I vescovi svizzeri segnalano gli errori di Dozule’

erroriVi sono cristiani che da quasi trent’anni si radunano a Dozulé (Francia) per celebrare la croce gloriosa di Gesù Cristo e pregare per la redenzione del mondo, in ossequio al messaggio attribuito a Maria dalla visionaria Madeleine Aumont, ufficialmente non riconosciuto dalla Chiesa cattolica.A seguito di alcune richieste, la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) desidera sottolineare quanto segue.

Il 24 giugno 1985, Mons. Jean Badré, vescovo di Bayeux e Lisieux (territorio su cui si trova Dozulé), affermò, in virtù del can. 1230 CIC, di non riconoscere come santuario il sito di Dozulé (cf. Documentation Catholique n° 1911, 2.2.1986, pp. 169-170).

 

Con Lettera del 25 Ottobre 1985 a Mons. Badré, il cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, approvò espressamente la procedura seguita dall’Ordinario di Bayeux e Lisieux e le disposizioni prese in riferimento alla sua responsabilità pastorale, secondo il can. 381 § 1. Il vescovo di Bayeux e Lisieux si riferisce costantemente a questa posizione.

Accanto al lodevole richiamo alla conversione e alla devozione della Croce gloriosa e dell’Eucaristia, gli scritti pubblicati da Dozulé contengono accenti ed esigenze inaccettabili (cf. Dichiarazione di Mons. Badré dell’8 dicembre 1985) : l’esclusività del valore salvifico di ciò che avviene a Dozulé ; il carattere ultimo ed esclusivo del « messaggio » ; l’escatologia dubbiosa ed incongrua ; il fatto di costruire delle croci luminose senza tener conto della sensibilità religiosa dei confinanti e rischiando procedure giudiziarie costose e controproducenti.

D’accordo con il Magistero della Chiesa universale, la CVS si distanzia formalmente dal progetto « Dozulé ». Un certo numero di fedeli sarà forse disorientato da questa messa a punto e stenterà ad accettarla. I vescovi invitano questi fedeli a riassorbire la loro spiritualità e la testimonianza di fede nell’autentico mistero della croce del Salvatore. E’ nei sacramenti e tramite essi che occorre cercare le fonti della nostra conversione e di quella del mondo. In essi e per essi, in seno alla Chiesa, fortifichiamo la nostra speranza nell’attesa del ritorno del Signore.

Friburgo, 14.5.2003+  Amédée Grab OSBP presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri

 

A.A.A. Femminilita’ perduta cercasi

specchio donna“Prof, è possibile non riuscire a guardarsi allo specchio perche’ il tuo corpo ti sembra orrendo? Non perché tu non ti piaccia, ma semplicemente perche’ la gente pensa che tu sia un uomo. Forse perche’ mio padre, che voleva fossi maschio, mi ha cresciuta facendomi fare lavori “maschili” con lui. Forse perché non faccio proprio lo sport più comune e femminile di questo mondo. Forse perché a me non è mai piaciuto fare la civetta rincoglionita con i ragazzi. Non lo so perché, però io non riesco a stare bene con me stessa; ma non perché non mi piaccio, ma solo perché la gente mi vede all’opposto di quello che sono! E quando arrivano a dirti “qualsiasi maschio sarebbe più femminile di te”, beh, a quel punto l’autostima cade a pezzi.” Cara Beatrice,  quando ho letto la tua lettera sono rimasta di stucco!

Sarà per i tuoi capelli lunghi, biondi ed abboccolati, sarà per il tuo bel viso, ma mai avrei pensato di affibbiarti i giudizi di cui mi parli! Innanzitutto benvenuta nel Club dello Specchio Negato! Quale donna non ha mai provato la brutta sensazione di stare davanti ad un giudice impietoso quando, si trova davanti a quel maledetto specchio? Quello specchio che il mattino già ti guarda sadicamente per rispondere all’antica domanda: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” Aooh!!! Una volta che lui ti rispondesse: “O mia regina, la più bella sei tu!” Nooo! Niente da fare!!!

Quel fedifrago ti mette in risalto i capelli che non hanno un verso, quei chili di troppo che vorresti tanto regalare alla tua più acerrima nemica, gli occhi che vorresti azzurri o neri o…insomma: tutto ma non quel colore castano sbiadito! Cara Beatrice, tu arriverai ad accettare il tuo aspetto fisico, perché sei davvero una bella ragazza! Ma siccome mi sembra già di leggere il tuo pensiero (“Prof, lei mi dice così perché non è obiettiva; sono una sua alunna e mi vuol bene. E poi che altro mi potrebbe dire? È un’insegnante di religione e, si sa; deve dire cose carine. È quasi obbligata dal suo ruolo”) cercherò di darti dei punti fermi.

1. Lo specchio non è solo ciò che appaio; è anche ciò che sono! Noi ci vediamo attraverso il nostro sguardo e il nostro livello di accettazione. L’ideale sarebbe guardarsi e dirsi: “Eccomi qua, questa sono io. Sono fatta così e mi piaccio. Passa una buona giornata, amica mia!”

La realtà è che spesso ci guardiamo, ci osserviamo e ci detestiamo. Vai a fare una passeggiata e le altre sembrano tutte più carine di te; sfogli un giornale e tutte le ragazze sembrano avere una pelle di porcellana; vuoi un paio di jeans nuovi e la taglia a portata di scaffale è la 38 (se vuoi la 40 sei già una sfigatissima adolescente sovrappeso); ma come si fa ad arrivare indenni in questo percorso ad ostacoli? Un obiettivo estetico non raggiunto può avere il potere (solo se glielo diamo, però!) di farci sentire inadeguate anche come donne.

2. Imparare a guardare i nostri difetti come dei sassolini persi nella grande distesa dorata dei nostri punti-forza  e capire che bellezza e fascino non sono affatto sinonimi! La bellezza fisica, infatti, senza il fascino, ne esce come imperfetta perché non arriva al cuore ed alla mente. Chi ha fascino, cancella anche i limiti fisici perché l’incanto che produce coinvolge l’intelligenza più che la fisicità e si manifesta attraverso gesti, atti, modi, sguardi, sorrisi, parole: è l’espressione di tutta la forza della personalità di cui il corpo è immagine visibile. Come si fa a non capire che gli sguardi degli altri si devono conquistare non solo con le tette in bella mostra?

3. Decidere di amarsi quando saremo più belle? SBAGLIATO!!! Il nostro corpo non è un pesante involucro che tentiamo di abbellire mentre, in segreto, lo disprezziamo. Dei milioni di pensieri che facciamo ogni giorno, gran parte vertono sui nostri difetti e sui nostri errori.

4: Dobbiamo smettere anche noi di criticare l’aspetto fisico degli altri. Ogni volta che puntiamo un dito contro un’altra persona, le altre tre dita rimangono verso di noi, perché stiamo paragonando il suo aspetto a quel fisico perfetto che, ironia della sorte, è lo stesso metro di giudizio che utilizziamo per il nostro corpo. Per liberare noi stessi dalla trappola del “fisico perfetto”, dobbiamo innanzitutto liberare gli altri da quella trappola!

5: Ed ora ci togliamoci un piccolo sassolino dalla scarpa, riguardo alla femminilità. Mi piacerebbe attaccare un manifesto in giro per la città, con su scritto un appello: ridate la femminilità alle ragazze! Restituite loro la discrezione e portatevi via quell’odiosa sfacciataggine; riconsegnate loro la delicatezza e gli affascinanti comportamenti. Ridate alle ragazze la femminilità che si acquisisce tenendo conto dei propri desideri e fatele padrone della loro vita! E la femminilità deve essere piaciuta tanto anche a Dio, se si è divertito a creare l’umanità “maschio e femmina”! “Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”(Gn 1,27). Ognuna di noi ha impressa la femminilità di Dio! È un’Orma Divina unica ed irripetibile, perché ognuna di noi ha una femminilità diversa da tutte le altre donne del pianeta! Siamo portatrici sane dell’Orma Femminile Divina! E tu sei la mia giovane donna grintosa e bellissima!!! Farfalla in trasformazione continua! Con tantissima stima!

Di Maria Cristina Corvo

 

Genitore 1 e genitore 2? No i figli cercano padre e madre

genitore 1Intervista alla psicologa e psicoterapeuta Valentina Morana. «Tutto in natura e nell’uomo è fatto di aspetti diversi, ma complementari che hanno bisogno l’uno dell’altro per dare frutto» «L’adozione di un bambino da parte di una coppia formata da persone dello stesso sesso è una violenza, perché lo si priva dell’identificazione e dell’emozione, del rapporto e della relazione, senza i quali soffrirà». La psicologa investigativa e psicoterapeuta Valentina Morana non ha paura di affermazioni forti. «C’è di mezzo il futuro della società, la gente deve essere aiutata a riflettere. La scienza, le ricerche e i casi clinici provano quanto sostengo».

Cosa dice la scienza?
Tutto in natura e nell’uomo è fatto di aspetti diversi, ma complementari che hanno bisogno l’uno dell’altro per dare frutto. Ad esempio, l’ovulo e lo spermatozoo sono diversi, ma per continuare a vivere si devono incontrare. Allo stesso modo, nella persona affinché si sviluppi in armonia, è necessaria sia la figura femminile sia quella maschile. Il bambino per crescere deve poi sviluppare il rapporto e la relazione. Il primo lo impara identificandosi con il genitore del suo sesso. Questo è importante perché solo con un’identità forte sarà capace di stare di fronte al diverso e di ricevere.

Dal genitore di sesso opposto il piccolo impara a dare nella relazione, fatta dell’accoglienza dell’altro. È quindi importante che il bambino cresca con la giusta idea che uomo e donna sono diversi. Necessari entrambi per completarsi.

Altrimenti?
Se si insegna nelle scuole che questa differenza non è importante, si blocca il processo di una crescita armoniosa. Significa mettere dei paletti allo sviluppo del pensiero.

Che difficoltà possono avere i bambini che vivono con coppie omosessuali?
Faccio un esempio concreto. Mi è capitato il caso di un bambino concepito tramite fecondazione assistita da una madre lesbica. Cercava uomini in ogni situazione e appena trovava una figura maschile fuori di casa gli si appiccicava in maniera spasmodica. È semplice capire che un bambino ha bisogno di un esempio, di un riferimento da imitare e di una madre che lo ami per divenire sicuro di sé e crescere sereno. Eppure questa sua tesi non è condivisa da tutti, anzi.

Ci sono soggetti in cui riscontro un profondo egoismo: pensano solo a soddisfare il loro bisogno senza pensare a quello dei bambini. Alcune persone con pulsioni omosessuali affermano pubblicamente che il figlio serve loro per colmare un bisogno. Oltre ad illudersi, non hanno alcun atteggiamento d’amore, come dicono, perché usare l’altro per riempire una propria mancanza non è amare. Per questo saltano le evidenze: queste persone per giustificarsi negano o imputano ad altre cause la palese problematicità dei loro figli. Bisogna, però, ricordare che la maggioranza di quelli che hanno tendenze omosessuali non vogliono né sposarsi né avere figli. Alcuni parlano di moda.

Ma qual è la vera ragione dell’incremento dell’omosessualità? L’omosessualità nasce da diversi vissuti. Credo che il dilagare sia da imputare al rovesciamento dei ruoli. Non sono per gli stereotipi retrogradi che lo hanno provocato, ma questo ribaltamento, anche interno alle famiglie, ha generato una grande confusione. La cultura dominante ci spinge verso un invertimento di ruoli che ha allontanato i due sessi. Il fatto che alle donne passi il messaggio che per affermarsi debbano essere aggressive e agli uomini che devono essere docili perché altrimenti accusati di violenza, ha reso le prime sempre meno capaci di accogliere e i secondi incapaci di essere una guida ferma. Questo fa sì, ad esempio, che l’uomo cerchi accoglienza e romanticismo nell’uomo più capace di darglieli. E la donna cerchi la forza in un’altra donna.

Ci sono moltistudi sui figli degli omosessuali, quelli con i campioni più vasti riscontrano problemi. Si cerca di metterli in dubbio in ogni modo. C’è una resistenza fortissima. Ricordo che durante un convegno del 2010 si parlava delle adozioni gay e io, l’unica tecnica presente insieme ad un’altra, ero la sola contraria. Avevo molte ricerche valide con me, non le vollero accettare. Invece, gli studi in cui non si riscontrano problemi nei figli delle coppie omosessuali sono pochi e sono stati effettuati sui bambini. Mentre gli altri analizzano campioni più grandi e sono stati condotti giustamente su adulti.

È nell’adulto, infatti, che emerge la problematicità. Il bambino assorbe tutti gli stimoli familiari e sociali, in adolescenza questi diventano schemi di comportamento messi in atto e, quando l’adulto raggiunge un suo equilibrio, cominciano i problemi. Questo vale per chiunque, quindi anche per chi vive in queste famiglie: i ricercatori seri dovrebbero incominciare a far parlare gli adulti che si sono trovati in questa condizione. Girano in rete video di bambini che dicono di essere contenti nelle loro famiglie omosessuali. Bisogna guardare bene gli occhi di quei bambini. Comunque è normale che dicano così, credono che quella sia la normalità, non hanno vissuto altro. È così per tutti i futuri adulti problematici, da piccoli non sanno dire il disagio che gli provocherà un determinato vissuto. Anche durante l’adolescenza iniziano a rendersi conto di sentire una mancanza che li fa soffrire.

Dall’altra parte, però, non vorrebbero mai ferire le persone che li hanno cresciuti e quindi subentra il conflitto di lealtà. Per cui non hanno il coraggio di dire ciò che pensano e si tengono dentro le loro sofferenze con conseguenze anche gravi. Qui a Trieste conosco un piccolo gruppo di bimbi in queste situazioni. Altri ragazzi mi hanno cercata per chiedermi aiuto: tutti hanno disturbi, alcuni anche tendenze omosessuali.

Per giustificare le adozioni gay si fa il paragone con chi, pur avendo perso un genitore da piccolo, vive serenamente. Cosa ne pensa?
Sono due situazioni molto diverse. Facciamo l’esempio di una bambina: sarà aiutata a identificarsi con la madre attraverso la memoria, le foto, i racconti e così la imiterà. Il padre vivente sarà poi in grado di rivestire il ruolo maschile che serve alla bambina. Non le mancherà nessuna figura di riferimento e potrà crescere bene.

