronte alle storie di queste ragazze ed agli scout dell’Agesci della provincia di Pistoia abbiamo fatto un percorso per conoscere davvero il fenomeno e ora non intendiamo fermarci. Sono felice che quest’estate il Santo Padre abbia scelto di fare visita a queste giovani donne. Spero che questo possa risvegliare le coscienze di molti.

D. Per l’attuale dinamica della prostituzione, in Italia e nel mondo, è corretto parlare di “riduzione in schiavitù” di migliaia di persone, specie immigrate?
R. Assolutamente sì. Una giovane donna di cui non dico il nome, ci ha raccontato la sua storia. È arrivata in Italia con la promessa di un lavoro da badante, è stata picchiata, violentata, le sono state tagliate le orecchie, ha delle lesioni profonde sulla pancia dove le saltavano con i tacchi a spillo. Sanguinante e fasciata è stata mandata in strada, i clienti hanno consumato quella sera come sempre rapporti sessuali con lei. Come lei molte altre, sempre la stessa storia. Nel mondo il secondo mercato per profitti della criminalità organizzata, dopo il commercio di droga è lo sfruttamento sessuale. Non possiamo più attendere a trovare una soluzione al problema.

D. Abbiamo accennato ai Paesi europei che si sono avviati già da anni sulla strada della punibilità della prostituzione. Secondo recenti dati forniti dalla polizia svedese, il provvedimento che punisce i clienti in questo Paese avrebbe contribuito anche a ridurre il numero di persone che si prostituiscono e avrebbe esercitato un notevole effetto deterrente sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale. Un tale risultato si avrebbe anche in Italia se introducessimo una normativa sanzionatoria del fenomeno?
R. La speranza è esattamente questa. Anche il parlamento europeo recentemente ha approvato una risoluzione per indirizzare gli stati membri ad adottare questo modello, partendo proprio dai dati, dalla difesa della dignità della donna, dalla lotta allo sfruttamento. Ad oggi la punibilità del cliente pare l’unico modello in grado di garantire questi obiettivi. Se poi ce ne sono altri, ben venga chi ha idee, certo non possono essere quelle ascoltate fino ad oggi che hanno fallito da ogni punto di vista.

D. Cosa ne pensa degli obiettivi e delle modalità della recente legge francese?
R. Penso che sia una buona legge e giudico importante che la Francia abbia agito con coraggio in questa direzione. Speriamo che questo aiuti anche il dibattito italiano. Da parte mia sono contenta che colleghi di diversi schieramenti politici abbiano sottoscritto la proposta, così come considero importante che si sia aperto un dibattito. Molte critiche sono arrivate, ma anche molti apprezzamenti ed alcuni contatti importanti, tra cui una rete di Ong a livello internazionale che da sempre si battono su questi temi. Ho ricevuto molte mail da altri Paesi che mi invitano ad andare avanti. Sono determinata in questa direzione e spero che la società civile dia un sostegno in tal senso.
Giuseppe Brienza – La Croce quotidiano 31 agosto 2016

Aggiungiamo che punire/scoraggiare i clienti e’ fondamentale, ma non basta, servono anche progetti educativi per creare una cultura sfavorevole alla mentalità dei clienti e progetti di reinserimento per le vittime e per le disperate. (ndr Amici di Lazzaro)

“Sposala e muori per lei” (Costanza Miriano) nell’epoca in cui il «per sempre» non esiste più

Già il titolo merita attenzione. Che in un’epoca come la nostra dove nessuna responsabilità è dovuta, nessuna fatica può essere patita, nessun dovere può diventare gioia e piacere, nessun rapporto può essere considerato duraturo senza essere sentito come un’indebita coercizione, qualcuno possa affermare che ci si possa sposare per sempre e addirittura morire per il proprio consorte appare una testimonianza e una provocazione da approfondire con riguardo e grande attenzione.

 Oggi che la maggior parte delle persone, magari senza esserne pienamente consapevoli, danno la vita per il lavoro e per la carriera o per un’idea o un’ideologia, sembra anacronistico pensare che si possa dare la vita per una persona. Si è persa la carnalità della vita, quella carnalità in cui si esprime la genialità del cristianesimo. «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per un proprio amico».

Oggi la stessa convivenza prematrimoniale o il matrimonio, anche quando sono affrontati, sono considerati l’occasione per verificare la compatibilità di carattere. Proprio questo è il presupposto per cui i matrimoni si sfascino dopo poco tempo. Infatti, come scrive Chesterton, «se si può divorziare per incompatibilità di carattere mi chiedo come mai non abbiano tutti divorziato. Ho conosciuto molti matrimoni felici, ma mai nessuno compatibile. Tutto il senso del matrimonio sta nel lottare e nell’andare oltre l’istante in cui l’incompatibilità diventa evidente. Perché un uomo e una donna, come tali, sono incompatibili».

Allo stesso modo, se si può divorziare perché si è scoperta che l’altro non è la persona giusta, allora tutti dovrebbero divorziare. Ci ricorda, infatti, Costanza Miriano che «la persona giusta semplicemente non esiste, ci vogliamo credere perché ci piace l’illusione della bacchetta magica, della soluzione immediata e gratuita, che non costi fatica […]. C’è una persona, certo, con la quale le cose possono andare, ma poi c’è sempre una decisione libera e una scelta di volontà. Dio non è mica un sadico che sta alla finestra a vedere se per caso ci azzecchiamo. E tu ti potrai anche sbagliare, ma Dio no, e una volta che ha benedetto questa unione, lui saprà che farne».

Questo non significa che non esista l’amore vero. «L’amore vero c’è, e regge, quando supera la disillusione reciproca che viene dal capire che l’unione simbiotica, facile, spontanea non esiste. Non fuori dai film. Non fuori dal periodo della conquista e della seduzione. Non all’impatto con la realtà, con la fatica, con le pappe, i mutui, i figli adolescenti, le rughe, le piccole idiosincrasie» (Miriano). Tutte queste componenti della quotidianità, se vissute e non censurate, diventano la vera circostanza in cui si scoprono il bene e l’amore provato per l’altro. La fatica allora diventa sacrificio, nel senso etimologico, qualcosa di intoccabile e inviolabile, qualcosa di lieto e offerto. In Occidente, invece, i ragazzi vengono cresciuti da adulti e televisione nella convinzione che l’amore sia «farfalle nello stomaco e violini che suonano e batticuore e reciprocità facile e spontanea» e quando tutto finisce significa che anche l’amore è finito. Il matrimonio è «un’opera che si fonda prima di tutto sulla fedeltà a qualcuno che […] è una viat che mi è alleata, miracolosamente, per tutta la vita […]. La fedeltà ad un’opera che mi trascende può far nuove tutte le cose, anche per quei due che si sono sposati da bambini viziati e irresponsabili solo per fare una bella festa e dare una nuova spinta ad un rapporto stanco e vecchio».

Donne e uomini hanno due compiti differenti. «Sta alla donna aiutare l’uomo a ritrovare il suo ruolo virile, paterno, autorevole. Un ruolo che – diciamocelo – si è un po’ perso per strada, così che troppe volte ci ritroviamo in casa dei maschi disorientati, poco preparati a prendere in mano le situazioni più delicate e a salvaguardare l’equilibrio della famiglia». I difetti degli uomini si accompagnano a quelli delle donne. Perché non si alimentino a vicenda, occorrono nella coppia saggezza, «esperienza e tanta ironia», come quella che traspare ad ogni riga del libro.

C’è un presupposto fondamentale che la Miriano ricorda per poter guardare con obiettività, serenità, letizia e spirito di sacrificio e di condivisione il matrimonio: è ricordarsi che il mio sposo o la mia sposa non è la risposta al mio desiderio infinito di felicità, ma è il mio compagno di viaggio in quest’«abisso di vita» (per usare un’espressione del Miguel Manara). «C’è un unico modo per saziare questa sete: aprirci allo sguardi di Dio. L’unico che colma tutte le attese, che risponde ai nostri più profondi desideri». Quando tuo marito ti delude, ricorda la Miriano, «trova il tempo di fare i conti con Dio, di dire a lui cosa ti è mancato, e di servire Lui quando servi tuo marito. Lui pareggia tutti i conti e con sovrabbondanza ti restituirà tutto centuplicato, quando hai dato qualcosa in più, qualcosa che è restato senza neanche un grazie, qualcosa di cui nessuno si è accorto, tanto meno tuo marito, ma Dio sì». Allora, buona lettura!
(articolo da www.tempi.it)

 

Mi chiamo Susanna, ho la Sla e voglia di vivere. E vi scrivo con gli occhi

susanna_campus_primo_pianoMi chiamo Susanna e, fino a 15 anni fa, avevo una vita “normale”. Poi la  classica “mazzata in testa”. Mi hanno diagnosticato la Sla e, da allora, la mia  vita è cambiata radicalmente.

