Inginocchiato davanti al tabernacolo (Don Primo Mazzolari)

L’unica legge

Tu, o Signore, sei la mia fame,
il mio grido, il mio bisogno quotidiano.
Tutti gli occhi guardano a te,
che sei il pane e dai il pane.

Tu sei venuto anche per spezzare il pane,
strappandolo alla nostra voracit
che non faceva posto al fratello,
annullando un diritto che abbiamo costruito contro il tuo amore.

Tu sei il pane, come sei la vita.
Inginocchiato davanti al tabernacolo,
mi accorgo finalmente che è stolto recalcitrare contro il tuo amore,
o cercare un’altra legge,
quando per vivere non abbiamo che il tuo comandamento,
che diviene mistero adorabile quando ti servi delle mie povere mani
per prendere e spartire il pane della vita.
Don Primo Mazzolari

Perché tanta gioia? (seconda parte)

Lei è il vicario del patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di lingua ebraica in Israele. Può raccontarci in cosa consiste questo vicariato e qual è la visione di questa comunità cattolica?

Padre David Neuhaus: Nel 1955, una pia associazione chiamata L’Opera di San Giacomo fu fondata in Israele, con lo scopo di assistere le migliaia di cattolici lì sbarcati, di solito parenti di famiglie ebraiche, in seguito alle grandi ondate di immigrazione partite soprattutto dall’Europa. In generale si trattava di ebrei sposati con donne cattoliche. Alcuni dei loro figli erano stati battezzati, quindi si è sentita la necessità di una presenza pastorale tra questa gente. Molto rapidamente queste persone sono diventate parte integrante della società israeliana di lingua ebraica e, quindi, per definizione, non hanno trovato il loro posto nella chiesa a maggioranza di lingua araba. Questa comunità è diminuita nel corso degli anni; è una sfida enorme essere cattolico in una società israeliana ebraica di lingua ebraica. È diminuita soprattutto a causa dell’assimilazione, in particolare perché non siamo stati in grado di mantenere i nostri giovani, cattolici praticanti, che sono spariti assimilandosi gradualmente alla società secolare. Ci sono state ulteriori enormi ondate di immigrazione, di lingua russa, ma non solo, anche di grandi gruppi di lavoratori stranieri, di rifugiati ed ultimamente, di cristiani arabi che per motivi economici si stanno trasferendo in città ebraiche dove i loro bambini – tutti i bambini dei gruppi sopramenzionati – sono integrati nelle scuole di lingua ebraica, e quindi parlano l’ebraico come prima lingua.

L’ebraico è ovviamente una caratteristica identificante della tradizione ebraica. Come gli ebrei reagiscono al vostro lavoro? Con animosità?

Padre David Neuhaus: Penso che, a causa della peculiarità di una comunità cattolica o qualsiasi comunità cristiana che prega in ebraico, la prima reazione non è di animosità, ma di shock; lo shock di ascoltare la Messa celebrata in ebraico, lo shock di sentire cristiani parlare della loro fede in ebraico. Abbiamo una pagina web attiva e anche lì la lingua principale per comunicare tra di noi e la lingua principale per comunicare con la società più ampia è l’ebraico. A volte lo shock si trasforma in ostilità e cerchiamo di comprenderla partendo dalla profonda identificazione con il dolore del popolo ebraico alla luce dei secoli di animosità cristiano-ebraica e la sofferenza attraverso i secoli in modo di cercare di non reagire e di agire con comprensione, pazienza e amore per il popolo ebraico. Così continuiamo la nostra esistenza, insistendo molto sul fatto che siamo parte integrante della società. Noi celebriamo in ebraico e discutiamo in ebraico. Stiamo ora pubblicando i nostri libri di catechismo in ebraico e, grazie a Dio, abbiamo la libertà di farlo.

La comunità ha membri che sono ebrei?

Padre David Neuhaus: Tra gli immigrati, alcuni sono anche ebrei. Va precisato che, poiché non facciamo proselitismo, non abbiamo un gran numero di membri ebrei che sono venuti a Cristo attraverso la nostra attività. Più spesso, sono ebrei che hanno incontrato Cristo da qualche altra parte e considerano la nostra comunità la loro casa. Abbiamo pochissime conversioni: ognuna è molto particolare e ha una storia particolare nella vita della nostra comunità, ma con molta sensibilità cerchiamo di permettere ai nostri cattolici, siano di origini ebraiche o no, di trovare un’espressione della loro fede e di inculturarsi nella società in cui viviamo, in altre parole, di essere sensibili alla lingua, alle tradizioni, alle feste, ai costumi culturali delle tradizioni ebraiche che definiscono la vita società israeliana di lingua ebraica.

Lei ha un legame particolare con il lavoro che fa. Si può dire che il suo ruolo è stato in qualche modo prestabilito?

Padre David Neuhaus: Sto ancora lottando con questo progetto, perché nei primi nove anni della mia vita sacerdotale sono stato professore di Sacra Scrittura nel seminario e pensavo che quella fosse la mia vocazione. Mi piace molto l’insegnamento delle Scritture e questo diventa evidente nel modo in cui organizzo la comunità. Non sono sicuro. Lascio decidere Dio. Quale sia il futuro di questa particolare missione, lo lascio a Lui.

Che tipo di sostegno istituzionale Lei ha in seno alla comunità per sostenere il suo lavoro?

Padre David Neuhaus: Non abbiamo scuole e, ad essere onesti, stiamo ancora discutendo se dobbiamo averne, perché una delle sfide per noi è quella di non vivere in un ghetto, di non creare troppe istituzioni che ci separino dalla società in generale. Stiamo parlando di un piccolo numero. Stiamo parlando di una società che è ricca e che ha istituzioni molto, molto buone – scuole, ospedali – per questo non c’è alcun motivo per creare proprie istituzioni. Ma la sfida, naturalmente, c’è, e per il nostro vicariato particolare si tratta della più grande sfida: come trasmettere la fede da generazione in generazione Come possiamo farlo integrati nella società, quando la pressione della società laica è molto, molto forte? Crediamo che dobbiamo lavorare molto, molto duramente, per permettere ai nostri figli di sperimentare la nostra fede e probabilmente l’unico modo per realizzare questo è creare oasi di gioia, oasi di pace.

Come vede Lei il suo posto all’interno della comunità cattolica?

Padre David Neuhaus: Dobbiamo essere integrati nella Chiesa locale e questo, di sicuro, non è sempre semplice a causa del conflitto politico nel Paese. Ebraicofoni ed arabofoni sono spesso divisi dalla politica. La Chiesa è chiamata a dare testimonianza del fatto che in Cristo non ci sono confini. Gli ostacoli scompaiono in Cristo e noi siamo uno nel suo corpo. Questo è un argomento molto importante per me personalmente. Quando sono arrivato in questa terra, conoscevo già l’ebraico. Ho cominciato ad imparare l’arabo. Sono stato integrato nella vita della Chiesa di lingua araba da sempre e in particolare da quando sono diventato sacerdote – sono professore di un seminario in lingua araba – e così anche qui penso che siamo chiamati ad incarnare un’alternativa alla realtà che vediamo fuori, dove c’è un abisso tra arabi ed ebrei. Nella Chiesa, penso che abbiamo bisogno di dare voce alla possibilità di essere davvero uniti in pace perché Egli è la nostra pace; se Lui non è la nostra pace, diamo una testimonianza povera.

Lei ha descritto il suo ruolo all’interno dell’ambiente ebraico. Come è la situazione nell’ambiente arabo: sta “seduto tra due sedie”?

Padre David Neuhaus: Mi piace pensare di stare seduto tra due sedie. Dobbiamo lavorarci su. Vorrei fare riferimento a quanto è accaduto poco tempo fa durante il Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente, dove ho fatto testimonianza della nostra piccola comunità e numerosi vescovi sono venuti a dirmi quanto fossero felici di conoscere questa comunità tanto piccola e sconosciuta. Ancora una volta, il nostro ruolo non è politico. Il nostro ruolo è proprio quello di dare testimonianza del fatto che anche la nostra piccola comunità sta dando testimonianza del Signore risorto nella terra che era storicamente era la Sua. Lo facciamo in piena comunione con i nostri fratelli e sorelle arabe, anche se, di nuovo, la politica forse ci divide.

Negli ultimi 20 anni, decine di migliaia di immigrati sono arrivati dall’ex Unione Sovietica. Lei ha detto in precedenza che senz’altro c’erano molti ebrei tra di loro, ma che molti cristiani sono venuti come parenti. Come ha influito ciò sul suo lavoro?

Padre David Neuhaus: Bene, abbiamo certamente nuovi membri. Come Lei sta dicendo giustamente, la grande maggioranza delle decine di migliaia di cristiani all’interno dell’ondata di quasi un milione di nuovi immigrati in Israele, è infatti ortodossa e ha portato alla creazione di piccole ma vivaci comunità ortodosse e comunità di rito bizantino ovunque in Israele. Loro continuano la loro vita di fede, spesso molto discretamente e quasi di nascosto, perché molte di queste persone sono arrivate in Israele come ebrei e poi, una volta in Israele, hanno proclamato la loro fede cristiana. Allo stesso tempo, è anche vero che molti russofoni, che erano di fatto cristiani, non hanno trovato il loro posto in Israele quando si sono resi conto che anche in Israele non ci sono istituzioni o strutture per sostenere la vita cristiana. Molti di coloro che erano in realtà cristiani sono ritornati ai Paesi di provenienza o hanno continuato sulla loro strada verso altri Paesi occidentali. E così abbiamo perso anche un certo numero di quelle famiglie che hanno deciso che Israele non era per loro.

Qual è il suo messaggio per cristiani ed ebrei?

Padre David Neuhaus: Penso che il primo messaggio sia un messaggio di speranza. Speriamo che, proprio come ebrei e cattolici, dopo secoli di rapporti molto traumatici, sono entrati in una nuova era, che questo possa anche essere il futuro del Medio Oriente. Dobbiamo lavorare molto – sia pregare molto e lavorando molto – per la riconciliazione. E abbiamo bisogno del sostegno del mondo. Il mondo deve sia incoraggiarci sia aiutarci a rendere interessante per noi trovare le vie per aprire una nuova era in Medio Oriente, un’era in cui tutti i popoli trovano la loro casa a Gerusalemme e, per estensione, in tutto il Medio Oriente. La regione sta attraversando un momento molto difficile e questo momento è stato frutto di eventi accaduti negli ultimi 100-150 anni, che ha fatto dimenticare quanto possa essere ricca la società mediorientale. Basta pensare che un secolo fa c’erano cristiani, ebrei e musulmani di ogni genere che vivevano in una comunità che apprezzava molto più profondamente la ricchezza del pluralismo rispetto a noi oggi. Credo che abbiamo bisogno di costruire un ponte tra il passato, che era molto più pluralista, ad un futuro che, si spera, sarà molto più pluralista.

Perche’ tanta gioia? (parte prima)

Padre David Neuhaus e’ nato in una famiglia ebrea e, ancora in giovane eta’, si è convertito al cristianesimo. In collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, Mark Riedemann ha intervistato per Where God Weeps (Dove Dio piange), padre Neuhaus, vicario del patriarcato latino di Gerusalemme per i cattolici di lingua ebraica.

Padre, lei è cresciuto in una famiglia ebraica. Ha ricevuto una profonda educazione religiosa?

Padre David Neuhaus: Ho ricevuto quella che si potrebbe definire una tradizionale educazione ebraica. Mi hanno mandato ad una scuola ebraica diurna, una scuola meravigliosa. Se avessi figli, li manderei a studiare lì anche adesso. E così siamo stati educati nella tradizione ebraica a casa. I miei genitori erano molto aperti e non molto praticanti.

Come Lei percepiva il cristianesimo in quel momento?

Padre David Neuhaus: Era una questione molto complessa. I miei genitori sono rifugiati della Germania nazista e così siamo cresciuti con la consapevolezza molto forte della storia. Naturalmente, la storia è un luogo dove ebrei e cristiani si incontrano in un’interazione piuttosto traumatica. Ma allo stesso tempo i miei genitori sono molto aperti e molto cordiali e così questo messaggio dei traumi della storia è stato equilibrato con un’apertura verso i nostri vicini.

Si è convertito al cristianesimo in età giovane. Che cosa l’ha ispirata a prendere in considerazione la conversione al cristianesimo?

Padre David Neuhaus: Fu all’età di 15 anni, arrivando per la prima volta in Israele, che ho fatto conoscenza con una delle grandi figure spirituali di quel momento a Gerusalemme, una suora ortodossa russa, che era la badessa di un convento e il suo nome era Madre Barbara.

Crede che fosse persino della nobiltà russa?

Padre David Neuhaus: Sì, era una contessa, un membro dell’aristocrazia russa e attraverso di lei ho incontrato Gesù Cristo. Era una donna, che al momento che la incontrai aveva già 89 anni, paralizzata, incapace di muoversi dal suo letto, ma splendente con la gioia di Cristo ed è questo che mi ha colpito. Non sono andato ad incontrarla perché ero interessato al cristianesimo, ma piuttosto perché ero interessato alla storia russa ed incontrarla è stato veramente un incontro con Gesù Cristo. Non ero molto credente in quel momento e la religione non mi interessa affatto, ma ciò che ha attirato la mia attenzione è stata la grande gioia con la quale parlava di tutto ed era una gioia che mi ha spinto a chiederle: “Perché Lei è così gioiosa? Ha 89 anni, non può camminare, non può muoversi, vive in una minuscola squallida stanzetta. Cosa La rende così felice?”. E questo l’ha spinta a sua volta a testimoniare la sua fede. Questo mi ha semplicemente carpito, catturato. Il passo intermedio, naturalmente, è stato ritornare a casa e raccontare ai miei genitori che avevo incontrato Madre Barbara e attraverso di lei quell’uomo, Gesù.

Qual è stata la loro reazione?

Padre David Neuhaus: I miei genitori erano sotto shock. Mi avevano mandato in Israele. Non se lo aspettavano che il loro figlio ebraico, mandato ad una scuola ebraica in Israele, ritornasse parlando di Gesù e nel corso della conversazione, feci la promessa che avrei aspettato dieci anni. Avevo solo quindici anni. Dissi: “aspetterò fino ai miei 25 anni. Se questo sarà ancora vero quando avrò quell’età, voi accetterete”; e loro furono subito d’accordo. Credo che abbiano pensato: “Sta crescendo e lo supererà”. E infatti hanno accettato e ora ho un rapporto molto, molto stretto con i miei genitori. Ciò successe nel periodo intermedio fu un tentativo di patteggiare sempre più con ciò che questo implicava; credere in Gesù e poi, lentamente ma inesorabilmente, cercare di integrarsi nel suo Corpo nella Chiesa.

Che cosa implica questo?

Padre David Neuhaus: In primissimo luogo, come ebreo, implicava cercare di affrontare in qualche modo i temi molto duri e difficili delle relazioni ebraico-cristiane nella storia, essere attirato dalla Chiesa cattolica a causa del tentativo della Chiesa di affrontare questa storia, un cammino per chiedere perdono e un cammino verso la riconciliazione. La Chiesa Ortodossa, specialmente di tradizione bizantina, mi attirava enormemente, esteticamente mi piacciono molto la liturgia e i canti, è bello, ma quello che ho trovato nella Chiesa cattolica romana era un vero tentativo di assumere la nostra responsabilità come corpo storico nella storia del mondo. La persona che ha aperto la porta è stato papa Giovanni XXIII. La sua volontà di convocare il Concilio e di affrontare questi temi molto, molto difficili riguardo la nostra responsabilità per la storia del mondo, mi ha permesso di pensare che potevo essere cattolico e potevo essere ebreo, quindi ho potuto andare alla mia famiglia e dire: “non sto tradendo il popolo al quale appartengo”. Con i miei genitori, il dialogo è andato avanti per dieci anni e, come ho detto, quando sono stato battezzato all’età di 26 i miei genitori si erano un po’ riconciliati con l’idea di avere un figlio che era una vera e propria “pecora nera” e, come sto dicendo, il rapporto con loro è molto forte.

A che punto di questo processo di conversione ha sentito la vocazione?

Padre David Neuhaus: È venuto quasi subito, ad essere onesto, all’età di 15 anni, tre mesi dopo l’incontro con la Madre Barbara. I ragazzi della mia scuola si chiedevano l’un l’altro di scrivere dove saremmo stati a 30 anni, cioè quindici anni dopo. Io avevo scritto di essere un monaco in un monastero. In quel momento pensavo ancora in termini di Chiesa Ortodossa, ma credo che allora avessi già la netta sensazione dio aver vissuto la mia vita cristiana, dedicandomi al popolo di Dio e tentando di vivere una vita dedicata alla riconciliazione.

Quale è il sacramento con cui ha maggiore affinità?

Padre David Neuhaus: È stato molto chiaro fin dall’inizio della mia vita cristiana, che sono stato molto attratto dall’Eucaristia, dal contatto con il Corpo di Cristo nell’Eucaristia. E, naturalmente, lo ripeto di nuovo, per dieci anni ho assistito regolarmente all’Eucaristia senza essere in grado di parteciparvi.

Il cliente origine e causa della prostituzione

Dal momento che e’ la domanda a determinare e sostenere l’offerta, tra i principali attori del mondo della prostituzione c’e’ sicuramente il “cliente”.

Tanti nomi per definire il ruolo della donna che vende il proprio corpo, uno solo per chi ne fruisce. Ma come per ogni servizio commerciale, dietro all’anonimato del termine “cliente” c’è una moltitudine di acquirenti. In Italia sono almeno 2 milioni e mezzo a cercare sesso in strada, in luoghi chiusi, su internet. La stima di 2,5 milioni e mezzo di clienti è stata fatta recentemente dall’università di Bologna ed è basata sul numero delle prostitute (circa 25-30mila), moltiplicato per il numero di prestazioni giornaliere (circa 10) e i giorni della settimana lavorati. In genere sette su sette.

È difficile tracciare un profilo tipo del cliente perché sono persone normali, insospettabili, che appartengono a ogni ceto sociale (dall’impiegato all’alto dirigente), ad ogni livello di istruzione ed età, appartengono a entrambi sessi (ma sono certamente di più i maschi), hanno diverse nazionalità (molti oggi sono stranieri, più deboli socialmente e segnati nella loro identità, debolezza che spesso si traduce in aggressività). Molti sono uomini sposati, che considerano il rapporto con la prostituta come ‘complementare’ a una relazione stabile. In generale, volendo trovare un denominatore comune, sono interiormente soli per una palese incapacità di rapportarsi all’altro sesso.

Le motivazioni

Ovviamente li spinge la ricerca di sesso, ma c’è una varietà di sfumature che definisce in modo più articolato le possibili spinte:

rassicurazione alla propria virilità. A volte questo conferisce al commercio sessuale una sorta di funzione “terapeutica” (per categorie deboli, vedi il caso dei disabili), a volte è una via preferenziale di iniziazione al sesso, perché non ti espone alla paura di sbagliare o di essere giudicato non all’altezza.

– soddisfazione immediata di un bisogno biologico, che rivela una concezione egoistica del piacere.

curiosità e desiderio di nuove esperienze, vale a dire ricerca di diversità, sia etnica (come avviene ad esempio nei riguardi delle donne africane), che sessuale (come nel caso dei rapporti con transessuali).

