Procreazione assistita: scarsa efficacia della fecondazione artificiale. Sacrificati il 90% di embrioni

A commento della relazione annuale sulla legge 40:

Rispetto alla procreazione medicalmente assistita, “i dati confermano un elemento che appare sostanzialmente costante nel tempo, e cioè la scarsa efficacia delle procedure di fecondazione artificiale”. È quanto afferma l’Associazione Scienza & Vita commentando la relazione annuale che il Ministro della salute predispone circa lo stato di attuazione della legge 40/2004. “Quali che siano le tecniche, se applicate a fresco o dopo scongelamento di embrioni o di ovociti, quale che sia la fonte di provenienza dei gameti, se dalla coppia o da donatore (fecondazione eterologa), il dato complessivo – spiegano – appare gravato da un’efficacia sostanziale di poco inferiore al 10%”. Nel 2015, a fronte di un numero complessivo di embrioni realizzati, mediante le tecniche di II e III livello, pari a 111.366 sono nati nel corso del medesimo anno 11.029 bambini (9,90%).

“Mettendo insieme anche le tecniche di I livello (ovvero la inseminazione artificiale) – prosegue la nota – il numero complessivo di bambini nati è stato di 12.836, pari al 2,6% dei bambini nati in Italia nel 2015”. “Semmai si volesse trovare una argomentazione idonea a giustificare eticamente una pratica che tende a dissociare il gesto procreativo dalla relazione intima della coppia – commenta Scienza & Vita – questa continuerebbe a cozzare in maniera drastica con la necessità di ‘sacrificare’ consapevolmente circa il 90% degli embrioni prodotti, per consentire la nascita di quei bambini che riescono a completare il loro percorso”. “Continuiamo a ritenere che sul piano etico sia inaccettabile anche la perdita di un solo embrione a causa dell’applicazione della tecnica, ma una ecatombe delle proporzioni che abbiamo potuto registrare appare davvero difficile da giustificare”, aggiunge l’associazione. Scienza & Vita conclude evidenziando che “le tecniche vengono ormai stabilmente applicate in donne di età progressivamente più avanzata: e questo non giova al benessere complessivo della coppia, dei figli e della relazione parentale”.

Ibrahim poteva essere imam, ora è cattolico. Nascosto.

Ibrahim a 13 anni conosceva a memoria il Corano. L’imam del suo quartiere al Cairo lo portava ad esempio per tanti giovani e intravedeva per lui un futuro di grande predicatore dell’islam più radicale. Ibrahim, giovanissimo predicatore lo è stato: già a 16 anni il venerdì, con l’esuberanza e la foga delle sua giovane età, arringava i fedeli che accorrevano nella moschea per sentire proprio lui, l’astro nascente della jihad, la guerra santa. “Avevo imposto a tutte le donne della mia famiglia, la nonna, mia madre e le sorelle, il velo”, racconta: “Non sopportavo le espressioni non islamiche della nostra società nella vita quotidiana. Vigilavo e denunciavo chiunque non rispettasse le regole e deviasse dalla retta via”.

Ibrahim predicava a metà degli anni Novanta, quando nell’Egitto, su pressioni dei movimenti islamisti molti dei quali legati all’università di Al Azhar, vennero rispolverati gli hadit, i detti di Maometto, sull’isba, il principio che permette a chiunque di intentare un processo contro chi si allontana dagli insegnamenti della sharia, la legge islamica, e sulla ridda, l’accusa di apostasia. Uno dei primi hadit sostiene che il sangue di un musulmano “potrà essere versato in tre casi: l’omicidio, l’adulterio e l’apostasia”. Quindi il pio cittadino è autorizzato a uccidere il peccatore.

Sulla base di questo dogma, in quegli anni alcuni intellettuali furono assassinati o feriti gravemente come lo scrittore, premio Nobel, Naghib Mahfuz, condannati, appunto, per le loro opere miscredenti.

Alcuni anni fa Ibrahim, nato nella fede in Allah e nel Corano, si è convertito alla fede cattolica. Ha preso il nome di Mikeil, Michele, l’arcangelo più venerato in Egitto. Conventi, chiese, cappelle gli sono dedicate in tutto il paese. Tracce di luoghi di culto a lui consacrati nell’Egitto preislamico sono ancora visibili nella fortezza di Babilonia nella Cairo Vecchia.

Ma Ibrahim-Mikeil vive la sua conversione in gran segreto. Non ne sono al corrente la famiglia, gli amici e neanche la giovane moglie. Rischia di essere travolto proprio dall’accusa di apostasia che “potrebbe trasformarsi in una condanna a morte”, dice, “da parte dei vecchi amici, un parente, o nel migliore dei casi in una sentenza che infligge anni di detenzione con sicure torture”.

Le paure di Ibrahim sono fondate? Formalmente no. L’articolo 3 della costituzione egiziana del 1923 proclama l’uguaglianza di tutti gli egiziani di fronte alla legge senza distinzione di razza, lingua o religione. Ma la realtà è diversa. È dal 1971 che è in corso nel paese una costante tendenza a islamizzare il sistema giuridico egiziano. È stato il presidente Anwar Al-Sadat, poi ucciso dagli integralisti islamici, ad accogliere talune richieste dei Fratelli Musulmani allo scopo di combattere i partiti nazionalisti e di sinistra che si opponevano alla sua politica economica: introdusse nella costituzione un emendamento secondo il quale la “sharia è una delle fonti principali della legislazione” per diventare poi, nel 1980, la “fonte principale”.

“Un musulmano di nascita non potrà mai cambiare religione”, conferma Youssef Sidhom, direttore del settimanale cristiano “Watani”: “Non solo cercheranno con tutti i mezzi di dissuaderlo, ma la sua stessa vita sarà in pericolo. Sarà escluso dall’eredità e dalla comunità di appartenenza. Mentre al contrario un egiziano cristiano che abbracci la fede musulmana è accolto con tante feste, la carta di identità viene cambiata in fretta, è facilitato nel lavoro, nella casa”.

La segretezza con cui vive il suo nuovo credo ha permesso per ora a Ibrahim-Mikeil di non cadere nella retata della polizia che portò all’arresto di numerosi convertiti al cristianesimo, mentre centinaia erano i ricercati.

L’unico giornale arabo a dare conto degli arresti fu “Al Quds”, edito a Londra e interdetto in Egitto. Che denunciò: “Continua in silenzio l’opera della polizia egiziana di criminalizzare ex musulmani convertiti al cristianesimo. Ci meraviglia che una vicenda così delicata sia lasciata in mano alle forze di polizia. È vero che la sharia non ammette l’apostasia, ma in uno stato di diritto la questione dovrebbe essere affrontata non certo seguendo l’onda dei fondamentalisti”.

Secondo un sacerdote che chiede l’anonimato “gli arresti da parte della polizia, ormai infiltrata, come la magistratura e le corporazioni professionali, sono dovute al radicamento dell’integralismo nel sistema educativo egiziano. Sono infatti frequenti i casi in cui gli studenti appartenenti a minoranze religiose vengono pesantemente discriminati e maltrattati. Accade ad esempio che venga imposto il velo a bambine cristiane delle elementari. Le scuole pubbliche hanno subito la forte ingerenza degli imam di Al Azhar e delle autorità governative, da tempo inclini ad accontentare le richieste degli integralisti, per mantenere il loro potere.

Dei convertiti arrestati, per mesi non si sa nulla. E nel frattempo subiscono maltrattamenti bestiali. La loro sorte sarà poi demandata a un giudice, non sempre imparziale. Scontata la condanna, non rimane loro che prendere la via dell’esilio negli Usa, in Canada o Australia, per non incorrere nel disprezzo sia della famiglia che della comunità circostante».

 

Aspetti completamente trascurati dai media egiziani, ma non da “Watani”. “Il nostro è un giornale indipendente”, dice il direttore Sidhom, “senza relazioni particolari con la Chiesa, da cui non riceve alcun sussidio”. Di fronte a questa recrudescenza repressiva nei confronti dei cristiani, il patriarca copto Shenuda III, uso in passato a rimarcare l’armonia tra cristiani e musulmani, ha mutato atteggiamento, lamentando i numerosi attacchi portati contro la sua comunità. La vita dei cristiani, di cui i copti, oltre 10 milioni, sono la gran maggioranza, negli ultimi anni non è stata facile. Le persecuzioni nei confronti di questa comunità sembrano tornare alle forme del martirio dei primi cristiani. La memoria torna ai terribili avvenimenti dell’ottobre del 1998, quando forze di sicurezza egiziane fecero rapimenti e crocifissioni durante le incursioni nel villaggio copto di El-Kosheh, nelle vicinanze di Luxor. Le crocifissioni furono a gruppi di 50 persone, letteralmente inchiodate o incatenate a porte, con gambe legate le une contro le altre. Vittime picchiate e torturate con l’uso della corrente elettrica nei genitali dalla polizia che le accusava di essere infedeli.

Romani Boctor, 11 anni, è stato appeso con un cavo elettrico al soffitto. Ma è la discriminazione perpetrata in tutti gli aspetti della società a rendere difficile la vita dei cristiani.

Ibrahim-Mikeil conosce tutti i pericoli della sua conversione, ma vive l’adesione al cattolicesimo con grande serenità. “Quando aprii gli occhi sulla violenza , ho cominciato a mettere in discussione la mia religione”, racconta: “Il Dio che desideravo così vicino a me, nell’islam lo scoprivo molto lontano. Padrone di ogni cosa, ma non un Dio che sta con noi. Era questo che mi tormentava. Poi un giorno mi recai allo splendido monastero di Santa Caterina nel Sinai e lì ebbi la vera ispirazione”. La giovane principessa egiziana convertita al cristianesimo venne decapitata per ordine dell’imperatore romano Massenzio. Il sogno di Ibrahim-Mikeil? “Andare a Roma e poter pregare liberamente a San Pietro, magari assieme a mia moglie”.

Margherita, 4 ore di vita piene di amore

scarpineTutto al giorno d’oggi tende a diventare più veloce, quasi a voler togliere il tempo necessario affinché noi, medici e
pazienti, possiamo prendere coscienza della ferita che sorge nell’istante della morte. Perché avviene questo?
Perché in noi c’è qualcosa che desidera vivere per sempre e il paradosso della morte è “come una freccia che qualcuno scocca e che viene a trafiggere il cuore e a ridestarlo, a risvegliarlo dall’anestesia al suo dolore, al dolore che è suo, solo suo, al dolore che solo il cuore prova; quello della solitudine, della mancanza di un Altro” (Mauro-Giuseppe Lepori, OCist).
Vorrei raccontarvi la storia di Margherita. Margherita è una bambina che ha vissuto quattro ore. La tentazione dei
miei colleghi medici è stata quella di lasciarla morire così, da sola, senza coinvolgere i suoi genitori e i suoi fratelli in questi attimi a lei donati alla luce del sole. La giustificazione? Sarebbe stato troppo doloroso e, magari, anche deleterio da un punto di vista psicologico. Mi sembrava irragionevole la posizione per cui, a fronte della paura di essere feriti, noi rinunciamo all’esperienza dell’amare e dell’essere amati per il poco tempo in cui è comunque possibile. Allora ho insistito affinché i suoi famigliari la prendessero in braccio e la amassero in quegli attimi, perché il desiderio che abbiamo più profondo nel cuore è quello di amare ed essere amati. Sento che parte della mia responsabilità di medico è quella di sostenere il compimento di questo desiderio e di dare una possibilit
perché questo si compia, poco importa la durata la vita.
Attraverso la vicenda di un’altra bambina ho potuto approfondire la natura e la portata di questa ferita. Rossella è una bambina che ha vissuto due mesi con una gravissima malformazione cerebrale per cui non le era neanche possibile respirare autonomamente. Quando abbiamo incontrato la sua mamma e le abbiamo comunicato la
situazione irreversibile, le abbiamo chiesto: “che desiderio hai per la tua bambina?”, cioè cosa potessimo fare per rendere la sua breve vita più felice.
Lei ci ha risposto con un grande sorriso, come a dire: “ma che domanda mi fate? Io voglio che guarisca completamente e che abbia una vita bellissima”. In quel momento ho capito che questa mamma non aveva paura di stare davanti alla ferita, anzi questa ferita aveva una dimensione ben più grande di una consolazione o di un
compromesso. Lei voleva tutto per la sua bambina. Accompagnando la mamma anch’io mi sono lasciata ferire e il suo desiderio è diventato il mio: un desiderio di eternità, di compimento.
La strada per me e per la sua mamma è stata quella di tenere aperto il desiderio e aspettare che qualcosa accadesse. Una cosa era certa: questo desiderio di eternità e di felicità era troppo grande perché io come medico o la sua mamma, che pure le voleva tanto bene, potessimo rispondere. A questo punto eravamo impotenti davanti
al Mistero e abbiamo lasciato lo spazio perché Lui venisse e colmasse la sproporzione che solo Lui può colmare.
Noi sapevamo che Rossella avrebbe vissuto poco, ma non potevamo prevedere esattamente quanto: ore, giorni, settimane? Abbiamo seguito la sua vita senza imporre nulla alla realtà e ogni giorno è stata l’esperienza di un amore quotidiano a lei e l’esperienza per lei di sentirsi amata oggi. Abbiamo continuato a curarla così ogni giorno, finché all’improvviso un Altro è venuto a prendersela. La mamma, in un gesto di estrema tenerezza, l’ha totalmente consegnata non alla morte, ma a Chi le aveva dato la vita.
Forse ho riconosciuto la coscienza più vera della sproporzione di una donna rispetto al desiderio del cuore del suo bambino in un quadretto, ricamato a mano, appeso sulla culla di un neonato destinato a morire in breve tempo: you are loved. Tu sei amato.
Questa mamma non ha scritto I love you, cioè ti amo, ti voglio bene, ma: “tu sei amato”. Lei ha capito che, pur con tutto il suo amore, non sarebbe stata in grado di salvare la vita del suo bimbo, lei ha capito il limite della medicina e il limite del suo amore di madre. Ma ricamando, giorno dopo giorno: “tu sei amato”, ha affermato che c’è
Qualcuno che salva il suo bambino, ora e per sempre.
Questo è vero per quel bimbo, quella mamma, per me medico e per ognuno di noi.
Quello di cui abbiamo bisogno è di Uno che ci ami di un amore eterno.

Elvira Parravicini – Il Sussidiario

Gli amici di Gesu’ (Raniero Cantalamessa)

marta-e-maria“In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi”. Il villaggio è Betania e la casa è quella di Lazzaro e delle sue due sorelle. In essa Gesù amava sostare e riposarsi quando svolgeva il suo ministero nei pressi di Gerusalemme.

A Maria non sembrava vero di avere il Maestro, una volta tanto, tutto per sé, di poter ascoltare in silenzio le parole di vita eterna che egli diceva anche nei momenti di riposo. Così ella se ne stava ad ascoltarlo accovacciata ai suoi piedi, come si usa fare ancora oggi in oriente. Non è difficile immaginare il tono, tra il risentito e lo scherzoso, con cui Marta, passando davanti ai due, dice a Gesù (ma perché senta sua sorella!): ” Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.

Fu a questo punto che Gesù pronunciò una parola che da sola costituisce un piccolo vangelo: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”.

La tradizione ha visto nelle due sorelle il simbolo, rispettivamente, della vita attiva e della vita contemplativa; la liturgia, con la scelta della prima lettura (Abramo che accoglie i tre angeli alle querce di Mamre), mostra di vedere nell’episodio un esempio di ospitalità. Io credo, però, che il tema più evidente sia quello dell’amicizia. “Gesú amava Marta, insieme a sua sorella e a Lazzaro”, si legge nel vangelo (Gv 11,5); quando gli recano la notizia della morte di Lazzaro dice ai discepoli: “Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a risvegliarlo” (Gv 11, 11). Davanti al dolore delle due sorelle, scoppia a piangere anche lui, tanto che i presenti esclamano: “Guardate come l’amava!” (Gv 11, 36). È tanto bello e consolante sapere che Gesú ha conosciuto e coltivato quel sentimento tanto bello e prezioso per noi uomini che è l’amicizia.

Dell’amicizia si deve dire quello che S. Agostino diceva del tempo: “Io so cos’è il tempo, ma se qualcuno mi chiede di spiegarglielo, non lo so più”. In altre parole, è più facile intuire cos’è l’amicizia che spiegarlo a parole. È un’attrazione reciproca e un’intesa profonda tra due persone, ma non basata sul sesso, come è l’amore coniugale. È l’unione di due anime, non di due corpi. In questo senso gli antichi dicevano che l’amicizia è avere “un’anima sola in due corpi”. Può costituire un vincolo più forte della stessa parentela. Questa consiste nell’avere lo stesso sangue nelle vene; l’amicizia nell’avere gli stessi gusti, ideali, interessi.

È essenziale per l’amicizia che essa sia fondata su una comune ricerca del bene e dell’onesto. Quella tra persone che si uniscono per fare il male, non è amicizia ma complicità, è “associazione a delinquere”, come si dice in gergo giudiziario.

L’amicizia è diversa anche dall’amore prossimo. Questo deve abbracciare tutti, anche chi non ti riama, anche il nemico, mentre l’amicizia esige la reciprocità, cioè che l’altro corrisponda al tuo amore.

L’amicizia si nutre di confidenza, cioè del fatto che io confido a un altro quello che c’è di più intimo e personale nei miei pensieri ed esperienze. A volte io dico ai giovani: Volete scoprire quali sono i vostri veri amici e fare una graduatoria tra di essi? Cercate di ricordare quali sono le esperienze più segrete della vostra vita, positive o negative, osservate a chi le avete confidate: quelli sono i vostri veri amici. E se c’è una cosa della vostra vita, così intima che l’avete rivelata a una persona sola, quella è il vostro più grande amico o amica.

La Bibbia è piena di elogi dell’amicizia. “Un amico fedele è un sostegno potente; chi lo trova ha trovato un tesoro” (Sir 6, 14 ss). Il banco di prova della vera amicizia è la fedeltà. “Finiti i soldi, finiti gli amici”, dice un detto popolare. Non è vera amicizia quella che viene meno alla prima difficoltà dell’amico. Il vero amico si vede nella prova. La storia è piena di storie di grandi amicizie immortalate dalla letteratura; ma anche la storia della santità cristiana conosce esempi di amicizie famose.