Cosa aiuta i ragazzi che la contattano a recuperare la loro identità? Occorre che guardino fino in fondo la loro storia, cercando in se stessi le risorse che non si sono sviluppate per via della mancanza di un modello femminile e di uno maschile, ma che con un lavoro possono riemergere: se uno vuole può lenire le ferite, cercando medici, rapporti stabili per sbloccare tutti i sentimenti, i desideri, i pensieri che, frenati, li fanno sentire come in gabbia. Non esiste un percorso preferenziale per farlo, ma ce ne sono tanti.
Benedetta Frigerio – Tempi

 

Il miracolo di Giorgio, sveglio dopo 5 anni di coma

giorgio grenaC’è un sottilissimo filo di speranza che tiene legate due date: il 15 maggio 2010 e il 31 marzo 2015. Quasi cinque anni di patimenti per la famiglia Grena, che è rimasta unita al capezzale del figlio Giorgio, ridotto in stato vegetativo a seguito di un incidente stradale. Ha ventidue anni, Giorgio, quando sulla A4, nei pressi di Bergamo, è coinvolto in un terribile scontro automobilistico che gli provoca dapprima un forte trauma cranico e poi anche il coma. Per mamma Rosa e papà Gianluigi l’inizio di un periodo caratterizzato dalla sofferenza, peregrinando da un ospedale all’altro nell’attesa di un’agognata svolta. Ma non sortisce nessun effetto sperato la spola tra la Rianimazione dell’ospedale di Bergamo, l’Unità del Risveglio della Maugeri di Pavia, la neurochirurgia di Castellanza e la Casa di Cura Quarenghi di San Pellegrino per la riabilitazione.

Le parole dei medici suonano ogni volta come una sentenza durissima da accettare: lo stato vegetativo di Giorgio non gli consente alcuna interazione con l’ambiente circostante. La situazione tragica non svilisce però la fede profonda di una famiglia radicata in Gesù Cristo. Mamma Rosa prega Dio ogni giorno, dicendo: “Signore, Tu puoi fare tutto. So che un giorno ci stupirai”. Intanto i giorni passano, e si profilano per la famiglia Grena anche decisioni da dover prendere. Nel 2011 i medici mettono i genitori di fronte a un bivio: la lungodegenza in un istituto oppure il ritorno tra le mura domestiche. “Non ci ho pensato neanche un secondo, Giorgio doveva stare a casa sua. L’abbiamo attrezzata a dovere e l’abbiamo accudito ogni giorno, ogni mese, ogni anno con immutato affetto, anche se non c’erano reazioni apparenti”.

Così mamma Rosa, che domenica ha raccontato la storia di Giorgio al Casinò di San Pellegrino Terme, nel corso dell’annuale incontro sulle cure per la riabilitazione organizzato dall’Associazione Genesis per il recupero dell’handicap da trauma cranico, che dal 1989 afferisce alla Casa di Cura Quarenghi e si batte per tutelare la dignità e i diritti delle persone in stato vegetativo e di minima coscienza. Senza orgoglio ma con fede autentica, mamma Rosa racconta di non aver pianto e di non essersi chiesta perché fosse accaduto proprio alla sua famiglia di vivere questa tragedia. “Ho solo pregato incessantemente – spiega – la fede è stata il collante di tutto il cammino perché mi ha dato la certezza che a Giorgio prima o poi sarebbe accaduto qualcosa di grande”. Certezza che inizia a colorarsi di luce concreta il 31 marzo scorso.

Dopo un lungo “calvario”, nel giorno del martedì santo, a pochi giorni dalla Pasqua, si avverte da parte di Giorgio un primo segnale di “resurrezione” dal coma. Si registra un progressivo coinvolgimento con l’ambiente circostante, il giovane ricomincia a parlare rispondendo alle domande di familiari e medici. Oggi il suo risveglio non è più un sogno, ma una realtà che chi era presente all’incontro di domenica al Casinò di San Pellegrino Terme ha potuto vedere con i propri occhi. Ha assistito a tutto il convegno, Giorgio, tenendo sulle ginocchia la nipotina Ginevra, che affettuosamente chiama “la mia principessa”. La vicenda di Giorgio ha dell’incredibile. Gian Pietro Salvi, responsabile del Centro di Riabilitazione Neuromotoria, che ha organizzato il meeting e che sta tuttora seguendo Giorgio, afferma che si tratta “di uno dei rarissimi casi di risveglio spontaneo”. Spiega che di casi così “se ne contano una quindicina in tutto il mondo.

Oltretutto, a lui non sono mai stati somministrati farmaci stimolanti un recupero della coscienza”. Il “farmaco” che ha fatto rifiorire questo giovane fiore è l’affetto familiare. Diversi medici sono concordi nel ritenere che sia determinante, in certi casi, vivere in casa con la famiglia, mantenendo relazioni affettive forti. Il dott. Salvi, a questo proposito domenica scorsa non ha voluto parlare del caso clinico, bensì ha raccontato la storia, lasciando agli ascoltatori la possibilità di “trarre le proprie conclusioni”. Conclusioni che mamma Rosa ha già tratto, in cuor suo. Afferma senza esitare che il risveglio del figlio Giorgio “è stato un miracolo”. E aggiunge: “Ma i miracoli avvengono

 

L’interruzione volontaria di gravidanza distrugge le persone

vita non tessutiIl 19 gennaio 2012 è comparsa sull’edizione on line della prestigiosa rivista medica Lancet un articolo volto a fornire le cifre del ricorso all’aborto su base planetaria nel periodo compreso tra il 1995 ed il 2008.

Nell’articolo gli autori formulano la seguente affermazione: “le leggi restrittive sull’aborto non sono associate a tassi di abortività più bassi”1. Non desta sorpresa osservare che la pubblicazione è stata prontamente assunta da numerosi gruppi favorevoli all’aborto per sostenere la necessità di liberalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza in ogni nazione.

Alla base della liberalizzazione dell’aborto si pone la teoria del cosiddetto aborto “safe”, l’aborto sicuro, di cui la completa legalizzazione è elemento imprescindibile, benché non esaustivo. Si tratta di iniziative volte a convincere i governi, in particolare di nazioni del sud America, che una eventuale depenalizzazione dell’aborto non può che tradursi in un atto che fa solo del bene, evita alle donne le complicanze da aborto clandestino senza che gli aborti aumentino. Già, dicono così.

Ci si può però domandare se davvero questa lettura sia rispettosa della realtà, o se invece non sia piuttosto una rappresentazione conveniente per una prospettiva molto ideologica.

Un primo elemento di riflessione deriva dagli autori: membri del Guttmacher Institute, che è una formidabile macchina di divulgazione di istanze abortiste, storicamente legata a doppio filo alla più grande catena americana di cliniche per aborti, la Planned Parenthood. Il Guttmacher Institute fa parte di quella che viene chiamata “lobby dell’aborto” e che chiede alle istituzioni internazionali di riconoscere l’interruzione volontaria di gravidanza come parte dei cosiddetti diritti riproduttivi.

Gli autori affermano di avere elaborato i dati a partire da una molteplicità di fonti: studi pubblicati, rapporti occasionali, pareri di esperti. Come da tale zibaldone grezzo si giunga alle stime riportate nello studio è materia oscura, assai distante da quella trasparenza sui metodi seguiti che consente la verificabilità e riproducibilità propri del metodo scientifico galileiano. Non sono infatti a conoscenza di alcun rapporto che spieghi in modo dettagliato, passaggio per passaggio, come ogni dato sia stato statisticamente elaborato. Di una cosa però siamo a conoscenza e riguarda l’enorme grado di variabilità ed incertezza che sottende tutte le metodologie impiegate per stimare gli aborti clandestini.2

Se si vuole avere una prova è sufficiente comparare le rispettabilissime stime del numero degli aborti prima della legalizzazione in alcuni paesi occidentali. Può essere utile rinfrescare la memoria citando alcuni numeri. Per l’Italia Grandolfo e coll. forniscono la cifra di 350.000 aborti prima della legalizzazione,3 mentre Figà Talamanca presenta stime che, sulla base di vari modelli matematici, spaziano da 220.000 a 3.640.000 aborti,4 quando invece il professor Colombo dava come cifra più probabile 100.000 aborti all’anno.5 In Francia L’INED, l’istituto nazionale di statistica, valutava gli aborti prima della legge Veil a 250.000 mentre Thierry Lefevre forniva una forbice di 55.000-90.00055.000-90.000.6 Per l’Inghilterra invece si dava la cifra di 100.000 aborti prima dell’abortion act del 19677 quando altre pubblicazioni scientifiche facevano valutazioni comprese tra 15.000 e 31.000 aborti.8

Non si dovrebbe neppure sottovalutare la testimonianza diretta del dottor Nathanson, fondatore del NARAL (National Association for the Repeal of the Abortion Laws), successivamente convertito alla causa pro-life ed al cattolicesimo, che testimonia l’esagerazione degli aborti quale tecnica adottata per creare l’impressione che l’aborto fosse diffusissimo in America al fine di ottenerne la legalizzazione.9

Se quindi dovrebbero risultare chiari limiti e intenti di questo genere di pubblicazioni di cui questo articolo di Lancet è solamente un esempio, resta ancora una considerazione da svolgere e riguarda l’impiego di dati crudi anziché corretti per i numerosi fattori in grado di modificare gli stessi dati. La cosa risulta evidente e sospetta se la confrontiamo con lo zelo posto dal mondo pro-choice (favorevolo all’aborto) nell’impiego di ogni co-fattore possibile al fine di calmierare la maggiore probabilità di problemi psichici da parte delle donne che hanno abortito.

Si sostiene infatti che la causa non risieda nell’aborto in sé, ma in tutta una serie di fattori che predispongono le donne con problemi psichici ad abortire con maggiore probabilità. Ci si chiede così perché gli esperti che hanno pubblicato lo studio su Lancet non abbiano corretto i dati di abortività per i numerosi fattori che notoriamente influiscono sul ricorso all’aborto: reddito, religiosità, fecondità, scolarità, razza, solo per citarne alcuni.

Di una cosa si può essere certi: legalizzare l’aborto significa accettare l’aumento degli aborti. Non è una tesi, è molto più che un’ipotesi, è un dato che è stato dimostrato in Italia,10 così come in Romania11, negli Stati Uniti12 così come in Peru13 e dimostra chiaramente che combattere per leggi restrittive significa combattere per la vita.14

* di Renzo Puccetti    docente di Bioetica
1 Sedgh G, Singh S, Shah IH, Ahman E, Henshaw SK, Bankole A. Induced abortion: incidence and trends worldwide from 1995 to 2008. Lancet. 2012 Jan 18.

2 Dossier C. Estimating Induced Abortion Rates: A Review. Studies in Family Planning. 2003; 34(2): 87-102.

3 Grandolfo ME, Pediconi M, Timperi F, Bucciarelli M, Andreozzi S, Spinelli A. Epidemiologia dell’ interruzione volontaria della gravidanza in Italia. Rapporti ISTISAN 06/17. pp. 10-25. http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_837_allegato.pdf

4 Figà Talamanca I. Estimating the incidence of induced abortion in Italy. Genus, 1976;32(1-2):91-107.

5 Colombo B. Sulla diffusione degli aborti illegali in Italia. Medicina & Morale 1976; 1-2: 17-78.

6 INED. Rapport. de l’Institut national d’études démographiques à Monsieur le Ministre des Affaires sociales. Sur la Régulation des Naissances en France. 1966; 4: 645-90; Thierry Lefevre. L’avortement avant la lois Veil. http://www.trdd.org/INEDCPF.HTM

7 Francome C. Estimating the number of illegal abortions. J Biosoc Sci. 1977 Oct;9(4):467-79.

8 Goodhart CB. Estimation of illegal abortions. J Biosoc Sci. 1969 Jul;1(3):235-45.

9 Nathanson B. Confession of an ex-abortionist. http://www.aboutabortions.com/Confess.html

10 Alberto Cazzola. Aborto e fecondità. Gli effetti di breve periodo indotti dall’aborto legale sulle nascite in Italia. Franco Angeli ed. Milano, 1996.

11 Cristian Pop-Eleches. The Impact of an Abortion Ban on Socio-Economic Outcomes of Children: Evidence from Romania. Columbia University, October 2005. http://www.columbia.edu/~cp2124/papers/unwanted_latest.pdf

12 Malcolm Potts, Peter Diggory, John Peel. Abortion. Cambridge University Press. Cambridge, 1977. p. 141.

13 Puccetti R. Incidence of induced abortions in Peru. CMAJ. 2009; 180(11): 1133.

14 New MJ. Analyzing the Effect of Anti-Abortion U.S. State Legislation in the Post-Casey Era. State Politics & Policy Quarterly. 2011; 11: 28-47.

La societa’ ha bisogno di matrimoni

salvare il matrimonioUno dei motivi che stanno dietro i problemi di ordine pubblico in Inghilterra, secondo molti osservatori, è il fallimento del matrimonio e della famiglia. Se questo è vero, allora le conclusioni riportate da un recente studio sul matrimonio presentano una situazione preoccupante. Il mese scorso, il Brookings Institute di Washington D.C. ha pubblicato uno studio dal titolo “The Marginalization of Marriage in Middle America”, che prende in esame lo status coniugale del 51% delle persone tra i 25 e i 34 anni che hanno completato gli studi scolastici ma non quelli universitari. Il matrimonio va bene nel gruppo degli americani laureati e benestanti, che generalmente si sposano prima della nascita del primo figlio. Secondo il rapporto, infatti, i tassi di divorzio in questa fascia di popolazione sono scesi a livelli paragonabili a quelli dei primi anni Settanta.

Secondo gli autori dello studio, W. Bradford Wilcox e Andrew J. Cherlin, la situazione è diversa per le persone meno istruite, che mostrano alti livelli di convivenza e di divorzio. “L’allontanamento della Nazione dal matrimonio, iniziato negli anni Sessanta e Settanta nelle comunità a basso reddito, si è ora esteso alla classe media americana”, afferma il rapporto. Negli ultimi anni, le donne americane con un’istruzione non elevata presentano una propensione a fare un figlio al di fuori del matrimonio sette volte superiore a quella delle donne laureate. Nell’insieme, il 44% delle nascite da donne diplomate avviene al di fuori del matrimonio. Per le donne non diplomate la percentuale sale al 54%, mentre per le laureate crolla al 6%.

