I figli non sono un possesso, ma un’esperienza di dono

figli dono di DioFrançoise Dolto, nota psicanalista francese, sosteneva che i figli non ci appartengono. Diceva che i genitori dovrebbero ‘adottare’ i propri figli, ma purtroppo spesso non lo fanno: “Non si ha mai un figlio come lo si è sognato, si ha un certo tipo di bambino e bisogna lasciare che cresca secondo la sua verità: spesso, invece, facciamo il contrario.”[1] Secondo Andrea Canevaro, professore di Pedagogia all’Università di Bologna, “un bambino deve essere accettato per quello che è, e nello stesso tempo deve essere desiderato per quello che lui sarà, al di là di quello che noi vorremmo che lui diventi.”[2]

Il bambino è una persona ‘originale’, cioè una persona che potrà acquisire uno sviluppo pieno esclusivamente se gli sarà consentita l’acquisizione di un’identità propria, che lo porterà a diventare qualcuno “mai esistito prima (nemmeno nell’immaginazione di chi lo ama o lo ha messo al mondo o lo sogna conforme a modelli ideali percepiti come assoluti). Un buon genitore rispetta il ‘progetto’ misterioso nascosto nel seme originario di ogni figlio, non lo considera figlio di sua proprietà, ma ‘figlio della vita’ stessa, di quella vita in cui dovrà, un giorno, inserirsi autonomamente e da protagonista, abbandonando la matrice psicologica genitoriale in cui è cresciuto.” [3]

“La genitorialità – afferma la Prof.ssa Vanna Jori, docente  di Pedagogia alla Cattolica di Milano – è il primo progetto pedagogico: progetto per sé dei singoli attraverso le relazioni familiari; progetto di coppia nella relazione col partner per compiere un percorso comune; progetto per il figlio, che poi diviene progetto con il figlio attraverso una perenne mediazione tra le aspettative nei suoi confronti  e ciò che il figlio quotidianamente, con margini sempre crescenti di autonomia, sceglie per sé.”[4] Un proverbio del Québec (Canada) recita che “i genitori possono regalare ai figli solo due cose: le radici e le ali”.[5]

Essere padre e madre è ‘stare accanto’ al figlio in tutte le fasi del suo sviluppo: nella primissima età essendo di protezione, guida e stimolo al bambino per la conoscenza di se stesso e del mondo in cui si trova a vivere, utilizzando le superiori capacità fisiche e psichiche di cui si è dotati in quanto adulti; successivamente, fungendo da supporto per il distacco psicologico dalla famiglia e per le esperienze di graduale inserimento nell’ambiente extra familiare e l’acquisizione dell’autonomia personale. Secondo Gloria Soavi, psicologa e psicoterapeuta, “il bambino ha un bisogno fondamentale per poter crescere in maniera armonica e sviluppare le sue potenzialità, e al di là di ogni categoria sociale, psicologica e pedagogica, si può sintetizzare in un unico bisogno primario (…): quello di essere amato. Questo bisogno di amore si articola in diverse azioni; l’essere accettato, accolto, accudito, seguito, riconosciuto nei suoi bisogni e nelle sue necessità, rinforzato nelle sue aspettative e capacità, tutto quello che gli dà la possibilità di creare un legame, che sarà il legame primario su cui poi costruirà tutti i legami successivi e con cui si confronterà emotivamente per tutta la vita. Chi è genitore sa di quante attenzioni costanti e coerenti nel tempo hanno bisogno i piccoli per crescere e per diventare degli adulti equilibrati e sufficientemente felici. L’essere figlio si sostanzia quindi fondamentalmente nella relazione con i genitori attraverso la costruzione di questo legame così unico e complesso che si sviluppa nell’arco della vita e che muta continuamente, ma rimane come essenza, come radice e se è positivo come risorsa”. [6]

È assolutamente necessario dunque che la relazione genitori-figlio si basi sull’amore incondizionato per il bambino. L’amore è però un sentimento soggetto ad alcuni rischi: può diventare possesso, egoismo, ricatto, proiezione di se stessi sull’altro. Anche l’amore generoso, infinito, disinteressato di un padre e di una madre verso il figlio, può, in alcuni casi, trasformarsi in possesso egoistico del bambino, può sfociare in atteggiamenti autoritari, in controlli ossessivi nei suoi confronti. Il Cardinale Angelo Scola rileva come “la tentazione del possesso, quella di non permettere al figlio di essere fino in fondo ‘altro’, cioè veramente libero, minaccia continuamente l’amore paterno e materno. Accettare il rischio della libertà dei figli, in effetti, costituisce la prova più radicale nella vita dei genitori: al figlio si vorrebbe risparmiare qualunque dolore, qualunque male. Questa drammaticità, presente in ogni rapporto umano, si fa particolarmente acuta nel rapporto padre/madre-figlio. Il legame è, qui, a tal punto potente da dare la percezione che, se l’altro – il figlio – si perde, mi perdo anch’io – madre o padre -. Allora diventa forte la tentazione di ridurre il figlio a sé, facendone una sorta di prolungamento della propria persona.” [7] Come osserva Guido Cattabeni, medico specialista in psicologia clinica, “per progredire nelle sue relazioni interpersonali, al bambino necessita l’esperienza, iniziale e successivamente confermata, di essere amato per se stesso, sempre, qualsiasi cosa gli succeda o comunque si comporti. Solo da questa esperienza fortemente valorizzante può nascere nel bambino la fiducia in se stesso e negli altri, il desiderio e la capacità di amare l’altro come ‘se stesso’, la disponibilità a far proprie le regole della convivenza sociale e a contribuire a migliorarle (acquisizione di un ruolo sociale creativo).” [8]