Un problema delicato circa l’amicizia è se essa è possibile anche una volta sposati. Non è detto che si debba fare un taglio netto con tutte le amicizie coltivate prima del matrimonio, ma certo si richiede un riassetto, pena difficoltà e crisi tra la coppia.

Le amicizie più sicure sono quelle coltivate insieme, come coppia. Tra le amicizie coltivate separatamente, quelle con persone del proprio sesso creeranno meno problemi di quelle di sesso diverso. Spesso in questi casi viene punita la presunzione, il fatto di credersi al di sopra di ogni sospetto e di ogni pericolo. Film con titoli del tipo: “La moglie del mio migliore amico” la dicono lunga sul problema…Ma a parte questo fatto estremo, si creano problemi pratici seri. L’amico non può avere più importanza del coniuge. Non si può uscire ogni sera con gli amici lasciando l’altro (più spesso l’altra, la moglie!) solo in casa.

Anche per le persone consacrate le amicizie più sicure sono quelle condivise con il resto della comunità. Parlando di Lazzaro, Gesú non dice “il mio amico Lazzaro”, ma “il nostro amico Lazzaro”. Lazzaro e le sorelle erano divenute amici anche degli apostoli, secondo il noto principio “gli amici dei miei amici sono miei amici”. Così erano le grandi amicizie tra alcuni santi, per esempio quella tra Francesco d’Assisi e Chiara. Francesco è fratello e padre di tutte le suore; Chiara è la sorella e la madre di tutti i frati.
(Raniero Cantalamessa)

Josef Mayr-Nusser, obiettore di coscienza e martire contro il nazismo

Josef Mayr-NusserIl bolzanino Josef Mayr-Nusser era un semplice impiegato, padre di famiglia e cristiano fervente, il quale, durante gli anni della seconda guerra mondiale, quando i nazisti pretesero che giurasse fedeltà a Hitler, oppose un categorico no per restare fedele all’ideale che da sempre portava nel cuore: dare testimonianza al Vangelo (1). E fino alla morte volle dimostrare soprattutto a quanti rimanevano passivi o eseguivano acriticamente gli ordini, narcotizzando le proprie coscienze, la possibilità di scegliere Cristo e la bellezza di seguire il Vangelo anziché la follia nazista. Di fatto Josef morì il 20 febbraio 1945, nel carro bestiame di un treno che lo trasportava a Dachau.
Ci sono voluti molti anni perché quella storia uscisse dall’oblio, e la sua memoria inducesse la Chiesa a promuoverne la causa di beatificazione. Quello del bolzanino Josef Mayr-Nusser non è un caso raro. Molti altri cristiani, in luoghi e tempi diversi, con la stessa motivazione, fecero prevalere le ragioni del Vangelo su quelle della cieca obbedienza a Hitler (2), ma pochi hanno ricevuto sinora adeguato riconoscimento dalla Chiesa. Tra i pochi spicca Franz Jägerstätter, il contadino austriaco beatificato il 26 ottobre 2007.
Franz fu ghigliottinato perché, in nome dell’obbedienza a Cristo, si rifiutò di prestare servizio militare agli ordini di Hitler. E prima di morire vergò un testo che brilla nelle tenebre di quel periodo: Scrivo con le mani legate, ma meglio così che se fosse incatenata la volontà. Talvolta Dio ci mostra apertamente la sua forza, che egli dona agli uomini che lo amano e non preferiscono la terra al cielo. Né il carcere, né le catene e neppure la morte possono separare un uomo dall’amore di Dio e rubargli la sua libera volontà. La potenza di Dio è invincibile (3). Analoga fu la vicenda del martire Josef Mayr-Nusser e perciò anche di lui ora è stata avviata la causa di beatificazione (4).
Josef Mayr-Nusser, dirigente dell’Azione Cattolica
Nato a Bolzano il 27 dicembre 1910, da una famiglia di viticoltori profondamente religiosa e fortemente ancorata alle tradizioni, Josef Mayr-Nusser era il quarto di sette figli. Durante la guerra del 1915-18 perse il padre che, arruolato nell’esercito austro-ungarico, morì di colera. La situazione familiare lo costrinse a lasciare presto gli studi e a cercare un lavoro. Dopo varie esperienze, nel 1928 divenne cassiere presso l’impresa tessile Eccel, sempre a Bolzano. Richiamato alle armi nel 1931 dall’esercito italiano, trascorse 18 mesi nell’artiglieria di montagna, prima in Piemonte e poi in Sardegna. Congedato, riprese subito il lavoro alla Eccel e, proprio qui, conobbe Hildegard Straub, una segretaria con qualche anno più di lui, con la quale non solo frequentava i gruppi di Azione Cattolica (Ac) di Bolzano, ma intraprese anche un rapporto che diventò sempre più profondo grazie ai comuni interessi per le questioni di fede, di morale e, non da ultimo, per reagire all’inquietante ondata nazifascista che stava investendo l’Europa.
Fin dal 1933 Josef si era iscritto al neonato gruppo giovanile dell’Ac bolzanina, fondato da don Friedrich Pfister (5) e, nonostante l’indole taciturna, l’anno successivo fu eletto presidente della sezione maschile dei giovani di Ac per la parte tedesca dell’arcidiocesi di Trento, grazie alla sua preparazione e alla profondità dei suoi interventi, che richiamavano con forza alla testimonianza. Nella lettera circolare del giugno 1934, inviata ai gruppi parrocchiali di Ac per ringraziarli della fiducia che gli avevano espressa, scriveva: L’organizzazione è necessaria, sì, più necessaria che mai in un periodo in cui il pensiero e l’operato del cattolicesimo sono gravemente minacciati da diversi internazionalismi come il liberismo, il bolscevismo, il capitalismo, l’imperialismo e così via, comunque essi si chiamino, quelle potenze delle tenebre che rifiutano di riconoscere valori più alti e sono volti totalmente alla vita terrena (6). E per andare incontro alle richieste di quei giovani che esigevano un cristianesimo più vivo e rispondente alle sfide dei tempi, intraprendeva una stretta collaborazione con don Josef Ferrari, il nuovo assistente spirituale dell’Ac, per tenere viva l’attenzione delle coscienze sui principali temi di attualità.
I due organizzavano incontri e dibattiti sulle questioni sociopolitiche del tempo e l’avanzare dei regimi autoritari in Europa – comunismo, fascismo, nazismo -, richiamando l’attenzione dei partecipanti sulla violenza intrinseca a quei regimi e sulla pericolosa idea che a una sola razza, quella ariana, spettasse il compito di reggere il mondo. Durante la Pentecoste del 1936, sicuro che il mito hitleriano nascondesse, dietro la cultura dell’unità, una fatale violenza, Josef tenne un discorso al convegno di formazione per i giovani dirigenti di Ac, nel quale, dopo aver esaminato il tema della leadership, denunciava, con evidenti riferimenti a Hitler, la dedizione cieca e assoluta verso un leader e sollecitava tutti a lasciarsi guidare unicamente da Cristo, nell’ascolto orante del Vangelo.
Con impressionante lungimiranza affermava: Dopo tutto il caos dei primi anni postbellici nella politica, nell’economia e nella cultura, vediamo oggi con quanto entusiasmo, anzi, spesso con dedizione cieca, passionale e incondizionata, le masse si votano ai leader. Ci tocca assistere a un culto del leader che rasenta l’idolatria. […] Senza dubbio possiamo considerarlo un sintomo che indica che ci avviciniamo a capovolgimenti di enormi dimensioni. E con l’usuale spirito combattivo domandava ai presenti: Siamo noi giovani cattolici in grado di distinguere correttamente questi segni di una nuova epoca? Siamo in grado di cogliere, per così dire, l’opportunità che oggi si offre al cattolicesimo? Più che mai nell’Ac di oggi è necessaria una cattolicità pratica, vissuta. Oggi si tratta di indicare di nuovo alle masse la guida che sola ha diritto al dominio e alla leadership illimitata: Cristo, il nostro “condottiero”. Non conta il successo esterno, perché, continuava, lo Spirito di Dio agisce di nascosto e avremo raggiunto molto se la nostra parola e il nostro esempio porteranno l’una e l’altro nella nostra sfera di azione un più vivo coinvolgimento nella fede. Quel che conta davanti a Dio non è il nostro successo esterno, che dipende tutto dalla sua grazia, ma la nostra volontà pura e giusta, se riusciamo a mantenerla nonostante tutti gli insuccessi (7).
Fondamenti dell’opposizione al male
Josef sentiva che qualcosa di terribile stava accadendo in Europa e, per questo, volle assumersi l’arduo impegno di scuotere le coscienze. “Forse è l’ultima volta che il Signore ci invita alla conversione, rendendo vane tutte le nostre speranze in un aiuto terreno. Respingerà il nostro popolo anche questa volta la mano piena di grazia dell’Onnipotente? Resterà esso ancora indurito e si chiuder di fronte alla Grazia?”, scriveva su Il Segno, settimanale della diocesi di Bolzano, per spingere i cattolici a schierarsi e a uscire dallo stato di torpore in cui erano caduti, per opporsi al dilagare dell’ideologia nazista, che per lui era del tutto opposta al Vangelo (8). Proprio in quegli anni cominciò a leggere sia Tommaso Moro, in particolare le lettere dal carcere scritte dopo essere stato condannato a morte per aver scelto di obbedire a Dio, anziché a Enrico VIII, il sovrano che voleva assumere il controllo della Chiesa inglese , sia Tommaso d’Aquino e la sua concezione cristiana del mondo, sia Francesco d’Assisi, che divenne l’ispiratore della sua attività a favore dei poveri all’interno della Conferenza di San Vincenzo (9) ai Piani di Bolzano, della quale nel 1937 assumeva la presidenza.
Per Josef, la testimonianza informava ogni aspetto della vita: egli riteneva che soltanto attraverso una testimonianza concreta fosse possibile stemperare i conflitti, ridurre le tenebre e incrementare lo splendore della verità. Così, mentre Hitler predicava l’odio razziale e l’eliminazione dei deboli, Mayr-Nusser in un articolo pubblicato il 15 gennaio 1938 su Jugendwacht, periodico della Gioventù Cattolica sudtirolese, parlando di san Giovanni Battista affermava: “Era chiamato a dare testimonianza della luce”. Si trovava fra due mondi: da una parte il mondo avviato al disfacimento, o meglio, al compimento dell’Antico Testamento, dall’altra l’inizio della nuova era cominciata con Cristo, la soglia del Nuovo Testamento. “Era chiamato a dare testimonianza della luce”. Poche parole. Quale compito! Testimoniare la luce, annunciare Cristo al mondo. Un’impresa che richiede coraggio. Intorno a lui il buio, orecchie sorde e tuttavia doveva dare testimonianza. “La testimonianza è allo stesso tempo il nostro compito e la nostra arma. […] Intorno a noi c’ il buio: il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione. Ciononostante dobbiamo dare testimonianza e superare questo buio con la luce di Cristo, anche se non ci ascoltano, anche se ci ignorano. Dare testimonianza oggi la nostra unica arma efficace”.
E concludeva: “E’ un fatto insolito. Né la spada, né la forza, né finanze, né capacità intellettuali, niente di tutto ciò è posto come condizione imprescindibile per erigere il regno di Cristo sulla terra. E’ una cosa ben più modesta e allo stesso tempo ben più importante che il Signore ci richiede: dare testimonianza”. Concetti ribaditi nella lettera alla Conferenza di San Vincenzo dello stesso anno: “Né denaro, né influenza, né cultura, né prestigio possono essere determinanti in una comunità che è una comunità di confratelli e per la quale vale una sola legge: quella dell’amore. […] Se il Salvatore stesso, l’Infinito, si chinato verso la nostra piccolezza, anzi ha fatto di noi i suoi fratelli, dovrebbe essere un dovere scontato per tutti noi servire i nostri fratelli in Cristo pieni d’amore (10).
La solidarietà verso il prossimo e la responsabilità del singolo di fronte alle minacce che si andavano prospettando nell’imminente futuro divennero per Josef l’obiettivo da raggiungere, ma anche la coscientizzazione da promuovere, per contrastare l’ondata di odio e di violenza che in quel periodo travolgeva l’Italia e specialmente il Sud Tirolo. Fin dal 1930, infatti, la popolazione di quella regione si era trovata tra due fuochi: da un lato la paura di un’assimilazione forzata all’Italia a motivo della politica di italianizzazione messa in atto dal fascismo (11), e dall’altro la suggestione di potersi liberare aderendo alla Grande Germania proclamata da Hitler. A risolvere il dilemma giunse l’intesa tra Hitler e Mussolini (23 giugno 1939), che prevedeva l’opzione. Ossia, i cittadini tedeschi ed ex-austriaci considerati tedeschi etnici (Volksdeutsche), che abitavano nel Sud Tirolo (12), potevano rientrare nel Reich entro il 31 dicembre 1942 o scegliere di rimanere nelle proprie terre.
Conseguenza: nonostante la propaganda fascista, il 69,4% dei cittadini scelse la Germania, l’11,9% l’Italia e il 18,7% rifiutò di dichiararsi (13). Tra questi ultimi – i cosiddetti non optanti – c’era Josef, il quale, ai primi del 1940, era entrato nell’associazione clandestina Andreas-Hofer-Bund, che si opponeva tanto alle ragioni pro-opzione, quanto all’ideologia nazista e fascista. E quando il flusso di sudtirolesi verso il Reich raggiunse quota 56.800, insieme ai militanti dell’Andreas-Hofer-Bund Josef andò di casa in casa per dissuadere quanti erano ancora indecisi se aderire alla follia di Hitler. Sicuro che optare non significasse risollevarsi, ma cadere ancora più in basso, egli cercò di far comprendere ai sudtirolesi il male nascosto tra le pieghe del sistema nazionalsocialista.
Le sue argomentazioni erano coraggiose e ineccepibili: Optare significa abbandonarsi alle tenebre, perdere la luce di Cristo, sostituire l’orizzonte della vita, della pace, della santità, con la follia distruttiva dell’impero. Ogni singolo uomo che oltrepassa il confine diventa un numero nelle mani del Führer, questo idolo terribile capace di sacrificare le masse per perseguire un fine preciso: impossessarsi del mondo e poter dire “è mio”. “Questo enorme potere della violenza in forte contrasto con il cristianesimo, come non capirlo!” (14). Le sue parole, come quelle degli altri membri dell’associazione, non rimasero inascoltate e, dopo il 1940, il numero degli optanti cominci a diminuire, anche per le notizie negative che giungevano da quanti si erano trasferiti in Germania, sicché alla fine i cittadini che lasciarono il Sud Tirolo furono 78.000.
Sulla strada di Dachau per amore di Cristo
Nel 1941 Josef veniva assunto dalla Ammon, una delle più importanti imprese di Bolzano, sempre con la mansione di cassiere, e nel maggio 1942 sposava Hildegard, l’amica di vecchia data che in quegli anni gli era rimasta sempre a fianco. Da quella felice unione il 1 agosto 1943, nel pieno della guerra, nasceva il figlio Albert. Purtroppo la situazione dell’Italia, dopo la caduta di Mussolini, andava peggiorando di giorno in giorno, finché, dopo l’armistizio dell’8 settembre, avvenne l’occupazione del centro-nord da parte dell’esercito tedesco. Il 10 settembre Hitler istituiva la Zona di Operazioni Prealpi che comprendeva il Sud Tirolo, il Trentino e il Bellunese sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. La maggioranza di lingua tedesca guardò con favore quella che a prima vista sembrava una liberazione dall’oppressione fascista, ma Josef, consapevole del peggio e non potendo accettare l’occupazione nazista, intensificò la sua presenza nell’Andreas-Hofer-Bund, senza però partecipare alle operazioni militari del gruppo, che nel frattempo si era alleato con i gruppi armati della resistenza partigiana e con le missioni degli Alleati in Svizzera.
Intanto l’esercito tedesco, indebolito da anni di combattimenti, aveva bisogno di uomini, e il Führer, nonostante le convenzioni internazionali vietassero alle potenze occupanti di arruolare nel proprio esercito uomini di un Paese occupato (15), impose l’arruolamento forzato a tutti quelli che in precedenza non avevano optato per il trasferimento in Germania. E così Josef, il 5 settembre 1944, si trovò arruolato nelle SS, nonostante fosse un cittadino italiano, e due giorni dopo partiva su un vagone bestiame con le altre reclute alla volta di Könitz, località della Prussia Orientale designata per l’addestramento, dove giunsero dopo quattro giorni di viaggio estenuante. Sistemati in un vecchio manicomio dismesso, cominciarono le tre settimane di addestramento al termine delle quali era previsto il giuramento a Hitler. Sicuro che mai l’avrebbe pronunciato, essendo l’ideologia nazista contraria alla propria coscienza e alla profonda fede in Dio che da sempre l’aveva guidato, il 27 settembre scriveva alla moglie, preparandola alle gravi conseguenze di tale rifiuto: soprattutto al dolore che la sua testimonianza cristiana avrebbe provocato a lei e al figlio.
Sentiva infatti che ormai l’impellenza di tale testimonianza ineluttabile: “due mondi si stanno scontrando. I miei superiori hanno mostrato chiaramente di rifiutare e di odiare quanto per noi cattolici vi è di più sacro e intangibile. Prega per me, Hildegard, affinché nell’ora della prova io agisca senza timori o esitazioni, secondo i dettami di Dio e della mia coscienza. […] Qualsiasi cosa possa avvenire, ora mi sento sollevato, perché so che sei preparata e la tua preghiera mi darà la forza di non fallire nell’ora della prova” (16). Il 4 ottobre, al termine dell’addestramento, quando il maresciallo delle SS spiegava alle reclute il significato del giuramento di fedeltà al regime nazista “Giuro a te, Adolf Hitler Führer e Cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te l’obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista”, Josef alzò la mano e dichiarò ad alta voce: “Signor maresciallo, io non posso giurare fedeltà a Hitler” (17). Il maresciallo, allibito, chiamò il comandante della compagnia e gli fece spiegare il motivo di tale rifiuto, che soltanto altri sei osarono compiere durante il nazifascimo. Mayr-Nusser in quel momento di grande tensione, sapendo che era giunta l’ora della testimonianza, rispose senza esitazione che lo faceva per motivi religiosi. Quindi, posta per iscritto tale decisione, confessava ai compagni spaventati per quel gesto: “Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non d’accordo con la loro ideologia nazista, allora le cose non cambieranno mai” (18).
Rinchiuso in una piccola cella, il 12 novembre riusciva a scrivere questa struggente lettera alla moglie: “Ciò che mi ha particolarmente riempito di gioia nella tua lettera è quanto scrivi sul nostro amore. Sì, era veramente il primo amore, profondo, autentico. E siccome ti conosco e so che cosa ci unisce più intimamente, sono certo che questo amore reggerà anche alla dura prova rappresentata dal passo impostomi dalla mia coscienza!”. E poi, ricordando la Messa della domenica nella piccola chiesa di St. Johann a Bolzano e i momenti di raccoglimento con gli amici più cari, continuava: “Ma quanto significa ora per me sapere che a casa ci sono uomini buoni e giusti che pregano per me! E’ davvero una grande e profonda consolazione. ‘Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né fuoco, né spada’! Mai finora ho avvertito così intensamente il significato di queste parole. Oggi, domenica, continuo a pensare come passerei questa giornata a casa con te e il bimbo nostro tesoro e questo ricordo mi riempie di malinconia. Ma la speranza ha un potere consolatorio indicibile e ci fa sopportare con pazienza anche l’insopportabile. Nella lontananza questi ricordi appaiono come immersi in una luce ultraterrena” (19).
Due giorni dopo veniva trasferito nel carcere di Danzica in attesa del processo, e qui le condizioni di vita si presentarono ancora più dure: sia per il poco cibo che trovava nelle razioni giornaliere, sia per il freddo pungente dal quale non riusciva a difendersi. Infine, nel gennaio 1945, giunse la sentenza del tribunale: condanna per disfattismo militare, avendo tentato di sovvertire l’ordine imposto dal regime. Per un tale reato era prevista la condanna a morte, ma le autorità competenti optarono per il trasferimento nel campo di Dachau. Perciò, all’inizio di febbraio Josef si ritrovò con altre 40 persone, accusate dello stesso crimine, sul carro bestiame di un treno che prima di raggiungere definitivamente Dachau, fece sosta nel campo di concentramento di Buchenwald. Rinchiuso per dieci giorni nel cosiddetto campo grande (20), insieme ai prigionieri di guerra russi e ai prigionieri politici, vide l’orrore degli ebrei spinti nelle camere a gas, confermandosi nella sua decisione: l’opporsi alla crudeltà del regime nazista in nome dei principi e dei valori del cristianesimo non solo era la cosa giusta da fare, ma rappresentava l’unico modo per non tradire la propria coscienza lasciando prevalere il male.
Quando il treno ripartì per Dachau le sue condizioni di salute erano gravissime. Debilitato dalla dissenteria e febbricitante, durante il viaggio non smise di leggere il Vangelo e continuò a pregare fino a che ebbe la forza di parlare. Poi, il 20 febbraio, durante una sosta alla stazione di Erlangen, i compagni di prigionia preoccupati per le sue pessime condizioni decisero di rivolgersi alle guardie che, impietosite, lo fecero ricoverare. Ci vollero tre ore di strada a piedi, sorretto dai prigionieri suoi compagni per raggiungere il più vicino ospedale ma, una volta arrivati, il medico nazista lo rimandò indietro affermando che non c’era pericolo di sorta (21).
Quella stessa notte Josef Mayr-Nusser moriva, a 35 anni, stringendo tra le mani il Vangelo, il messale e un rosario (22). Quelle, insieme al coraggio e alla fede, furono le armi della sua battaglia contro la dittatura hitleriana, nata e cresciuta sulle macerie di un mondo che non aveva saputo lottare contro la violenza, il silenzio e la cieca obbedienza. Uomo semplice e insieme autentico cristiano, Josef è uno di quegli obiettori di coscienza italiani che hanno riscattato, col sacrificio della propria vita, tutti gli altri italiani credenti in Dio o semplicemente dotati di morale naturale , che non alzarono il capo e preferirono rassegnarsi alla follia dei totalitarismi.
Perciò anche per lui valgono, esattamente come per Franz Jägerstätter, le parole che questi scrisse durante la sua prigionia: “A noi non resta che questa alternativa: o progredire sempre nel bene, oppure affondare sempre più nel male; impossibile rimanere immobili a lungo. Amiamo i nostri nemici, benediciamo coloro che ci maledicono, preghiamo per coloro che ci perseguitano. L’amore vincer e vivrà per sempre. Fortunati coloro che hanno vissuto nella carità divina e muoiono in essa”. E oggi si avvera quanto disse 60 anni fa, alla Messa esequiale per Josef, il suo amico e guida spirituale don Josef Ferrari: “Quando si scriverà la storia recente dei testimoni della fede e dei martiri sudtirolesi, il nome di Josef apparirà con onore tra i primi” (23).
padre Piersandro Vanzan, S.I., su “La Civiltà Cattolica”
1 Cfr F. Comina, Non giuro a Hitler. La testimonianza di Josef Mayr-Nusser, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2000, 100.
2 Per conoscere i nomi di quanti, a costo della vita, si opposero al nazismo cfr, fra gli altri, H. Moll (ed.), Testimoni di Cristo. I martiri tedeschi sotto il nazismo, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2007; M. Gilbert, I Giusti. Gli eroi sconosciuti dell’Olocausto, Roma, Città Nuova, 2007; A. Palini, Testimoni della coscienza. Da Socrate ai nostri giorni, Roma, Ave, 2006; I. Gutman – B. Rivlin (eds), I Giusti d’Italia. I non ebrei che salvarono gli ebrei: 1943-1945, Milano, Mondadori, 2005 (cfr, rispettivamente, Civ. Catt. 2005 IV 478-487; 2006 IV 366-373 e 515 s: 2007 IV 259-266 e 2008 I 50-59).
3 F. Jägerstätter, Scrivo con le mani legate. Lettere dal carcere e altri scritti dell’obiettore-contadino che si oppose ad Adolf Hitler, a cura di G. Girardi, Piacenza, Berti, 2005, 48. Cfr anche Civ. Catt. 2006 II 345-354.
4 Cfr J. Innerhofer, Un santo scomodo: Josef Mayr-Nusser, Roma, Pro Sanctitate, 2007, 97.
5 Per non attirare troppo l’attenzione delle autorità fasciste, gli incontri si tenevano nel convento dell’Ordine Teutonico di Lana, presso Merano, oppure nei monasteri benedettini.
6 F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 30.
7 A. Palini, Voci di pace e libertà nel secolo delle guerre e dei genocidi, Roma, Ave, 2007, 204 s.
8 Ivi, 209; cfr anche J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 39-45.
9 Cfr ivi, 46-51. Notevole l’insistenza di Josef sulla fedeltà al carisma vincenziano, proprio della Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli, fondata da Federico Ozanam a Parigi nel 1833.
10 Cfr F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 99-104.
11 Ricordiamo che il regime fascista aveva intrapreso una politica di degermanizzazione e stabilito un dominio culturale e linguistico fino al Brennero, proprio per ridurre al minimo la presenza e l’influenza tedesca. I sudtirolesi di madrelingua tedesca, spaventati da quell’assimilazione, non solo si erano rivolti alla Germania ma, dal 1936, avevano dato sempre maggiore consenso al partito nazista sudtirolese, ritenendolo l’unica via per salvare la cultura tedesca.
12 L’intesa riguardava le Province di Bolzano, Trento, Belluno e Udine.
13 Cfr A. Palini, Voci di pace e libertà, cit., 227.
14 F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 44.
15 La Convenzione dell’Aia del 1907 consentiva a una forza di occupazione di reclutare uomini dai territori occupati soltanto per il servizio di polizia e non per azioni di guerra.
16 H. F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 110.
17 A. Palini, Voci di pace e libertà, cit., 234.
18 R. Iblacher, Non giuro a questo Führer. Josef Mayr-Nusser, un testimone della libertà di pensiero e vittima del nazismo, Bolzano, Sono, 2000, 171.
19 F. Comina, Non giuro a Hitler…, cit., 111 s.
20 A Buchenwald c’era anche un campo piccolo nel quale si trovavano gli ebrei e tutti coloro che erano destinati alle camere a gas.
21 Una delle guardie, Fritz Habicher, rimase sconvolto dall’atteggiamento del medico nazista e dopo la morte di Josef dichiarò: In quel momento capimmo che non poteva essere un traditore (F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 87).
22 Il corpo di Josef rimase nel cimitero di Erlangen fino al 10 febbraio 1958, quando le spoglie furono trasferite a Bolzano e deposte nella chiesetta in periferia, a Lichtenstern/Ritten (Stella del Renon). Nel 1990, con l’approvazione del vescovo di Bolzano-Bressanone, mons. Wilhelm Egger, cominciò l’iter per la causa di beatificazione e il 24 febbraio 2006 ne è stata ufficialmente aperta la fase diocesana. Nell’aprile 1980 il Consiglio comunale di Bolzano stabilì che il maso Nusser ai Piani di Bolzano fosse conservato a ricordo del locale testimone della fede. Cfr J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 94-98 e A. Palini, Voci di pace e di libertà, cit. 242-251.
23 Cfr rispettivamente F. Comina, Non giuro a Hitler, cit., 88 e J. Innerhofer, Un santo scomodo, cit., 7