– dimostrazione ed esercizio di un potere sessuale ed economico, e affermazione della propria supremazia maschile di fronte ad un oggetto sessuale degradato e vulnerabile

– la compulsione, cioè l’essere vittime della propria incapacità di gestire le proprie inclinazioni, i propri appetiti

– il bisogno di ascolto. Alcuni sono spinti dalla ricerca di ascolto, di coccole, a volte addirittura dalla ricerca di amore

– altri, al contrario, sono spinti dal desiderio di una pratica sessuale che sia esplicitamente priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo o affettivo (cosa che, per alcuni clienti sposati, non equivale a infedeltà)

– i giustizieri. Generalmente in gruppo, vogliono punire le prostitute per il giudizio moralistico che hanno su di loro.

Le richieste e la concezione della donna

I clienti chiedono ciò che non possono fare con le loro mogli o compagne, giochi erotici, sesso trasgressivo o “estremo”, imitazione dell’immaginario che deriva dalla pornografia, per soddisfare gusti particolari. E’ una sessualità che non contempla la responsabilità nei confronti dell’altro ma si alimenta di animalità. Osservandoli mentre girano in macchina scrutando le ragazze prima di sceglierle, l’impressione è di assistere a un rituale quasi più importante del consumo stesso, una simbolica caccia che mira allappagamento del gusto estetico, oltre che di quello sessuale.

Alcuni cercano le minorenni, perché la giovane età accentua il senso di supremazia. C’è poi in alcuni l’assurda convinzione che le minorenni ti preservino maggiormente dal rischio di contagio dell’Aids. A questo proposito, si riscontra frequentemente la richiesta di rapporti non protetti, con clienti disposti a pagare anche quattro o cinque volte di più pur di soddisfare questo desiderio. Ma così aumentano irresponsabilmente i rischi di contagio sia sulle ragazze che su mogli e fidanzate ignare..

Capita che i clienti si innamorino, che investano anche sul piano relazionale, che vogliano colpire e conquistare la prostituta. Sono presenti in questa dinamica anche atteggiamenti salvifici. Emerge cioè l’idea del maschio come colui che può garantire sicurezza e protezione. Per questa tipologia di clienti sono le donne “normali” ad essere inaffidabili.

Tali clienti possono essere una valida risorsa, perché rappresentano per le ragazze un canale per arrivare a servizi che altrimenti non sarebbero alla loro portata. Spesso però accade che sia il cliente stesso a ritrovarsi vittima di una situazione in cui la ragazza approfitta della sua disponibilità economica e affettiva, al fine di saldare più in fretta il debito contratto con gli sfruttatori.
(Clicca qui per approfondire)

In generale, la concezione della femminilità di cui i clienti sono lo specchio è molto bassa: si cercano donne remissive e accondiscendenti, oggetti e non essere umani, sfogatoi per le proprie pulsioni e frustrazioni o, nella peggiore delle ipotesi, bersagli di una violenza che esprime la connessione oggi molto accentuata tra sessualità, potere e mercificazione.

La questione morale

I clienti non percepiscono la questione morale. Faticano a vedersi come ingranaggi di un sistema di violenza e sfruttamento. I più sembrano non rendersi conto della forte implicazione che i loro atti hanno rispetto al problema dello sfruttamento, ignorando (volutamente?) che la loro domanda favorisce e incrementa un’offerta che ha stretti legami con la criminalità organizzata.

Sono poi molti gli alibi etici e le giustificazioni a disposizione del cliente: “le ragazze sapevano cosa sarebbero venute a fare”, “a loro piace farlo”, “se non portassero soldi a casa verrebbero picchiate, dunque in qualche modo le sto aiutando” ecc.

Lo sdoganamento sociale

La nostra società ha contribuito pesantemente a sdoganare il maschilismo, a legittimare moralmente che tutto possa essere considerato alla stregua di merce. Più in dettaglio, rispetto alla prostituzione c’è una costruzione sociale negativa nei confronti delle prostitute e una positiva nei confronti del cliente. Ma così facendo si nega la comune responsabilità, e diviene troppo facile per il cliente sottrarsi al pungolo della morale.

Inoltre, a leggere i giornali sembra quasi che, se prostituirsi per pochi soldi e con clienti umili sia deplorevole, oltre che illegittimo, prostituirsi per una tariffa adeguata e con persone di potere lo sia meno: meno deplorevole, meno illegittimo. Come se in fondo la vera colpa, anche morale, fosse quella di non avere soldi. La povertà.

Quando poi emergono fatti relativi alla prostituzione ad alti livelli, spesso si palesa una strisciante e maschilista solidarietà per l’uomo di potere vittima delle proprie debolezze, con l’immediato corollario che il proprio privato sia, appunto, privato, una dimensione sulla quale non si esprimono opinioni, non si esplicitano condanne.

Risoluzione Ue: “Punire i clienti: chi acquista sesso compie reato” febbraio 2014

Il testo Honeyball votato da 343 eurodeputati chiede a tutta l’Unione di adottare il ‘modello nordico’ (Svezia, Islanda e Norvegia), (clicca per approfondire) sistema fortemente repressivo che mira a eliminare le legislazioni che hanno legalizzato o depenalizzato la pratica di questo mestiere. “I paesi dell’Ue dovrebbero ridurre la domanda di prostituzione punendo i clienti, non le prostitute”, “la prostituzione è una forma di schiavitù incompatibile con la dignità umana e i diritti umani”. Nel testo si invitano gli Stati membri a recepire negli ordinamenti nazionali la direttiva contro la domanda di prostituzione.
Armando Buonaiuto – Corso di formazione volontari Amici di Lazzaro

Figlio (Santa Teresina)

“Ecco un esempio che tradurrà un poco il mio pensiero. Suppongo che il figlio di un abile medico trovi sul suo cammino una pietra che lo faccia cadere e che, in questa caduta, si fratturi un arto. Il padre subito gli si avvicina, lo rialza con amore, cura le sue ferite, servendosi di tutte le risorse della sua arte e subito il figlio completamente guarito gli testimonia riconoscenza. Senza dubbio questo figlio ha molta ragione di amare suo padre!

Ma faccio ancora un’altra supposizione. – Il padre, avendo saputo che sulla strada di suo figlio si trova una pietra, si affretta a procedere avanti e la sposta (senza che alcuno lo veda).

Certamente, questo figlio, oggetto della sua tenerezza previdente, non SAPENDO la sventura da cui viene liberato da suo padre non gli testimonia la sua riconoscenza e l’amerà meno che se fosse stato guarito da lui… ma se viene a conoscere il pericolo in cui stava per incappare, non lo amerà invece di più?  Ebbene, io sono questo figlio oggetto dell’amore previdente di un Padre che non ha inviato il suo Verbo per riscattare i giusti ma i peccatori. Egli vuole che io lo ami perchè egli mi ha perdonato, non molto, ma tutto. Egli non ha atteso che lo amassi molto come Santa Maddalena, ma ha voluto che IO SAPESSI come egli mi aveva amata di  un amore di ineffabile previdenza, perchè ora io lo ami alla follia!….”

S.Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo.

Famiglia, piccola chiesa

chiesa famigliaLa vostra casa deve essere
la piccola chiesa:
dove pregate,
dove vi santificate,
dove diventate migliori,
dove la grazia si espande in voi;
dove la fede
riceve la sua testimonianza,
dove la speranza
si esercita ogni giorno;
dove riprendete ad ogni alba
il vostro cammino;
dove anticipate
il vostro purgatorio;
dove mortificate la sensibilita’
e accogliete con pazienza
le prove quotidiane,
le incomprensioni, gli imprevisti;
dove sorridendo
a una parola amara,
non dando ascolto
all’egoismo vostro e altrui,
dominando gli impulsi,
vi donate con generosita’,
in carita’ fiduciosa.

I risvolti negativi della fecondazione in vitro

L’opposizione della Chiesa cattolica alla fecondazione in vitro (FIV) e’ ben nota, ma recentemente alcune di queste pratiche sono oggetto di critiche anche da parte di osservatori laici.

Sul New York Times del 10 maggio e’ apparso un articolo sulla questione dell’acquisto di ovuli da parte delle coppie. Nell’articolo si cita una recente pubblicazione di una rivista di bioetica, The Hastings Center Report, secondo la quale i pagamenti alle giovani donne avvengono al di là della regolamentazione del settore.

Lo studio, di Aaron Levine, docente di public policy presso il Georgia Institute of Technology, ha rivelato che su 100 annunci di acquisto di ovuli, pubblicati su giornali universitari, 25 andavano oltre il limite dei 10.000 dollari stabilito autonomamente dalla American Society for Reproductive Medicine.

I pagamenti più elevati erano offerti alle donne di università prestigiose e a quelle con curricula accademici superiori alla media.

Nel 2016 si stimano 30.000 bambini sono nati da ovuli donati: circa il 600% in più rispetto al 2000.

L’articolo ha anche sollevato preoccupazioni per la salute delle donatrici, soprattutto perché le giovani donne potrebbero non essere consapevoli della gravità di alcuni effetti collaterali.

I rischi per la salute sono stati illustrati in un articolo pubblicato il 3 marzo su LifeNews.com. L’autrice, Jennifer Lahl, presidente del Center for Bioethics and Culture Network, ha invitato le donne a rivedere l’eventuale idea di donare i propri ovuli.

I rischi

Tra i possibili rischi per la salute figurano infarto, danni agli organi, infezione, cancro e perdita di fertilità, sostiene la Lahl.

L’autrice ha anche sostenuto che la donazione di ovuli non è assimilabile alla donazione di organi. In quest’ultima, infatti, il donatore si assume dei rischi al fine di salvare una persona malata o morente. Per contro, il destinatario di una donazione di ovuli non è malato, ma un consumatore che acquista un prodotto.

La società giustamente condanna la vendita e il pagamento degli organi al fine di prevenire gli abusi e tutelare la vita, mentre il pagamento di ingenti somme come compenso monetario per le donatrici di ovuli le esporrebbe allo sfruttamento a causa della loro necessità di denaro”, ha affermato la Lahl.

Non sono solo le donne universitarie a cui viene proposto l’acquisto degli ovuli.

Lo scorso anno, ad una conferenza sulla fecondazione, la professoressa Naomi Pfeffer ha avvertito del fatto che le donne di Paesi poveri vengono sfruttate in una sorta di prostituzione da parte di occidentali che vogliono disperatamente avere bambini, secondo il quotidiano Times del 19 settembre.

“Il rapporto di scambio è analogo a quello di un cliente con una prostituta”, ha affermato. “È una situazione particolare perché è l’unico caso in cui una donna sfrutta il corpo di un’altra donna”, ha osservato la Pfeffer.

Surrogazione

Un’altra pratica oggetto di critiche è quella delle madri surrogate. L’India è una destinazione rinomata per le coppie occidentali in cerca di donne che possano portare in grembo i loro figli. Un motivo di questa diffusione è la mancanza di leggi che ne regolino le procedure, cosa che è stata evidenziata in un articolo del quotidiano Times of India dell’11 maggio.

L’articolo ha riferito come, per la terza volta nell’ultimo anno e mezzo, i figli nati da madri surrogate indiane abbiano dovuto affrontare ostacoli nel riconoscimento legale nei Paesi di origine dei loro genitori genetici.

I casi precedenti riguardavano quello di un bambino di una coppia giapponese, che ha richiesto sei mesi per risolversi, e quello di una coppia tedesca che ha dovuto attendere mesi per ottenere la cittadinanza del proprio figlio nato da una donna indiana. L’ultimo caso è quello di una coppia omosessuale israeliana che sta cercando di ottenere la cittadinanza per il suo bimbo di due mesi.

L’articolo ha citato esperti, secondo cui tali problemi non sorgerebbero se il disegno di legge che è stato discusso negli ultimi cinque mesi fosse approvato.

La situazione delle madri surrogate indiane è stato esaminato in modo approfondito in un articolo del Sunday Times pubblicato il 9 maggio. Secondo l’articolo, nell’Akanksha Infertility Clinic della città di Anand, gestita dalla dottoressa Navana Patel e dal marito Hitesh, dal 2003 167 donne hanno dato luce a 216 bambini, con altre 50 madri surrogate attualmente in stato di gravidanza.

Le coppie pagano più di 14.000 sterline (16.200 euro), di cui circa un terzo va alle madri surrogate. Le donne provengono spesso da una casta inferiore di un villaggio povero e l’ammontare che ricevono equivale a circa 10 anni di salario, secondo il Sunday Times.

L’articolo ha anche spiegato che alla clinica di Anand, una volta che le madri surrogate sono incinte, devono vivere confinate per l’intera durata della loro gravidanza, potendo allontanarsi solo per i controlli medici. I loro mariti e i figli sono autorizzati a visitarle solo la domenica. Il Sunday Times ha riferito dell’angoscia che le donne provano nell’essere separate dai propri figli e del dolore che devono affrontare al momento di consegnare il loro figlio surrogato.

Il 26 aprile, un articolo pubblicato dal quotidiano Toronto Star ha sollevato alcune questioni relative alla situazione in India. In un caso, una coppia canadese ha pagato una madre surrogata in India, ma quando le autorità canadesi hanno richiesto l’effettuazione di test sul DNA, è risultato che i gemelli erano figli di un’altra coppia sconosciuta. I bambini saranno ora probabilmente assegnati a un orfanotrofio.

Problemi legali

Al di là delle preoccupazioni sullo sfruttamento delle donne, la diffusione della surrogazione sta provocando complessi problemi legali. Il Wall Street Journal ha affrontato alcune di tali questioni in un servizio del 15 gennaio.

Negli Stati Uniti, otto Stati hanno approvato leggi che vietano tutte o alcune delle procedure di surrogazione. In altri Stati i tribunali si sono rifiutati di considerare efficaci i contratti di surrogazione, mentre in 10 Stati sono state approvate leggi che autorizzano questa pratica.

Alcune dispute riguardano visioni diverse sui diritti da riconoscere alla madre surrogata, ha spiegato il Wall Street Journal. In una decisione dello scorso dicembre, il giudice del New Jersey Francis Schultz ha decretato che, nonostante la firma di un accordo di rinuncia dei diritti genitoriali, la madre surrogata Angelina Robinson mantiene comunque tali diritti in relazione al bambino che ha portato in grembo per conto di una coppia omosessuale, Donald Robinson Hollingsworth e Sean Hollingsworth. Peraltro, la Robinson è la sorella di Donald Hollingsworth.

Un’altra complicazione è emersa, poco tempo dopo, da un articolo apparso il 26 gennaio sul New York Timesche ha posto la questione se un bambino possa avere tre genitori biologici.

Da recenti esperimenti sulle scimmie, alcuni scienziati ne hanno fatto nascere alcune con un padre e due madri, riuscendo a combinare materiale genetico proveniente dagli ovuli di due femmine. Se questo fosse applicato agli uomini complicherebbe ulteriormente la questione della surrogazione, ha affermato l’articolo.

Vita e amore

L’uso di madri surrogate e di terze persone nella fecondazione in vitro sono oggetto di un documento pubblicato lo scorso novembre dalla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.

Nel documento, dal titolo “Life-Giving Love in an Age of Technology”, i Vescovi simpatizzano con le coppie che soffrono a causa di problemi di fertilità, ma affermano che non tutte le soluzioni rispettano la dignità del rapporto sponsale tra due persone. Il fine non giustifica i mezzi, e alcune tecniche di riproduzione non sono moralmente legittime, affermano.

Occorre resistere alla tentazione di avere un figlio come prodotto della tecnologia, secondo il documento. “Gli stessi figli potrebbero essere visti come prodotti della nostra tecnologia, persino come beni di consumo che i genitori hanno acquistato e che hanno il ‘diritto’ di avere, e non come persone eguali in dignità ai loro genitori e destinate alla felicità eterna in Dio”, sottolineano i Vescovi.

L’introduzione di persone terze attraverso l’uso di ovuli o di sperma di donatori o attraverso la surrogazione, inoltre, viola l’integrità del rapporto sponsale, così come sarebbe violato da relazioni sessuali extramatrimoniali.

Le cliniche per la fertilità dimostrano disprezzo per le gli uomini e le donne, trattandoli come materia prima, quando gli offrono ingenti somme di denaro per il loro sperma o per i loro ovuli, in funzione delle loro specifiche caratteristiche intellettuali, fisiche o caratteriali”, aggiunge il documento.

I Vescovi osservano inoltre che questi incentivi pecuniari possono indurre le donne a mettere a rischio la propria salute attraverso le procedure di estrazione degli ovuli. Esistono quindi molte buone ragioni per nutrire seri dubbi sulla fecondazione in vitro.

padre John Flynn, L.C.

L’esistenza di Dio in San Bonaventura

Se l’essere di Dio sia una verità indubitabile [1][3]

Si domanda anzitutto se l’essere di Dio sia una verità indubitabile. Che sia così si dimostra seguendo una triplice via.
La prima è questa: ogni verità naturalmente impressa in tutte le menti è indubitabile.
La seconda è la seguente: ogni verità proclamata da ogni creatura è indubitabile.
La terza via è questa: ogni verità certissima ed evidentissima in se stessa è indubitabile.

Quanto alla prima via si procede in questo modo; dimostrando con argomenti di autorità e di ragione che l’essere di Dio è impresso in tutte le menti razionali.
1. Giovanni Damasceno, nel primo libro (De fide orthod.), al capitolo terzo, afferma che: «La cognizione dell’esistenza di Dio è impressa naturalmente in noi ».

2. Cosi Ugo di San Vittore (De Sacram. p. iii, c. i) sostiene che: «Dio ha regolato a tal punto la nozione di sé presente nell’uomo che, siccome egli non avrebbe mai potuto comprenderne l’essenza nella sua totalità, non ne potesse almeno ignorare l’esistenza ».

3. Parimenti Boezio (iii De consol., prosa 2): « È impresso nelle menti degli uomini il desiderio del vero e del bene »; ma il desiderio del vero bene presuppone la conoscenza di esso, perciò nelle menti degli uomini sono impresse la nozione del vero bene ed un desiderio di ciò che è sommamente desiderabile. E questo bene è Dio; dunque ecc.

4. Agostino in più passi del De Trinitate (ix, 2, 2, ss.; xii, 4, 4 nss.; xiv, 8, ll ss.), dice che l’immagine consiste nella mente, nella notizia e nell’amore, e che il carattere di immagine si scopre nell’anima in relazione a Dio; se dunque è naturalmente impressa nell’Anima l’immagine di Dio, l’anima ha naturalmente innata la conoscenza di Dio. Ma la prima cosa che si conosce di Dio è la sua esistenza; dunque la conoscenza di essa è naturalmente innata nella mente umana.

5. Aristotele (ii, Poster., 15) afferma che « non sarebbe conveniente che possedessimo cose nobilissime e non lo sapessimo »; perciò, essendo l’esistenza di Dio una verità nobilissima, presentissima a noi, non è conveniente che tale verità rimanga nascosta all’intelletto umano.

6. Inoltre: è innato nelle menti degli uomini un desiderio di sapienza, poiché, dice Aristotele (i, Metaf., I): « Tutti gli uomini per natura desiderano sapere »; ma la sapienza sommamente desiderabile è quella eterna; perciò è profondamente insito nella mente umana il desiderio di tale sapienza. Ma, come si è detto prima, non c’è amore se non di ciò che è in qualche modo conosciuto; perciò è necessario che una qualche nozione di quella somma sapienza sia impressa nella mente umana. Ma questo è in primo luogo sapere che Dio stesso o quella sapienza esiste.

7. Inoltre, il desiderio della beatitudine è insito a tal punto in noi che a proposito di nessuno si può dubitare se voglia o no essere beato, come dice in più passi Agostino (De Trin. XllI, 3, 3; 4, 7 ss.; 20, 25); ma la beatitudine consiste nel sommo bene che è Dio; perciò, se tale desiderio non può esistere senza una qualche notizia, è necessario che tale nozione mediante la quale si conosce che esiste il sommo bene, ossia Dio, sia impressa nella stessa anima.