L’aumento delle nascite extramatrimoniali è dovuto ai più elevati livelli di convivenza, mentre poco è cambiato riguardo alle nascite da donne che vivono da sole. Questo aumento è motivo di preoccupazione perché la condizione migliore per i figli è quella di una famiglia stabilmente sposata, afferma il rapporto. Secondo dati recenti, le coppie conviventi sono intrinsecamente instabili e il 65% dei loro figli assisterà alla separazione dei genitori entro i primi 12 anni di vita. Questa percentuale scende ad appena il 24% per i figli nati da genitori sposati.

Il rapporto cita come cause del mutamento fattori sia culturali che economici. Il mercato del lavoro per gli uomini moderatamente istruiti si è considerevolmente deteriorato, lasciandoli con lavori meno stabili e meno retribuiti in termini reali rispetto alla situazione della generazione precedente. Allo stesso tempo, si ritiene che sia necessario avere un buon lavoro e un buon reddito prima di potersi impegnare in un matrimonio. Per questo, la convivenza viene adottata come alternativa, in attesa di trovare il lavoro giusto. Questa spiegazione da sola non è tuttavia sufficiente. Il rapporto osserva che in passato, ad esempio durante la Grande depressione successiva al 1929, le difficoltà economiche non hanno portato a cambiamenti nella vita familiare. Il rapporto evidenzia invece tre grandi cambiamenti culturali che hanno svolto un ruolo cruciale.

Anzitutto è cambiata la visione del sesso e della procreazione al di fuori del matrimonio. Oggi questi comportamenti sono accettati molto di più e questo, insieme all’introduzione del contraccettivo, ha fortemente indebolito i valori familiari tradizionali che una volta dominavano in questa parte della società. Le donne non sposate e a basso reddito spesso fanno comunque figli, anziché aspettare l’arrivo di una situazione migliore, poiché ciò implicherebbe il rischio di non farne affatto. Questa mentalità si è ora estesa anche alle donne moderatamente istruite.

In secondo luogo, si è registrato un significativo calo nella partecipazione religiosa della classe media americana. La frequenza settimanale in chiesa, rispetto agli anni Settanta, è calata dal 40 al 28%. In terzo luogo, il quadro giuridico relativo alla famiglia ha subito un notevole riorientamento. Con l’introduzione del divorzio senza colpa, l’ordinamento è passato dalla tutela del vincolo matrimoniale alla prevalenza della tutela dei diritti individuali.

Riuscire a cambiare la tendenza alla convivenza e al divorzio non è facile, ammette il rapporto. Tra le misure suggerite figurano le seguenti: – Offrire una migliore formazione professionale per i lavori di media abilità, per consentire a chi ha ricevuto un’istruzione non elevata di trovare un lavoro migliore e più stabile. – Modificare il regime assistenziale che penalizza il matrimonio rispetto alla convivenza, in quanto le coppie conviventi perdono il sostegno economico se decidono di sposarsi. Anche le detrazioni fiscali per i figli dovrebbero essere riviste. – Cercare di usare le stesse tecniche già adottate per le campagne contro il fumo o la guida in stato di ebbrezza. – Investire in programmi educativi per i bambini svantaggiati all’asilo, al fine di rafforzare le prospettive lavorative delle future generazioni. – Rivedere le leggi sul divorzio per mitigare le conseguenze del divorzio senza colpa. In questo senso potrebbero essere previsti programmi educativi e l’obbligo di un periodo di attesa per le coppie con figli.

Poco tempo dopo la pubblicazione di questo studio del Brookings Institute, uno degli autori ha partecipato a un’altra pubblicazione sul matrimonio e la convivenza. Il direttore del National Marriage Project, W. Bradford Wilcox, insieme ad altri 18 studiosi della famiglia, ha infatti pubblicato la terza edizione del rapporto “Why Marriage Matters: Thirty Conclusions from the Social Sciences”. Secondo questo rapporto, la famiglia integra, biologica e sposata continua ad essere la condizione migliore per i figli. Essa è inoltre tra i maggiori fattori che contribuiscono al bene comune, recando benefici all’economia, alla salute e all’educazione. Dopo aver analizzato centinaia di studi sul matrimonio e la vita familiare, gli autori hanno tratto conclusioni sia buone che cattive. Quella buona è che il divorzio è diminuito, quasi ai livelli precedenti agli anni Settanta. Quella cattiva è che a questo miglioramento si affianca un incremento ancor maggiore del tasso di convivenza. Questo significa che oggi i figli hanno maggiori probabilità di vivere con genitori conviventi che di subire un divorzio. Solo il 55% degli ultrasedicenni viveva con entrambi i genitori nei primi anni Duemila, rispetto al 66% di vent’anni prima. Secondo il rapporto, l’instabilità della convivenza ha un impatto negativo sui figli, che hanno una probabilità tre volte superiore di subire abusi rispetto a quelli che vivono in famiglie integre, biologiche e sposate. Presentano anche una maggiore propensione a far uso di droga, ad avere problemi a scuola e ad adottare cattivi comportamenti.

Questi cambiamenti nella vita familiare sono ben lungi dall’essere confinati agli Stati Uniti. L’articolo di copertina della rivista The Economist del 20 agosto ha preso in esame il fenomeno della “fuga dal matrimonio” in Asia. In Giappone, per esempio, la percentuale delle donne conviventi, che vent’anni fa era al di sotto del 10%, è salita oggi al 20%. L’età media in cui ci si sposa è attualmente molto più alta: nei Paesi asiatici più ricchi raggiunge i 29-30 per le donne e i 31-33 per gli uomini. Negli ultimi trent’anni, in alcuni Paesi l’età media in cui ci si sposa è aumentata di cinque anni. Un maggior numero di donne, inoltre, non si sposa. Nel 2010, un terzo delle donne giapponesi ultratrentenni non era sposato. Lo stesso anno, il 37% delle donne taiwanesi fra i 30 e i 34 anni era single, e lo era anche il 21% di quelle fra i 35 e i 39 anni. Si tratta di un cambiamento sorprendente – secondo l’articolo –, se si considera che solo qualche decennio fa appena il 2% delle donne di questo gruppo d’età era single nella maggior parte dei Paesi asiatici. I tassi di divorzio, ancora considerevolmente più bassi rispetto all’Occidente, sono raddoppiati rispetto agli anni Ottanta. La famiglia in Asia è tradizionalmente molto importante. Ancora nel 1994 l’ex Primo Ministro di Singapore, Lee Kuan Yew, attribuiva il successo economico asiatico alla forza dei legami familiari e alle virtù acquisite in famiglia. Con il matrimonio in difficoltà sia in Occidente che in Asia, i costi derivanti dalle relative conseguenze sono semplicemente troppo elevati per non cercare di porre rimedio a questa tendenza.

di padre John Flynn, LC

 

 

Non vi preoccupate, il paradiso e’ un posto bellissimo

francesca-pedrazziniPuo’ un funerale essere come un matrimonio? Puo’ una bambina chiedere che il  funerale della mamma sia una festa? Può una mamma che sta per morire,  parlare con i suoi bambini e insegnare loro ad avere fede perché Gesù è  buono e lei li vedrà e curerà dal cielo? Può una donna che sta per lasciare  il marito ed i suoi bambini fare festa con gli amici in ospedale?   Questo e altro ha fatto Francesca Pedrazzini, moglie e madre di 38 anni,  salita in cielo dopo trenta mesi di combattimento con un tumore che l’ha  uccisa.  La sua vicenda ed il suo modo di affrontare il dolore e la morte così  straordinariamente eroico sono stati raccontati nel libro di Davide  Perillo, Io non ho paura, pubblicato dalle edizioni San Paolo.    Ha narrato il marito Vincenzo Casella, il 21 agosto, nel corso di un  incontro al Meeting di Rimini, dopo una serie di visite e esami, il 17  agosto 2012 la dottoressa lo prende da parte e gli dice “potrebbe essere  questione di giorni. Al massimo qualche settimana”.  E lì Vincenzo viene preso dall’angoscia: “Dirglielo? E come? E i bambini? E  se poi crolla? Forse è meglio tacere per tenerla su di morale…”.  Vincenzo chiede alla dottoressa, che gli confessa: “Guardi io sono una  mamma. Se toccasse a me, vorrei sapere. Per decidere cosa fare con i miei  bimbi”.  Ma Francesca ha già capito. Chiama Vincenzo vicino al suo letto, lo guarda  con una tenerezza grande.  “Vincè – gli dice – io sono tranquilla. Non ho paura perché c’è Gesù”.  “Ma non sei triste?”, le chiede Vincenzo, e lei: “No, non sono triste. Sono  certa di Gesù. Anzi sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando.  Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio  il contrario…”.  “E’ vero. Soprattutto per i bimbi”.    Francesca mostra una serenità ed una forza straordinaria. Chiede di vedere i  figli: Cecilia di 11 anni, Carlo di 8 e Sofia di 4.  Li vede uno per volta per 15 minuti e gli dice: “Guardate, io vado in  Paradiso. E’ un posto bellissimo, non vi dovete preoccupare. Avrete  nostalgia, lo so. Ma io vi vedrò e vi curerò sempre. E mi raccomando, quando  vado in Paradiso dovete fare una grande festa”.  Vincenzo era lì e la guardava con gli occhi spalancati, senza parole.  “Ha fatto una cosa – ha spiegato – che vale cinquant’anni di educazione di  una mamma”.  Così accade che il taxista che accompagna una amica al funerale di Francesca  non ci voleva credere. Era sceso a domandare pensando che la cliente avesse  sbagliato chiesa: “Ma davvero c’è un funerale qui? No, sa, tutta questa  gente elegante, le facce… Io pensavo a un matrimonio”.  Quando Mariachiara, la mamma di Francesca, aveva parlato con la dottoressa  che la curava, questa le ha detto: “Una fede come quella di sua figlia non  l’ho mai vista. Mi sarebbe piaciuto conoscerla un po’ di più. Le chiedo un  piacere: se può, le dica che quando sarà in Paradiso si ricordi dell’ultimo  medico che l’ha curata”.  E Gianguido che aveva partecipato ai funerali, ha raccontato: “Sono rimasto  impressionato dal funerale della Chicca (diminutivo in cui veniva chiamata  Francesca, ndr). Io non credo in Dio. Ma non si può negare che lì c’era  qualcosa. Qualcosa di straordinario che io non so spiegare”.  Due zii di Francesca, lui ingegnere, lei bibliotecaria all’università di  Pisa, sposati da 33 anni erano 40 anni che non andavano in Chiesa. Poi,  saputo della malattia di Francesca, hanno iniziato a pregare. Hanno vissuto  tutto il tragitto di Francesca dalla sofferenza alla morte. Ed hanno  ritrovato la fede. Alla domanda chi è Francesca per voi, hanno risposto: “Un  esempio, un faro. Un desiderio di essere così, un segno di croce tutte le  mattine”.    Un uomo aveva una parente in ospedale negli stessi giorni di Francesca,  malata terminale come lei. Una sera rimane stupito perché vede nella camera  di Francesca una tavolata di persone che mangiano la pizza, scherzano e  ridono.   All’inizio si irrita, perché non può essere, poi viene contagiato dalla  gioia di quelle persone. Ha raccontato: “Qualcosa come un inno alla vita mi  entrava nel cuore, nell’anima e nella mente”.  Al termine della pizza i presenti pregano insieme, e solo al momento dei  saluti quell’uomo capisce chi è l’ammalata: è l’unica che rimane in  ospedale.  Nel libro, Io non ho paura quest’uomo racconta che l’immagine di quella  donna di 38 anni madre di tre bambini, che si appresta a lasciare  consapevolmente il mondo, sorridente e divertita di fronte ad una pizza con  intorno i propri cari è come se gli avessero piantato “un chiodo nel cuore.  Un chiodo come un seme che ha fatto germogliare una pianticella che è e sarà  il mio inno alla vita”.  Un’amica che ha incontrato Vincenzo al bar gli ha detto: “Francesca mi ha  colpito per il commosso coraggio con cui ha abbracciato la croce, per essere  in Paradiso. Questa roba da Santi e di Santi abbiamo bisogno, in questa  ordinaria vita comune. Francesca ha sofferto ma ha anche scommesso su Dio. E  in ciò è la sua grandezza semplice, da madre e da sposa. Non siamo soli. Non  saremo mai soli. Per questo Francesca non aveva paura”.  Lorenza, amica della famiglia di Vincenzo, gli ha girato un tema fatto dalla  figlia Letizia di 13 anni.  Le era stato chiesto di fare un tema su “una persona che ti ha fatto  crescere”.    Lorenza ha scritto: “la persona che non dimenticherò mai è la mamma di tre  bambini con cui andavamo in vacanza da piccoli. (…) è mancata a soli 38  anni. L’avevo incontrata al mare ed in montagna. Era contenta e allegra, era  forte”.  Steve Jobs citava un poeta che diceva “vivi ogni giorno come se fosse  l’ultimo” e Lorenza ha commentato, forse Francesca non aveva mai sentito  queste parole, “ma viveva ogni secondo in modo speciale, un modo che mi ha  cambiato le vacanze e ora penso, la vita”.  “Per me – conclude Lorenza  – è stata una grande testimonianza, (…) mi ha  fatto capire di vivere la vita, viverla veramente secondo per secondo, e ora  quando penso a lei mi chiedo se sto dando tutto quello che posso dare”.  Alcuni hanno detto a Vincenzo: “Scusa se ti facciamo parlare di Francesca,  lo sappiamo che è dura perché ogni volta la ferita si riapre”.  E Vincenzo ha risposto: “Molti pensano che per superare bisogna dimenticare,  ma per me è l’esatto contrario: più ripercorro quella esperienza più mi da  pace”. 

Antonio Gaspari  www.zenit.org

Francesca mi ha reso meno indifferente

abbraccioCarissimo don Silvio, leggendo un tuo editoriale ho rivissuto una pagina della mia vita. Questa volta però tu le hai dato un altro significato ed io ho potuto constatare che ciò che io consideravo solo come una mia colpa, in realtà è anche una conseguenza del fatto che il più delle volte mi trovo a portare da sola il peso della mia bambina o sono costretta a chiedere sempre alle stesse persone. Non è così facile coinvolgere altre persone, con il passare degli anni mi sono resa conto che lasciare un bimbo disabile in affido a qualcuno, anche solo per qualche ora, spaventa.