Padre Boschi, grande confessore, grande insegnante

Giovedì 26 Giugno 2008 alle ore 12.30 è stato accolto nella Casa del Signore Padre PIETRO BOSCHI, gesuita, defunto a Cuneo nel suo 91° anno di età e 74° di Compagnia.

IL RICORDO DI ALCUNI RAGAZZI
Ecco una bella testimonianza che i ragazzi hanno
scritto su una tavoletta contornata di pietre di montagna.
“Dicevi che il cuore è come un giardino, dove si deve coltivare
il buono e bruciare il cattivo. Dicevi che noi siamo come
aquilotti che, in attesa di spiccare il volo verso il futuro, stiamo
caldi nel nido delle tue parole. Ed ora che abbiamo aperto
le ali, con lo sguardo al cielo, siamo pronti per seguire la
strada che hai tracciato”.

dall’omelia di Padre Granzino durante le esequie di Padre Boschi
Torino, 28 giugno 2008. Istituto Sociale.

Nel ricordare la figura amatissima di Padre Pierino, desidero iniziare evocando due immagini. La prima è quella di una grande quercia che, sebbene sembrasse intramontabile, alla fine è caduta. Il Padre Pierino, anche se sempre più curvo su se stesso e impossibilitato a camminare, fino quasi alla fine non è mai stato fermo. La sua carrozzella ha viaggiato davvero molto… Il secondo riferimento che vorrei fare è relativo alla somiglianza tra la morte di Padre Pierino e quella di S. Ignazio di Loyola. In entrambi i casi è estate. Una estate calda. Qui, a Cuneo il 26 giugno 2008; allora, a Roma il 31 luglio 1556. Alle 4 del pomeriggio del 30 luglio, Ignazio affidò in segreto a Padre Polanco una missione allarmante: “sono sul punto di spirare, vai di corsa dal Papa Paolo IV per ottenere la sua benedizione”. Un testimone riferì che Ignazio morì in modo “comune”… fu una “morte spoglia”, in solitudine, così come era stato anche per San Francesco Saverio non molti anni prima. Non vi fu alcun saluto o discorso dell’ultima ora. Così il Padre Pierino se ne è andato senza saluti, senza discorsi, all’improvviso, in modo discreto e rapidissimo. Cerchiamo ora, meditando sulle Letture della Liturgia, di ascoltare cosa il Signore desidera comunicarci, anche attraverso la figura di Padre Boschi. Nella prima lettura il profeta Isaia ci descrive la vita che non tramonta e l’incontro con il Signore. “Povere parole umane su un alto monte… un banchetto per tutti i popoli”. Saranno tolti tutti i veli che hanno riempito di tenebra e di opacità il nostro cammino terreno. Non ci sarà più morte, non più lacrime, non più tribolazioni. La nostra speranza non è stata vana. In Lui, nel Signore, abbiamo sperato. Là dove l’occhio del mondo vede solo tristezza, Isaia, come in un sussulto di gioia, grida: “rallegriamoci ed esultiamo, Dio ci ha salvati per sempre!”. Nel Salmo 26 sembra di sentire parlare proprio il Padre Boschi. Pierino è ormai giunto alla meta, non vive più di speranza, ma è immerso definitivamente nell’Amore infinito ed eterno di Dio e ci dice: “sto contemplando la bontà del Signore nella terra dei viventi, nella casa del Signore”. E a noi, a ciascuno di noi, ripete anche: “Spera nel Signore, sii forte. Si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore!”. Il Vangelo di Matteo (Mt 25, 31- 46) è davvero la strada che ha percorso il Padre Boschi: “alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”. In modo molto concreto, ci sarà chiesto: chi abbiamo amato? Come abbiamo amato? Quanto abbiamo amato?

Dopo queste brevi immagini e questi lapidari ma profondi messaggi che ci vengono offerti dalla Parola di Dio, mi soffermo ora maggiormente sulla lunga vita del Padre Boschi, cercando di cogliere gli inequivocabili segni dell’azione del Signore. Innanzitutto il primo sentimento che sgorga dal profondo del cuore è quello della gratitudine, che immediatamente diventa stimolo ed esempio per ciascuno di noi. A piene mani il Signore ha seminato nella vita di Pierino i suoi doni, i molteplici talenti che lui ha saputo coltivare e che hanno portato molteplici frutti, sempre messi a disposizione degli altri. Il Signore ha chiamato Pierino molto presto, ad appena 17 anni, anche attraverso l’esempio di altri due suoi fratelli, già sacerdoti gesuiti. A 31 anni è già sacerdote. Quasi tutti i suoi frutti sono seminati nel campo dell’apostolato educativo, dove si evidenziano tra grandi e lunghe tappe: a Cuglieri per 6 anni (dal 1953 al 1959) con 330 seminaristi; a Cuneo per 13 anni (dal 1959 al 1972) e a Torino per 34 anni (dal 1972 al 2006) dove è 14 VITA D’ISTITUTO stato docente, padre spirituale, collaboratore nella Parrocchia di S. Ignazio, nonché cappellano dei militari e degli alpini.

Quali sono stati, in concreto, i principali doni, le testimonianze, gli esempi e le eredità che il Padre Boschi ci lascia? Innanzitutto, il Padre Pierino era un grande UOMO DI PREGHIERA. Si alzava prestissimo ed era sempre il primo a recarsi in Cappella a pregare. A mezzogiorno eccolo nuovamente puntualissimo per l’Angelus e l’esame di coscienza. Infine, il Rosario alle ore 19.15. Sempre puntuale, preciso, era davvero il nostro “orologio della preghiera”! Ma Padre Boschi è stato anche un grande PREDICATORE ED EVANGELIZZATORE.

Nel suo raccontare il Vangelo trasmetteva freschezza e vivacità. Passava ore a preparare i suoi racconti, appuntandoli sui suoi quadernoni, scrivendo sempre e tutto a mano, per poi leggerli o raccontarli, incantando grandi e piccini. Un terzo aspetto caratterizzante la sua vita è stata la sua PASSIONE EDUCATIVA.

Pierino è stato indiscutibilmente un grande formatore NELLA scuole e ATTRAVERSO la scuola. Chi lo ha conosciuto un po’ più a lungo non potrà certo dimenticare il suo stile nel fare lezione, i suoi grandi occhiali da lettura, il modo di correggere gli elaborati scolastici, di rendere vibranti le ore, soprattutto di storia, portando spesso bombe disinnescate che facevano letteralmente saltare in piedi tutti gli alunni per la curiosità. Un elemento fondamentale e imprescindibile nella vita di Pierino, soprattutto negli ultimi vent’anni, sono i SUOI BAMBINI DELLE ELEMENTARI. Non possiamo che ricordarlo come nonno/bisnonno nell’atrio del Sociale circondato dai “suoi” bambini; sulla porta al mattino a salutare tutti per nome; con le Maestre nelle Messe di inizio e fine anno scolastico di Elementari e Medie; nelle aule durante le ore di Religione, con i cartelloni preparati fin nei minimi particolari, con i suoi racconti di guerra, talvolta un po’ truci e crudi… A questo si ricollega l’affetto reciproco che gli è sempre stato dimostrato. Cito solo uno dei tanti episodi che possono testimoniarlo. Ricordo l’insistenza di molte mamme nel 2006 affinché Padre Boschi restasse al Sociale, tanto che un gruppo di genitori arrivò addirittura ad offrirsi per pagare una badante che lo accudisse. Ma, prima che infermo, il Padre Pierino è stato anche un UOMO SPORTIVO, amante delle colline che circondano Torino (ricordo quando partiva per le escursioni con scatolette, fornellino e pantaloncini corti…) e delle montagne (impossibile dimenticare le sue talvolta anche ardite escursioni: da Campitello a San Giacomo di Entracque, dal Rocciamelone al Musinè). Nella vita di Pierino non è poi mai mancato un FINE UMORISMO, capace di cogliere il lato comico e scherzoso della vita, le sue innumerevoli barzellette, gli aneddoti, le storielle, che spesso raccoglieva ed appuntava sui suoi quaderni per poi raccontarli ad altri: storie sempre nuove, sempre fresche e divertenti. Infine, Pierino era un amante non solo della Compagnia di 15 VITA D’ISTITUTO Gesù, ma anche (e non può essere diversamente) della COMPAGNIA DEGLI UOMINI. Tutti lo ricordiamo presente nei momenti conviviali, nelle giornate di festa, nelle cene di classe, tra le allegre risate e le canzoni degli alpini. Normalmente, quando si iniziava a cantare, Padre Boschi attingeva ad una sua preziosissima “biblioteca privata” dove conservava, ma sempre per metterle a disposizione degli altri al momento più opportuno, della buona grappa, del genepì, ottimo whisky ed altro ancora (quasi sempre doni di amici per lui, ridonati da lui per altri amici).

