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Non e’ questione di pillole. Piu’ amore e conoscenza del proprio corpo

Il traguardo ultimo del mondo è la bellezza,  il punto d’orientazione dello spirito è la bellezza; ciò che provoca all’azione e la soddisfa è sempre questa misteriosa e indefinibile bellezza. Ciò che muove a cantare, ciò che ispira ogni poesia e ogni musica, e ogni impresa, è la bellezza. 

[David Maria Turoldo] 

La scelta dell’argomento di discussione è caduta su un tema caldo e centrale: “Amore & Vita. Questioni di cuore e di ragione. Tracce per un percorso formativo all’affettività e alla sessualità”. Destinatari privilegiati dell’iniziativa: i giovani.

Una visione della sessualità e dell’affettività – quella odierna – che spesso ha mortificato il significato relazionale e complementare della dualità uomo-donna, per indulgere all’individualismo, in cui il consumismo sessuale è diventato il modo ordinario di vivere. Sul piano educativo riteniamo sia infatti necessario riuscire a proporre una visione della sessualità che metta al centro il valore della relazione uomo-donna,della reciprocità e della complementarietà, il rispetto del corpo e il valore della vita umana fin dal concepimento.

L’ambito dei lavori del Gruppo , intitolato “Non è questione di pillole. Più amore e conoscenza del proprio corpo”, ha cercato – non senza difficoltà e con pluralità di vedute – di focalizzare l’attenzione sui cosiddetti “metodi naturali di regolazione della fertilità”, per promuovere, nel contempo, una visione della sessualità centrata sulla relazionalità e contestualmente sulla responsabilità condivisa della paternità e della maternità che non mortifichi la relazione di coppia né la dignità del corpo, soprattutto quello femminile, e sia contemporaneamente in grado di educare all’Amore e di aiutare nelle scelte legate alla procreazione.

L’antropologia di riferimento

Prima di addentrarci nell’approfondimento delle dinamiche di coppia che possono trarre beneficio e giovamento dalla conoscenza della fertilità, è utile ripercorrere brevemente i fondamenti antropologici che sostengono una scelta quale quella relativa all’uso dei metodi naturali di regolazione della fertilità. Fondamenti antropologici ai quali riteniamo di aderire, convinti che il porre al centro la persona in relazione costituisca un valore-cardine sul quale costruire il futuro. Per fare ciò è utile una premessa che inquadri la problematica della sessualità umana nel contesto culturale attuale. Il secolo che ha concluso il secondo millennio ha visto infatti il progressivo modificarsi della concezione relativa alla sessualità umana – una vera e propria “rivoluzione” – in cui la concezione positivista (riduzionismo biologico) e quella funzionalista (“produttività” anche generativa) hanno sostituito il legame sessualità-coniugalità-famiglia: il rifiuto di tale nesso “rompe il legame tra l’amore e la vita all’interno della famiglia e rende del tutto accidentale il fatto della procreazione”. Il legame sessualità-coniugalità-famiglia, che abbiamo appena richiamato, si pone a fondamento della antropologia alla quale invece vogliamo qui riferirci. È l’antropologia personalista che si fonda su valori precisi, ben definiti, che vedono al centro la persona (e non solo la vita), l’uomo e la donna (e non solo la generazione). È – questa – l’antropologia che personalmente abbiamo appreso attraverso la tradizione del Magistero della Chiesa, e di cui i recenti Pontefici (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) ci hanno lasciato pagine insuperate che continuano a nutrire il nostro impegno per la vita, per la dignità della persona, per la conoscenza dell’Amore. Tale antropologia ha il suo fondamento nel rapporto sesso-persona, che ricalca quello di corpo-persona. “L’essere sessuati è, dunque, per l’uomo e per la donna un dato originario, poiché l’esperienza personale non può non passare fin dalla sua origine – cioè la fecondazione – attraverso la mascolinità o la femminilità. L’essere sessuati assume, inoltre, nell’uomo e nella donna una peculiare in quanto si è maschio o femmina in una dimensione e ad un livello diversi che negli animali: la femminilità e la mascolinità della persona, proprio perché espressa nel e dal corpo, porta la densità e la vitalità di tutto l’essere, dello spirito anzitutto, ed è riflesso nella immagine di Dio. […] La sessualità umana non è, quindi, riconducibile ad una cosa o ad un oggetto, ma è conformazione strutturale della persona, una sua struttura significativa prima ancora che una sua funzione”. In quanto componente fondamentale della persona, tuttavia, la sessualità condiziona anche il modo in cui ci si manifesta e relaziona con gli altri: “se la persona è un ‘io’ aperto al ‘tu’, è un ‘essere in relazione’, la sessualità possiede un’essenziale dimensione relazionale. È il segno e il luogo dell’apertura, dell’incontro, del dialogo, della comunicazione e dell’unità tra delle persone tra di loro”.  Come appare lontana e distante questa visione della sessualità rispetto alla visione dominante nel mondo contemporaneo! Siamo consapevoli che il messaggio di una sessualità armonica, che si fonda sulla relazione e sulla reciprocità personale, non collima con il pensiero del mondo nel quale viviamo. Ed allora il rischio che si corre, in ambito educativo e formativo, è quello di proporre una sorta di “etica minima”, di risposte e proposte preconfezionate e tarate su una sorta di standard minimo, quando non addirittura su ciò che pensiamo che i giovani e le coppie vogliano sentirsi dire. Crediamo invece che, proprio per l’adesione a quell’antropologia che pone al centro la persona, e la persona in relazione, sia nostro compito promuovere rilanciare quella “legge della gradualità” che Giovanni Paolo II ci ha tante volte ricordato, dove il messaggio deve essere chiaro e altrettanto chiaro deve essere il percorso che porta alla meta, anche se saranno presenti ostacoli, difficoltà, e necessità di “attrezzarsi” lungo il cammino. La montagna è lassù, con la sua vetta che si erge nel cielo, ed il cammino che porta in cima è lungo, tortuoso, tutt’altro che facile: ma un passo dopo l’altro, con pazienza e costanza, si può arrivare alla meta.

I metodi naturali di regolazione della fertilità

I metodi naturali di regolazione della fertilità, con particolare riferimento al Metodo dell’Ovulazione proposto dai coniugi Billings a partire dagli anni ’60, riteniamo possano essere una via privilegiata per ogni ragazza, per ogni giovane donna e per ogni coppia per “ri-appropriarsi” della conoscenza del proprio corpo, nella convinzione che solo la conoscenza costituisce l’autentico fondamento delle scelte. “Questi metodi possono costituire anche per adolescenti e giovani un’opportunità di conoscere il proprio corpo, i complessi meccanismi che rendono possibile la fertilità e la generazione della vita umana. Ciò assume particolare rilevanza nel processo di maturazione e di strutturazione della personalità, contribuendo ad uno sviluppo armonico dell’identità sessuale e dell’acquisizione di un atteggiamento di responsabilità nei confronti della procreazione”1. E ancora: “La consapevolezza della fertilità ed infertilità della donna ha una particolare rilevanza socio-sanitaria, soprattutto al giorno d’oggi, in cui la medicina si trova sempre più sollecitata ad affrontare le problematiche connesse alla compromissione della capacità procreativa e a cercare soluzioni adeguate al problema. Svariati fattori di tipo sociale, ambientale, comportamentale e biologico contribuiscono, in varia misura, a determinare il preoccupante fenomeno del declino della fertilità. Da ciò emerge la necessità di interventi rivolti alla prevenzione e alla tutela della fertilità stessa, nonché alla ricerca di opzioni alternative alla sua manipolazione, sia per le coppie che desiderano evitare la gravidanza, sia per quelle che la ricercano”.

