Una gemma cattolica nella Russia sovietica

anna abriskovaAnna Abrikosova (1883-1936) è una delle luminose figure di «martiri della fede» in epoca sovietica, che l’editrice «La casa di Matriona» sta facendo emergere dall’oblio, attraverso la pubblicazione di agili biografie, raccolte nella collana «Testimoni». Nel caso della Abrikosova: il pericolo della dimenticanza è accentuato dalla pochezza dei documenti che permettano di ricostruirne la vita.

Figlia di commercianti moscoviti piuttosto benestanti, la giovane Anna, cosa piuttosto rara in quegli anni per una ragazza, può dedicarsi agli studi superiori nella natia Mosca. Come molti dei suoi coetanei non trova nella tradizionale fede ortodossa nulla che possa corrispondere all’ansia di cambiamento e di novità che percorre le giovani generazioni prerivoluzionarie. Il desiderio di totalità e di novità che porterà molti giovani a condividere gli ideali del bolscevismo nascente, spingono, invece, Anna (nel frattempo sposatasi) a viaggiare in tutta l’Europa. A Parigi ritrova la fede e, rientrata in patria nel 1910, fa della sua casa il fulcro di una vivacissima comunità di cattolici che, seguendo le indicazione avute dallo stesso Papa, intendono mantenere tutta la ricchezza liturgica, ascetica e canonica della Chiesa orientale. I coniugi Abrikosov entrano anche a far parte del terz’ordine domenicano e Vladimir, il marito, viene ordinato sacerdote nel 1917.

I comunisti appena saliti al potere decidono di liquidare in fretta questo strano tentativo di cattolicesimo “russo”. Nel frattempo la casa degli Abrikosov si era di fatto trasformata in un convento di domenicane di cui Anna Ivanovna, con il nome di Madre Caterina, era diventata la superiora. Il suo primo arresto è del 1923: dieci anni di prigione. La comunità di monache viene totalmente dispersa. Nel 1933 la Abrikosova viene di nuovo arrestata per aver cercato di parlare della fede ad un gruppo di giovani ragazze; nuova condanna a otto anni di lager. Muore di tumore nel carcere di Butyrki il 23 luglio del 36. Nel 2002 è stato avviato il processo di beatificazione.

Analogo travaglio tra carcere, lager e confino tocca alle suore domenicane. Proprio sulla loro testimonianza (alcune sopravviveranno fino agli anni settanta) si basa in gran parte la ricostruzione della personalità e della spiritualità della Abrikosova. Una spiritualità apparentemente «rigorista», ma in realtà carica di dolcezza e di affezione. Le monache domenicane educate dalla Abrikosova ebbero, infatti, occasione di testimoniare la propria fede in diversissime circostanze e con una pacata fermezza che stupì tutti gli interlocutori. Riprova certa della autenticità del carisma della loro amata superiora.
Pigi Colognesi – Avvenire

Libro:  Pavel Parfent’ev  – Anna Abrikosova   ed.La casa di Matriona

L’ateismo e materialismo. Pessimi frutti

materialismoIl filosofo illuminista della rivoluzione francese, Donatien Alphonse Francois de Sade, parte dal principio che Dio non esiste e che fondamento della natura è la materia. Egli scrive  che la natura non è altro che materia in azione: non c’è bisogno di cercare un agente estraneo alla natura dal momento che il movimento è inerente alla materia la quale produce continuamente  combinazioni in virtù della sua energia. (1)

De Sade è precursore e coerente attuatore, fino alle estreme conseguenze, del materialismo dialettico di Marx, del principio del piacere di Freud, del principio delle selezione della specie di Darwin: ” tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta; (.) le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge” ( Darwin ).

I darwinisti sociali partono da questo principio creando il capitalismo selvaggio ( la lotta economica migliora l’umanità perché fa sopravvivere i forti e distrugge i deboli ), il comunismo ( la lotta di classe porta al miglioramento della materia ), il nazionalsocialismo ( la lotta delle razze migliora la biologia )

Nella natura, scrive de Sade, avvengono continue trasformazioni, le distruzioni di cui l’uomo si vanta sono pure illusioni: “” L’assassinio non è affatto una distruzione; chi lo commette non fa che variare le forme; rende alla natura degli elementi di cui la mano di quest’abile natura si serve subito per ricompensarsi con altri esseri; ora, poiché le creazioni non possono essere che dei godimenti per chi vi si abbandona, l’assassino ne prepara dunque uno alla natura; le fornisce materiali che essa utilizza all’istante, e l’azione che gli sciocchi hanno la follia di biasimare non è altro che un merito agli occhi di questo agente universale.

E’ il nostro orgoglio che crede di poter innalzare l’omicidio a crimine. Ritenendoci le prime creature dell’universo, abbiamo stupidamente immaginato che tutte le lesioni che riguardassero questa sublime creatura dovessero necessariamente costituire un crimine enorme””. (2)

A questo punto, se queste sono le premesse, de Sade le sviluppa coerentemente e dice che all’uomo non resta altro che fare ciò che gli pare.

Scrive de Sade che, poiché il dolore viene avvertito molto più vivamente del piacere, lo choc che noi abbiamo dal procurare dolore agli altri si ripercuote in noi stessi, mettendo in circolo più energia, interessando anche gli organi del sesso e disponendoli ad un piacere maggiore. (3)

Bisogna preoccuparsi dei dolori causati al prossimo? Così risponde de Sade, che sviluppa i fondamenti del suo materialismo: ” (.) I dolori causati al prossimo? Li risentiamo noi?   No; al contrario, abbiamo appena dimostrato che la loro produzione ci procura una sensazione deliziosa.

A che titolo dunque dovremmo avere riguardi per un individuo di cui non ci importa nulla? A che titolo gli eviteremo un dolore che non ci costerà mai una lacrima, mentre sarà certo fonte per noi di grande piacere?

Quando mai abbiamo provato un solo impulso della natura che ci spingesse ad anteporre gli altri a noi, se a questo mondo ciascuno deve badare a se stesso?

Ci venite a parlare di una chimerica voce della natura, che ci direbbe di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi; ma questo assurdo consiglio non ci è mai venuto che da uomini, e da uomini deboli.

L’uomo forte non si sogna neppure di usare un simile linguaggio. Furono i primi cristiani che, perseguitati ogni giorno per il loro imbecille sistema, gridavano a chi voleva ascoltarli: ” Non bruciateci, non scorticateci!

La natura dice che non bisogna fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi”. Imbecilli! La natura, che ci consiglia sempre di godere, che non imprime mai dentro di noi altro movimento, altre aspirazioni, potrebbe, un momento dopo, con una inconseguenza senza pari, assicurarci che non bisogna affatto pensare a procurarci un godimento, se questo può fare del male  agli altri? (.) La natura, nostra madre comune, non ci parla che di noi stessi; niente è egoista come la sua voce, e ciò che noi vi possiamo distinguere più chiaramente è l’immutabile e santo consiglio che essa ci dà di godere, non importa a spese di chi. Ma gli altri, potreste obiettare, possono vendicarsi.Alla buon’ora! Sarà il più forte ad avere la meglio.

Ebbene, ecco il primordiale stato di guerra e di distruzione perpetua per il quale la sua mano ci ha creati, e nel quale solamente ad essa conviene che rimaniamo””. (4)

Tutta la dialettica Satanica della filosofia materialista può essere riassunta in tre fasi

1) esiste solo la materia che produce continue trasformazioni

2) in queste trasformazioni il più forte distrugge il più debole

3) legge suprema per l’uomo è fare ciò che gli pare

CONSEGUENZE:

Nel documento ” Reconciliatio et paenitentia, Giovanni Paolo II dice che l’esclusione di Dio è un atto suicida che produce la morte dell’uomo: senza il creatore la creatura svanisce.

La rottura con Dio sfocia sempre nella divisione tra i fratelli, : il fratello, ostile al fratello, finisce col togliergli la vita. L’ esclusione di Dio porta alla distruzione della società umana e porta anche alla distruzione individuale.  Senza la verità l’uomo finisce per distruggere la propria libertà.

(CFR Reconciliatio et paenitentia n.14 e 15 ).

Ogni comportamento immorale, poi, impedisce la propria realizzazione e felicità.

Il sesso, per esempio, quando rompe i suoi legami con il cuore e con l’anima, finisce per condurre all’ossessione e alla pazzia : de Sade è morto pazzo.

Nell’ essere umano, infatti, c’è il bisogno di integrare e coordinare le passioni con la volontà, la volontà con la ragione e la ragione con la verità.

Il piacere disordinato è solo il piacere momentaneo di una facoltà che entra in conflitto  con altre componenti della personalità e con altri bisogni di natura spirituale  che, sempre nell’uomo, accompagnano i bisogni di natura inferiore ed entra in conflitto con le leggi fondamentali della natura, che l’uomo è in grado di conoscere mediante la ragione: c’è nell’ uomo, per esempio, il bisogno di integrare l’istinto di aggressività con il bisogno sociale e il bisogno di giustizia, di integrare l’istinto sessuale con il bisogno di affetto, di amore e di donazione. La mancata integrazione causa disturbi della personalità e infelicità.
Bruto Maria Bruti

Il Papa risponde ai bambini

1. LA COMUNIONE

b16 childrenANDREA – Caro Papa, quale ricordo hai del giorno della tua Prima Comunione?

«Naturalmente mi ricordo bene il giorno della mia Prima Comunione. Era una bella domenica di marzo del 1936, 69 anni fa, ed era un giorno di sole, la chiesa molto bella, c’era la musica… C’erano tante belle cose delle quali mi ricordo. Eravamo una trentina di ragazze e ragazzi del mio piccolo paese di meno di 500 abitanti. Ma al centro dei miei ricordi gioiosi e belli sta questo ricordo – la stessa cosa è già stata detta dal vostro portavoce –: ho capito che Gesù e entrato nel mio cuore, ha visitato me, e con Gesù Dio stesso è con me. E che questo è un dono d’amore che realmente vale più di tutto il resto della vita. Così quel giorno sono stato realmente pieno di una grande gioia, perché Gesù è venuto da me e ho capito che adesso cominciava una nuova tappa della mia vita, (avevo nove anni) e che adesso era importante rimanere fedeli a questo incontro, a questa comunione. Ho promesso al Signore, per quanto potevo, “io voglio essere sempre con te” e l’ho pregato, “ma stai soprattutto Tu con me”. Così sono andato avanti nella mia vita; grazie a Dio il Signore mi ha sempre preso la mano, mi ha guidato anche in situazioni difficili. E così questo giorno della Prima Comunione è stato l’inizio di un cammino comune e spero che anche per tutti voi la Prima Comunione che avete ricevuto in questo anno dell’Eucarestia sia inizio di un’amicizia per tutta la vita con Gesù, l’inizio di un cammino comune, perché andando con Gesù andiamo bene e la vita diventa buona».

2. LA CONFESSIONE

LIVIA – Prima del giorno della Prima Comunione mi sono confessata, poi mi sono confessata altre volte. Volevo chiederti: devo confessarmi tutte le volte che faccio la Comunione, anche quando ho fatto gli stessi peccati? Perché mi accorgo che sono sempre quelli.

«Ti direi due cose. La prima: naturalmente non devi confessarti prima di ogni comunione, perché non fai peccati così gravi che necessitano una confessione. Necessario è solo quando hai commesso un peccato realmente grave, offeso profondamente Gesù, così che l’amicizia è distrutta e devi ricominciare di nuovo. Solo in questo caso il peccato si dice mortale, grave, ed è necessario confessarsi prima della Comunione. Questo è il primo punto. Il secondo punto: anche se, come ho detto, non è necessario confessarsi per ogni Comunione è molto utile confessarsi con una certa regolarità. È vero: di solito i nostri peccati sono sempre gli stessi, ma facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per aver pulito, per ricominciare. Altrimenti forse la sporcizia non si vede ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l’anima, per me stesso: se non mi confesso mai l’anima viene trascurata, alla fine sono sempre contento di me e non capisco più che devo anche lavorare per essere migliore, che devo andare avanti. E questa pulizia dell’anima, che Gesù ci da nel sacramento della Confessione, ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche a maturare spiritualmente e come persona umana. Quindi due cose: necessario lo è soltanto in caso di un peccato grave, ma molto utile è confessarsi regolarmente, per coltivare la pulizia e la bellezza dell’anima e maturare man mano nella vita».

3. L’EUCARISTIA

ANDREA – La mia catechista, preparandomi al giorno della prima comunione, mi ha detto che Gesù è presente nell’Eucaristia. Ma come? Io non lo vedo.

«Sì, non lo vediamo ma ci sono tante cose che non vediamo e che esistono e sono essenziali. Per esempio: non vediamo la nostra ragione e tuttavia abbiamo una ragione; non vediamo la nostra intelligenza e l’abbiamo. In una parola: non vediamo la nostra anima e tuttavia esiste e ne vediamo gli effetti perché possiamo parlare, pensare, decidere… Non vediamo nemmeno la corrente elettrica, per esempio, e tuttavia vediamo che esiste, vediamo questo microfono e come funziona, vediamo le luci. Quindi proprio le cose più profonde, quelle che portano realmente la vita e il mondo, noi non le vediamo ma possiamo vederne e sentirne gli effetti. Anche per l’elettricità: la corrente non la vediamo ma la luce sì. Così è anche per il Signore Risorto: non lo vediamo con i nostri occhi, ma vediamo che dove c’è Gesù gli uomini cambiano, diventano migliori. C’è un po’ una maggiore capacità di pace, di riconciliazione. Quindi non vediamo il Signore stesso, ma vediamo gli effetti, così possiamo capire che Gesù è presente. E, come detto, proprio le cose invisibili sono le più profonde, importanti. Così andiamo incontro a questo Signore invisibile ma forte, che ci aiuta a vivere bene».