GRAZIE, Pierino, perché in vita ci hai aiutato a vivere in pienezza ed hai veramente realizzato quanto indicato nelle Costituzioni della Compagnia di Gesù: “come in tutta la vita, così ed anche più in morte, ciascuno della Compagnia deve sforzarsi e procurare che Dio nostro Signore sia glorificato e servito in lui, e il prossimo sia edificato almeno dall’esempio della sua pazienza e fortezza, ma altresì dalla sua fede viva, dalla speranza e dall’amore dei beni eterni, che Cristo nostro Signore ci meritò ed acquistò con le pene incomparabili della sua vita terrena e della sua morte” (n. 595). CARO PIERINO, domani (29 giugno, ndr) è la Solennità dei Santi Pietro e Paolo, è il tuo Onomastico, il primo che festeggi in Paradiso… A nome di tutte le generazioni di studenti che hai accolto, seguito, cresciuto ed amato (oggi a loro volta educatori come genitori, docenti o professionisti), a nome di tutta la grande famiglia del Sociale, ti diciamo tutti insieme, di cuore, con un grande applauso, “BUON ONOMASTICO!”.

LA SUA VITA NEI GESUITI
Il Padre Boschi era nato a Borgomanero (Novara) il 21 Agosto 1917 ed era entrato nella Compagnia di Gesù il 7 settembre 1934, nel Noviziato di Gozzano, dove ha fatto il “Carissimato”.
Ha frequentato il corso di Filosofia a Gallarate dal 1939 al 1942 e negli anni 1945 – 1949 il corso di Teologia a Chieri. Ha quindi fatto il “Magistero” all’Istituto Sociale di Torino, poi a Chieri e a Muzzano, frequentando la Facoltà di Lettere e conseguendo la laurea. A Chieri è stato ordinato Sacerdote l’11 luglio 1948. Nell’anno 1952- 1953 ha fatto la sua Terza Pronazione, terminando così la lunga formazione da gesuita, a Gandia in Spagna..
Il suo campo d’azione è sempre stato quello dell’apostolato educativo, avendo insegnato Lettere prima a Cuglieri (1953 – 1959), poi alla Scuola Apostolica di Cuneo (1959 -1972); chiusa la quale, fu trasferito all’Istituto Sociale di Torino, dove è rimasto fino al 2006 come insegnante di Lettere e Religione nei vari plessi e svolgendo, soprattutto negli ultimi anni, le mansioni di Padre Spirituale e animatore degli alunni della scuola elementare e media. Negli anni trascorsi a Torino ha anche svolto una attività intensa nella attigua parrocchia di S. Ignazio di Loyola, prima come viceparroco e poi soprattutto come confessore. Dal 2006, considerata l’età avanzata e le difficoltà di salute, era stato trasferito a Cuneo, dove si dedicava intensamente alle confessioni e ai colloqui spirituali. È proprio nella residenza di Cuneo che giovedì 26 giugno il suo vecchio ma grande cuore ha cessato di battere improvvisamente, stroncato da un infarto. La liturgia funebre si è svolta sabato 28 giugno 2008 nell’Aula Magna dell’Istituto Sociale, che è a lui dedicata. Padre Boschi riposa ora nella Cappella dei Padri Gesuiti al Cimitero Monumentale di Torino (Ampliazione IV Clero – Camera sotterranea L).

Mai piu’ morte, fino alla morte

NIRELAND-ABORTION/

In principio fu Bernard Nathanson. Parliamo del famoso ginecologo statunitense che al suo attivo collezionò circa 75.000 aborti, fino a quando non si rese conto dell’“umanità” del feto e non fece un vero cammino di conversione che lo portò a scrivere il libro The hand of God (“La mano di Dio”).

Da quel momento in poi, il suo lavoro è divenuto totalmente a favore della vita nascente. Ma “la mano di Dio” continua ad operare in ogni continente, e anche in Italia, abbiamo il nostro Nathanson: è il dottor Antonio Oriente (foto grande). Anche lui, come Nathanson, viveva la sua quotidianità praticando aborti di routine. Abbiamo ascoltato la sua testimonianza nel corso di un convegno dell’AIGOC. Sì, perché lui oggi è il vicepresidente e uno dei fondatori di questa Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici… Praticamente una totale inversione di tendenza, rispetto al modo precedente di vivere la sua professione.
La sua testimonianza inizia così: “Mi chiamo Antonio Oriente, sono un ginecologo e, fino a qualche anno fa, io, con queste mani, uccidevo i figli degli altri”. Gelo. Silenzio. La frase pronunciata è secca, senza esitazione, lucida. La verità senza falsi pietismi, con la tipica netta crudezza e semplicità di chi ha capito e già pagato il conto. Di chi ha avuto il tempo di chiedere perdono.
Due cose colpiscono di questa frase e sono due enormi verità: la parola “uccidevo”, che svela l’inganno del termine interruzione volontaria, e la parola “figli”. Non embrioni, non grumi di cellule, ma figli. Semplicemente. E questa sua pratica quotidiana dell’aborto, il dottor Oriente la riteneva una forma di assistenza alle persone che avevano un “problema”.
Venivano nel mio studio – racconta – e mi dicevano: Dottore, ho avuto una scappatella con una ragazzetta… io non voglio lasciare la mia famiglia, amo mia moglie. Ma ora questa ragazza è incinta. Mi aiuti… Ed io lo aiutavo. Oppure arrivava la ragazzina: Dottore, è stato il mio primo rapporto… non è il ragazzo da sposare, è stato un rapporto occasionale. Mio padre mi ammazza: mi aiuti!”. Ed io la aiutavo. Non pensavo di sbagliare”.
Ma la vita continuava a presentare il conto: lui, ginecologo, i bambini li faceva anche nascere. Sua moglie pediatra i bambini degli altri li curava. Ma non riuscivano ad avere figli propri. Una sterilità immotivata ed insidiosa era la risposta alla sua vita quotidiana. “Mia moglie è sempre stata una donna di Dio. È grazie a lei e alla sua preghiera se qualcosa è cambiato. Per lei non avere figli era una sofferenza immensa, enorme. Ogni sera che tornavo la trovavo triste e depressa. Non ne potevo più. Dopo anni di questo calvario, una sera come tante, non avevo proprio il coraggio di tornare a casa. Disperato, piegai il capo sulla mia scrivania e cominciai a piangere come un bambino”.
E lì, la mano di Dio si fa presente in una coppia che il dottor Oriente segue da tempo. Vedono le luci accese nello studio, temono un malore e salgono. Trovano il dottore in quello stato che lui definisce “pietoso” e lui per la prima volta apre il suo cuore a due persone che erano solo dei pazienti, praticamente quasi degli sconosciuti. Gli dicono: “Dottore, noi non abbiamo una soluzione al suo problema. Abbiamo però da presentarle una persona che può dargli un senso: Gesù Cristo”. E lo invitano ad un incontro di preghiera. Che lui dribbla abilmente.
Passano dei giorni ed una sera, sempre incerto se tornare a casa o meno, decide di avviarsi a piedi e, nel passare sotto un edificio, rimane attratto da una musica. Entra, si trova in una sala dove alcune persone (guarda caso il gruppo di preghiera della coppia che lo aveva invitato) stanno cantando. Nel giro di poco tempo, si ritrova in ginocchio a piangere e riceve rivelazione sulla propria vita: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”.
Preso da un fervore improvviso, prende un pezzo di carta e scrive il suo testamento spirituale: “Mai più morte, fino alla morte”. Poi chiama il suo “Amico” e glielo consegna, ammonendolo di vegliare sulla sua costanza e fede. Passano le settimane e il dottor Oriente comincia a vivere in modo diverso. Comincia anche a collezionare rogne, soprattutto tra i colleghi nel suo ambiente. In certi casi il “non fare” diventa un problema: professionale, economico, di immagine.
Una sera torna a casa e trova la moglie che vomita in continuazione. Pensa a qualche indigestione ma nei giorni seguenti il malessere continua. Invita allora la moglie a fare un test di gravidanza ma lei si rifiuta con veemenza. Troppi erano i mesi in cui lei, silenziosamente, li faceva quei test e quante coltellate nel vedere che erano sempre negativi… Ma dopo un mese di questi malesseri, lui la costringe a fare un esame del sangue, che rivela la presenza del BetaHCG: sono in attesa di un bambino!
Sono passati degli anni. I due bambini che la famiglia Oriente ha ricevuto in dono, oggi sono ragazzi. La vita di questo medico è totalmente cambiata. È meno ricco, meno famoso, una mosca bianca in un ambiente dove l’aborto è ancora considerato “una forma di aiuto” a chi, a causa di una vita sregolata o di un inganno, vi ricorre. Ma lui si sente ricco, profondamente ricco. Della gioia familiare, dei suoi valori, dell’amore di Dio, quella mano che lo carezza ogni giorno facendolo sentire degno di essere un “Suo figlio”.

da:http://www.noiaprenatalis.it

Infertilita’ di coppia: serve anche la preghiera

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Sainte-Anne d’Auray

Anzitutto chiariamo un punto: come si distingue l’infertilita’ dalla ipofertilita’?
Basta semplicemente fare riferimento alle definizioni date dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, ndr). L’infertilità è l’assenza di concepimento dopo un anno di rapporti sessuali aperti alla vita. L’ipofertilità riguarda le coppie che hanno iniziato una gravidanza senza riuscire a portarla a termine, ovvero i casi delle coppie che hanno avuto aborti spontanei. Se l’infertilità o l’ipofertilità possono essere eventualmente corrette con le cure mediche, la sterilità invece è l’impossibilità definitiva di concepire. Questo riguarda il 3-4% delle coppie. E’ un termine che suona un po’ come una “scure” ed è per questo che si parla parla piuttosto di ipofertilità o infertilità. Si può anche precisare il concetto di sterilità “primaria”, vale a dire le coppie che aspirano ad un primo figlio, o “secondaria” per le coppie che hanno problemi di concepire dopo la nascita di almeno un figlio.  (approfondisci qui)
Esempi della Bibbia possono aiutarci a vivere questa che per alcune coppie è una vera e propria “sofferenza”?
Leggendo la storia di Anna e Gioacchino, mi sono resa conto che Gioacchino aveva implorato Dio ricordandoGli la sua opera per Abramo e Sara, mentre Anna era stata consolata ricordandosi la sua nonna Anna, madre di Samuele. La storia di queste coppie della Bibbia che hanno conosciuto la sterilità può parlare alle coppie di oggi: le loro reazioni, la loro preghiera, il loro grido, il loro cammino di fede, la loro progressiva sottomissione al disegno di Dio per loro. Essa ci mostra che Dio è presente accanto a coloro che soffrono, che Egli le vuole e le rende fertili. Questi racconti ci ricordano anche che ogni bambino è un dono di Dio, da ricevere, aprendo il proprio cuore e lasciandosi eventualmente educare, purificare da Lui, per forse riceverlo meglio ed elevarlo sotto lo sguardo del Padre.
Lei abita vicino al santuario di Sainte-Anne d’Auray, nella Bretagna (Francia), che, sin dalle origini, attira le coppie infertili o ipofertili. Ci può raccontare la storia di questo santuario?
Da molti secoli questo posto è caratterizzato dalla devozione a sant’Anna, probabilmente sin dall’inizio della cristianizzazione della regione. Questa devozione si è particolarmente sviluppata dal XVII secolo, dopo le apparizioni di sant’Anna a Yvon Nicolazic, un contadino bretone, rispettato per la sua onestà e pietà, che veniva spesso consultato dai suoi vicini. Nicolazic viene guidato da una mano che regge una fiaccola che l’accompagna nelle notti in cui lavorava fino a tardi e a volte vede una signora vestita di luce. La sera del 25 luglio 1624, il giorno prima del suo compleanno, la signora si rivela a lui come Anna, madre di Maria, chiedendogli di ricostruire la cappella, che era stata dedicata a lei e fu distrutta 924 anni e 6 mesi prima, perché, così dice, Dio vuole che lei venga venerata qui.
In un primo momento il clero è molto riluttante a riconoscere che la visione di Nicolazic venisse dal Cielo. Sant’Anna incoraggia il veggente che subisce numerose angherie. Il 7 marzo 1625, guidato dalla fiaccola luminosa, Nicolazic scopre una statua raffigurante la madre della Vergine, che veniva venerata nei primi secoli prima che la cappella fu distrutta, e fu seppellita in un campo. Dal giorno successivo, pellegrini, avvertiti misteriosamente, cominciano ad arrivare a Ker Anna. Davanti alla folla che si raduna attorno alla statua, il vescovo di Vannes ordina un’inchiesta ecclesiastica. La venerazione della statua di sant’Anna viene finalmente autorizzata e la cappella può essere ricostruita nello stesso luogo di prima sotto la guida di Nicolazic stesso.
Dopo le apparizioni, Nicolazic e sua moglie Guillemette, che soffrivano di infertilità, hanno avuto quattro bambini. Il loro primo figlio è nato dopo una decina di anni di attesa e di fiduciosa preghiera a Sant’Anna. I pellegrini non hanno mai smesso di affluire a Sainte-Anne d’Auray, anche in tempi difficili, come durante la Rivoluzione francese o guerre. E’ una grande grazia per la diocesi di Vannes di avere questo santuario dove le persone possono venire ad affidare alla nonna di Cristo gioie e dolori, sia sposati che celibi, con o senza prole, laici o consacrati ecc. Le aspiranti coppie vengono a pregare a sant’Anna e a Nicolazic, che hanno conosciuto la prova della sterilità. La regina Anna d’Austria stessa ha invocato la sua santa patrona. Numerose altre coppie meno note hanno dato testimonianza dell’intercessione di Sant’Anna per loro. Inoltre, la storia della nascita dei figli di Nicolazic a sua volta viene ricordata durante la vigilia del Grande Perdono (festa di sant’Anna) e uno spettacolo di luci e suoni racconta le apparizioni.
Dal 2009, su iniziativa di una coppia di Sainte-Anne d’Auray, un pellegrinaggio ufficiale si svolge all’inizio di settembre…
Sì, alcune coppie si riuniscono per pregare insieme, per condividere, per formarsi e sostenersi reciprocamente. Le testimonianze di coloro che ci hanno partecipato dimostrano come questa giornata le ha rassicurato, incoraggiato. Alcuni hanno avuto la gioia di accogliere un figlio dopo questo pellegrinaggio. Le coppie possono anche venire in pellegrinaggio in qualsiasi momento dell’anno per raccogliersi in preghiera presso la statua di sant’Anna o la tomba di Nicolazic. Possono anche scrivere una intenzione di preghiera o ringraziamento per grazia ricevuta nel libro dedicato, e visitare quello che noi chiamiamo la “Sala del Tesoro” nella quale sono esposti molti ex voto offerti in riconoscimento di una particolare grazia ricevuta pregando sant’Anna. Tra questi, ci sono molti elementi di corredino, donati per ringraziare sant’Anna da coppie che hanno vinto la sterilità.

Dunque ci vogliono cure adeguate e trattamenti per curare le cause di infertilita’ e ipofertilita’ ma anche sostegno spirituale e vicinanza.

Sofia e Tessi, nigeriane dai diversi destini

sofia tessiSofia (20 anni) e Tessi (18 anni) vengono da Benin City in Nigeria, entrambe hanno famiglie disastrate:
un padre con più mogli, come si usa in Nigeria, tante sorelle e fratelli, pochi soldi, poco lavoro e malpagato, vivono in una casa fatta di 1 camera e cucina in 8 – 10 persone.

In una situazione simile il loro sogno è l’Europa: Spagna, Italia, Francia o GranBretagna.
“Lì si trova lavoro facilmente, se hai dei problemi tutti ti aiutano, tutti sono ricchi…”.
Ed un giorno per entrambe arriva la possibilità dell’Italia, c’è una amica di famiglia (“madame Ouakeke”) che propone loro un lavoro a Milano.

Qualche settimana di viaggio via terra e poi si riesce a trovare un posto su un aereo da Abidjian verso Milano e poi con il treno verso Torino, è fatta !! Si arriva in Italia con un documento falso e la promessa di un lavoro, in cambio daranno dai soldi a chi organizza il viaggio:
45mila euro e 48mila euro ! …..non sanno nemmeno a quanto equivalgano in Naira (la moneta locale nigeriana).

Intanto per sicurezza la Madame ha fatto fare alle due ragazze un patto con un rito tradizionale nigeriano:
capelli, peli del pube e sangue per il rito wodoo, il “juju” per legare le ragazze e le loro famiglie alla madame.
Se non rispetteranno il patto rischiano la vita o la salute (lo “spirito” si arrabbia).
Per loro è un patto più solido di un contratto scritto.

Oltre a questa paura profonda del Wodoo ci sarà anche la paura della Madame che con suo marito inizia a picchiarle, e a prepararle al “lavoro” tanto atteso.
La dura realtà che le aspetta sarà la strada, prostituendosi di notte e di giorno, fino a raggiungere i 2000 – 3000 euro al mese , oltre alle 400 del joint (l’affitto del posto di lavoro… ogni lampione o spiazzo ha un suo costo differente), oltre alle spese per la casa, al cibo e ai “regali” da fare alla madame.
Una realtà fatta di umiliazioni, di furti, di botte da parte di ladri, teppisti e quotidianamente anche da parte degli sfruttatori, mai contenti dell’incasso, o sempre timorosi che le ragazze possano scappare.

Di Sofia dopo qualche contatto perdiamo le notizie, forse è in Spagna, venduta da chi la sfrutta ad altri sfruttatori.
Con Tessi invece i volontari della nostra unità di strada (Amici di Lazzaro) riescono a mantenere costantemente dei contatti, le spiegano che può scappare dalla strada e rimanere in Italia denunciando chi la sfrutta, la spronano a non aver paura a fidarsi di noi.
Ci mette un po’ di settimane e decidere sino alla decisione.
Una notte scappa e ci contatta, ora è libera, sta aspettando i documenti e il lavoro presto inizierà.