Si avverte disagio, così il più delle volte rinuncio a chiedere. Ancora più raro è che qualcuno, conoscendo la mia situazione, si offra volontariamente. Ecco perché la croce diventa ancora più insostenibile.

Tu avrai scritto queste riflessioni almeno una settimana fa e leggendole mi sono chiesta: chissà quante persone vivono le mie stesse pene, le mie stesse difficoltà. Forse è proprio giusto tirare fuori anche questi vissuti e accendere un faro su situazioni che troppo spesso – per non dire quasi sempre – passano inosservate o sono considerate normali.

E subito ho pensato alla notizia di quel nonno che ha deciso di togliersi la vita insieme al nipotino di cinque anni, affetto da una grave disabilità gettandosi nel fiume, abbracciato al bambino. Chissà quanto si sarà spaventato della disabilità del suo nipotino. Chissà quanto si saranno sentiti soli.

Questi gesti estremi sono il frutto anche di tutte le volte in cui i problemi o la sofferenza vengono visti come un’esperienza che chiama e coinvolge solo le persone direttamente interessate e non come un’occasione in cui ciascuno può fare la sua parte. Si dice troppe volte di no, anche quando non si pongono domande in modo diretto. Ciascuno evade e si diventa indifferenti con una facilità disarmante. Forse anch’io inconsapevolmente faccio così in relazione a tutto ciò che mi circonda.

La mia piccola Francesca mi ha reso sicuramente meno indifferente e mi ha fatto crescere tanto, anche se la vita ha ancora tante cose da dire e da insegnare. Gesù ci parla ogni giorno ma, forse a causa della nostra fragilità, impariamo ad ascoltare le parole di Gesù solo quando ci troviamo nella sofferenza. In questo caso, ci mettiamo in discussione più facilmente e comprendiamo quanto è importante imparare a fare la Sua volontà. Magari Lui ce l’aveva già detto quando eravamo felici o in occasioni dove la gioia sovrabbondava e noi pensavamo ad altro. Eravamo più attenti al mondo e alle cose che passano.

So bene che il mio cammino prevede tempi e spazi di solitudine, ma ti ringrazio di cuore per la tua condivisione che mi fa sentire la tenerezza di Dio e la compagnia della Chiesa.
Mariarosaria (dal sito www.puntofamiglia.net)

Mense a Torino – Servizi per chi e’ in difficolta’

mense-MENSA SACRO CUORE DI GESU’

Via Brugnone 3. Tel.: 011.6687827

Mezzi pubblici: 1-18-35-42.

Pranzo dal lunedì al sabato dalle 11.30 alle 12.45.
Chiuso da fine luglio a metà settembre

 

-SANT’ALFONSO MENSA DEL POVERO

Via Netro 5. Tel.: 011.7496457

Mezzi pubblici: 9-13-16-36-71

Pranzo dal lunedì al venerdì dalle 10.30 alle 11.30
Chiuso da fine maggio a metà settembre

 

-MENSA DEL COTTOLENGO

Via Andreis 26. Tel.: 011.5225655.

Mezzi pubblici:3-4-10-11-14-18-51

Pranzo dal lunedì al sabato dalle 10.30 alle 12.30.
Aperta anche ad agosto.

 

-MENSA SANT’ANTONIO DA PADOVA

Via Sant’Antonio da Padova 7. Tel.: 011.5621917

Mezzi pubblici:1-9-10-55

Pranzo dal lunedì al sabato dalle 10 alle 12.

Apertura pomeridiana dalla ore 12,30 alle ore 16 nei pomeriggi infrasettimanali; la domenica dalle ore 14 alle ore 18

 

-CASA SANTA LUISA

Via Nizza 24. Tel.: 011.5780824

Mezzi pubblici: metro- 1-18-34-35-61

Colazione dal lunedì al sabato dalle 7.15 alle 8.30

 

-MENSA DEI SERVIZI VINCENZIANI
(solo festiva)

Via Saccarelli 2. Tel.:011.480433

Mezzi pubblici 1-13-36-38-49-59-71-72

Nei giorni festivi pranzo dalle 11 alle 12.
L’accesso è consentito a chi si è munito di tessera, che viene rilasciata il giovedì dalle 9.00 alle 11.00. Chiuso ad agosto.

Pacco viveri: gio pom solo a tesserati, con segnalazione di operatori

 

-MENSA DEL POVERO – LARGO TABACCHI
(solo festiva)

Via Guinicelli 4. Tel.: 011.8989402.

Mezzi pubblici:3-15-54-56-61-66-75-78.

Orario di apertura: solo domenicale, alle 8.30 viene offerta la colazione e alle ore 11.00 il pranzo.
Chiuso ad agosto.

 

-ASILO NOTTURNO UMBERTO I:

Via Ormea 119. Tel.: 011.6963290
Orario di apertura: lunedì-sabato cena ore 18.00-19.00 Chiuso ad agosto.

-CAPPUCCINI

Via Giardino 35. Tel.: 011.6604414

Nei giorni feriali e domeniche, panini alle 17.

-CENACOLO EUCARISTICO DELLA TRASFIGURAZIONE (don Adriano – Fausto Gennari: cell. 335.5950235
Via Belfiore 12, Torino
Distribuzione pasti freddi (borse viveri)
domenica e festivi tutto l’anno; ore 8.00-12.00
Distribuzione pacchi famiglia: mercoledi pomeriggio

tutto l’anno; ore 13.00-16,00

Mensa preserale calda:

Orario di apertura: da lunedì a venerdì; ore 17,30-19,30; N° 120 posti (2 turni da 60). Con tessera
I servizi sono aperti anche nel mese di agosto.

ESERCITO DELLA SALVEZZA

Via Principe Tommaso 8/c10125 TORINO(tel:0112767584 011/66.99.828 Cena il giovedì sera 17.30 – 18.30 (dal 1 dicembre – al 31 marzo)

Pacchi viveri ultimo martedì del mese al mattino

-PARROCCHIA S.GIULIO D’ORTA

Corso Cadore 17/3

Colazione al sabato mattina 9-11.30

PARROCCHIA SS NOME DI MARIA

Via Guido Reni, 96/140

Don Benito Rugolini, cell. 347.4303037

Orario di apertura: Pranzo domenicale; ore 12,00

Con prenotazione anticipata. N° 40 ospiti

MENSA CENACOLO – ass. ALTROCANTO
(Grugliasco – Don Angelo)
via Latina 101 – 10095 Grugliasco (TO)
pasto caldo a pranzo
(è richiesta una offerta indicativa di 1 euro)


SERMIG
colazione, sacchetto pranzo e cena per chi è accolto nei dormitori.

GRUPPO ABELE (via Pacini)
colazione e pranzo (femminile per ospiti del centro diurno)
SAN LUCA
cena per chi è accolto in dormitorio (è richiesta una offerta indicativa di 1 euro)

CIRCOLO NO.A’

Corso Regina Margherita 154

Mezzi pubblici: 4, 16, 3

dal 30 novembre 2015 al 30 aprile 2016)

Merenda e cena ( fino a 100 persone senza dimora, ospiti dei dormitori)

SPAZIO D’ANGOLO

Via Capriolo, 14/A. Cell. 335.1306188; e-mail: spaziodangolo@gruppoarco.org

Ristoro preserale per sd segnalati dagli enti del Tavolo sd Caritas. N° 40 ospiti

Orario di apertura: 365 gg; ore 17.00 – 18,30

ASSOCIAZIONE AMMP

C/o Istituto Madre Mazzarello

Via Cumiana, 14. Cell. 338.2471262 – 346.7642188

Orario di apertura: Tutte le domeniche, ore 9,30-14,30. Ospita persone e famiglie in difficoltà dell’Unità Pastorale

Eutanasia, la morte assistita di Dominique Velati non e’ liberta’

morteBisogna essere grati ai radicali per certe battaglie, portate avanti con determinazione e sprezzo delle conseguenze. Penso soprattutto all’insistenza sulle condizioni dei detenuti, e ai continui richiami all’indulto o all’amnistia, che per i cristiani ha un sinonimo di ben altra pregnanza, che è la misericordia. Ma il loro sguardo all’uomo è assolutamente ideologico: l’esaltazione di una Libertà totale, deificata, in nome della quale tutto è lecito, se lo si desidera.

Avere un figlio se non si può, non averlo se non lo si vuole, non averlo se non lo si vuole in un certo modo, farlo avere da altri e comprarlo, o comprare pezzi d’uomo per poterlo generare. Anche morire, se lo si ritiene, o si crede di ritenerlo una strada, se la vita non ti piace, se il dolore fisico o psicologico non riesci a reggerlo. Si chiama eutanasia, ma è un inganno: di dolce, la morte assistita in asettiche cliniche svizzere, ha ben poco. E’ invece il trionfo dell’autodeterminazione sì, ma nella solitudine, nella disperazione, nel nulla che ha avvolto la tua vita, e che avvolgerà il dopo vita. Nulla. Tu, le persone che hai amato e ti hanno amato, cancellato, come ferraglia da rottamare, di cui non lasciar traccia.

E’ coraggio, il suicidio, o la forma più sottile di vigliaccheria? E chi ci specula, chi accoglie il dramma e lo smarrimento per risolverlo con un’iniezione, perché lo fa? Per i soldi, certo. Non solo, purtroppo, cosa che avrebbe almeno una parvenza di cinica logica. Lo fa perché crede fermamente che ogni uomo sia libero di darsi la morte, se lo crede, anzi di pretenderla. Non c’è nulla di ragionevole, in questa hybris antica, perché l’evidenza ci conferma che non ci diamo la vita, e non ce la diamo come vogliamo. Ma tant’è, se non esiste un creatore, e la tua esistenza è in balia del caso, la sfida al caso diventa quasi l’affermazione di sé, il tentativo estremo di dominare l’indomabile.

Così Marco Cappato, leader storico dei radicali italiani, si è autodenunciato per aver aiutato una donna italiana a morire in Svizzera, perché malata terminale. È successo il 15 dicembre, pare, ma il riserbo è d’obbligo, per tutelare una vicenda personale. Che i radicali non esitano a mettere in piazza per annunciare l’iniziativa di sostenere economicamente tutti i malati terminali che facciano richiesta della morte assistita, in modo che al più presto si possa ottenere una legge italiana. E’ un atto di disobbedienza civile, dicono. Lo Stato lede il principio della libertà individuale. E’ quasi banale rispondere che in nome della mia libertà individuale posso giustificare l’omicidio, ad esempio. Che in suo nome posso decidere di farmi schiavo, o di fingermi una pupattola di 12 anni, come ha detto di sentirsi quel pazzo che ha sbandierato il transage come nuovo vessillo. E’ inutile ricordare che i medici sono tali per curare, e per aiutare a non soffrire. Che il Diritto nasce per rimediare ai mali dell’uomo, per garantire la vita, come primo e universale diritto. Nessuno ha mai pensato di fondare la giurisprudenza sul diritto alla morte. Inutile, perché all’ideologia non risponde la ragione.

Solo una resistenza antropologica, cui allenare i nostri figli, può rispondere. Solo l’educazione, e la coscienza di chi siamo, di quali desideri profondi abitino in noi, solo la pietà, o la misericordia, meglio, che connota fin dalle origini il nascere delle civiltà. Resistenza ostinata almeno quanto quella dei radicali. Mentre pare che nel vuoto, di idee e ragione e cuore tutto ci scorra addosso, e qualche decina di morti in più in Siria, un presepe di meno, una donna uccisa in una clinica svizzera, non ci riguardino.

Sono esempi diversissimi, ma uniti da un filo comune: chi siamo, quali desideri albergano in noi, cosa vogliamo per i giorni che ci sono dati. Guardo a quella donna, sola, in una stanza pulita e ordinata, con i suoi pensieri, con i suoi ricordi. Chissà se ha pensato che in Avvento, da piccola, si facevano l’albero e il presepe, a casa, e si mangiava il panettone in famiglia dopo la Messa. Ieri sera è mancato il papà di amici, care persone. Dolorosa perdita, per un uomo ancor forte, in poco tempo, con gran sofferenza. Ma, spiegava la figlia, l’abbiamo seguito con immenso amore, giorno dopo giorno. E’ stata dura, ma al tempo stesso un’esperienza importante. Poiché morire è fatale, e questo scandalo bisogna affrontarlo, dai barlumi della coscienza, non solo quando ci tocca da vicino. Quest’uomo è andato incontro con dignità e coraggio alla vita di cui la morte è una parte. Aspettando una rivelazione, aspettando di vedere. Che accadesse, questo compimento di una vita piena. Non era solo.

Message from Medjugorje 25-12-2015 (in 34 languages)

medjugorje12 20151.English  December 25, 2015 “Dear children! Also today I am carrying my Son Jesus to you and from this embrace I am giving you His peace and a longing for Heaven. I am praying with you for peace and am calling you to be peace. I am blessing all of you with my motherly blessing of peace. Thank you for having responded to my call.”

2.Italiano Messaggio, 25 dicembre 2015 “Cari figli! Anche oggi vi porto mio figlio Gesù tra le braccia e da esse vi do la Sua pace e la nostalgia del Cielo. Prego con voi per la pace e vi invito ad essere pace. Vi benedico tutti con la mia benedizione materna della pace. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

3.Deutsch Botschaft, 25 Dezember 2015 “Liebe Kinder! Auch heute bringe ich euch meinen Sohn Jesus und aus der Umarmung gebe ich euch Seinen Frieden und die Sehnsucht nach dem Himmel. Ich bete mit euch für den Frieden, und ich lade euch ein, Frieden zu sein. Ich segne euch alle mit meinem mütterlichen Segen des Friedens. Danke, dass ihr meinem Ruf gefolgt seid!”

4.Francais Message, 25 décembre 2015 “Chers enfants, aujourd’hui encore, je vous amène mon Fils Jésus et de cette étreinte je vous donne sa paix et la nostalgie du Ciel. Je prie avec vous pour la paix et je vous appelle à être paix. Je vous bénis tous de ma bénédiction maternelle de paix. Mercid’avoir répondu à mon appel.”