(con questo articolo Susanna Campus ha iniziato la sua collaborazione con  www.tempi.it)
Sono sarda, di Sassari, e lavoravo come orafo e insegnavo oreficeria  all’Istituto d’arte di Tempio. Mi sentivo realizzata al massimo, facevo due  lavori che mi piacevano, e – giusto per essere chiari – non sono mai stata un  tipo che perdeva tempo a guardare l’orario. Lavorare è sempre stato un  divertimento: ho girato mezza Europa, trovando tutto interessante, gli usi  e i costumi degli altri paesi, le loro bellezze artistiche. Mi aveste potuto  conoscere allora, avreste incontrato una persona cui piaceva tutto, che non si  fermava neanche un momento, che faceva tutto in allegra frenesia.

Forse il mio corpo “sapeva” che un giorno mi sarei bloccata…

Quando i medici mi hanno diagnosticato la Sla, mi è crollato il mondo  addosso.  Confesso che, inizialmente, ho cercato l’incidente stradale  (naturalmente, senza coinvolgere nessuno). Non so se potete capirmi. Ma voi non  vi sareste disperati per un futuro tanto difficile? Poi, grazie al mio carattere  testardo, alla vicinanza di mia madre e, soprattutto, di mia sorella Immacolata,  ho superato questa fase drammatica e ho deciso che, comunque sarebbe andata,  avrei sfruttato qualsiasi momento che mi era concesso per vivere “al massimo” ogni istante e per rendermi utile ai malati che non avevano il carattere “tosto” come il mio.

Quando sono stata ricoverata in rianimazione per un arresto respiratorio, ho  conosciuto delle persone meravigliose, che si sono prese cura di me, in una  maniera incredibile. Professionalità e amore per il proprio lavoro e i propri  pazienti. Fossi in voi, mi farei un giretto dalle mie parti. Mi piacerebbe farvi  conoscere il primario, il dottor Vidili e anche tutti gli altri medici e  infermieri che mi hanno curato. Sono tante le persone che mi hanno fatto  apprezzare la vita. Non tutto quello che si dice sulla nostra sanità è vero. Io  ho le prove: esistono tanti esempi di bravi medici anche nelle corsie dei nostri  ospedali.

Dopo che mi hanno dimesso, in regime di ospedalizzazione domiciliare, ho  iniziato a lottare per la vita dei malati. Credo ricordiate: qualche anno fa, si  parlava molto di noi, perché in quel periodo c’erano diverse discussioni su  alcuni malati di Sla che si volevano lasciare morire. In quell’occasione ho  conosciuto Tempi. Era il 2007 e, grazie al giornale, ho potuto  esprimere il mio pensiero riguardo alla nostra condizione. Che, chiariamolo  subito, è per la vita. La nostra è vita. Dentro la malattia si  può vivere con grande dignità.

Oggi, grazie anche a un mio amico, Mario, lotto per far sì che queste  mie convinzioni abbiano voce e perché la vita trionfi. Ora voi direte:  va bene, cara Susanna, ma se sei immobilizzata dalla testa ai piedi, come fai a  scrivere sul sito di Tempi? Calma, ora ve lo spiego. Proprio in quel periodo  l’Asl mi ha messo a disposizione il My Tobii, un computer che mi permette di  scrivere e di parlare, attraverso un sofisticato meccanismo che io comando con i  miei occhi. Adesso, ad esempio, vi sto scrivendo con gli occhi (quindi, se  trovate dei refusi, siate comprensivi…). Se venite a trovarmi – anche gli “scocciatori” sono benvenuti – possiamo pure farci una bella chiacchierata. Il  caffè lo offro io.

Il My Tobii è stata per me una manna dal cielo. Ho potuto riaprire una  finestra sul mondo. Posso viaggiare su Internet, leggere libri, stringere  amicizie vie email e, in seguito, mandare sms. Per me, e per tanti  altri, è una cosa normale, l’importante è comunicare e far sentire la propria  voce. Fra noi ci sono persone che dipingono tenendo il pennello con la bocca, la  ballerina senza braccia, persone che corrono senza gambe… Siamo  persone ”normali” perché la malattia non ci ha annientato, anzi, forse  ci ha fortificato. La nostra mente è libera e ci permette di vivere sempre e  comunque con gioia e vitalità ogni istante. Non voglio dire che la nostra  esistenza è facile, anzi è molto complicata e dobbiamo affrontare tanti  problemi, ma vi chiedo: chi tra noi non ha problemi? Noi dobbiamo lottare un po’ più degli altri, ma è inutile piangersi addosso e fare gli struzzi, bisogna  rialzarsi e andare avanti a “muso duro”.

Eccoci arrivati ai ringraziamenti. Circa tre anni fa, ho conosciuto Luigi  Amicone (direttore di Tempi) e tutta la sua bellissima famiglia (ha dei figli splendidi) e adesso  voglio ringraziare sia Luigi sia Lele Boffi che mi hanno offerto questa  meravigliosa opportunità, di poter comunicare al mondo che anche se ci si  ammala, si può provare lo stesso gioia nella vita e nelle cose  quotidiane. Intendo raccontarmi con tutte le mie gioie, i miei dolori e tutti  i miei pensieri. Vi racconterò la mia quotidianità (d’altronde,  c’è qualcosa di più interessante di ciò che accade nel  quotidiano?). Spero vogliate seguire i miei racconti con grande entusiasmo,  perché la mia vita si è solo modificata e non interrotta. Provo ancora  gioia ed entusiasmo per quello che faccio e mi organizzo perché la giornata  sia piena di impegni. Programmo tante cose, cercando di realizzarle tutte, e mi  piacerebbe farvene partecipi. Vi ringrazio tutti.

Un bacione, Susanna

http://www.tempi.it/blogs/scritto-con-gli-occhi

Il dolore della sterilità fisica

coppia-sterileDiventa fecondità spirituale nel travaglio del parto adottivo

L’adozione nasce da una duplice esigenza di amore: la necessità del bambino di essere amato e il bisogno del genitore di amare. Nell’incontro vicendevole di queste due esigenze cresce e matura il cammino adottivo.

Entrambe le parti, genitori e figli, iniziano il loro cammino da una sofferenza. I figli per avere vissuto la dolorosa esperienza dell’abbandono, i genitori per aver sperimentato il dolore della propria sterilità. Due piaghe diverse che possono essere guarite solo una a contatto con l’altra, ma prima devono essere “cicatrizzate”.

Soffermiamoci sulla situazione di dolore degli aspiranti genitori adottivi cercando di scorgere il misterioso disegno di amore che esso contiene.

Il dolore di un marito e di una moglie che scoprono la propria sterilità costituisce una dura prova per il loro matrimonio. Alcune volte la causa della sterilità è dovuta a problemi di fertilità di uno dei due coniugi, altre volte di entrambi i coniugi, altre volte ancora non è possibile stabilire con certezza la causa dell’infertilità.

Quando la sterilità è accertata per entrambi i coniugi il peso del dolore è distribuito ed più semplice accettare la propria sofferenza e quella del proprio coniuge. Ma quando la sterilità viene riscontrata solo in uno tra marito o moglie, ci può essere il rischio di una separazione perché l’egoismo di avere a tutti i costi un figlio dalla propria carne può sfociare nel pericolo di una separazione. Purtroppo dobbiamo constatare che l’assenza dell’arrivo dei figli all’interno di un matrimonio è una delle cause più frequenti di separazioni.

Davanti a queste situazioni è sicuramente indispensabile fermarsi un momento e domandarsi: il figlio della carne è così indispensabile a tal punto da mettere in discussione il proprio matrimonio? Il marito o la moglie non sono essenziali l’uno per l’altro a prescindere dell’arrivo dei figli?