Siamo consci che questi metodi non sempre vengono presentati in maniera “appetibile” ed immediatamente fruibile, ed invece la loro proposta richiede competenza, disponibilità al confronto, atteggiamento di accoglienza, per consentire a coloro che vi si avvicinano una paziente costruzione della conoscenza e della consapevolezza. Non solo. Spesso, troppo spesso, la proposta dei metodi naturali è stata identificata come una proposta “cattolica”: e ciò indubbiamente non ha contribuito alla sua agevole divulgazione. In realtà “È bene puntualizzare che i metodi naturali non sono un dono semplicemente per i credenti, e anche se forse solo la Chiesa ha investito molto in questa direzione e promosso e sollecitato la ricerca scientifica sui metodi naturali, è senz’altro vero che essi non sono un prodotto della Chiesa, né una sua invenzione. I metodi naturali, infatti, poggiano originariamente e originalmente sulla struttura stessa dell’essere umano, sulla sua differenza di maschile e femminile, e sulla dinamica naturalmente inscritta nell’unica verità della sessualità coniugale possibile, quella tra uomo e donna, in ogni suo atto. In questo senso Humanae Vitae non fa che riconoscere quello che da sempre appartiene all’essere umano, ad ogni essere umano e alla coppia, il che significa che la proposta dei metodi naturali è per tutti e a disposizione di tutti, in altre parole e con un linguaggio moderno è laica e aconfessionale. In tale direzione il rifiuto della contraccezione non è banalmente un divieto incomprensibile e disumano, ma la logica conseguenza del grande ‘sì’ detto alla pienezza e bellezza dell’amore. Il metodo naturale altro non è che l’apprendimento dell’alfabeto in cui è scritta la fisiologia della sessualità umana”. Tale conoscenza da sempre si estrinseca attraverso una figura-chiave, centrale nell’apprendimento dei metodi naturali, l’insegnante. È una figura altamente professionalizzata, che unisce alla conoscenza degli aspetti scientifici del metodo che propone, anche quella relativa agli aspetti antropologici, sessuologici, pedagogici e didattici; è una persona che svolge questa attività con spirito di servizio, in grado di instaurare una relazione proficua con la donna e la coppia, di suscitare e potenziare le motivazioni all’uso dei metodi naturali, di osservare il segreto circa il contenuto delle comunicazioni e delle confidenze raccolte durante l’insegnamento. L’insegnante segue la coppia come una compagna di viaggio, in tutte le situazioni clinicamente rilevanti della vita fertile della donna. Nel caso del metodo Billings, poi, la figura dell’insegnante è sempre una figura femminile, nella consapevolezza della necessità di poter insegnare qualcosa di cui si fa contemporaneamente esperienza diretta.La costruzione della conoscenza e della consapevolezza fa parte di quel processo di educazione nel quale – come adulti – ci sentiamo fortemente impegnati, ora più che mai.

“Educare significa agire sulla persona che accoglie, sulla sua libertà e responsabilità, sulla sua intelligenza e volontà […] in una parola, sull’atteggiamento, sul ‘prima’. È necessaria una ‘pedagogia’ che non solo porti a riconoscere i valori, ma che incida sui comportamenti: ‘l’opera educativa, che aiuta l’uomo ad essere sempre più uomo, lo introduce sempre più profondamente nella verità, lo indirizza verso un crescente rispetto della vita, lo forma alle giuste relazioni tra le persone’. […] In questa prospettiva, l’elemento pedagogico da riscoprire, in varie fasi della vita, è lo speciale legame persona-fecondità. […] Il processo educativo che porta alla comprensione del legame persona-fecondità è aiutato, in questa fase, dalla scoperta del corpo. Esso, in quanto sessuato, incarna in sé il processo che porta all’origine della Vita, tanto importante da essere considerato come l’elemento che definisce, quantomeno sul piano biologico, la sopraggiunta maturità sessuale. Tutto, nella fisiologia del cosiddetto apparato riproduttivo, porta i segni di quel disegno di fecondità che è strettamente incarnato nella persona. Si tratta di accogliere il legame sessualità-fecondità; e il punto di partenza è la conoscenza di sé e il rispetto del corpo e della sessualità come ‘luogo’ nel quale il valore della vita è intimamente legato al valore dell’amore; sono queste quelle ‘radici’ dalle quali il rispetto per la vita germoglia”.

Metodi naturali e relazione di coppia

Qualcuno ritiene che la proposta dei metodi naturali di regolazione della fertilità, poiché prevede una “regolarità” della vita di coppia, sia oggi una proposta anacronistica, fuori dal tempo, e addirittura irresponsabile. Infatti, secondo costoro, si dovrebbe suggerire una modalità di approccio alla vita sessuale che possa ridurre al minimo il rischio del concepimento – se non addirittura evitarlo – partendo dal presupposto che la promiscuità sessuale e l’esercizio della sessualità genitale fanno ormai parte di un costume diffuso e dominante. Di modo che la possibilità di vivere una fruttuosa vita di coppia sarebbe improponibile nel contesto culturale e sociale odierno. Certo, nessuno pensa che tale situazione possa essere agevolmente raggiunta: e chi vive la vita di coppia lo sa molto bene quanto sia impegnativo! Ma che non sia possibile presentarla come meta e traguardo cui tendere, ci sembra veramente un deprezzamento della fatica di tanti che camminano in tale direzione, e contemporaneamente della bellezza dell’Amore vissuto come relazione intensa e profonda. Il secolo che ha concluso il Secondo millennio è stato caratterizzato da una deriva sociale e culturale in cui sono emerse e, per così dire, sono state “normalizzate” alcune realtà che dovremmo invece definire inquietanti: pensiamo alla piaga dell’aborto, alle tecnologie sempre più esasperate applicate alla riproduzione umana, all’indifferentismo sessuale, del quale proprio in questo inizio di Terzo millennio scopriamo le esasperazioni più estremizzate. Non è questa la sede per analizzare compiutamente le cause di tale deriva socio-culturale, ma certo esse si incrociano con il processo di secolarizzazione che ha attraversato impetuoso il Novecento appena concluso, il cui retaggio di ideologie – non ultima l’ideologia del gender – ci siamo portati nel nuovo millennio. Qui ci basta rilevare come almeno una parte della responsabilità della presenza di realtà così inquietanti nel nostro tempo è legata proprio ad una visione del corpo e della sessualità che ne esalta gli aspetti edonistici senza prendere in considerazione alcuna idea di progettualità condivisa né alcuna prospettiva di responsabilità.