5.Espanol Mensaje, 25 diciembre 2015 “Queridos hijos! También hoy les traigo en mis brazos a mi Hijo Jesús y desde este abrazo les doy Su paz y el anhelo por el Cielo. Oro con ustedes por la paz y los invito a ser paz. Los bendigo a todos con mi bendición maternal de paz. Gracias por haber respondido a mi llamado.”

6.Hrvaski Poruka, 25 prosinac 2015 “Draga djeco! I danas vam nosim svoga sina Isusa i iz narucja vam dajem Njegov mir i cežnju za Nebom. Molim se s vama za mir i pozivam vas da budete mir. Sve vas blagosivam svojim majcinskim blagoslovom mira. Hvala vam što ste se odazvali mome pozivu.”

7.Portugueis Messagem, 2015 g. 25 dezembro
“Queridos filhos! Também hoje EU estou carregando o MEU FILHO para vocês e deste abraço, EU estou dando a vocês a SUA PAZ e um anseio pelo Céu. EU estou rezando com vocês pela paz e pedindo a vocês para serem paz. EU estou abençoando todos vocês com a Minha Bênção Maternal de Paz. Obrigada por terem respondido ao MEU Chamado. ”

8.Polski Orędzie, 25  grudnia 2015 “Drogie dzieci! Również dziś niosę wam swego Syna Jezusa i obejmując [Go] daję wam Jego pokój i pragnienie Nieba. Modlę się z wami o pokój i wzywam was, abyście byli pokojem. Wszystkich was błogosławię moim matczynym błogosławiństwem pokoju. Dziękuję wam, że odpowiedzieliście na moje wezwanie.”

9.Romana Mesajul din 25 decembrie 2015
„Dragi copii, și astăzi vi-L aduc pe Fiul meu Isus și, ținându-L la piept, vă dau pacea Lui și dorința [Lui] după Cer. Mă rog cu voi pentru pace și vă chem să fiți pace. Vă binecuvântez pe toți cu binecuvântarea mea maternă de pace. Vă mulțumesc că ați răspuns la chemarea mea. ”

10.Czech

11.Arab

12.Russian
13.Hungarian Üzenet, 2015 december 25
“Ma is elhozom nektek Fiamat, Jézust, és karjaimból adom nektek az Ő békéjét és a Mennyország utáni vágyakozást. Imádkozom veletek a békéért és hívlak benneteket, hogy legyetek béke. Mindnyájatokat megáldalak édesanyai béke-áldásommal. Köszönöm, hogy válaszoltatok hívásomra. ”

14.Norwegian 15.Chinese
16.Dutch Boodschap van 25 december 2015 “Lieve kinderen, ook vandaag breng Ik jullie mijn Zoon Jezus en vanuit deze omhelzing geef Ik jullie Zijn vrede en het verlangen naar de Hemel. Ik bid met jullie voor de vrede en Ik roep jullie op om vrede te zijn. Ik zegen ieder van jullie met mijn Moederlijke zegen van vrede. Dank dat je aan mijn oproep gehoor hebt gegeven.”

17. Finnish  18.Swedish 19.Greek

20.Sqip Mesazhi i dytë i muajit 25 dhjetor 205 – Megjugorje.
“Bij të dashur!  Edhe sot ju sjellë Birin tim nga duart dhe nga ato ju japë paqen dhe nostalgjinë e tij nga qielli.
Lutem me ju për paqe dhe ju ftoj të jeni paqe.
Ju bekoj të gjithëve me bekimin tim Amënor të paqes.
Faleminderit që i jeni përgjigjur thirrjes sime.”
21. Waray-Waray 22.Kiswahili  23.Slovak
24. Slovenian
25.Vietnamese 26.Japanese 27.BahasaIndonesian 28.Latvian 29.Korean 30.Tamil 31.Zulu 32.Tagalog 33.Malabarese 34.Ukrainian

Lettera di Ratzinger a 7 anni a Gesu’ Bambino

letteragesubambinoUna lettera scritta a Gesù Bambino,
da Joseph Ratzinger a 7 anni (nel 1934)

“Caro Bambino Gesù, presto scenderai sulla terra. Porterai gioia ai bambini. Anche a me porterai gioia.
Vorrei il Volks-Schott, un vestito per la messa verde e un Cuore di Gesù. Sarò sempre bravo. Cari saluti da Joseph Ratzinger”

Ci sono 3 richieste: 1) Il Volks-Schott , uno dei primi libri di preghiere con il messale in lingua tedesca con testo a fronte in latino. All’ epoca in Germania ne esistevano due edizioni, una per adulti e una per bambini. 2) un vestito per il gioco del parroco che faceva con suo fratello Georg, diventato anche lui prete 3) una immaginetta del Sacro Cuore di cui era devota la famiglia.

Niente da dire se non che anche da bambino aveva una spiritualità innata e una  grande fede…

La lettera è stata esposta nella casa natale del papa a Marktl am Inn in Baviera.

Come un filo di paglia (Bruno Ferrero)

pagliaI pastori che erano stati alla stalla di Betlemme a onorare il Bambino Gesù tornavano a casa. Erano arrivati tutti con le braccia cariche di doni, e ora se ne partivano a mani vuote.
Eccetto uno. Un pastore giovane giovane aveva portato via qualcosa dalla stalla santa di Betlemme. Una cosa che teneva stretta nel pugno. Gli altri lì per lì non ci avevano fatto caso, finché uno di essi non disse: “Che cos’hai in mano?”.
“Un filo di paglia”, rispose il giovane pastore, “un filo di paglia della mangiatoia in cui dormiva il Bambino”.
“Un filo di paglia!”, sghignazzarono gli altri. “È solo spazzatura. Buttalo via!”.
Il giovane pastore scosse il capo energicamente.
“No”, disse. “Lo conservo. Per me è un segno, un segno del Bambino. Quando tengo questa pagliuzza nelle mie mani, mi ricordo di lui e quindi anche di quello che hanno detto di lui gli angeli”.
Il giorno dopo, gli altri pastori chiesero al giovane: “Che ne hai fatto della tua pagliuzza?”.
Il giovane la mostrò.  “La porto sempre con me”.  “Ma buttala! “.  “No. Ha un grande valore. Su di essa giaceva il Figlio di Dio”.
“E con questo? Il Figlio di Dio vale. Non la paglia!”.”Avete torto. Anche la paglia vale tanto. Su che altro poteva stare il Bambino, povero com’era? Il Figlio di Dio ha avuto bisogno di un po’ di paglia. Questo mi insegna che Dio ha bisogno dei piccoli, dei senza-valore. Sì, Dio ha bisogno di noi, i piccoli, che non contiamo molto, che sappiamo così poco”.
Con il passare dei giorni sembrò che il filo di paglia diventasse sempre più importante per il giovane pastore. Durante le lunghe ore al pascolo lo prendeva spesso in mano: in quei momenti ripensava alle parole degli angeli ed era felice di sapere che Dio amava tanto gli uomini da farsi piccolo come loro.  Ma un giorno uno dei suoi compagni gli portò via il filo di paglia dalle mani, gridando:
“Tu e la tua maledetta paglia! Ci hai fatto venire il mal di testa con queste stupidaggini!”.
Stropicciò la pagliuzza e la gettò nella polvere.
Il giovane pastore rimase calmo. Raccolse da terra il filo di paglia, lo lisciò e lo accarezzò con la mano, poi disse all’altro: “Vedi, è rimasto quello che era: un filo di paglia. Tutta la tua rabbia non ha potuto cambiario. Certo, è facile fare a pezzi un filo di paglia. Pensa: perché Dio ci ha mandato un bambino, mentre ci serviva un salvatore forte e battagliero? Ma questo Bambino diventerà un uomo, e sarà resistente e incancellabile. Saprà sopportare tutte le rabbie degli uomini, rimanendo quello che è: il Salvatore di Dio per noi”.
Il giovane sorrise, con gli occhi luminosi. “No. L’amore di Dio non si può fare a pezzi e buttare via. Anche se sembra fragile e debole come un filo di paglia”.
Bruno Ferrero

Il tronchetto (Bruno Ferrero)

tronchetto-di-natale1Ogni sera, quando il padre di Nellina rientrava dal bosco, scuoteva la neve dagli stivali e brontolava: “Oh, là là! Che caldo fa, qui! Sembra un forno!
Guarda, Nellina, i vetri delle finestre sono tutti appannati! E poi, sempre questo odore di dolci e creme bruciacchiate! Toh, guarda tua madre, coperta di farina dalla testa ai piedi! Che idea che ho avuto di sposare una fornaia!”.
Naturalmente la mamma di Nellina non era contenta. I suoi occhi brillavano di collera. Gridava: “Che cosa? Dolci bruciacchiati? lo? I miei panettoni farciti sono i migliori dei mondo! E poi io faccio delle cose con le mie mani. Tu, grand’uomo, non fai che demolire dei poveri alberi che non t’hanno fatto niente. Guardalo, Nellina, tutto coperto di segatura dalla testa ai piedi!”. Nellina ne aveva abbastanza di questi litigi. Si arrotolava le trecce bionde forte forte intorno alle orecchie e non sentiva più niente.

Ma il papà continuava a gridare: “Questa sedia è tutta appiccicosa. È ancora la tua crema!”. E la mamma urlava: “Crema? ma quale crema: è la resina dei tuoi maledetti alberi. La spiaccichi dappertutto!”. Quella sera, Nellina piangeva nel suo lettino. Amava tanto il papà e la mamma. Ma ora esageravano. Due giorni dopo era Natale e loro non facevano nessuno sforzo per andare d’accordo e passare una bella festa insieme. Il papà si era rifiutato di ridipingere l’insegna della pasticceria. La mamma non aveva voluto rammendare il gilet dei marito. I grossi lacrimoni di Nellina bagnavano la sua bambola preferita.

Il giorno dopo Nellina raccontò tutto al cugino Gianni.
“Non serve a niente piangere” le disse Gianni. “Devi fare qualcosa. I tuoi genitori ti vogliono bene. Prepara tu la festa. Fabbrica un regalino, addobba la casa e Natale sarà una festa fantastica!”. Nellina tornò a casa di corsa. Aprì le finestre, spazzò fuori farina e segatura. Pulì e lucidò.
Decorò la casa con rametti di agrifoglio e carta crespa, aggiustò il gilet del papà e stirò il nastro che la mamma si annodava nei capelli. Poi si disse: “E adesso preparo una bella sorpresa! Almeno a Natale non litigheranno”. E mentre mamma e papà erano al lavoro, Nellina preparò la sua sorpresa, ridendo da sola. Quando il padre rientrò, non riuscì a trattenere un fischio di sorpresa: “Oh, là, là! Che bella casa! E il mio gilet riparato per Natale”. La madre a sua volta: “La casa addobbata e il mio nastro lavato e stirato. Che meraviglia!”.

Il giorno di Natale, andarono a Messa tutti insieme e poi tornarono per il pranzo. Al momento del dolce, Nellina portò la sua sorpresa. Mamma e papà aggrottarono le sopracciglia. La mamma
domandò: “Che cos’è? Sembra un tronco d’albero, con la corteccia scura e un po’ di neve. È disgustoso!”. Il papà annusò e disse: “Sa di biscotti, cioccolato e zucchero in polvere. È disgustoso!” Poi, tutto d’un colpo, la mamma scoppiò a ridere e disse: “È un dolce, è per me. Grazie Nellina!” Il papà scoppiò a ridere anche lui: “È un tronchetto d’albero, è per me. Grazie Nellina!” Nellina, felice, gridò: “È per tutti e tre. E lasciatene un po’ anche per me!”.

Salvare la vita nascente e’ possibile‏

La vicenda del neonato partorito nel bagno di un Mc Donald di Roma e abbandonato dalla madre non può non scuoterci. Se una notizia del genere ci lasciasse indifferenti, ciò vorrebbe dire che ormai siamo assuefatti al male. Non può non destare la nostra attenzione la storia di una creatura innocente abbandonata in un posto così indegno, forse però proprio al fine di salvare la sua vita.

Perché avvenimenti del genere non accadano più, o almeno vengano drasticamente ridotti si dovrebbe più spesso ricordare che la legge italiana consente alla madre di non riconoscere il bambino e di lasciarlo nell’ospedale dove è nato (DPR 396/2000, art. 30, comma 2) affinché sia assicurata l’assistenza e anche la sua tutela giuridica. Inoltre il nome della madre rimane per sempre segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “nato da donna che non consente di essere nominata”.

Da qualche anno poi in alcune città sono tornate in auge le Ruote degli esposti col più moderno nome di Culle per la vita promosse dai centri di Aiuto alla Vita (ndr). Anche questa struttura può aiutare le donne a rimanere nell’anonimato e a salvare la vita del proprio piccolo.

Nell’antichità infatti, anche in diversi contesti culturali, l’infanticidio e l’abbandono dei neonati era accettato moralmente e approvato legalmente. Tutto cambia con l’avvento del Cristianesimo e, possiamo dirlo senza timore di errore, con il culto di Gesù Bambino. Se infatti il Verbo di Dio si è fatti uomo ed è stato egli stesso un fanciullo, ogni bambino viene visto con una nuova luce e con una particolare dignità.

Ecco allora che l’imperatore Costantino sancisce nel 315 che una parte del fisco sia utilizzata per il soccorso degli infanti abbandonati e per i figli delle famiglie povere. Nel VI secolo poi l’imperatore d’oriente Giustiniano punirà l’abbandono paragonandolo all’infanticidio. In entrambi i casi si può parlare di un positivo influsso della legge evangelica sulla legge dello Stato.

Si deve all’arciprete milanese Dateo la nascita del primo brefotrofio, luogo dove si accolgono e si allevano i bambini abbandonati, nell’anno 787 proprio nella sua città. La Ruota degli esposti, antenata della moderna Culla per la vita, nasce in Francia e circa 10 anni dopo, nel 1198, ne viene creata una a Roma ad opera di Papa Innocenzo III nell’ospedale di Santo Spirito in Sassia. Essa è ancora visibile agli occhi dei curiosi e dei turisti.

Per motivi soprattutto di natura economica le ruote degli esposti vennero abolite nel periodo a cavallo fra il risorgimento e il regime fascista. Da qualche anno sono tornate a comparire in Italia e possono essere ancora oggi un valido strumento per salvare molte vite che magari altrimenti non avrebbero alcuna speranza.