Il figlio dunque deve essere accolto ed amato per se stesso e non per le sue qualità, dal momento in cui vi è la sua presenza in famiglia. I genitori, nel donarsi al figlio, devono a volte saper ‘rinunciare a se stessi’. La fecondità è un’esperienza di dono e di distacco da sé. “Essa insegna che perdere per ritrovare (Mc 8,35) è il segreto della vita, senza la quale essa perde di senso. (…) Il segreto della vita non risiede della vita stessa, da trattenere gelosamente: occorre rinunciare a sé per dedicarsi a qualcuno. Se la vita vuole essere ritrovata deve essere perduta nell’atto della libertà che acconsente ad essa come ad una grazia e a una promessa”. [9] Anna Fusina    Fonte: vitanascente.blogspot.it

[1]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, Siamo tutti figli adottivi. Otto unità didattiche per parlarne a scuola, Rosenberg & Sellier, Torino 1991, p. 128 [2]     A. CANEVARO, prefazione all’edizione italiana di J. Cartry, “Genitori simbolici”, Edizioni Dehoniane, Bologna 1989 [3]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174 [4]     http: // iis.comune.re.it/osservatorio-famiglie/strumenti/strumenti 3/012_9.htm [5]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 123 [6]     G. SOAVI, Quando il bambino impara ad essere figlio in “La famiglia per il bambino” (a cura di Associazione F.I.A.B.A. di Vicenza e A.N.F.A.A. di Torino), Atti del Convegno, Vicenza 8/11/2003, p. 1 [7]     A. SCOLA, Genealogia della persona del figlio in “I figli: famiglia e società nel nuovo millennio”, Congresso Internazionale Teologico-Pastorale – Atti (11-13/10/2000). Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, p. 103 [8]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174 [9]     W. NANNI (a cura di), Adozione, adozione internazionale, affidamento, Piemme, Casale Monferrato 1997, p. 95

 

 

Sindrome di Down: diagnostica ecografica e laboratoristica

down bellissimoCOSA E’ LA SINDROME DI DOWN?

E’ una condizione genetica caratterizzata dalla presenza nelle cellule di tre copie del cromosoma 21 invece di due. Ne consegue uno sviluppo psicomotorio piu’ lento ed un variabile grado di ritardo mentale, oltre ad una maggiore incidenza di malformazioni, soprattutto cardiache ed intestinali. Nel mondo, circa 10 bambini su 10.000 nascono con la S. di Down (Eur J Pediatrics 2010;169(12):1445-1452). Attualmente, in Italia vivono tra le 30.000 e le 40.000 persone affette (Istituto Superiore di Sanità, LGMR: Linee Guida Multidisciplinari per l’Assistenza Integrata alle Persone con Sindrome di Down e alle loro Famiglie, 2007), con un’aspettativa di vita che, grazie alla cura delle malformazioni e al miglioramento dell’assistenza, è passata da 10 a 60 anni circa in meno di un secolo. Opportuni interventi curativi e riabilitativi consentono agli individui affetti di raggiungere una buona autonomia personale e di migliorare sensibilmente le funzioni cognitive, il livello di comunicazione verbale e lo sviluppo sociale, facilitando integrazione scolastica e lavorativa. Le cause della S. di Down sono ancora sconosciute. L’incidenza aumenta con l’età materna e con la presenza di un precedente figlio affetto. La condizione è ereditaria soltanto nel 2% dei casi.

E’ POSSIBILE DIAGNOSTICARE LA S. DI DOWN PRIMA DELLA NASCITA?

In epoca prenatale, la S. di Down può essere diagnosticata attraverso lo studio dei cromosomi contenuti nelle cellule del feto. Queste ultime possono essere prelevate mediante due tecniche diverse. A 10-13 settimane di gravidanza, si può effettuare la villocentesi, ovvero il prelievo di alcune delle cellule da cui, successivamente, si svilupperà la placenta. A 16-18 settimane, invece, si può effettuare l’amniocentesi, ovvero il prelievo di una piccola quantità (20 cc) del liquido amniotico. Entrambi questi esami sono considerati “invasivi”, in quanto consistono nell’inserimento di un ago attraverso l’addome materno fino all’utero, per effettuare il prelievo delle cellule fetali. Tale invasività comporta un rischio di aborto di 1 caso su 200.