8. È impresso pure nell’anima un desiderio di pace ed impresso a tal punto che lo si ricerca anche nel suo contrario; e questo desiderio non può essere neppure tolto ai dannati ed ai demoni, secondo quanto si dimostra nel libro diciannovesimo del De civitate Dei (13,lss.). Se, dunque, la pace di una mente razionale non si trova se non in un ente immutabile ed eterno ed il desiderio presuppone una nozione od una conoscenza, la conoscenza di un ente immutabile ed eterno è innata nello spirito razionale.

9. Inoltre, è insito nell’anima l’odio della falsità; ma ogni odio nasce dall’amore; perciò è molto più radicato nell’anima l’amore della verità e specialmente di quella verità per la quale l’anima è stata fatta. Se dunque Dio è la verità prima, consegue necessariamente che la nozione della prima verità è insita nell’intelligenza razionale. Che l’odio dell’errore, poi, sia insito nella mente umana, appare dal fatto che nessuno vuol essere ingannato, come dice Agostino nel libro decimo delle Confessioni (23, 33 ss.). Che l’odio sia causato dall’ amore mostra ancora Agostino nel libro quattordicesimo del De civitate Dei (7, 2); nessuno infatti odia qualcosa se non perché ama il suo opposto.

10. Inoltre, è impressa nell’anima razionale la conoscenza di sé, perché l’anima è presente a se stessa e conoscibile per se stessa; ma Dio è presentissimo all’anima e conoscibile per se stesso; perciò è impressa nella stessa anima la nozione del suo Dio. Se tu dicessi che non è la stessa cosa perché l’anima è proporzionata a sé ma Dio non è proporzionato all’anima, risponderei: la tua obiezione non vale, perché se la proporzionalità fosse necessaria alla conoscenza, l’anima non giungerebbe mai alla conoscenza di Dio poiché non può essere paragonata a Lui né per natura, né per grazia, ne per gloria.
Con queste ragioni, dunque, si dimostra che l’esistenza di Dio è una verità indubitabile naturalmente impressa nell’intelligenza umana; nessuno infatti dubita se non di ciò di cui non possiede una conoscenza certa.
Questo si dimostra per la seconda via così; ogni verità proclamata da tutte le creature è indubitabile; ma ogni creatura proclama l’esistenza di Dio. Che, poi, ogni creatura proclami Resistenza di Dio, si dimostra in base a dieci aspetti delle cose ed a proposizioni immediatamente evidenti.

11. La prima è questa: se c’è l’ente che vien dopo c’è l’ente che vien prima poiché l’ente che vien dopo dipende da quello che vien prima; se dunque vi è l’insieme degli enti che vengono dopo, e necessario che vi sia un primo ente. Se, pertanto, è necessario ammettere un prima e un poi nelle creature, è necessario che l’insieme delle creature implichi e proclami l’esistenza di un primo principio.

12. Inoltre, se esiste un ente che dipende da un altro, esiste anche l’ente che non dipende da un altro, poiché nulla può far passare se stesso dal non essere all’essere; dunque, è necessario che vi sia una prima ragion d’essere che è nell’ente primo, il quale non è stato prodotto da un altro. Se dunque l’ente che dipende da un altro è detto ente creato e l’ente che non dipende da un altro è detto ente increato ed è Dio, tutti i diversi tipi di ente implicano l’esistenza di Dio.

13. Inoltre, se vi è l’ente possibile deve esserci l’ente necessario perché il possibile dice indifferenza all’essere e al non essere; ma non può un ente essere indifferente ad essere e a non essere se non in virtù di qualcosa che è pienamente determinato all’essere. Se dunque l’ente necessario che non ha assolutamente alcuna possibilità di non essere è soltanto Dio ed ogni altro ente ha qualche possibilità di non essere, ogni differente tipo di ente implica l’esistenza di Dio.

14. Inoltre, se vi è un ente relativo deve esserci anche l’ente assoluto poiché il relativo non è tale se non rispetto all’assoluto; ma l’ente assoluto non può essere detto dipendente da nessun altro se non perché non riceve nulla da un altro; e questo è l’ente primo; mentre ogni altro ente ha una qualche dipendenza; quindi è necessario che ogni differente tipo di ente implichi l’esistenza di Dio.

15. Inoltre, se vi è un ente limitato o parziale vi è l’ente che è assolutamente, perché l’ente parziale non può né essere, né essere concepito se non per mezzo dell’ente che è assolutamente; e l’ente limitato non può esistere ed essere concepito se non in virtù dell’ente perfetto, come la privazione non si concepisce se non per mezzo del positivo. Se pertanto ogni ente creato è parziale, solo l’ente increato è ente che è assolutamente e perfetto; perciò è necessario che ogni diverso tipo di ente implichi e supponga l’esistenza di Dio.

16. Inoltre, se vi è un ente ordinato ad altro deve esserci un ente autosufficiente, altrimenti non esisterebbe il bene; ma l’ente autosufficiente non è se non quell’ente di cui non può esservi migliore, cioè lo stesso Dio; perciò, poiché la totalità degli altri enti è ordinata a lui, la totalità degli enti implica l’esistenza e la nozione di Dio.

17. Inoltre, se vi è un ente per partecipazione deve esserci un ente per essenza, perché la partecipazione non si riferisce se non a qualcosa di posseduto essenzialmente da qualcos’ altro poiché ogni predicato accidentale si riconduce a un predicato essenziale; ma qualunque ente diverso dall’ente primo che è Dio, ha l’essere per partecipazione, mentre solo Lui ha l’essere per essenza.

18. Inoltre, se vi è l’ente in potenza deve esserci l’ente in atto poiché la potenza non può passare all’atto se non in virtù di un ente in atto e la potenza non sarebbe tale se non potesse passare all’atto; se, dunque, quell’ente che è atto puro e non ha in sé alcuna possibilità non può essere che Dio, è necessario che ogni ente diverso dal primo implichi l’esistenza di Dio.

19. Inoltre, se vi è un ente composto deve esserci un ente semplice perché il composto non ha l’essere da sé ed è perciò necessario che abbia la sua origine da un ente semplice ma l’ente semplicissimo, che non ha in sé alcuna composizione, non può essere che l’ente primo; perciò ogni altro ente implica Dio.

20. Inoltre, se vi è un ente mutevole deve esserci un ente immutabile, perché, secondo quel che prova Aristotele (Fis. viii, 5; Metaf. xi, 7), il moto proviene da un ente immobile e ha per fine un ente immobile; se, dunque, l’ente del tutto immutabile non può essere se non quell’ ente primo che è Dio e gli altri enti creati per il fatto stesso di essere creati sono mutevoli, è necessario che l’esistenza di Dio sia inferita da ogni differente tipo di ente.
Da questi dieci presupposti necessari ed evidenti si inferisce che tutti i diversi tipi o zone dell’ente implicano e proclamano l’esistenza di Dio. Se, dunque, ognuna di queste verità è indubitabile, è necessario che l’esistenza di Dio sia una verità indubitabile.
La medesima conclusione è dimostrata per la terza via così: ogni verità così certa da non poter essere negata senza contraddizione è una verità indubitabile; ma l’esistenza di Dio è tale; dunque ecc. La maggiore è immediatamente evidente, la minore si dimostra in vari modi.

21. Infatti Anselmo, nel capitolo quarto del Proslogio, dice: « Ti ringrazio. Signore buono, poiché quello che prima credevo per tuo dono, ora lo capisco per influsso della tua luce, sicché, se anche non volessi credere che tu esisti, non potrei non saperlo ».

22. E questa verità è provata da Anselmo come segue: Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore; ma ciò che non può essere pensato non esistente è più vero di ciò che può essere pensato non esistente; dunque, se Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore. Dio non può essere pensato non esistente.

23. Inoltre, l’ente di cui non si può pensare il maggiore è di tale natura che non può essere pensato se non esiste anche nella realtà; poiché se esistesse nel solo pensiero non sarebbe l’ente di cui non si può pensare il maggiore; dunque, se un tale ente è pensato, è necessario che esista in realtà in tal modo da non poter essere pensato non esistente.

24. Ancora Anselmo (Prosl. 5) affermia : « Tu sei tutto ciò che è meglio esista piuttosto die non esista »; ma ogni verità indubitabile è migliore di ogni verità dubbia; perciò a Dio si deve attribuire piuttosto l’essere indubitabile che l’essere dubitabile.

25. Inoltre Agostino dice nei Soliloqui (i, 8,5) che nessuna verità può essere vista se non nella prima verità; ma la verità nella quale è vista ogni altra verità è sommamente indubitabile; perciò l’esistenza di Dio non è solo una verità indubitabile, ma anche una verità di cui non si può pensare nulla di più indubitabile; dunque è una verità tale da non poter essere pensata non esistente.

26. Agostino (Sol. I, 15, 27 ss.; II, 2,2; e 15,28) dimostra questa stessa verità come segue: tutto ciò che si può pensare si può anche enunciare; ma in nessun modo si può enunciare che Dio non esiste senza affermare insieme che Dio esiste. E questo si dimostra come segue: poiché se non vi è alcuna verità è vero che non c’è la verità, e, se è vero queste, esiste qualche verità e, se esiste qualche verità, esiste la verità prima, pertanto, se non si può affermare che Dio non esiste non lo si può neppure pensare.

27. Quanto maggiore e più universale è una verità tanto è più nota; ma questa verità con la quale si dice che esiste il primo ente è la prima fra tutte le verità sia nell’ordine ontologico che in quello logico; perciò è necessario che essa stessa sia certissima ed evidentissima. Ma la verità degli assiomi e delle proposizioni più universali è a tal punto evidente a causa della loro priorità che essi non possono essere pensati come inesistenti; pertanto nessuna intelligenza può pensare che la stessa prima verità non esista o dubitare della sua esistenza.

28. « Nessuna proposizione è più vera di quella nella quale la stessa proprietà è predicata di se stessa » (Boezio, Periherm. Arìstot., i, 14); ma quando dico che Dio è, l’essere detto di Dio è identico con Dio perché Dio è il suo stesso essere; dunque nessuna proposizione è più vera ed evidente di quella che dice: Dio è, dunque nessuno può pensare che essi sia falsa o dubitarne.

29. Inoltre nessuno può ignorare che questa proposizione: l’ottimo è ottimo, sia vera, oppure pensare che sia falsa; ma l’ottimo è un ente completissimo ed ogni ente, per il fatto stesso di essere completissimo, è anche in atto; pertanto, se l’ottimo è ottimo, l’ottimo è. Similmente si può argomentare: se Dio è Dio, Dio è; ma l’antecedente è vero a tal punto che non può essere pensato non esistente; pertanto l’esistenza di Dio è una verità indubitabile […].
rispondo. Per la comprensione delle cose predette occorre notare che una cosa si dice indubitabile per privazione del dubitabile; ora il dubitabile si dice in due sensi: o per il discorso della ragione o per difetto di ragione. Il primo modo di intendere riguarda il conoscibile ed il conoscente; il secondo modo di intendere solo il conoscente. Dubitabile nel primo senso è detta qualche verità perché le manca il carattere di evidenza o in sé, o in rapporto ad un medio probante, o in rapporto all’intelletto che apprende. Ma in nessuno di questi modi di intendere manca la certezza a questa verità che è l’esistenza di Dio.
È certo infatti allo stesso intelletto conoscente che la conoscenza di questa verità è innata nella mente razionale in quanto la mente ha carattere di immagine grazie alla quale sono insiti in lei il naturale desiderio, la nozione e la memoria di Colui ad immagine ilei quale è stata creata e verso il quale tende naturalmente per poterne essere beatificata.
La verità dell’ esistenza di Dio è ancora più certa in rapporto alla ragione probante. Infatti tutte le creature, sia considerate secondo le loro proprietà positive che difettive, con voci altisonanti proclamano l’esistenza di Dio del quale hanno bisogno a causa della loro mancanza di perfezione e dal quale ricevono perfezione. Per cui secondo la loro maggiore o minore perfezione proclamano alcune con grande, altre con maggiore, altre con grandissima voce che Dio esiste.
E tale verità è anche certissima in sé per il fatto che è una verità prima e immediatissima nella quale non solo la nozione del predicato è contenuta nel soggetto, ma è lo stesso l’essere che è predicato e il soggetto di cui è predicato. Perciò, come ripugna sommamente al nostro intelletto l’unire termini differentissimi fra loro, perché nessun intelletto può pensare che qualche cosa esista o non esista al tempo stesso, così ripugna la divisione di qualche cosa che è totalmente uno e indiviso; per cui, come è evidentissimamente falso che una stessa cosa esista e non esista, o che esista in modo sommo o non esista affatto, così è una verità evidentissima che il primo e sommo ente esiste. Pertanto, se si ritiene indubitabile ciò che toglie ogni dubbio per discorso della ragione, l’esistenza di Dio è una verità indubitabile poiché, sia che l’intelletto penetri in se stesso, sia che esca fuori di sé, sia che guardi sopra sé, se procede razionalmente conosce con certezza ed indubitabilmente l’esistenza di Dio.
Se poi si considera l’indubitabile nel secondo senso, in quanto cioè toglie il dubbio che deriva da un difetto di ragione,allora si può concedere che per un difetto degli uomini qualcuno possa dubitare che Dio esiste, e ciò per un triplice difetto dell’intelletto conoscente:
1) o quanto all’atto dell’apprendere,
2) o quanto all’atto del giudicare,
3) o quanto all’atto di ricondurre a un primo principio.

1) Quanto all’atto dell’apprendere, il dubbio si inserisce quando il significato del nome Dio non è assunto in modo reno e nella sua pienezza ma solamente per qualche suo aspetto, come hanno fatto i pagani i quali pensavano che Dio fosse tutto ciò che era superiore all’uomo e poteva prevedere in qualche modo il futuro e perciò credevano che gli idoli fossero dei e li adoravano come dei perché davano talvolta responsi veritieri sul futuro.

2) Quanto all’atto del giudicare, il dubbio si ha quando il giudizio è parziale, come quando lo stolto vede che non si fa manifestamente giustizia dell’empio e ne conclude che non esiste provvidenza nell’universo e, perciò, che non esiste in esso un rettore primo e sommo come Dio eccelso e glorioso.

3) Similmente, quanto al difetto nel ricondurre a un primo principio: il dubbio subentra quando un intelletto carnale non sa arrivare se non sino a quello che i sensi mostrano, vale a dire, alle realtà corporee; per il qual motivo alcuni ritennero che questo sole visibile che occupa un posto preminente fra le creature corporee fosse Dio, perché non erano capaci di giungere sino alla sostanza incorporea, né sino ai primi principi delle cose. E così nella proposizione Dio esiste può sorgere un dubbio causato da un difetto dell’intelletto che apprende, o che giudica, o che riconduce a un primo principio; e secondo un tale modo difettoso di intendere, qualche intelletto può pensare che Dio non esiste, perché esso non comprende con sufficiente integrità il significato del termine Dio. Ma quell’intelletto che comprende appieno il significato di questo nome: Dio e ritiene che Dio è ciò di cui non si può pensare il maggiore, non solo non dubita che Dio esiste, ma anche in nessun modo può pensare che Dio non esiste. Perciò dobbiamo ammettere come vere le ragioni che lo dimostrano esistente.

La contemplazione di Dio per mezzo della sua immagine impressa nelle potenze dell’anima[2][4]

1. Poiché i due gradi precedenti, guidandoci a Dio attraverso le sue orme per mezzo delle quali Egli risplende in tutte le sue creature, ci hanno condotti sino al punto di rientrare in
noi, nel nostro spirito nel quale risplende l’immagine divina, ora, in terzo luogo, rientrando in noi stessi e lasciando fuori l’atrio, dobbiamo sforzarci di vedere Dio come in uno
specchio, nel santo[3][5]3, nella parte anteriore del tabernacolo; lì la luce della verità brilla come un candelabro di fronte alla nostra mente nella quale risplende l’immagine della beatissima Trinità.
Entra, dunque, dentro di te e osserva con quale ardore la tua mente ama se stessa; ora, essa non potrebbe amarsi se non si conoscesse e non potrebbe conoscersi se non avesse il ricordo di sé, poiché la nostra intelligenza non apprende se non ciò che è presente alla nostra memoria; vedi, perciò, non con l’occhio della carne, ma con quello della ragione, che la tua anima possiede una triplice potenza. Considera le attività e i rapporti di queste tre potenze e potrai vedere Dio in te stesso come nella sua immagine, il che significa vedere in uno specchio « in aenigmate ».

2. L’attività della memoria consiste tiri ritenere e rappresentare non solo le realtà presenti, corporee e temporali, ma anche le realtà che si susseguono, che sono semplici ed eterne.
Infatti la memoria ritiene il passato col ricordo, il presente con l’apprensione e il futuro con la previsione. Ritiene anche le cose semplici, cioè i principi delle quantità continue e discrete come il punto, l’istante e l’unità senza cui sarebbe impossibile il ricordare o il pensare quelle cose che da essi hanno principio. Ritiene anche i principi e gli assiomi delle scienze come realtà eterne e in modo eterno poiché mai può dimenticarli sin tanto che conserva l’uso della ragione, e se li sente nominare, non può non approvarli e concedere ad essi il suo assenso, e non come se li percepisse di nuovo, ma come se li riconoscesse come innati e familiari.
Per convincersene basta proporre a qualcuno « Il principio di non contraddizione » (Arist., i , Post. ,10) od il principio: « II tutto è maggiore della parte», o qualunque altro principio che la « ragione interiormente» non può contraddire. Ritenendo attualmente tutte le cose temporali, ossia il passato, il presente e il futuro, la memoria porta in sé l’immagine dell’eternità il cui presente indivisibile si estende a tutti i tempi. Con la capacita di ritenere le cose semplici, la memoria dimostra di possedere non solo la possibilità di essere informata dalle immagini esteriori, ma anche da un principio superiore, possedendo in se stessa delle forme semplici che non possono entrare per le porte dei sensi e delle fantasie sensibili. Ritenendo i principi e gli assiomi delle scienze, essa dimostra di possedere una luce immutabile sempre presente a sé, nella quale si ricorda delle verità che non cambiano mai. E così, dalle attività della memoria risulta che l’anima stessa è immagine e similitudine di Dio, a tal punto presente a sé ed avente Dio così presente da poterlo comprendere in un atto ed essere «potenzialmente capace di possederlo e di parteciparne » (Agostino, De Trin. xiv, 8, 11).