Ulteriori notizie e la mappa completa con tutte le città dove presenti le Culle per la vita si possono trovare sul sito www.culleperlavita.it

Etica del fare – Etica del non-fare

etica-medicaPremetto che la mia riflessione avra’ un carattere generale. Essa cioe’ non avra’ come oggetto un caso clinico o l’altro, ma sarà una riflessione di carattere, direi, criteriologico. Mi propongo di individuare i caratteri generali in base ai quali formulare il giudizio etico circa una deliberazione, non raramente drammatica, che il medico nell’esercizio della sua professione sempre più si trova a prendere: intraprendere-non intraprendere/sospendere-non sospendere una terapia. In questo senso la formulazione del tema è molto corretta: non bio-etica, ma etica – cioè considerazione generale – del fare e del non-fare. Inizio da alcune premesse.

01. La possibilità di pronunciare un giudizio etico sull’omissione era già stata dimostrata da Aristotele. «Infatti» egli scrive nell’etica a Nicomaco «in casi in cui dipende da noi l’agire, dipende anche da noi il non agire, e in quelli in cui dipende da noi il non agire, dipende da noi anche l’agire» [1113b, 655].

Risulta chiaro da questo testo che il giudizio etico ha per oggetto in primo luogo la scelta libera della persona: ciò che è oggetto di una scelta libera – ciò che dipende da noi – è sempre buono o cattivo dal punto di vista etico. A ciò si può anche aggiungere che in determinate circostanze omettendo di fare A, si ha come effetto B: dunque, se l’omissione di fare A dipende da te, dipende da te anche l’effetto B.

02. Ciò detto, non è detto tutto. Anzi, non si è ancora entrato nel nucleo del problema, come può risultare da una semplice domanda: basta la “dipendenza da me” perché l’azione e/o l’omissione sia eticamente qualificabile? La nostra consapevole esperienza ci attesta la risposta negativa. Molte azioni ed/o omissioni dipendono da me, ma non sono obbligato a compierle o ometterle.

S. Tommaso scrive: «omissio … non est nisi boni debiti ad quod aliquis tenetur»

[2, 2, q. 79, a. 3, ad 2um].

E d’altra parte affermare l’obbligo del singolo a compiere tutto il bene possibile, è rigorismo irragionevole.

Siamo ora in grado di formulare finalmente in termini rigorosi la domanda a cui cercherò di rispondere: supposto che l’azione e/o l’omissione dipendano dall’agente, quali sono i criteri in base ai quali si deve giudicare un’omissione, omissione di un bene dovuto, e quindi eticamente condannabile?

1. Dobbiamo in primo luogo liberarci intellettualmente da ciò che è stato chiamato imperativo tecnologico. Esso può formularsi nel modo seguente: «è tecnicamente possibile; dunque è eticamente lecito; dunque è obbligatorio». La possibilità tecnica è a se stessa legge. Vorrei ora mostrarvi come questo passaggio dal «io posso» [in senso tecnico, e quindi etico] al «io devo» sia un pericoloso sofisma.

Inizio da una considerazione di carattere generale, che potrei enunciare nel modo seguente: ogni professione tende ad essere ritenuta in chi la esercita e nel momento in cui la esercita, una suprema istanza. Un tempo si diceva: “la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla esclusivamente nelle mani dei militari”.

Questa insubordinazione – meglio: questa tentazione alla insubordinazione – di ogni professione ad un’istanza superiore, è solitamente generata da perfetta buona fede. Oserei dire: soprattutto nel caso della medicina. Infatti, il professionista – il medico, specifichiamo – si fonda nell’esercizio della sua professione su dati per lo meno statisticamente certi; possiamo giungere anche a dire: su dati dimostrati veri. Ciò significa nel caso del medico: questa procedura che intendo mettere in atto ha sicuramente, o per lo meno molto probabilmente, un qualche effetto  positivo sul paziente, dunque non c’è ragione per non metterla in atto [per ometterla]; pertanto ho l’obbligo di farlo. Solo ragioni contrarie ai dati su cui mi baso, dello stesso genere, possono essere opposte.

L’insubordinazione della propria scienza e tecnica ad ogni altra istanza che voglia esibirsi giudice superiore, è dettata dunque da una perfetta buona fede.

Le ultime osservazioni ci hanno portato al cuore del problema, e a vedere dove sta il sofisma dell’imperativo tecnologico.

Voglio addentrarmi in questa problematica, di drammatica attualità, partendo da un esempio. Supponiamo che in una certa regione scoppi un’epidemia mortale di cui non si conoscono cause. Il medico dice ad una religiosa, la quale vuole comunque non abbandonare mai l’ammalato: “vieni via, altrimenti morirai”. Il suo superiore alla stessa religiosa dice: “hai votato la tua vita ai sofferenti, resta”. Chi direbbe che il medico dice il falso? La scelta della religiosa si fonde forse sul fatto che essa pensa non essere vero, essere esagerato ciò che dice il medico? Non necessariamente. Si fonda sulla conoscenza di una verità circa il bene della sua persona, che ella ritiene più importante della verità circa il bene della sua persona dettale dal medico: è un bene maggiore donare la mia vita che salvaguardarla dall’epidemia.

E siamo al nodo teoretico decisivo, che potrei sciogliervi nel modo seguente: la verità su cui si fonda la scienza e la professione medica è una verità parziale circa la persona umana; la verità su cui si fonda l’etica è una verità circa la persona umana come tale. Per verità parziale intendo il risultato di una conoscenza che parte da una considerazione della persona umana limitatamente ad una sua dimensione; una considerazione che dice: “considero l’uomo come un organismo psico-fisico vivente” [oppure: … come produttore di beni (l’economia); oppure: … come cittadino (la politica)], mentre la considerazione etica dice “considero l’uomo in quanto uomo”.

L’imperativo tecnologico dice: “posso fare il bene di questa persona, dunque devo”. Osservate attentamente. Ciò che è vero in una scienza, ciò che fondandosi su questa verità è possibile di conseguenza in una professione, ci è mostrato come vero e possibile e buono secondo quella scienza, ma non secondo un’altra scienza o un altro ambito. E così ciò che è vero secondo la scienza su cui si basa la professione; ciò che sul fondamento di questa verità è stato reso tecnicamente possibile, potrebbe e dovrebbe essere realizzato in ogni caso se l’uomo fosse soltanto un organismo psico-fisico vivente, ma poiché non è solo questo ma una persona, una procedura potrebbe essere medicalmente corretta ma eticamente illecita perché la superiore verità circa il bene della persona giunge ad una conclusione opposta. E quindi l’omissione di quella procedura è buona.

La tentazione dell’insubordinazione non è dunque basata sul fatto di scambiare l’errore scientifico per verità scientifica, nella non osservanza rigorosa della metodologia scientifica e quindi nell’attribuire certezza a risultati solo bassamente probabili. E’ basata sulla negazione che esistano verità più alte circa il bene della persona di quelle raggiunte dalla scienza. Vengono alla memoria i versi di W. Shakespeare:

Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio,
di quante se ne sognano nella tua filosofia.
[Amleto, atto primo, v. 166].

2. Vorrei ora riflettere sulle difficoltà che l’uomo può incontrare nell’elevarsi a questa visione superiore. Possiamo dire che sono di ordine strutturale e congiunturale. Sono cioè connesse o colla condizione umana, col modo con cui la persona umana esercita la sua ragione; o sono connesse colla condizione storica, culturale, in cui oggi viviamo.

Inizio dalle prime, che sono le più difficili da superare. La verità circa il bene della persona umana come tale – in breve: le verità etiche –  non è scoperta della nostra ragione dentro segni o fatti così forti, così “sperimentabili empiricamente” come le verità scientifiche su cui si fonda la medicina. «La natura fisica si trova davanti a noi, manifesta alla vista … appellandosi ai sensi in un modo così inequivocabile che per noi la scienza che si fonda su di essa è tanto reale quanto il fatto della nostra personale esistenza. Ma i fenomeni che sono alla base “delle verità etiche” non hanno niente di questa luminosa evidenza.» [J.H. Newman, Il cristianesimo e la scienza medica, in Scritti sull’Università, Bompiani, Milano 2008, 955].

R. Guardini ha scritto: «La verità costituisce il fondamento dell’esistenza e il pane dello spirito … Le verità di ordine inferiore hanno ancora efficacia in quanto l’istinto e la necessità le confermano; pensiamo per esempio a quelle che concernono gli immediati bisogni della nostra esistenza. Quanto più elevato è il grado a cui la verità appartiene, tanto più debole diventa la sua immediata forza costrittiva, tanto più lo spirito deve schiudersi ad essa in libertà» [cit. da M. Schmaus, Le ultime realtà, Ed. Paoline, Alba 1960, p. 243]. E la libertà può rifiutarsi.

Posso esprimere la stessa osservazione in un altro modo. Il termine “esperienza”, base di ogni sapere umano non tautologico, denota due contatti assai diversi con un oggetto conosciuto. Può trattarsi di esperienza empirica. Essa è costituita dalla percezione sensibile di fatti esistenti, la quale per sé da origine alla conoscenza solamente del fatto osservato, ma accostata ad esperienze analoghe, attraverso l’induzione, ci conduce a conoscenze di carattere generale.

Ma esiste anche un contatto diretto con un oggetto conosciuto di natura diversa, contatto che chiamiamo esperienza intellettuale. Essa è costituita dalla percezione intellettuale dentro ad un fatto o fatti particolari di verità necessarie ed universalmente valide. Per esempio: l’ordinamento giuridico implica che la persona sia libera. Dentro un fatto – esistono gli ordinamenti giuridici – colgo una verità necessaria: poiché A [l’ordinamento giuridico], dunque B [la libertà umana].

Ora, l’esperienza sensibile è indubbiamente un approccio alla realtà più facilmente percorribile che l’esperienza intellettuale; ma le verità morali sono frutto di questa non di quella.

Esistono anche difficoltà di carattere congiunturale, che impediscono di subordinare l’esercizio della medicina alla verità etica. Tocco un aspetto della cultura contemporanea sul quale sarebbe necessario fermarsi molto più a lungo di quanto possa fare ora. Aspetto che non è causa ultima di tanta devastazione dell’humanum a cui oggi assistiamo.

Intendo parlare del “dogma scientista”: chi si lascia dominare da esso diventa semplicemente incapace di comprendere la stessa possibilità di subordinare l’esercizio della professione medica alle esigenze dell’etica. Pregiudizialmente il dogma scientista si preclude questa possibilità, e pensa che il semplice parlare di subordinazione all’etica, di verità etiche abbia lo stesso senso che chiedersi di che colore è la Nona di Beethoven: nessuno. Intendo dire parlarne colla pretesa di dire cose razionalmente condivisibili da ogni soggetto ragionevole.

Per dogma scientista intendo la posizione intellettuale di chi afferma che solo la proposizione verificabile/falsificabile mediante il metodo scientifico è vera o falsa. La verità e la falsità è una categoria concettuale esclusivamente scientifica.

In che cosa consiste l’errore e l’anti-umanesimo di questa posizione? Essa è in se stessa irrazionale perché contradditoria. La proposizione «solo la proposizione verificabile/falsificabile … è vera o falsa», non è dimostrabile scientificamente. Dunque secondo il presupposto scientista è una proposizione priva di senso.

E’ anti-umana: chi la fa propria si preclude un contatto conoscitivo con le regioni più sublimi della vita umana. La differenza tra libertà e licenza, fra mente e cervello, fra legge morale ed inibizione psicologica, non si può conoscere allo stesso modo con cui si conosce il numero dei globuli rossi o le cause di una sterilità. A chi non è convinto di questo sfugge gran parte della realtà, e non certo la meno importante.

La formula tradizionale insegnata dai grandi maestri della medicina, «secondo scienza e coscienza», è oggi particolarmente da riprendere; implicava un approccio al malato completo e gerarchicamente ordinato.

3. Ora, dopo aver mostrato che ha senso parlare di una subordinazione di una professione all’etica, e da quale pregiudizio ci si deve liberare per capire quella subordinazione, posso affrontare direttamente la domanda che mi sono posto all’inizio: quali sono i criteri in base ai quali giudicare un’omissione, omissione di un bene dovuto, e quindi eticamente condannabile? La domanda, come si comprende, è di carattere generale e riguarda l’esercizio di ogni professione. E’ necessario dunque precisarla in ordine all’esercizio della professione medica. Ritengo che la categoria più appropriata per questa rigorizzazione definitoria sia quella di astensione terapeutica intesa come

non-inizio (not-starting terapeutico) o interruzione di trattamenti medici e/o chirurgici. E la domanda quindi diventa: quando l’astensione terapeutica è una condotta moralmente lecita?

La risposta formulata ancora in termini generali e quindi bisognosa di ulteriori precisazioni, è che l’astensione terapeutica è moralmente lecita e doverosa quando procedure diagnostiche e/o interventi terapeutici sono da giudicarsi fondatamente inefficaci ed inutili sul piano di un’evoluzione positiva e di un miglioramento del paziente, sia in termini clinici che in qualità della vita [cfr. Comitato Nazionale per la Bioetica,  Questioni relative alla fine della vita umana (14 luglio 1995)].

I criteri dunque per scriminare un’astensione terapeutica eticamente lecita da una eticamente illecita sono: (a) la sproporzione fra il trattamento e l’obiettivo dal punto di vista del miglioramento clinico e/o della qualità della vita; (b) la gravosità del trattamento dal punto di vista del dolore del paziente, tale che i mezzi a disposizione non consentono di lenire e riportare nei limiti del sopportabile; (c) esclusione dal giudizio di astensione dei trattamenti di sussidio, sempre dovuti, finalizzati a rendere comunque sempre dignitosa la condizione del malato, che non perde mai la dignità di persona [cure palliative, medicazione ulcere da decubito, nutrizione e idratazione, assistenza umana e religiosa
(cfr. FNOMCeO, Codice di deontologia (2006), art. 39)].

Prima di procedere devo fare due precisazioni assai importanti . La prima. L’astensione terapeutica eticamente lecita non si configura in sé per sé né da parte del medico né da parte del paziente come omicidio-suicidio in senso etico. L’oggetto infatti della deliberazione di astenersi non è un giudizio sul valore della vita del paziente, e quindi non è deliberazione di porvi fine, ma è un giudizio riguardante l’intervento terapeutico sul paziente. La seconda. Ho cercato di isolare il più possibile il tema su cui sto riflettendo. Ma la pratica medica può dover tener presenti altri criteri di carattere più universalmente applicabili, quali il principio del duplice effetto; e comunque il principio basilare che nessuna persona può essere trattata come un semplice mezzo in ordine al raggiungimento di uno scopo anche buono, come la salvezza di un’altra persona.