SPESSO LE GESTANTI SI SOTTOPONGONO ALLO STUDIO DELLA TRANSLUCENZA NUCALE. COS’È E QUAL È LA SUA VALENZA DIAGNOSTICA?

Lo studio della translucenza nucale (NT) è la misurazione dello spessore dello strato sottocutaneo della nuca fetale, attraverso un’ecografia transaddominale effettuata tra le 11 e le 13 settimane di gravidanza. Uno spessore di NT superiore ai valori di riferimento per l’epoca gestazionale è espressione di un aumentato rischio di S. di Down, ma anche di altre condizioni come anomalie cardiache e malattie metaboliche. L’accuratezza diagnostica della NT è del 75% (Lancet 1998;352(9125):343-6). Ciò significa che 30 feti con S. di Down su 100 hanno una NT normale. Se alla valutazione della NT si associa il Duo-test, ovvero un prelievo di sangue materno per il dosaggio di due sostanze associate alla gravidanza (PAPP-A e Free-Beta hCG), l’accuratezza diagnostica sale al 90% circa (Ultrasound Obstet Gynecol 1999;13(4):231-7). Quindi, 10 feti con S. di Down su 100 non possono essere individuati nemmeno dal test combinato. In alcuni Paesi europei (non in Italia), da pochi mesi le gestanti nel corso del primo trimestre possono sottoporsi ad un prelievo di sangue che consentirebbe di diagnosticare la presenza di un eventuale cromosoma 21 in più nella piccola quantità di cellule fetali che circolano nei vasi sanguigni materni. Studi recenti propongono questa tecnica come un’alternativa alla diagnosi prenatale invasiva (Am J Obstet Gynecol 2012;207(2):137.e 1-8). Tuttavia, persiste il motivato timore di un risvolto eugenetico nell’uso incontrollato del test in oggetto, legato alla facilità di accesso allo stesso, alla precocità dell’epoca gestazionale in cui può essere effettuato e al possibile futuro utilizzo per diagnosticare un’ampia varietà di anomalie oltre alle alterazioni cromosomiche più frequenti (Eur J Human Genet 2010;18-3:272-7). Alla luce di tutto ciò, appare ancor più di fondamentale importanza la correttezza delle informazioni fornite alla gestante relativamente alle possibilità diagnostiche della S. di Down ed all’interpretazione dei risultati dei vari test disponibili.

ESISTONO TEST IN GRADO DI PREVENIRE FUTURI CASI DI S. DI DOWN?

Non esistono test in grado di prevenire futuri casi di S. di Down, ma esami diagnostici in grado di individuare la condizione nei feti che già la presentano. Le tecniche non invasive attualmente disponibili (NT, Duo-test), hanno un valore predittivo, cioè forniscono soltanto una valutazione della probabilità che il feto sia affetto dalla S. di Down.

QUALE COMPORTAMENTO DA PARTE DEL MEDICO?

Nella diagnostica prenatale le situazioni sono prevalentemente complesse sia sotto il profilo medico che etico. Per quanto riguarda le problematiche etiche, varie e composite, dal punto di vista oggettivo e nella stragrande maggioranza dei casi la diagnostica prenatale viene praticata senza un diretto collegamento con l’eventuale esito abortivo. In questo caso l’esito abortivo non  origina necessariamente dalla diagnosi. Altro significato, viceversa, assume la diagnostica prenatale quando inserita in una programmazione abortiva già prevista o nel caso di chi condivide l’atteggiamento intenzionale abortivo della gestante che richiede la diagnosi. Ciò configura, sotto il profilo morale, una collaborazione: vale a dire che l’azione è illecita e illecitamente è compiuta da entrambi e che la condivisione delle intenzioni accomuna i due agenti in un’unica azione. Nella complessità della diagnosi prenatale “il medico, pur nel doveroso rispetto della libertà altrui non può né deve abdicare alla propria libertà e responsabilità” (E. Sgreccia, 2007).

UNA RECENTE SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE (N.16754 DEL 2.10.2012) RICONOSCE IL RISARCIMENTO AD UNA BAMBINA NATA CON S. DI DOWN, PERCHÉ IMPEDITO L’EVENTUALE RICORSO ALL’ABORTO. QUALE INTERPRETAZIONE DARE ALLA SENTENZA?

Con questa sentenza, definita con termine tecnico sentenza manifesto, si andrebbe a riconoscere il diritto a non nascere da parte di persone affette o portatrici di alterazioni genetiche o di malformazioni. Possiamo dire, senza alcun dubbio, che si innesca una pericolosissima deriva, secondo la quale si giustificherebbe l’aborto eugenetico. In altri termini si ratificherebbe la falsa idea che la vita è degna solo se di qualità, senza patria per diversamente abili, fragili e malati.