A noi ora interessa trovare anche Sofia.
E le altre Sofia sparse per l’italia.
Dateci una mano ad aiutare ed avvicinare le tante ragazze schiave dello sfruttamento.

Corso gratuito per volontari contro lo sfruttamento della prostituzione

volto nigeriana

CORSO GRATUITO

CONTRO LO SFRUTTAMENTO DELLA PROSTITUZIONE:
UNITA’ DI STRADA, PREVENZIONE, SOSTEGNO ALLE VITTIME e REINSERIMENTO
(prevalentemente 
per volontari dai 18 ai 30 anni)

QUANDO:   mercoledì 13 settembre (1 incontro) –
venerdì 15 settembre (2 incontro)
mercoledì 20 settembre (3 incontro)
dalle 20.00 alle 23

DOVE: Torino presso il Centro Servizi VOL.TO. (2 piano)
a Torino in V.Giolitti 21
(piazza Valdo Fusi a 5 minuti da Piazza San Carlo)
ISCRIZIONI E INFORMAZIONI: info@amicidilazzaro.it
tel. 3404817498  www.amicidilazzaro.it

ARGOMENTI DEL CORSO:
Introduzione al fenomeno della tratta delle persone a scopo sessuale. La prostituzione in Italia e all’estero.
I sexy shop, le case chiuse, le red-zone: i fallimenti della regolamentazione. Modalità diverse di prostituzione coatta: Nigeria-Est Europa-Brasile-Cina.
La legislazione sull’immigrazione e i percorsi di reinserimento. I servizi garantiti dal sistema italiano. Tecniche e problematiche del lavoro di strada.
L’atteggiamento del volontario. La religiosità nigeriana Wodoo-Juju
. I clienti, la sessualita’. Le problematiche dell’accoglienza e delle differenze culturali.
Le ricadute in strada dovute alla disperazione. I sostegni alle persone in difficolta’.
Il sexting e le forme di prostituzione semi volontaria. I retroscena: le violenze famigliari, la donna nelle culture, la vendita delle figlie a scopo sessuale.
Gli ideali e la proposta dell’associazione Amici di Lazzaro.

SCOPO DEL CORSO:
Il corso è rivolto alla formazione di nuovi volontari di età compresa tra i 18 e i 30 anni. Negli incontri vengono forniti elementi di base sulla realtà della prostituzione e della tratta a scopo sessuale, approfondendo alcuni aspetti legati a varie attività dell’associazione. Il corso è tenuto dai responsabili delle varie unità di strada e da formatori esperti del settore.

LE OPPORTUNITA’ DI SERVIZIO VOLONTARIO CONTRO LA TRATTA:
1) unità in strada * di incontro con le vittime nigeriane  (* è necessario essere automuniti non perché si usino i propri mezzi ma perché il ritorno è a ora tarda dopo la mezzanotte)
2) sostegno alle ex vittime nel centro di ascolto (pacchi viveri, aiuto nella ricerca di lavoro e formazione, altri aiuti)
3) aiuto alle donne accolte in casa di accoglienza (solo per volontarie)
4) iniziative di prevenzione della tratta (via internet) e riduzione della domanda (incontri con i ragazzi nelle scuole superiori)
5) iniziative di aggregazione e spiritualità con ragazze uscite dalla tratta

L’ASSOCIAZIONE AMICI DI LAZZARO: L’associazione Amici di Lazzaro ha attive varie unità di strada che avvicinano le ragazze sfruttate, informandole delle opportunità di fuga, accoglienza e sui vari servizi offerti dalla rete di associazioni che si occupano della tratta e dello sfruttamento. Grazie a quest’attività di volontariato, decine di ragazze in questi anni hanno lasciato la strada e si sono reinserite nella società. L’associazione accoglie ragazze e donne in difficoltà, aiutandole a ritrovare una vita normale.

IL FENOMENO DELLA PROSTITUZIONE:
Nella sola provincia di Torino vi sono circa 900 donne che si prostituiscono di cui 750 vittime di sfruttamento. Di queste il 60% sono nigeriane, e il 20% rumene.
Gli Amici di Lazzaro dal 1997 hanno aiutato circa 350 donne a lasciare la strada. Attualmente seguono anche circa 80 ex vittime con difficoltà di reinserimento.
 

Bud Spencer: sono certo che la vita continua

Bud-Spencer«Con chi vorrei mangiare il mio ultimo pasto? Un bel piatto di spaghetti in compagnia di Gesù».

E’ stato un eroe del filone “Spaghetti western” insieme a Terence Hill, ora Bud Spencer in una recente intervista al giornale tedesco Welt am Sonntag a proposito del suo nuovo libro “Mangio Ergo Sum“, si confessa su temi intimi e molto delicati: il suo rapporto con la religione, con la fine della vita, l’aldilà.

Bisogno di Dio
«Nella mia vecchiaia avanzata ho bisogno della religione – dice l’86enne Carlo Pedersoli (questo il suo vero nome) – ho bisogno della fede. Credo in Dio, è ciò che mi salva – spiega –. Invece mi sono reso conto che è il nulla ciò a cui prima attribuivo un grande valore: lo sport, dove volevo affermarmi, la popolarità. Chi si inorgoglisce per queste cose, chi insegue solo il successo, la fama, è un idiota».

Errori e pentimenti
Bud ammette di non essere stato proprio un “santo” in vita. E solo ora riesce a rendersi conti di errori passati. «Ne ho fatti tanti errori, con le donne, gli amici, errori grossolani, follie. Ora che ho quasi 86 anni vedo tante cose in maniera diversa. La vita mi ha insegnato che sono altre le cose che contano».

La vita e la morte
“La morte non mi fa paura. Perché credo che non si muoia veramente. Le anime di coloro che sono morti rivivono e testimoniano la verità dell’universo. Per cui vedo il tutto con la più grande tranquillità. La vita non è nelle nostre mani. Prima o poi ci presenteremo di fronte al Padreterno, che sia quello cristiano o quello islamico. Non si può sfuggire. Da quando siamo nati, siamo in viaggio verso la morte”

“Sono sempre più appassionato della vita ogni giorno che passa, ma la morte non mi spaventa. Perché credo che in realtà non si muore, e che la nostra anima sia viva anche dopo aver lasciato la terra. Anzi, sono certo che la vita continua. Intanto affronterò la morte, in ogni caso, con dignità e con la stessa dignità affronterò il giudizio di Dio”.

Non sono un eroe
Quella stessa dignità che gli porta a dire: «Non mi interessa un “addio” da eroe. Tra l’altro sono un uomo come tanti. La vita è una farsa, tanto fumo negli occhi, tante gioie ma anche tante delusioni. L’eroismo, nel mio caso, è un qualcosa di artificiale, una finzione. Il vero eroe è solo chi dà la vita per il suo Paese o protegge con un atto straordinario la sua famiglia. Io non sono uno di quelli».
Gelsomino Del Guercio – Aleteia

Message from Medjugorje 25-6-2017 (in 40 languages)

1.English Medjugorje Message, June 25, 2017
“Dear children! Today, I desire to thank you for your perseverance and call you to open yourselves to profound prayer. Prayer, little children, is the heart of faith and is hope in eternal life. Therefore, pray with the heart until your heart sings with thanksgiving to God the Creator who gave you life. I am with you, little children, and carry to you my motherly blessing of peace. Thank you for having responded to my call.”

2.Italiano Messaggio di Medjugorje, 25 giugno 2017
“Cari figli! Oggi desidero ringraziarvi per la vostra perseveranza ed invitarvi ad aprirvi alla preghiera profonda. Figlioli, la preghiera è il cuore della fede e della speranza nella vita eterna. Perciò pregate col cuore fino a che il vostro cuore canti con gratitudine a Dio Creatore che vi ha dato la vita. Figlioli, io sono con voi e vi porto la mia benedizione materna della pace. ImageGrazie per aver risposto alla mia chiamata.”

3.Deutsch Botschaft von Medjugorje,  25 Juni 2017
“Liebe Kinder! Heute möchte ich euch für eure Beständigkeit danken und euch aufrufen, dass ihr euch dem tiefen Gebet öffnet. Das Gebet, meine lieben Kinder, ist das Herz des Glaubens und die Hoffnung in das ewige Leben. Deshalb, betet mit dem Herzen bis euer Herz mit Dankbarkeit Gott dem Schöpfer singt, der euch das Leben gegeben hat. Ich bin mit euch, meine lieben Kinder, und ich bringe euch meinen mütterlichen Segen des Friedens. Danke, dass ihr meinem Ruf gefolgt seid.”

4.Francais Message de Medjugorje, 25 juin 2017
“Chers enfants, aujourd‘hui je désire vous remercier pour votre persévérance et je vous appelle à vous ouvrir à la prière profonde. Petits enfants, la prière est le cœur de la foi et de l’espérance en la vie éternelle. C’est pourquoi, priez avec le cœur jusqu‘à ce que votre cœur, avec reconnaissance, chante Dieu le Créateur qui vous a donné la vie. Je suis avec vous, petits enfants, et je vous apporte ma bénédiction maternelle de paix. Merci d’avoir répondu à mon appel.”

5.Espanol Mensaje de Medjugorje, 25 de junio 2017
“Queridos hijos! Hoy quiero agradecerles por su perseverancia e invitarlos a abrirse a la oración profunda. Hijitos, la oración es el corazón de la fe y de la esperanza en la vida eterna. Por eso, oren con el corazón hasta que su corazón cante con gratitud a Dios Creador que les ha dado la vida. Yo estoy con ustedes, hijitos, y les traigo mi bendición maternal de paz. Gracias por haber respondido a mi llamado.”

6.Hrvaski Poruka iz Međugorja, 25 lipanj 2017
“Draga djeco! Danas vam želim zahvaliti na vašoj ustrajnosti i pozvat vas da se otvorite dubokoj molitvi. Molitva je, djecice, srce vjere i nada u vjecni život. Zato, molite srcem dok vaše srce ne pjeva sa zahvalnošcu Bogu Stvoritelju koji vam je dao život. Ja sam s vama, djecice, i nosim vam moj majcinski blagoslov mira. Hvala vam što ste se odazvali mome pozivu.”

7.Portugueis Mensagem do Medjugorje 25 de junho de 2017 “Queridos filhos! Hoje desejo agradecer-vos por vossa perseverança e convidar-vos a vos abrirem a uma oração profunda. Filhinhos, a oração é o coração da fé e da esperança na vida eterna. Por isso, orai com o coração até que vosso coração cante com gratidão a Deus Criador que vos deu a vida. Eu estou convosco, filhinhos, e trago-vos minha bênção maternal de paz. Obrigada por terdes respondido ao meu chamado.”

8.Polski Wiadomość Medjugorje 25 czerwca 2017
“Drogie dzieci! Dzisiaj pragnę wam podziękować za waszą wytrwałość i wezwać was, abyście otworzyli się [na] głęboką modlitwę. Dziatki, modlitwa jest sercem wiary i nadzieją na życie wieczne. Dlatego módlcie się sercem, aż wasze serce nie zaśpiewa z wdzięcznością Bogu Stwórcy, który wam dał życie. Dziatki, jestem z wami i niosę wam moje matczyne błogosławieństwo pokoju. Dziękuję wam, że odpowiedzieliście na moje wezwanie.”

9.Romana Mensajul de la Medjugorje 25 iunie 2017
„Dragi copii, astăzi doresc să vă mulțumesc pentru statornicia voastră și să vă chem să vă deschideți rugăciunii profunde. Rugăciunea, dragi copii, este inima credinței și a speranței în viața veșnică. De aceea, rugați-vă cu inima, până când inima voastră nu ajunge să cânte de recunoștință lui Dumnezeu Creatorul, care v-a dat viață. Eu sunt cu voi, copilașilor, și vă aduc binecuvântarea mea maternă de pace. Vă mulțumesc că ați răspuns chemării mele. ”

10.Czech Poselství z Medžugorje, 25 června 2017
„Drahé děti! Dnes vám chci poděkovat za vaší vytrvalost a vyzvat vás, abyste se otevřely hluboké modlitbě. Modlitba je, dítka, srdce víry a naděje na věčný život. Proto, modlete se srdcem až vaše srdce bude zpívat s vděčností Bohu Stvořiteli, který vám dal život. Já jsem s vámi, dítka, a přináším vám své mateřské požehnání míru. Děkuji vám, že jste přijaly mou výzvu. “

11.Arab      رسالة, مايو 25 2017
“أولادي الأحبّة، قد سَمَحَ ليَ العليُّ أن أدعوَكم مُجدّدًا إلى الارتداد. صغاري، افتَحوا قلبَكم لِلنعمَة الّتي أنتم مَدعُوُّون إليها. كونوا شُهودًا للسلامِ والحُبِّ في هذا العالمِ المُضطرِب. حياتُكم هنا على الأرض عابِرة. صلّوا حتّى يُمكنَكم، من خلالِ الصلاة، أن تَتُوقوا إلى السماءِ وإلى الأشياءِ السماويّة، وسوف ترى قلوبُكم كلَّ شيءٍ بطريقةٍ مختلِفة. لستُم وَحدَكم؛ أنا معكم وأتشفّع لكم لدى ابني يسوع. أشكرُكم على تلبيتِكم ندائي. ”

12.Russian Послание из Меджугорье 25 Июнь 2017 года
«Дорогие дети! Сегодня Я хочу поблагодарить вас за ваше постоянство и призвать открыться глубокой молитве. Детки, молитва — это сердце веры и надежда на вечную жизнь. Поэтому, молитесь сердцем до тех пор, пока сердце ваше не запоет с благодарностью Богу-Творцу, Который дал вам жизнь. Я с вами, детки, и несу вам Свое Материнское благословение мира. Спасибо, что ответили на Мой призыв!»

13.Hungarian Üzenet Medjugorje, 25 június 2017
“Drága gyermekek! Ma szeretnék köszönetet mondani kitartástokért és meghívni benneteket arra, hogy nyíljatok meg a mély imára. Kicsinyeim, az imádság a hit szíve és az örök életbe vetett remény. Ezért imádkozzatok szívből, mindaddig, míg szívetek hálából nem énekel a Teremtő Istennek, aki életet adott nektek. Kicsinyeim, veletek vagyok és az édesanyai béke áldásom hozom nektek. Köszönöm, hogy válaszoltatok hívásomra.”

14.Norwegian Medjugorje Budskapet fra 25 juni 2017
“Kjære barn! I dag ønsker jeg å takke dere for deres utholdenhet og be dere om å åpne dere for dyp bønn. Mine barn, bønn er troens hjerte og håp i det evige liv. Be derfor med hjertet inntil hjertet synger med takksigelse til Gud vår Skaper som gav deg liv. Jeg er med dere mine barn og bringer til dere min moderlige fredsvelsignelse. Takk for at dere har svart på mitt kall.”

15.Chinese  默主哥耶讯息 2017年0625
“親愛的孩子們!今天我切願為你們堅持不懈的毅力謝謝你們並且召喚你們向深沉的祈禱開放自己。孩子們,祈禱是信德的核心和對永生的希望。因此,用心祈禱直到你們的內心向給你們生命的造物主天主唱出感恩的讚頌。我與你們在一起,孩子們,並且將我母性平安的祝福帶給你們。謝謝你們答覆了我的召喚。”

16.Dutch Medjugorje Boodschap van 25 juni 2017
“Lieve kinderen, vandaag wil Ik jullie bedanken voor jullie volharding en wil Ik jullie oproepen om je te openen voor intens gebed. Het gebed, mijn lieve kinderen, is het hart van het geloof en de hoop op eeuwig leven. Daarom, bid met het hart, totdat jullie hart in dankbaarheid zingt voor God, de Schepper, die jullie het leven heeft gegeven. Mijn lieve kinderen, Ik ben bij jullie en breng jullie mijn moederlijke zegen van vrede. Dank dat je aan mijn oproep gehoor hebt gegeven.”

17. Finnish Medjugorje viesti 25 Juni 2017
“Anak – anak Ku yang terkasih! Hari ini, Aku ingin mengucapkan terima kasih atas ketekunan kamu dan minta kamu untuk membuka dirimu terhadap doa yang mendalam. Doa, anak-anak, adalah inti iman dan menjadi harapan dalam kehidupan yang kekal. Dari itu, berdoalah dengan kesungguhan hati sampai hatimu bernyanyi dengan ucapan syukur kepada Tuhan Sang Pencipta yang memberi kamu kehidupan, Aku bersamamu, anak-anak, dan membawa untukmu berkat damai keibuan Ku. Terima kasih atas tanggapan terhadap panggilan Ku.”

18.Swedish Medjugorje Budskap 25 juni 2017
“Kära barn! Idag önskar jag att tacka er för er uthållighet och kalla er att öppna er för bön på djupet. Bön, små barn, är hjärtat i tron och är hopp om evigt liv. Därför, be med hjärtat tills ert hjärta sjunger med tacksägelse till Gud Skaparen som gav er liv. Jag är med er, små barn, och jag bär till er min moderliga välsignelse av frid. Tack att ni svarat på min kallelse.”

19.Greek  Μεντιουγκόργιε μηνύματος 25 Ιουνίου, 2017
“Αγαπητά μου παιδιά, Σήμερα θέλω νά σάς ευχαριστήσω γιά τήν επιμονή σας καί νά σάς καλέσω ν’ ανοίξετε τούς εαυτούς σας στή βαθειά προσευχή. Η προσευχή, μικρά μου, είναι η καρδιά τής πίστεως καί είναι ελπίδα στήν αιώνια ζωή. Συνεπώς, νά προσεύχεστε μέ τήν καρδιά έως ότου η καρδιά σας τραγουδήσει μέ ευχαριστία Στόν Θεό Τόν Δημιουργό πού σάς έδωσε ζωή. Είμαι μαζύ σας, μικρά μου, καί σάς φέρνω τήν μητρική μου ευλογία ειρήνης. Σάς ευχαριστώ πού ανταποκριθήκατε στό κάλεσμά μου.”