La stesso dubbio di continuare la relazione con l’altro, avviene molto frequentemente anche durante il tempo del fidanzamento. Oggi si assiste sempre più spesso a fidanzati che scelgono di sottoporsi, prima del matrimonio, ad una serie di analisi mediche per verificare la loro fertilità. Solo se gli accertamenti clinici sono positivi si decide di passare al matrimonio. Così, la scelta del futuro marito o moglie viene operata solo se l’altro è sano, se l’altro è fertile. Ma questo modo di pensare contrasta con la promessa del rito nunziale dove si giura fedeltà all’altro nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore, nella povertà e nella ricchezza. La Chiesa, infatti, non chiede agli sposi che siano fertili per sposarsi, non si accerta della loro fertilità fisica per celebrare il matrimonio. La Chiesa chiede agli sposi l’apertura alla vita nella fecondità spirituale.

Il compendio del catechismo della Chiesa Cattolica riporta alla domanda cinquecentouno: “Che cosa possono fare gli sposi quando non hanno figli? Qualora il dono del figlio non fosse loro concesso, gli sposi, dopo aver esaurito i legittimi ricorsi alla medicina, possono mostrare la loro generosità mediante l’affido o l’adozione, oppure compiendo servizi significativi a favore del prossimo. Realizzano così una preziosa fecondità spirituale”.

Pertanto, se dopo il matrimonio gli sposi scoprono la loro sterilità fisica, essi hanno altre forme per realizzare la loro fecondità spirituale e tra queste possibilità di amore è contemplata l’adozione.

Ma questa scelta non è attualmente considerata la più naturale e la più pubblicizzata.

I mezzi di comunicazioni di massa propongono continuamente tecniche di procreazioni artificiali senza preoccuparsi di eventuali problematiche etiche e morali.

Allora davanti al bivio della scelta di una famiglia che non ha ricevuto il dono di figli biologici, o che non vuole rinunziare alla genitorietà trovandosi al di fuori dell’età feconda, diventa doveroso l’impegno del cristiano nell’offrire una valida alternativa a queste tecniche di procreazione, proponendo l’adozione come via più naturale per diventare genitori.

La famiglia adottiva oltre a testimoniare con l’esempio della vita quotidiana la santità e bellezza di questa scelta, dovrebbe trovare sempre più spazi dove diffondere la cultura dell’accoglienza. I corsi prematrimoniali nelle varie diocesi potrebbero essere un luogo privilegiato dove la famiglia adottiva può offrire la sua testimonianza spiegando tutto il percorso che li ha condotti a questa scelta di vita. Chiaramente va sempre specificato che la via naturale di avere i figli biologici deve avere sempre la priorità sulla genitorietà adottiva.

Però, sarebbe troppo limitativo riservare solo lo spazio dei corsi di preparazione al matrimonio per testimoniare le ragioni della scelta adottiva. Le sale parrocchiali potrebbero diventare, durante vari periodi dell’anno, spazi privilegiati dove la famiglia adottiva potrebbe offrire la sua testimonianza all’adozione a coloro che stanno incontrando difficoltà a diventare genitori. Anche i giornali, e soprattutto le televisioni dovrebbero offrire sempre nuovi spazi per far conoscere la bellezza dell’adozione quando vissuta come servizio di elevazione della dignità di un bambino abbondonato, di un bambino sofferente.

Per concludere questa riflessione potremmo utilizzare un espressione del Vangelo di Giovanni a proposito di Giovanni Battista che si pone in relazione a Cristo: “Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 30).

L’io di diventare genitore biologico a tutti i costi deve diminuire, la scelta di essere genitore adottivo deve crescere. Questo è l’inizio del cammino dell’adozione, questa è la battaglia delle fede nella quale combattere i propri desideri per compiere la volontà di Dio, questo significa diventare umili e piccoli per poter accogliere i propri figli.

La scelta adottiva è matura in una famiglia quando gli aspiranti genitori si sentono essi stessi figli adottivi di Dio. Allora il miracolo dell’adozione non è solo quello di diventare genitori senza nessun parto dal grembo materno, il vero prodigio è quello di sentirsi autentici figli di Dio perché “a quanti l’hanno accolto, ha dato poter di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volore di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13).

Di Osvaldo Rinaldi (da Zenit)

Chi salva una mamma salva il mondo

carissimi, come sapete ci occupiamo di donne in difficoltà: alcune sono vittime della tratta e dello sfruttamento, altre sono rifugiate politiche, altre hanno grossi problemi familiari e/o disabilità.

Le mamme che l’associazione sostiene sono moltissime, si tratta di casi che le Caritas e i centri d’ascolto parrocchiali non sono in grado di gestire perché troppo complicati ed onerosi, in molti casi si tratta di donne e famiglie che a causa della crisi economica versano in difficili condizioni.

Le donne vittime di violenza e sfruttamento che l’associazione aiuta sono molte decine (oltre 350 le ragazze aiutate a lasciare la strada in questi anni e moltissime altre quelle aiutate nel reinserimento sociale)

CASI CONCRETI DI QUESTE ORE (dicembre 2016):
Mamma separata, ha una ragazzina che non va piu’ a scuola, ha lasciato le superiori per aiutare la mamma facendo qualche ora di pulizia, la mamma vende fiori, scope, spugne, asciugamani porta a porta. Hanno problemi economici gravi, pur vivendo in una casa popolare (basso affitto)

B. ha lasciato la strada da due anni, ne ha viste di tutti i colori: violenze, torture, abusi, il rifiuto dei famigliari a starle vicino.
Va a scuola, fa dei lavoretti, aiuta in un ristorante, fa un corso di cucito. Ha bisogno di aiuto economico per completare il percorso difficile di reinserimento

J. ha un marito italiano molto bravo e volenteroso. Non riescono ad avere un lavoro stabile, il figlio piu’ grande e’ andato all’estero a lavorare, hanno tanta volonta’ ma anche tante difficoltà economiche che vivono con grande dignita’.

Elena, sta perdendo la casa, il datore di lavoro la sfruttava facendole fare tantissime ore (10-11 al giorno) in cambio la ospitava quasi gratis per 200 euro al mese.

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La conversione di Manisha, nata nel giorno della Madonna

INDIA_(F)_0318_-_Manisha_Ansurkar_conversion_storyUna vita segnata da gravi perdite l’ha avvicinata a
Cristo. Poi l’incontro con un cattolico, oggi suo marito, e l’inizio del
catecumenato. “Dio mi ha cercato in ogni momento dell’esistenza”. A Pasqua
riceverà il battesimo.

Mumbai (AsiaNews) – “È come se Dio sia venuto a cercarmi, in ogni momento della mia vita, incoraggiandomi e confortandomi attraverso la Sua Parola”. A parlare è Manisha Ansurkar, 25 anni, che nella notte di Pasqua riceverà il battesimo e diventerà cristiana, dopo aver seguito il cammino di catecumenato per due anni. Nata da una famiglia indù l’8 settembre 1987, giorno della festa della Natività di Maria, la sua esistenza è segnata da lutti e gravi malattie sin da quando è piccola: a cinque anni perde sua madre, seguita sette anni più tardi dalla sorella maggiore, Meenashi, che scompare a soli 16 anni per una malattia.

In seguito alla morte della sorella, il padre si risposa e si immerge di più nella cultura e nelle tradizioni indù. Manisha descrive la sua famiglia come “non molto religiosa, anche se costante nel praticare i rituali quotidiani”. È lo stesso per lei: “Non seguivo nessuna regola, e a stento andavo al tempio o mi dedicavo alla preghiera”. A 18 anni subisce un nuovo colpo: il padre si ammala in modo molto grave, e lei e i suoi cari affrontano grandi difficoltà economiche. “Sapevo – ricorda – che la novena di Nostra Signora del perpetuo soccorso, alla chiesa di S. Michele a Mahim, era considerata miracolosa. Così vi ho partecipato, pregando la Madonna di salvare la vita di mio padre”.

Le sue preghiere vengono ascoltate: a poco a poco il padre migliora, fino a guarire del tutto. La vita torna alla normalità. “Dopo tutto questo bene però – confessa – non ho più pregato. Ero troppo impegnata con la mia vita di sempre. Avevo dimenticato come Dio aveva ascoltato le mie preghiere, dandomi quello che avevo chiesto”.

La svolta avviene qualche tempo dopo: “Gesù è tornato a cercarmi, portando nella mia vita la persona migliore del mondo, il mio futuro marito Remeth Lobo, un cattolico”. I due si sposano nel 2011, con la benedizione del padre e della matrigna di Manisha. È Rebeth ad avvicinarla al cattolicesimo: “Anche se non ero certa di voler seguire Gesù, avevo fiducia in Lui. Ho iniziato a conoscerlo meglio e mi meravigliavo di come qualcuno avesse potuto rinunciare alla propria vita per noi peccatori. Come ha potuto Dio sacrificare suo Figlio per persone che a stento lo ascoltavano? Ho capito che il Signore aveva un piano per me, e ho iniziato il cammino di catecumenato”.