3. L’attività della potenza intellettiva, poi, consiste nel comprendere il significato dei termini, delle proposizioni e delle argomentazioni. Ora l’intelletto comprende il significato
dei termini quando apprende mediante la definizione che cosa è una cosa. Ma ogni definizione si fa per mezzo di termini generali, e questi si definiscono per mezzo di termini ancor più generali, sinché si arriva alle nozioni supreme e generalissime senza le quali non possono essere definiti neppure i concetti più specifici. Se dunque non si conosce che cos’è l’ente per sé, non si può conoscere adeguatamente la definizione di alcuna sostanza specifica. E l’ente per sé non può essere conosciuto se non in unione con le sue proprietà che sono: unita, verità e bontà. L’ente, poi, può essere pensato: parziale o completo, imperfetto o perfetto, in potenza o in atto, come modo di essere o come ente simpliciter, come parziale o totale, transeunte o permanente, condizionato o incondizionato, come misto al non essere o come ente puro, come dipendente o assoluto, successivo o antecedente, mutevole o immutabile, semplice o composto; e siccome « le privazioni ed i difetti non possono essere conosciuti se non per mezzo di concetti positivi» (Averroè, De Anima, text. 25), il nostro intelletto non si rende conto pienamente del concetto di nessun ente creato se non ha l’idea dell’ente purissimo, attualissimo, completissimo e assoluto che è l’ente senza altre aggiunte ed eterno, nel quale si trovano nella loro purezza le ragioni di tutte le cose. Come, dunque, l’intelletto potrebbe sapere che quest’ ente è manchevole e incompleto se non avesse alcuna cognizione dell’ente privo di ogni difetto? Lo stesso dicasi delle altre proprietà ricordate. Diciamo, poi, che il nostro intelletto intende veramente le proposizioni, quando sa con certezza che sono vere; e saper questo vuol dire che non può ingannarsi in quella conoscenza.
Esso sa, infatti, che quella verità non può essere diversa e che, dunque, è immutabile. Ma poiché la nostra mente è mutevole, essa non potrebbe vedere quella verità risplendere immutabilmente se non con l’aiuto di una luce che risplende immutabilmente, la quale non può essere una creatura mutevole. Esso conosce dunque in quella luce che illumina ogni uomo veniente in questo mondo, la quale è vera luce, il Verbo che fin dal principio è presso Dio (Giov. 1,1 e 9).
Il nostro intelletto percepisce veramente una conseguenza quando vede che la conclusione segue necessariamente dalle premesse. E questo può vedere non solo quando le premesse sono necessarie, ma anche quando si riferiscono a realtà contingenti come: « se un uomo corre, un uomo si muove». Ed il nostro intelletto percepisce questo rapporto necessario non solo a proposito di enti, ma anche a proposito di non enti. Come infatti quando un uomo esiste, segue: « se un uomo corre, si muove », questa proposizione condizionale vale anche se un uomo non esiste.
La necessità di tale conseguenza non deriva pertanto dall’esistenza materiale della cosa, perché essa è contingente, né dall’esistenza della cosa nella nostra anima, perché allora sarebbe una finzione se non esistesse nella realtà; ma deriva da un modello che è nell’arte eterna, in virtù della quale le cose hanno un ordine e un rapporto fra loro modellato sulla rappresentazione di quell’arte eterna. Ogni intelligenza dunque che ragiona con verità, dice Agostino nel De vera Religione (39, 72), è illuminata da quella verità eterna e ad essa si sforza di pervenire. Da ciò appare manifestamente che il nostro intelletto è unito alla stessa verità eterna poiché non può cogliere con certezza nessuna verità se quella verità non gliela insegna. Tu puoi dunque vedere, riflettendo su di te, questa verità che ti istruisce se le passioni e i fantasmi sensibili non tè lo impediscono frapponendosi come nubi fra tè e il raggio della verità.

4. L’operazione della facoltà che porta alla scelta si esplica nella deliberazione, nel giudizio e nel desiderio. La deliberazione consiste nel ricercare che cosa sia meglio, se questo o quest’altro. Ma il meglio non può essere definito tale se non in rapporto all’ottimo; ed il rapporto consiste nella maggiore o minore somiglianza di esso rispetto all’ottimo; nessuno dunque sa se una cosa è migliore di un’altra se non sa che essa è più simile all’ottimo. E nessuno sa se essa è più simile a un’altra se non conosce quest’altra; infatti non posso sapere se un tale è simile a Pietro se non so chi è o non conosco Pietro. Pertanto la nozione del sommo bene è necessariamente impressa in chiunque debba deliberare.
Ma non si arriva a un giudizio certo sulle cose da deliberare se non in virtù di una legge. E nessuno giudica con certezza secondo una legge se non è certo che quella legge è retta e che egli non deve giudicare di essa. Ora la mente umana giudica se stessa ma non può giudicare la legge per mezzo della quale essa giudica; perciò quella legge è superiore alla mente umana la quale giudica mediante questa in quanto le è impressa. Ma niente è superiore alla mente umana se non Colui che l’ha creata; pertanto l’attività deliberativa, se agisce in piena consapevolezza, quando giudica attinge alle leggi divine.
Il desiderio ha per oggetto principale ciò che sommamente lo attira. E sommamente attira quel che sommamente si ama; ma quel che sommamente si ama è la felicità; e la felicità non si possiede se non nel fine ottimo e ultimo, perché il desiderio umano non tende se non al bene sommo o a ciò che ad esso conduce o possiede una qualche immagine di quello.
Tanto grande è l’attrattiva del sommo bene che la creatura non può amare nulla se non per il desiderio di esso. E si inganna ed erra quando prende l’immagine e il simulacro per
la vera realtà.
Vedi, dunque, come l’anima è vicina a Dio e la memoria, con le sue operazioni, conduce all’eternità, l’intelligenza alla verità, la volontà alla somma bontà.

5. L’ordine, l’origine e i mutui rapporti di queste facoltà, ci conducono alla stessa beatissima Trinità. Infatti, dalla memoria nasce l’intelligenza come sua prole, perché noi abbiamo intelligenza quando l’immagine che è nella memoria si riflette in quel vertice dell’intelletto e diventa parola; dalla memoria e dall’ intelligenza, poi, sgorga l’amore come loro nesso. Queste tre facoltà, cioè: la mente generatrice, il verbo e l’amore,corrispondono nell’anima, alla memoria, all’intelligenza e alla volontà e sono consustanziali, coeguali, contemporanee e compenetrantesi a vicenda. Se, dunque, Dio è perfetto spirito, possiede memoria, intelligenza e volontà, possiede anche il Verbo generato e l’Amore risultante, i quali sono necessariamente distinti poiché uno è generato dall’altro e non essenzialmente o accidentalmente ma personalmente.
Pertanto quando la mente considera se stessa, allora, come per mezzo di uno specchio, si eleva verso la contemplazione della beata Trinità, del Padre, del Verbo e dell’Amore, delle tre persone coeterne, coeguali e consustanziali, esistenti ciascuna nelle altre senza contendersi con esse, ma essendo tutte e tre un solo Dio.

La contemplazione dell’unità divina nel suo primo nome che è l’essere[4][6]
1. Possiamo contemplare Dio non soltanto fuori e dentro di noi, ma anche sopra di noi; fuori di noi attraverso l’orma che Egli ha lasciato nelle creature, dentro di noi attraverso la Sua immagine impressa nella nostra anima, e sopra di noi attraverso il lume che è segnato sulla nostra mente che è la luce della Verità eterna dalla quale « la nostra mente è immediatamente informata» (Agostino, De div. quaest. lxxxiii, 51, 2-4). Coloro che si sono esercitati nel primo grado sono già entrati nell’atrio che si trova davanti al tabernacolo; coloro che si sono esercitati nel secondo grado sono entrati nel santo; coloro che sono passati per il terzo grado entrano con il Sommo Sacerdote nel santo dei santi dove, sopra l’arca si trovano i Cherubini di gloria ad adombrare il propiziatorio; e questi Cherubini rappresentano i due modi o gradi per mezzo dei quali noi possiamo contemplare le invisibili ed eterne perfezioni di Dio; il primo riguarda gli attributi essenziali di Dio, l’altro le proprietà delle persone divine.

2. Il primo modo. anzitutto e principalmente, ci fa fissare lo sguardo nello stesso essere ed affermare che il primo nome di Dio è: Colui che è. Il secondo modo ci fa fissare lo sguardo nel bene in sé ed affermare che questo è il primo nome di Dio. Il primo si riferisce essenzialmente al vecchio Testamento che proclama soprattutto l’unità dell’essenza divina per il fatto che fu detto a Mosè: Io sono colui che sono (Esodo 3, 14). Il secondo modo di intendere si riferisce al nuovo Testamento in cui si determina la pluralità delle persone divine nella formula del battesimo che viene dato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo (Matt. 28,19). Ecco perché il nostro maestro Cristo, volendo condurre alla perfezione evangelica il giovane che aveva osservato la legge, attribuisce principalmente ed esclusivamente a Dio il nome di buono. Nessuno, dice, è buono se non Dio solo (Luc. 18,19).
[…].

3. Chi desidera dunque contemplare le invisibili percezioni di Dio nell’unità della sua essenza, rivolga anzitutto il suo sguardo verso l’essere e vedrà che esso è così certo che non può essere pensato non esistente, perché lo stesso purissimo essere non si presenta se non mettendo pienamente in fuga il non-essere così come il nulla non è se non la piena fuga dell’essere. Come, dunque, il nulla assoluto non possiede niente dell’essere né delle sue proprietà, così e inversamente, l’essere non possiede nulla del non essere, né in atto né in potenza, né secondo verità, né secondo il nostro giudizio. Ora, poiché il non essere è la privazione dell’essere, il non essere non può essere conosciuto dalla nostra intelligenza se non mediante l’essere; l’essere, invece, non è concepito in rapporto ad altro poiché tutto ciò che è conosciuto o è conosciuto come non ente o come ente in potenza, oppure come ente in atto. Se, dunque, il non-ente non può essere concepito se non mediante l’ente e l’ente in potenza se non mediante l’ente in atto e l’essere esprime il puro atto dell’ente, ne segue che l’essere è ciò che è primariamente concepito e quell’essere è atto puro. Ma questo non è l’essere particolare perché quest’ultimo è un essere limitato in quanto misto a potenza, né l’essere analogo perché non possiede attualità in quanto non esiste neppure. Perciò il puro essere in atto non può essere che l’essere divino.

4. È una strana cecità quella del nostro intelletto il quale non riflette su quello che vede prima di ogni altra cosa e senza il quale non può conoscere nulla. Ma, come l’occhio intento ad osservare le varie differenze dei colori, non vede la luce grazie alla quale può vedere il resto e, se la vede non se ne rende conto, così l’occhio della nostra mente intento ad osservare gli enti particolari ed universali non avverte l’essere per eccellenza che è al di là di ogni genere, benché esso gli si presenti per primo ed attraverso di esso conosca le altre cose. Per cui appare proprio vero che « l’occhio della nostra mente si comporta nei confronti delle realtà più evidenti della natura come l’occhio del pipistrello di fronte alla luce »
(Aristot., Metaf. Il, 1) perché, abituato alle tenebre degli esseri creati ed alle immagini delle realtà sensibili, quando vede la luce dell’essere supremo gli sembra di non vedere nulla e non capisce che questa stessa oscurità è la più grande illuminazione della nostra mente, come accade all’occhio cui sembra di non vedere nulla quando vede la luce pura.

5. Considera, dunque, se puoi, l’essere purissimo e ti accorgerai che esso non può essere pensato come derivato da altro e che perciò deve essere necessariamente pensato come assolutamente primo, tale che non può venire ne dal nulla né da un altro. Cosa infatti potrebbe considerarsi per sé se lo stesso essere non esiste per sé e non è da sé?
Tale essere ti apparirà come assolutamente privo di non essere e quindi senza principio e senza fine, cioè eterno.
Ti apparirà come non avente in sé altro che lo stesso essere e quindi a nulla unito, cioè semplicissimo.
Ti apparirà come esente da ogni possibilità poiché ogni possibile in qualche modo ha in sé del non essere e ti apparirà quindi come attualissimo.
Ti apparirà privo di ogni possibile difetto e quindi come
perfettissimo.
Ti apparirà, infine, esente da ogni possibile diversità e quindi sommamente uno.
Pertanto l’essere puro, semplice ed assoluto, è l’essere primario, eterno, semplicissimo, attualissimo, perfettissimo e sommamente uno.

Note
3 Quaestiones disputatae. De mysterio Trinitatis, q. i, art. 1; Opera, V, pp. 45-50.

4 Itinerarium mentis in Deum, cap. iii, Opera, v, pp. 303-305.

5 Qui san Bonaventura si riferisce alle tre parti in cui era diviso il
« tabernacolo » di Mosè contenente l’arca dell’alleanza simboleggiata
dalle tavole della legge e di cui si parla in Esodo 26. Tali parti erano:
l’atrio, che per Bonaventura simboleggia il mondo sensibile; il santo,
che simboleggia l’anima umana; ed il santo dei santi, che simboleggia
la visione mistica di Dio

6 Itinerarium mentis in Deum, cap. v, nn. 1-5; Opera v, pp. 308-309.

——————————————————————————–
[1] 3 Quaestiones disputatae. De mysterio Trinitatis, q. i, art. 1; Opera, V, pp. 45-50.
[2][4] Itinerarium mentis in Deum, cap. iii, Opera, v, pp. 303-305.
[3][5] Qui san Bonaventura si riferisce alle tre parti in cui era diviso il
« tabernacolo » di Mosè contenente l’arca dell’alleanza simboleggiata
dalle tavole della legge e di cui si parla in Esodo 26. Tali parti erano:
l’atrio, che per Bonaventura simboleggia il mondo sensibile; il santo,
che simboleggia l’anima umana; ed il santo dei santi, che simboleggia
la visione mistica di Dio
[4][6] Itinerarium mentis in Deum, cap. v, nn. 1-5; Opera v, pp. 308-309.

Da scienziato chiedo di fermare la manipolazione degli embrioni

DNA-585x329Il fronte di biologi, genetisti ed esperti di bioetica si compatta attorno al no alla manipolazione genetica dei gameti umani. Dopo gli appelli su Nature e Science per una moratoria mondiale delle tecniche che intervengono sul Dna umano in modo ereditabile, la comunità scientifica ha aumentato la pressione sulle istituzioni, ottenendo un primo passo da parte della National Academy of Sciences statunitense. La commissione internazionale che verrà istituita dall’agenzia Usa gode già dell’appoggio della Casa Bianca che, un po’ tardivamente, si è pronunciata contro gli esperimenti di editing genetico su ovuli o embrioni. Ma l’inquietudine resta. Lo strappo del laboratorio cinese che ha recentemente tentato di eliminare un gene da 86 embrioni ha creato un precedente preoccupante. «Se uno, cinque, dieci laboratori lo stanno facendo, il processo prima o poi potrebbe riuscire. E non possiamo prevedere quali conseguenze avrebbe», spiega ad Avvenire Rudolf Jaenisch, docente di biologia del Mit di Boston, presidente della Società internazionale per la ricerca sulle staminali e pioniere delle cellule pluripotenti derivate da tessuti adulti.

Professor Jaenisch, l’équipe dell’università di Sun Yat-sen non aveva intenzione di impiantare gli embrioni “ritoccati” in un utero femminile. Perché allora il loro tentativo deve preoccupare?

Perché non ne capisco la motivazione scientifica o medica. E allora dico che lo scopo era probabilmente la fama mondiale: una motivazione squilibrata per uno scienziato, che spinge a fare passi sconsiderati. Quando furono sviluppate le tecniche di clonazione si disse subito che sarebbe stato inaccettabile clonare un essere umano. Malgrado ciò, alcuni ricercatori ci hanno provato. Mi preoccupa che qualcosa di simile possa acadere con la modifica genetica embrionale.

Perché secondo lei questa tecnica va fermata?

Perché ha una portata spaventosa. Consente di alterare i geni di ogni cellula di un embrione umano, e le modifiche sarebbero trasmesse alle generazioni future. Potrebbero essere modificati geni sani in modo irreversibile. Danni collaterali potrebbero verificarsi su alcuni geni o su tutti. E i risultati si propagherebbero per generazioni. Bisogna chiedersi se “è un rischio tollerabile.

Sarebbe vero anche se la tecnica di editing genetico diventasse più sicura e portasse alla prevenzione di malattie genetiche gravi?  

Prendiamo l’esempio della corea di Huntington, una malattia genetica neurodegenerativa: anche in questo caso, l’editing pone problemi etici. Quando un genitore ha il gene della malattia solo la metà degli embrioni lo erediterà. Con l’editing genetico l’intervento deve essere fatto prima che sia possibile sapere se l’ovulo fecondato ha ereditato il gene di Huntington. Ciò significa che la metà degli embrioni modificati sarebbe stato normale – e il loro Dna sarebbe stato alterato per sempre senza motivo. Per me questo significa che non c’è alcuna applicazione.

Non è strano per uno scienziato dire no a nuova linea di ricerca scientifica?

Questa mia affermazione non tende a smorzare l’entusiasmo per le linee di ricerca genetica sulle cellule non riproduttive, piuttosto chiedo che siano riconosciute le importanti considerazioni sociali ed etiche implicate dall’editing genetico. La comunità scientifica ha l’obbligo di riflettere sulle implicazioni del suo lavoro e di coinvolgere opinione pubblica e autorità nelle discussioni sulla scienza, le sue potenzialità e i suoi limiti. Questo è un raro caso in cui sostengo che una linea non deve essere oltrepassata.

FONTE: Avvenire

Avvengono ancora i miracoli a Lourdes?

È la domanda che molti si pongono, seppur con atteggiamenti, motivazioni e attese diverse. Ma è una domanda che ci poniamo anche noi medici, nel nostro accostarci quotidiano con il mondo della sofferenza, nel contesto di una sanità sempre più sofisticata e, al tempo stesso, inaridita e svuotata dei tanti valori umani (e cristiani!), che l’hanno permeata e sostenuta per tanti secoli.

Il cammino compiuto dalla scienza, negli ultimi decenni, ha raggiunto traguardi inimmaginabili, che continuano a stupirci, proiettandoci verso mete ancor più lontane.
Ha ancora senso parlare oggi, all’inizio del terzo millennio, di guarigioni miracolose osservate in un Santuario religioso, quando nei nostri Ospedali, nelle nostre Università e negli Istituti di Ricerca i colleghi Medici, Chirurghi e Ricercatori compiono, ogni giorno, veri e propri prodigi, che possono essere quasi considerati dei miracoli? Oltretutto si ha l’impressione, che le guarigioni di Lourdes siano diventate più rare e più difficili da dimostrare; questo anche per il crescente, seppur comprensibile, scetticismo degli uomini di scienza, come pure per l’estrema prudenza della Chiesa. Tuttavia, se siamo attenti alle recenti tendenze letterarie, culturali, religiose e soprattutto ai mezzi di informazione, non possiamo fare a meno di registrare un crescente dilagare di trasmissioni, libri e riviste che si occupano di miracoli! E questo proprio perché la guarigione fisica è un obiettivo primario per tutta l’umanità e desta, quindi, sempre un grandissimo interesse nell’opinione pubblica: fa audience! La salute rimane e rimarrà il bene più prezioso dell’essere umano, ed il fatto di ricuperare la salute, in molti casi, rappresenta ancora un mistero.

Che cosa è un miracolo?

In base ai dati più aggiornati del Bureau Médical di Lourdes sono 66 i casi dichiarati miracolosi dal 1858 ad oggi (N.D.R. il 67° caso è stato riconosciuto il 9 novembre 2005) : dal primo avvenuto pochi giorni dopo la prima apparizione a Massabielle, all’ultimo caso, quello del sig.Jean-Pierre Bély, riconosciuto nel 1999 (N.D.R. l’ultimo caso riconosciuto risale al 9 novembre 2005); e questo a fronte di oltre 7000 dichiarazioni di guarigioni. Infatti, se è vero che non c’è miracolo senza prodigio, ogni prodigio non ha necessariamente un significato nel contesto della fede; in questo caso si parla semplicemente di mirabilia o evento che va oltre l’ordine naturale.

E comunque, prima di gridare al miracolo, è indispensabile attendere il parere della Chiesa; solo l’autorità ecclesiastica può dichiarare il miracolo o miracula e, prima di esprimersi favorevolmente, deve avere l’assoluta certezza che solo Dio può essere stato la causa di quel segno. Per i Medici di Lourdes, si tratta di guarigioni fisiche, nel contesto del soma e inspiegabili, per le conoscenze medico-scientifiche del momento. Questo ha permesso, fin dall’inizio, di circoscrivere molte discussioni bizantine. Fin dal tempo delle apparizioni, la medicina ha sempre giocato un ruolo fondamentale. In primo luogo nei riguardi di Bernadette, quando il dr.Dozous, medico di Lourdes, ne constatò l’integrità fisica e mentale, così come, in seguito, nei riguardi delle prime persone che avevano beneficiato della grazia della guarigione.