20.Sqip  Medjugorje Mesazhi 25 Qershor 2017
“Bij të dashur! Sot dëshiroj t’ju falënderoj për këmbënguljen tuaj dhe ju ftojë për të hapur veten lutjes të thellë. Fëmijë, lutja është zemra e besimit dhe shpresës në jetën e përjetshme. Prandaj, lutuni me zemër derisa zemra juaj të këndon me mirënjohje ndaj Zotit Krijues i cili ju ka dhënë jetën. Bijt e mi, unë jam me ju dhe ju sjellë bekimin tim amënor të paqes. Faleminderit që i jeni përgjigj…ur thirrjes sime.”

21. Waray-Waray Medjugorje Tugon  ha petsa Pebrero 25, 2017 “Hinigugma ko na mga anak! Yana nga adlaw tinatawag ko kamo na haladma pag-buhi iton pag-sarig niyo ngan aro-a ha Pinaka Hitas-on na pa-kusgon pa ito, para iton mga hangin ngan mga bagyo di-re makaka-bari hito. Hina-ut unta na gamut hiton iyo pag-sarig an pag-ampo ngan pagla-um han waray katapusan na kinabuhi. Amo nga yana, mga anak, paningkamot na trabaho-a iton kalugaringon dida hi-nen panahon han grasya, di-in guin hahatag han Diyos ha iyo an grasya – pa-agui ha pag-susuway ngan han tawag pagbag-o hin kinabuhi pagka Diyos-non – na magma-tawo kamo nga klaro ngan ma-ilobon iton pag-sasarig ngan pagla-um. Salamat han iyo pag-responde hi-ne nga tawag ko.”

22.Kiswahili Medjugorje Ujumbe 25 Juni 2017
“Wanangu wapendwa! Leo nataka kuwashukuru kwa uvumilivu wenu na kuwaalika kujifungua kwa sala ya ndani. Wanangu, sala ni moyo wa imani na wa matumaini katika uzima wa milele. Kwa hiyo salini kwa moyo mpaka moyo wenu umwimbie Mungu Mwumbaji aliyewapa maisha kwa shukrani. Wanangu, Mimi nipo pamoja nanyi na kuwaletea baraka yangu ya amani ya kimama. Asanteni kwa kuitikia wito wangu. ”

23.Slovak  Posolstvá z Medžugoria, 25 jún 2017
“Drahé deti! Dnes sa vám chcem poďakovať za vašu vytrvalosť a pozvať vás, aby ste sa otvorili hlbokej modlitbe. Milé deti, modlitba je srdcom viery a nádejou vo večný život. Preto, modlite sa srdcom, kým vaše srdce nezaspieva vďačnosťou Bohu Stvoriteľovi, ktorý vám dal život. Som s vami, milé deti, a prinášam vám svoje materinské požehnanie pokoja. Ďakujem vám, že ste prijali moje pozvanie. ”

24. Slovenian Medjugorje sporočilo junij 2017
«Dragi otroci! Danes se vam želim zahvaliti za vašo vztrajnost in vas povabiti, da se odprete globoki molitvi. Molitev je, otročiči, srce vere in upanje na večno življenje. Zato molite s srcem, dokler vaše srce ne bo pelo s hvaležnostjo Bogu Stvarniku, ki vam je dal življenje. Jaz sem z vami, otročiči, in vam prinašam svoj materinski blagoslov miru. Hvala vam, ker ste se odzvali mojemu klicu. »

25.Vietnamese  Thông điệp Medjugorje ngày, 25 Tháng Năm 2017
„Các con yêu dấu, Đấng Tối Cao đã cho phép Mẹ kêu gọi các con một lần nữa tới sự hoán cải. Các con nhỏ ơi, các con hãy mở lòng mình ra tới ân sủng mà tất cả các con được kêu gọi. Các con hãy là chứng nhân của bình an và yêu thương trong thế giới bất an này. Cuộc sống của các con nơi thế giới đây đang qua đi. Hãy cầu nguyện mà qua sự cầu nguyện các con mới có thể khao khát về Thiên Đàng và những sự trên Thiên Đàng và tấm lòng các con sẽ nhìn thấy mọi sự một cách khác biệt. Các con không lẻ loi một mình; Mẹ ở với các con và cầu bầu trước nhan Thánh Tử Giêsu Mẹ cho các con. Cám ơn các con đã đáp lại lời kêu gọi của Mẹ. ”

26.Japanese メジュゴリエのメッセージ 2017年6月25日のメッセージ
「愛する子たちよ!きょう、私は あなたたちの頑張りに感謝し あなたたちが 自分の心を開き 心から祈るように 呼びかけたいと 願っています。小さな子たちよ 祈りは 信仰の核心です。そして永遠の生命の希望です。ですから あなたの心が 生命を お与え下さった 創造主である神さまに対しての 感謝の歌になるまで 心で祈りなさい。小さな 子たちよ 私は あなたたちと共にいます。そして母としての 平和の祝福を あなたたちに もたらします。呼びかけに応えてくださってありがとう。」

 27.BahasaIndonesian Medjugorje Pesan 25 Juni 2017 ”
Anak – anak Ku yang terkasih! Hari ini, Aku ingin mengucapkan terima kasih atas ketekunan kamu dan minta kamu untuk membuka dirimu terhadap doa yang mendalam. Doa, anak-anak, adalah inti iman dan menjadi harapan dalam kehidupan yang kekal. Dari itu, berdoalah dengan kesungguhan hati sampai hatimu bernyanyi dengan ucapan syukur kepada Tuhan Sang Pencipta yang memberi kamu kehidupan, Aku bersamamu, anak-anak, dan membawa untukmu berkat damai keibuan Ku. Terima kasih atas tanggapan terhadap panggilan Ku.”

28.Latvian Vēstījums 2017. gada 25. jūnijā
“Mīļie bērni! Šodien es vēlos jums pateikties par jūsu neatlaidību un aicinu atvērties dziļai lūgšanai. Lūgšana, bērniņi, ir ticības sirds un cerība uz mūžīgo dzīvi. Tādēļ lūdzieties ar sirdi, līdz jūsu sirds sāk dziedāt aiz pateicības Dievam Radītājam, kurš jums deva dzīvību. Es esmu ar jums, bērniņi, un nesu jums savu mātišķo miera svētību. Paldies jums, ka atsaucāties manam aicinājumam!”

29.Korean 메주 고리 예 메시지  2017년 6월 25일
“사랑하는 자녀들아. 오늘도 가장 높으신 분이 나에게 너희를 사랑하고 너희의 마음을 변화시킬 수 있는 은총을 주셨단다. 자녀들아 주님이 너희의 내일이 될 수 있기를. 전쟁과 평화의 결여가 아니라 슬픔이 아닌 기쁨과 평화가 모든 이들의 가슴을 다스리도록 해야 한단다. 하지만 주님이 없이는 너희는 평화를 찾을 수 없을 것이다. 그러므로 나의 자녀들아, 주님과 기도로 돌아오너라. 그래서 너희 가슴이 기쁨으로 노래하기를! 나는 너희와 함께 있으며 무한한 사랑으로 너희를 사 랑하고 있단다. 나의 부름에 응답해 주어서 고맙구나.“

30.Tamil 2017-06-25 அன்று அன்னைமரியாளினால் வழங்கப்பட்ட செய்தி

„அன்பான பிள்ளைகளே! இன்று நான் உங்களது விடாமுயற்சிக்காக நன்றிகூற விரும்புவதுடன், நீங்களாகவே ஆழமான செபத்தை ஆரம்பிக்குமாறு உங்களை அழைக்கிறேன். செபம், எனது அன்பான பிள்ளைகளே, நம்பிக்கையின் இதயமாக இருப்பதுடன், நித்திய வாழ்வுக்கு நம்பிக்கையாக அமைகின்றது. ஆகவே, உங்கள் இதயம் உங்களைப் படைத்து வாழ்வு தந்த இறைவனுக்கு நன்றிக் கீதம் பாடட்டும். நான் உங்களுடன் இருக்கிறேன், எனது அன்பான பிள்ளைகளே, அத்துடன் உங்களுக்கு அன்னையின் சமாதான ஆசீரை வழங்குகின்றேன். நன்றி, நீங்கள் எனது அழைப்பைக் கேட்பதற்கு“

31.Zulu
32.Tagalog
33. Lithuanian 2017 m. birželio 25 d. pranešimas:

„Brangūs vaikai! Šiandien noriu padėkoti jums už jūsų ištvermingumą ir pakviesti jus atsiverti giliai maldai. Vaikeliai, malda yra tikėjimo širdis ir viltis amžinuoju gyvenimu. Todėl melskitės širdimi tol, kol jūsų širdis ims giedoti iš dėkingumo Dievui Sutvėrėjui, davusiam jums gyvenimą. Aš esu su jumis, vaikeliai, ir atnešu jums savo motinišką taikos palaiminimą. Dėkoju jums, kad atsiliepėte į mano kvietimą.“

34.Ukrainian Меджугор’є Повідомлення, 25 червня 2017
“Дорогі діти! Сьогодні вам хочу подякувати за вашу витривалість і закликати вас відкритися глибокій молитві.  Молитва, діточки, є серце віри і надія на вічне життя. Тому моліться серцем, допоки ваше серце не співатиме з вдячністю Богові-Творцеві, Котрий вам дав життя. Я з вами, діточки,  і приношу вам своє материнське благословення миру. Дякую вам, що відповіли на мій заклик.”


35. Turk Medjugorje Mesajı , Son ileti, 25 Haziran 2017.
“Sevgili çocuklarım, bugün sebadınız için size teşekkür etmek istiyorum ve sizi derin duaya açılmaya  çağırıyorum. Küçük çocuklar, dua imanın ve sonsuz yaşama umudun yüreğidir. Bu nedenle yüreğinizle dua edin, ta ki yüreğiniz minnettarlıkla, size yaşam veren Yaratıcı Allah’ı övsün. Sizinleyim, küçük çocuklar, size  barışçı  ana kutsamamı veriyorum. Çağrıma yanıtınız için size teşekkür ediyorum.

36. Danish  25 juni, 2017
“Kære børn! I dag vil jeg takke jer for jeres vedholdenhed og opfordre jer til at åbne jer for den dybe bøn. Bønnen, mine kære børn, er troens hjerte. og håbet om det evige liv. Derfor skal I bede med hjertet indtil jeres hjerte synger Gud Skaberens pris, Han som har givet jer livet. Jeg er med jer mine kære børn, og jeg giver jer min moderlige fredsvelsignelse. Tak fordi I følger min opfordring!”

37. Thai สาส์นแม่พระประทานแก่ มารีจา 25 เม.ย. 2017
ลูกที่รักทั้งหลาย
วันนี้แม่ขอขอบใจพวกลูกสำหรับความเพียรทนของลูกทุกคน  และแม่ขอให้ลูกเปิดใจให้กับการสวดภาวนาอย่างลึกซึ้ง  ลูกน้อยทั้งหลาย, การสวดภาวนาเป็นหัวใจของความเชื่อและความหวังในชีวิตนิรันดร  เพราะฉะนั้น,จงสวดภาวนาด้วยหัวใจจนกระทั่งหัวใจของลูกจะเปี่ยมด้วยสำนึกขอบพระคุณพระเจ้าองค์พระผู้สร้างผู้ทรงมอบชีวิตให้แก่ลูก  ลูกน้อยทั้งหลาย, แม่จะอยู่กับพวกลูกและจะอวยพระพรแห่งสันติภาพแก่พวกลูกด้วยหัวใจมารดาของแม่
ขอขอบใจที่ตอบสนองเสียงเรียกของแม่

Cristiani in Turchia, una vita difficile

An Orthodox woman prays during Christmas mass in Aya Yorgi (St. George) church at Fener Greek Orthodox Patriarchate in Istanbul December 25, 2009. REUTERS/Osman Orsal (TURKEY - Tags: RELIGION)

Benedetta, 30 anni: «Mi sono convertita e non ho nessun rimpianto della mia religione precedente, ma ho dovuto rompere i rapporti con tutti i miei parenti che ora non mi parlano più»
Non c’è pena di morte per chi lascia l’islam, ma chi non è musulmano vive emarginato .
Essere cristiani in Turchia: una sfida non facile. Il grande paese asiatico, che spera di entrare nella Ue, è formalmente uno stato la cui laicità è garantita dalla costituzione voluta dal fondatore dello stato turco moderno, Kemal Ataturk. Ma l’identità turca si identifica sempre più con la religione islamica, tanto da spingere il nuovo capo di stato maggiore delle forze armate, che in Turchia occupano un posto di preminenza all’interno della società e della politica, a lanciare un grido d’allarme contro il nascente fondamentalismo prendendosela anche con il primo ministro ora in carica. Per i cristiani, quindi, la vita non è sempre facile. Lo ha sottolineato anche il vicario apostolico per l’Anatolia, monsignor Luigi Padovese. «La presenza di gruppi nazionalisti – ha detto il rappresentante della Santa Sede – ed il crescente fenomeno d’islamizzazione prodotta da una situazione economica che è andata degenerando, ha fatto maturare un atteggiamento di chiusura sia nei confronti del cristianesimo che nei confronti dell’Europa».

Un quadro non facile a cui non si rassegna il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I. «Dobbiamo dialogare – ha detto – con la buona volontà con la preghiera, con la sincerità e con il coraggio dei cristiani». «Tutti noi – aggiunge il religioso – dobbiamo rispettare le credenze religiose dell’altro, dobbiamo collaborare, ricordare che su questo pianeta c’è posto per tutti e non coltivare alcuna inimicizia».

«Asserragliato» nel convento di Trabzon (Trebisonda), il romeno Nico, un uomo sulla quarantina timido e gentile, assomiglia un po’ al tenente Drogo del Deserto dei Tartari. Sta di guardia nella sua Fortezza Bastiani, il convento dei cappuccini della città sul mar Nero, e attende che qualcuno arrivi: un visitatore, un turista. L’invasore purtroppo si è già manifestato e ha ucciso don Andrea Santoro a colpi di pistola il 5 febbraio scorso. Ora Nico vive in questa enorme struttura color salmone che sorge in uno dei vicoli che scendono dal centro della città verso il Mar Nero.

La comunità cattolica di Trabzon è davvero esigua. Una quindicina di anime su cui ora veglia un sacerdote polacco. Le conversioni sono poche in questa città ostile che molti turchi definiscono di estrema destra. Duecentomila abitanti, molte moschee, una chiesa, una piccola comunità cattolica, una comunità ortodossa sparsa per la città, una massiccia emigrazione femminile dall’Est dell’Europa, preda spesso della prostituzione e dello sfruttamento.

Trabzon è una città dove vi sono molti “lupi grigi” ultranazionalisti e in cui pullula una galassia di minuscoli gruppi, in cui il nazionalismo etnico estremista si combina con il fondamentalismo religioso. Nico nega di avere paura. «Ho un rapporto molto buono con i musulmani. Non ho mai avuto problemi con loro», racconta. Ma poi dice anche che qualche settimana prima un gruppo di fanatici, vestiti di scuro, è passato cantando cori religiosi sotto il convento e ha lanciato delle pietre contro le finestre gridando «Allah è grande». «Questa – continua Nico – è una città tollerante verso gli stranieri, ma diventa terribile se qualcuno si converte».

Eppure al visitatore Trabzon si mostra come una città moderna e vivace. Nelle vie c’è un gran via vai di persone, le donne girano quasi tutte a capo scoperto, le ragazze vestono all’occidentale. Le vetrine traboccano di merce. Nella piazza principale c’è perfino un pub che serve birra a fiumi a una clientela di giovani che non si fa certo scrupolo di bere alcol. Tuttavia sotto questa facciata moderna si nasconde il germe dell’integralismo e dell’intolleranza.

Qualcuno sostiene che don Santoro è stato assassinato dalla mafia russa che ha usato l’integralismo come copertura, perché la sua attività di redenzione delle giovani prostitute slave dava fastidio. Il sacerdote romano aveva ricevuto minacce e aveva detto a una suora, poco prima di morire, «prega per me perché c’è qualcuno che mi vuole morto». A testimonianza del fatto che si sentiva in pericolo, secondo Nico, c’è una lapide in marmo che don Santoro aveva fatto fare qualche giorno prima di essere ucciso. Il cippo è stato appoggiato a un muro del giardino interno al convento. Sul marmo è stata incisa la frase di Gesù, in turco, tratta dal Vangelo di Giovanni in cui si parla della risurrezione di Lazzaro. «Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se è morto, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno».

A Loredana Palmieri, l’assistente pastorale che era presente al momento dell’agguato, avrebbe detto: «Quando morirò vestimi di rosso, come i martiri». Per Nico sono stati giorni terribili quelli che sono seguiti alla morte di don Santoro. Ricorda Nico: «Il sindaco di Trabzon, quando fu ucciso don Santoro, è venuto qui apposta per farsi fotografare in Chiesa dalla stampa. È rimasto pochi secondi, poi se ne è andato promettendo che avrebbe ricostruito il cimitero cattolico. Da quella volta non l’ho più visto. Qui siamo soli».

San Giovanni Battista, precursore di Cristo

Giovanni Battista è l’unico Santo, oltre la Madre di Gesù, del quale si celebra con la nascita al cielo anche la nascita secondo la carne. Fu il più grande fra i profeti perché potè additare l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. La Sua vocazione profetica fin dal grembo materno è circondata di eventi straordinari, pieni di gioia messianica, che preparano la nascita di Gesù. Giovanni è il Precursore del Cristo con le parole e con la vita.

In tutte le epoche questo Profeta ha suscitato grande interesse, tanto da essere preso in alto nella considerazione di Cristo, da Lui definito “il più grande tra i nati da donna”.

Egli è l’ultimo profeta dell’antico testamento e il primo apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. E’ tale la considerazione che la Chiesa gli riserva, che è l’unico santo dopo Maria ad essere ricordato nella Liturgia, oltre che nel giorno della Sua morte (29 agosto), anche nel giorno della Sua nascita terrena (24 giugno); ma quest’ultima data è la più usata per la sua venerazione, dalle innumerevoli chiese, diocesi, città e paesi di tutto il mondo, che lo tengono come santo patrono.