“Dover onorare tante divinità – spiega Manisha – mi ha sempre confuso, era qualcosa che mi lasciava spossata, insoddisfatta e irrequieta. Credere in un solo Dio invece mi ha reso più forte e ha sanato il mio spirito”.

“La promessa della risurrezione dei morti – continua – ha trovato un posto speciale nel mio cuore, perché incontra uno dei miei desideri più grandi: riunirmi in Paradiso con mia madre e mia sorella. Anche il mio nome, Manisha, significa ‘desiderare’. Tutto questo mi dona speranza e pace”. Senza saperlo, nota, “sono testimone dell’amore di Dio da quando sono nata. Il Signore ha scelto di farmi nascere nel giorno della natività di Maria, per proteggermi sotto il suo manto materno. Questi sono è la saggezza e l’amore che Dio nutre per me”.

 

 

La conversione di Sabira, dalle strade di Mumbai ai malati di Hiv “come Madre Teresa”

INDIA_(F)_0325_-_ConversioneNata da una famiglia islamica, la ragazza scappa di casa a 7 anni per fuggire dalle botte della madre. Accolta in un ostello di gesuiti, ricorda i bambini che “pregavano sempre una donna che chiamavano Madre Maria”. La scoperta di una grave malattia, il diploma da infermiera professionista e la conversione al cattolicesimo.

Mumbai (AsiaNews) – Sabira ha solo sette anni quando scappa di casa insieme a suo fratello. Era il 1991 e i due ragazzini fuggivano da una vita fatta di povertà assoluta, fame, una madre violenta e il fantasma di un padre morto alcolizzato qualche anno prima. È in strada che conosce suor Seraphim, delle Sorelle della Carità, che la porta all’ostello gesuita Snehasadan di Mumbai, dove bambini di strada come lei vengono accolti e curati. È qui che, insieme a suo fratello, Sabira conosce la figura della Madonna, “una donna che tutti pregavano, ma non capivo perché”. Ma sarà solo molti anni dopo, già adulta e fuori dall’ostello, che deciderà di convertirsi al cattolicesimo e servire i malati con “l’amore e la gioia di Cristo”, come Madre Teresa.

Sabira Mohammed Yasin Sheikh – questo il suo nome completo – nasce il 12 giugno 1984 a Mumbai, da una famiglia musulmana. Parlando con AsiaNews, ricorda che “la vita a casa era insopportabile. Insieme a mio fratello sono scappata via”. È l’8 settembre 1991 quando, tra le migliaia di persone che affollano la stazione ferroviaria di Dadar, suor Seraphim trova per caso i due bambini e decide di portarli con sé allo Snehasadan.

“L’ostello – racconta la ragazza – era stato fondato dai gesuiti, che lo gestivano insieme alle Suore della Carità dell’ordine di Sant’Anna. Ricordo bene che tutti i bambini pregavano Maria. Io, che non sapevo chi fosse questa donna, non riuscivo a capire perché gli altri ‘pregassero’ per qualcun altro, che chiamavano ‘Madre Maria’. Pensavo alla mia, di madre, che era stata così violenta con me”. Tuttavia “le religiose mi dissero che potevo pregare chiunque, ma che dovevo pregare perché era importante. Qualche tempo dopo chiesi agli altri bambini perché pregavano proprio Maria, e loro mi risposero che lei rispondeva e faceva dei favori. Ciononostante, continuavo a non capire”.

Nonostante questa “incomprensione”, la vita di Sabira prosegue serena. “Le suore erano molto gentili e materne – racconta – e mi hanno fatto sentire presto a mio agio, sicura e amata in questo rifugio, senza farmi mancare di nulla”. Qualche tempo dopo, la ragazza viene iscritta a scuola, in ritardo rispetto agli altri compagni perché sua madre non l’aveva mai fatta studiare.

“Un giorno – ricorda – avevo bisogno di un piccolo favore: avevo finito lo shampoo, così chiesi a Maria di aiutarmi. Non l’avevo detto a nessuno, ma qualche giorno dopo un sostenitore dell’ostello donò un’enorme bottiglia di shampoo. Era la prima volta che sperimentavo l’amore della Madonna! Da allora, iniziai a pregarla ogni giorno di aiutarmi nello studio. Nonostante non fossi brava a scuola, riuscii a passare sempre gli esami”.

La vita di Sabira subisce un nuovo colpo quando, a 16 anni, le viene diagnosticata una dolorosa forma di artrite reumatoide, che la costringe al ricovero in ospedale per un lungo periodo. Riesce comunque a finire gli studi superiori, dopo i quali si iscrive alla scuola per infermiere Mother Vanni, in Andhra Pradesh. Nonostante le tante ospedalizzazioni, nel 2010 ottiene il diploma di infermiera professionista.

“Circa a metà del 2010 – spiega – ho iniziato a lavorare a tempo pieno all’ospedale della Sacra famiglia. L’artrite era sotto controllo grazie a pesanti cure, così nel gennaio 2011 una mia collega, Anita Barboza, mi porta a fare un ritiro di quattro giorni al Tabor Ahram, un centro di preghiera dedicato alla Madonna. Per due anni non ho più avuto dolori, e senza bisogno di cure, né medicinali”.

A poco a poco “ho iniziato a riflettere sulla mia vita e a tutte le meraviglie con cui Maria e suo figlio Gesù avevano benedetto me e mio fratello. Anche lui aveva finito gli studi e aveva ottenuto un buon lavoro. L’amore di Cristo e della Madonna agitava il mio cuore“. Sabira inizia ad andare a messa in modo regolare: “Desideravo ricevere questo Gesù, che mi aveva amato così teneramente. Nel profondo del mio cuore volevo essere battezzata e diventare cattolica, per servire Cristo con amore e gratitudine”.

Così, nel luglio 2012 inizia il cammino di catecumenato. Ha un nuovo attacco di artrite reumatoide, che la costringe in un letto d’ospedale tra forti dolori. “Non ho ceduto – afferma Sabira – alla tentazione del diavolo. Non ho mai pensato ‘Dio non mi ama’, perché sapevo che l’amore del Signore era con me”.

Oggi, con l’aiuto di un programma dello Snehasadan per rintracciare le famiglie dei bambini di strada, Sabira e il fratello sono tornati a vivere con la loro madre, in una casa comprata dal ragazzo. Sabira è un’infermiera di Medici senza frontiere che lavora con i malati di Hiv/Aids e di tubercolosi e“.

Nirmala Carvalho (www.asianews.it)

Vieni Gesù Bambino – Il Miracolo di Natale (Maria Winowska)

gesu-bambinoMaria Winowska (che fu amica di Giovanni Paolo II, ed è una apprezzata scrittrice di agiografia) ha pubblicato questo racconto vero che le fu narrato da un sacerdote ungherese

Ci sono delle cose che sembrano favole, ma favole non sono. Quando si parla di cose che valicano la materia, la gente che vive di sola materia, scrolla la testa e si trincera dietro una prudente indifferenza. Volete leggere una realtà che sfiora la fantarealtà? E’ avvenuto in Ungheria, una terra martoriata, ma in prima linea per la difesa della realtà dello spirito. Realtà che nobilitano la creatura umana e la distaccano sempre più dalla bestialità travolgente che è insita nella teoria del marxismo.
La scrittrice, che ha colto dalla bocca dell’intervistato la narrazione, la rende in modo avvincente e artistica. Ma non è solo un bel racconto. E’ una cosa veramente accaduta.