Marianna De Falco – Ginecologa
Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, Napoli

Vietarlo significa combattere il fanatismo islamico

iraniane si tolgono il velo
iraniane si tolgono il velo imposto

Anni fa, Giuliano Amato, durante la conferenza nazionale sull’immigrazione,  disse: «Vietare il velo alle donne islamiche vuole dire imporre un’ideologia imperialista occidentale».Onestamente, tale affermazione stupisce: che c’entra l’Occidente in questa faccenda?

Da decenni il mondo musulmano lotta contro il velo. L’Egitto in primis: all’inizio degli anni Venti, con Hoda Shaarawi, migliaia di donne sono scese per strada, testa nuda. E prima di loro Qasim Amin, il padre del femminismo islamico, e tanti altri. Dal 1924 il velo e’ vietato nelle università e negli uffici statali in Turchia dal ‘padre della Nazione’, Kemal Atatürk, che certo non era un imperialista occidentale. In Tunisia e’ così gia’ dagli anni Cinquanta con Habib Bourguiba, il fondatore della Tunisia moderna; lo stesso in Siria con il partito Baath, che ha rinnovato la nazione.

Non c’è Stato musulmano che, volendo rinnovarsi e modernizzarsi, non abbia vietato il velo almeno in certi luoghi. Certo, tutti l’avranno fatto influenzati dall’Occidente. E come potrebbe essere diversamente? La modernità viene dall’Occidente. Ma il mondo islamico non ha su questo copiato l’Occidente, non ha mai rivendicato il preteso ‘diritto’ all’aborto, scendendo per strada e gridando «Il corpo è mio!». Non ha mai rivendicato il preteso ‘diritto’ all’o mosessualità in nome della modernità. Ma ha affermato il diritto delle donne alla parità, sul campo del lavoro come della liberta’.

Il mondo islamico cerca di modernizzarsi prendendo il bene laddove lo trova,anche in Occidente, ma anche nella tradizione islamica. In questa faccenda del velo, se c’è imperialismo non è certo un imperialismo occidentale ma, come hanno detto giustamente Magdi Allam, Souad Sbai e tanti musulmani ‘illuminati’, un imperialismo islamico. Si tratta per gli islamisti di conquistare il potere sociale e politico, attraverso i simboli culturale e religiosi: non di islamizzare l’Europa (almeno non a questa tappa), ma di re-islamizzare i musulmani, ovunque siano, imponendo loro un comportamento prestabilito e attribuito all’islam, per poterli poi manipolare meglio.

Si tratta di una radicalizzazione dell’islam, attraverso le forme esterne (vestito, barba, divieto alla donna di dare la mano, separazione dei sessi ovunque, ecc), proprio perché la pratica islamica si è spesso svuotata del suo interno, della sua spiritualità. Perché il Ramadan è diventato un mese di feste, dove si mangia doppio…e si chiama digiuno. Perché l’affermazione più bella dell’islam, Allah(u) akbar, ‘Dio è [sempre] più grande’, è utilizzata ormai in tutto il mondo islamico, dai terroristi, per dire ‘all’attacco in nome di Dio!’. Perché la preghiera, atto di adorazione ma anche di dialogo con Dio Rahman, Dio Madre, è diventata una serie di gesti minuziosamente prescritti nel più piccolo particolare.

Nessun nega che il velo possa essere una scelta personale. Ma chi vive nel mondo islamico, dall’Indonesia alla Nigeria, dal Marocco all’Arabia Saudita, sa che in questi decenni indossarlo è un gesto fortemente politico. Se così non fosse, come spiegare che un grande Paese come la Turchia, al momento di scrivere una nuova Costituzione, si sia fermato a discutere unicamente sulla questione della soppressione del divieto del velo, trascurando centinaia di riforme previste? No, il divieto del velo non è frutto di un’ideologia imperialista occidentale, è un atto di lotta contro un’ideologia imperialista islamica.

Perché l’imperialismo non è automaticamente legato all’Occidente, anche se lo è stato e lo è ancora – sotto forma economica, per esempio: l’imperialismo noi, cittadini del mondo islamico, lo viviamo sotto la forma più brutta che sia, cioè quello religioso. Il velo non è un obbligo religioso islamico, perché non è un obbligo coranico. Fino ad oggi i dotti del mondo islamico discutono il significato dei due versetti che ne parlerebbero. Mai la parola araba hijab ha significato specificamente ‘velo’, bensì significa semplicemente ‘tutto ciò che nasconde’.

Basta andare per esempio sul sito http://www.middleeasttransparent.com  per trovare decine di articoli in arabo, inglese o francese sull’argomento, e tra l’altro l’opinione chiara di Gamal al­Banna, il fratello dell’Hassan che ha fondato i Fratelli musulmani,il quale nega che sia un obbligo chiaro. Quando si vedono ragazzine di cinque-sei anni, a migliaia, portare il velo, come si può poi pretendere che a sedici anni lo portino per scelta?