Si dice nel vangelo di San Luca che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana.

Un giorno a Zaccaria , apparve l’angelo Gabriele che gli annunciò che Elisabetta avrebbe partorito un bambino al quale avrebbe dato il nome di Giovanni.

Zaccaria fu turbato e non credette alle parole dell’angelo che lo rese muto fino alla nascita del bambino. Elisabetta puntualmente diede alla luce un bambino che i sacerdoti volevano chiamare come il padre, ma volendo la madre chiamarlo Giovanni, chiesero quindi a Zaccaria che nome mettere al bambino ed essendo quello muto chiese una tavoletta sulla quale scrisse “il suo nome è Giovanni”: in quell’istante Zaccaria riacquistò la parola e cominciò a benedire Dio.

Della sua infanzia e giovinezza non si sa niente, ma quando ebbe un’età conveniente, Giovanni conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita nel deserto, portava un vestito di pelle di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi, il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Iniziò la sua missione intorno al Giordano, esortando la conversione e predicando la penitenza. La gente accorreva da tutta la Giudea ad ascoltarlo; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati, immergeva nelle acque del Giordano coloro che accoglievano la sua parola.

Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il Precursore: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.

Allora Giovanni lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui nel segno di una colomba.. Da quel momento Giovanni confidava ai suoi discepoli “ora la mia gioia è completa. Egli deve crescere e io invece diminuire”. La sua missione era compiuta, perché Gesù prese ad iniziare la sua predicazione.

Aveva operato senza indietreggiare davanti a niente, sempre pronto nel denunciare le ingiustizie non ebbe paura nemmeno quando dovette accusare di adulterio il re d’Israele Erode Antipa, e fu proprio questa accusa che lo portò alla morte. Il re Erode provava rispetto per Giovanni e non voleva farlo uccidere, ma cedendo alle voglie di Erodiade lo fece imprigionare.

Una tragica sera, mentre Erode dava un banchetto, Salomè figlia di Erodiade, danzò per i convitati, ed Erode promise alla giovane donna qualunque cosa gli avesse chiesto. Salomè, istigata dalla madre, chiese “la testa di Giovanni”. Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata in un vassoio d’argento e portata alla ragazza che la diede alla madre. Così per debolezza di un re cadde la testa di una delle figure più fulgide di tutta la storia del Cristianesimo.

Il suo culto si diffuse in tutto il mondo, sia in Oriente che in Occidente e a partire dalla Palestina si eressero innumerevoli Chiese e Battisteri a lui dedicati.

La festa della Natività di San Giovanni Battista fin dal tempo di sant’Agostino, (354-430), era celebrata il 24 giugno, per questa data si usò il criterio, essendo la nascita di Gesù fissata al 25 dicembre, quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele  a Maria.

Per quanto riguarda le reliquie c’è tutta una storia che si riassume; dopo essere stato sepolto privo del capo a Sebaste in Samaria, dove sorsero due chiese in suo onore, si dice che il suo sepolcro venne profanato dai pagani che bruciarono il corpo disperdendo le ceneri.Per la testa che si trovava a Costantinopoli, purtroppo come per tante reliquie del periodo delle Crociate, dove si faceva a gara a portare in Occidente reliquie sante e importanti, la testa si sdoppiò, una a Roma nel XII secolo e un’altra ad Amiens nel XIII secolo. Secondo la tradizione della Chiesa Cattolica a Roma si custodisce senza la mandibola nella chiesa di S.Silvestro in Capite, mentre la Cattedrale di S.Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento. Al di la di questo si evidenzia la grande devozione e popolarità di quest’uomo, che condensò in sé tanti grandi caratteri identificativi della sua santità, come parente di Gesù, precursore di Cristo, ultimo dei grandi profeti d’Israele, primo testimone apostolo di Gesù, battezzatore di Cristo, martire della legge giudaica ecc.

Il culto per S.Giovanni si estese in tutto il mondo della Cristianità in poco tempo, sia per il modello di vita ascetica che per l’esempio di coerente fermezza fino alla morte, e molte città e chiese ne presero il nome.

Maria secondo il Vangelo (Bruto Maria Bruti)

maria-giovanni.jpgIl re Davide vuole costruire un tempio al Signore ma Dio rovescia la situazione e promette di fare una – casa – a Davide, cioè di costruirgli una discendenza eterna ( 2 Sam 7 ).

Il Salmo 132 canta il legame tra l’Arca dell’alleanza, simbolo della presenza di Dio, e il misterioso discendente di Davide.

Gesù si farà chiamare più volte dalle moltitudini – figlio di Davide – ( Mc10,47; Mt 12,23; 21, 9 ) ma proclamerà di essere più grande di Davide, ricordando che il re Davide stesso, nel Salmo 110, dichiara che il misterioso Messia che verrà dato alla sua – casa – è il suo Signore ( Mt 22,42-45 ).

Il profeta Isaia consegna un messaggio ai discendenti del Re Davide: – la Vergine concepirà e partorirà un figlio e lo chiamerà Dio con noi – Emmanuele – ( Is 7,14 ).

Andando dalla Vergine Maria l’Angelo Gabriele la saluta chiamandola Piena di Grazia: l’Angelo sostituisce il nome proprio di – Maria – con Piena di Grazia ( Lc 1,28 ).

Elisabetta, piena di Spirito Santo, chiama Maria – benedetta fra tutte le donne – ( Lc1,42 ) e Maria stessa profetizza:- D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata – ( Lc 1,48-49 ).

L’evangelista Luca scrive che Giuseppe, l’uomo a cui Dio affidò l’incarico di proteggere la sua umanità, quando – Il Verbo s’è fatto carne – ( Gv 1,14 ), e la sua Vergine Madre, anche se svolgeva il lavoro di modesto carpentiere, era di stirpe regale, Prìncipe della casa del re Davide ( Lc 1,27 ).

La Chiesa ha meditato a lungo sul significato delle parole pronunciate dall’Angelo Gabriele e lo Spirito Santo ha fatto emergere con crescente chiarezza tutta la verità che era contenuta nelle parole con cui l’Angelo Gabriele ha Chiamato Maria: la pienezza della grazia, infatti, comporta che Maria sia Immacolata, Sempre Vergine, Assunta in cielo e Madre nell’ordine della grazia.

Gesù è una persona viva che ci assiste continuamente attraverso la Chiesa:- molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il perso. Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future – ( Gv 16,12-13 ).

Il Magistero della Chiesa, assistito dallo Spirito di verità, serve per guidare alla verità tutta intera, cioè serve per approfondire la Parola di Dio, la cui profondità è insondabile e il cui tesoro è inesauribile.

Infatti dice Gesù:- (.) se un maestro della legge diventa discepolo del regno di Dio, è come un capofamiglia che dal suo tesoro tira fuori cose vecchie e cose nuove- ( Mt 13,52 ).

Che cosa significa Immacolata concezione? Maria è figlia di Adamo e nostra sorella, anche lei bisognosa di essere salvata da Gesù. Infatti anche Maria è stata redenta da Gesù ma redenta in modo ancora più sublime. Non viene tirata fuori dal fango come noi, ma in previsione del sacrificio di Gesù, viene preservata dal cadervi: Maria ha usufruito del beneficio di una redenzione preveniente ( cfr Cei, La Verità vi farà liberi, Catechismo degli adulti, n.764 ).

Che cosa significa Sempre Vergine? – La Verginità prima del parto significa innanzitutto che Gesù è figlio di Dio(.) La Verginità nel parto indica che il dolore, toccato in sorte ad Eva come conseguenza del peccato ( Gen 3,16 ), viene trasfigurato nella gioiosa esperienza del Salvatore, che libera da ogni forma di corruzione.

La Verginità dopo il parto è segno che Maria si è offerta totalmente alla persona e all’opera del Figlio, rinunciando ad avere altri figli secondo la carne. Pur essendo unita a Giuseppe da un vero legame coniugale, non ha avuto con lui relazioni sessuali; ma insieme a lui si è consacrata al Signore.

Maria e Giuseppe hanno onorato la Verginità e il matrimonio: la loro convivenza è stata comunione e amicizia profonda, aiuto reciproco a vivere totalmente per Dio (.)

I -fratelli – di Gesù, più volte ricordati nel Nuovo Testamento, sono tali in senso largo: cugini, parenti. Due di essi, Giacomo e Joses, sono espressamente indicati come figli di un’altra donna, anch’essa di nome Maria ( Mc 6,3 ; 15,40 )- ( Cei, ibidem, 768, 769).

Nella Bibbia fratello è un termine elastico con cui si indicano i parenti:

Lot era nipote di Abramo e la Bibbia lo chiama fratello di Abramo ( Gn11,27; 12,5), Labano era zio di Giacobbe e la Bibbia lo chiama fratello di Giacobbe ( Gn 25,20; 29,15 ). Quando la Bibbia vuole indicare con precisione il -fratello uterino – si serve della frase – suo fratello, il figlio della madre- ( Gn 43,29; Dt 13,7 ).

Alcuni lettori della Bibbia, ma separati dal Magistero della Chiesa, citano Matteo 1,25 dove si dice che Giuseppe non conobbe Maria – fino a che partorì un figlio che chiamò Gesù-: dunque, essi dicono, che dopo la conobbe, cioè ebbe rapporti con lei. In realtà nella Bibbia – fino a che – vuole solo sottolineare con forza ciò che è avvenuto fino ad un dato tempo, senza includere che poi le cose sono cambiate. Infatti, dice il Signore a Giacobbe – non ti abbandonerò fino a che non avrò compiuto ciò che ti ho promesso- ( Gn 28,15 ): non significa che dopo Dio abbandonerà Giacobbe.

– Micol, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte- ( 2 Sam 6,23 ): non significa che dopo la morte ebbe figli.

– Ed ecco io sarò con voi ogni giorno fino alla fine del mondo – ( Mt 28,20 ): non significa che dopo non sarà più con noi.

Altri lettori della Bibbia citano Luca 2,7 dove si dice che Maria dette alla luce – il suo figlio primogenito -: dunque, essi dicono, primogenito suppone che ebbe altri figli.

In realtà per la Bibbia primogenito non significa, come per noi, soltanto primo figlio ma propriamente – colui che apre il ventre – ( ebraico: peter kol-rechem ): dunque, essere chiamato primogenito non implicava affatto che seguissero altri fratelli. In una tomba giudaica dell’anno 5 avanti Cristo, scoperta in Egitto nel 1922, è scritto: – durante le doglie del mio figlio primogenito il destino mi portò alla fine della mia vita- . Dunque, non si aspettava la nascita di un altro figlio per dare a quello già nato il titolo di primogenito ( cfr Giuseppe Crocetti, I testimoni di Geova a confronto con la Bibbia, p.131, ed. Ancora, Milano 1989).

I lettori della sola Bibbia dovrebbero tenere presente che la Bibbia, da sola, senza la spiegazione degli Apostoli illuminati dallo Spirito Santo, è facilmente fraintesa. Scrive, infatti, l’apostolo Pietro:- in esse (= nelle lettere di Paolo apostolo) ci sono alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari delle altre Scritture, per la loro propria rovina- ( 2 Pt 3,16 ).

Scrive lo stesso apostolo Paolo che la Chiesa è stata voluta da Dio come un corpo e corpo implica gerarchia e diversità di funzioni:- E’ Lui ( Cristo ) che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri (.)- ( Efesini 4,11-14 ).

Che cosa significa Assunta in cielo? Insegna Giovanni Paolo II: – E’ possibile che Maria di Nazaret abbia sperimentato nella sua carne il dramma della morte? Riflettendo sul destino di Maria e sul suo rapporto con il divin Figlio, sembra legittimo rispondere affermativamente: dal momento che Cristo è morto, sarebbe difficile sostenere il contrario per la Madre.(.)

E’ vero che nella Rivelazione la morte è presentata come castigo del peccato. Tuttavia il fatto che la Chiesa proclami Maria liberata dal peccato originale per singolare privilegio divino non porta a concludere che Ella abbia ricevuto anche l’immortalità corporale. La Madre non è superiore al Figlio, che ha assunto la morte, dandole nuovo significato e trasformandola in strumento di salvezza.

Coinvolta nell’opera redentrice e associata all’offerta salvatrice di Cristo, Maria ha potuto condividere la sofferenza e la morte in vista della redenzione dell’umanità. Anche per Lei vale quanto Severo d’Antiochia afferma a proposito di Cristo:” Senza una morte preliminare, come potrebbe aver luogo la risurrezione?” (.). Per essere partecipe della risurrezione di Cristo, Maria doveva condividerne anzitutto la morte. ( Giovanni Paolo II, la dormizione della Madre di Dio, L’osservatore Romano, ed. settimanale n.26, 27 giugno 1997, p.11, n. 2 e 3 ).

Questo coinvolgimento speciale di Maria nell’opera e nella vita del Figlio fa sì che Lei, per intervento prodigioso di Cristo che la resuscitò dalla morte, ci preceda nella resurrezione dei corpi : singolare partecipazione alla risurrezione di Gesù. ( cfr Giovanni Paolo II, ivi, n.2 ).

Maria, ricevendo Gesù nel suo seno, precede e anticipa la Chiesa, nello stesso modo la precede nella resurrezione dei corpi.

Maria è simbolo della Chiesa in terra perché per prima ha ricevuto Gesù nel suo corpo ed è simbolo della Chiesa in cielo perché per prima ha avuto quel corpo glorioso che anche noi avremo.

– Per noi che avanziamo con fatica in mezzo alle prove del tempo presente, la gloriosa Vergine risplende come stella del mattino che annuncia il giorno, come stella del mare che indica il porto ai naviganti:” Brilla quaggiù come segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio che è in cammino, fino a quando arriverà il giorno del Signore”- ( Cei, ibidem, n.790).

Maria, figlia di Adamo e nostra sorella, brilla come segno di sicura speranza e di consolazione per noi suoi fratelli che siamo in – esilio- e camminiamo in questa – valle di lacrime -: essendo stata assunta in cielo con l’anima e con il corpo annuncia anche per noi il giorno della risurrezione e, nello stesso tempo, – l’esperienza della morte ha arricchito la persona della Vergine: passando per la comune sorte degli uomini, Ella è in grado di esercitare con più efficacia la sua maternità spirituale verso coloro che giungono all’ora suprema della vita – ( Giovanni Paolo II, op. cit. n.4 ).

Che cosa significa Madre nell’ordine della grazia? Se nel mistero della comunione dei santi tutti i fedeli intercedono gli uni per gli altri e si aiutano gli uni con gli altri ( Ap 5,8; Ap 8,3; 2 Mac 15,12-14 ) , non sorprende che Maria faccia la stessa cosa con una efficacia singolare.

– Maria non si interpone come intermediaria tra noi e il Signore, quasi fosse più vicina e misericordiosa di Lui; piuttosto è un dono e un riflesso della sua bontà, un segno della sua vicinanza- ( Cei, ibidem, n.787 ).

Maria è la prima collaboratrice all’opera della salvezza. Il suo consenso apre al Signore la via per la sua venuta personale nel mondo e inaugura la pienezza dei tempi. Dopo questo decisivo evento, Maria non si ripiega su se stessa ma va a fare visita ad Elisabetta. La prima evangelizzata diventa la prima evangelizzatrice e intercede presso Gesù portandolo, mentre abitava nel suo ventre, dalla parente: infatti Gesù santifica sia Elisabetta che Giovanni il Battista, presente nel seno di Elisabetta ( Lc1,41; 1,44 ).

A Cana di Galilea, per intercessione di Maria, Gesù – dette inizio ai suoi miracoli -, – manifestò la sua gloria – e – i discepoli credettero in Lui – dando inizio a quella che sarà la Chiesa: l’intercessione di Maria si inserisce in un contesto salvifico, cristologico ed ecclesiologico ( Gv 2,3; 2,5; 2,9-10; 2,11).

– Gesù crocifisso vede in Maria la “donna “, figura della Chiesa, nuova Gerusalemme e nuova Eva; la costituisce madre spirituale di tutti gli uomini, particolarmente dei credenti, impersonati dal discepolo amato:”

Vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!” Poi disse al discepolo: ” Ecco la tua madre ” ( Gv 19,26-27 ). La maternità divina verso Cristo si dilata nella maternità universale. In virtù dello Spirito Santo, Maria diventa ” per noi madre nell’ordine della Grazia” ( Concilio Vaticano II, Lumen gentium n.61 ), per cooperare alla rigenerazione e alla formazione dei figli di Dio- ( Cei, ibidem, n.783 ).

Scrive Padre Livio, il direttore di Radio Maria:- Da soli non siamo capaci di seguire Gesù. Nel momento della prova, tutti gli apostoli fuggirono, eccetto Giovanni che rimase accanto a Maria e trasse da lei la forza di accompagnare il Maestro fino ai piedi della croce. Solo Maria è stata vicina a Gesù fino alla fine. Solo chi seguirà Maria vincerà la grande battaglia della fede-

( Padre Livio Fanzaga, Cristianesimo controcorrente, n.498, San Paolo 2001).

Maria è un dono del Signore, un segno della sua vicinanza, della sua misericordia, del suo amore, della sua continua e premurosa assistenza.

( Bruto Maria Bruti)

Per la Missione nelle nostre città (Giovanni Paolo II)

1248319929472_fMaria Santissima,
che dalla Pentecoste vegli con la Chiesa
nell’invocazione dello Spirito Santo,
resta con noi
al centro di questo nostro cenacolo.
A te, che veneriamo
come Madonna del Divino Amore,
affidiamo i frutti della Missione cittadina,
perché con la tua intercessione
la nostra Diocesi
dia al mondo testimonianza convinta
di Cristo nostro Salvatore.