“Generalmente spiccano di più gli eroismi degli adulti” disse Padre Norbert, “però il coraggio che i piccoli portano sotto la spinta enorme in virtù del Battesimo rimane inosservato. Solo gli Angeli sono testimoni della loro lotta spirituale! Questi non riescono a trasformarla in letteratura e non immaginano il grande valore di certe parole e fatti che succedono loro spontaneamente, così rimangono nascosti nella loro semplice modestia, se non vengono scoperti, oppure Dio non mandi qualcosa di straordinario.
Dunque, nel mio isolamento di Z… dove, prima dell’occupazione sovietica ero parroco e da dove mi scacciarono, successe una volta un fatto strano. Non mi permetterei mai di raccontarlo pubblicamente, altrimenti gli intellettuali mi prenderebbero senz’altro per pazzo”.
L’oratore si fermò un momento, poi proseguì: “Lei probabilmente non mi crederà, io stesso, una ventina d’anni fa non ci avrei creduto. Però i fatti sono chiari come il sole; e anche se non si volesse credere, i fatti parlano da sé. Le cose sono andate così: una classe di 32 bambini con la maestra sono rimasti vittime di una allucinazione collettiva, o bisogna ammettere ciò che effettivamente è successo. Nessuno di noi dubita dell’accaduto. Però non dimenticherò mai il sorriso ironico e gli sguardi sarcastici che suscitò il mio racconto in qualche parte d’Europa oltre la cortina di ferro”.
“Lei stuzzica sempre di più la mia curiosità, Padre! Non mi tenga sulle spine, mi racconti”.
“Dunque, questa è la mia storia. Cambierò solo i nomi per confondere le tracce. Si tratta dell’Ungheria, e lì la verità costa sangue! Il fatto è accaduto in un piccolo paese di 1.500 anime circa. La maestra elementare era una militante atea. Tutte le sue lezioni erano imperniate allo scopo di eliminare Dio. Ogni occasione era buona per sminuire la nostra Santa Religione, deriderla e screditarla. Il suo programma era semplice: formazione di giovani atei. I bambini intimiditi non osavano difendersi. Le loro famiglie erano credenti e fedeli nell’adempimento dei loro doveri religiosi. Come Parroco del paese radunavo il mio piccolo popolo in chiesa per le lezioni di religione. In Ungheria come ovunque dietro la cortina di ferro, le lezioni di religione sono separate della altre. Come possono raccapezzarsi le povere pecorelle? Faccia attenzione! Talvolta, se necessario, la Grazia interviene aiutata da misteriosi carismi. In generale, le sciocchezze con cui la maestra, signorina Gertrud, bombardava continuamente i bambini, non avevano un grande effetto su di loro.
Mi impegnai con tutte le mie forze per sostenere spiritualmente i bambini per abituarli a ricevere spesso il Sacramento della Comunione. E, caso strano, la signorina Gertrud sembrava avere un fiuto misterioso per individuare chi si era comunicato e queste sue “pecore nere” come lei le chiamava, le trattava con sfrenata rabbia. Sembrava che lo avesse saputo da questa o da quella spia. Però arrivò anche la resa dei conti. La nuova regola del digiuno eucaristico permise ai bambini di prendere qualcosa di caldo prima di avviarsi a scuola lungo il cui tragitto si trovava anche la chiesa. Qualcuno si comunicava, altri no. Però la signorina Gertrud, al primo sguardo, scopriva i primi e nelle prime ore di lezione li chiamava fuori. Se ci fosse stata una spia tra noi, avrebbe dovuto essere molto scaltra per rivelarle i nomi in così breve tempo, e nemmeno noi abbiamo mai pensato ad una tale possibilità. La parrocchia era unita e i bambini formavano una salda comunità.
Nella IVA si trovava la decenne Angela. Era molto intelligente, capace e sempre la prima. Le sue compagne non la invidiavano perché aveva un cuore d’oro ed era sempre pronta ad aiutarle. Un giorno mi chiese di poter fare tutti i giorni la Santa Comunione.
“Ma sai anche di che cosa ti carichi?” le chiesi. Rise birichina come se volesse fare uno scherzo a qualcuno. “Signor Parroco la maestra non mi potrà rimproverare facilmente, glielo posso assicurare. Sarò ancora più diligente… Per favore, non mi dica di no. Quando prendo la Comunione mi sento più forte. Dica di sì, devo dare il buon esempio e perciò devo avere molta forza!”. Le dissi sì, sebbene con preoccupazione. Da quel momento la IVA fu un piccolo inferno. Angela sapeva impeccabilmente tutto ciò che la maestra le chiedeva. Però la maestra riversava su di lei la sua cattiva luna e la maltrattava in ogni modo. La bambina sopportava tutto pazientemente però divenne visibilmente sofferente. “Senti Angela, ma non è troppo pesante?” “No, signor Parroco. Gesù ha sofferto molto di più quando gli sputarono addosso. Questo non mi è ancora capitato”.
Il coraggio che dimostrava mi riempì di grande ammirazione. Angela non venne mai a lagnarsi da me del pessimo trattamento che riceveva, ma le sue compagne mi raccontavano piangendo degli attacchi della maestra. Dal lato del profitto, questa non poteva dire niente e così si inventava ogni giorno qualcosa di nuovo per toglierle la fede. Scavalcando il suo programma di insegnamento, la signorina Gertrud, a beneficio delle sue scolare, apri tutto il suo arsenale ateista e Angela non poté farci niente. Stava in piedi, muta a capo chino, soffocando i singhiozzi. Il suo credo però rimase inalterato, ma come difenderlo? Da novembre le lezioni divennero sempre più un duello tra la maestra e la scolara. Apparentemente trionfava la prima ed aveva sempre l’ultima parola. Perché dunque questa tenacia? Probabilmente era il silenzio di Angela che esasperava la maestra.

Le compagne di classe disperate chiesero il mio aiuto. Cosa potevo fare? Il mio intervento avrebbe avvelenato ancora di più l’atmosfera. Per fortuna Angela tenne duro. Non rimase altro che pregare, pregare con tutte le nostre forze. La cosa si sparse nel paese e in tutto il circondario. Nessuno mi rimproverò per aver dato giornalmente la Santa Comunione ad Angela. Non era un segreto per nessuno che la maestra voleva, attraverso questa fragile bambina, colpire un bene comune, il tesoro della Fede. I genitori incoraggiavano la loro figlia a resistere ed improvvisamente Angela si trovò al centro dell’interesse comune. Tutti ammiravano la sua forza. Solo lei non se ne rendeva conto. Si sentiva umiliata per la sua incapacità di difendersi e per non saper portare dei motivi per la sua fede.
Poco prima di Natale, esattamente il 17 dicembre, la signorina Gertrud escogitò un gioco crudele che, come lei pensava, avrebbe eliminato la fede inutile che impestava la sua scuola. Il fatto merita di essere raccontato in tutti i suoi particolari. Angela fu involontariamente coinvolta in un gioco di domande e risposte. “Che cosa fai se i tuoi genitori ti chiamano?” “Vado”, rispose la ragazzina timidamente sottovoce. “Molto bene. Li senti chiamare e vai subito, come fa un bravo bambino. Che cosa succede se i tuoi genitori chiamano lo spazzacamino?” “Viene”, rispose Angela. Il suo cuore batteva in fretta, si aspettava un tranello, però non immaginava di che genere. La signorina Gertrud continuava con le sue domande: “I suoi occhi brillavano come quelli di un gatto che gioca con un topo”, mi raccontò più tardi una delle piccole testimoni. “Guardava in maniera così cattiva, così cattiva!”. “Bene, mia piccola. Lo spazzacamino viene perché c’è, perché è vivo”. Un momento di silenzio. “Tu vieni perché sei viva. Però per esempio i tuoi genitori chiamano la nonna che è morta. Verrà?” “No, non credo”. “Brava. E se chiamano Barbablù? Oppure Cappuccetto rosso? Oppure Pollicino? Ti piacciono le fiabe, no? Allora che cosa succederà?” “Non verrà nessuno, perché sono fiabe”. Angela sollevò il suo sguardo limpido, però lo riabbassò subito.