Nell’ambito della vita di coppia, la proposta dei metodi naturali consente alla coppia, agli sposi, di far crescere il dialogo e la comunicazione reciproca, di vivere l’intimità con naturalezza e spontaneità, di rispettare reciprocamente le differenze e di esaltare la complementarietà, di condividere la forza ed il dono della sessualità. La donna, poi, acquista maggior fiducia in se stessa, rafforza la stima di sé e nei confronti del coniuge che la rispetta nei suoi tempi e nella sua ciclicità. L’uomo, infine, condivide in maniera totale la responsabilità di un concepimento scelto in maniera “coniugale”, o la scelta di rinviare l’occasione della trasmissione della vita. Va ricordato, inoltre, che la scelta dei metodi naturali ha una duplice applicabilità: nella ricerca della gravidanza o nella possibilità di rinviarla. Tali metodi infatti, “proprio attraverso il rigore scientifico di primissimo livello che oggi hanno potuto raggiungere, se da una parte permettono il rinvio e la distanziazione delle gravidanze, favoriscono altresì la ricerca della gravidanza, mostrando ancora una volta – insieme alla loro altissima efficacia tecnico-scientifica– di essere a disposizione della dilatazione della generosità delle coppie, e concretamente di un amore che è aperto all’accoglienza del figlio, quale frutto dell’amore”. I metodi naturali possono essere proposti dunque non solo alle coppie ma anche alle singole donne, alle giovani e alle ragazze, che nell’approfondimento della conoscenza della propria corporeità conquistano uno spazio di dignità e di emancipazione incommensurabile. Oggi lo sviluppo puberale ed adolescenziale è quanto mai complesso e problematico, spesso per mancanza di modelli affettivi di riferimento credibili e le ragazze manifestano i disagi psicologici e relazionali con somatizzazioni organiche. Inoltre il difficile raggiungimento dello sviluppo ormonale del ciclo ovarico permette di evidenziare patologie ovariche disfuzionali legate alla crescita. In tutte queste situazioni la conoscenza della propria fertilità, segnatamente attraverso il Metodo dell’Ovulazione Billings, permette alla ragazza e alla giovane donna la acquisizione di elementi utili da un punto di vista diagnostico e terapeutico, e contemporaneamente contribuisce a rasserenarla circa l’evoluzione di ciò che viene percepito come disturbo e/o alterazione. Per questi motivi riteniamo che la proposta che abbiamo qui sopra sintetizzata possa essere di grande aiuto alle donne e alle coppie, nella certezza che solo attraverso la conoscenza di sé e dell’altro potrà finalmente ritenersi compiuto il processo di maturazione e di “liberazione” dell’universo femminile, inseguito fino ad oggi come miraggio individualistico ed invece vero e proprio strumento di emancipazione sociale ed umana. I giovani e gli educatori che abbiamo incontrato durante il Convegno cui abbiamo fatto cenno all’inizio di questo nostro contributo, nell’ambito dei lavori del Gruppo, hanno manifestato sincero interesse per la proposta che abbiamo formulato e, pur dovendosi distinguere le diverse posizioni e le diverse opinioni sulla questione, hanno chiesto di poter approfondire ulteriormente le informazioni e le proposte che abbiamo presentato, comprendendo il valore delle prospettiva educativa che c’è dietro la conoscenza dei metodi naturali di regolazione della fertilità. Siamo consapevoli che la prospettiva che qui abbiamo voluto riproporre non sia sempre condivisa, anzi i venti contrari soffiano con insistenza e con tenacia, e ci faranno faticare non poco: ma ci sentiamo anche confortati dall’invito – contenuto in una poesia-meditazione di San Giovanni Paolo II – che sentiamo davvero nostro: “Se vuoi trovare la sorgente, devi proseguire in su, controcorrente”.

di Emanuela Lulli* e Paolo Marchionni **

*Ginecologo, Medico di Medicina Generale, Pesaro; consigliere, segretario nazionale Associazione Scienza & Vita.
** Dirigente medico legale, ASUR Marche, Area Vasta n. 1 – Pesaro; consigliere nazionale Associazione Scienza & Vita.

Il caso particolare delle donne curde in Turchia

Nursel Kilic , attivista curda affronta in questo articolo il tema di una piaga che purtroppo esiste ancora oggi, una piaga che colpisce da decenni una delle realtà più sensibili della società: le ragazze e le bambine.

Queste bambine che non possono vivere la loro infanzia normalmente, che non possono esprimersi liberamente con i famigliari e i parenti più stretti. Sono obbligate a crescere prima del tempo, a dare la vita a un altro bambino quando loro stesse sono ancora bambine e incapaci di assumersi tale impegno in totale indipendenza. Vorrei qui rendere omaggio alle centinaia di ragazze vittime innocenti dei “costumi” dei clan che ordinano la loro esecuzione qualora si rifiutino di obbedire alle leggi ataviche che le forzano a sposarsi con degli uomini che sono almeno trenta anni più vecchi di loro.

Qualche dato

Eccovi qualche dato a livello internazionale che permette di tracciare un grafico molto approssimativo e riduttivo dei matrimoni forzati: queste statistiche sono state pubblicate dall’UNICEF, il Consiglio dei diritti Umani dell’ONU e ABC notizie. Nel 2012, nel 55% dei casi di matrimoni combinati, le donne non hanno incontrato il marito fino alla notte stessa del matrimonio. In Asia del Sud: il 48% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 18 anni. In Bangladesh: il 27,3% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 15 anni. In Africa: il 42% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 18 anni. In Niger: il 26% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 15 anni. In Kirghizstan: il 21,2% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 18 anni. In Kazakhstan: il 14,4% delle giovani è stata obbligata a sposarsi prima dei 18 anni. Le ragazze in paesi come L’india o l’Afganistan, sono costrette a portare una cintura di castità per salvaguardare la loro verginità per un uomo di cui loro saranno l’ennesima sposa. Il matrimonio forzato è un’incitazione al suicidio, sempre più diffuso tra le numerose giovani donne, in particolare nei paesi del Medio Oriente. A Batman per esempio, una città curda del Kurdistan Turco, centinaia se non migliaia di donne ogni anno mettono fine alla loro vita in seguito alle violenze a cui sono sottoposte quotidianamente. Queste giovani che di solito sono analfabete o che, alla meglio hanno avuto la possibilità di finire la scuola elementare, hanno come prospettiva il “destino”, lo stesso destino condiviso dalla loro madre prima di loro. Mentre sognano l’emancipazione, si ritrovano d’un tratto di fronte a un uomo che non hanno mai visto, o di fronte a un cugino al quale sono state destinate dalla nascita. C’è anche il caso delle donne Iraniane che per la stessa ragione si immolano per quella che è la sola via di libertà da una vita di continua prigionia. Vorrei in questo momento condividere con voi gli ultimi dati riguardanti la situazione delle donne e dei matrimoni forzati in Turchia. Secondo le statistiche del 2012 del Ministero degli Interni, in questi ultimi tre anni 134.629 minorenni sono stati/e vittime di matrimonio forzato di cui 5.763 ragazzi e 128.866 ragazze. Si può dunque constatare che il 96% dei casi di questi matrimoni forzati riguarda le ragazze. Nel 2006, le Nazioni Unite hanno definito il matrimonio forzato come una forma di schiavitù moderna, e dal 2002 l’Unione Europea ha emesso più di 11 direttive su questo tema. Questa pratica dei matrimoni forzati è ad oggi ancora tollerata  in Turchia, nonostante la ratificazione di diverse  convenzioni delle Nazioni Unite in particolare sui diritti delle donne e dei/delle bambini/e e l’adozione di una legge che stabilisce a 17 anni l’età legale per sposarsi per le donne.

Il matrimonio forzato deve essere sistematicamente riconosciuto come un crimine contro  le donne. Tale atto deve essere punito penalmente per garantire una protezione efficace per le donne completamente indifese che hanno perso il loro diritto di disporre del proprio corpo e di scegliere il proprio destino,

La situazione delle ragazze curde in Turchia e in Kurdistan

Dopo il Congo, l’Uganda, il Niger, l’Iran e l’Afghanistan viene la Turchia sulla lista dei paesi dove i/le bambini/e sono spinti/e a sposarsi prima della maggiore età. Secondo una ricerca delle Nazioni Unite la Turchia è in settima posizione. Queste pratiche sono figlie di una mentalità arcaica e di un sistema basato sulla dominazione maschile, che oggi chiamiamo neoliberalismo. Questo sistema costringe le donne, qualunque sia la loro origine, strumentalizzandone i costumi, le religioni e le tradizioni, a sottomettersi a delle leggi non scritte imposte spesso dai membri della loro stessa famiglia, il caso più tragico è quello per cui la madre stessa decide della sorte della propria figlia. Il neoliberalismo è un sistema che si basa sull’illusione e su dei surrogati di valori svuotati del loro senso come la libertà, l’uguaglianza, e la democrazia. In questo caso, l’illusione guida le ragazze in una storia che le elude. Tutto ciò pone un serio problema educativo. Per sviluppare una formazione pubblica verso tutta la società noi, le donne curde, ci appelliamo alla storia, soprattutto quella delle donne che hanno subito la prima discriminazione umana, con dei sistemi regressivi in cui le donne sono inferiori agli uomini, questi sistemi statali a volte arcaici e fondamentalisti. Abbiamo scelto di analizzare questa storia per trovare delle vie d’uscita e degli strumenti per l’emancipazione delle donne, delle ragazze e delle bambine. Abbiamo poi avviato campagne d’informazione all’interno della comunità curda in Europa e in tutto il mondo, per condurre una riflessione sul sistema attuale. “La donna è la vita, non uccidere la vita” questo è stato il tema della campagna del 2007 che ha avuto un eco importante nella società curda. La seconda campagna che ne è seguita, nel 2008, aveva come slogan “il nostro onore e la nostra libertà” ed era volta a sensibilizzare la popolazione curda sulla piaga dei crimini d’onore. Considerando che le donne curde sono soggette a una doppia discriminazione dovuta alla loro identità e al loro genere, il movimento delle donne curde cominciò l’8 marzo 2010 una nuova campagna volta a rendere le donne consapevoli della necessità di mobilitarsi per difendere il proprio corpo e la propria identità. E arriviamo, infine, all’8 marzo 2011, quando è cominciata una campagna più ampia e rilevante contro una realtà ancora sconosciuta alle autorità e alle leggi internazionali: il Femminicidio.