4. LA MESSA DOMENICALE

GIULIA – Santità, tutti ci dicono che è importante andare a Messa alla domenica. Noi ci andremmo volentieri ma spesso i nostri genitori non ci accompagnano perché alla domenica dormono. Il papa e la mamma di un mio amico lavorano in un negozio e noi spesso andiamo fuori città per trovare i nonni. Puoi dire anche a loro una parola perché capiscano che è importante andare a Messa insieme alla domenica?

«Gli parlerei naturalmente con grande amore, con grande rispetto per i genitori, perché certamente hanno tante cose da fare… Ma tuttavia, con il rispetto e l’amore di una figlia, si può dire loro: “Cara mamma, caro papà, sai che cosa è importante per noi tutti, anche per te? Incontrarci con Gesù. Questo ci arricchisce. È un elemento importante della nostra vita. Troviamo insieme un po’ di tempo, forse anche dove abita la nonna si troverà la possibilità”. In una parola, con grande amore e rispetto per loro, direi: “Capite che questo è importante non solo per me o per i catechisti. È importante per tutti noi. E sarà una luce per la domenica per tutta la nostra famiglia”».

5. A COSA SERVE LA MESSA?

ALESSANDRO – A che cosa serve andare alla Santa Messa e ricevere la Comunione per la vita di tutti i giorni?

«Serve per trovare il centro della vita. Noi viviamo in mezzo a tante cose e le persone che non vanno in Chiesa, anche se non sanno che manca proprio Gesù, sanno che manca qualcosa nella loro vita. Se Dio diventa assente nella mia vita, se Gesù è assente, manca una guida, manca un’amicizia essenziale, manca anche una gioia importante per la vita, la forza di crescere come uomo, di superare i miei vizi e di maturare umanamente. Quindi non si vede subito l’effetto dello stare con Gesù, di andare alla Comunione. Ma nel corso delle settimane, degli anni, si sente sempre più l’assenza di Dio, l’assenza di Gesù. È una lacuna fondamentale e distruttiva. Potrei facilmente parlare dei Paesi dove l’ateismo governava: come sono distrutte le anime, ma anche la terra. Così possiamo vedere che è importante, direi anche fondamentale, nutrirsi alla Comunione con Gesù, che ci da proprio la luce e la guida per la nostra vita, della quale abbiamo bisogno».

6. GESU’, PANE DI VITA

ANNA – Caro Papa ci puoi spiegare che cosa voleva dire Gesù quando ha detto alla gente che Io seguiva: «Io sono il pane della vita?»

«Innanzi tutto forse dobbiamo chiarire che cosa è pane. Noi oggi abbiamo una cucina raffinata e ricca di diversissimi cibi, ma nelle situazioni più semplice il pane è il fondamento del nutrimento. Quando Gesù si chiama il pane della vita, pane è la sigla, l’ abbreviazione per tutto il nutrimento. E come abbiamo bisogno di nutrirci corporalmente per vivere, così anche lo spirito, l’anima, la volontà ha bisogno di nutrirsi. Come persone umane che non abbiamo solo un corpo ma anche un’anima, siamo persone pensanti con una volontà, un’intelligenza: dobbiamo nutrire anche Io spirito, l’anima, perché possa maturare, perché possa realmente arrivare alla sua pienezza. E quindi se Gesù dice: “io sono il pane della vita” vuoi dire che Gesù stesso è questo nutrimento della nostra anima, dell’uomo intcriore della quale abbiamo bisogno. Perché anche l’anima deve nutrirsi. E non bastano le cose tecniche che sono così importanti. Abbiamo bisogno proprio di questa amicizia di Dio, che ci aiuta a prendere le decisioni giuste, a maturare umanamente. In altre parole: ci nutre, così che diventiamo realmente persone mature e la nostra vita diventa buona».

7. L’ADORAZIONE EUCARISTICA

ADRIANO – Santo Padre, ci hanno detto che oggi faremo l’adorazione eucaristica? Che cos’è? Come si fa? Ce lo puoi spiegare? Grazie.

«Che cos’è l’adorazione, come si fa, lo vedremo subito perché tutto è ben preparato: faremo delle preghiere, dei canti, la genuflessione e staremo così davanti a Gesù. Ma, naturalmente, la tua domanda esige una risposta più profonda, non solo il come fare, ma che cos’è l’adorazione. Direi: l’adorazione è riconoscere che Gesù è il mio Signore, che Gesù mi mostra la vita da prendere e che vivo bene soltanto se conosco la strada indicata da Gesù e se seguo la via mostrata da Lui. Quindi adorare è dire: “Gesù io sono tuo. Ti seguo nella mia vita, non vorrei mai perdere questa amicizia, questa comunione con te”. Potrei anche dire che l’adorazione, nella sua essenza, è un abbraccio con Gesù nel quale gli diciamo: “Io sono tuo e, ti prego, stai anche Tu sempre con me”».

 

Satana, le tecniche di preghiera e il Rosario

prayerScrive il filosofo-teologo Silvano Fausti: “Le tecniche di preghiera, in specie quelle orientali, rischiano di servire a trovare il proprio io invece di Dio. Il proprio benessere, pace e serenità, le proprie sensazioni e palpitazioni interiori, possono essere utili, ma non vanno confuse con la mistica. Non confondere Dio neanche con le tue vibrazioni dicendo parole magiche, quali – Ohm!- o mantra di qualunque tipo. Tutto questo ti può giovare alla salute; ti può anche aiutare, forse, a pregare, ma non sono né la salvezza né la preghiera.

La – pulsione mistica -, come quella sessuale, può consumarsi in autoerotismo spirituale, finire nella ricerca del proprio piacere invece di sfociare nell’amore gratuito verso l’Altro. Questo fa la differenza tra paradiso e inferno, relazione con Dio e chiusura nell’Io. I contemplativi del proprio io sono chiamati da Ruysbroeck – contemplativi di Satana!-.

La sete dei risultati sensibili sostituisce la sete di Dio e la fiducia riposta in essi elimina la fede in lui e nella sua parola” ( Silvano Fausti, Occasione o tentazione? Arte di discernere e decidere, Ancora, Milano 2001, pp.91-92 ).

La Sacra Congregazione per la dottrina della fede, nella sua lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della Meditazione cristiana ( cfr Osservatore Romano, ed. settimanale n.51, 21 dicembre 1989, – documento – ) spiega che la Chiesa, fin dai primi secoli, ha combattuto contro metodi sbagliati di pregare.

Due furono le deviazioni fondamentali: lo pseudo-gnosticismo che pretende dalla preghiera di ottenere una conoscenza superiore e il messalianismo che pretende di ottenere dalla preghiera la sensazione della presenza di Dio nell’anima.

Attualmente i metodi orientali cercano con la preghiera il vuoto mentale e l’annullamento dell’individuo in Dio. Ma la via cristiana dell’unione con Dio non è quella dell’annullamento.

L’uomo ha per volontà di Dio una sua individualità che tale rimane in eterno. Pertanto non è mai possibile un assorbimento dell’io umano nell’io divino, neppure nei più alti stati di grazia.

Cristo ci dona se stesso e ci rende partecipi della sua natura senza sopprimere la nostra natura creata, senza annullare il nostro io personale nel mare dell’assoluto. L’unione perfetta dell’amante e dell’amato non annulla le identità di entrambi.

  1. Agostino, che è un maestro insigne di preghiera, dice che l’uomo deve abbandonare il mondo per entrare in se stesso, ma poi deve procedere oltre se stesso per affidarsi a Dio che è in noi ma ci trascende nel suo mistero.

Certe tecniche psico-fisiche possono produrre sensazioni di quiete, di pace, di gioia, di calore, ma queste sensazioni non hanno nulla a che vedere con lo Spirito santo né con la preghiera: uno dei principali segni dell’autenticità della esperienza mistica consiste nel fatto che chi riceve un dono straordinario dello Spirito non lo cerca in nessun modo.

Alcuni esercizi psico-corporei possono favorire la preghiera ma possono anche diventare un idolo, un impedimento a quello spirito d’infanzia richiesto dal Vangelo per raggiungere Dio.

La preghiera cristiana autentica non si fonda su alcuna tecnica ma è sempre e soltanto dono di Dio ( cfr ivi n.8-28 ).

Il vertice della preghiera è affidare se stesso nelle mani di Dio per riposarsi in Dio. Il gesto simbolico medioevale delle mani giunte per pregare è il gesto dell’affidamento del vassallo nelle mani del feudatario, il quale stringe e abbraccia con le proprie mani le mani giunte di chi si affida alla sua protezione.

( Piccola nota sul Rosario )
Il Rosario, che è una pratica di preghiera nata nel medioevo e diffusa dai padri domenicani, ha le caratteristiche della preghiera completa che favorisce e la meditazione e l’affidamento.

Infatti il silenzio assoluto può distrarre più di un rumore e lo sforzo di concentrazione impedisce l’abbandono: il rosario riesce ad evitare entrambi questi problemi.

Con il rosario i pensieri e le parole scorrono come guidati all’interno di un fiume e noi riusciamo ad abbandonarci e ad essere come sospinti, cullati e sostenuti da una misteriosa corrente fatta di preghiere e misteri che diventa l’azione stessa di Dio.

I denigratori del rosario affermano che esso ricorda preghiere pagane nelle quali viene impiegata una funicella di nodi. Ma l’essere umano è per natura un essere religioso e le analoghe manifestazioni della ricerca di Dio presso i popoli più diversi e le più diverse religioni sono, invece, dimostrazione dell’esistenza di un identico e universale bisogno che si esprime attraverso fenomeni simili: l’esperienza religiosa trova naturalmente quelle che sono le modalità più indicate per favorire l’abbandono e l’intimità.

” Che esistano forme analoghe anche presso popoli primitivi è un argomento piuttosto a favore che contrario, perché denota che il modo di sentire, in ultima analisi, è uguale presso tutti gli uomini” ( F Krenzer, Compendio della fede cattolica, ed. Massimo, Milano 1976, pag 273).

Nel Rosario c’è la meditazione della vita di Cristo e le parole sempre uguali che si ripetono continuamente, affinché non sia necessario badare eccessivamente ad esse “(…) diventano, per così dire, il letto di un fiume, nel quale i pensieri si possono più facilmente raccogliere. Il silenzio assoluto, a volte, può distrarre più di un rumore lento ed uniforme. Vi sono persone che riescono a concentrarsi meglio camminando.

Naturalmente questi non badano ai singoli passi, come colui che recita il rosario non bada alle singole parole.(…) Se ci si lasciasse avvolgere completamente dal silenzio e soltanto lo spirito si sprofondasse nella meditazione, si potrebbe facilmente entrare nel mondo dei sogni. Le parole sante della preghiera sono come sponde verso le quali vanno continuamente a sbattere i nostri fugaci pensieri, per poi ritornare nuovamente al centro a ricostituire il loro flusso. A questo serve anche la corona; il conteggio delle Ave Maria avviene meccanicamente, senza badarvi. in tal modo si rimane liberi per l’essenziale. I grani grossi ci avvertono che un mistero è trascorso. Il rosario attacca, per così dire, i nostri pensieri alla – corda – o al – guinzaglio -. Se la nostra concentrazione si disperde, allora il duro grano nella mano serve da richiamo e noi ritorniamo di nuovo alla preghiera” ( F. Krenzer, ibidem, pag 272-273 ).

( piccola nota sul dogma della comunione dei santi e sull’intercessione di Maria )
Il dogma della comunione dei santi spiega che le preghiere, i sacrifici e i meriti di coloro che sono in grazia di Dio possono andare anche a beneficio degli altri che sono in tale stato di grazia: la comunione dei santi è per l’anima ciò che le trasfusioni di sangue sono per il corpo.

L’Adorazione è riservata solo a Dio, cioè solo Dio può e deve essere amato per se stesso. I santi, invece, non possono essere amati per se stessi ma solo in quanto creature di Dio che sono in amicizia con Lui e che possono pregare Dio per noi: questo atteggiamento viene definito venerazione.

Venerare significa onorare e cioè ascoltare, imitare e rispettare chi è migliore di noi e chiedere il suo aiuto. La Regina dei santi è Maria che, in quanto Madre di Gesù, per prima ha ricevuto Dio dentro di sé e per prima è stata assunta in cielo anche con il corpo. La Chiesa insegna che una specialissima venerazione è riservata a Maria la quale intercede sempre presso il Figlio per noi peccatori: per volontà di Dio, Maria intercede presso Gesù ( cfr Gv 2,3-11; cfr Lc 1,41-44 ).

Questa speciale venerazione è testimoniata dalla preghiera del Rosario dove si Prega Dio chiedendo aiuto a Maria ( cfr San. Pio X, op. cit., n. 340-341-338-368-369-370-371 ).

Maria è un dono del Signore, un segno della sua vicinanza, della sua misericordia, del suo amore, della sua continua e premurosa assistenza.

Il Santo Padre Giovanni Paolo II insegna che alla preghiera del Rosario hanno attribuito grande importanza tanti suoi predecessori ( cfr Giovanni Paolo II, Rosarium Virginis Mariae, lettera apostolica all’Episcopato, al Clero e ai fedeli sul Santo Rosario, 16 ottobre 2002, n. 2 ).

La Vergine Santa esercita attraverso questa preghiera la sua premura materna, quella premura materna alla quale il Redentore moribondo affidò, nella persona del discepolo prediletto, tutti i figli della Chiesa: – Donna, ecco il tuo figlio !- ( Gv 19,26 ) ( cfr idem, n. 7 ).