“I suoi occhi mi avevano fatto male”, mi confidò più tardi. Il dialogo proseguì. “Molto bene”, gongolò la maestra. “Mi sembra che oggi tu riesca a pensare più chiaramente. Dunque bambini vedete che qualsiasi vivente che esiste, viene se lo si chiama. E chi non viene quando è chiamato, o non esiste oppure non è più vivo. E’ chiaro, vero?”. “Sì”, rispose la classe in coro. “E adesso facciamo un piccolo esperimento”. Rivolta ad Angela: “Adesso esci”. Titubante la piccola lasciò il banco, e subito dopo la porta si chiuse pesantemente dietro l’esile figuretta. “E adesso bambini chiamatela!”. “Angela, Angela!” risuonò un coro di trenta voci. Si poteva credere, alla fine, veramente ad un gioco. Angela ritornò, era molto sconcertata. La maestra godeva del suo successo. “Siamo tutti della stessa idea, non è vero?” Disse. “Se chiamate qualcuno che vive, questi viene perché c’è. Angela è qua in carne ed ossa; sente quando la chiamate e viene. E adesso supponiamo di chiamare Gesù Bambino. C’è ancora qualcuno di voi che crede in Gesù Bambino!” Per un attimo tutto tace. Poi, alcune voci timide dicono, “Sì, sì…”. “E tu, Angela, credi tu che Gesù Bambino ti senta se lo chiami?” Angela si sentì improvvisamente sollevata da un peso. Ecco dunque il tranello della cui portata non poteva immaginare. Con grande slancio rispose: “Certo, credo che mi senta”. “Molto bene. Adesso facciamo un tentativo. Avete visto prima che Angela è rientrata dopo che l’avete chiamata. Se Gesù Bambino c’è, entrerà se voi lo chiamate. Chiamate dunque tutti insieme molto forte: • Vieni Gesù Bambino! – Uno, due, tre, tutti insieme”. I bambini abbassarono la testa e in un silenzio di tomba si sentì una risata satanica. “E qui vi volevo. Questa è la mia prova. Non avete il coraggio di chiamarlo, perché sapete benissimo che non potrebbe venire, il Bambino. E non vi può sentire perché non esiste, come Pollicino, come Barbablù, il vostro Gesù, perché sono semplicemente delle favole… storie per vecchietti seduti davanti al camino, storie che nessuno prende seriamente perché non sono vere”. I bambini sconvolti tacevano ancora. Questa brutale dimostrazione li aveva colpiti al cuore. Chi è un po’ addentro nella psicologia infantile, sa quale effetto possono avere sui bambini queste sofisticherie che si basano su un esperimento concreto. Prima l’una, poi l’altra incominciarono a dubitare, come ammisero dopo.
“Sì, veramente se c’è Gesù Bambino, come mai non si vede?” Angela era sempre muta e mortalmente pallida. “Temevo che sarebbe caduta”, mi raccontò una delle ragazzine. La maestra godeva visibilmente del dubbio dei bambini. Alla fine disse trionfante: “Schiacciate l’infame!”. Improvvisamente successe una cosa inaspettata. Angela saltò in mezzo alla classe, i suoi occhi lanciavano scintille: “Noi, Lo vogliamo chiamare! Ascoltate! Tutti insieme diciamo: • Vieni, Gesù Bambino! – In un attimo tutta la classe si alzò. Con le mani giunte, sguardi invocanti e cuori gonfi di una smisurata fede gridarono: “VIENI, GESÙ BAMBINO”! La maestra non era preparata a ciò. Involontariamente fece due, tre passi indietro , lo sguardo fisso su Angela in un silenzio di tomba. Poi di nuovo la voce cristallina: “Ancora una volta!” Era come un grido che avrebbe potuto far crollare i muri, come più tardi spiegò un bambino. Paura, impazienza, dubbio ricacciato dentro e che poteva in ogni momento esplodere, sotto l’influsso di una di loro che improvvisamente si era proclamata loro rappresentante: l’impulso dell’unità che aveva colpito tutti… Ma forse, non c’era l’attesa di un miracolo, “Io gridavo, però, non mi aspettavo niente di particolare”, mi disse Gisela. E invece accadde.

Ve lo racconterò con le stesse parole dei bambini, li ho interrogati singolarmente. La loro libera espressione sembrò più perfetta di una rappresentazione che avremmo potuto dare noi adulti. Alcune loro frasi mi sono rimaste impresse indelebilmente. Anche io, povero pastore di anime com’ero, avevo bisogno di un segno. Troppo spesso non si crede a sufficienza! I bambini non guardano verso la porta bensì il muro davanti a loro e Angela risaltava su questa cornice bianca. Ma la porta si aprì silenziosamente. Videro che una forte luce si concentrava sulla porta. Questa luce cresceva, cresceva, poi divenne una palla di fuoco. Ebbero improvvisamente paura, però tutto accadde così in fretta che non ebbero nemmeno il tempo di gridare. La palla si aprì e dentro apparve un Bambino splendido come non ne avevano mai visto. Il Bambino sorrideva loro senza dire una parola. La Sua sola presenza era una infinita dolcezza. Non avevano più paura, c’era solo gioia. Durò… un momento? … un quarto d’ora?… un’ora? Le opinioni a questo punto stranamente erano diverse. Certo è che l’accaduto non superò un’ora di lezione. Il Bambino era vestito di bianco e sembrava un piccolo sole. La luce proveniva da Lui stesso. La luce del giorno sembrava scura al confronto. Alcune delle ragazze rimasero come accecate e faceva loro male agli occhi. Altri poterono guardarLo senza conseguenze. Non diceva niente, sorrideva solo, poi scomparve nella palla di luce che si dissolse nel nulla.
La porta si richiuse dolcemente da sola. Piene di emozione, il cuore ricolmo di gioia, le ragazze non potevano pronunciare parola. Un grido acuto ruppe il silenzio. Quasi impazzita e con gli occhi che le uscivano dalle orbite, la maestra gridò: “E’ venuto, è venuto!” poi scappò e sbatté dietro di sé la porta. Ad Angela sembra di svegliarsi da un sogno. Disse semplicemente: “Avete visto, Gesù Bambino esiste. E adesso ringraziamo”. Tutti si inginocchiarono commossi e recitarono un Padre nostro, un’Ave Maria ed un Gloria al Padre. Poi uscirono dalla classe perché era arrivato il momento della pausa.
La cosa si sparse molto in fretta. I genitori mi chiesero di interrogare i bambini ed io li interrogai singolarmente. Posso testimoniare sotto giuramento di non aver trovato nei loro racconti la benché minima contraddizione. E, ciò che mi ha più sorpreso, è che l’avvenimento non sembrò loro niente di straordinario. “Avevamo bisogno di aiuto”, mi raccontò una delle ragazze, “Gesù Bambino doveva venire ad aiutarci”. “E la maestra?” chiesi io. “E” vero, ci devo ancora dire qualcosa in merito.
La signorina Gertrud fu ricoverata in manicomio. Il provveditorato mise a tacere la cosa. Sapemmo in seguito che la maestra gridava continuamente: “E’ venuto! E’ venuto!”. E perciò non era più in grado di insegnare. Volevo andare a farle visita, ma non mi fu concesso. L’ingresso in questi ospedali è tassativamente vietato ai sacerdoti. Stranamente i casi di pazzia religiosa lì sono particolarmente numerosi. Persone che per esempio hanno partecipato alla sconsacrazione delle nostre chiese sono finite quasi tutte in manicomio. Tuttavia, tutti i giorni durante la S. Messa, prego per la signorina Gertrud”.
“E Angela?”. “Adesso ha finito la scuola e aiuta la madre a casa perché, ho dimenticato di dirvelo, è la maggiore di una grossa nidiata! Avrebbe desiderato un lavoro ma l’ho persa di vista dopo il mio involontario esilio”. Padre Norbert aspirò una boccata di fumo e con un po’ di ironia disse: “Signora, non so se Lei crede alla mia storia e tantomeno se vorrà pubblicarla”. “E se io accettassi la sfida?” “D’accordo”.

Maria Winowska

Giovanni Paolo II sulla disabilita’mentale

giovannipaoloii-disabili1. Voi siete convenuti a Roma, illustri signore e signori, esperti nelle scienze umane e in quelle teologiche, sacerdoti, religiosi, laici e laiche impegnati nella vita pastorale, per studiare i delicati problemi posti dalla educazione umana e cristiana dei soggetti portatori di handicap mentale. Questo Simposio, organizzato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, si pone come ideale chiusura dell’Anno europeo delle persone disabili e si colloca nel solco di un insegnamento ecclesiale ormai molto ricco e abbondante, cui corrisponde un fattivo e vasto impegno del Popolo di Dio a vari livelli e nelle sue diverse articolazioni.

2. Il punto di partenza per ogni riflessione sull’handicap è radicato nelle persuasioni fondamentali dell’antropologia cristiana: la persona handicappata, anche quando risulta ferita nella mente o nelle sue capacità sensoriali e intellettive, è un soggetto pienamente umano, con i diritti sacri e inalienabili propri di ogni creatura umana. L’essere umano, infatti, indipendentemente dalle condizioni in cui si svolge la sua vita e dalle capacità che può esprimere, possiede una dignità unica ed un valore singolare a partire dell’inizio della sua esistenza sino al momento della morte naturale. La persona dell’handicappato, con tutte le limitazioni e le sofferenze da cui è segnata, ci obbliga ad interrogarci, con rispetto e saggezza, sul mistero dell’uomo. Quanto più ci si muove, infatti, nelle zone oscure e ignote della realtà umana, tanto più si comprende che proprio nelle situazioni più difficili e inquietanti emerge la dignità e la grandezza dell’essere umano. L’umanità ferita del disabile ci sfida a riconoscere, accogliere e promuovere in ciascuno di questi nostri fratelli e sorelle il valore incomparabile dell’essere umano creato da Dio per essere figlio nel Figlio.