Riassumendo gli obiettivi delle campagne: in primo luogo sensibilizzare le donne e creare una presa di coscienza in loro che faccia riscoprire la storia, favorire in seguito la creazione di assemblee e associazioni di donne, la costruzione di piattaforme comuni dove le donne possano ritrovarsi per scambiarsi le loro esperienze di vita, e trovare insieme dei modi per lottare contro la repressione e le violenze di cui sono vittime che siano dello stato, domestiche o morali. E tutto ciò in collaborazione con le organizzazioni locali. Gli obiettivi socio politici di queste campagne vogliono a aumentare la capacità di lotta delle donne e della società in generale per far fronte alle istituzioni, alle autorità e altre forme di violenza opprimente. Queste campagne sostengono l’organizzazione di movimenti di protesta e d’azione contro tutte le politiche e le pratiche che non rispettano l’identità e il libero arbitrio delle donne come il matrimonio forzato, la tratta delle donne, la guerra, le occupazioni e le politiche di integrazione. Si interrogano sui comportamenti, i pensieri e i tipi di relazione sociale delle donne e degli uomini in un sistema dominato dall’uomo.  Le strategie di lotta a livello giuridico hanno come obiettivo di decifrare le discriminazioni, le ineguaglianze, e le ingiustizie inserite in dei sistemi giuridici pubblici internazionali. Mirano anche a far pressione sull’opinione pubblica per ottenere i cambiamenti desiderati. Ad oggi, nessuna legge, nessun tribunale ha messo fine alle pratiche come il femminicidio, gli stupri, i suicidi, la violenza contro le donne. Gli uomini, i poliziotti, i soldati, i funzionari, gli imprenditori, i mariti, i padri continuano a usare violenza e le donne sono ancora e sempre tristemente considerate come presunte colpevoli. Nel caso dei matrimoni forzati è importante sensibilizzare in primo luogo le famiglie, conducendo operativamente una campagna di educazione popolare non sessista, con degli argomenti basati sulla fiducia. Fin da quando sono piccole le ragazze e i ragazzi devono essere educati/e su delle basi egualitarie e non discriminatorie nei confronti del genere femminile. Le donne curde hanno esperienza nei movimenti popolari femministi, le associazioni di difesa dei diritti delle donne. Sono presenti nel potere locale e lavorano alla creazione di “case della vita”, una denominazione che preferiscono alle case rifugio, considerando che le donne non hanno bisogno di rifugiarsi ma di recuperare un vita persa per dei vincoli ai quali loro sono state costrette senza il loro consenso. In Turchia esistono attualmente 9 case della vita. Per quanto riguarda le donne curde della Siria, del Kurdistan occidentale (ROJAVA), si organizzano e oggi, quartiere per quartiere, creano delle associazioni educative e sociali per garantire in questo paese in cui la guerra dura da almeno 3 anni, lo sviluppo e la sicurezza dei bambini e delle bambine. Queste donne, essendo curde subiscono oppressione sia dalle forze del regime Bachar el Assad, sia dai Jihadisti. Sono intrappolate in un vicolo cieco spinte alcune volte a sposarsi per forza in nome di Allah e altre a compiere, per disperazione il suicidio. Le donne curde di Rojava si sono mobilitate con le donne arabe, Turkmene, Assire e Alawite per aprire a delle soluzioni sociali e politiche collettive per l’emancipazione delle donne. Queste donne sono la forza motrice della rivoluzione e le architette di un sistema democratico purificato di tutti gli approcci patriarcali. Noi, i movimenti di femministe popolari abbiamo il dovere di essere la voce di quelle donne intrappolate nel circolo vizioso del silenzio e dell’ignoranza! Impegniamoci sul campo, sapendo che noi non saremo libere senza la liberazione delle donne del mondo intero.

Trama di Terre – Convegno conclusivo del progetto “Contrasto ai matrimoni forzati in Provincia di Bologna: agire sul locale
con prospettiva internazionale”, Bologna, 28 febbraio 2014-  NURSEL KILIC

La meraviglia della procreazione umana

Cuore e Ragione.

Raramente troviamo situazioni in cui questi due elementi possano coesistere e, anzi, evocarsi l’un l’altro con tanta immediatezza. Ogni gravidanza si propone come mistero: i suoi eventi biologici si ripetono invariati da millenni, ma tutto, ogni volta, diventa irripetibile: nasce un figlio, unico e irripetibile, un presente che unisce passato e futuro. Veniamo, infatti, da lontano e andiamo lontano attraverso i nostri figli. A ben vedere la meraviglia dovrebbe prenderci anche solo fermandoci a pensare al funzionamento mirabile di tutto il nostro organismo, ai sofisticati e spesso ancora misteriosi meccanismi che operano in noi e sostengono la nostra esistenza, ma l’apparire di una nuova vita ci riempie sempre di stupore e di incanto: dalla fusione dei due gameti origina un figlio nuovo nei cui geni è già tutto iscritto, sin dall’inizio. Mi è stato chiesto di illustrare la meraviglia della procreazione a partire dai suoi aspetti biologici nascosti, quelli che precedono, consentono e preparano l’evento della nascita. Ho introdotto la conversazione con una frase di Chesterton, dal San Francesco d’Assisi (1923):L’uomo vede meglio le cose quando ne indaga accuratamente l’origine, che è la parte più importante di esse. Quando ne conosce la spiegazione, esse appaiono più belle”. È una frase che esprime una grande e semplice verità e che evidenzia la straordinaria importanza del conoscere. Nel caso della procreazione essa appare ancora più vera. È il radicarsi in ciascuno della sua conoscenza profonda che consente di vivere e sperimentare la procreazione, nella sua bellezza e perfezione, come costituente inalienabile del proprio essere e di apprezzarla come patrimonio prezioso da custodire e proteggere, sia in se stessi, sia negli altri. Non è possibile trascrivere in poche pagine il testo della relazione, posso solo descriverlo e darne ragione: ho spiegato l’anatomia e la fisiologia degli apparati riproduttivi, focalizzando poi l’attenzione sul ciclo mestruale e sull’ovulazione, e quindi sul concepimento e sull’impianto in utero. Per facilitare la comprensione mi sono servito di immagini. Rimando, per contenuti e immagini, al mio libro “Da Vita a Vita. Viaggio alla scoperta della riproduzione umana1.” Ho riproposto l’intervento che generalmente rivolgo ai giovani e alle coppie. Manca nella popolazione la conoscenza della fisiologia riproduttiva. Tutte le rilevazioni statistiche che hanno indagato il problema evidenziano che soprattutto i giovani sono privi delle informazioni di base relative ai fenomeni del ciclo mestruale: meno del venti per cento delle ragazze attorno ai vent’anni è consapevole della propria fertilità e della possibilità di individuare i giorni fertili del ciclo e, con essi, anche il giorno della liberazione dell’uovo. Questa percentuale tende a salire nelle decadi successive ma giunge a stento al quaranta per cento. Fra i maschi l’informazione è addirittura inesistente.