Maria Santissima è il modello della contemplazione, recitare il Santo Rosario significa contemplare Cristo con gli occhi della Madre, imparare Cristo da Maria, conformarsi a Cristo con Maria, supplicare Cristo con Maria, annunciare Cristo con Maria (cfr ibidem, capit. 1).

Il Rosario non solo non si oppone alla liturgia, ma le fa da supporto, perché la introduce e la riecheggia, consentendo di viverla con pienezza di partecipazione interiore, raccogliendone frutti nella vita quotidiana ( Cfr ibidem, n. 4 ).

Il Rosario si pone nel più limpido orizzonte di un culto alla Madre di Dio, quale il Concilio Vaticano II l’ha delineato: un culto orientato al centro cristologico della fede. Per tale motivo, se riscoperto in modo adeguato, il Rosario è un aiuto all’ecumenismo ( Cfr Ibidem, n.4 ).

Il Santo Rosario è soprattutto un aiuto efficace per ottenere la pace perché recitare il Santo Rosario significa immergersi nella contemplazione del mistero di Cristo che è la nostra vera pace: pace nel cuore, pace in famiglia, pace fra gli uomini, pace fra i popoli ( cfr ibidem, n.6 )

( Bruto Maria Bruti)

Bambini e Battesimo

L’apostolo Paolo chiama il battesimo ” la vera circoncisione di Cristo” (Col 2,11-12) e la circoncisione veniva praticata anche su bambini di pochi giorni ( Gen 17,12): poiché il carattere ( o capacità ) della vita spirituale é un dono che viene infuso dall’alto, tale dono può e deve essere dato anche quando l’uomo non sia capace di atti personali, cioé quando non capisce o perché appena nato o perché handicappato: egli la possiede così come un grande compositore possiede fin dall’infanzia il genio musicale anche se non è capace ancora né di capire la musica né di suonare.

L’anima è l’io dotato di coscienza e volontà: anche se l’io deve attendere lo sviluppo del cervello per manifestarsi, oppure deve attendere la guarigione dal difetto neurologico, poiché l’io sussiste spiritualmente, nella sua sussistenza spirituale egli riceve e comprende ugualmente e misteriosamente i doni di Dio ed è libero di accettarli o rifiutarli.
Avere il genio musicale ( cioè la capacità o ” carattere ” del musicista ) non significa, infatti, essere obbligati a diventare musicisti.

Giovanni Paolo II spiega che tutti quelli i quali dicono che la fede è solo un dono, sottintendendo che essi non l’hanno ricevuto con il battesimo, sono ad un tempo nella verità e nell’errore.

Nella verità perché la fede è effettivamente dono di Dio come dice il vangelo di Giovanni ( cf r Gv 6,65 ) e il Concilio di Trento ( cfr Denzinger n.1791).

Nell’errore perché questo dono diviene effettivo solo nella reciprocità in quanto presuppone il dono di tutta la persona attraverso l’abbandono: la fede è una relazione fra l’uomo e Dio, ma tale relazione non è da pari a pari e infatti nella comunione con Dio, l’uomo si riconosce essere creato e quindi dipendente.

Il dono della fede ricevuto nel battesimo potrebbe essere definito come una sorta di programma, di software che è stato donato ma che non può funzionare senza la chiave d’accesso, la password, che in questo caso consiste nell’abbandono fiducioso della propria persona a Dio.

( cfr André Frossard dialoga con Giovanni Paolo II, – Non abbiate paura ! -, Rusconi, Milano 1983, pag 78-79 ).

Solo quando tutto l’uomo si abbandona a Dio, Dio prende l’uomo nelle sue mani e lo sostiene: il sostegno della fede diventa effettivo solo nell’abbandono.

Questo sostegno è simile a quello che il nuotatore riceve dall’acqua quando abbandona il suo corpo ad essa: solo nel momento in cui si lascia andare a fondo, solo allora il corpo viene sostenuto e torna a galla da solo.

Dai nemici della Chiesa viene rimproverato il battesimo dei bambini come violazione della loro libertà: si dovrebbe battezzare il soggetto solo quando è in grado di scegliere.

L’obiezione non regge: infatti la libertà del bambino non si esercita mai a partire dal nulla, ma sempre partendo da una ben determinata condizione creatagli dalla famiglia dove è nato: innanzi tutto la vita stessa ( nasce senza aver avuto il diritto di scegliere la vita ), il nome, poi una certa condizione biologica, una certa ereditarietà, una certa condizione sociale, una certa educazione, lo stesso linguaggio e le verità contenute nel linguaggio, un certo ambiente, un certo territorio, una certa patria, una certa casa.

Se i genitori non dovessero insegnare nulla senza il consenso del bambino, questo potrebbe allegramente morire prima di giungere all’età della ragione: credere che sia possibile educare un figlio senza condizionarlo è un’utopia, la nostra libertà non si esercita mai a partire dal nulla ma sempre a partire da precise condizioni.

Ogni uomo inizia a camminare ed è libero di camminare ma sempre a partire da un determinato terreno , che lui non ha scelto, e su cui muoverà i suoi primi passi.

Coloro che educano un figlio all’indifferenza religiosa ( cioé sceglierai quello che ti pare, quando sarai grande ), credendo in questo modo di rispettare la sua libertà di scelta, in realtà lo condizionano a credere che tutte le scelte si equivalgono: in questo modo il bambino viene educato ad una concezione relativistica e quindi utilitaristica: vero non è ciò che è tale oggettivamente, i comandamenti di Dio che la mia ragione, guidata dalla fede, può conoscere e capire, ma vero diventa ciò che mi conviene per cui criterio di giudizio della realtà non sarà più la ragione ma il desiderio.

Ai genitori spetta il diritto e il dovere di provvedere al bene dei figli e specialmente al loro bene spirituale.

Scrive Cesare Pavese in un suo romanzo: ” La nonna a volte lo portava ( il bambino: ndr ) a messa e lo mandava al catechismo. Io le dissi ( alla mamma; ndr ) che, comunque si faccia, i bambini non sanno decidere e che mandarli o non mandarli al catechismo è già una scelta, è insegnargli qualcosa che loro non hanno voluto. – E’ religione anche non credere in niente, – le dissi.- A queste cose non si scappa.” ( Cesare Pavese, La casa in collina, Einaudi, p.82 )
Bruto Maria Bruti

Le ragazze che cercano una cella e la gioia

clausuraIncontrare Dio, la sua bellezza, nel cuore della città e allo stesso tempo nel richiamo del silenzio, nella preghiera con le sorelle. Attrazione claustrale? Fascino della vita contemplativa? L’esperienza di una vita trascorsa nel nascondimento sembra in crescita negli ultimi anni, in Italia e in Europa.

Ma anche in terra di missione. Lo dicono i numeri, lo raccontano in prima persona alcune giovani consacrate che hanno avvertito una chiamata particolare: quella di optare per un’evangelizzazione silenziosa, per una testimonianza celata, anzi quasi invisibile nel fragore delle piazze mediatiche e nei processi di accelerazione che guidano un pianeta ormai globalizzato. «Non ho mai pensato di farmi suora. Tanto meno monaca di clausura. Sono nata a Rimini e ho vissuto per 19 anni a Cattolica, perciò non mancava il modo di divertirsi», racconta suor Maria Eliana del Carmelo Sant’Anna, a Carpineto Romano, inaugurato nell’aprile 1979 nel rione San Giovanni, in un centro storico spopolato fatto di vicoli e gradini. Grazie alla comunità delle carmelitane, la chiesa di San Giovanni evangelista è stata riaperta (dopo anni di dismissione) e la vecchia canonica ristrutturata a monastero.

Qui vive la sua vocazione contemplativa suor Eliana, che annota sul sito del monastero: «La mia vita era come quella di tanti giovani: mare, discoteca, uscite con gli amici… Non pensavo al Signore. Ma Lui, nel suo amore, ha pensato a me e si è fatto presente. Come? Interiormente. Avvertivo che non era più “qualcosa” di astratto, ma Qualcuno molto vicino a me, dentro di me, che permeava e avvolgeva la mia vita e che nulla di quanto speravo o soffrivo o desideravo gli era sconosciuto. Mi sono sentita amata da Lui e questo amore mi ha toccato il cuore». Naturalmente – prosegue la carmelitana nelle pagine web – «ci sono stati anche degli avvenimenti concreti che mi hanno spinta a compiere una scelta del genere: il Signore, durante quegli anni, mi ha messo dinanzi persone e cose che certamente era Lui a “muovere”. A 15 anni un amico della parrocchia mi diede da leggere Storia di un’anima, scritto da santa Teresa di Lisieux; da qui è partita la mia “avventura”». Se è vero che Internet raggiunge diversi monasteri, e che posta elettronica piuttosto che blog o forum on line diventano luoghi di ascolto e di “raccolta” di preghiere d’intercessione, forse bisogna fare un passo indietro per riconoscere il messaggio più profondo della scelta contemplativa: ribadire il primato di Dio e la centralità della sua Parola, che dà senso alle altre e fa ritrovare alla persona il suo baricentro.

Altrimenti vivere attorno a un chiostro non ha senso, dice l’agostiniana suor Fulvia, 33 anni e un sorriso che disarma: «Il monastero è come un grande contenitore chiamato a raccogliere e a non disperdere i desideri profondi del nostro cuore e quelli dei fratelli, portandoli di fronte a Dio. La clausura è un limite scelto per una libertà più grande: vuol dire affacciarsi da un angolino di mondo per poterlo vedere tutto. Pensa a un liquido che senza contenitore si disperde… Invece gli argini lo aiutano a prendere forma». L’esempio dell’acqua è particolarmente calzante per suor Fulvia, entrata nel 2002 nel monastero agostiniano dei Santi Quattro Coronati (a pochi passi dalla Basilica Lateranense, nel cuore di Roma): nata e cresciuta a Ostia, sul mare, amante della barca a vela, si era laureata in sociologia e sognava di fare la giornalista specializzata in finanza etica ed economia solidale, con un marito e dei figli.

Voleva cambiare il mondo comunicando, ora cerca di farlo dalla grata. Angelismo masochistico o sublimazione di un attivismo vissuto nel gruppo scout? «Ho semplicemente incontrato alcuni consacrati felici di esserlo, ho visto in loro la bellezza che cercavo: non una sterilità, anzi, la consapevolezza di aver donato la loro vita li arricchiva e li trasfigurava. E ho capito che cercavo tutto questo da tempo, senza sapere dove trovarlo». Poi sono iniziate le paure, attenuate du rante l’esperienza di due mesi in monastero: «Volevo litigare con le sorelle, annoiarmi, fugare ogni parvenza di slancio o di entusiasmo superficiale. Ed è stato così: un innamoramento feriale!», scherza, gli occhi incorniciati dalla cuffia bianca e dal velo nero. Dalle sue parole emerge un altro “segreto” che la clausura invita a riscoprire: vivere insieme è possibile.

La comunione, quindi, non è una parola astratta ma una conquista faticosa. Eppure alla portata di tutti: delle coppie, dei bambini, delle comunità parrocchiali. «Penso che oggi il mistero della vita comunitaria, tra persone che non si sono scelte, rappresenti la sfida più alta – riferisce la giovane monaca -, perché dice che le relazioni non vanno sfuggite, che si può dialogare: un messaggio che stride con l’infelicità provocata dalla solitudine e dalla dispersione, dall’inafferrabile senso di vuoto… Le nuove povertà».

Nessun spiritualismo disincarnato, dunque. Perché clausura significa anche accoglienza della comunità, ricorda la 44enne suor Chiara Damiana, della provincia di Milano, clarissa al monastero Santa Lucia di Foligno, dove è entrata vent’anni fa. «Il carisma della fraternità è molto forte per noi e non è mai stato facile incarnarlo – sottolinea la monaca, dal 2000 maestra delle novizie -, ma vedo che le giovani fanno fatica ad imparare nuovamente l’abc del vivere insieme, del comunicare con l’altro. Oggi risulta molto più facile concepirsi da soli, non percepire l’altro come qualcuno che ti aiuta a conoscerti e a crescere ma come una minaccia. I media, i computer, i cellulari moltiplicano i contatti ma non aiutano ad andare in profondità, a giocarsi e coinvolgersi nelle relazioni personali». Sembrerebbe paradossale, dall’esterno, che in un luogo di silenzio e di isolamento dal mondo si vada a scuola di autentica comunicazione e di fraternità. Ma ovunque, e forse ancor di più in monastero, «per incontrare davvero il Signore non possiamo prescindere da chi abbiamo accanto, mentre prima è c ome se ognuna fosse vissuta in solitudine, in un contesto che non ci ha aiutato a crescere nella comunione».
Laura Baradacchi

 

Figli degli uomini: un film trauma

childrenofmen“Children of men”, film del regista messicano Alfonso Cuarón, con il formidabile Clive Owen e il grandissimo Michael Caine. Il film è stato pigramente inserito nella categoria “fantascienza”. Invece “Children of men”, dall’omonimo romanzo di P.D.James (edito in Italia da Mondadori), parla di un mondo senza bambini, di immigrazione e crisi della civiltà, con le sue guerre intermittenti, in un 2027 che rinvia senza scampo al 2006. Altro che fantascienza. Il film risponde a un’urgenza di parlare di temi che ci interrogano oggi con la data di domani. Nel 2027 di Cuarón nessuna donna riesce a rimanere incinta, e da ben diciotto anni. Nel mondo non si partorisce più, l’umanità piange davanti ai teleschermi la morte dell’idolatrato “uomo più giovane del mondo”, il teenager “baby Diego Ricardo”. Non ci viene detto, nel film, perché le donne hanno perso la capacità di dare la vita.