Giovanni Paolo II

Quando muore un amico carissimo (Sant’Agostino di Ippona)

4. 7. In quegli anni, all’inizio del mio insegnamento nella città natale, mi ero fatto un amico, che la comunanza dei gusti mi rendeva assai caro. Mio coetaneo, nel fiore dell’adolescenza come me, con me era cresciuto da ragazzo, insieme eravamo andati a scuola e insieme avevamo giocato; però prima di allora non era stato un mio amico, sebbene neppure allora lo fosse, secondo la vera amicizia. Infatti non c’è vera amicizia, se non quando l’annodi tu fra le persone a te strette col vincolo dell’amore diffuso nei nostri cuori ad opera dello Spirito Santo che ci fu dato . Ma quanto era soave, maturata com’era al calore di gusti affini! Io lo avevo anche traviato dalla vera fede, sebbene, adolescente, non la professasse con schiettezza e convinzione, verso le funeste fandonie della superstizione che erano causa delle lacrime versate per me da mia madre. Con me ormai la mente del giovane errava, e il mio cuore non poteva fare a meno di lui. Quando eccoti arrivare alle spalle dei tuoi fuggiaschi, Dio delle vendette  e fonte insieme di misericordie, che ci rivolgi a te in modi straordinari; eccoti strapparlo a questa vi dopo un anno appena che mi era amico, a me dolce più di tutte dolcezze della mia vita di allora.

– 8. Chi può da solo enumerare tuoi vanti, che in sé solo ha conosciuto? . Che facesti tu allora, Dio mio? Imperscrutabile l’abisso delle tue decisioni . Tormentato dalle febbri egli giacque a lungo incosciente nel sudore della morte. Poiché si disperava di salvarlo, fu battezzato senza che ne avesse sentore. Io non mi preoccupai della cosa nella presunzione che il suo spirito avrebbe mantenuto le idee apprese da me, anziché accettare un’azione operata sul corpo di un incosciente. La realtà invece era ben diversa; Infatti migliorò e uscì di pericolo; e non appena potei parlargli e fu molto presto, non appena poté parlare anch’egli poiché no lo lasciavo mai, tanto eravamo legati l’uno all’altro, tentai di ridicolizzare ai suoi occhi, supponendo che avrebbe riso egli pure con me, il battesimo che aveva ricevuto mentre era del tutto assente col pensiero e i sensi, ma ormai sapeva di aver ricevuto. Egli invece mi guardò inorridito, come si guarda un nemico, e mi avvertì con straordinaria e subitanea franchezza che, se volevo esser suo amico, avrei dovuto smettere di tenergli simili discorsi.

Sbalordito e sconvolto, rinviai a più tardi tutte le mie reazioni, in attesa che prima si ristabilisse e acquistasse le forze convenienti per poter trattare con lui a mio modo. Sennonché fu strappato alla mia demenza per essere presso di te serbato alla mia consolazione. Pochi giorni dopo in mia assenza è assalito nuovamente dalle febbri e spira.

– 9. L’angoscia avviluppò di tenebre il mio cuore. Ogni oggetto su cui posavo lo sguardo era morte. Era per me un tormento la mia città, la casa paterna un’infelicità straordinaria. Tutte le cos che avevo avuto in comune con lui, la sua assenza aveva trasformate in uno strazio immane. I miei occhi lo cercavano dovunque senza incontrarlo, odiavo il mondo intero perché non lo possedeva e non poteva più dirmi: « Ecco, verrà », come durante le sue assenze da vivo. Io stesso ero divenuto per me un grosso problema.

Chiedevo alla mia anima perché fosse triste e perché mi conturbasse tanto, ma non sapeva darmi alcuna risposta; e se le diceva « Spera in Dio », a ragione non mi ubbidiva, poiché l’uomo carissimo che aveva perduto era più reale e buono del fantasma in cui era sollecitata a sperare .  Soltanto le lacrime mi erano dolci e presero il posto del mio amico tra i conforti del mio spirito.

5. 10. Ed ora, Signore, tutto ciò è ormai passato e il tempo ha lenito la mia ferita. Potrei ascoltare da te, che sei la verità, avvicinare alla tua bocca l’orecchio del mio cuore, per farmi dire come il pianto possa riuscire dolce agli infelici? o forse, sebbene ovunque presente, hai respinto lontano da te la nostra infelicità e, mentre tu sei stabile in te stesso, noi ci muoviamo in un seguito di prove? Eppure, se non potessimo piangere contro le tue orecchi non rimarrebbe nulla della nostra speranza. Come può essere dunque che dall’amarezza della vita si coglie un soave frutto di gemiti di pianto, di sospiri, di lamenti? La dolcezza nasce forse dalla speranza che tu li ascolti? Ciò accade giustamente nelle preghiere perché sono animate dal desiderio di giungere fino a te; ma anche nella sofferenza per una perdita, in un lutto come quello che allora mi opprimeva? Io non speravo né invocavo con le mie lacrime il ritorno dell’amico alla vita, ma soffrivo e piangevo soltanto. Io ero infelice e la mia felicità più non era. O forse il pianto è una realtà amara e ci diletta per il disgusto delle realtà un tempo godute ora aborrite?

6. 11. Ma perché parlo di queste cose? Non è tempo, questo di porti domande, bensì di farti le mie confessioni. Si, ero infelice e infelice è ogni animo avvinto d’amore alle cose mortali. So quando la loro perdita lo strazia, avverte l’infelicità, di cui però era preda anche prima della loro perdita. Così avveniva allora per me. Piangevo amarissimamente, e riposavo nell’ amarezza; mi sentivo infelicissimo, e avevo cara la stessa vita infelice più dell’amico  perduto. Avrei voluto mutarla, ma non avrei voluto perderla sua vece. Non so se avrei accettato di fare anche per lui come Ores e Pilade, i quali, secondo la tradizione, se non è un’invenzione, o avrebbero accettato uno per l’altro di morire almeno insieme, essendo per loro peggio della morte il vivere separati. In me e sorto un sentimento indefinibile decisamente contrario a questo, o la noia, gravissima, della vita, in me si associava al timore de morte. Quanto più lo amavo, io credo, tanto più odiavo e temevo morte, nemica crudelissima che me lo aveva tolto e si appresta a divorare in breve tempo, nella mia immaginazione, tutti gli uomini, se aveva potuto divorare quello. Tale certamente era il mio stato d’animo, me ne ricordo. Eccolo il mio cuore mio Dio, eccolo nel suo intimo.

Vedilo attraverso i miei ricordi, o speranza mia tu che mi purifichi dall’impurità di questi sentimenti, dirigendo i miei occhi verso di te e strappando dal laccio i miei piedi.  Mi stupivo che gli altri mortali vivessero, se egli, amato da come non avesse mai a morire, era morto; e più ancora, che vivessi se era morto colui, del quale ero un altro se stesso, stupivo. Bene fu definito da un tale il suo amico la metà dell’anima sua. Io sentii che la mia anima e la sua erano state un’ani’ sola in due corpi; perciò la vita mi faceva orrore, poiché non volevo vivere a mezzo, e perciò forse temevo di morire, per non far morire del tutto chi avevo molto amato.

7. 12. Oh follia, incapace di amare gli uomini quali uomini! stoltezza dell’uomo, insofferente della condizione umana! Tali ere i miei sentimenti di allora, e di li nascevano i miei furori, i miei sospiri, le mie lacrime, i miei turbamenti e l’irrequietudine e l’incertezza. Mi portavo dentro un’anima dilaniata e sanguinante, sofferente di essere portata da me; e io non trovavo dove deporla.  Non certo nei boschi ameni, nei giochi e nei canti, negli orti profumati, nei conviti sfarzosi, fra i piaceri dell’alcova e delle piume, sui libri infine e i poemi posava. Tutto per lei era orrore, persino la luce del giorno; e qualunque cosa non era ciò che lui era, era trista e odiosa, eccetto i gemiti e il pianto. Qui soltanto aveva po’ di riposo; ma appena di li la toglievo, la mia anima, mi opprimeva sotto un pesante fardello d’infelicità. Per guarirla avrei dovuto sollevarla verso di te, Signore, lo capivo, ma non volevo né valevo tanto, e ancora meno perché non eri per la mia mente un essere consistente e saldo, ossia non eri ciò che sei. Un vano fantasma, il mio errore erano il mio dio. Se tentavo di adagiarvi la mia anima per farla riposare, scivolava nel vuoto, ricadendo nuovamente su di me; e io ero rimasto per me stesso un luogo infelice, ove non potevo stare e donde non potevo allontanarmi. Dove poteva fuggire infatti il mio cuore via dal mio cuore, dove fuggire io da me stesso senza inseguirmi? Dalla mia patria però fuggii, perché i miei occhi meno cercavano l’amico dove non erano avvezzi a vederlo cosí dal castello di Tagaste mi trasferii a Cartagine.

sant’Agostino di Ippona

Dio e il problema del male

Una delle più comuni difficoltà contro l’esistenza di Dio, e in particolare contro la Sua Provvidenza, è l’esistenza del male nel mondo.
Come si concilia l’esistenza di Dio con l’esistenza del male? Ecco il problema.
Vi è chi lo risolve negando semplicemente l’esistenza di Dio: ma erroneamente, perché l’esistenza di Dio è evidentemente provata, e la difficoltà di conciliarla con l’esistenza del male non dà il diritto di metterla in dubbio.
Vi è anche chi ha supposto che, accanto a Dio, principio del Bene, esista un essere maligno principio del male, indipendente da Lui e a Lui contrario; la terra sarebbe il teatro della lotta fra questi due primi princìpi. Ma anche questa soluzione (di non pochi antichi: Manichei, ecc.) è allo stesso modo erronea, perché non si può dare un essere che non dipende da Dio, il quale è necessariamente unico principio e creatore di tutto.

Altri, allora, pur ammettendo l’esistenza di Dio, ne hanno negato la Provvidenza, affermando che Dio non si interessa del mondo, avendo abbandonata a se stessa l’opera delle sue mani. Soluzione erronea anche questa, perché contraria agli attributi divini, specie al Suo amore per le creature, amore che è l’unica ragione della creazione.
Per altra via si deve dunque trovare la conciliazione tra l’esistenza di Dio e il fatto del male nel mondo. Per facilitare la soluzione del problema giova distinguere il male fisico e il male morale.
Il male fisico è dovuto all’essenza finita delle cose di cui si compone l’universo ed al corso normale e ordinario delle leggi della natura. Non ripugna quindi a Dio, come non ripugna il dolore che al male fisico suole accompagnarsi; il rendere l’uomo, e in generale l’animale, sensibile agli agenti nocivi è spesso mezzo provvidenziale per la conservazione della vita nella natura; la morte stessa degli individui è necessaria per dare posto alle nuove generazioni.
La colpa, poi, cioè il male morale, è effetto della manchevole volontà dell’uomo: essa non è voluta da Dio, ma solo permessa, perché Dio vuole che liberamente lo rispettiamo e lo amiamo e non vuole fare violenza alla nostra volontà.

Ma, si osserva, Dio non potrebbe, con la Sua Provvidenza, impedire il male? E se lo può, perché non lo impedisce?
Sì, parlando in termini assoluti, lo potrebbe impedire e se, nonostante questo, lo permette, vuol dire che nella Sua infinita sapienza vede che è meglio permetterlo. Senza volere penetrare più in là di quel che alle nostre deboli forze è concesso (S. Paolo esclamava: O altezza della scienza di Dio: Come sono imperscrutabili i Tuoi giudizi!  Ep. ad Rom., 11, 33), abbiamo dalla ragione, e più ancora dalla fede, gli elementi per rispondere alla domanda.

L’immortalità dell’anima ci dona la certezza naturale (confermata dalla fede) di una vita futura ed eterna, alla quale la vita presente è ordinata e nella quale i desideri del nostro cuore saranno soddisfatti, a meno che la giustizia non esiga la pena del male da noi compiuto. Alla luce di questa verità, per cui la vita dell’uomo si inizia nel tempo ma si continua nell’eternità, deve essere risolto il problema del dolore, che acquista, nella Provvidenza divina, una mirabile finalità. Il dolore, innanzi tutto, distacca l’uomo dalle cose terrene e lo avvicina a quelle eterne; se, nonostante le frequenti infelicità della terra, così pochi pensano all’eternità, quanti sarebbero quelli che si ricorderebbero del loro ultimo fine, se nella vita non vi fossero che gioie? Inoltre, il dolore fa sì che l’uomo possa espiare: chi, nella vita, non ha mai trasgredito la legge del Signore? L’infinita misericordia di Dio è sempre disposta a perdonare, ma la Sua giustizia esige una riparazione, un compenso per l’ordine morale rovesciato, e il dolore ristabilisce quest’ordine purificando l’anima che si è ribellata a Dio. Infine il dolore santifica, perché attraverso la prova del dolore l’uomo si merita quella felicità eterna che Dio vuol donarci quale premio da conquistare col sacrificio e con la lotta, sostenuti dalla pace della coscienza e dalla gioia del cuore con cui Dio conforta il giusto nelle pene della vita.
Così la ragione, ed assai meglio la fede, mostrano nel dolore la paterna Provvidenza di Dio che “non turba mai la gioia dei Suoi figli se non per prepararne loro una più certa e più grande” (Manzoni).

Disabili: la definizione in 3 punti

disabiliRealismo

Disabilita’ e’ l’incapacita’ di eseguire le attivita’ che sono proprie del  livello di sviluppo raggiunto dalla persona. Puo’ essere una disabilita’  fisica o mentale, detta altresì “ritardo di apprendimento”. Esiste una  sempre maggiore consapevolezza delle difficoltà delle persone disabili,  tanto più che esistono sempre più strumenti per venir loro incontro e  sopperire a numerose carenze; al tempo stesso c’è una chiara censura sui  temi della disabilità sui massmedia: interessa milioni di persone ma non ha  quasi alcuno spazio sui media. La censura è legata alla difficoltà a  concepire come pienamente “nostri” coloro che hanno una chiara dipendenza  dagli altri, nella società postmoderna basata sul mito dell’autonomia e  dell’indipendenza. Questa censura si traduce anche nel cattivo trattamento  sanitario che il disabile, in particolare il disabile mentale riceve  addirittura nelle nazioni che si autoproclamano civilizzate, come riportato  recentemente dalla rivista Lancet.

La ragione

Quale cultura discrimina oggi il disabile? 

Nelle operazioni di ogni giorno  tutti abbiamo qualche tipo o qualche livello di disabilità. Il fatto è che  alcuni riescono a nasconderla e altri no. E siccome chi la nasconde bene non  vuole “mostrare la propria debolezza”, facilita un’opera di rimozione  sociale per la quale semplicemente la disabilità “non deve esistere”, perché  la disabilità dell’altro ci fa pensare alla nostra. E perché la visione  fenomenologica del disabile ci ricorda quanto questa società non dà a chi è  malato. Abbiamo chiamato quest’opera di rimozione col nome di “handifobia”,  che è una forma persecutoria verso il disabile e la sua famiglia, che  sentono il peso del giudizio negativo sulla stessa esistenza in vita della  persona malata che arriva a sembrare un paradosso nella società che proclama  la salute come un diritto e la perfezione come necessità per essere  accettati. D’altronde non è vera l’equazione disabilità = sofferenza, cioè  non è automatica, pur essendo purtroppo molto frequente; perché la  sofferenza del disabile dipende dall’ambiente più che dalla malattia; e  troppo spesso l’ambiente favorisce la sofferenza di chi è malato. Il  disabile ha diritto come gli altri alla salute, che tuttavia non gli /le è  preclusa per via della sua disabilità: il diritto alla salute, come gli  altri diritti umani, è un tratto intrinseco della persona, e il disabile può  essere sano, cioè soddisfatto (v. capitolo “salute”), ma serve un impegno  sociale reale e continuo.

Disabilità e salute: un binomio impossibile?

Siccome la salute non è pura assenza di malattia – molti disabili sentono di  avere paradossalmente una buona salute nonostante la loro malattia –  dobbiamo definire in maniera nuova la salute come livello di “soddisfazione”  della vita. Purtroppo, l’idea che il disabile abbia una vita che “non merita  di essere vissuta” si diffonde, e porta a flirtare con l’eugenetica, il cui  primo passo è presumere che chi non ha capacità di autonomia non debba  essere definito “persona” e quello successivo è quello sguardo sottilmente  ambiguo col quale guardiamo le persone malate come degli “estranei” o dei  “sopravvissuti” al vaglio della diagnosi prenatale genetica.

Il sentimento

Per dare un parere sulle cure o sui diritti dei disabili bisogna parlarne  con i disabili: è imprescindibile. Il disabile deve essere al centro del suo  trattamento e le associazioni dei disabli devono essere sempre interpellate  da chi è responsabile delle politiche sociali. Proprio perché il disabile ha  diritto alla salute, la cura del disabile malato va accresciuta e  organizzata meglio, soprattutto quando ci si trova di fronte a disabili che  non possono esprimersi. Serve un’alleanza forte tra famiglia, Stato, mondo  medico e persona disabile, per riconoscere segni e sintomi, e superare le  barriere e le discriminazioni handifobiche ancora presenti nella società.

Carlo Bellieni

 

Signore, io esisto da ieri (Simone il nuovo teologo)

soleSignore, io esisto da ieri e domani me ne andrò,
ma penso di vivere eternamente quaggiù.
Tu sei il mio Dio, lo proclamo davanti a tutti,
ma con le azioni ti rinnego ogni giorno.
Non ignoro che Tu sei il Creatore di tutto,
ma cerco d’avere tutto senza di Te.
Sei il Signore delle cose terrene e di quelle celesti,
e io, da solo, senza tremare, voglio tenerti testa.
Concedi a me, povero e misero,
di allontanare ogni perversità dal mio animo,
troppo spesso schiacciato e frantumato
dalla vana superbia e dall’orgoglio.
Donami l’umiltà, tendimi una mano soccorrevole,
purifica l’anima mia!
(Simeone il nuovo teologo)

Simeone (Galazia, 949 – Regione del Mar di Marmara, 1022) è venerato come santo dalla Chiesa cristiana ortodossa che gli ha attribuito, come a Giovanni evangelista e a Gregorio Nazianzeno, l’epiteto di “teologo”.