Ma il numero di persone guarite continuava a crescere incredibilmente ed era, pertanto, necessario considerare, in ognuno di questi avvenimenti, il soggettivo e l’oggettivo. Il dr.Dozous aveva registrato più di un centinaio di casi nel solo 1858, ed il canonico Bertrin oltre 4000 dichiarazioni di guarigione fra il 1858 ed il 1914. Fin dal 1859 il prof Vergez, aggregato della Facoltà di Medicina di Montpellier, era stato preposto ad uno scrupoloso controllo scientifico delle guarigioni. Il dr. de Saint-Maclou gli succedette nel 1883, data nella quale fondò il Bureau Médical, nella sua struttura ufficiale e permanente.

Il dr.Boissarie, altra figura importante di Lourdes, gli succederà, alla sua morte nel 1891, fino alla prima guerra mondiale. È sotto la presidenza del dr.Boissarie e grazie al suo interessamento personale presso le più alte istituzioni della Chiesa che Papa Pio X chiederà di “sottoporre a processo ecclesiastico regolare” le guarigioni più eclatanti, affinché potessero essere, eventualmente, riconosciute come miracoli. Allora la Chiesa disponeva già di una “griglia di criteri” di ordine medico/religioso per il riconoscimento miracoloso di fatti straordinari, come guarigioni inesplicabili, criteri stabiliti nel 1734 da un autorevole ecclesiastico, che stava per diventare Papa Benedetto XIV: il Cardinale Prospero Lambertini. Questi criteri, destinati a certificare la santità di un servo della Chiesa, in vista di un processo di beatificazione o di canonizzazione, quindi in un contesto giuridico, furono adottati anche per i casi di guarigione a Lourdes. E allora i dottori de Saint-Maclou, che oltretutto era anche Dottore in teologia, e Gustave Boissarie, che furono i primi due responsabili del Servizio Medico di Lourdes, seguirono tutte le raccomandazioni canoniche di Benedetto XIV, al fine di evitare ogni sbaglio.

Quali sono i criteri medici e religiosi in tema di guarigioni miracolose?

A questo punto, a me pare opportuno rilevare, più dettagliatamente, il ruolo essenziale giocato dal Cardinale Prospero Lambertini, il futuro Papa Benedetto XIV (1740), nella formulazione dei criteri medici e religiosi applicabili alle guarigioni invocate durante la celebrazione di processi canonici o cause di beatificazione (1734): peraltro tali criteri sono diventati, nel tempo, ancor più restrittivi e severi.

I CRITERI DELLA CHIESA

Da: De Servorum Beatificatione et Beatorum Canonizatione (liber IV, Cap. VIII, n° 2), con Commentari fino alla fine del Cap. – Autore: Cardinale Prospero Lambertini, futuro Papa Benedetto XIV, 1734.

1.” Primum est, ut morbus sit gravis, et vel impossibilis, vel curatu difficilis ” – Bisogna, in primo luogo, che la malattia sia grave, incurabile, o difficoltosa a trattarsi.

2.” Secundum, ut morbus, qui depellitur, non sit in ultima parte status, ita ut non multo post declinare debeat ” – In secondo luogo bisogna che la malattia vinta non sia all’ultimo stadio o al punto da poter guarire spontaneamente.

3.” Tertium, ut nulla fuerint adhibita medicamenta, vel, si fuerint adhibita, certum sit, ea non profuisse ” –
In terzo luogo occorre che nessun farmaco sia stato impiegato, o, se impiegato, che ne sia stata accertata la mancanza di effetti.

4.” Quartum, ut sanatio sit subita, et momentanea ” – In quarto luogo bisogna che la guarigione avvenga all’improvviso ed istantaneamente.

5.” Quintum, ut sanatio sit perfecta, non manca, aut concisa ” – In quinto luogo è necessario che la guarigione sia perfetta, e non difettosa o parziale.

6.” Sextum, ut nulla notatu digna evacuatio, seu crisis praecedat temporibus debitis, et cum causa; si enim ita accidat, tunc vero prodigiosa sanatio dicenda non erit, sed vel ex toto, vel ex parte naturalis ” In sesto luogo bisogna che ogni escrezione o crisi degne di nota siano avvenute a tempo debito, ragionevolmente in dipendenza di una causa accertata, precedentemente alla guarigione; in tale eventualità la guarigione non sarebbe da considerare prodigiosa, ma piuttosto, totalmente o parzialmente naturale.

7.” Ultimum, ut sublatus morbus non redeat ” – Per ultimo bisogna che la malattia debellata non si riproduca. Prima di tutto è fondamentale che si tratti di una malattia seria, grave nella sua prognosi, incurabile o con un trattamento aleatorio così aveva scritto l’autore.

Pertanto i nostri colleghi del tempo, e più ancora i loro successori, andando ancora più lontano del Cardinale Lambertini, esigevano che la malattia fosse perfettamente identificata, con dei sintomi oggettivi e degli adeguati esami strumentali! Questo escludeva tutte le malattie mentali; bisognava, evidentemente, poter provare la malattia. Oggi, si è notevolmente ampliato il campo degli accertamenti complementari che rendono sempre più complessa la formulazione di una diagnosi, in ragione stessa dei “falsi positivi” o dei “falsi negativi” che noi osserviamo ogni tanto negli esami di laboratorio o sulle immagini ecografiche o radiologiche. Va da sé che la malattia non doveva esser stata trattata, oppure che si fosse dimostrata resistente ad ogni terapia ritenuta efficace. Questo criterio, facile da rispettare nel diciottesimo secolo, in cui la farmacopea era molto limitata, è oggigiorno molto più difficile da dimostrare. Noi disponiamo, infatti, di molecole e di procedimenti molto più sofisticati ed efficaci! Come escludere che non abbiano avuto alcun ruolo?

Ma il criterio successivo, quello che è sempre stato il più spettacolare, è quello di una guarigione istantanea. Del resto noi ci accontentiamo, spesso, di parlare di una eccezionale rapidità, piuttosto che di una istantaneità, perché ciò richiede sempre un certo tempo, variabile, secondo le lesioni iniziali. L’importante sta in questo recupero funzionale stupefacente, accompagnato ad una cicatrizzazione tessutale accelerata. La guarigione è di conseguenza “perfetta”, lasciando tuttavia sempre una cicatrice, la traccia indelebile delle lesioni inconfutabili. Infine, la guarigione deve essere definitiva. Da questo una sorveglianza prolungata, un controllo fastidioso, ma sempre collegiale, al fine di essere ben certi, nella trasparenza di una discussione aperta a tutti i medici, chiunque essi siano, credenti o increduli, che nessuna recidiva si sia presentata. Finché tutte queste condizioni non si sono verificate, non si può parlare di guarigione di Lourdes, d’altronde se quegli stessi criteri erano richiesti dalla Chiesa Cattolica di Roma per beatificare i Servi di Dio e per canonizzare i suoi Beati, a ben maggior ragione essi dovevano essere applicati nel caso dell’Immacolata Concezione!
Nel 1948 Mons. Théas, Vescovo di Tarbes e Lourdes, volle fornire norme ed indicazioni supplementari, ancor più chiare, precise e logiche in materia dì riconoscimento delle guarigioni, ai medici dell’Ufficio delle Constatazioni, considerando tre criteri fondamentali

a) C’era veramente malattia?
b) Vi è guarigione vera?
c) Di questa guarigione esiste una spiegazione naturale?

Nello stesso tempo, mentre la medicina diventa scientifica, sotto la presidenza del prof. Leuret veniva istituito nel 1947 il Comitato Medico Nazionale, costituito da specialisti universitari, affinché un controllo più rigoroso ed indipendente garantisca meglio la fondatezza delle conclusioni, Comitato che diventerà Internazionale (CMIL) nel 1954, acquisendo così ancora maggior autorevolezza ed una dimensione universale. Attualmente il Comitato Medico Internazionale di Lourdes (CMIL) ha sede a Parigi, è presieduto da mons. Jacques Perrier , Vescovo di Tarbes e Lourdes, e dal prof. Jean-Luis Armand-Laroche di Parigi; è costituito da 25 membri, tra luminari di fama internazionale, professori universitari e medici particolarmente esperti e qualificati, provenienti da diversi paesi del mondo. L’Italia è rappresentata da tre membri; oltre al sottoscritto, fanno parte del CMIL il prof. Fausto Santeusanio , Direttore della Cattedra di Endocrinologia presso l’Università di Perugia ed il prof. Graziano Pretto , Direttore del Dipartimento di ORL dell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Ogni dossier medico completo, accuratamente redatto dal Medico Responsabile del Servizio Medico competente, dopo essere stato verificato ed accettato dal Bureau Médical, attualmente presieduto dal dott. Patrick Theiller, viene presentato al CMIL, che si riunisce annualmente a Parigi o a Lourdes. Alla stregua di una corte d’appello, il CMIL conferma o invalida la posizione presa dal Bureau Médical in “prima istanza”, dopo aver attentamente esaminato e valutato i vari dossier; se il caso lo richiede, può ricorrere ad eventuali consulenze o pareri di esperti esterni altamente qualificati.

Attualmente il CMIL sta seguendo due casi molto interessanti e che potrebbero avere degli sviluppi importanti. Per poter prendere in considerazione la constatazione di una guarigione devono sussistere le premesse di questi due aspetti fondamentali che vanno comunque ben distinti:

1. il fatto anormale: è il fenomeno stesso della guarigione, che si caratterizza per essere assolutamente inaspettato ed inspiegato, rispetto alle previsioni mediche abituali, ai dati della letteratura scientifica e che sarà oggetto di un’inchiesta medica approfondita;

2. il segno: che invita a credere nell’intervento speciale di Dio per mezzo di nostra Signora di Lourdes, intervento che deve essere riconosciuto dalla Chiesa, sulla base della parola della persona guarita. Ma a questo punto dobbiamo anche precisare:

a) la definizione di miracolo: è un evento straordinario ed eccezionale, non spiegabile con le attuali conoscenze scientifiche;

b) le caratteristiche del miracolo: è un evento improvviso o di eccezionale rapidità, permanente senza recidive, valutabili con metodologia scientifica ed interdisciplinare: biologia, medicina legale, teologia, ecc.;

c) il contesto in cui avviene il miracolo: epoca storica, documentazione ed iconografia, collocazione nella religione cattolica e non in altre fedi e/o culture, ecc.; d) l’autorità che dichiara il miracolo: dopo il parere favorevole del CMIL (Comité Médical International de Lourdes) è l’ordinario ecclesiastico della diocesi di provenienza o altro autorevole esponente della Chiesa.

Dopo il 1977, in seguito alla proposta di Mons.Donze (recentemente scomparso) di esplicitare le regole stabilite da Benedetto XIV alla luce delle più attuali innovazioni scientifico-tecnologiche, veniva istituita una griglia di 16 quesiti, messa a punto dal CMIL, griglia che, tra l’altro, introduce la necessità di escludere ogni componente psicopatica, cosi come tutti gli stati patologici e manifestazioni soggettive (e quindi non verificabili), tenendo così conto solo delle osservazioni di guarigione da affezioni gravi e dimostrabili, le sole ad essere considerate “scientificamente inesplicabili”.

E quindi, la relazione medica potrà concludersi a favore di una guarigione “certa e medicalmente inspiegabile”, solo quando:

1) siano stabilite preventivamente ed in modo perfetto la diagnostica e la veridicità della malattia;

2) la prognosi sia stabilita a termine o fatale a breve scadenza;

3) la guarigione sia improvvisa, senza convalescenza, del tutto completa e definitiva;

4) il trattamento prescritto non possa essere giudicato alla base della guarigione o comunque propiziatorio della guarigione stessa .

Questi criteri sono ancora in uso ai nostri giorni, tanto sono logici, precisi e pertinenti. Essi stabiliscono, senza dubbio, in modo veritiero, il profilo tipo della guarigione inaspettata e hanno reso, di fatto, impossibile ogni obiezione di una qualsiasi mancanza di rigore scientifico da parte dei medici del Bureau e del CMIL. Il rigore dei Medici di Lourdes, la cui meticolosità nel corso degli anni è stata, volta a volta, indirizzata sui caratteri di subitaneità delle guarigioni, sulla relativa efficacia delle cure praticate, sulle prove oggettive della malattia riscontrata, o sulla durata più o meno lunga (a seconda della malattia) del periodo di osservazione, è sempre stato ineccepibile ed apprezzato da tutte le Commissioni Canoniche Diocesane chiamate a pronunciarsi. È stato il rispetto di questi criteri ad avvalorare la serietà e l’obiettività dell’ex Bureau des Constatations e, attualmente, continua a guidare il Comité Médical International de Lourdes, le cui conclusioni rappresentano, da sempre, un indispensabile riscontro peritale che dà inizio e motivazione a tutti gli ulteriori giudizi canonici necessari per riconoscere i veri Miracoli tra le migliaia di guarigioni attribuite alla intercessione della Nostra Signora di Lourdes.

C’è un avvenire scientifico per le guarigioni prodigiose di Lourdes? Questo interrogativo posto da un medico, che è stato nominato da poco membro del Comitato Medico Internazionale, potrebbe sembrare un po’ provocatorio, eppure è una domanda che gli viene spesso rivolta da amici, colleghi, uomini di cultura, giornalisti Ö A questa domanda, si possono dare diverse risposte. Una di queste consiste nell’osservare che la conoscenza scientifica è ancora lontana dall’averci rivelato tutti i suoi segreti. La chimica molecolare, la genetica, i neuro trasmettitori, per non citarne che alcuni, sono in pieno sviluppo e ci rivelano, ogni giorno, nuovi misteri, nuove ed inedite prospettive fino a pochi anni fa impensabili. Tuttavia, ancora oggi, noi non abbiamo trovato delle spiegazioni scientificamente valide, anche per le primissime guarigioni miracolose! Inoltre, le guarigioni di Lourdes sono un campo di studi eccezionale, nei differenti piani di analisi di questi fatti fuori dal comune. Esistono ancora molte malattie fisiche per le quali non si conoscono terapie efficaci, che si tratti di alcune affezioni neurologiche, come la sclerosi multipla, o che si tratti di tutte le sequele neuro-motorie post-traumatiche, così frequenti ai giorni nostri; che si tratti anche di affezioni meglio curate di un tempo, come alcune malattie infettive particolari o patologie oncologiche: in tutti i casi si arriva ad un punto in cui la medicina “abbassa le braccia” e si decide a riconoscere di essere ormai impotente… e non è mai facile, per un medico, ammetterlo! Il Bureau Médical di Lourdes ha registrato l’anno scorso il passaggio di 3794 operatori sanitari, di cui 2162 medici (518 sono i nuovi, iscritti per la prima volta all’AMIL- Associazione Medica Internazionale di Lourdes) e, tra questi, più di un terzo sono italiani. Ed i medici sono molto importanti per le guarigioni di Lourdes, perché essi devono conciliare le esigenze della ragione con quelle del cuore, in quanto il loro ruolo e funzione è di non eccedere in un eccessivo positivismo, così come anche di fare tutto il possibile per escludere ogni possibile spiegazione scientifica. È la stessa fede ad esigere che la scienza si esprima sulla veridicità e verificabilità di questi segni, anche se spetta poi sempre alla Chiesa darne il significato, miracoloso o no. Il dr. Boissarie amava ripetere: “La storia di Lourdes è stata scritta dai medici!” . E questa parola profetica pervade ancora oggi ogni medico, ogni ammalato, ogni pellegrino presente a Lourdes; sono la serietà della medicina, la lealtà ed il rigore da essa dimostrati, a costituire il fondamento essenziale per la credibilità del Santuario stesso. Come affermava Padre Francois Varillon, un gesuita francese scomparso alla fine degli anni ’70: “non spetta alla religione stabilire che l’acqua gela a zero gradi, né che la somma degli angoli di un triangolo è uguale a centottanta gradi, ma non spetta nemmeno alla scienza affermare se Dio interviene nelle nostre vite”.

Franco Balzaretti
Vice Presidente Nazionale – Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) Membre du Comité Médical International de Lourdes (CMIL)

Le Guarigioni ufficialmente riconosciute

  1. Guarigione della Signora Catherine Latapie
  2. Guarigione di Louis Bouriette
  3. Guarigione della Signora Blaisette Cazenave
  4. Guarigione di Henri Bosquet
  5. Guarigione di Justin Bouhort
  6. Guarigione della Signora Madeleine Rizan
  7. Guarigione di Marie Moreau
  8. Guarigione di Pierre De Rudder
  9. Guarigione di Joachime Dehant
  10. Guarigione di Elisa Seisson
  11. Guarigione di Suor Eugénia (Marie Mabielle)
  12. Guarigione di Suor Julienne (Aline Bruyère)
  13. Guarigione di Suor Josephine Marie (Anne Jourdain)
  14. Guarigione di Amelie Chagnon
  15. Guarigione di Clementine Trouvé
  16. Guarigione di Marie Lebranchu
  17. Guarigione di Marie Lemarchand
  18. Guarigione di Elisa Lesage
  19. Guarigione di Suor Marie De La Presentation (Sylvanie Delporte)
  20. Guarigione di Don Cirette
  21. Guarigione di Aurélie Huprelle
  22. Guarigione di Esther Brachmann
  23. Guarigione di Jeanne Tulasne
  24. Guarigione di Clementine Malot
  25. Guarigione della Signora Rose Francois
  26. Guarigione del Reverendo Padre Salvator
  27. Guarigione di Suor Maximilien
  28. Guarigione di Marie Savoyne
  29. Guarigione della Signora Johanna Bezenac
  30. Guarigione di Suor Saint Hilarie (Lucie Jupin)
  31. Guarigione di Suor Sainte Beatrix (Rosalie Vildier)
  32. Guarigione di Marie-Thérèse Noblet
  33. Guarigione di Cecile Douville De Franssu
  34. Guarigione di Antonia Moulin
  35. Guarigione di Marie Borel
  36. Guarigione di Virginie Haudeborg
  37. Guarigione della Signora Marie Biré
  38. Guarigione di Aimée Allope
  39. Guarigione di Juliette Orion
  40. Guarigione della Signora Marie Fabre
  41. Guarigione di Henriette Bressolles
  42. Guarigione di Lydia Brosse
  43. Guarigione di Suor Marie Marguerite (Francoise Capitaine)
  44. Guarigione di Louise Jamain
  45. Guarigione di Francis Pascal
  46. Guarigione di Gabrielle Clauzel
  47. Guarigione di Yvonne Fournier
  48. Guarigione della Signora Rose Martin
  49. Guarigione della Signora Jeanne Gestas
  50. Guarigione di Marie-Thérèse Canin
  51. Guarigione di Maddalena Carini
  52. Guarigione di Jeanne Frétel
  53. Guarigione di Théa Angele
  54. Guarigione di Evasio Ganora
  55. Guarigione di Edeltraud Fulda
  56. Guarigione di Paul Pellegrin
  57. Guarigione di Fratel Léo Schwager
  58. Guarigione della Signora Alice Couteault
  59. Guarigione di Marie Bigot
  60. Guarigione della Signora Ginette Nouvel
  61. Guarigione di Elisa Aloi
  62. Guarigione di Juliette Tamburini
  63. Guarigione di Vittorio Micheli
  64. Guarigione di Serge Perrin
  65. Guarigione di Delizia Cirolli
  66. Guarigione di Jean-Pierre Bély
  67. Guarigione di Anna Santaniello

Lourdes, miracoli tra fede e scienza

Padre Laurentin, qual è il primo miracolo di guarigione avvenuto a Lourdes?
«Tra coloro che si recano alla grotta il 1° marzo 1858, quando le apparizioni sono ancora in corso, c’è Catherine Latapie, di Loubajac, una rude e povera paesana, per niente devota. Due anni prima, cadendo da una quercia, si era slogata il braccio: due dita erano rimaste piegate e paralizzate, l’arto non si era più ristabilito e la donna non poteva più filare né lavorare a maglia. Catherine aveva sentito parlare di quella fonte che a Lourdes confortava i malati. Arriva rimorchiando due dei suoi figli, mentre un terzo è già pesante e vivace nel suo grembo. Alla grotta prega e poi si avvicina alla fonte. Immerge la mano e le dita paralizzate e contorte si sciolgono e riacquistano la loro mobilità: riesce per la prima volta a congiungere le mani in preghiera. Ma ecco che la donna avverte un forte dolore al ventre. Sono le doglie del parto. Lei prega: «Santa Vergine, fatemi prima tornare a casa». I dolori cessano e Catherine può far ritorno a Loubajac, dove partorisce tranquillamente. La sua guarigione sarà una delle sette riconosciute come miracolose dall’inchiesta del vescovo. È in assoluto la prima delle guarigioni di Lourdes».