Lo spettatore, lasciato solo, immagina le possibili cause dell’infertilità: stress, epidemie, cure invasive, alimentazione iperchimica, mutazioni genetiche, cultura. Stranamente, ma forse non casualmente, quella situazione non pare così irreale. Si avverte tutta la tristezza di un mondo che si è autoconsumato. Né pare irreale il discorso di un’ostetrica che ricorda con dolore composto come tutto è cominciato, con una serie di inspiegabili aborti spontanei nell’anno 2009.

E forse l’idea di un’umanità senza bambini non sembra fantascientifica perché il discorso sul fare o non fare figli, sul come e quando farli, dubbi che si accompagnano a quelli sulla vita in sé e sui limiti della scienza, si pongono comunque, oggi, qualunque sia la posizione su fecondazione assistita, cellule staminali, clonazione terapeutica e aborto. Decidi quello che vuoi, sembra dire il film, di fermarti o di procedere lungo questa strada, purché tu ti sia posto il problema di dove stai andando. Ubris, immigrazione e kit per eutanasia

Non c’è un solo modo per parlare di quello che siamo oggi rispetto alla vita e alla sua fine presunta, alla scienza e all’etica, al mito del multiculturalismo e al mondo insicuro che, dall’11 settembre 2001, nega e rivive la paura a ogni scoppio di bomba nelle città-cuccia diventate terreno di morte. Il film di Cuarón è riuscito a parlarne in un modo che sconcerta, al di sopra della battaglia al dettaglio sui singoli temi: ricerca scientifica, sacralità della vita, immigrazione, diritti umani e guerra globale. “Children of men” si limita infatti a inventare e descrivere un mondo che soltanto per un escamotage stilistico è datato 2027, e lo fa con precisione e misura, senza morali e senza buonismi, lasciando spazio al tragico inteso in senso classico, il dolore dell’uomo di fronte alle conseguenze della sua ubris, la “tracotanza” che lo porta al superamento dei propri limiti. Non c’è Dio e non c’è la scienza, sullo schermo.

Fede e scienza restano un passo indietro rispetto a quell’umanità sola con le sue domande, disillusa al punto da non aspettarsi più niente, impegnata in guerre intermittenti per parole d’ordine confuse. Il tragico, l’indecidibile. Le domande eluse (almeno nella realtà traslata di Cuarón) tornano all’umanità con il loro carico di dolore consapevole, tanto che i cartelloni pubblicitari sparano ovunque il nome del “miracoloso” medicinale “Quietus”, kit per eutanasia fai da te: decidi tu quando e come abbandonare quel mondo di vecchi, quei gruppuscoli di resistenti a non si sa più che cosa, tanto si sono confusi nella mente umana gli obiettivi, i doveri, i diritti e i desideri, l’ideologia e l’altruismo, e tanto si è abbassata la creatività e la voglia di vivere.

Chissà se l’uomo si è chiesto dove stesse andando, a un certo punto della sua corsa verso il 2027. Certo sembra essersi appena risvegliato da un periodo di incoscienza iperattiva. Il macabro “Quietus”, legalizzato, a differenza delle droghe leggere, diventa la via più veloce per abbandonare quella Londra sventrata dalle bombe, dove nessuno capisce davvero contro chi combatte e nessuno se lo è chiesto (perché non voleva vedere nemici attorno a sé? perché era più comodo seguire il flusso?) e dove un disco sull’autobus ripete “non denunciare un immigrato è reato”. Ma non c’è spazio per ritornelli ipocriti alla “noi siamo i bianchi cattivi, viva il terzo mondo, isola felice senza consumismo”.

Vediamo i profughi incarcerati, ma anche la violenza abissale di una manifestazione di fondamentalisti, con mitra puntato al grido di “Allah u akbar”. Quando compare l’unica donna incinta, la prima dopo 18 anni, l’umanità non sa se sentirsi sollevata o minacciata, tanto che la ragazza deve scappare alla ricerca della nave “Domani”, che emerge dalla nebbia del mare. “Questo film parla delle civiltà che stiamo distruggendo ogni giorno nei valori e nella vita collettiva”, ha detto Cuarón, sottolineando che la sua, appunto, non è fantascienza ma “visione realistica del presente”. Nessuno lo vuole un presente così, e quindi ben venga, finalmente, un film che ci costringe a pensarlo.

Huan, mamma cinese. Liberata e sparita

cinese1Si era spostata in Cina e dopo due anni di matrimonio aveva partorito l’unico figlio concesso dalle leggi del Governo. Il marito all’inizio era un amore ma poi ha cominciato a bere, a giocare i soldi e a frequentare cattive compagnie. La sera quando rientrava picchiava Huan e gli chiedeva soldi. Così è avvenuto che il marito ha costretto Huan a partire affidandosi a gente che le prometteva un lavoro in Italia e quindi soldi che avrebbe potuto inviare al marito anche per il sostentamento del figlio. Giunta a Prato, le persone che l’avevano aiutata a partire ed accompagnata in Italia, l’hanno costretta in un capannone a lavorare per molte ore, a mangiare e a dormire proprio lì sullo stesso tavolo di lavoro. Distrutta e sfinita per quel lavoro, ha trovato ” benevolenza ” ancora dagli stessi sfruttatori che in alternativa gli hanno proposto un lavoro in un centro massaggio e non solo. Dopo aver accettato questo cambiamento Huan si è ritrovata a passare dallo sfruttamento lavorativo allo sfruttamento nella prostituzione . Poi fortuna volle che in un intervento delle Forze dell’Ordine ha potuto sottrarsi a questa situazione … ma dove poi sia finita, non si sa.

San Massimiliano M. Kolbe

kolbe_medaglia_miracolosaUn modello gigante di apostolo dell’Immacolata e della Medaglia miracolosa fu indubbiamente S. Massimiliano Maria Kolbe. Egli potrebbe anche essere chiamato il Santo della Medaglia miracolosa.

Basti pensare il suo grande movimento mariano a raggio mondiale, la Milizia dell’Immacolata, contrassegnato dalla Medaglia miracolosa, che tutti i suoi membri hanno l’obbligo di portare indosso come distintivo.

“La Medaglia miracolosa ‹diceva il Santo‹ e` il segno esteriore della consacrazione all’Immacolata”.

Non solo, ma la Medaglia miracolosa e` il primo mezzo di apostolato dei militi dell’Immacolata debbono diffonderla ovunque e comunque.

“La Medaglia miracolosa deve costituire un mezzo di prim’ordine nella conversione e santificazione degli altri, perche’ essa ci ricorda di pregare per chi non ricorre a Maria, non la conosce e la bestemmia”.

Il Santo diceva che le Medaglie miracolose sono come i “proiettili”, le “munizioni”, le “mine”; esse hanno un potenziale misterioso, capace di far breccia nei cuori murati, negli animi ostinati, nelle volonta` indurite e incatenate al peccato. Una medaglina puo` essere un raggio laser che brucia, penetra e risana. Puo` essere un richiamo di grazia, una presenza di grazia, una polla di grazia. In tutti i casi, per ogni persona, illimitatamente.

Per questo San Massimiliano portava sempre con se’ le medagline, le dava a chiunque poteva, le collocava dappertutto, sui banchi dei negozianti, sui treni, sulle navi, nelle sale d’aspetto.

“Bisogna distribuire la Medaglia miracolosa ovunque e` possibile ai fanciulli…, ai vecchi e, soprattutto, ai giovani, perche’ sotto la protezione di Maria abbiano la forza sufficiente per resistere alle innumerevoli tentazioni e pericoli che oggi li insidiano. Anche coloro che non entrano mai in chiesa, che hanno paura della confessione, si fanno beffe delle pratiche religiose, ridono delle verita` della fede, sono immersi nel fango dell’immoralita`…: a tutti costoro bisogna assolutamente offrire la Medaglia dell’Immacolata e sollecitarli perche’ la portino volentieri, e, contemporaneamente, pregare con fervore l’Immacolata per la loro conversione”.

Personalmente, San Massimiliano non iniziava nessuna impresa anche materiale senza affidarsi alla Medaglia miracolosa. Cosi`, quando egli si trovo` nella necessita` di procurare un terreno piu` ampio per costruire la Citta` dell’Immacolata (Niepokalanow), appena adocchiato un terreno adatto, per prima cosa vi butto` delle Medagline miracolose, poi vi porto` e colloco` una statuetta dell’Immacolata. Per un intoppo imprevisto, sembro` che la cosa naufragasse; ma quasi d’incanto, alla fine, tutto si risolse con la completa donazione del terreno a San Massimiliano.

Alla scuola di questo Santo mariano dei nostri tempi dobbiamo imparare anche noi a muoverci armati di questi “proiettili”. L’Immacolata voglia che noi contribuiamo efficacemente all’attuazione di quella che era una vivissima speranza di San Massimiliano, e cioe` che “col tempo non vi sara` un anima che non indossi la Medaglia miracolosa”

Satana, il Maligno, per i cattolici

san-micheleSatana, il Maligno, il Diavolo. Modi diversi per chiamare un’unica realtà che per i cattolici e’ ben descritta nel Catechismo della Chiesa Cattolica

2850 L’ultima domanda al Padre nostro si trova anche nella preghiera di Gesù: “Non chiedo che Tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno” ( Gv 17,15 ). Riguarda ognuno di noi personalmente; però siamo sempre “noi” a pregare, in comunione con tutta la Chiesa e per la liberazione dell’intera famiglia umana. La Preghiera del Signore ci apre continumente alle dimensioni dell’Economia della salvezza. La nostra interdipendenza nel dramma del peccato e della morte diventa solidarietà nel Corpo di Cristo, nella “comunione dei santi”.

2851 In questa richiesta, il Male non è un’astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l’angelo che si oppone a Dio. Il “diavolo” [dia-bolos”, colui che “si getta di traverso”] è colui che “vuole ostacolare” il Disegno di Dio e la sua “opera di salvezza” compiuta in Cristo.

2852 “Omicida fin dal principio”, “menzognero e padre di menzogna” ( Gv 8,44 ), “Satana, che seduce tutta la terra” ( Ap 12,9 ), è a causa sua che il peccato e la morte sono entrati nel mondo, ed è in virtù della sua sconfitta definitiva che tutta la creazione sarà liberata “dalla corruzione del peccato e della morte” [Messale Romano, Preghiera eucaristica IV].

“Sappiamo che chiunque è nato da Dio non pecca: chi è nato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca. Noi sappiamo che siamo nati da Dio, mentre tutto il mondo giace sotto il potere del Maligno” ( 1Gv 5,18-19 ): Il Signore, che ha cancellato il vostro peccato e ha perdonato le vostre colpe, è in grado di proteggervi e di custodirvi contro le insidie del diavolo che è il vostro avversario, perché il nemico, che suole generare la colpa, non vi sorprenda. Ma chi si affida a Dio, non teme il diavolo. “Se infatti Dio è dalla nostra parte, chi sarà contro di noi?” ( Rm 8,31 ) [Sant’Ambrogio, De sacramentis, 5, 30: PL 16, 454AB].

L’ultima lettera di Madre Teresa di Calcutta

madre_teresa_calcuttaQuesta mia lettera porta l’amore, la preghiera e la benedizione della Madre per ciascuna di voi, perché siate soltanto tutte di Gesù attraverso Maria.

So che la Madre lo dice spesso – “Siate soltanto tutte di Gesù attraverso Maria” -, ma ripete questo perché è tutto ciò che la Madre vuole per voi, tutto ciò che la Madre vuole da voi. Se nel vostro cuore siete soltanto tutte di Gesù attraverso Maria, e se fate ogni cosa soltanto per Gesù attraverso Maria, sarete autentiche Missionarie della Carità.

Grazie per tutti gli auguri affettuosi che mi avete mandato in occasione della festa della Congregazione. Dobbiamo essere davvero grate a Dio, specialmente per averci donato lo spirito di Maria quale spirito della nostra Congregazione. L’amorevole fiducia in Dio e il totale abbandono a Lui fecero rispondere “Sì” a Maria al messaggio dell’angelo, e la gioia la spinse ad andare in tutta fretta a servire la cugina Elisabetta. Tutto questo è così simile alla nostra vita: dire “Sì” a Gesù e andare in tutta fretta a servirLo nei più poveri tra i poveri. Rimaniamo vicine a Maria e Lei farà crescere, in ciascuna di noi, questo stesso spirito.

Si sta avvicinando il 10 settembre*. Questa è un’altra opportunità per noi, di rimanere accanto a Maria, per ascoltare il grido di Gesù: “Ho sete” e risponderci con tutto il cuore. È soltanto con Maria che possiamo udire il grido di Gesù: “Ho sete”, ed è soltanto con Maria che possiamo ringraziare degnamente Dio per aver fatto un dono così grande alla nostra Congregazione.

L’anno scorso è stato il Giubileo d’oro del giorno dell’Ispirazione, e spero che tutto l’anno sia stato un anno di ringraziamento. Non giungeremo mai ad esaurire il dono fatto alla Madre, per la Congregazione, quel giorno, perciò non dobbiamo mai smettere di rendere grazie per esso. Che la nostra gratitudine si manifesti nella determinazione di saziare la Sete di Gesù con una vita di autentica carità: amore per Gesù nella preghiera, amore per Gesù nelle consorelle, amore per Gesù nei più poveri trai poveri – niente altro.