Manca, nella popolazione, l’educazione alla Bellezza. Torno alla frase di Chesterton e preciso il mio scopo: accompagnare i ragazzi alla scoperta della riproduzione, a indagarne accuratamente la fisiologia a partire dalle premesse e a conoscere quanto più approfonditamente possibile la meraviglia della vita umana sin dalla sua origine. Dell’una conosceranno e apprezzeranno la perfezione, dell’altra la meraviglia e la sacralità. So di richiedere un impegno intellettuale serio ai miei interlocutori, ma ritengo che diversamente non li rispetterei fino in fondo e, soprattutto, non permetterei loro di appropriarsi di questa conoscenza in modo definitivo.

Sono disponibili da sempre, nel nostro ambiente, opuscoli divulgativi che riportano le immagini dei primi periodi della nostra esistenza. Sono certamente suggestivi e anche affascinano, ma non possiamo confondere una suggestione, per quanto incantevole, con la informazione, che è dovuta e che ognuno avrebbe il diritto di ricevere e, insieme, il dovere di procurarsi. Quella informazione che, introitata, diventa per ognuno momento di formazione che radica e fonda le certezze interiori, fino a farsi elemento costitutivo della consapevolezza. È importante che ogni donna sia consapevole di quel che accade ogni mese nel suo organismo e la rende capace di donare la vita. Ed è importante che anche ogni uomo conosca la propria fisiologia riproduttiva, ma soprattutto che anch’egli sia consapevole della straordinarietà degli eventi che si susseguono nel corpo della donna e rendono possibile sia il concepimento di un figlio, sia quanto deve seguirne perché il figlio possa poi svilupparsi e crescere fino al momento in cui nascerà. Ognuno dovrebbe poter conoscere e apprezzare l’assoluta preziosità del corpo della donna, di quel corpo che oggi è abusato nella comunicazione quotidiana – specie in quella a carattere commerciale e pubblicitario – e ostentato e banalizzato proprio nelle sue componenti più intime, quelle essenzialmente coinvolte nella relazione sessuale e attraverso le quali si compiono gli eventi della procreazione. La consapevolezza di questa preziosità potrebbe, peraltro, già di per sé costituire un iniziale antidoto anche contro ogni forma di strumentalizzazione e violenza sessuale. Ma torniamo alla fisiologia. Ogni donna, auspicabilmente, dovrebbe sapere che cosa sono le sue ovaie: le strutture che contengono e conservano le sue uova – ognuna all’interno del proprio specifico contenitore: il follicolo – in un numero finito che progressivamente decresce, secondo una organizzazione perfettamente determinata già ventidue settimane prima della nascita. Dalla pubertà fino al momento della menopausa, momento in cui il patrimonio di uova sarà esaurito, ogni mese si ripetono una serie di eventi che complessivamente vanno sotto il nome di ciclo mestruale. All’inizio di ogni ciclo nell’ovaio si attivano dieci-venti follicoli, ognuno con l’obiettivo di portare a maturazione e liberare il proprio uovo. Soltanto un follicolo, però, potrà evolvere fino a completa maturazione e sarà il dominante in quel ciclo mestruale. Nel maturare il follicolo dominante produrrà gli ormoni sessuali femminili, gli estrogeni, che ricostruiranno il rivestimento interno dell’utero, l’endometrio, che era stato eliminato con la mestruazione alla fine del ciclo precedente. Normalmente quando si parla di ciclo mestruale, se ne associa l’idea alla mestruazione, che è il suo evento iniziale e conclusivo e forse fra tutti è il più banale. Rischiano di sfuggire tutti gli altri eventi e soprattutto lo straordinario significato biologico ed esistenziale che alcuni di essi assumono per ognuno di noi.

La selezione del follicolo dominante

Pensiamo soltanto a ciò che accade quando viene selezionato il follicolo dominante e quale significato abbia questa selezione: in quel momento viene scelto l’uovo che sarà reso disponibile per il concepimento; proprio quell’uovo fra tutti: quello che contiene quei singoli geni specifici che la madre trasmetterà al proprio figlio, geni selezionati fra tutti quelli che essa stessa aveva ricevuto dai propri genitori e, tramite loro, dai propri avi e che in quel singolo uovo vengono mescolati in una combinazione unica e non ripetibile. Se in quel ciclo di tanti anni fa durante il quale siamo stati concepiti, anziché il follicolo che conteneva l’uovo dalla cui fecondazione ciascuno di noi ha preso origine – con quella caratteristica, unica e originale combinazione di geni – ne fosse stato selezionato un altro contenente un altro uovo, noi non esisteremmo e ci sarebbe un nostro fratello. Questa è una considerazione che vale per tutti gli esseri umani, del passato, del presente e del futuro.

La sincronia fra ovulazione, muco e desiderio sessuale

Pensiamo ancora alla meraviglia che ci sorprende quando veniamo a sapere che nelle fasi che precedono la liberazione dell’uovo il follicolo dominante, all’apice del suo sviluppo, produrrà una elevatissima quantità di estrogeni i quali, da un lato indurranno il cervello a comandare la liberazione dell’uovo, e dall’altro modificheranno il muco – che generalmente occlude l’ingresso all’utero – rendendolo estremamente fluido e permeabile agli spermatozoi, in modo che essi possano entrare per fecondarlo. E che l’ovaio, proprio nei giorni pre-ovulatori, aumenta la produzione anche di ormoni maschili che rendono la donna più disponibile all’unione sessuale. È difficile immaginare una coordinazione più perfetta negli eventi finalizzati alla procreazione. Esserne affascinati è inevitabile e sorge anche il desiderio di progredire verso una conoscenza sempre più dettagliata e ampia. Stiamo parlando di fenomeni biologici, è vero, e li stiamo esaminando in termini scientifici e razionali, ma ci rendiamo conto di quante emozioni essi suscitino. Sono gli eventi che ci hanno chiamato a esistere e attraverso i quali trasmettiamo la vita ai figli. Ne percepiamo l’infinita grandezza e insieme ne intuiamo anche il profondo mistero. Proseguiamo, seguendo i tempi del ciclo mestruale. Dopo l’ovulazione, l’uovo rimane fecondabile per un tempo breve, circa 24 ore. A raggiungerlo saranno spermatozoi che erano in attesa, quiescenti, adesi alle pareti delle tube. Sappiamo già che erano entrati nei giorni immediatamente precedenti, proprio grazie alle modificazioni del muco. A richiamare gli spermatozoi e a riattivare il loro cammino saranno proprio le cellule che circondano e proteggono l’uovo anche dopo l’ovulazione.

La preparazione dell’endometrio e l’annidamento

Nel frattempo il follicolo che ha liberato l’uovo si trasforma in una struttura nuova, il corpo luteo, il quale, oltre agli estrogeni, produrrà anche il progesterone, l’ormone pro-gestazione, come dice il suo stesso nome. Sappiamo che, alla fine del ciclo mestruale precedente, l’endometrio era stato eliminato con la mestruazione e che gli estrogeni del nuovo ciclo l’avevano ricostruito. Ora il progesterone lo trasforma in terreno fertile in cui il concepito si possa annidare: lo arricchisce di ogni sostanza e nutriente di cui egli possa necessitare nei primi giorni del suo sviluppo. Il progesterone, inoltre, arricchisce e sviluppa in modo incredibile la vascolarizzazione di questo terreno fertile endometriale: è in questi vasi materni che il figlio pescherà con le sue radici, i villi coriali, la futura placenta, una volta completato l’annidamento. Se non ci sarà l’annidamento, il corpo luteo smetterà di funzionare (autonomamente ha una durata di circa due settimane), verrà meno la produzione degli ormoni ovarici e l’endometrio, che dipende totalmente dagli estrogeni, degenererà e sarà espulso con la mestruazione. Inizierà un nuovo ciclo mestruale con le sequenze di eventi che abbiamo appena descritto. Ma se avviene il concepimento cambia veramente tutto. È il figlio stesso, una volta annidato nell’utero, a prendere sotto il proprio controllo le funzioni del corpo luteo e a stimolarlo perché possa continuare a funzionare e a produrre quegli ormoni che mantengono nell’endometrio la enorme ricchezza di sostanze e princìpi nutritivi di cui egli ha bisogno per continuare a crescere. Non ci sarà la mestruazione, ma l’endometrio continuerà a svilupparsi e l’utero diventerà sempre più grande per poter ospitare e nutrire questo figlio. È proprio il figlio, in piena sintonia e collaborazione con l’organismo della madre, a governare i fenomeni della gravidanza: insieme, madre e figlio faranno in modo che il figlio trovi uno spazio accogliente, ma in modo ordinato e rispettoso, controllato, senza invadere.