Furono davvero accurate le indagini sulle prime segnalazioni di miracoli e di grazie?
«Nei libri che ho pubblicato su Lourdes, ho fatto l’edizione completa dei testi della commissione voluta dal vescovo che ha portato al riconoscimento delle apparizioni, ho reso disponibili tutti i referti. Il professor Vergez, dopo aver esaminato innumerevoli casi ha selezionato i sette più rappresentativi e li ha approfonditi e studiati. A quel tempo non c’erano le radiografie né gli strumenti diagnostici oggi disponibili. C’era soprattutto il metodo clinico, l’osservazione. Grazie ai metodi tradizionali è stato possibile arrivare a un giudizio che è stato successivamente sottoposto a luminari e accademici di fama internazionale. Tutti hanno ammirato la qualità clinica del lavoro del dottor Vergezs, soddisfacente per l’epoca (�). Nel valutare oggi i miracoli avvenuti nel passato si dice sempre che manca questo o quel test. A Lourdes funziona, come è noto, il Bureau Medicale, l’ufficio medico, che analizza le segnalazioni di grazie ricevute dai malati giunti in pellegrinaggio».

Quali caratteristiche deve avere una guarigione per essere considerata miracolosa dal «Bureau Medicale» di Lourdes?
«Deve essere istantanea, completa e duratura. Il Bureau lavora in modo molto serio. Oggi molte cose sono cambiate. Il Novecento è stato il secolo dello scientismo che affermava: non c’è Dio e non c’è miracolo, la scienza sa tutto e può escludere la possibilità di un miracolo, dunque non c’è intervento esterno di Dio. Di fronte a questa posizione, il ragionamento della Chiesa è stato il seguente: fondiamo un solo miracolo in modo scientifico, facciamo presente che per uno dei casi c’era in ballo una malattia disperata, con una diagnosi senza speranza, e che la guarigione è stata immediata, completa, riscontrabile. E come conclusione affermiamo che questa guarigione non è scientificamente spiegabile da parte della scienza. Così lo scientismo viene ribaltato, confuso. Ma il miracolo è qualcosa di molto complesso, di misterioso. E non sta alla medicina dire se l’azione di Dio si manifesta o non si manifesta. La persona di Dio, la sua azione non si manifesta soltanto per il carattere straordinario e inesplicabile del fenomeno, ma anche nell’effetto interno all’anima. Il miracolo sono i frutti spirituali e molti segni che appartengono all’ordine della fede non interessano la medicina».

Eucaristia: presenza reale (corporale e sostanziale) di Cristo.

Il miracolo è il fiammifero che può accendere la lucerna della fede, ma senza l’olio della buona volontà dell’uomo Dio non vuole fare alcunché. Il lumino dello Spirito Santo immesso in noi dal Battesimo deve essere alimentato, e se non è alimentato si spegne. In riferimento alla luce derivante dalla fede in Cristo e a quanto da Egli affermato, va considerato che il cuore oscurato dal male, l’occhio appannato dal sovrappiù consumistico, la mente appesantita dall’orgoglio, offuscano la lucentezza iniziale e non consentono alle volte di vedere Dio: nel creato, nelle sue creature, nel suo Evangelo, cioè nella buona notizia che ci è venuto a portare. E che ci ha confermato con la Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, del Cristo, il Mashìach (parola ebraica che significa Messia ).

I segni straordinari e i miracoli sono offerti da Dio per confermare nella fede o per fare svanire dubbi. Essi aiutano nel cammino verso la Gerusalemme Celeste, che solamente la fede nel Cristo, nelle Sue parole, nella salvezza da Lui operata a favore dell’umanità intera, consentiranno di raggiungere.

Nella Gerusalemme Celeste, che durerà per l’eternità, non vi sarà più sofferenza, vi sarà gioia eterna. Eternità è un concetto che non afferriamo completamente, ma in cui possiamo sperare e anelare. Eternità di gioia, se vivremo con Lui, eternità di dolore, se vivremo lontano da Lui. Cerca, chiedi, ma non demordere di sperare.

Io sono la via, la verità, la vita. Chi non beve e non mangia del mio corpo non ha in sé la vita eterna, dice il Cristo.

Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?. Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato. Lazzaro, vieni fuori! (Gesù, quando ha resuscitato Lazzaro dopo che questi era morto da 4 giorni. Ndr ).

Il miracolo si arresta alla soglia della fede, che per sua natura è sempre e contemporaneamente dono di Dio e accoglienza libera dell’uomo: in Dio nulla è costrizione.
A Paray-le-Monial, in Francia, c’è una carta geografica con l’indicazione di 132 luoghi, sparsi nel mondo, dove si sono verificati miracoli eucaristici nel corso dei secoli. Prodigi che aiutano i dubbiosi, ma anche quanti si gloriano del nome cristiano. E ci si può gloriare del nome cristiano, solo se e nella misura in cui si porta scolpito nella mente e nel cuore il riflesso della gloria di Dio, l’impronta della sua sostanza: la dignità filiale, che consiste nella dolcezza, nella tenerezza, nell’essere verità, Verità .

Don Bosco… ho perduto i peccati

Un giorno fu condotto dinanzi a don Bosco un suo giovanetto tutto piangente.
Costui, desideroso di fare la sua confessione generale con la maggior precisione possibile, aveva scritto i suoi peccati e ne aveva riempito un quadernetto. Ma, non si sa come, aveva perduto il volumetto delle ingloriose sue gesta, e per quanto frugasse in ogni tasca, il manoscritto più non lo trovava, ed a nessuno voleva palesare il motivo della sua desolazione.
Don Bosco, fattolo appressare a sé, prese ad interrogarlo: Che hai, caro Giacomino? Ti senti male? Hai dispiaceri?… Ti hanno picchiato?…

Il ragazzo, preso un po’ di coraggio, rispose: Ho perduto i peccati!
A queste parole, i compagni, ed anche don Bosco, diedero in uno scroscio di risa; ma poi il Santo soggiunse: Te felice, se hai perduto i peccati! e felicissimo se non li troverai mai più, perché, senza peccati, andrai sicuro in Paradiso!
Giacomino, credendo di non essere stato inteso, alza gli occhi rigonfi a guardare il buon padre, e grida: Ho smarrito il quaderno dove li avevo scritti! Allora don Bosco che aveva trovato il quadernetto, trattolo di tasca, esclama: Sta’ tranquillo, mio caro; i tuoi peccati sono caduti in buone mani. Eccoli qui!

A quella vista il poveretto si rasserenò, e sorridendo concluse: Se avessi saputo che li aveva trovati lei, invece di piangere, mi sarei messo a ridere; e questa sera, venendo a confessarmi, avrei detto: « Padre, io mi accuso di tutti i peccati che lei ha trovato e che tiene in tasca ».

dai Fioretti di Don Bosco

Chiesi a Dio (Kirk Kilgour)

Chiesi a Dio di essere forte per eseguire progetti grandiosi: Egli mi rese debole per conservarmi nell’umiltà.
Domandai a Dio che mi desse la salute per realizzare grandi imprese: Egli mi ha dato il dolore per comprenderla meglio.

Gli domandai la ricchezza per possedere tutto: Mi ha fatto povero per non essere egoista.
Gli domandai il potere perché gli uomini avessero bisogno di me: Egli mi ha dato l’umiliazione perché io avessi bisogno di loro.

Domandai a Dio tutto per godere la vita: Mi ha lasciato la vita perché potessi apprezzare tutto.
Signore, non ho ricevuto niente di quello che chiedevo, ma mi hai dato tutto quello di cui avevo bisogno e quasi contro la mia volontà.

Le preghiere che non feci furono esaudite.
Sii lodato; o mio Signore, fra tutti gli uomini nessuno possiede quello che ho io!”.

Kirk Kilgour

 

Fammi vivere (Maior)

Liberami, o Signore,
dalla pigrizia che ho
e dalla paura che mi prende,
dal comodo compromesso
e dal facile disimpegno.

Aiutami, o Signore,
ad essere come non sono
e come vorresti che io fossi.
Non importa ciò che muore in me,
m’interessa ciò che nasce
insieme a te.

Aiutami, o Signore,
a prendere sul serio il tempo,
a rispettare la vita,
a conservare l’amore;
ho bisogno di te
per vivere come tu vuoi.

Donami, o Signore,
la tua forza per agire,
la costanza dell’impegno,
la gioia di una fede che cresce,
la speranza e l’abbandono fiducioso
al tuo amore.

Non dovete aver paura di sognare (Benedetto XVI)

b16 sognareCari giovani, che costituite la speranza della Chiesa in Italia! Qualunque sia il motivo che vi ha condotto qui, posso dirvi che a riunirci anche se è coraggioso dirlo è lo Spirito Santo. Sì, è proprio così: qui vi ha guidati lo Spirito; qui siete venuti con i vostri dubbi e le vostre certezze, con le vostre gioie e le vostre preoccupazioni. Ora tocca a noi tutti, a voi tutti aprire il cuore ed offrire tutto a Gesù.

Ditegli: ecco, sono qui, certamente non sono ancora come tu mi vorresti, non riesco nemmeno a capire fino in fondo me stesso, ma con il tuo aiuto sono pronto a seguirti. Signore Gesù, questa sera vorrei parlarti, facendo mio l’atteggiamento interiore e l’abbandono fiducioso di quella giovane donna, che oltre duemila anni fa disse il suo “sì” al Padre che la sceglieva per essere la tua Madre. Il Padre la scelse perché docile e obbediente alla sua volontà. Come lei, come la piccola Maria, ognuno di voi, cari giovani amici, dica con fede a Dio: Eccomi, «avvenga di me quello che hai detto»!

Quale stupendo spettacolo di fede giovane e coinvolgente stiamo vivendo questa sera! Questa sera Loreto è diventata, grazie a voi, la capitale spirituale dei giovani; il centro verso cui convergono idealmente le moltitudini di giovani che popolano i cinque Continenti. In questo momento ci sentiamo come attorniati dalle attese e dalle speranze di milioni di giovani del mondo intero: in questa stessa ora alcuni stanno vegliando, altri dormono, altri ancora studiano o lavorano; c’è chi spera e chi dispera, chi crede e chi non riesce a credere, chi ama la vita e chi invece la sta gettando via. A tutti vorrei giungesse questa mia parola: il Papa vi é vicino, condivide le vostre gioie e le vostre pene, soprattutto condivide le speranze più intime che sono nel vostro animo e per ciascuno chiede al Signore il dono di una vita piena e felice, una vita ricca di senso, una vita vera.

Purtroppo oggi, non di rado, un’esistenza piena e felice viene vista da molti giovani come un sogno difficile – abbiamo sentito tante testimonianze – e qualche volta quasi irrealizzabile. Tanti vostri coetanei guardano al futuro con apprensione e si pongono non pochi interrogativi. Si chiedono preoccupati: come inserirsi in una società segnata da numerose e gravi ingiustizie e sofferenze? Come reagire all’egoismo e alla violenza che talora sembrano prevalere? Come dare un senso pieno alla vita? Con amore e convinzione ripeto a voi, giovani qui presenti, e attraverso di voi, ai vostri coetanei del mondo intero: Non abbiate timore, Cristo può colmare le aspirazioni più intime del vostro cuore! Ci sono forse sogni irrealizzabili quando a suscitarli e a coltivarli nel cuore è lo Spirito di Dio? C’è qualcosa che può bloccare il nostro entusiasmo quando siamo uniti a Cristo? Nulla e nessuno, direbbe l’apostolo Paolo, potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Cf Rm 8, 35-39).

Lasciate che questa sera io vi ripeta: ciascuno di voi se resta unito a Cristo, può compiere grandi cose. Ecco perché, cari amici, non dovete aver paura di sognare ad occhi aperti grandi progetti di bene e non dovete lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà. Cristo ha fiducia in voi e desidera che possiate realizzare ogni vostro più nobile ed alto sogno di autentica felicità. Niente è impossibile per chi si fida di Dio e si affida a Dio. Guardate alla giovane Maria! L’Angelo le prospettò qualcosa di veramente inconcepibile: partecipare nel modo più coinvolgente possibile al più grandioso dei piani di Dio, la salvezza dell’umanità. Dinanzi a tale proposta Maria, come abbiamo sentito nel Vangelo, rimase turbata, avvertendo tutta la piccolezza del suo essere di fronte all’onnipotenza di Dio; e si domandò: com’è possibile, perché proprio io? Disposta però a compiere la volontà divina, pronunciò prontamente il suo “sì”, che cambiò la sua vita e la storia dell’umanità intera. E’ grazie al suo “sì” che anche noi ci ritroviamo qui stasera.

Mi chiedo e vi domando: le richieste che Dio ci rivolge, per quanto impegnative possano sembrarci, potranno mai uguagliare ciò che fu domandato da Dio alla giovane Maria? Cari ragazzi e ragazze, impariamo da Maria a dire il nostro “sì”, perché lei sa veramente che cosa significhi rispondere generosamente alle richieste del Signore. Maria, cari giovani, conosce le vostre aspirazioni più nobili e profonde. Conosce bene, soprattutto, il vostro grande desiderio di amore, il vostro bisogno di amare e di essere amati. Guardando a lei, seguendola docilmente scoprirete la bellezza dell’amore, non però di un amore “usa-e-getta”, passeggero e ingannevole, prigioniero di una mentalità egoista e materialista, ma dell’amore vero e profondo. Nel più intimo del cuore ogni ragazzo e ogni ragazza, che si affaccia alla vita, coltiva il sogno di un amore che dia senso pieno al proprio avvenire. Per molti questo trova compimento nella scelta del matrimonio e nella formazione di una famiglia dove l’amore tra un uomo e una donna sia vissuto come dono reciproco e fedele, come dono definitivo, suggellato dal “sì” pronunciato davanti a Dio nel giorno del matrimonio, un “sì” per tutta l’esistenza. So bene che questo sogno è oggi sempre meno facile da realizzare. Attorno a noi quanti fallimenti dell’amore! Quante coppie chinano la testa, si arrendono e si separano! Quante famiglie vanno in frantumi! Quanti ragazzi, anche tra voi, hanno visto la separazione e il divorzio dei loro genitori! A chi si trova in così delicate e complesse situazioni vorrei dire questa sera: la Madre di Dio, la Comunità dei credenti, il Papa vi sono accanto e pregano perché la crisi che segna le famiglie del nostro tempo non diventi un fallimento irreversibile. Possano le famiglie cristiane, con il sostegno della Grazia divina, mantenersi fedeli a quel solenne impegno d’amore assunto con gioia dinanzi al sacerdote e alla comunità cristiana, il giorno solenne del matrimonio.

Di fronte a tanti fallimenti non è infrequente questa domanda: sono io migliore dei miei amici e dei miei parenti che hanno tentato e hanno fallito? Perché io, proprio io, dovrei riuscire là dove tanti si arrendono? Quest’umano timore può bloccare anche gli spiriti più coraggiosi, ma in questa notte che ci attende, ai piedi della sua Santa Casa, Maria ripeterà a ciascuno di voi, cari giovani amici, le parole che lei stessa si sentì rivolgere dall’Angelo: Non temete! Non abbiate paura! Lo Spirito Santo è con voi e non vi abbandona mai. A chi confida in Dio nulla è impossibile. Ciò vale per chi è destinato alla vita matrimoniale, ed ancor più per coloro ai quali Iddio propone una vita di totale distacco dai beni della terra per essere a tempo pieno dediti al suo Regno. Tra voi ci sono alcuni che sono incamminati verso il sacerdozio, verso la vita consacrata; taluni che aspirano ad essere missionari, sapendo quanti e quali rischi ciò comporti. Penso ai sacerdoti, alle religiose e ai laici missionari caduti sulla trincea dell’amore al servizio del Vangelo. Ci potrebbe dire tante cose al riguardo padre Giancarlo Bossi, per il quale abbiamo pregato durante il periodo del suo sequestro nelle Filippine, e oggi gioiamo nell’averlo tra noi. In lui vorrei salutare e ringraziare tutti coloro che spendono la loro esistenza per Cristo sulle frontiere dell’evangelizzazione. Cari giovani, se il Signore vi chiama a vivere più intimamente al suo servizio, rispondete generosamente. Siatene certi: la vita dedicata a Dio non è mai spesa invano.
Benedetto XVI

Neonato: e’ una persona? ha dignita’ e dei diritti?

neonato1Neonato: una definizione in 3 punti per ripensare insieme il valore della vita, anche per arginare alcune idee che circolano purtroppo anche in ambito scientifico e filosofico che vorrebbero considerare i neonati come “non persone” complete (assurdo e ingiusto).

1) Realismo

Con i moderni progressi medici, il neonato può sopravvivere fuori dell’utero materno quando è estremamente piccolo. Oggi il limite di sopravvivenza è di 22 settimane, quando – se nasce in un centro di alta specializzazione – la possibilità di sopravvivenza è circa il 10%. Più si ritarda la naascita (in assenza di controindicazioni), maggiori sono le possibilità di sopravvivere.

2) La ragione

Il neonato è una persona? Questa domanda non andrebbe posta, perché è come domandarsi se i cinesi o gli olandesi sono delle persone: va da sé che lo sono e volerlo dimostrare significa in fondo metterlo in dubbio; e nessuno accetterebbe che venga messo in dubbio che cinesi o olandesi sono persone. Dobbiamo riconoscere invece che diversi rinomati filosofi discutono se i neonati siano persone e alcuni affermano che non lo sono, in base al fatto che non hanno autocoscienza. Vedi al capitolo “persona” per discutere come il criterio per definire un individuo “persona” non siano le sue caratteristiche o le sue abilità. Ma se i neonati non sono persone, possono essere trattati come si trattano in molte legislazioni i feti, cioè subordinando i loro interessi a quelli dei genitori o dell’economia generale, e questo ragionamento (che semmai dovrebbe valere al contrario per valorizzare la vita fetale vedi la voce “feto”), è difficile da sostenere.