Sono venuta pure a sapere che Gesù ci vuole fare un altro dono. Quest’anno, il Santo padre proclamerà S. Teresa del Bambin Gesù “Dottore della Chiesa”, nel centenario del suo ritorno a casa da Gesù. Vi immaginate .solo perché ha fatto piccole cose con grande amore la Chiesa la proclama Dottore della Chiesa, al pari di S. Agostino e della grande S. Teresa! Proprio come nel Vangelo quando Gesù ha detto a chi stava seduto all’ultimo posto: “Amico, vieni più avanti”. Perciò, rimaniamo molto piccole e seguiamo la via di S.Teresina, quella della fiducia, dell’amore e della gioia, in modo da portare a compimento la promessa della Madre di donare santi alla Madre Chiesa.
Madre Teresa (ultima lettera da lei scritta alle consorelle Missionarie della Carità. La lettera è datata 5 settembre 1997, poche ore prima di morire)

* Il 10 settembre 1946, durante un viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il suo ritiro annuale, madre Teresa ricevette quella che lei chiamava “l ‘ispirazione”, la sua “chiamata nella chiamata”: servire Gesù nei più poveri dei poveri.

Due scout beatificati

quattrocchiLuigi e Maria Beltrame Quattrocchi sono stati proclamati beati da Papa Giovanni Paolo II. Nella storia della Chiesa sono la prima coppia innalzata all’onore degli altari per le sue virtù coniugali e familiari.
Anche l’Agesci partecipa a quest’evento del tutto eccezionale ed ha motivo di essere onorata perché si tratta dei primi beati scout: Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, ed in modo specialissimo Luigi, furono assai legati allo Scautismo fin dagli inizi. Negli anni in cui l’ASCI muoveva i primi passi in Italia, i coniugi Beltrame Quattrocchi vollero collaborare agli sviluppi educativi del metodo scout e si impegnarono molto anche per diffonderlo e farlo crescere. Se a Luigi va riconosciuto un impegno attivo nel servizio scout, non meno rilevante fu quello “indiretto” della moglie Maria che si interessò agli sviluppi educativi del metodo scout, prendendo parte a incontri, conferenze, corsi, riunioni di famiglia, scrivendo articoli e facendo conoscere la nuova associazione. Sicuramente l’impegno educativo è stato assunto da entrambi i Beltrame Quattrocchi con grande responsabilità e soprattutto in maniera molto condivisa.
Oggi l’Agesci esprime la propria riconoscenza a Luigi e Maria per la loro esemplare testimonianza che è proseguita in modo fruttuoso attraverso il servizio di assistente ecclesiastico reso all’associazione dal figlio, don Tarcisio, noto come “don Tar – Aquila Azzurra”. In Agesci lo conoscono tutti perché per anni è stato assistente di “Scout Avventura” e soprattutto perché è l’autore del testo della canzone: Al cader della giornata. A novantacinque anni, continua il servizio scout ed è il più anziano assistente ecclesiastico e Foulard Bianco in Agesci.
Vedere uno dei propri capi elevato all’onore degli altari costituisce sicuramente un motivo di decoro e di testimonianza per tutta l’Agesci.
Maria e Luigi non hanno fatto nulla di eclatante nella loro vita, se non dedicarla completamente e totalmente al loro amore coniugale e alla loro missione di geni tori e di educatori, nutrendosi della Parola di Dio e dell’Eucarestia e traendo dal Signore la forza per affrontare in santità il quotidiano.
Le “virtù eroiche” di questi sposi e genitori si sono più volte esplicitamente manifestate nei fatti della loro vita: la difficile decisione di “lasciar fare” a Dio quando tutti consigliavano di interrompere la gravidanza a rischio che portò alla nascita della quarta figlia; la serena accettazione della scelta vocazionale dei primi tre figli; la sofferenza per la loro lontananza anche durante il conflitto mondiale.
Ma la sintesi estrema del comune spirito di questo fulgido esempio di vita matrimoniale sta nelle parole stessa di Maria: “vita terrena vissuta nel perenne pensiero, ispirato da Dio stesso, di rendere felice la persona amata” La bellezza del canto degli uccelli, di un fiore, di un tramonto, di una vetta” tutto sentito insieme, con un solo palpito, una sola vibrazione di godimento e di gioia”.
Il servizio scout di Luigi Beltrame Quattrocchi
Il servizio scout iniziò per l’avvocato Luigi in coincidenza con l’iscrizione al Riparto Roma V, appena fondato dal padre Giuseppe Gianfranceschi s.j., dei due figli maschi, Filippo e Cesare. Entrò a far parte del Consiglio Direttivo 3; ne divenne il primo Presidente e rappresentante all’Assemblea Generale del 1918, che lo nominò membro del Commi ssariato Centrale ASCI (Associazione Scautistica Cattolica Italiana), con successivi rinnovi annuali e con l’incarico specifico della “propaganda in pro”: oggi potremmo dire, “Responsabile Nazionale alla Stampa e alle Pubbliche Relazioni”.
Luigi frequentava con assiduità le riunioni settimanali del Commissariato Centrale ASCI, a fianco del primo Presidente italiano, il Conte Mario di Carpegna, dell’illustre scienziato gesuita padre Gianfranceschi (che poi, volò con Umberto Nobile sul Polo Nord), Mari o Cingolani, Mario Mazza, Cesare Ossicini, Paolo Cassinis, Salvatore Salvatori, Salvatore Parisi. Nelle discussioni e nelle decisioni portò il suo contributo con l’equilibrio, l’acume e la modestia che lo caratterizzavano, nonché la sua esperienza e testimonianza di fede assai apprezzate. Le riunioni si tenevano a Roma nel celebre punto di riferimento dei movimenti cattolici nazionali al numero 70 di via della Scrofa 5 , dove aveva occasione di incontrarsi e tessere rapporti con alcuni dei maggiori esponenti del laicato cattolico maschile del tempo, in particolare con “papà” Paolo Pericoli, allora Presidente nazionale della Gioventù Cattolica – che era della sua stessa parrocchia di San Vitale -, col conte Pietromarchi, col marchese senatore Filippo Crispolti, con l’onorevole Filippo Meda, con Egilberto Martire, oltreché con l’assistente, monsignor Pini. Spesso si faceva accompagnare da Filippo o da Cesarino, i quali attendevano in anticamera il termine delle lunghe sedute, felici di poter poi tornare a casa a piedi con il papà, impegnando il tempo in interessanti e cordiali chiacchierate con lui. Durante le riunioni di Commissariato Centrale ASCI, Filippo, che aveva la specialità di ciclista, veniva spesso incaricato di recapitare in bicicletta lettere ai dirigenti associativi residenti nel centro di Roma.
Nel 1919 Luigi Beltrame, colpito dalla situazione di abbandono dei ragazzi di strada del rione popolare della Suburra, un settore spiritualmente e moralmente depresso e abbandonato del medesimo quartiere Esquilino, insieme con un collega dell’Avvocatura erariale, il professore avvocato Gaetano Pulvirenti, amico carissimo e di pari sensibilità religiosa, fondò e diresse nei locali attigui alla basilica di Santa Pudenziana in via Urbana, un oratorio festivo che in breve si popolò di ragazzi da evangelizzare. In seguito, Luigi decise di fondare tra quei ragazzi un nuovo reparto di scouts, convinto che il metodo scout potesse essere un valido strumento per attirare alla Chiesa tanti ragazzi, sbandati e a rischio. L’idea trovò l’adesione plebiscitaria di quei ragazzi, ai quali nessuno prima d’allora si era interessato. Così nel 1919 nacque il Riparto Roma XX 7 , che Luigi diresse fino al 1923, inizialmente con sede a Santa Pudenziana, e poi nella parrocchia di San Vitale, in via Nazionale, n.194.
Luigi desiderò che i due figli, Filippo e Cesare, lasciassero l’ambiente d’élite del Roma V per quello della nuova fondazione. E loro, orgogliosi di affiancare il babbo, diventarono con lui, le colonne portanti del nuovo Riparto, fino a quando il Signore non li chiamò entrambi nella più alta missione sacerdotale. Il trasferimento al nuovo gruppo rappresentò per i due fratelli un sacrificio non piccolo, ma lo fecero volentieri. Il 12 dicembre 1921 Luigi fu nominato Consigliere Generale, incarico che mantenne ininterrottamente fino al 1927, quando l’ASCI fu soppressa dal Fascismo.
Una donna nell’Asci
La signora Maria Beltrame Quattrocchi, madre sensibilissima e straordinaria educatrice alla fede, autrice di molti libri di spiritualità e di pedagogia, fu membro attivo del Consiglio Centrale dell’Unione Femminile Cattolica Italiana e membro effetti vo del Segretariato Centrale di Studio prodigandosi per la diffusione della fede. Con sensibilità tipicamente materna si impegnò attivamente dal punto di vista educativo, affrontando alcune problematiche pedagogiche anche in testi scritti personalmente e indirizzati alle madri.
Per conoscere maggiormente la proposta educativa scout, nel 1918 Maria Beltrame Quattrocchi volle partecipare ad un “corso per corrispondenza” sui valori dello Scautismo, finalizzato ad una sua maggiore diffusione in Italia. Ottenne il relativo diploma di idoneità – con un encomio personale per aver conseguito punti non inferiori agli otto decimi 9 – firmato il 24 giugno 1919 dal conte Mario di Carpegna, fondatore dello Scautismo cattolico e primo Presidente dell’ASCI.
A conclusione di tale corso, diciassette furono i partecipanti idonei, dei quali quattro ricevettero l’encomio. È significativo constatare che Maria Beltrame Quattrocchi si distinse in un gruppo costituito sostanzialmente da uomini; infatti, insieme a lei frequentò il corso una sola altra donna. È indubbiamente strano incontrare queste due presenze femminili in un contesto associativo, quale quello della “prima” ASCI, del tutto maschile.
L’interesse espresso da Maria dovette essere assai grande sul piano pedagogico, per spingerla a muoversi in tale ambito in un clima socio culturale che non offriva spazi alla donna al di fuori dell’ambito familiare.
Inoltre, Maria cercava di stabilire una continuità educativa tra la famiglia e la proposta scout. Si interessava a tal punto dello Scautismo che seppe stabilire rapporti di amicizia con i capi scout a cui affidava i figli. Apriva la casa ai coetanei di Filippo e Cesare, gli altri esploratori che presso la sua abitazione, si incontravano e se necessario, svolgevano le riunioni scout. Tra gli educatori scout, amico di famiglia era Giulio Cenci, che rimasto orfano, si rivolgeva a Maria per molte questioni, tanto che trovò in lei una nuova mamma.
Infine, dal ricordo di don Tar, ci risulta che si scandalizzasse che qualche capo fumasse una sigaretta, perché diceva: “non è scout, non è stile”. Senz’altro, fin da subito Maria percepì la profonda spiritualità ascetica dello Scautismo.
Due genitori fiduciosi nei confronti del metodo scout
Con il marito, Maria avvertì la necessità di integrare l’educazione che poteva proporre ai figli nell’ambito familiare, aprendoli ad esperienze che oggi definiamo, di tipo “extrascolastico”. Con quest’intenzionalità iscrisse tra i lupetti i due figli maschi che frequentavano l’istituto “Massimo” dei padri gesuiti: nel 1916 Filippo (successivamente don Tarcisio) e nell’anno successivo l’altro figlio, Cesare.
La scelta di affidarli al gruppo scout compiuta dai genitori Beltrame Quattrocchi, è illustrata, attraverso le brevi ma efficaci parole scritte da Maria, quando ricordando la figura del marito scomparso, e descrivendo il comune impegno educativo nei confronti dei propri figli, sostiene: “Lo scoutismo […] ne continuava, completandola, la formazione e li preparava alla vita… . Così sintetizza la scelta di inserirli nella nascente associazione, l’ASCI: “I bambini – diventati fanciulli – esploratori… .
L’efficacia di questa precisa scelta educativa è testimoniata da quanto il figlio, don Tarcisio, afferma al riguardo: “un momento importante della nostra formazione fu certamente l’inserimento mio e di mio fratello nello scoutismo cattolico (Asci) […].
Questa attiva partecipazione alla vita extrascolastica e all’impiego del nostro tempo libero consentì ai nostri genitori di inserirsi e di seguirci nel modo più naturale ed efficace nel nostro piccolo (ma non tanto) mondo extrafamiliare e di partecipare ai nostri interessi, senza apparire in alcun modo apprensivi o ossessivi. Ciò costituì un elemento assai importante, direi fondamentale, della nostra formazione, poiché si trattò di un inserimento spontaneo, intelligente, partecipativo nei nostri interessi, inteso a guidarli e indirizzarli costantemente verso un ideale superiore che li valorizzava anche ai nostri occhi….
E lo Scautismo proposto con tale forza ai figli si incise così profondamente, che ancora oggi – alla veneranda età di 95 anni – don Tarcisio non ha ancora posato il suo fazzolettone, e la sua casa di Via A. De Pretis, n. 86 è riferimento continuo per molti scout romani e non solo.
Va precisato che la scelta dei coniugi Beltrame Quattrocchi di inserire i propri figli nel gruppo scout certamente non fu casuale, quanto piuttosto ben motivata e continuamente sostenuta. Ed assume ancor più importanza se contestualizzata nel momento storico che stavano vivendo.
Va rilevato, infatti, che l’esperienza scout avviata nel 1907, si andava progressivamente diffondendo a livello mondiale, e nel secondo decennio del Novecento, lo Scautismo si stava affacciando nel mondo cattolico italiano, senza trovarvi un terreno favorevole. Infatti, a partire dal 1913 la rivista dei Gesuiti, “La Civiltà Cattolica”, più volte affrontò la questione del metodo scout, prendendo le distanze da esso. Altri articoli pubblicati sulla stampa cattolica del tempo talora rilevarono una serie di ambiguità sul piano educativo, sollevando una serie di interrogativi sulla sua efficacia. Invitando alla prudenza rispetto ai possibili pericoli, si arrivò a toni piuttosto polemici che finirono per sviluppare un atteggiamento di prevenzione e per frenare sostanzialmente la diffusione delle prime esperienze di Scautismo in Italia, considerato carente soprattutto dal punto di vista dell’educazione religiosa.
Eppure, Maria e Luigi, molto attenti all’educazione dei figli e scrupolosi com’erano, non si lasciarono influenzare da questi pregiudizi. Per verificare se erano corrette le accuse di naturalismo rivolte allo Scautismo, Maria “fece subito arrivare dall’Inghilterra il libro del fondatore dello Scautismo, sir Robert Baden-Powell, per assicurarsi che non presentasse problemi dal punto di vista religioso, data l’origine anglicana… . Conoscitori dell’inglese, lei e il marito poterono leggere direttamente in lingua originale, conoscendo così più da vicino la proposta scout. Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi si fidarono del gesuita padre Giuseppe Gianfranceschi, nominato – come segno dell’approvazione pontificia dell’associazione appena costituita – Vice Commissario Ecclesiale dell’ASCI dal Segretario di Stato. Personalmente, poi, questo padre gesuita fu “immediatamente conquistato dallo scautismo, che difese con energia e coraggio contro critiche interne e esterne al mondo cattolico”.
Pertanto, alla luce di questo clima sostanzialmente contrario allo Scautismo, si comprende quale fosse la fiducia nei confronti di tale metodo educativo espressa dai coniugi Beltrame Quattrocchi nel momento in cui avviarono i due figli al percorso formativo scout.
Intuirono l’importanza pedagogica, convincendosi della bontà dei suoi principi educativi e vi aderirono subito con appassionato entusiasmo. Presero contatto con l’Associazione Scautistica Cattolica Italiana (ASCI), costituitasi in quegli stessi mesi, si interessarono in modo attivo per conoscere il movimento scout e parteciparono insieme alle prime riunioni programmatiche e divulgative, impegnandosi per diffonderlo a Roma.
La profonda sintonia e la reciproca intesa anche in questioni educative può costituire una testimonianza esemplare di coeducazione vissuta nella quotidianità ed intuita con largo anticipo rispetto ai nostri giorni.
Paola Dal Toso
Incaricata nazionale al Centro Documentazione Agesci