Il concepimento, l’inizio della vita

Ma è altrettanto prodigioso quel che avviene proprio all’inizio della vita, nel momento stesso del concepimento: la prima cellula, ancor prima che si compia la prima duplicazione, produce sostanze che sono dei veri e propri messaggeri biologici il cui compito è segnalare all’organismo della madre che questa cellula particolare non deve essere respinta. La prima cellula, quindi, benché geneticamente diversa da quelle della madre, non verrà aggredita né rigettata, come invece avviene per ogni altro organismo estraneo. Sappiamo bene che nessuno potrebbe mai donare un organo alla propria madre: anche se la compatibilità fosse elevata, ci sarebbe bisogno per lei di una continua assunzione di farmaci anti-rigetto per deprimere le sue naturali difese immunitarie. In gravidanza non servono farmaci: ci pensa il figlio, fin dal primo istante, attraverso la produzione di molecole immunodepressive. Ognuno è vissuto, col suo intero corpo, dentro l’utero materno senza essere rigettato. Poi la prima cellula si riproduce, le moltiplicazioni si susseguono e le cellule iniziano a differenziarsi, anche se apparentemente sembrano ancora tutte uguali. Alla sesta replicazione cellulare avremo una vescicola, la blastocisti, in cui sono chiaramente distinte le cellule periferiche che diventeranno placenta, le radici con cui il figlio si nutre in utero, e quelle centrali che daranno origine al corpo vero e proprio. È la blastocisti ad annidarsi, attraverso un intensissimo scambio di informazioni biochimiche con i tessuti materni che si appresta a occupare, senza invadere e senza essere rigettata.

Lo sviluppo dell’embrione sarà un continuum inarrestabile che poi proseguirà per tutta la vita. Si potrebbero aggiungere tante altre cose che, pur evidenziando l’importanza di quel che avviene nell’uomo con la produzione di spermatozoi, mettono in luce particolare la perfezione di quanto si compie nel corpo della donna. Si potrebbe descrivere ancora l’annidamento, frutto di una comunicazione continua fra madre e figlio, così come è stato illustrato al Convegno, ma il messaggio è ormai chiaro: la fisiologia della riproduzione umana è una sequenza straordinaria di eventi perfettamente coordinati che hanno come esito la comparsa della vita umana: l’emergere di un individuo unico e irripetibile che dal primo istante collabora con la madre per potersi assicurare ciò che gli serve per vivere. È la storia di ognuno ed è la storia di ogni individuo che viene concepito. L’acquisizione di queste nozioni non può che portare a cogliere la preziosità della sessualità, la preziosità della donna che ospita e vive questi processi stupefacenti, e la preziosità di ogni vita fin dal suo primo apparire. L’uomo vede meglio le cose quando ne indaga accuratamente l’origine, che è la parte più importante di esse. Quando ne conosce la spiegazione, esse appaiono più belle”. È così. Ed è anche verosimile che, in un contesto sociale e culturale in cui le manifestazioni sessuali sono sempre più precoci e frequentemente non si perfezionano all’interno di coppie costituite, la consapevolezza del tesoro immenso che ognuno di noi possiede promuova e favorisca, da parte delle persone, la formazione di atteggiamenti responsabili nelle scelte sessuali e procreative, che sempre privilegino il rispetto della vita nascente, oltre che di se stessi e dell’altro nella coppia. La conoscenza, non una suggestione superficiale, potrà favorire il radicarsi di posizioni culturali solide che pongano al centro di ogni progetto di procreazione responsabile il necessario rispetto per il concepito. In questo contesto i metodi di controllo delle nascite, i cosiddetti contraccettivi, si ridurranno al loro ruolo di semplici strumenti e al loro interno saranno chiaramente distinti quelli che prevengono il concepimento, che in nessun modo interferiscono con la vita del figlio, da quelli post-concezionali che invece lo sopprimono. È la distinzione di fondo: oggettiva e non discutibile, esigibile da chiunque a prescindere da cultura e fede. Non più, quindi, una “cultura contraccettiva” indifferente al meccanismo d’azione dei metodi e che esita in una sessualità non responsabile nei confronti dei figli, ma una sessualità e una procreazione responsabili che orientino ogni scelta pratica innanzitutto al rispetto dei figli. È un auspicio ed è la ragione del nostro impegno. Fonda l’informazione che andrebbe offerta a giovani e adulti ed è l’obiettivo per cui dovremmo lavorare tutti insieme.

di Bruno Mozzanega  (Ginecologo, ricercatore presso la Clinica Ginecologica, Università di Padova; presidente Associazione- Scienza & Vita Venezia; membro Direttivo nazionale Movimento per la Vita Italiano)

 

Speriamo che non torna più e sta con sua moglie

Alexia è una ragazza albanese che si prostituisce da quando, minorenne, è stata rapita e portata sulla strada. Adesso, dopo tanti anni di “vita”, si sente stanca e sconfitta e decide di raccontare con questo sfogo le caratteristiche e i tratti di tanti suoi clienti.

“I clienti non sono tutti uguali. Ci sono quelli che vengono per consumare un rapporto veloce in auto, o a volte anche in piedi, magari accanto a un lampione. Addirittura vi sono clienti che arrivano in bicicletta o a piedi. Escono di casa dicendo alle mogli che vanno a fare footing o ad allenarsi con la bicicletta.

Infatti, non vi ho ancora detto che oltre ai clienti che mi cercano per un rapporto veloce, come per sfogarsi, ve ne sono molti altri che arrivano e mi pagano in base al tempo che io passo con loro in motel o a casa loro, se la moglie non c’è, o in ufficio.  Io solitamente chiedo 100 euro per un’ora, 200 euro per due ore, 300 euro per un intero pomeriggio o per una intera serata. In questo caso il rapporto dura solo pochi minuti, come al solito, il resto del tempo lo passo guardando la televisione, mentre il cliente parla e parla. Io mi limito a far finta di ascoltarlo guardando l’orologio con la speranza che il tempo stabilito passi in fretta.

Poi ci sono quelli che si innamorano e sono tanti. Dicono che vogliono sposarmi, portarmi con loro, fuggire insieme. Promettono tante cose, ma ormai ho imparato, dopo cinque anni sulla strada, a non fidarmi più delle promesse dei clienti che vogliono aiutarti. Quando è il momento scappano, perché hanno paura.

Gli innamorati spesso vogliono pagarmi per stare con loro molto tempo e non lavorare. Sono quasi gelosi degli altri clienti, anche perché forse loro si sentono amanti e non clienti. E sono tanti anche i pensionati che vengono, mi coprono di regali, sono innamorati e questo li fa sentire ancora giovani. Questi per noi sono i migliori, cioè i più affidabili: tranquilli, fanno tutto quello che diciamo noi, sono fissi e fedeli, non se ne vanno con l’ultima “novità” che arriva sulla strada come succede con gli altri. E sì perché quando arriva la ragazza giovane e nuova, magari la sedicenne, i clienti la vanno subito a cercare: come se fossimo bestie!

Per non parlare poi delle richieste da maiali che ogni sera mi sento fare. Ci sono tanti che perdono la testa per me. Una volta mi sono spostata per un certo periodo e, al mio ritorno, la mia amica mi ha raccontato che un mio cliente era venuto per sei mesi tutte le settimane a cercarmi, perché non poteva vivere senza di me.