3. La qualità di vita all’interno di una comunità si misura in buona parte dall’impegno nell’assistenza ai più deboli e ai più bisognosi e nel rispetto della loro dignità di uomini e di donne. Il mondo dei diritti non può essere appannaggio solo dei sani. Anche la persona portatrice di handicap dovrà essere facilitata a partecipare, per quanto le è possibile, alla vita della società ed essere aiutata ad attuare tutte le sue potenzialità di ordine fisico, psichico e spirituale. Soltanto se vengono riconosciuti i diritti dei più deboli una società può dire di essere fondata sul diritto e sulla giustizia: l’handicappato non è persona in modo diverso dagli altri, per cui riconoscendo e promovendo la sua dignità e i suoi diritti, noi riconosciamo e promoviamo la dignità e i diritti nostri e di ciascuno di noi.

Una società che desse spazio solo per i membri pienamente funzionali, del tutto autonomi e indipendenti non sarebbe una società degna dell’uomo. La discriminazione in base all’efficienza non è meno deprecabile di quella compiuta in base alla razza o al sesso o alla religione. Una forma sottile di discriminazione è presente anche nelle politiche e nei progetti educativi che cercano di occultare e negare le deficienze della persona handicappata, proponendo stili di vita e obiettivi non corrispondenti alla sua realtà e, alla fine, frustranti e ingiusti. La giustizia richiede, infatti, di mettersi in ascolto attento e amoroso della vita dell’altro e di rispondere ai bisogni singolari e diversi di ciascuno tenendo conto delle loro capacità e dei loro limiti.

4. La diversità dovuta all’handicap può essere integrata nella rispettiva, irripetibile individualità e a ciò devono contribuire i familiari, gli insegnanti, gli amici, la società intera. Per la persona handicappata, come per ogni altra persona umana, non è dunque importante fare quello che fanno gli altri, ma fare ciò che è veramente bene per lei, attuare sempre più le proprie ricchezze, rispondere con fedeltà alla propria vocazione umana e soprannaturale.

Al riconoscimento dei diritti deve pertanto seguire un impegno sincero di tutti per creare condizioni concrete di vita, strutture di sostegno, tutele giuridiche capaci di rispondere ai bisogni e alle dinamiche di crescita della persona handicappata e di coloro che condividono la sua situazione, a partire dai suoi familiari. Al di sopra di qualsiasi altra considerazione o interesse particolare o di gruppo, bisogna cercare di promuovere il bene integrale di queste persone, né si può negare loro il necessario sostegno e la necessaria protezione, anche se ciò comporta un maggior carico economico e sociale. Forse più che altri malati, i soggetti mentalmente ritardati hanno bisogno di attenzione, di affetto, di comprensione, di amore: non li si può lasciare soli, quasi disarmati e inermi, nel difficile compito di affrontare la vita.

5. A questo proposito, particolare attenzione merita la cura delle dimensioni affettive e sessuali della persona handicappata. Si tratta di un aspetto spesso rimosso o affrontato in modo superficiale e riduttivo o addirittura ideologico. La dimensione sessuale è, invece, una delle dimensioni costitutive della persona la quale, in quanto creata ad immagine di Dio Amore, è originariamente chiamata ad attuarsi nell’incontro e nella comunione. Il presupposto per l’educazione affettivo-sessuale della persona handicappata sta nella persuasione che essa abbia un bisogno di affetto per lo meno pari a quello di chiunque altro. Anch’essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità. La realtà, purtroppo, è che la persona con handicap si trova a vivere queste legittime e naturali esigenze in una situazione di svantaggio, che diventa sempre più evidente col passaggio dall’età infantile a quella adulta. Il soggetto handicappato, pur leso nella sua mente e nelle sue dimensioni interpersonali, ricerca relazioni autentiche nelle quali poter essere apprezzato e riconosciuto come persona.

Le esperienze compiute in alcune comunità cristiane hanno dimostrato che una vita comunitaria intensa e stimolante, un sostegno educativo continuo e discreto, la promozione di contatti amichevoli con persone adeguatamente preparate, l’abitudine a incanalare le pulsioni e a sviluppare un sano senso del pudore come rispetto della propria intimità personale, riescono spesso a riequilibrare affettivamente il soggetto con handicap mentale e a condurlo a vivere relazioni interpersonali ricche, feconde e appaganti. Dimostrare alla persona handicappata che la si ama significa rivelarle che ai nostri occhi ha valore. L’ascolto attento, la comprensione dei bisogni, la condivisione delle sofferenze, la pazienza nell’accompagnamento sono altrettante vie per introdurre la persona handicappata in una relazione umana di comunione, per farle percepire il suo valore, per farle prendere coscienza della sua capacità di ricevere e donare amore.

6. Senza dubbio le persone disabili, svelando la radicale fragilità della condizione umana, sono una espressione del dramma del dolore e, in questo nostro mondo, assetato di edonismo e ammaliato dalla bellezza effimera e fallace, le loro difficoltà sono spesso percepite come uno scandalo e una provocazione e i loro problemi come un fardello da rimuovere o da risolvere sbrigativamente. Esse, invece, sono icone viventi del Figlio crocifisso. Rivelano la bellezza misteriosa di Colui che per noi si è svuotato e si è fatto obbediente sino alla morte. Ci mostrano che la consistenza ultima dell’essere umano, al di là di ogni apparenza, è posta in Gesù Cristo. Perciò, a buon diritto, è stato detto che le persone handicappate sono testimoni privilegiate di umanità. Possono insegnare a tutti che cosa è l’amore che salva e possono diventare annunciatrici di un mondo nuovo, non più dominato dalla forza, dalla violenza e dall’aggressività, ma dall’amore, dalla solidarietà, dall’accoglienza, un mondo nuovo trasfigurato dalla luce di Cristo, il Figlio di Dio per noi uomini incarnato, crocifisso e risorto.

7. Cari partecipanti a questo Simposio, la Vostra presenza e il Vostro impegno sono una testimonianza al mondo che Dio sta sempre dalla parte dei piccoli, dei poveri, dei sofferenti e degli emarginati. Facendosi uomo e nascendo nella povertà di una stalla, il Figlio di Dio ha proclamato in se stesso la beatitudine degli afflitti ed ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la sorte dell’uomo creato a Sua immagine. Dopo il Calvario, la Croce, abbracciata con amore, diventa la via della vita e insegna a ciascuno che, se sappiamo percorrere con fiducioso abbandono la via faticosa e ardua del dolore umano, fiorirà per noi e per i nostri fratelli la gioia del Cristo Vivente che sorpassa ogni desiderio ed ogni attesa.

A tutti una speciale Benedizione!

Dal Vaticano, 5 gennaio 2004

GIOVANNI PAOLO II

18. Mi sposo ma… non voglio subito bambini! Come fare?

Vi sposate e desiderate un amore autentico. Volete donarvi totalmente l’uno all’altro. in tutte le dimensioni del vostro essere. Nella gioia offerta e condivisa, con la capacita’ straordinaria di trasmettere la vita presente dentro di voi.

  • La natura e la liberta’ vi rendono padroni del dono meraviglioso della fecondità e voi vi accingete ad amministrarlo: è questa la paternità responsabile. lmparerete a conoscere i periodi del ciclo femminile, quelli in cui la donna è fertile e quelli in cui non la è.
  • Se non vi sentite pronti ad accogliere subito un bambino o se decidete, con una prudenza comunque aperta alla vita, di dover aspettare un po’ di tempo, sceglierete di unirvi nei periodi non fertili. E durante i periodi fertili potrete esprimere il vostro amore reciproco in altri modi, senza arrivare all’unione sessuale. Potrete parlare di più, scoprire altre forme di tenerezza… E vedrete il vostro amore crescere e diventare più profondo. Ma attenzione a non ridurre il vostro matrimonio ad un «piano contabile», ad un elenco di giorni favorevoli e no, e, rimandando troppo, a non ostacolarvi reciprocamente nel raggiungimento della vostra pienezza mediante il dono della vita.
  • Se ascolterete i vostri desideri e il progetto d’amore che Dio dona ad ogni coppia, riuscirete a decidere con libertà e generosità di dare la vita. Durante un periodo di fertilità, e proprio nel momento culminante del vostro amore, Dio potrà, mediante la vostra collaborazione alla quale Egli si sottomette, creare una vita nuova: il vostro bambino.
Testimonianza

Quando ci siamo sposati quattro anni fa entrambi desideravamo avere una famiglia numerosa. Dopo aver dedicato qualche mese alla conoscenza reciproca, abbiamo iniziato a pensare ai bambini. Ma ci sono voluti quattro anni, numerosi esami e due interventi chirurgici per realizzare il nostro progetto e, proprio il giorno del nostro quarto anniversario di matrimonio, ho saputo di essere incinta. Ci vorrebbe troppo tempo per raccontare tutta la trafila dolorosa e complessa che ha portato a questa nascita: mi limiterò soltanto a qualche riflessione e a qualche pensiero su questa sofferenza.