Rifiutarono l’aborto e sono nata io

coniugi-beatificati«Onora il padre e la madre». Non c’è comandamento che i fratelli Beltrame Quattrocchi conoscano meglio. L’affetto, la riconoscenza e il rispetto che ogni genitore dovrebbe meritarsi, sono stati da loro elargiti in dosi massicce. E oggi, che papà Luigi e mamma Maria sono ufficialmente incamminati verso la gloria degli altari, i loro tre figli ancora viventi (don Tarcisio, padre Paolino ed Enrichetta) avvertono il peso di una responsabilità che pochissimi prima di loro hanno sperimentato: assistere alla beatificazione dei propri genitori. «Provo solo vergogna di fronte a loro», osserva padre Paolino, 92 anni. «Davanti al loro esempio straordinario di fedeltà al Vangelo avverto tutta la mia inadeguatezza. Ho nel cuore un intreccio di emozioni e di sensazioni così profonde che non provo neppure a manifestare». Colpiti, emozionati, felicissimi anche monsignor Tarcisio, 95 anni, e la sorella Enrichetta, 87 anni: «Avvertiamo un profondissimo senso di riconoscenza verso il Signore e, di conseguenza, la grave responsabilità per corrispondere adeguatamente a un dono così grande della sua Grazia. I nostri genitori ci hanno lasciato un’eredità spirituale preziosa ma, sotto un certo aspetto, pesante. A chi molto ha ricevuto, molto sarà richiesto».
In questo senso va compresa anche la vocazione che, secondo varie modalità, ha portato tutti i fratelli Beltrame Quattrocchi verso la vita religiosa: sacerdoti don Tarcisio e padre Paolino, suora benedettina di clausura la terzogenita, madre Maria Cecilia (al secolo Stefania) morta nel 1993. E consacrata, seppure in forma privata, anche Enrichetta. Sembrerebbe una contraddizione il fatto che i quattro figli di una coppia avviata alla beatificazione per le virtù manifestate nel matrimonio, abbiano invece scelto di diventare preti e suore. «No, la mia consacrazione sacerdotale – osserva don Tarcisio – mi ha dato la possibilità di valorizzare la memoria e gli esempi dei miei genitori assai più di quanto avrei potuto fare se avessi abbracciato anch’io lo stato matrimoniale». Anche padre Paolino non coglie nella propria scelta di vita e in quella dei fratelli nessun elemento di sorpresa o di incoerenza: «Tutto fa meraviglia nelle opere di Dio. Il mistero della vocazione non può sfuggire a questo sentimento di stupore. Dio ci ha chiamati alla vita consacrata. Qualsiasi altra risposta da parte nostra non sarebbe stata adeguata al disegno che il Padre aveva per noi. D’altro canto – osserva ancora padre Paolino – a dimostrazione che la vita religiosa fosse proprio la nostra strada, c’era l’incoraggiamento generoso dei nostri genitori».
Prima di rispondere alla chiamata di Dio, i fratelli Beltrame Quattrocchi hanno potuto comunque sperimentare sufficientemente a lungo la quotidianità di una famiglia intessuta di piccoli problemi ordinari, di concretezza, ma soprattutto di affetti. Una dimensione di normalità in cui però, ricordano i tre fratelli, non veniva mai meno il senso del soprannaturale. «L’aspetto caratterizzante della nostra vita familiare – ricorda monsignor Tarcisio – era il clima di normalità che i nostri genitori avevano suscitato nell’abituale ricerca dei valori trascendenti. Era un atteggiamento sollecitato con la massima semplicità». Padre Paolino sottolinea però che questa attenzione ai principi di fondo non intaccava il clima di serenità. «Ho un ricordo rumorosamente lieto della nostra casa. L’atmosfera era gioiosa, priva di bigottismo o di musoneria». Enrichetta, a sua volta, mette in luce l’intenso rapporto di affetto e di comprensione esistente tra i genitori. «E’ ovvio pensare che possano essersi verificate talvolta delle divergenze di opinione o di apprezzamento, ma noi figli non abbiano mai avuto modo di constatarle. Gli eventuali problemi li risolvevano tra di loro, con il dialogo, in modo che una volta concordata la soluzione, il clima rimanesse sempre sereno e armonioso».
Enrichetta è la “protagonista involontaria” di uno degli episodi forse più forti ed esemplari della vita di Luigi e di Maria Beltrame Quattrocchi. La gravidanza che poi portò alla sua nascita fu infatti contrassegnata da sintomi così preoccupanti da mettere a repentaglio la vita della mamma. Tanto che un noto ginecologo romano consigliò senza mezzi termini l’interruzione di gravidanza «se – come disse – si vuole tentare di salvare almeno la madre». Ipotesi che Luigi e Maria, senza un attimo di incertezza, rifiutarono decisamente. «A quel tempo – fa notare Enrichetta – le possibilità di sopravvivenza con una patologia di “placenta previa totale”, cioè quella riscontrata a nostra madre, erano del 5 per cento. Fu un vero eroismo cristiano il loro. Lei rischiava seriamente la morte. Lui di rimanere vedovo con tre figli dai 3 agli 8 anni». Sul clima di quei mesi in casa Beltrame Quattrocchi ha scritto pagine stupende, nel suo memoriale inedito, suor Maria Cecilia: «Ricordo una mattina nella chiesa romana del Nome di Maria, papà con noi tre (Cecilia, Tarcisio e Paolino) fuori dal confessionale. Rimase a lungo a parlare con il sacerdote. Forse riferiva qualcosa sulle condizioni della madre. A un tratto appoggio la mano allo stipite e sulla mano la fronte….piangeva. Noi zitti, tristi, spaventati, pregavamo da bambini…Il Signore sorrideva al nostro muto dolore».
Luciano Moia

Reiki, energia vitale o semplicemente newage senza fede

reiki2Rei-Ki Metodo di guarigione ? Pratica psico-fisica? Movimento esoterico- occultistico? O che cosa? Il Rei-Ki viene presentato come una via per giovare a se stessi e agli altri basata su concetti di amore, umiltà e servizio, ma in realtà è una disciplina segreta nei simboli e nei principi che viene anche associata a terapie new – age, che non possono vantare alcuna validità provata, poiché non hanno nessun fondamento scientifico e sfuggono alla sperimentazione controllata (cristalloterapia; astrologia terapeutica; aromaterapia; cromoterapia; floriterapia di Bach, californiana, orchidee; risveglio della coscienza interiore; regressione; neolinguistica; danzoenergia; energia vibrazionale o musicoterapia).

Purtroppo anche nelle nostra città già da alcuni anni corsi di questa pratica vengono organizzati da qualche palestra o centro esoterico accanto a corsi di yoga per adulti e bambini, arti marziali e discipline ‘dolci’ o olistiche che hanno la pretesa di ricostituire l’armonia mente-corpo-spirito. D’altronde, con ogni mezzo – numerosi anche i siti internet dedicati – si sta cercando di diffondere questo presunto ‘metodo di guarigione’ che si vanta di attivare, attraverso una vera e propria iniziazione, presunti canali di energia o chakra (ovviamente non sperimentabili). La finalità sarebbe quella di mettere l’energia vitale personale (ki) in sintonia con quella universale (rei) e acquisire poteri di autoguarigione e guarigione su altri, anche a distanza, poteri di modificare situazioni (un’interrogazione, un colloquio di lavoro, un rapporto sentimentale) e incidere sugli oggetti e sul mondo.

Il Rei-Ki è dunque una tecnica esoterico-occultistica mediante la quale si presume di poter ottenere conoscenze e poteri che eleverebbero il soggetto che lo pratica ad un livello superiore agli altri e ad un grado sempre maggiore di purificazione o meglio di benessere. L’apertura dei chakra e la relativa acquisizione di poteri appartiene al tantrismo, l’occultismo orientale penetrato nelle religioni tradizionali ( buddismo, induismo, ecc.) e che è stato insegnato nelle palestre occidentali con lo yoga fin dagli anni ’60.

Il Rei-Ki, di cui esistono due organizzazioni (A.I.R.A. o American International Rei-Ki Association e The Rei-Ki Alliance), vanta anche dei riconoscimenti ufficiali in Italia: la Regione Lombardia, infatti, avrebbe riconosciuto con provvedimento legislativo l’associazione R.A.U. (Reiki Amore Universale), l’Albo Rei-Ki e il Metodo Rei-Ki. Questo per alcuni potrebbe suonare come una garanzia, ma altri sono i criteri su cui può basarsi una corretta valutazione di una disciplina che opera a livello fisico, mentale e spirituale: inquadramento storico-culturale della stessa e del fondatore, metodo scientifico, Sacra Scrittura ed insegnamenti del Magistero della Chiesa.

Dunque anche se – come dicono- lo praticassero dei preti e delle suore, ciò non basterebbe a convalidarne la dottrina in senso cristiano. Il fondatore, Mikao Usui, viene definito ora “insegnante di una piccola università cristiana di Kioto” (G. Zanella , Reiki, il vortice della vita, Atlantide Ed., p.19), ora addirittura “monaco cristiano giapponese, rettore di una piccola Università Cristiana di Kioto” laureatosi in teologia e scritture cristiane antiche allo scopo di scoprire il metodo di guarigione usato da Gesù , ma non essendovi riuscito avrebbe poi rivolto invano la sua ricerca ai testi cinesi e infine con successo ai testi sanscriti; avrebbe così riscoperto gli antichissimi simboli sanscriti per ottenere la guarigione (G.Tarozzi, Reiki, energia e guarigione, Amrita,p.15).

Da tali vaghe e discordanti notizie emerge comunque che, nonostante gli studi ‘cristiani’, Usui molto poco cristianamente considerasse Gesù solo alla stregua di un guaritore in possesso di conoscenze segrete e non il Signore dell’universo. Tanto che si ritirò in un monastero zen presso il quale poi fu sepolto. Incoerenze, interrogativi e problemi La disciplina si articola in tre livelli: 1° Autoguarigione (il corpo); 2° Guarigione di altri e trattamento di oggetti e situazioni (mente); 3° Corso per il raggiungimento del grado di master, colui che organizza anche i corsi (coscienza). Il quadro filosofico-religioso di riferimento è quello dello gnosticismo orientale e del panteismo olistico (Dio e l’universo sono tutt’uno): “L’ essere umano e Dio sono uno. Sono unità. Lo stesso discorso vale per il minerale, il vegetale o l’animale. Dio è pura energia. Egli ha creato il visibile e l’invisibile e si trova in ogni particella vibrante”(Zanella, op. cit., p. 76).

Una tale affermazione è assolutamente incompatibile con la visione cristiana, secondo cui Dio è Dio e il creato è ben distinto da Lui. Nelle cerimonie di iniziazione vengono usati dei simboli segreti. Dice Tarozzi (op. cit., p.69-72) che per “un principio generale dell’esoterismo e dell’ermetismo” essi “non devono mai essere rappresentati graficamente o pronunciati a vanvera”, poiché “l’essenza di tali simboli è sacra”. Riporta però la traduzione di alcuni di essi: 1) “Comando all’energia vitale universale”;2)”Io ho la chiave; 3)Il Buddha che è in me entra in contatto con il Buddha che è in te”. Si tratta perciò di autentici e chiari riferimenti all’acquisizione di poteri. Nei manuali di Rei-Ki si afferma che l’energia è buona, positiva e non può danneggiare nessuno. Perché allora si raccomanda prudenza nel permettere l’ accesso al secondo livello in quanto se una persona “non ha un autentico desiderio di progredire, potrebbe provocarsi inutili problemi” (Swami Samarpan Niket, in Udgatri-Masseglia, Reiki, p.87)?