Certo io con loro sono brava a recitare la parte dell’amante quando serve e quando mi danno tanti soldi. E così loro si illudono di essere miei fidanzati e mi regalano collane d’oro, bracciali, orecchini. Mi portano nei negozi di lusso a comprare vestiti firmati. Magari poi a casa alla moglie dicono che bisogna risparmiare perché i soldi sono pochi. Un signore mi ha dato 10.000 euro per passare una settimana con lui in giro per l’Italia. Mi ha portato a Roma, a Firenze, a Venezia.”

Ma gli Italiani sono matti anche perché spesso mi chiedono rapporti non protetti. Non hanno paura delle malattie! Mi offrono il doppio o il triplo, ma io mica sono matta, alla mia salute ci tengo e dico sempre di no. Perché i soldi saranno importanti, ma la vita è una sola.

Alcuni clienti mi fanno pena e, quando sono sposati e hanno figli, penso: “speriamo che non gli sia piaciuto, così non torna più e sta con sua moglie”. I peggiori, invece, sono quelli che non finiscono mai di metterti le mani addosso, che ti toccano in modo pesante, ti schiacciano come fossimo di gomma e ti fanno male, senza preoccuparti di te. Questi non li sopporto e me ne vado. Non sono mica un oggetto. C’è anche chi ti vuol baciare, ma questo non lo faccio mai, dove non c’è amore non ci può essere il bacio con la bocca. Quando sono stanca chiudo gli occhi e penso: “adesso finisce, adesso finisce…”

È capitato che persone che sembravano per bene, una volta salita in auto, mi hanno derubata, minacciata con il coltello, picchiata e violentata: non ti puoi proprio fidare di nessuno. Solo dei clienti abituali, quelli fissi, che vengono tutte le settimane, mi fido perché li conosco. Degli altri ho sempre paura. Il più delle volte quelli troppo giovani o che hanno una faccia che non mi piace, li mando via perché ho paura. Spesso sono ubriachi o drogati, ma io me ne accorgo e non salgo in auto.

Penso che non ci sia un “lavoro” peggiore di questo. Spero di andarmene presto dall’Italia e tante volte mi sono detta: “Se non ci fossero gli uomini che vengono a cercarci, forse non saremmo costrette a fare questa vitaccia e sopportare tutti!”

Se non venissero più a comprare il nostro corpo noi non saremmo qui

Incontriamo Elena ogni settimana al suo posto. Alta, bionda, bella: potrebbe essere una modella come se ne vedono tante sui giornali e in televisione. O una ragazza come ne vediamo nelle nostre città, che va a scuola, pratica sport, ha tanti amici e tanti ragazzi che le girano intorno.

Eppure ogni settimana ci accorgiamo che la sua tristezza intrisa di rassegnazione si fa più intensa. Elena lavora sulla strada già da quattro anni. Il suo ragazzo- protettore la sorveglia da vicino, passando spesso con l’auto per verificare se “non perde tempo”. Infatti, con lei non possiamo fermarci a lungo.

Non c’è domenica, non c’è mai festa per Elena. Con qualsiasi tempo, pioggia e gelo in inverno, caldo e sole cocente in estate, da quattro anni ogni giorno per Elena è sempre uguale al precedente. Si parte da Milano con il treno al mattino e si torna alla sera alle otto: subito una doccia per lavare via le mille mani che ti hanno toccato fuori e dentro, poi la cena e quindi a letto stanca morta. Se ha guadagnato tanto lui è contento e di buon umore, se ha guadagnato poco allora cominciano le scenate e a volte le botte. Ma Elena accetta tutto questo con rassegnazione, perché “questo è il mio destino e se voglio un giorno tornare dalla mia famiglia e nel mio Paese non posso lasciarlo”.

A volte Elena ricorda insieme a noi, con malinconia, di aver giocato in una squadra di pallavolo di serie A. Quelli erano i tempi delle belle speranze degli innamoramenti, delle dolci illusioni.

Ma poi la vita è andata in un altro modo; come per la Silvia di leopardiana memoria, le belle illusioni hanno lasciato spazio alla dura realtà, al disincanto freddo di una vita sulla strada spesa a soddisfare i desideri di sconosciuti che si presentano ad ogni ora con richieste di prestazioni sempre più strane, con il rischio, sempre in agguato, di essere derubate, picchiate, violentate e qualche volta uccise dallo squilibrato di turno.

“Se gli Italiani non venissero più a comprare il nostro corpo – dice spesso Elena – noi non saremmo qui”. Ha ragione Elena.

Allora con lei cerchiamo di tenere acceso il fuoco della speranza, la speranza di un futuro migliore, perché la vita è in debito con lei. Essere segno di speranza diventa con lei il nostro compito principale. Far capire che questa sua vita può essere cambiata, che solo lei con la sua volontà può mettere la parola fine e voltare per sempre pagina, anche se questo comporta dei sacrifici e dei rischi. È la nostra priorità.

Così giovane e così coraggiosa. La testimonianza di Valbona

Per Valbona ritrovarsi a 15 anni prostituta sulle strade dell’hinterland milanese ha significato toccare il punto più basso di una vita breve e misera, ma al tempo stesso l’avvio di un percorso di riscatto.

Nascere femmina in un sobborgo malfamato di Fier alle soglie del crollo del regime dittatoriale albanese, non è la premessa per una vita facile e serena; eppure, subire già da bambina le attenzioni morbose di un padre fino ad allora amato e ammirato costituisce un dramma che nessuna minore dovrebbe mai conoscere.

Valbona è dotata di un’intelligenza vivace e di una lucida volontà di realizzazione di sé, ma comprende presto che essere donna nel suo paese significa spesso minori opportunità e maggiori rischi di sfruttamento. A 13 anni le viene imposto di abbandonare gli studi che tanto le piacevano per gestire la casa al posto dalla mamma, fuori dalle mura domestiche per lavoro dalla mattina alla sera; il padre coltiva la terra, ma, quando c’è da scavare un pozzo per avere quell’acqua che non arriva mai, tocca a lei e alla madre vangare per metri sotto terra dietro la supervisione dell’uomo di casa.

Con l’adolescenza arrivano le attenzioni e l’interesse per i coetanei, ma il padre, che ha preso ad abusare ripetutamente di lei, non le permette di essere avvicinata da nessuno e in lei nasce un sentimento di pietà e dolore per quest’uomo che tanto la faceva divertire portandola al mare in motoretta e che ora è “dominato dagli spiriti cattivi”.

Valbona si rassegna fino a un certo punto e, quando intuisce che la stessa sorte di violenze sta per toccare alla sorella minore, corre dalla polizia e rivela i particolari del suo dramma di bambina violata, dichiarando di voler sporgere denuncia verso il padre. I poliziotti, in tutta risposta, le ridono in faccia e le consigliano di ritornare presto dai genitori che non possono che averle voluto sempre bene.

A questo punto, fuori di casa e piena di paure, la ragazza decide di fuggire e si ritrova vagabonda per la città. Non passano due giorni che viene avvicinata da A., un giovane di vent’anni che, vistala abbandonata a se stessa, le propone di seguirlo e la porta con sé a casa di sua zia, dove Valbona viene rivestita e rifocillata.

La famiglia che “ha bisogno” di lei, il padre “malato” e la sorella in pericolo sono chiodi piantati nella mente, ma la paura di tornare è forte. A. invita Valbona a stare per un po’ con lui dalla sua famiglia in Grecia; quando lei accetta A. le taglia i lunghi capelli castani, le regala una salopette e comincia ad abusare di lei sessualmente, dichiarando che lui ormai è il suo ragazzo e ha diritto di fare sesso con lei ogni volta che crede.