Un secondo problema è di individuare la strada che il medico deve percorrere per giungere a quella certezza morale che è necessaria per deliberare.

Oggi non è più pensabile, generalmente, che il medico possa decidere un’astensione terapeutica isolatamente. Il giudizio di astensione infatti esige per essere debitamente fondato, un complesso di conoscenze che esige solitamente l’intervento di molteplici competenze. Il giudizio etico deve avere una solida base scientifica.

E’ necessario pertanto là dove questa struttura opera, chiedere un parere al Comitato bioetico; è consigliabile eventualmente anche una consulenza etica in senso stretto.

In questo processo è assolutamente necessario il concorso del paziente. Non è mia intenzione sviluppare questo aspetto del problema; la mia relazione vuole porsi solo dalla parte del medico, della sua responsabilità morale. Mi limito quindi ad una osservazione di fondo.

Se da una parte il consenso del paziente e/o dei familiari è una condizione per l’astensione del trattamento terapeutico, non ne è il fondamento. In che senso? Non si può chiedere al medico una condotta terapeutica contraria alla sua coscienza. Il rapporto medico-paziente non è un contratto di prestazione d’opera su richiesta. Ogni ordinamento civile infatti ha creato l’istituzione dell’obiezione di coscienza, per tutelare la logica, il senso, e la dignità della professione medica e del medico.

Concludo questo terzo punto colla citazione di un articolo del Codice di deontologia medica: «Il medico, anche tenendo conto della volontà del paziente laddove espressa, deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti diagnostici e terapeutici da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita».

4. Termino con due riflessioni conclusive. La prima. Voler legiferare – intendo con legge dello Stato – circa una condotta umana come quella di cui ho trattato, l’astensione terapeutica, è inutile e pericoloso. Per una ragione di carattere generale. Trattasi di un problema squisitamente etico, e la legge civile deve limitare allo stretto necessario la trascrizione giuridica di obblighi morali.

Non solo, ma, come si è visto, trattasi di un giudizio molto circostanziato: dalle conoscenze scientifiche sempre in evoluzione; dalle situazioni dei pazienti e delle loro famiglie. Mi sembra utile ricordare a questo punto una sentenza della Corte Costituzionale [26 giugno 2002, n. 282] la quale, dichiarando incostituzionale la legge 26/2001 (13 novembre 2001) della Regione Marche, ha detto che «poiché la pratica dell’arte medica si fonda sulle acquisizioni scientifiche e sperimentali, che sono in continua evoluzione, la regola di fondo in questa materia è costituita dall’autonomia e dalla responsabilità del medico» [cit. da Medicina e Morale 2007/6, 1144]. E’ cioè un giudizio che può essere frutto solo di una comunicazione ragionevole fra più soggetti che abbiano un titolo di competenza ad entrare in questa comunicazione reciproca.

Ma questo – ed è la seconda riflessione conclusiva – esige che i medici non siano solamente … buoni medici, ma anche medici buoni. Nel senso più elevato del termine. Essi debbono avere una elevata formazione etica. E’ questa un’esigenza ormai imprescindibile; ogni scuola medica dovrebbe avere un corso di etica. Certamente, la scienza etica è necessaria ma non basta. La capacità di corrette deliberazioni etiche, di discernimento etico, il possesso non solo di un “sense of duty”, ma anche di un “moral sense” direbbe Newman, è frutto di una vera e propria educazione, la quale è soprattutto appresa dal giovane medico dalla prassi condivisa con i suoi maestri. Maestri non solo di sapere medico, ma anche testimoni della bellezza e della preziosità dei valori morali propri della professione medica.

Relazione del cardinale Caffarra

Paternita’ anonima

donatoriIl costante aumento del ricorso alle tecniche di inseminazione artificiale con l’utilizzo di sperma di donatori significa che è in aumento anche il numero dei bambini che ignorano l’identità del proprio padre biologico.

A tale riguardo, un recente rapporto ha preso in esame le conseguenze sulla vita di quelli che hanno ormai raggiunto l’età adulta.La ricerca, pubblicata dalla Commission on Parenthood’s Future con il titolo “My Daddy’s Name is Donor: A New Study of Young Adults Conceived Through Sperm Donation”, è stata condotta da Elizabeth Marquardt, Norval D. Glenn e Karen Clark.Secondo lo studio, negli Stati Uniti ogni anno nascono grazie alla donazione di sperma tra 30.000 e 60.000 bambini. Si tratta, tuttavia, solo di una stima ponderata, poiché non esiste alcun ente che raccolga statistiche su tali procedure. Questa ricerca è inoltre il primo studio serio sulla valutazione del grado di benessere degli adulti nati da tali tecniche.Il rapporto osserva che la donazione di sperma è un fenomeno internazionale.

Le richieste di seme donato negli Stati Uniti provengono infatti da tutto il mondo, per via della mancanza di ogni regolamentazione. Anche altri Paesi come la Danimarca, l’India e il Sudafrica contribuiscono con i propri donatori a un fiorente mercato del turismo della fertilità.Gli autori svolgono un interessante confronto tra la donazione di seme e l’adozione.

L’adozione è regolamentata da una stretta normativa e i genitori adottivi sono sottoposti a un attento esame prima di ottenere l’autorizzazione ad adottare. Per quanto riguarda la donazione di sperma, invece, è possibile scegliere il donatore su cataloghi on-line, in cui sono confrontate le caratteristiche fisiche, di intelligenza e di realizzazione professionale. Occorre solo pagare la transazione.Sul tema del paragone con l’adozione, gli autori osservano che spesso questo viene proposto dai loro amici e colleghi. Il rapporto ricorda tuttavia che spesso non si tiene conto delle difficoltà che molti figli adottati riscontrano a causa della separazione dalle loro origini biologiche.

I figli adottati possono poi trarre conforto dall’idea che i loro genitori li abbiano dovuti dare in adozione solo malvolentieri in seguito a circostanze eccezionali. Diversamente, nella nascita da seme donato, il figlio sa di essere il risultato di una mera transazione commerciale, senza alcun pensiero nei loro confronti da parte del donatore.

Conseguenze negative

Per studiare la situazione delle persone concepite grazie alla donazione di sperma e giunte all’età adulta, gli autori hanno preso in considerazione più di un milione di famiglie e poi individuato un campione rappresentativo di 485 adulti in età tra i 18 e i 45 anni. Il campione è stato messo a confronto con un gruppo di 562 adulti che erano stati adottati da piccoli e con un altro gruppo di 563 adulti cresciuti con i propri genitori biologici.

“Abbiamo riscontrato che, in media, i giovani adulti concepiti con la donazione di sperma soffrono di più, sono più confusi e si sentono più isolati dalle loro famiglie”, afferma il rapporto.

Non meno del 65% di questi adulti si è ritrovato nella frase “Il donatore rappresenta la metà di me”. Persino le madri ammettono di essere curiose sull’identità del padre.Poco meno della metà del campione ha espresso disagio in relazione alle proprie origini, e molti hanno affermato di pensarci spesso. Alcuni hanno detto di sentirsi diversi, come il prodotto di esperimenti di laboratorio, mentre altri di avere problemi di identità. Anche il fatto che nella procedura vi sia stato un giro di denaro rappresenta un elemento di turbamento per molti. Altri hanno espresso disagio per il fatto di essere un prodotto destinato a soddisfare i desideri del proprio genitore, e non meno del 70% ha ammesso di chiedersi come sia la famiglia del proprio donatore.I problemi di chi è nato da seme donato non si limitano alle questioni di identità e di famiglia, ma riguardano anche aspetti medici. Il rapporto sottolinea che da alcuni donatori sono nati dozzine di bambini e che vi sono persino casi che superano le cento procreazioni. Di conseguenza gli attuali adulti, figli di donatori, si preoccupano per una loro eventuale unione con i propri fratellastri, o che i loro figli possano unirsi ai propri cugini.Negli ultimi anni, la questione della donazione anonima di seme è stata molto discussa in diversi Paesi.

Le critiche a tale pratica hanno indotto il Regno Unito, la Svezia, la Norvegia, i Paesi Bassi, la Svizzera e alcune parti dell’Australia e della Nuova Zelanda a vietarla, secondo il rapporto. Negli Stati Uniti e in Canada, invece, queste restrizioni non sono presenti.La Chiesa cattolica è fortemente contraria a ogni pratica di inseminazione artificiale, ma – come chiarisce il rapporto – anche se non si condivide questa posizione, esistono ottime ragioni per difendere i diritti dei figli a conoscere il loro padre e a porre fine alla paternità anonima.Lo studio ha anche esaminato i problemi sociali e psicologici. Il 21% delle persone nate da donatore ha affermato di aver avuto problemi con la legge prima di aver compiuto i 25 anni. Le percentuali nel gruppo degli adottati e di quelli cresciuti con i genitori biologici risulta essere rispettivamente del 18% e dell’11%. Risultati analoghi sono emersi per i problemi di alcol e stupefacenti. E i dati non cambiano neanche se si tiene conto dello status socio-economico e di altre variabili.Riguardo i fattori variabili, un dato interessante che emerge dallo studio è che il 36% dei figli di donatori ha detto di essere cresciuto come cattolico, rispetto al 22% dei figli adottivi e al 28% dei figli biologici. Si tratta di un dato sorprendente, osserva il rapporto, considerata l’opposizione della Chiesa cattolica a tali pratiche. Per giunta, il 32% dei figli di donatori ha confermato di essere ancora cattolico, mentre un buon numero degli appartenenti agli altri due gruppi afferma di aver abbandonato la Chiesa.

Segretezza

Un altro elemento di sofferenza per i figli di donatori è la segretezza sulle loro origini. In molti casi i genitori, all’inizio, fanno credere a questi figli di avere legami biologici con entrambi. Quando poi il figlio scopre la verità, si sente tradito e il rapporto con i genitori si incrina. Questo produce un senso di sfiducia, tanto che il 47% di loro ha dichiarato che la madre gli ha probabilmente mentito su altre questioni importanti quando era più piccolo. Questo dato è assai più elevato rispetto al 27% degli adottati e al 18% di coloro che sono cresciuti con i genitori biologici. Risultati analoghi riguardano la probabilità che anche l’altro genitore gli abbia potuto mentire.Non sorprende che una sostanziale maggioranza degli adulti concepiti con la donazione di sperma si sia espressa a favore del diritto a sapere tutto. Ciò comprende sia il diritto di conoscere l’identità del donatore che il diritto ad avere qualche forma di rapporto con lui. Si è anche detto di voler sapere se e quanti fratellastri si hanno. Ad oggi, la legge negli Stati Uniti non concede alcuno di questi diritti. Anzi, essa tutela i donatori e le cliniche della fertilità, a danno dei bambini concepiti.Ma i problemi non finiscono con quello della segretezza. Dai risultati del sondaggio risulta che il 44% dei figli di donatori accetta questa modalità di concepimento a condizione che i genitori dicano la verità e preferibilmente a un’età precoce. D’altra parte, il 36% ha espresso contrarietà anche qualora i genitori dicessero la verità, e l’11% ha detto che sarebbe difficile per i figli anche se i genitori fossero in grado di gestire bene la situazione.In questo senso, il rapporto osserva che “la trasparenza da sola non sembra risolvere i possibili danni, la confusione e i rischi che possono derivare dalla decisione di concepire figli che saranno cresciuti senza uno dei due genitori biologici”. Il rapporto conclude con una serie di raccomandazioni. Tra queste vi è l’osservazione secondo cui nessuna procedura clinica presenta implicazioni così pesanti nei confronti di persone che non ne hanno fatto richiesta: i figli.

E si chiede: “Una società sana può creare intenzionalmente figli in questo modo?”. Una domanda su cui varrebbe la pena di riflettere.

John Flynn

Quando l’amore vince anche la morte: la storia di Martina

CANDELA CUOREMartina, una bella ragazza di una famiglia felice, e’ stata colpita all’eta’ di quindici anni da una malattia tremenda. I medici la chiamano ‘Panencefalite Sclerosante Subacuta di Van Bogaert’, un morbo invalidante che conduce, nella maggior parte dei casi, alla morte. Un colpo tremendo Ida e Armando, i genitori di Martina, che hanno affrontato con la coscienza della fragilità, ma con la forza eroica dell’amore. Per 24 anni hanno vissuto al fianco di Martina che peggiorava sempre di più. Non si sono mai lamentati, fino a quando, il 2 gennaio, il Signore non l’ha riportata in cielo.

Nel giorno del funerale, a San Zeno di Cassola, la pioggia scendeva così incessante che sembrava che anche il cielo e la terra stessero piangendo per la morte di Martina. Nella chiesa, gremita come non mai, ascoltando le testimonianze della mamma Ida e del fratello Moreno, il sacerdote che ha celebrato il funerale, don Luigi, ha commentato: “L’amore di questa famiglia è Vangelo puro”.

La mamma ha raccontato che Martina era una ragazza allegra, spensierata, amante della vita, appassionata di pallavolo e di musica. Si divertiva con gli amici e dedicava gran parte del suo tempo a giocare con il fratello più piccolo. I genitori erano orgogliosi di questi due figli. Una famiglia di operai, fieri di poter vedere crescere i propri figli magari diplomati o perfino laureati.

Ma non è stato così. “Per un disegno a noi incomprensibile – ha detto la donna – Martina all’età di 15 anni fu colpita da una rara malattia che le distrusse tutte le attività celebrali, togliendole completamente la parola, e, da ultimo, la vista”.

Era l’agosto del 1990, quando i medici dell’ospedale di Vicenza dissero ai due genitori sgomenti che per la ragazzina non c’era più nulla da fare. Non si conoscevano cure e la malattia l’avrebbe portata in pochissimo tempo alla morte. Per mamma Ida non ci sono parole per descrivere lo stato d’animo di quei momenti: “Noi avevamo fede, ma non una fede così forte da accettare una prova così dura”, ha aggiunto.