Perché si afferma che i processi di guarigione messi in moto nel terzo livello, essendo estremamente potenti, vanno accompagnati da chi li ha già attraversati e che “questo discorso non riguarda solo il Reiki: molte tecniche yoga, quali quelle del Pranayama o del Tantra, possono provocare gravi disturbi e perfino la pazzia, se non sono accompagnate da un tirocinio fisico ed alimentare ben preciso per preparare il corpo a riceverle” (Tarozzi, op. cit., Amrita, p.32)? E poi, prima si afferma che l’energia, che è naturale, sa come muoversi ed è per tutti e dopo invece si sostiene la necessità di maestri molto esperti che diano parere favorevole o no al passaggio di livello? La grande importanza attribuita al maestro non può produrre facilmente dipendenza? Se l’energia è naturale, che bisogno c’è di simboli segreti? E perché il costo dei corsi è tanto elevato da non essere alla portata di tutti? I corsi poi sono molti, non solo relativi ai vari livelli, ma anche in rapporto alle terapie con cui si combinano. Si parla anche di onorare e di ringraziare il Rei-Ki.

Ma chi è il Rei-Ki? Si dice che arrivati al trattamento karmico “il Rei-Ki diventa sempre meno uno strumento terapeutico e sempre più uno dei tanti modi per entrare in sintonia con la Realtà”(Tarozzi, op. cit.,p79): chi è la Realtà? Secondo le dichiarazioni dei maestri, l’apertura dei canali del reiki sarebbe definitiva, “eterna” cioè dall’iniziazione non si potrebbe tornare indietro. In realtà si sono riscontrate liberazioni da tali poteri mediante la preghiera di intercessione e il cammino spirituale cristiano. La doppia appartenenza non è possibile: l’essere reikista comporta un credo non cristiano. L’iniziazione a Maestro di Reiki (Terzo livello) è il “momento in cui si sancisce la propria intenzione di accettare tutte le esperienze proposte dalla Realtà”.per “essere fino in fondo strumenti e canali dell’energia universale” (Tarozzi, op. cit.,p.31).

Viene da chiedersi: la propria volontà personale a chi si consegna? La Realtà ha una sua volontà se ‘propone’ delle esperienze? Zanella (op.cit., p.13) fornisce una reinterpretazione esoterica della Trinità in cui il Padre=Energia, il Figlio=Materia, lo Spirito Santo=conoscenza. La croce, inoltre, “simboleggia la sofferenza che l’uomo, in questi duemila anni, ha patito. Essa tra poco finirà di rappresentare un’ epoca. Infatti, attraverso la conoscenza di sé, l’uomo raggiunge l’unità, quella stessa unità perduta nel momento in cui si è immesso nella materia imperfetta”.

Ora tale concezione è tipica della New Age e della gnosi, secondo cui l’uomo si salva da sé mediante la conoscenza e non ha bisogno di nessun salvatore. Si afferma che il ki (=energia) corrisponde alla ‘Luce’ o ‘Spirito Santo’ dei cristiani (cfr. B.J.Baginski-S.Sharamon, Reiki,l’energia vitale universale, p.20); in realtà la concezione energetica è piuttosto simile a quella per niente cristiana di Simon mago, che – come leggiamo in Atti 8,9-24 – “vedendo che lo Spirito veniva conferito con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro dicendo: <<Date anche a me questo potere perché a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo>>. Ma Pietro gli rispose: <<Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio”.

Pertanto il Rei-Ki non si può assimilare né all’imposizione delle mani sacramentale (come quella del sacerdote che consacra l’ostia o del vescovo che conferisce la Cresima), né alla preghiera con l’imposizione delle mani, che è semplicemente una preghiera di intercessione. Qui infatti le mani non devono necessariamente toccare il corpo in punti determinati, anzi possono anche non essere imposte, poiché ciò che conta è la preghiera, la fede, l’ amore, l’abbandono a Dio, che è l’unico ‘Signore’ della situazione che, conceda o no la guarigione, agisce sempre per il vero bene. Inoltre nei sacramenti non sono mai usati simboli o formule segrete, come avviene in ambito esoterico, ma solo la Parola di Dio, che tutti possono ascoltare e conoscere.

Concludendo, non si può sostenere né praticare la doppia appartenenza, poiché il rei-ki si fonda su una visione della divinità, dell’uomo e dell’ universo molto distanti da quelle cristiane e cattoliche. Bibliografia critica: M. Roventi Beccari, Rei-ki, energia che guarisce, in “Religioni e sette nel mondo”, giugno 1996; “Presenza cristiana”, Dossier Movimenti Religiosi Alternativi, n.20 (A. Bertani, Che cos’è il Reiki?), n.25 ( W. Versini, Metodologie di approccio a pratiche terapeutiche alternative: il Reiki), n. 27 (A.Contri, L’impatto religioso delle terapie orientali, in particolare del Reiki).

Cristeros quell’eccidio dimenticato

banderamovcristero1La guerra di tre anni che sconvolse il Messico vide schierati in massa i «peones» cattolici contro il generale Calles,che aveva espropriato la Chiesa dei suoi beni. Il loro nome deriva dal culto del Sacro Cuore. Una seconda rivolta in tono minore scoppiò negli anni ’30 a causa degli accordi sottoscritti dal governo con la Santa Sede ma mai rispettati. Incerti i dati sugli uccisi, almeno 70mila le vittime.

La sommossa popolare scoppiò per reagire alla chiusura degli istituti religiosi da parte del governo rivoluzionario salito al potere nel 1924.
È una vecchia questione, alla quale bisognerebbe cominciar a porre sistematicamente fine. I cattolici non conoscono la propria storia: il che li espone non solo a continui fraintendimenti, ma – come ha ampiamente dimostrato la tragicommedia del successo dei romanzi di Dan Brown – li obbliga a restare al rimorchio delle manipolazioni culturali altrui. Un solo esempio: la vicenda della cosiddetta “guerra cristera”, che sconvolse il Messico fra 1926 e 1929, di cui proprio il 30 luglio ricorre il settantesimo anniversario dell’inizio.

Cristeros, o cristosreyes, furono ironicamente battezzati dai loro nemici i popolani e i contadini messicani che 70 anni fa ebbero il coraggio d’insorgere, contro un potere empio e oppressivo che umiliava le loro tradizioni e offendeva la loro fede. Il nome deriva dalla variabile messicana del culto del Sacro Cuore, avviato nella Francia del 1793 dai partigiani cattolici di Bretagna e Vandea, e al quale il mondo cattolico aveva dedicato il ritorno alla pace, nel 1918: com’è testimoniato dalla basilica parigina dedicata appunto al Sacré Coeur.

Nel 1925, con l’enciclica Quas primas, Pio XI aveva istituito la festa del Cristo Re. Ma la regalità del Cristo era una dimensione in realtà amata e adorata fin dal medioevo: e ciò specialmente in Spagna e nei paesi del suo ex impero coloniale. Se ne ricordarono appunto i fedeli messicani, stanchi delle umiliazioni e delle sopraffazioni alle quali li sottometteva un ceto dirigente fatto di proprietari terrieri, speculatori e intellettuali profondamente guadagnati alla causa dell’anticlericalesimo d’origine giacobina e massonica. Si trattava di quei medesimi ceti che ch’erano stati l’anima della liberazione dell’America latina dalla soggezione alla corona spagnola: e il laicismo massonico era stata l’anima spirituale e culturale di quella rivolta.

Dopo la lunga crisi postcoloniale, il tentativo d’un neoimpero asburgico sostenuto da Napoleone III terminato nel 1867 con l’assassinio di Massimiliano d’Asburgo, la reforma liberale, il lungo trentennio di dittatura di Porfirio Diaz e i complessi avvenimenti rivoluzionari dei quali noi a malapena ricordiamo i nomi di Villa e di Zapata, era asceso alla presidenza del paese nel 1924 il generale Plutarco Elías Calles, capo del partito “rivoluzionario istituzionale” e fautore di una politica statalista e progressista che in un primo momento lo mise in urto con le banche americane e inglesi che dominavano la politica nazionale e sfruttavano le risorse del paese. Ma si trattava di nemici troppo potenti, con i quali Calles dovette presto venire a patti.

Era necessario un diversivo demagogico, in grado di distogliere le attenzioni del popolo deluso per il fatto che i grandi programmi di riforma agraria e di nazionalizzazione delle risorse, sbandierati sulla carta, si erano risolti in una bolla di sapone e i ceti privilegiati erano tali più di prima. Calles individuò un comodo capro espiatorio nella Chiesa cattolica, accusata di detenere grandi proprietà agrarie (ma si guardò bene dal ricordare che i proventi di esse erano largamente usati a scopo sociale) e di plagiare i giovani con le sue scuole. Il Calles ordinò pertanto la nazionalizzazione dei beni della Chiesa e la chiusura degli istituti cattolici d’istruzione.

-La repressione non si arrestò lì: gli ordini religiosi vennero sciolti, le organizzazioni cattoliche dichiarate fuorilegge, ai preti fu proibito d’indossare l’abito talare, si proibirono pellegrinaggi e processioni. Solo la Francia giacobina era giunta a tanto: neppure la Rivoluzione bolscevica – passati i primi, più duri tempi – aveva osato ricorrere a una repressione antireligiosa così radicale.

La risposta cattolica fu d’una decisione e d’un coraggio esemplari. Prima che la nuova disciplina antiecclesiale entrasse in vigore, venne fondata una Lega nazionale di difesa della libertà religiosa, mentre l’episcopato messicano, d’intesa con la Santa sede, in considerazione dell’inaudita situazione decretò la sospensione immediata e totale di ogni forma d’esercizio pubblico di culto. Ma i peones delle campagne non accettarono quella che parve loro una vile rinunzia alla difesa: e insorsero in armi, sprovvisti del consenso sia dell’episcopato, sia del Vaticano.

Molti furono i martiri, il più noto è il sacerdote gesuita Miguel Agustín Pro, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988. La guerriglia dei cristeros, cominciata nell’agosto del 1926, proseguì con l’appoggio quasi corale del popolo messicano, contro le truppe federali e le feroci milizie reclutate dagli agrari e dette perciò agraristas.

La resistenza fu dura specie nella parte centromeridionale del Messico. L’arrivo a capo degli insorti di un giovane ma esperto generale, Enrique Gorostieta Velarde, conferì alle raccogliticce milizie cristere la configurazione militare e la disciplina necessarie: si organizzarono corpi di cavalleria e d’artiglieria che dettero filo da torcere all’esercito federale. Combatteva anche una brigata femminile intitolata a Giovanna d’Arco. Vittoriosi anche in grandi scontri sul campo, i cristeros erano sul punto di veder incoronata dal pieno successo l’insurrezione quando il governo, entrato in contatto diplomatico con le gerarchie cattoliche e con la Santa sede, propose di venire a patti.

Furono pertanto frettolosamente sottoscritti degli Arreglos che peraltro non vennero mai pienamente rispettati da parte governativa. La persecuzione e il “regolamento di conti” contro gli insorti riprese e venne condotta avanti a livello endemico. Ciò causò fra ’34 e ’38 una ripresa in tono minore dell’insurrezione, la Segunda, cui rispose un ulteriore giro di vite. La “questione cristera” non è mai stata davvero risolta: ha lasciato una lunga scia di sangue e di vendette. Si calcola che, solo nella sua fase “calda”, sia costata al Messico dalle 70mila alle 85mila vittime.

Queste ferite sono ancora più aperte di quanto non si creda. Anticlericalismo di Stato e appoggio alle sètte protestanti impegnate a corro dere il tessuto popolare cattolico delle campagne messicane sono ancora all’opera. La “strategia della mano tesa” non può dimenticare questo aspetto della questione, in un momento nel quale in tutto il continente latinoamericano l’anticattolicesimo conosce una fase di recrudescenza, sia pur per motivi forse strumentalmente politici.
Franco Cardini – Avvenire

Unioni civili quella legge non s’ha da fare

registro-unioni-civiliCapita sempre più spesso di incontrare persone, anche fra i cattolici, disorientate di fronte ai cosiddetti “matrimoni civili” fra omosessuali.
Ci viene in aiuto la Congregazione per la Dottrina della Fede che in un documento del giugno 2003 riassume gli argomenti razionali che si oppongono al riconoscimento delle unioni gay.
Il testo è stato rilanciato sulle prime pagine dei principali giornali ad eccezione di un quotidiano cattolico che ha dato scarso rilievo alla notizia.
Non di rado, i mass media hanno giudicato il testo dell’ex SantUffizio offensivo per le persone omosessuali.

La realtà è ovviamente ben diversa: la Congregazione sottolinea la dimensione negativa pubblica e privata del fenomeno ma anche il dramma che soggettivamente vivono le persone con questo problema.
Il documento si rivolge a tre categorie di persone
a. Ai vescovi, chiamati ad attingere al documento per poi emanare messaggi rivolti alle proprie diocesi. Un segnale sulla necessità che la Chiesa locale eviti silenzi colpevoli e ingiustificati.

b. Ai politici cattolici, cui si offrono linee di condotta coerenti. Un segnale sulla necessità di evitare tradimenti da parte dei parlamentari cristiani.

c. A tutti gli uomini impegnati nella promozione del bene comune, anche non credenti, poiché la materia in questione riguarda la legge morale naturale.

Un segnale sulla necessità di recuperare la dottrina della legge ingiusta, sfuggendo a una lettura confessionale che impedirebbe alla Chiesa di illuminare le scelte dello Stato laico.

Natura e caratteristiche essenziali del matrimonio
Il matrimonio non e’ una qualsiasi unione tra persone. Nessuna ideologia può cancellare la certezza per cui esiste matrimonio soltanto fra due persone di sesso diverso. Questa realtà viene prima ancora del sacramento istituito da Cristo: c’è una verità naturale sul matrimonio – complementarietà dei sessi e fecondità – che la Rivelazione ha confermato e arricchito. Non c’è alcuna analogia neppure remota, fra le unioni omosessuali e il disegno di Dio su matrimonio e famiglia. Non solo: mentre il matrimonio e’ santo, le unioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale, poiché non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale e precludono il dono della vita. In nessun modo queste unioni possono essere approvate (CC. n. 2357). La Sacra Scrittura, molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli e tutta la Tradizione cattolica esprimono da sempre questo giudizio che non ammette eccezioni.