La pressione sociale nel mondo musulmano, l’occhio degli altri su di me, fa addirittura che alcune cristiane lo portano per aver la pace! Poi, pretendere che nessuno abbia protestato quando i cristiani portavano la croce, ma che appena le musulmane hanno portato il ‘foulard’ sono arrivate le proteste, è essere accecato dall’ideologia: come si può paragonare un simbolo di 5 cm(al massimo) con uno di 400 cm(al minimo)? Il problema è saper ‘leggere i segni dei tempi’. Nel mondo islamico, il velo è da alcuni decenni un’arma politica per un progetto globale d’islamizzazione della società, in contrapposizione alla globalizzazione che è rappresentata dall’Occidente.

Da difendere è la vera libertà, e il divieto del velo nelle scuole e negli uffici statali non toglie la libertà. Però il non-divieto apre la porta alle pressioni morali, che tolgono concretamente la libertà di scelta. In nome di un islam libero, moderno e spirituale questo divieto è giusto e realistico, basato sulla conoscenza della realtà islamica odierna,non sull’ideologia occidentale… spesso imperialista. L’obiettivo dei fondamentalisti è re-islamizzare musulmani, ovunque siano, imponendo loro un comportamento prestabilito e attribuito all’islam, per poterli poi manipolare meglio. Chi vive nel mondo islamico sa che in questi decenni indossarlo è un gesto fortemente politico. E se viene imposto alle bimbe di sei anni, come pretendere che a sedici lo scelgano «liberamente»?

Chiara Corbella Petrillo: la seconda Gianna Beretta Molla

A volte Dio come un buon giardiniere scende nel suo orto per controllare i fiori che ha piantato e se trova uno particolarmente bello, lo prende con Se’ e lo porta nella Sua casa.

E’ successo proprio questo con la “nascita al Cielo” della giovane Chiara Petrillo, dopo una sofferenza di circa due anni provocate da un tumore. Il suo funerale è stata una grande festa a cui hanno preso parte circa mille persone che hanno occupato la chiesa fino ai suoi balconcini più alti, cantando, suonando, applaudendo e pregando dall’ingresso della bara fino alla sua uscita.

Non si può restare impassibili di fronte a questa storia di santità dei nostri giorni. Una storia che merita di essere conosciuta e raccontata, come hanno scritto molti utenti nei loro commenti, perché è una dimostrazione di come sia possibile realizzare oggi le parole di Giovanni Paolo II quando disse: “Tutti possono aspirare alla santità, la misura alta della nostra vita quotidiana”.

Soprattutto è la prova che, nonostante siamo immersi oggi in una società egoista che insegna a salvaguardare il proprio benessere prima di ogni altra cosa, c’è ancora chi, con la forza della fede, è capace di morire per l’altro, di sacrificare la propria vita pur di permettere ad una nuova di nascere.

Questa ragazza romana di soli 28 anni, bella, solare, con il sorriso sempre sulle labbra, è morta, infatti, per aver rimandato le cure che avrebbero potuto salvarla, pur di portare a termine la gravidanza del suo Francesco, un bambino atteso fin dal primo momento del suo matrimonio con Enrico.

Non era la prima gravidanza di Chiara. Pochi mesi dopo le nozze, la ragazza era rimasta incinta di Maria, una bimba a cui sin dalle prime ecografie, era stata diagnosticata un’anencefalia, ovvero una malformazione congenita per cui sarebbe nata priva totalmente o parzialmente dell’encefalo.

I due giovani sposi accolsero senza alcuna esitazione questa nuova vita come un dono di Dio, nonostante i medici avessero tentato più volte di farli desistere. E gioirono per tutti i 30 minuti di vita della piccola, celebrando il battesimo e accompagnandola nella sua «nascita in cielo».

Alcuni mesi dopo, una nuova gravidanza. Anche in questo caso, però, la gioia della notizia venne minata dalle prime ecografie che non facevano presagire nulla di positivo. Il bimbo, un maschietto di nome Davide, sarebbe nato senza gli arti inferiori.

Armati dalla fede e dall’amore che ha sempre sorretto il loro matrimonio, i due sposi decisero di portare a termine la gravidanza. Una scelta “incosciente e ostinata” ha scritto qualcuno sul web, ma sicuramente una scelta di fede, frutto della convinzione che le chiavi della vita e della morte sono custodite solo da Dio.

Verso il settimo mese, una nuova ecografia rivelava delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori per il piccolo Davide. “Il bambino è incompatibile alla vita” era la sentenza. Incompatibile forse alla vita terrestre, ma non a quella celeste.

La coppia infatti ha atteso la nascita del bambino, il 24 giugno 2010, e dopo aver celebrato subito il suo battesimo, ha accompagnato con la preghiera la sua breve vita fino all’ultimo respiro.

Sofferenze, traumi, senso di scoraggiamento, ma Chiara ed Enrico non si sono mai chiusi alla vita, tanto che dopo qualche tempo arrivò un’altra gravidanza: Francesco.

Questa volta le ecografie confermavano la buona salute del bimbo, tuttavia al quinto mese a Chiara i medici diagnosticarono una lesione della lingua che dopo un primo intervento, si confermò essere la peggiore delle ipotesi:  un carcinoma.