Nonostante le mille domande e la difficoltà di accettare un tale destino, i due genitori hanno scelto, senza esitare, di voler curare loro la propria figlia, “forti della consapevolezza che l’amore e il calore della famiglia sono la migliore cura”. Dopo molti giorni di degenza in ospedale, Martina è stata riportata infatti a casa. Per tutta la famiglia è iniziata una nuova vita, totalmente diversa da quella vissuta precedentemente.

I genitori hanno messo da parte ogni progetto esterno e si sono dedicati alle necessità di Martina. Armando ha continuato a lavorare, mentre Ida vi ha rinunciato per dedicarsi completamente a ai figli. La coppia ha insegnato al piccolo Moreno ad accarezzare Martina, spiegandogli che le sue carezze avrebbero reso felice la sorella. Ha ricordato Ida: “Martina è stata la presenza silenziosa della nostra famiglia: il suo silenzio ha riempito le nostre vite. Ogni giorno abbiamo vissuto le difficoltà della strada che avevamo intrapreso. Difficoltà che anziché diminuire aumentavano sempre di più, tanto da sembrare in alcuni momenti opprimenti e insopportabili”.

Martina, che secondo i medici sarebbe dovuta morire a breve, è vissuta altri 24 anni, tenuta in vita dall’amore dei suoi genitori e del fratello. L’amore familiare ha retto anche quando nel 2010 le condizioni di Martina si sono aggravate in maniera drammatica, e soprattutto quando nel 2013, anche il padre Armando è salito al Cielo, anticipando di nove mesi la dipartita della figlia.

Il fratello Moreno ha detto alla sorella: “In questi 24 anni con il tuo silenzio hai riempito le nostre vite. Eri il punto di riferimento della casa. Non appena si entrava nell’ingresso lo sguardo cadeva sulla tua poltrona. Tu eri là a vegliare, a scrutare, a sentire tutto ciò che accadeva in casa e ad ascoltare le voci che ti circondavano. Partecipavi anche tu alla vita della famiglia. Ne eri il centro”.

“Ti ringrazio Martina – ha concluso commosso – per essere mia sorella, per avermi fatto maturare vivendo accanto a te e per avermi fatto conoscere attraverso la tua malattia la sofferenza ed i valori importanti della vita. Sei la persona più preziosa della mia vita, Ora non ci sei più fisicamente. Ma dentro di me vivrai sempre”.

Antonio Gaspari – Zenit

 

Il male piu’ grande, la corruzione

papa-francesco-bergoglio-130924131924_bigLa corruzione e’ una patologia sociale che sta distruggendo la politica, l’economia, la cultura, la societa’. Da Wilhelm Griesinger a Carl Wernicke, da Emil Kraepelin a Sigmund Freud, i vizi, percorrono l’intera visione antropologica dell’uomo a partire da Platone, diventando manifestazione “psicopatologica”. Quello che un tempo era la peculiarità di una minoranza, oggi sembra l’ethos delle nostra società.

Questo significa che la corruzione (come altri vizi capitali), non è solo una evidenza morale ma assume una caratterista patologica. Sempre più le scienze psichiatriche dimostrano come la problematica morale, da disturbi dello spirito si trasformano in malattie sociali.

In altre parole il cuore umano, perde la sua dignità a si attacca al denaro ed al potere  facendoli diventare idoli di cui si diventa schiavi.

È lì che si annida la devastazione interiore e psicologica della corruzione, che è qualcosa di diverso dal peccato, tanto da far dire a Papa Francesco, quando era ancora Arcivescovo di Buenos Aires
“Ci farà molto bene, alla luce della parola di Dio, imparare a discernere le diverse situazioni di corruzione che ci circondano e ci minacciano con le loro seduzioni. Ci farà bene tornare a ripeterci l’un l’altro: Peccatore sì, corrotto no!, e a dirlo con timore, perché non succeda che accettiamo lo stato di corruzione come fosse solo un peccato in più”.

“Il corrotto – ha detto e scritto Bergoglio – passa la vita in mezzo alle scorciatoie dell’opportunismo, al prezzo della sua stessa dignità e di quella degli altri. Il corrotto ha la faccia da non sono stato io, faccia da santarellino, come diceva mia nonna. Si meriterebbe un dottorato honoris causa in cosmetica sociale. E il peggio è che finisce per crederci. E quanto è difficile che lì dentro possa entrare la profezia! Per questo, anche se diciamo peccatore si, gridiamo con forza ma corrotto, no!,

Queste parole il Papa le ha pronunciate nel 2005 quando era arcivescovo di Buenos Aires. Raccolte postume nel libro Guarire dalla corruzione (Edizioni EMI, pag.4).

L’11 novembre 2013 dalla cappella della Domus Sanctae Marthae, il Vescovo di Roma Francesco, ha ribadito che “per il peccato c’è sempre perdono, per la corruzione, no!. O meglio, dalla corruzione è necessario guarire. Ed è un cammino faticoso, dove persino la parola profetica stenta a far breccia”.

Le parole del Papa ci scuotono, mostrandoci l’urgenza di una decisione: quella di non rimanere complici di una vera e propria “cultura” della corruzione, dotata di una sua capacità dottrinale, linguaggio proprio, modo di agire peculiare. Come dimostra la scienza psichiatrica la cattiva “salute interiore”, determina una ricaduta sulla vita individuale e sul capitale civile della società.

Questi effetti sono particolarmente pesanti in un paese come l’Italia, dove secondo la Corte dei Conti (dati 2012), la corruzione vale circa 60 miliardi l’anno.

Il che significa che su ognuno di noi pesa una tassa occulta di 1.000 euro all’anno, neonati inclusi. Si tratta di una patologia sociale e individuale che erode e frena lo sviluppo del nostro Paese, con un impatto non solo economico, ma di immagine, di reputazione, di fiducia (tra i cittadini e verso l’estero) che pesa sull’Italia tutta.

Anche se la corruzione non è un fenomeno solo italiana, la Banca Mondiale calcola il “fatturato” dell’industria della corruzione in circa 1.000 miliardi di dollari, stima ottenuta attraverso interviste effettuate alle imprese sui pagamenti effettuati, sulle tangenti, sul denaro impiegato per garantire l’operatività delle società private e sui pagamenti per ottenere i contratti.

Questa stima non comprende l’appropriazione indebita di fondi pubblici, il furto degli stessi, il riciclaggio di denaro sporco, l’evasione e l’evasione fiscale. Secondo la banca mondiale il livello di corruzione in Italia copre circa la metà di quella stimata in Europa. Per gli indicatori di percezione di Trasparency International, l’Italia è sprofondata al 72° posto, al livello del Ghana e della Macedonia e in Europa solo la Grecia sta peggio di noi.

E’ vero che le stime vanno sempre prese con cautela e solo quando ci saranno strumenti adeguati, avremo dei dati scientificamente certi, rimane il fatto, che dalla lettura sinottica di altri dati possiamo comprendere in maniera empirica la gravità del caso Italia.

La letteratura scientifica ci dice che nei paesi corrotti le imprese crescono in media il 20% in meno rispetto a quelle che operano in paesi con minor corruzione.

Quando i servizi sono forniti in regime di monopolio la corruzione aumenta ulteriormente. In Italia dal 1990 ad oggi, con un tasso medio dell’1%, siamo il sistema paese che è cresciuto meno tra i trentuno paesi più industrializzati.  A questi costi vanno aggiunti la decrescita sia del capitale civile sia del capitale reputazionale dell’Italia verso l’estero. Consideriamo il mercato economico come un tavolo da gioco: se si è consapevoli di trovare dei “bari” al tavolo da gioco, nessuno si siederà a quel tavolo.

Questo è quello che è accaduto con l’Italia e il risultato lo conosciamo: riduzione degli investimenti esteri, esodo delle imprese, in particolare quelle frontaliere che stanno spostando le loro sedi a pochi chilometri dall’Italia.

 Quale è la causa della diffusa corruzione? La storia è piena di atti di corruzione,  e le cause sono diverse. Un dato è certo: la corruzione si manifesta ogni qual volta si concretizza un’asimmetria di potere, frutto del cattivo funzionamento della governance sul conflitto d’interesse.

L’asimmetria cioè tra il servizio al bene comune e l’utilizzo del potere per interessi meschini ed egoistici. In Italia questa asimmetria è manifesta soprattutto nella gestione del potere politico. È urgente e necessario che le istituzioni ed il potere politico diano segni di impegno nel difendere il bene comune senza approfittare della situazione di privilegio e di potere per interessi egoistici.

Come contenere il fenomeno? quali sono le strategie per contrastare la devastazione civile della corruzione?. Non credo che la via penale sia l’unica ed esaustiva strada del problema corruzione, tutt’altro. Il nostro paese, per limitare il fenomeno della corruzione deve tornare ad investire nell’educazione alla vita civile, educare al bene comune, dare fiducia alle virtù sociali, sostenere il capitale sociale e civile. E soprattutto deve alimentare speranza.

In questo contesto è necessario che anche le trecentomila associazioni di volontariato, diano spazio a progetti educativi per affrontare il tema della corruzione. C’è bisogno di aumentare la cultura della legalità. Per credenti e non credenti c’è bisogno di ribellarsi alla corruzione dilagante, Non bisogna cedere alla disperazione, pensando che non si riuscirà mai a sconfiggere la corruzione.

A questo proposito papa Francesco invita tutti a respingere la “mondanità spirituale” che è una tentazione subdola perché favorisce l’egoismo e insinua nei cristiani un “complesso di inferiorità” che ci porta a omologarci alla prassi di “come fanno tutti”. Con questa logica viene meno, nella semplicità della vita quotidiana, la “differenza cristiana”, quel “tra voi non è così” (Mc 10,43): questa è come Gesù ci ricorda regola di condotta proprio nei confronti dell’esercizio del potere.  Se riflettiamo bene, il termine stesso di “corruzione” ci rimanda alla corruzione del corpo causata dalla morte.

La stessa cosa accade alla nostra vita interiore e sociale: la corruzione è un vaso comunicante che va dalla dimensione fisica a quella morale – ci smembra, ci rende meschini, avvelena il nostro animo, ci rende indifferenti e insensibili dei bisogni degli altri, fino a farci indurire il cuore e a farci morire.

Di Carmine Tabarro – Zenit

Una diagnosi medica non dovrebbe mai diventare una sentenza di morte

week16Una diagnosi medica non dovrebbe mai diventare una sentenza di morte”. Cosi’ ha commentato il caso dell’aborto selettivo di Milano padre Fernando Pascual L.C., docente di Filosofia e Bioetica presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma.

Nel giugno scorso, una donna incinta di due gemelle ha effettuato una diagnosi prenatale in seguito alla quale ha scoperto che una delle bambine era affetta da sindrome di Down. Ha quindi deciso di abortire la bambina che presentava una malformazione, ma l’equipe medica dell’ospedale San Paolo di Milano ha eliminato per errore il feto sano, lasciando in vita la bambina Down. Poco dopo, la madre ha chiesto che venisse effettuato l’aborto anche sulla bambina sopravvissuta.

La notizia, resa nota solo alcune settimane dopo i fatti, ha suscitato un forte dibattito.

“Da un lato, gli stessi difensori dell’aborto si sono resi conto del gravissimo ‘errore’ commesso: un aborto selettivo non ha eliminato il feto ‘condannato’ a morire, ma quello che la madre voleva”, ha spiegato padre Pascual.

Devono però aprire gli occhi per rendersi conto che l’‘errore’ è l’aborto stesso, sempre, in tutti i casi”, ha denunciato.

“Dall’altro lato – ha aggiunto –, molti hanno sottolineato che è estremamente ingiusto eliminare un figlio prima che nasca perché ha difetti genetici, per il suo DNA: abortire i bambini Down è cadere in una mentalità eugenetica”.

Secondo il sacerdote, “il nucleo del problema è la malvagità intrinseca dell’aborto. L’aborto non è una tecnica ‘medica’, ma un atto estremamente ingiusto, un omicidio perpetrato contro uno degli esseri umani più indifesi, il figlio non nato”.

L’aspetto più triste del caso, ha proseguito padre Pascual, è che il fatto non sarebbe diventato notizia se i medici non si fossero sbagliati.

“Per molti l’eliminazione sistematica di migliaia e migliaia di embrioni e feti indesiderati è visto come qualcosa di quotidiano: non fa notizia – ha riconosciuto –. Ci sono anche quelli che vedono l’aborto come una pratica di routine che elimina i figli con difetti”.

“Lo permette la legge italiana, come altre leggi in varie parti del mondo, e per questo non richiama l’attenzione di nessuno. In realtà, nessuna vita umana vale meno di un’altra perché non ha la perfezione richiesta dagli adulti. L’aborto è sempre un omicidio”, ha dichiarato.

Quanto alla diagnosi prenatale, “come ogni diagnosi, è un mezzo tecnico che aiuta a conoscere lo stato di salute di un essere umano. Applicarla agli embrioni e ai feti è perfettamente valido all’interno di una prospettiva terapeutica, vale a dire in funzione del bene del figlio”.

Come ha ricordato il sacerdote, infatti, “esistono importanti progressi nella medicina prenatale che permettono di curare alcune malattie o problemi del figlio prima o subito dopo la nascita”.

La diagnosi diventa invece un “controsenso” quando viene usata per “decidere l’eliminazione di figli non desiderati. Una diagnosi ‘medica’ non dovrebbe mai diventare una sentenza di morte”.

Secondo padre Pascual, bisogna inoltre distinguere “tra tecniche e tecniche”: alcune tecniche di diagnosi prenatale, infatti, “se applicate precocemente o con poca perizia possono provocare gravi danni agli embrioni. Per questo è necessario evitare un uso eccessivo delle diagnosi, in funzione del rispetto che merita ogni figlio, sano o malato”.

“Sicuramente nessuno, neanche una madre, è obbligato ad amare un altro essere umano – ha osservato il professore –. Ma dobbiamo chiederci cosa accade in una cultura in cui esistono madri che non sono capaci di amare il proprio figlio, sia come sia”.

“La società, da parte sua, è chiamata ad offrire sostegno morale e aiuto medico perché qualsiasi donna che scopra che il figlio è malato non pensi all’aborto come ‘soluzione’.

“In ultima istanza, può darlo in adozione – ha concluso –. Grazie a Dio, esistono migliaia di famiglie disposte ad adottare bambini che non vengono accolti dalle loro madri”.