Ciò non significa che tutti coloro che vivono di questa condizione ne siano personalmente responsabili, ma resta fermo che gli atti di omosessualità sono un male intrinseco, “peccati gravemente contrari alla castità”. Le persone che vivono questa condizione non debbono perciò abbandonarsi alla disperazione, o sentirsi odiati dalla Chiesa, che ha il dovere di amarli innanzitutto attraverso la prima carità, che è la verità del Vangelo.

“Uomini e donne con tendenze omosessuali – scrive la Congregazione in un documento del 1986 – dovranno essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza” evitando “ogni marchio di discriminazione”.

Condotte dello Stato & Indicazioni per i politici cattolici

Di fronte al fenomeno delle convivenze omosessuali, le autorità civili possono:

a. limitarsi a tollerare il fenomeno.

La tolleranza del male e profondamente diversa dall’approvazione o dalla legalizzazione del male: non tutto ciò che è immorale è anche da vietare per legge. Ma, in questo caso, non bisognerà smettere di affermare il carattere immorale di questo tipo di unione, richiamando lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno, evitando di trasmettere ai giovani una erronea concezione della sessualità. L’idea secondo cui “tutte le scelte private in campo sessuale sono da rispettare” non è cattolica, ma nemmeno veramente umana.

b. promuovere il riconoscimento legale di tali unioni con il pretesto di evitare discriminazioni rispetto a certi diritti (esempi di questo tipo sono i cosiddetti Pacs, “patti civili di solidarietà”);

c. favorire l’equivalenza legale delle unioni gay al matrimonio.

in questi due casi “è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva”, astenendosi “da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste”. Si ricorra all’ obiezione dì coscienza. Questo dovere vale per tutti i fedeli, ma per i politici in modo particolare. Ad essi è richiesto di esprimere pubblicamente e chiaramente il proprio disaccordo, e di opporre un voto contrario.

Luoghi comuni e obiezioni ragionevoli

La Congregazione offre una serie di buoni argomenti che costituiscono altrettante risposte ai luoghi comuni che circolano nella nostra società:

1. Si tratta dì una faccenda privata che riguarda la libertà dei singoli: se due uomini o a donne vogliono “sposarsi”, chi siamo noi per proibirlo?

Se la legge civile contraddice la retta ragione, non è più una vera legge.

Questo è proprio il caso di una norma che attribuisca all’unione fra persone dello stesso sesso le medesime garanzie giuridiche di un matrimonio. Se tutto è matrimonio, il matrimonio non esiste più.

2. Una legge sulle unioni omosessuali non obbliga nessuno e rende legale una realtà che esiste nei fatti.

C’è una differenza fondamentale tra il comportamento omosessuale come fatto privato, e lo stesso fenomeno elevato a relazione approvata dalla società e dalla legge. Le leggi civili, infatti, promuovono a mentalità e il costume di un popolo, poiché sono “principi strutturanti della vita dell’uomo nella società”. Una legge simile modificherebbe nelle nuove generazioni la comprensione dei comportamenti giusti e sbagliati.

3. Se due si amano, che cosa importa se sono dello stesso sesso? L’importante e volersi bene.

La realtà non può essere piegata dalla volontà dell’uomo: nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti gli elementi biologici e logici del matrimonio e della famiglia. Manca del tutto la dimensione coniugale, che è la forma umana delle relazioni sessuali, e la possibilità di generare figli, ancorché di educarli in un contesto di bipolarilà sessuale.

4. Chi si vuole sposare “alla vecchia maniera” può continuare a farlo, c’è posto per tutti.

Se il matrimonio tra persone di sesso diverso fosse considerato solo uno dei matrimoni possibili, il concetto stesso di matrimonio sarebbe stravolto, e lo Stato verrebbe meno al dovere di tutelare quelle unioni che rivestono un interesse pubblico in quanto depositarie della generazione e dell’educazione dei figli.

5. Senza un riconoscimento legale. gli omosessuali vengono ingiustamente discriminati.

L’unione fra gay non è un matrimonio. Quindi, rifiutare alle persone che la praticano i diritti tipici degli sposi non è un’ingiustizia, ma anzi e proprio un dovere imposto dalla giustizia. Inoltre, gli omosessuali sono comunque titolari dei diritti fondamentali che spettano a ogni uomo in quarto tale. Se venissero tutelati in quanto omosessuali, ciò rappresenterebbe una ingiustificabile discriminazione verso tutte le altre persone.

Testo adattato da un articolo di Mario Palmaro sul Timone (2003)

 

Blbliografia

Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2357-2359-2396.

Congregazione per la Dottrina della Fede, “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali”, 3 giugno 2003.

Congregazione per la Dottrina della Fede, “Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali”, 1 ottobre 1986.

Congregazione per la Dottrina della Fede, “Dichiarazione Persona humana”, 29 dicembre 1975, Giovanni Paolo II, “Evangelium vitae”, n. 71,72, 73, 90.

Il Timone, n. 25, p. 43-45.

Joseph Nicolosi, “Omosessualità maschile: un nuovo approccio”, SugarCoEdizioni, Milano 2003.

Padre Gasparino, maestro di preghiera

gasparino2E’ stato un uomo di grande preghiera, tanta e di qualità.
Ore ed ore in ginocchio. Poi tante ore di vita di servizio.
Si e’ fidato della Provvidenza e della Madonna, a cui affidava tutte le sue iniziative.
Aveva il cruccio di insegnare a pregare, perché riteneva che chi prega bene, impara anche ad amare e servire.
Conosciutissima è la scuola di preghiera annuale a cui hanno partecipato migliaia di giovani che hanno riscoperto l’adorazione, la confessione, la meditazione del Vangelo e la preghiera del cuore.
Ispirandosi a Charles De Foucauld ha vissuto e fatto vivere a tante persone, l’esperienza del Deserto. Ogni anno si ritirava con i suoi consacrati per 40 giorni di preghiera e riflessione durante i quali preparava tutte le omelie e le preghiere dell’anno tra cui la meravigliosa catechesi del Figliol Prodigo del Venerdì Santo, con cui portava alla confessione centinaia di giovani nel triduo di Pasqua. Lui e gli altri sacerdoti della fraternità confessavano in quelle occasioni per 10-12 ore al giorno.
Alla sua Città dei ragazzi dove accoglieva orfani e dove ancora oggi vengono accolti poveri, famiglie e malati, dal 1959 ininterrottamente c’è l’adorazione continua. E’ la sorgente delle grazie di cui e’ stato testimone.
Le sue catechesi sono ancora oggi richiestissime sul web e nei suoi libri. La sua campagna contro la preghiera parolaia, aiutò tanti a rimettere l’amore nel pregare, ovvero smettere di dire parole, e pensare quel che si prega, mettere il cuore e le situazioni concrete al centro della preghiera.
Possiamo dire che ancora oggi insegna a tanti a pregare e aiuta a crescere nel vivere la preghiera non come una formalità ma come un incontro con Dio che ci cura, ci guarisce, ci ascolta, ci parla. La “preghiera del cuore”, la “preghiera di semplicità” di cui era maestro sono delle colonne per tutti coloro che l’hanno conosciuto.
“Date a Dio la gioia di ascoltarlo” diceva, ancora oggi ascoltare Gasparino è una gioia che conduce a Dio.

Paolo Botti

 

BIOGRAFIA di PADRE ANDRE GASPARINO
“La preghiera e l’amore ottengono l’ impossibile” . Questa frase è scritta sulla tomba di padre Andrea Gasparino, sacerdote missionario e maestro dello Spirito, (1923, 26 settembre 2010). Nel dopoguerra prese a cuore la miseria sociale ed economica di tanti orfani che vivevano in strada. Dopo l’ordinazione presbiterale nel Seminario di Cuneo, nel 1947, aveva prestato servizio pastorale presso la parrocchia di Roccavione, iniziando a raccogliere ragazzi in situazioni precarie. Il 7 ottobre 1951 raccolse questi ragazzi nella “Città dei Ragazzi” in Cuneo. All’opera della comunità si unirono nel 1955, le sorelle consacrate, Negli anni ’60 il sogno di padre Gasparino si avvera con l’estensione dell’attività missionaria nei Paesi più poveri del mondo. La prima missione in Brasile, poi in Asia, in Africa nell’Est europeo come la Russia e l’Albania. Aprì altre missioni in  Corea, Madagascar, e poi in Kenya, Etiopia, Bangladesh, Hong Kong.

Padre Gasparino ha retto per più di 50 anni la scuola di preghiera per giovani nella “Città dei Ragazzi” dove generazioni di giovani hanno imparato da lui uno stile di vita, essenziale, coerente, rigoroso, impregnato di preghiera e di testimonianza. E’ fondatore del Movimento Contemplativo Missionario “P. De Foucauld”.

Le fraternità del Movimento sono piccole comunità monastiche di fratelli e di sorelle che vivono in mezzo ai poveri negli slums, fra i baraccati, nei lebbrosari, condividendo la vita dei poveri e testimoniando il primato della preghiera.

Attualmente il Movimento è diffuso in Europa (Italia, Inghilterra, Russia, Albania); In Africa (Madagascar, Kenya, Etiopia); in Asia (Bangladesh, Hong Kong) e in America Latina (Brasile).

La sede di formazione del Movimento è a Cuneo, in corso Francia 129.

Dalla sua esperienza spirituale e missionaria sono nati numerosi libri (ultimo in ordine di uscita “La preghiera di semplicità”, edito da Elledici) ormai largamente conosciuti e apprezzati in tutta Italia, che offrono un metodo per imparare a pregare e ad esercitare la cosiddetta “preghiera del cuore”, cioè la preghiera profonda nella quale l’uomo e Dio si incontrano e nel silenzio si amano. Nel 1990 il riconoscimento ufficiale da parte della Santa Sede come “Movimento contemplativo Missionario P. de Foucauld”. Oggi la Comunità è composta da una decina di sacerdoti e da 120 tra fratelli e sorelle consacrati, in 35 fraternità sparse nel mondo. Ne è responsabile da alcuni anni don Pino Isoardi

I vescovi svizzeri segnalano gli errori di Dozule’

erroriVi sono cristiani che da quasi trent’anni si radunano a Dozulé (Francia) per celebrare la croce gloriosa di Gesù Cristo e pregare per la redenzione del mondo, in ossequio al messaggio attribuito a Maria dalla visionaria Madeleine Aumont, ufficialmente non riconosciuto dalla Chiesa cattolica.A seguito di alcune richieste, la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) desidera sottolineare quanto segue.

Il 24 giugno 1985, Mons. Jean Badré, vescovo di Bayeux e Lisieux (territorio su cui si trova Dozulé), affermò, in virtù del can. 1230 CIC, di non riconoscere come santuario il sito di Dozulé (cf. Documentation Catholique n° 1911, 2.2.1986, pp. 169-170).

 

Con Lettera del 25 Ottobre 1985 a Mons. Badré, il cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, approvò espressamente la procedura seguita dall’Ordinario di Bayeux e Lisieux e le disposizioni prese in riferimento alla sua responsabilità pastorale, secondo il can. 381 § 1. Il vescovo di Bayeux e Lisieux si riferisce costantemente a questa posizione.

Accanto al lodevole richiamo alla conversione e alla devozione della Croce gloriosa e dell’Eucaristia, gli scritti pubblicati da Dozulé contengono accenti ed esigenze inaccettabili (cf. Dichiarazione di Mons. Badré dell’8 dicembre 1985) : l’esclusività del valore salvifico di ciò che avviene a Dozulé ; il carattere ultimo ed esclusivo del « messaggio » ; l’escatologia dubbiosa ed incongrua ; il fatto di costruire delle croci luminose senza tener conto della sensibilità religiosa dei confinanti e rischiando procedure giudiziarie costose e controproducenti.

D’accordo con il Magistero della Chiesa universale, la CVS si distanzia formalmente dal progetto « Dozulé ». Un certo numero di fedeli sarà forse disorientato da questa messa a punto e stenterà ad accettarla. I vescovi invitano questi fedeli a riassorbire la loro spiritualità e la testimonianza di fede nell’autentico mistero della croce del Salvatore. E’ nei sacramenti e tramite essi che occorre cercare le fonti della nostra conversione e di quella del mondo. In essi e per essi, in seno alla Chiesa, fortifichiamo la nostra speranza nell’attesa del ritorno del Signore.

Friburgo, 14.5.2003+  Amédée Grab OSBP presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri

 

Donami un cuore dolce e umile

trevisani_francesco_005_madonna_con_bambinoSanta Maria, Madre di Dio,
conservami un cuore di fanciullo,
puro e limpido come sorgente.
Ottienimi un cuore semplice,
che non si ripieghi sulle proprie tristezze;
un cuore generoso nel donarsi,
pieno di tenera compassione;
un cuore fedele e aperto,
che non dimentichi alcun bene,
e non serbi rancore di alcun male.
Creami un cuore dolce e umile,
che ami senza esigere d’essere riamato,
felice di sparire in altri cuori
sacrificandosi davanti al tuo Figlio divino.
Un cuore grande e indomabile,
che nessuna ingratitudine possa chiuderlo
e nessuna indifferenza stancare.
Un cuore tormentato
dalla gloria di Gesù Cristo,
con piaga che non rimargini se non in cielo.
(Leonce de Grandmaison sj)