Da lì in poi una serie di combattimenti. Chiara e il marito, però, non hanno perso la fede e “alleandosi” con Dio decisero ancora una volta di dire sì alla vita.

Chiara difese Francesco senza alcun ripensamento e, pur correndo un grave rischio, rimandò le cure portando avanti la maternità. Solo dopo il parto, infatti, la giovane potè sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico più radicale e poi ai successivi cicli di chemio e radioterapia.

Francesco è nato sano e bello il 30 maggio 2011; ma Chiara, consumata nel corpo fino a perdere anche la vista dell’occhio destro, dopo un anno, non ce l’ha fatta. Mercoledì, verso mezzogiorno, circondata da parenti e amici, ha terminato la battaglia contro il “drago” che la perseguitava, come lei definiva il tumore, in riferimento alla lettura dell’Apocalisse.

Come, però, si legge nella medesima lettura – scelta non a caso nella cerimonia funebre – una donna ha sconfitto il drago. Chiara, infatti, avrà perso il suo combattimento terreno, ma ha vinto la vita eterna e ha donato a noi tutti una vera testimonianza di santità.

Con Chiara “stiamo vivendo, quello che 2000 anni fa visse il centurione, quando vedendo morire Gesù disse: Costui era veramente figlio di Dio” ricorda frate Vito, giovane francescano, conosciuto ad Assisi, che ha assistito spiritualmente Chiara e la sua famiglia nell’ultimo periodo, trasferendosi anche nella loro casa.

“La morte di Chiara è stata il compimento di una preghiera” ha proseguito. La giovane, difatti, ha raccontato il frate, “dopo la diagnosi medica del 4 aprile che la dichiarava ‘malata terminale’, ha chiesto un miracolo: non la guarigione, ma di far vivere questi momenti di malattia e sofferenza nella pace a lei e alle persone più vicine”.

“E noi – ha detto ancora frate Vito, visibilmente emozionato – abbiamo visto morire una donna non solo serena, ma felice”. Una donna che ha vissuto spendendo la sua vita per l’amore agli altri, arrivando a confidare ad Enrico “forse la guarigione in fondo non la voglio, un marito felice e un bambino sereno senza la mamma rappresentano una testimonianza più grande rispetto ad una donna che ha superato una malattia. Una testimonianza che potrebbe salvare tante persone…”.

A questa fede Chiara è arrivata pian piano, ha precisato frate Vito, “seguendo la regola appresa ad Assisi dai francescani che tanto amava: piccoli passi possibili”. Un modo, ha spiegato, “per affrontare la paura del passato e del futuro di fronte ai grandi eventi, e che insegna a cominciare dalle piccole cose. Noi non possiamo trasformare l’acqua in vino, ma iniziare a riempire le giare. Chiara credeva in questo e ciò l’ha aiutata a vivere una buona vita e quindi una buona morte, passo dopo passo”.

Un grande passo, però, ora Chiara l’ha compiuto: il matrimonio celeste con il suo Sposo “pronto per lei” – come cantavano i giovani del suo gruppo parrocchiale – tanto che per l’occasione nella bara era vestita con il suo abito nuziale.

Chiara, ora, potrà “accudire i suoi Maria e Davide” e “pregare per Francesco” come scriveva nella lettera lasciata a suo figlio, letta oggi da Enrico.

E tutti noi, così come questa mattina abbiamo portato via dalla Chiesa una piantina – per volontà di Chiara che non voleva fiori al suo funerale, ma che ognuno ricevesse un dono – portiamo nel cuore un “pezzetto” di questa testimonianza, pregando e chiedendo la grazia a questa giovane donna che forse un domani chiameremo Beata Chiara Corbella.

di Salvatore Cernuzio

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Io malato di Sla e la fede

amore Sla contro eutanasiaIntervista all’architetto lecchese Antonio Spreafico, affetto da Sclerosi laterale amiotrofica

«È ancora qui, Emilia. È la donna che amo e che mi ama. È il custode della mia vita. È il mio primo sorriso di ogni nuovo giorno. È la mia fabbrica di baci…». Le può dire solo con gli occhi, quelle parole. Ormai da due anni, infatti, Antonio è finito nel mirino della Sclerosi laterale amiotrofica: la famigerata Sla. Di parlare ha smesso da tempo e, da dopo l’estate, fatica persino a muovere le labbra. gli è rimasto lo sguardo, però: con gli occhi riesce a fissare un’apposita tastiera che, collegata a un sintetizzatore vocale, gli permette di comunicare brevi frasi. Ecco perché questa è diventata, di colpo, l’intervista che non avrei mai voluto fare: perché sto parlando con un amico (che, per inciso, ha progettato la casa dove vivo con altre quattro famiglie) e perché, per lui come per Emilia, rispondere è un calvario.