Siamo giusti verso di loro? Riflettiamo sul trattamento del dolore o nelle scelte sul fine vita. Vari studi mostrano che si è più propensi a considerare l’interesse dei genitori di quanto lo si sia per pazienti più grandi; e che si sospendono le cure su una base probabilistica (basandosi solo sull’età gestazionale) piuttosto che su una prognosi basata su accertamenti adeguati, cosa che invece avverrebbe in un adulto. Le motivazioni di questo trattamento sono probabilmente da ricercare in una forte empatia verso la sofferenza dei genitori e nello smacco che si prova vedere che gli sforzi per salvare un neonato talora lo fanno vivere ma con un grave handicap. Il problema è se vogliamo fare l’interesse del paziente allora non dobbiamo farci prendere da un erroneo uso del sentimento, che deve essere equilibrato e opportuno, che ci può portare a sospendere le cure senza valutare cosa prova il paziente stesso o a farci protrarre delle cure inutili. D’altronde può esistere un conflitto di interessi tra genitori (oltretutto stressati e impauriti al momento del parto e nei giorni successivi) e bambino.

3) Il sentimento

Parlare della dignità dei neonati è parlare dell’uguaglianza di tutte le persone, indipendentemente da razza, religione, età e salute. La dignità dei piccolissimi pazienti impone di dare a tutti una chance, esattamente come si farebbe con un adulto che subisce un infarto o un ictus, entrambe condizioni con alto rischio di morte e di disabilità in caso di sopravvivenza. Un trattamento disuguale è legato ad un’idea di uomo subordinata alla sua autonomia (chi è autonomo è trattato meglio degli altri….).

Società Italiana di Neonatologia

Germania. Prostitute, inferno nei bordelli legali, sfruttatori in paradiso

BERLINO – La Germania, considerata oggi il più grande mercato della prostituzione dell’ Unione Europea, poco più di un decennio fa ha legalizzato quello che è comunemente detto ”il mestiere più antico del mondo”.

L’obiettivo della legge: difendere le prostitute dallo sfruttamento, dare loro tutela legale e “metterle in regola”, con i conseguenti diritti e doveri, tra cui il dovere di pagare le tasse.

Il risultato: bordelli legali e a tariffe forfettarie e tutto compreso, donne che lavorano in condizioni economiche sempre più svantaggiate, impiegate a ritmi estenuanti e costrette a ogni tipo di prestazione sessuale, traffico di esseri umani in aumento, grande affluenza di donne dall’estero, soprattutto dall’Est europeo, mentre, nonostante tutto, la prostituzione di strada è sempre presente.

Queste le conclusioni tratte dalla lunga inchiesta pubblicata dal settimanale tedesco Spiegel, un vero e proprio viaggio nella Germania a luci rosse.

“Il sesso con tutte le donne per il tempo che vuoi, tutte le volte che vuoi e come vuoi. Sesso in mille variazioni anche con più persone. Il prezzo: 70 euro di giorno e 100 euro di sera.

Quando, nel 2009, il bordello Pussy Club ha aperto vicino a Stoccarda, questa era la sua pubblicità. Secondo la polizia sono stati circa 1.700 i clienti che hanno approfittato dell’offerta nel fine settimana di apertura. Gli autobus sono arrivati da lontano e i giornali locali hanno riferito che in coda, fuori dal bordello, c’erano circa 700 uomini.

 

In seguito, i clienti avrebbero scritto in chat di un servizio presumibilmente insoddisfacente, lamentando che le donne, già dopo poche ore, non erano più “adatte a un uso prolungato”.

Il bordello King George di Berlino, passato alle tariffe forfettarie, considerato metodo utile per combattere la crisi, utilizza lo slogan “Geiz macht Geil” che, tradotto liberamente dal tedesco, suona come “Essere a buon mercato ti fa eccitato”. Per 99 euro, i clienti possono godere di sesso e bevande fino alla chiusura dello stabilimento. Il sesso anale, il sesso orale non protetto e baciare-con-lingua sono extra. Gli extra costano dai 10 ai 20 euro. Il King George offre un “gang-bang party” il lunedì, il mercoledì e il venerdì.

Le agenzie di viaggio organizzano bus turistici e offrono tour anche di otto giorni che hanno come meta i bordelli tedeschi, molti a prezzo forfettario.

Le escursioni sono “legali” e “sicure”, scrive un fornitore sulla sua homepage per rassicurare i potenziali clienti a cui vengono promesse fino a 100 “donne completamente nude” con indosso nient’altro che i tacchi. Alcuni clienti sono stati persino prelevati all’aeroporto e portati ai club in una Bmw Serie 5.

La legge sulla prostituzione è stata approvata nel 2001 dal Parlamento tedesco, il Bundestag, con i voti del Partito Socialdemocratico e dei Verdi, la coalizione di governo al potere al momento. L’intento era di migliorare le condizioni di lavoro delle prostitute: le donne avrebbero potuto ricorrere alla legge per difendere i loro salari e avrebbero potuto contribuire a programmi di assicurazione sanitaria, di disoccupazione e di pensionamento, in sostanza avrebbero pagato le tasse. Si voleva che la prostituzione diventasse una professione come quella di cassiere di banca o di assistente dentista, accettata invece che ostracizzata.

E’ l’immagine di una “prostituta emancipata”: libera di fare come vuole, coperta dal sistema di assicurazione sociale, facendo il lavoro che la diverte e in possesso di un conto presso la banca di risparmio locale.

A quanto riporta Spiegel, sembra però che la legge non abbia funzionato e che i propositi dei suoi promotori, che speravano che “le lavoratrici del sesso” sarebbero riuscite ad emergere dai margini della società e avere protezione giuridica, siano stati disattesi: negli ultimi anni le condizioni delle prostitute sembrano essere peggiorate, i protettori sarebbero potenti come sempre e il traffico di esseri umani ancora un flagello.

Riflessione per la guarigione della paura

“Dite agli smarriti di cuore: Coraggio, non temete!” (Is.35)

1 – LA PAURA
Come nasce la paura nell’uomo “Ho udito il tuo passo in giardino: ho avuto paura”. (Gen. 3,10)

2 – TIPI DI PAURA
Paura di Dio: Ho avuto paura perché sono nudo. (Gen.2,10)
Paura degli uomini: Non temete coloro che possono uccidere il vostro corpo, ma chi ha il potere di buttarvi anche nella Geenna… Paura della morte: Gesù ha vinto la morte.

3 – COME SUPERARE LA PAURA
DI DIO
“Il Signore Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì. (Gen. 3,21)
Dio mi riveste della pelle dell’Agnello, Gesù. Gesù è misericordia. Non Temere!”

DEGLI UOMINI
La comunione con Dio mi fa ritornare all’adorazione di Dio e alla gioia- fierezza di testimoniarlo ovunque. La comunione con Lui mi fa cogliere la vera essenza della creazione, dell’altro come dono di Dio.

DELLA MORTE
Gesù ha vinto la morte. Quando siamo stati partoriti alla terra, la mamma non mancava. Era lì che ci partoriva per mostrarci a papà. Perché pensare che Chi mi partorisce alla vita di Dio, Gesù non sia lì nel momento della morte per partorirmi al cielo e mostrarmi a Papà Dio?

“Ecco tuo figlio, Padre. Tu me l’hai dato. Io te lo riconsegno. Non è andato perduto.” (Gv 17)

SVOLGIMENTO DEI VARI PUNTI DELLO SCHEMA

1 – La Paura

“Ho udito il tuo passo in giardino: ho avuto paura” (Gen. 3,10) Quando, dove, come e perché nasce la paura nell’uomo? Nasce nel giardino dell’Eden. Il luogo della originaria bellezza, il luogo della comunione, dell’amore, dell’estasi della creatura del proprio Creatore, il luogo della pienezza, del perfetto compimento, il luogo dove “stare insieme” è per Adamo un grido di gioia: “E’ carne della mia carne, e osso delle mie ossa.” In altre parole Adamo dice a Dio: “Che creatura meravigliosa, Signore, mi hai messo accanto! La chiamerò donna.”

Anche noi possiamo provare la gioia dell’altro: il nostro uomo, la nostra donna. Può essere una vera FESTA, ma nel nostro di giardino, quando amiamo, abbiamo paura che tutto finisca. Ci sentiamo attaccati dentro e fuori da tante insidie, inquietudini. E in queste nostre irrequietezze si insinuano molti falsi profeti, i venditori di separazione.

Nel giardino dell’Eden, dove tutto era originario e bello, qualcosa è andato a male lo stesso, ma sappiamo anche perché: perché Adamo ed Eva hanno accolto il venditore di separazione e si sono trovati separati dalla comunione con Dio e separati tra loro. Il Bugiardo e Omicida sin dall’inizio, come dice la scrittura, li inganna e li uccide proprio nell’amore e fiducia in Dio, e viene a mancare loro la gioia di camminare insieme a Lui.

Quando noi abbiamo fiducia di qualcuno, camminiamo volentieri assieme a lui per le strade della città, delle nostre vacanze. Ovunque. Se non ci fidiamo più di lui, a ragione o a torto, non andiamo più a fare un giro insieme neppure in cortile. Se ne sentissimo i passi dietro l’angolo, cambieremmo addirittura strada.

Adamo ed Eva quando sentono i passi di Dio in giardino cambiano strada.

Hanno paura. In realtà, credo che la loro paura non stesse tanto nell’udire i passi di Dio, ma nella loro perduta capacità di riconoscerli nel cuore e di gioirne . Hanno paura del sentirsi privi di un qualcosa che prima avevano e che dava il gusto di tutto, il senso di tutto. Ora che più che mai hanno bisogno di Dio Papà che li tolga da una brutta situazione, si rendono invece conto di non avere più il gusto di raccontargli le cose, di essere famiglia con lui. Dev’essere stata un’esperienza drammatica. Tutto era nuovo nel giardino dell’Eden, quindi anche questo loro senso di privazione, anche la paura del loro senso di privazione, e la paura della paura del loro senso di privazione.Dev’essere stata una vera e propria esplosione atomica nella vita dell’anima e del corpo. Panico. Non rimaneva che scappare da quell’inferno.

Ci provano e vanno a nascondersi. Ma l’inferno ce l’hanno ormai dentro.

Cercheranno di toglierselo di dosso, ma per quanti tentativi facciano, riescono solo a mascherarlo con delle povere foglie di fico, povere in ogni tempo e stagione e la loro esplosione atomica di “nudità” in nudità avrebbe raggiunto anche tutti noi attraverso i secoli.

“Che colpa ne avevano?” (mi son sentita dire ultimamente). “Se non conoscevano il male? Come potevano evitarlo?” E’ vero, non conoscevano il male, ma conoscevano il Bene con la B maiuscola. Conoscevano Dio-Amore che cammina e si intratteneva con loro alla brezza del giorno. Manca forse qualcosa a Dio-Amore che si intrattiene con te, per farti girare lo sguardo altrove? E perché Adamo ed Eva hanno cercato altrove? In questa riflessione non cerco di colpevolizzare i nostri progenitori, ma di capire con la Scrittura, come è nata la paura nel loro cuore e come l’uomo ancora oggi la accoglie, la fa crescere, ne fa nascere di nuova e che cosa dovremmo fare invece per porvi rimedio e vivere felici nella gioia di Dio che vuole intrattenersi con noi alla brezza del giorno e della notte e di ogni tempo.

Dio, da sempre, fa camminare l’uomo nella sua misericordia e verità, e camminare nella misericordia e verità è di Dio. Ecco il mio desiderio in questa riflessione: percorrere tutta la Misericordia e verità che Egli ci offre e non avere più paura. Questa infatti è la volontà del Padre: “Che la nostra gioia sia piena”.

E la gioia piena non è raggiunta solo vivendo l’aspetto misericordia di Dio, ma vivendo tutto Dio, così come Egli si rivela all’uomo. Dio si rivela anche Verità. Quindi noi nel nostro vivere nello spirito non sottovaluteremo l’aspetto verità a vantaggio della misericordia e viceversa, ma daremo ad entrambe lo spazio che Dio stesso vuole dare ad entrambe, secondo il Suo Spirito. A questo proposito ci ricorda un padre della Chiesa, San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) che “la misericordia senza verità è bonarietà sciocca e incapace di fornire stimoli vitali a chi ne è oggetto”. E “la verità senza misericordia è severità fredda di chi nello zelo per le idee è incapace di riconoscere le persone.” E Dio, Misericordia e Verità, riconosce così tanto le persone di Adamo ed Eva che, (Misericordia), le aiuta immediatamente ad uscire dal loro stato di “nudità”, perché (Verità) la nudità le fa scappare ulteriormente dalla vita di Dio. Dio confeziona loro tuniche di pelli, dice la scrittura e dona loro suo Figlio, ” la pelle di Dio”, l’Agnello immolato. Se così ha fatto Dio, non c’è altro da fare neppure per me, anche in questa riflessione.

Misericordia e verità. “Nessuno di questi principi può vivere per se stesso.” dice ancora Bernardo di Chiaravalle, pur sapendo che “la loro integrazione è estremamente problematica”, perché “la conciliazione degli opposti non è la loro somma; implica invece una rinuncia all’assolutezza di ciascuno di essi, una disponibilità spesso lacerante.Solo così potranno davvero essere vissuti in maniera unitaria e liberante.” Un principio non può fare senza l’altro. Dio è sempre Misericordia, anche nella verità, ed è sempre Verità anche nella misericordia. E credo che Dio mi dica anche che Egli non ha bisogno del mio peccato per essere Misericordia e che non ha bisogno della mia menzogna per essere Verità. Egli è Misericordia e Verità sempre. E’ l’avvocato che ha bisogno dei miei litigi per fare l’avvocato; il medico delle mie malattie per fare il medico, gli insegnanti della mia ignoranza per fare gli insegnanti, ma Dio è sempre Dio. Non ha bisogno di me per esserlo. E’ sempre verità. E’ sempre misericordia e la sua misericordia si esprime in me anche se non vivo in peccato!

Dio si dona “tutto intero” all’uomo e la Sua parola mi conferma che Dio può riversarsi maggiormente nell’uomo proprio quando l’uomo gli fa spazio lasciando il suo peccato e lo fa entrare. Dio può essere maggiormente misericordia in me quando accolgo la sua grazia e cerco di non peccare più.

Può essere maggiormente verità in me quando accolgo la sua grazia e cerco di camminare nella verità. “Io sto alla porta e busso. Se uno mi apre, io entro.” Dice Gesù. E da che grazia è grazia per aprire La porta a Gesù si gira le spalle a tutto ciò che non è Gesù. Altrimenti, Dio continuerà è vero, ad inondarmi col suo amore, bussando alla mia porta, ma non mi lascerò inondare, non aprendo la mia porta. Come dice che LA BUONA PIOGGIA di DIO CONTINUERA’ A SCENDERE, MA IO NON MI BAGNERO’ PERCHE’ ME NE STO AL RIPARO DA ESSA. Noi ci siamo abituati, purtroppo, a RIPARARCI DA DIO, o a prendere da lui quello che ci piace di più, MA SE SOLO CONOSCESSIMO IL DONO DI DIO!

Adamo ed Eva CONOSCEVANO IL DONO DI DIO e l’avevano amato. Scopertisi incapaci di amarlo ancora, hanno paura e scappano. Non gioiranno più di niente altro, né della creazione di Dio, che non darà loro più frutti buoni, (dovranno lavorare DURAMENTE per averli), né l’uno dell’altro. Alla tavola del serpente, quindi, non hanno fatto un peccato che ATTIRA le ire di Dio, ma un peccato che ATTIRA la separazione da Lui. Non hanno mangiato un frutto BUONO della creazione divina, (materialmente sì) ma il frutto CATTIVO della MALIZIA di satana, la sua separazione da Dio, nascosta dietro il frutto di Dio; nascosta nell’intenzione del serpente. Succederà sempre la stessa cosa anche nella nostra storia spirituale. Al serpente interessa solo adescarci con i buoni frutti di Dio, per darci la morte. Chissà se Dio aveva impedito ai nostri Progenitori di mangiarne sapendo che proprio quel frutto sarebbe stato loro offerto dal serpente per farli morire. Un po’ come facciamo noi mamme coi nostri bambini che non conoscono ancora il bene e il male e vietiamo loro di mettere le dita nella presa della corrente. Non stiamo lì a spiegare chissà che cosa. Diciamo solo che si farebbero molto male e basta.

Poi arriva qualcuno che dice: “La tua mamma ti impedisce di fare esperienza di corrente elettrica perché sa che mettendo le dita lì dentro conosceresti in realtà tutto quello che lei conosce in fatto di corrente elettrica: conosceresti anche tu il bene e il male della corrente che tua mamma conosce. ” Bugiardo delle mezze verità! La mamma conosce il bene e il male della corrente elettrica, ma sa dominarla, il suo piccolo invece la subirebbe sulla sua pelle saltando all’aria. L’intera verità è che tu, bugiardo, vuoi fargli perdere la vita che suo Papà gli ha dato.

Adamo ed Eva diventano curiosi di conoscere quello che Dio sa, chi prima chi dopo, non vogliono più tenere conto di quello che Dio ha già fatto loro conoscere e per la loro gioia piena. Si lasciano adescare dal serpente.

Vogliono fare esperienza del “fai da te” del maligno. Mangiano e si alzano da tavola, per quanto mi riguarda, già morti stecchiti, già saltati all’aria fulminati, cioè senza la vita di Dio. Saranno completamente spogli del suo piano che dà ordine e un’armonia a tutta la creazione. Nell’ordine delle cose, c’è il senso delle cose, infatti. E’ così anche nella nostra vita di ogni giorno. Le pentole sono in cucina, non in bagno, perché ha senso che siano in cucina dove mi servono per cucinare. Le pentole inoltre hanno senso per se stesse, anche se le collocassi in bagno, io le saprei riconoscere sempre, perché il loro significato di pentole rimane in me.

Adamo ed Eva, invece, ascoltando il serpente, non solo hanno messo se stessi fuori posto rispetto all’ordine di Dio, ma hanno perso anche il senso di se stessi e di ogni creatura rispetto all’ordine di Dio. Nell’ordine di Dio, Adamo dava un nome a tutte le sue creature secondo il loro essere profondo, dice la Scrittura. Le vedeva, le capiva, ne gioiva con il suo Creatore che passeggiava con lui in giardino, ora invece se ne lamenta: “La donna che mi hai messo accanto mi ha dato da mangiare del frutto proibito.” Come dire:”Mi ha imbrogliato. Tutto quello che mi sta capitando di brutto è colpa sua, ma anche quello che io faccio di brutto è colpa sua! Non capisco più questa donna.”

“Non solo ha messo le pentole fuori posto, ma io non so più cosa significhino le “pentole”.

Adamo non riflette più sulle sue azioni, non le riconosce come sue e ne scarica la responsabilità sugli altri. Anche oggi, rotto l’ordine ci si trova nel disordine . Nel disordine materiale non si trovano più le cose al loro posto. Lo vediamo ogni giorno a casa nostra. Così, nel disordine interiore si perde il senso più profondo di noi stessi e degli altri. Ci si accusa di essere qualcosa di diverso da quello che ci aspettavamo. Non siamo più “pentole” gli uni per gli altri, cioè portatori di significato gli uni per gli altri e, nella perdita di senso, non solo ci si accusa, ma anche non ci si perdona. Scarichiamo anche noi le nostre responsabilità sugli altri.

Io sarei più felice se mio marito fosse più ordinato. Io sarei più felice se mia moglie brontolasse di meno. Io sarei diverso se lei fosse diversa. Io ho cercato l’altra perché lei mi trascurava. Io lo trascuravo perché lui ha cercato l’altra. Separazione . In realtà la separazione è già dentro di noi, perché già accolta quando vogliamo vivere in proprio ciò che per natura sua ha vita solo nella comunione. Il gustare i buoni frutti di Dio senza Dio non fa famiglia con lui. Dio invece ci ha creato per fare famiglia con Lui. Dio è Famiglia. Fuori da Dio-Famiglia è voler amare fuori dall’amore .