L’ingresso in Grecia avviene clandestinamente e la meta è Atene, dove vive una popolosa comunità albanese. Presto la ragazza scopre che A. fa prostituire diverse giovani connazionali sui floridi mercati del sesso della capitale e anche a lei viene subito costretta a vendersi sulle strade. Valbona ha compiuto da poco 15 anni.

A Valbona tocca anche di fare la serva in casa alla famiglia di A., ma il suo pensiero fisso sono i genitori e la sorella in Albania. La ragazza non cessa mai di chiedere ad A. di riportarla a casa; per un po’ lui reagisce suonandogliele di santa ragione, finché un giorno la informa che lui deve tornare in Albania e che la porterà con sé, andrà lui direttamente dai suoi familiari e sistemerà tutto quanto.

Valbona è fiduciosa, sogna di tornare in famiglia e rendere consapevole la madre per vederla riscattata dallo sfruttamento, salvare la sorella dalle violenze del padre e curare lui dagli “spiriti maligni” per tornare a giocare insieme felici sulla spiaggia come un tempo.

Il rientro in Albania prevede una tappa a Valona, il famigerato porto gestito dai trafficanti di persone e di droga verso l’Italia. A. si ferma con l’auto davanti ad un bar per acquistare le sigarette e raccomanda a Valbona di attenderlo in auto senza muoversi. L’attesa si protrae, ma la ragazza aspetta con pazienza, finché dal bar esce B. un giovane corpulento che sale in macchina e dichiara alla ragazza che ora lei starà con lui e farà ciò le chiederà. Lo scontato tentativo di ribellione viene spento con due pugni sul viso che la tramortiscono e le fanno intendere che, ancor una volta, il potere su di lei sta nelle mani d’altri.

Il gesto immediato che B. compie per affermare questo potere è violentarla ripetutamente, dopodiché, nello spazio di due giorni provvede ad organizzare il viaggio verso l’Italia. I primi due tentativi di realizzare la traversata del canale di Otranto falliscono, i clandestini vengono individuati all’arrivo sulle spiagge pugliesi e rimpatriati; al terzo tentativo B. chiarisce a Valbona che è lei la causa dei suoi guai per la sua volontà di restare in Albania, se il fallimento si ripete lui si libererà di lei gettandola in mare.

La ragazza prega per tutto il viaggio, “alla televisione italiana ho visto i film su Gesù e sapevo a chi rivolgermi per sperare di salvarmi”, l’approdo riesce e, in poche ore, Valbona conosce i marciapiedi della metropoli milanese, dove B. ha la sua base per gestire lo sfruttamento della prostituzione delle connazionali.

La vitalità e la voglia di riscatto di Valbona, la tensione fortissima a occuparsi della famiglia le danno l’impulso per fuggire alla prima occasione. A pochi giorni dal suo arrivo i Carabinieri locali fanno una retata, la ragazza ha modo di parlare con una “collega” che conosce un gruppo della Caritas che aiuta le ragazze di strada. Ottenuti i riferimenti giusti Valbona non torna a casa dopo la notte in Questura, ma chiama un giovane cliente conosciuto due sere prima che le sembrava più affidabile di altri e di cui aveva i riferimenti.

Grazie a lui riesce a contattare il gruppo di aiuto che interviene immediatamente e la pone sotto protezione in una località segreta.

Valbona ora è lontana dalla strada, ha avuto anche il coraggio di sporgere denuncia, portando all’arresto degli sfruttatori suoi e di altre ragazze, ma il suo cammino di crescita come persona e come donna è stato interrotto bruscamente quando era ancora bambina.

Tutti coloro che l’hanno aiutata e la stanno aiutando si impegnano ora perché possa passare dalla rassegnazione alla realizzazione di un percorso di rafforzamento della personalità che porti lei, così profondamente innamorata del suo Paese, ad essere espressione di quell’Albania che vuole scrollarsi di dosso il dolore e la miseria del passato e rinascere a vita nuova.

Linda: “E’ un lavoro sporco che nessuna donna vorrebbe mai fare”

Abbiamo incontrato Linda per la prima volta nel novembre del 1997. Ci accoglieva sempre con il suo sorriso naturale e ingenuo, ma si manteneva fredda e diffidente nei nostri confronti e dopo qualche minuto di conversazione, ci faceva capire che qualche cliente la stava aspettando e che lei doveva lavorare per guadagnare tanti soldi da mandare alla famiglia in Albania.

Ci diceva anche di non aver bisogno di visite mediche: insomma sembrava che questa ragazza, per noi minorenne anche se lei insisteva e ribadiva ogni volta di avere 18 anni compiuti, non avesse problemi e che la scelta di questo lavoro fosse libera e consapevole.

Invece, come abbiamo avuto modo di constatare per tante altre ragazze albanesi, che abbiamo incontrato in più di un anno di attività sulla strada, anche lei era venuta in Italia con l’inganno: con la promessa, da parte del suo prima ragazzo-fidanzato e poi protettore-aguzzino, di guadagnare soldi per poi tornare in Albania, acquistare una casa e sposarsi.

Nei momenti di tristezza Linda piano piano si lasciava andare, ci rivelava le sue verità e, poco alla volta, ha cominciato a fidarsi di noi.

Inizialmente ci chiedeva di poter fare visite mediche ed esami del sangue nelle ore di lavoro, di nascosto dal suo protettore (che aveva sempre negato di avere nei primi contatti). Spesso queste visite erano un pretesto per stare del tempo con noi, per coltivare un’amicizia che diventava ogni giorno sempre più importante.

E così dentro questo rapporto significativo, giocato all’insegna della gratuità, la sua vera storia veniva a galla. Venivamo a sapere che quando guadagnava poco (cioè meno di un milione al giorno), il ragazzo – protettore, che nemmeno abitava con lei, la picchiava e la minacciava. Spesso era costretta a lavorare al pomeriggio nella nostra zona e alla sera a Milano con orari davvero massacranti.

Ma un giorno Linda ha avuto la forza e il coraggio di ribellarsi, di dire basta. Si è accorta che il ragazzo che lei nonostante tutto amava e per cui aveva accettato di fare questo “lavoro sporco che nessuna donna vorrebbe mai fare”, in realtà era sposato e aveva una famiglia in Albania a cui mandava i soldi che lei guadagnava, vendendo il proprio corpo di adolescente. Inoltre, da tempo le aveva nascosto tutti i numeri di telefono della sua famiglia e della sorella in Italia.

Questi fatti hanno spinto Linda a chiederci di aiutarla, a venire via dalla strada, a rifarsi una vita come una ragazza normale.

Abbiamo così concordato un appuntamento una notte di marzo. Siamo andati con l’auto dell’associazione alla sua casa, l’abbiamo fatta salire con le poche cose (i soldi li ha sempre tenuti tutti lui) e così Linda è sparita per sempre dal suo protettore e dalla strada.

Adesso è ospite in una comunità protetta lontana da Milano. Ha un lavoro, segue un corso per imparare bene la lingua italiana, studia pianoforte (la sua passione da sempre), ha un’amica del cuore con cui vorrebbe non appena possibile condividere un appartamento in affitto.

Linda ci ha spiegato che le ragazze albanesi spesso non vogliono abbandonare il ragazzo-protettore-aguzzino, anche se questo le picchia e le costringe a prostituirsi, perché “se una ragazza resta sola non può più far ritorno in Albania, perché la gente della sua città, i parenti, gli amici, i vicini di casa e la famiglia stessa non l’accetterebbero più, sarebbe etichettata per sempre come una puttana e quindi sarebbe emarginata dalla vita sociale. Se una ragazza si fidanza e parte dall’Albania con quest’uomo non può ritornare da sola indipendentemente che vi siano dei buoni motivi”. Quindi chi sceglie di venire via dalla strada e di lasciare il ragazzo-protettore sa che non potrà più far ritorno al suo Paese. Linda, infatti, oggi telefona regolarmente ai genitori, alla sorella, al fratello, ma sa che la sua vita sarà per sempre qui in Italia.