Antonio Spreafico è un architetto e designer di 61 anni. Abita a Lecco, dove è titolare di uno studio affermato, nel quale ha trasmesso la professione al figlio Michele. ha realizzato edifici pubblici (dal municipio di Calolziocorte al Tribunale di Lecco) e progetti a sfondo sociale, come la sede locale degli scout e, soprattutto, “La Casa sul pozzo”, un polo di aggregazione legato alla Comunità di via Gaggio onlus, animata da padre Angelo Cupini.

È proprio al carismatico sacerdote clarettiano che Antonio ha deciso di dedicare il suo libro “Luce”, scritto per mano del fratello Giorgio, giornalista. In quelle pagine (dalle quali abbiamo tratto tutte le frasi di Antonio), ripercorre la sua vita e, soprattutto, la straordinaria altalena di sentimenti – dalla paura più cupa a una serenità contagiosa – che ha caratterizzato gli ultimi due anni.

Tutto comincia con una caduta sulle scale del Tribunale di Lecco, nell’estate 2011. È un campanello d’allarme: solo qualche mese dopo, però, i medici spiegheranno che quell’improvviso cedimento delle gambe non è dovuto a stress, bensì alle prime avvisaglie della malattia.

L’impatto è terribile.«ho la sla, ecco cos’ho. Sono perduto, privo di speranze e futuro. ho la sla e non c’è cura per questa malattia», annota Antonio nel suo diario. Stefano Borgonovo – il giocatore del Milan recentemente scomparso – la chiamava “la stronza”. E, in effetti, la sla è una malattia beffarda quant’altre mai: consuma il corpo, mantenendo però fino all’ultimo la lucidità di chi colpisce; spegnendo le terminazioni nervose cerebrali e del midollo spinale, fa sì che chi ne viene colpito smetta di camminare, di muovere braccia, mani e tronco, di deglutire, di parlare e persino di respirare.

Immaginatevi come possa essere suonata quella diagnosi alle orecchie di Antonio: professionista affermato, impegnato nel volontariato, con l’hobby della pittura dell’Ottocento (per la quale s’è concesso il lusso di una piccola galleria d’arte), la passione per la fisarmonica e le camminate in montagna.

Aveva mille progetti per la pensione, Antonio. Invece… «La Sla cambiava tutto nella nostra vita, ma non avrebbe cambiato niente di ciò che contava davvero – spiega –. È questo che mi ha detto Emilia quando è riemersa dall’abisso della disperazione».

Accettando di convivere con una malattia così, Antonio ed Emilia, forse senza nemmeno rendersene conto, hanno dato inizio a una storia di coraggio e di fede, una storia eccezionale, sebbene condotta da persone assolutamente normali. La sofferenza inizialmente venata dalla disperazione presto è stata riscattata dalla certezza della compagnia di Dio. Misteriosa, certo. Ma reale e percepibile come tale. E questo – insieme all’affetto dei figli, dei parenti, al calore degli amici – ha cambiato tutto.

Emilia è serena nel raccontarlo, mentre ci accoglie nella casa di Olate, il quartiere lecchese dove gli Spreafico risiedono. È stanca, lo si vede. Eppure non trasmette – neppure per un momento – l’idea di una persona rassegnata. «Sia io che Antonio veniamo da due famiglie provate da lutti precoci e questo ci ha temprati fin da quando ci siamo conosciuti», racconta. Questa consuetudine alle asprezze della vita, insieme con una fede mai esibita e tuttavia solida, ha permesso a marito e moglie di affrontare il calvario più duro.

«Mi hanno diagnosticato la malattia – racconta Antonio – con un annuncio non troppo diverso da quello delle previsioni del tempo. Ho avuto prova della decantata efficienza della sanità lombarda, perché, una volta giunto nel posto giusto, erano bastati cinque giorni per arrivare alla diagnosi. Di quella macchina da guerra però non avevo visto e non vedevo il cuore. Com’era possibile che nessuno si preoccupasse dell’uomo che appena uscito dall’ospedale si sarebbe ritrovato con le spalle al muro?».

Le cose cambiano quando la famiglia Spreafico approda al NeMO (NeuroMuscolarOmnicenter) di Milano. Lì trovano medici che coniugano una competenza straordinaria con un’umanità fuori dal comune. Lì incontrano suor Engarda, presenza discreta e amorevole, cui Antonio dedicherà un commovente capitolo del suo libro. Lì vengono aiutati ad affrontare al meglio l’altalena di notizie e di emozioni contrastanti che vive ogni malato di Sla nell’apprendere dell’esito positivo di un nuovo tentativo, talvolta repentinamente smentito da notizie di segno opposto immediatamente dopo.

«Anche a noi è successo», ci dice Emilia. Accenna a ricerche avviate in Sardegna, a studi pionieristici negli Usa… Ma non ha rimpianti. Le basta – come fa Antonio – «godere di ogni nuovo giorno che il buon Dio ci regala». Le basta poter sollevare Giacomo, il nipotino di 13 mesi, all’altezza della guancia di Antonio per fargli sentire la sua carezza. Giacomo è nato il 9 ottobre 2012. «Chissà se riuscirò a vederlo», si crucciava Antonio nei mesi precedenti e invece «il buon Dio ha guardato giù»; il 20 aprile scorso Michele, l’altro figlio, s’è sposato con Lisa. «anche in questo caso ci è stata concessa una grazia», chiosa Emilia.