Essere sterile: che dolore fisico e psicologico! Ho dovuto imparare a lottare contro il senso di colpa che mi spingeva a pensare: «E’ colpa mia!». Continuare ad avere coraggio di fronte ai medici che mi dicevano: «Si rilassi, signora, pensi a qualcos’altro…». E i familiari e gli amici che ti dicono, apertamente o facendotelo capire: «Molte volte la causa é psicologica…». Che frase terribile, anche se può essere vera! Si viene classificati e catalogati fra i malati psichici!

Resistere, contro i venti e le maree

In questo quattro anni ho sperimentato concretamente la potenza della preghiera. Quella degli altri, sulla quale mi sono volte appoggiata moltissime volte (non bisogna avere paura di dire: «Non ne posso più!») e quella che condividevo con mio marito, perchè ci è stata data la grazia di poter pregare costantemente per rimettere la nostra sofferenza nelle mani di Dio, per chiedergli continuamente di aiutarci, di riuscire a scegliere i medici giusti (ce ne hanno indicati cosi tanti!), di illuminarli. E poi, l’offerta personale di questo morire a me stessa (perché proprio di questo si tratta!) per il maggior numero possibile di intenzioni.
Infine, abbiamo ricevuto il sacramento degli infermi. Ogni volta si é trattato di una grazia… nella fede. Non abbiamo «sentito» nulla, ma ci siamo affidati alla Chiesa.

Abbiamo sempre avuto la certezza che Dio non ci avrebbe lasciato cadere: ricordo che durante un ritiro, in cui gli avevo chiesto di guarirmi, venni effettivamente guarita… ma da un eczema che avevo dietro le orecchie! Sul momento fu una piccola delusione, ma questo mi aiutò a capire che Egli si occupava di me. E qualche mese dopo, in seguito ad un secondo intervento, ero incinta.

Al termine di questi quattro anni, mi rendo conto di quanto questa prova ci abbia arricchito: il nostro amore, che avrebbe potuto esserne minacciato, é diventato al contrario più profondo. Abbiamo scoperto in che modo, nel nostro matrimonio, Dio si fosse messo al nostro fianco per farci «resistere» contro i venti e le maree e donarci una fecondità vera, anche se all’inizio essa non ha assunto la forma di una fecondità «umana».

 Isabella

L’intervento di padre Pfeiffer per fermare la razzia degli ebrei nel ghetto di Roma

ebrei-pfeifferQuando il 16 ottobre del 1943 la brigata delle SS naziste, comandata da Theodor Dannecker specializzata negli arresti degli ebrei, fece razzia nel Ghetto di Roma, fu padre Pancrazio Pfeiffer a convincere il generale Rainer Stahel, a telefonare a Himmler per fermare la deportazione.

E’ quanto ha raccontato il 12 maggio, a Roma, padre Peter Gumpel S.J. durante il convegno per la commemorazione del 60° anniversario della morte di padre Pancrazio Pfeiffer, Superiore generale dei Salvatoriani.

In una intervista concessa a ZENIT, padre Gumpel ha precisato che “il Pontefice Pio XII, indignato per quanto stava accadendo, prima fece convocare con urgenza l’ambasciatore tedesco Ernst Von Weizsäcker per levare formale protesta contro l’arresto degli ebrei, e poi mobilitò i suoi emissari, monsignor Alois Hudal e padre Pancrazio Pfeiffer affinché intervenissero sugli ufficiali tedeschi per impedire la razzia”.

Pio XII diede una sua lettera di protesta ad Alois Hudal, rettore della Chiesa di S. Maria dell’Anima, che venne ufficialmente trasmessa a Berlino da Gerhard Gumpert, allora capo dei funzionari dell’ambasciata di Germania presso il governo dei neofascisti rimasti a Roma. Questa lettera non ebbe però nessun esito.

Ebbe successo invece l’intervento di padre Pancrazio Pfeiffer, il quale parlò con il generale Rainer Stahel, comandante militare di Roma, notoriamente contrario a quanto le SS e la Gestapo stavano facendo.

Padre Gumpel ha poi precisato che “Stahel inviò una dura protesta al capo delle SS Heinrich Himmler, esigendo che la persecuzione degli ebrei cessasse immediatamente. E spiegò questa sua richiesta con argomentazioni di tipo strettamente militari, ben sapendo che le argomentazioni umanitarie erano inutili”.

“Fece quindi presente ad Himmler che, essendo in buona parte responsabile dell’approvvigionamento delle divisioni tedesche impegnate in duri combattimenti a sud di Roma, aveva un compito reso già molto difficile dalla supremazia aerea degli Alleati e dai partigiani”, ha aggiunto.

“Se a questi fatti si fosse aggiunto un sollevamento della popolazione romana in seguito alla razzia degli ebrei, il rifornimento delle suddette divisioni sarebbe divenuto impossibile – ha raccontato lo storico gesuita –. Questo messaggio spaventò Himmler che ordinò la cessazione dell’operazione”.

L’esito del rastrellamento degli ebrei romani non fu considerato soddisfacente dai gerarchi nazisti. Nel suo complesso l’operazione fu giudicata come uno degli insuccessi più notevoli, tanto che alla fine della guerra Dieter Wisliceny, luogotenente di Eichmann, fu costretto ad affermare che : “Condizioni particolarmente speciali permisero agli ebrei di Roma di porsi tempestivamente in salvo”.

Stahel pagò di persona per questo intervento. Due settimane dopo fu deposto dal suo incarico a Roma e per punizione fu inviato in Russia da dove non tornerà mai più. La motivazione della sua rimozione fu che “era troppo mite con gli italiani” e “troppo amichevole con il Vaticano” .

Attraverso padre Pfeiffer, Pio XII intervenne ancora nel tentativo di salvare anche coloro che erano già stati presi dai nazisti.

La mattina del 17 ottobre il comandante delle SS Dannecker ordinò ai suoi uomini di radunarsi nel Collegio Militare Italiano, in via della Lungara, dove erano state ammassate le 1259 persone rastrellate il giorno prima.

Chiamò Arminio Wachsberger, un fiumano che fungeva da interprete, e gli fece tradurre un ordine inaspettato e inconsueto: “Coloro che non sono ebrei si mettano da una parte e dì loro che se trovo un ebreo che abbia osato dichiarare di non esserlo, appena la bugia sarà scoperta, quello sarà fucilato immediatamente; e dì anche che noi tedeschi non parliamo a vanvera!”.

Molta gente si fece avanti, dopo aver esaminato i documenti Dannecker ed i suoi assistenti liberarono 259 persone ai quali dissero che potevano ritornarsene tranquillamente a casa.

Nonostante le minacce, fra coloro che furono liberati poterono tuttavia intrufolarsi diversi ebrei. Tra questi sicuramente padre, madre e figlio della famiglia Dureghello, Angelo Dina, Enrico Mariani, Bianca e Piera Ravenna Levi.

Diversi indizi indicano nel padre Pancrazio Pfeiffer l’uomo che intervenne direttamente per conto della Santa Sede nel chiedere la liberazione delle persone di servizio nelle famiglie ebree, dei coniugi e figli di matrimoni misti.

Alla fine della Guerra, padre Pancrazio distrusse i verbali dei suoi incontri con Pio XII e con la Segreteria di Stato. Sono comunque scampati alla distruzione dei foglietti, su due dei quali è scritto “Emilio Segrè – Collegio Militare, la liberazione è chiesta da Mons. Traglia vice gerente di Roma” e su un altro foglietto: «Hauptsturmbannführer Dannecker, Collegio Militare».
ZI05051208