Ma Dio continua a cercarci: “Uomo dove sei?” E continua a dialogare con noi.

“Perché ti sei accorto di essere nudo?” Non dialoga invece col serpente. Ad Adamo chiede che cosa ha fatto, ad Eva perché l’ha fatto. Al serpente non chiede proprio nulla. Afferma solamente la sua condanna. E’ tutto.

Dio papà vuole fare riflettere noi sulle nostre azioni e ci educa. Non fa riflettere il maligno sulle sue azioni, perché il Maligno è bugiardo e omicida sin da principio, cioè per sua essenza e, un bugiardo e omicida sin dall’inizio, non può essere educato né alla verità né alla vita. Se Dio non dialoga col Maligno, non dobbiamo farlo noi, perché non ce ne verrà nulla di buono. Solo la nostra morte spirituale e, dalla morte spirituale, è entrata nel mondo ogni malattia e la morte fisica.

Cosa vuol dire dialogare col Maligno oggi? Vuol dire ascoltare le sue seduzioni e servirle. Vuol dire venire a compromessi con i suoi frutti di separazione mascherati da frutti di Dio.

Quante filosofie e organizzazioni oggi mi offrono i buoni frutti di Dio per separarmi in realtà da Dio, per rendermi indipendente da Lui. In molti ne sono affascinati. Queste correnti ci parlano di forza, di energia, di armonia universale, di autocontrollo, di self confidence, di autoguarigione da malattie e paure con la sola energia dell’uomo. Se fai questo diventerai padrone della tua vita. Basta seguire le loro istruzioni per l’uso. Credere in quello che dicono e fare quello che dicono, a pagamento, naturalmente.

Chi ci è passato si ritrova presto confuso e come paralizzato, incapace in realtà di determinarsi profondamente per se stesso e accogliere ancora Dio fattosi Uomo per la sua salvezza di uomo.

Qualcuno obbietta che non è male fare scoprire all’uomo tutte le sue possibilità umane di crescita e che Gesù stesso le ha valorizzare mettendole sempre al centro. E’ vero, molti sono i doni di Dio che l’uomo scopre e riscopre in se stesso, ma un conto è viverli con Dio, datore dei doni, e un altro conto è viverli con il Serpente ladro dei doni. E’ vero anche che Gesù ha messo al centro l’uomo ma per servirlo, non per servirsene , e lo ha invitato apertamente a farsi servire da lui, per essere Famiglia con lui, non separato da lui. A Pietro che gli diceva: “Non mi lascerò mai lavare i piedi da te”, Gesù ha risposto: “Se non ti lascerai lavare i piedi da me, non avrai parte con me nel mio regno.” Le filosofie di cui sopra, invece, esaltano le capacità dell’uomo, ma solo per servirsi dell’uomo. Di Gesù, figlio di Dio, fattosi Uomo per camminare con l’uomo, sparisce ogni traccia.

Dio si riduce ad un’idea intellettuale come tante altre, una energia dell’universo. Queste organizzazioni e filosofie si appropriano in realtà dei buoni frutti di Dio, per fare perdere all’uomo il vero volto di Dio, quello rivelatoci da Gesù. Si appropriano dei buoni frutti di Dio per darci in realtà in veleno soporifero del serpente che ci fa perdere il senso profondo di noi stessi e di ogni cosa. Se voglio usare bene una lavatrice consulterò il manuale di istruzioni di chi l’ha costruita, non il primo che passa. Così è per tutto ciò che mi riguarda. Prendiamo il nostro corpo: è un dono di Dio, eppure in quanti ce lo vogliono offrire senza le istruzioni di Dio! La nostra sessualità è dono di Dio, la nostra capacità di amare è dono di Dio, la nostra libertà è dono di Dio, ma quante seduzioni, teorie e filosofie per farci vivere la sessualità, l’amore, la libertà fuori dall’ordine di Dio!

Dio è libertà e si determina solo per il bene , eppure in molti, anche fra i cristiani, si dichiarano liberi solo quando scelgono di abbandonarsi a tutte le loro emozioni, senza riflettere se fanno vivere Dio o se allontanano da Dio. “Va e non peccare più” ha detto Gesù alla donna che ha salvato dalla lapidazione.

Non si pensa abbastanza che la libertà esercitata come dono di Dio fa scegliere sempre ciò che è di Dio. Se esercitata dalle mani del maligno, fa scegliere sempre ciò che è del maligno e ci schiavizza. Se la libertà, per essere tale, vantasse il diritto di poter fare tutto ciò che vuole, anche il male, allora in Paradiso non ci sarebbe più libertà, perché in Paradiso nessuno fa il male. E poiché in Paradiso nessuno fa il male, saremo allora tutti intrappolati in una schiavitù eterna che non ci permette più di scegliere quello che vogliamo? Sappiamo da Gesù che non è così: “Se conoscessimo il dono di Dio.”

Dio mi vuole libera della sua libertà, per questo mi aiuta sempre a scegliere il bene . Sennò mi aiuterebbe anche a scegliere il male. Il suo Santo Spirito mi “convince quanto al peccato” per tirarmi fuori dal peccato, non per darmi la libertà di farlo. Tutto ciò che in me è energia e vita, è dono di Dio per vivere lui che è Vita, non per allontanarmene. “Se tu conoscessi il dono di Dio”, ha detto Gesù alla Samaritana, “saresti tu stessa a chiedere da bere a me, non io a te”. Il dono di Dio, infatti, è riconoscere che Dio è l’Acqua migliore e ce la vuole dare; che la sua acqua non ci fa più avere sete; che la sua libertà ci libera davvero dall’arsura di ogni schiavitù. Per vivere tutto questo è importante accogliere questo dono di Dio e viverlo con lui. “Se tu conoscessi il dono di Dio.Gabriella, Marco, Fabio, Eraldo, Sulamita, Giuseppe, Vanna.” dice Gesù ad ognuno di noi.

2 – Tipi di paura:

a. Paura di Dio. b.Paura degli uomini. c.Paura della morte Da quanto già detto, vediamo che “non si può servire a due padroni”. O si serve Dio o il diavolo. O la luce o le tenebre. I chiaroscuro dello spirito non hanno mai illuminato nessuno. Come nella realtà, proiettano sola mente delle lunghe ombre su tutto ciò che ci circonda, distorcendola e non ci permettono di riconoscere né Dio, né gli altri come dono di Dio.

Dal dialogare col maligno, ci dice mamma Eva, perdiamo proprio tutto e da qui nascono tutte le paure; non solo la paura di Dio, ma anche la paura degli uomini, cioè degli altri, delle circostanze della vita, del vivere insieme e la paura delle malattie e della morte. Se corriamo da Papà Dio, ogni volta che ci sentiamo tentati e gli chiediamo liberazione dal male, tutto diventa più facile. “Non permettere, Padre, che la tentazione ci travolga, ma liberaci dal male” ci ha insegnato a pregare Gesù.

3 – Come superare la paura

(a. di Dio)

Se la paura nasce dalla rottura della comunione con Dio, si supera la paura “riaggiustando” la comunione con Dio. Se mi si allaga la cucina per un rubinetto guasto, come mi è successo in questi giorni, riparo il rubinetto guasto e la cucina non si allagherà più. La mia nudità di Dio si risolve solo rivestendomi di Dio. Non c’è un’altra strada. Rivestita di Dio posso continuare a mangiare dei frutti del giardino di Dio direttamente dalle sue mani di amore, senza soccombere ai pirati dello spirito che mi ingannano portandomi via tutto. Ne potrò mangiare e dare anche agli altri, ma solo nella logica della pienezza e della vita. Perché, se mangiando il frutto dell’albero, Adamo ed Eva hanno mangiato in realtà la separazione del serpente da Dio, alla stessa stregua, quello che in realtà noi comunichiamo rimanendo nel disegno di Dio è la vita stessa di Dio. La comunione condivisa dà comunione . Se sei grano dai frutti di grano, se sei zizzania dai frutti di zizzania.

Quali semi faccio crescere adesso dentro di me? Quali frutti sto mangiando e condividendo con chi mi sta accanto ora? E’ importante pensarci. Lo Spirito di Dio vuole farci riflettere. Dio ci educa. Come mi rivesto di Dio? Nel giardino dell’Eden Dio riveste Adamo ed Eva di tuniche di pelli. Nel giardino della redenzione Dio mi riveste della pelle dell’Agnello. Rivestita di Gesù, non ho più paura della mia povertà, perché ho tutta la sua ricchezza, ho tutta la sua forza, tutto il suo coraggio, tutta la fierezza di cui ho bisogno per rimanere nella vita, perché Gesù ristabilisce in me la comunione, quindi la vita.

Dio Padre stesso mi dona la pelle dell’Agnello suo Figlio Gesù e Gesù stesso si dona come Agnello al Padre per me, ogni giorno, sull’altare della mia vita, della mia chiesa, sull’altare di tutta la Terra perché io sia rivestita di Dio e rimanga in comunione con lui. Sentiamo come Gesù si offre al Padre per me, per te sull’altare della mia vita. Io chiamo la preghiera che segue: “La messa di Gesù”.

La Messa di Gesù. (vedi capitolo 17 Vangelo di Giovanni) Cerco di personalizzare quello che dice Gesù al Padre, perché Gesù ha realmente fatto e fa questa preghiera per me personalmente, Ognuno di noi può personalizzarla.

“Così parlò Gesù.. Alzati gli occhi al cielo disse: “Padre è giunta l’ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. Perché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché Egli dia la vita eterna a Gabriella che gli hai dato. Ho fatto conoscere il tuo nome a Gabriella che mi hai dato dal mondo. Era tua e l’hai data a me e lei ha osservato la tua parola. Ora Gabriella sa che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole che hai dato a me io le ho date a lei. Lei le ha accolte e sa veramente che sono uscito da te e ha creduto che tu mi hai mandato.Io prego per lei, non prego per il mondo, ma per colei che mi hai dato, perché è tua. Padre Santo, custodisci nel tuo nome Gabriella che mi hai dato perché sia una cosa sola come noi siamo uno. Abbia in se stessa la pienezza della mia gioia. Chiedo che tu la custodisca dal maligno. Consacrala nella verità.

Per lei io consacro me stesso. Non prego solo per lei, ma anche per quelli che per la sua parola crederanno in me, perché tutti siano una cosa sola.perché siano perfetti nell’unità.Siano con me dove io sono. Contemplino la mia gloria. L’amore col quale mi hai amato sia in essi ed io in loro.”

Questa è la Messa di Gesù. E’ per me, per te, per ognuno di noi. Leggendo il Capitolo 17 di Giovanni vedo che Gesù ha parlato bene dei suoi discepoli al Padre, eppure sapeva che tutti, chi più chi meno, l’avrebbe tradito e abbandonato subito dopo questa preghiera. Gesù parla bene di me, di noi al Padre, perché ci vede con il “sogno del Padre”. Il Padre vuole per noi tutto questo e la preghiera di Gesù vuole la stessa cosa, ecco perché il Padre sempre l’ascolta.

Gesù “dice bene” delle persone per cui prega. Dice il Bene, dice se stesso.

Si dona, dunque. Fa comunione con noi. Nella sua messa noi diventiamo la preghiera di Gesù e poiché il Padre sempre l’ascolta, noi veniamo sempre ascoltati dal Padre, cioè esauditi. Se siamo esauditi, grazie a Gesù, non possiamo più avere paura. Inoltre la preghiera di Gesù dura nel tempo e va oltre il tempo. E’ preghiera eterna. Poiché la sua preghiera è eterna, la sua preghiera “è”, anche adesso, ora, proprio per me. Ogni giorno alla messa io trovo Gesù, preghiera al Padre per me e con me, perché io sia esaudita dal Padre suo. Andando così all’altare di Dio, non possiamo più avere paura di Dio. Con la comunione, la paura di Dio lascia il posto al timore di Dio, cioè all’adorazione profonda di lui. “Io sto alla porta e busso, chi mi accoglie io faccio tenda presso di lui, ceno con lui.” Nella sua tenda non c ‘è più paura per la propria colpa, ma solo fiducia e un sacro timore di Dio che ci fa crescere nel totale abbandono in Lui. Io sono povera, per questo lui diventa la mia ricchezza. Io sono debole per questo lui è la mia forza.

Io ho paura, per questo è lui è la mia pace.

Patty Gallagher, uno di quei trenta tra ragazzi e professori dell’Università di Duquesne che parteciparono a quell’ormai famoso week-end di preghiera che diede inizio al Rinnovamento Cattolico, dice che , investita della potenza di Dio si è trovata buttata a terra e piena di timore e tremore davanti alla Presenza dell’Altissimo che si manifestava a lei, e allo stesso tempo si sentiva avvolta dal suo amore incontenibile. Non riusciva a dire altro che:”

Voglio morire, voglio morire”, eppure si sentiva amata e amante del Signore suo Dio da voler vivere solo per lui. Morire e vivere. Morire di amore e vivere di amore . La sua gioia era così grande da temere di non riuscire più a contenerla. Ma lo straordinario per me era che sentiva anche il bisogno di dire incessantemente: “Padre, io voglio quello che tu vuoi. Padre, io voglio quello che tu vuoi.” Meraviglioso!!! Ecco l’esaudimento della preghiera di Gesù: Patty era stata ricondotta all’unità con Dio. Si sentiva uno con il Padre, una sola volontà con il Padre! (Bellissima la testimonianza di alcuni di loro nel libro di Patty: “Come una nuova Pentecoste” Edizioni Ancora).

(b. Come superare la paura degli uomini) Fatta esperienza di Dio amore e della sua gloria, lei voleva solo quello che Dio voleva e non ebbe più paura di nulla, non ebbe più “paura degli uomini”, cioè del vivere, della quotidianità. Lei e gli altri, rivestiti di Spirito Santo hanno cominciato spontaneamente a testimoniare a tutti le meraviglie di Dio, la sua potenza, la sua misericordia, il suo amore e Dio accompagnava la loro testimonianza con guarigioni, miracoli e prodigi, come per gli Apostoli nella Pentecoste, perché Dio è Dio e si manifesta sempre nella sua Parola, nella comunione.

“Chi crede in me ha la vita eterna.” La vita eterna è questa: “Che conoscano te, Padre, e colui che hai mandato.” Noi stiamo già vivendo l’eternità, quindi, perché stiamo già vivendo Gesù. La misuriamo, “spezzettiamo” con i nostri orologi, con le nostre azioni, i nostri piccoli pensieri, perché non siamo capaci di abbracciarla tutta, contenerla tutta, pensarla tutta, ma la stiamo già vivendo, perché stiamo già vivendo il dono di Dio, Gesù. Siamo incapaci di coglierlo in tutta la sua profondità eterna, perché siamo creature limitate, ma Dio ci fa vivere di Sé già ora in un modo che va oltre le barriere del tempo, dei nostri orologi, delle nostre azioni e dei nostri stessi pensieri.

Patty Gallagher e i suoi amici si affidavano completamente al Signore e agivano. Coglievano la realtà con altri occhi, quelli del Risorto, quelli di Dio. Imparavano a vivere di fede, come dice Paolo in Ebrei capitolo 11: “La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono”. Quando mi sento povera di tutto, lo dico ai miei amici del gruppo di Gesù, i suoi discepoli, perché mi aiutino. Quando mi sento povera nella fede vado da Tommaso, perché guarito nella fede. Quando ho bisogno di fortezza vado da Pietro diventato roccia di Dio.Quando ho bisogno di limpidezza, vada da Natanaele, il cui cuore era senza inganno.

Essi mi conducono da Gesù, responsabile del gruppo, e mi lascio “rivestire della sua pelle”, pelle dell’Agnello e non ho più paura, perché rivestita di lui ho la benedizione del Padre.

(c. Come superare la paura della morte)

Il responsabile del gruppo, Gesù, ha vinto la mia morte e Papà-Dio che ci cerca, per darci la veste nuova, è lo stesso Papà che ci sta accanto nell’ ora della nostra morte, nell’ora della nostra nascita al cielo.

Quando siamo nati a questa terra c’era tutta la famigli ad attenderci, il papà, la zia, la nonna, il fratellino più grande, l’amica della mamma.e vuoi che quando nascerai al cielo non ci sia tutta la famiglia di Dio per proteggerti e accoglierti in cielo? Pensa solo questo: “La mia mamma, dov’era quando stavo nascendo? Non poteva che essere lì a partorirmi per noi mostrarmi a papà” Così, quando nascerai al cielo, Gesù ti partorisce alla vita di Dio su questa terra, sarà proprio lì a partorirti alla vita di Dio in cielo e a mostrarti a Papà Dio. “Ecco, Padre, Gabriella. Tu me l’hai data ed io te la riconsegno. Non è andata perduta.”

Qualcuno potrebbe farsi triste e pensare: “Quando sono nato io non c’era una famiglia ad attendermi.E mia madre non mi ha voluto”. Allora io dico a questo fratello triste o a questa sorella triste quello che il Signore ci dice in Isaia. “Quand’anche una madre si dimenticasse del suo bambino, (quindi quand’anche non amasse il suo bambino), io non lo dimenticherò mai”.

Se è valido questo, per quanto riguarda una madre che si dimentica della sua creatura, non sarà valido anche per quanto riguarda il padre che si dimentica della sua creatura, la nonna che si dimentica, la famiglia intera che si dimentica di quella creatura?

Gesù non ti dimentica e già da ora ti partorisce alla vita eterna qui e ti mostra al Padre. Non lo farà alla morte del tuo corpo? Non sarà lì a partorirti alla vita del cielo e a mostrarti a Papà Dio? Non aver paura. Non sei più solo. Gesù sarà proprio lì a partorirti al cielo per la gioia del Padre che non ti ha mai dimenticato. Amen!

Gabriella Tescaro

Lettera di Santa Teresa di Calcutta agli Italiani

31 maggio 1992

Cari amici di tutta Italia,

oggi Gesù viene in mezzo a noi ancora una volta come bambino – come il bambino non nato – ed i suoi non lo accolgono. Gesù divenne un fanciullo in Betlemme per insegnarci ad amare il bambino.

Il bambino non nato – il feto umano – è un membro vivente della razza umana – come te e me – creato ad immagine e somiglianza di Dio – per grandissime cose – amare ed essere amato. Perciò non c’è più da scegliere una volta che il bambino è stato concepito. Una seconda vita – un altro essere umano – è già nel grembo della madre. Distruggere questa vita con l’aborto è omicidio, così come un qualunque altro omicidio, anzi peggio di ogni altro assassinio.

Poiché non è ancora nato, è il più debole, il più piccolo ed il più misero della razza umana, e la sua stessa vita dipende dalla madre – dipende da te e me – per una vita autentica. Se il bambino non ancora nato dovesse morire per deliberata volontà della madre, che è colei che deve proteggere e nutrire quella vita, chi altri c’è da proteggere? Questa è la ragione per cui io chiamo i bambini non ancora nati “i più poveri tra i poveri”. se una madre può uccidere il suo stesso figlio nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne, vita della sua vita e frutto del suo amore, perché ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che si sparge intorno a noi?

L’aborto è il più grande distruttore di pace oggi al mondo – il più grande distruttore d’amore.
È mia preghiera per ciascuno di voi, che voi possiate battervi per Dio, per la vita e per la famiglia, e proteggere il bambino non ancora nato.
Preghiamo.
Dio vi benedica

Madre Teresa