Per sua moglie, Antonio riserva espressioni di una tenerezza infinita: «Ho visto Emilia annullarsi per me e tante volte sul punto di non poterne più. L’ho guardata stravolta dalla fatica, consumata come una candela senza più cera alla fine di una giornata impossibile, eppure in grado di caricarsi di altra fatica e di farmi ancora luce durante la notte. L’ho avuta accanto durante interminabili ricoveri, costretta persino a insegnare agli infermieri – quando di Sla non sapevano nulla – ciò che aveva dovuto imparare. E ho ascoltato le sue silenziose preghiere mescolarsi alle mie».

Preghiere, invocazioni, talvolta rabbia, dubbi. Ma – insieme – un flusso di consolazioni fatte di lettere, telefonate, mail. Amici, pazienti conosciuti in ospedale, ma anche tanti sconosciuti. Emilia apre un’agenda e legge, commuovendosi: «Mi chiamo Diana, vi ho conosciuto attraverso “Luce”. Il libro mi ha lasciato l’impressione di un uomo sereno, non rassegnato. Di fronte a te mi sento molto piccola, il tuo modo di accettare la cosa che hai vissuto mi infonde molto rispetto nei tuoi confronti. Grazie di esistere».

Sì, grazie di esistere, Antonio. grazie di regalarci una testimonianza di fede cristallina senza bisogno di prediche o di dotte citazioni. Ti è bastato dedicarti a uno dei tuoi sport preferiti: l’enigmistica. Già, perché per “sciogliere” Sla in «Sarà lieto andarsene», oppure «Serve lottare ancora» ci vuole un bello spirito. O fede. Fate voi.

ZENIT

Olanda, eutanasia per tutti. Ecco la “Kill Pill” per chi compie 70 anni

kill-pillBasta con l’eutanasia solo per chi è malato terminale, malato mentale, affetto da imperfezioni e problemi fisici o più semplicemente stanco di vivere. Ora la potente associazione per il diritto di morire (Nvve) vuole che l’eutanasia sia estesa d’ufficio a tutti coloro che hanno compiuto i 70 anni. (Terribile)

L’anno scorso in Olanda la “buona morte” è stata somministrata ufficialmente a 5.306 persone (in realtà, le vittime sono almeno 6 mila), un aumento del 182 per cento rispetto a quando la legge è stata approvata nel 2002. Me per Nvve non basta e così ha ritenuto maturi i tempi per riproporre un vecchio cavallo di battaglia degli anni ’90: la “Kill Pill”.

MORTE, NON SUICIDIO. «Noi vediamo che la società vuole una pillola del genere», ha spiegato il direttore della lobby pro eutanasia Robert Schurink. «Soprattutto la generazione del baby boom, che non ha paura di dire esplicitamente ciò che desidera. Vogliono avere il controllo sulla fine delle loro vite». A prescindere dall’essere affetti o meno da patologie, fisiche o mentali che siano.

La pillola eutanasica sarebbe messa gratuitamente a disposizione di tutti gli olandesi che abbiano compiuto i 70 anni e comodamente ritirabile in farmacia. La Nvve ha detto che nelle prossime settimane discuterà una sperimentazione con l’associazione dei medici olandesi e con i ministri di Giustizia e Salute. Questa servirà per assicurare che «la pillola non venga usata per il suicidio, l’abuso o l’omicidio». Ma solamente per procurarsi la “buona morte”.

NUOVA CONCEZIONE. L’Olanda sta procedendo velocemente e inesorabilmente verso una nuova concezione di eutanasia. Quando è stata approvata nel 2002, era considerata un’eccezione, uno strappo alla regola dettato dalla compassione per permettere ai “pochissimi” casi di persone che soffrono in modo insopportabile a causa di malattie terminali di anticipare di poche settimane la propria dipartita. Com’era prevedibile, una volta affermato che alcune persone possono essere uccise in casi particolari, una volta stabilito che c’è anche un solo caso in cui una vita perde di valore, il diritto di morire si è esteso negli anni ed ora viene rivendicato per tutti, sani e malati, come se fosse un modo di morire come gli altri, naturale come gli altri, perché non c’è niente di più naturale della volontà e dell’autodeterminazione. È giusto quindi fornire la pillola per tutti quelli che compiono 70 anni (ci vorrà ancora qualche anno per abbassare la soglia di questa età). Basta che non venga chiamato con una bruttissima parola: “suicidio”.

Il ruolo del linguaggio nella promozione dell’ideologia gender: glossario

teoria_gender_esisteUn utile glossario su come le parole possono nascondere e offuscare la verita’

il linguaggio della realtà il linguaggio del gender
Verit
Quello che è vero. Quello che corrisponde alla realtà. Esprime e riflette con precisione la realtà. Per definizione c’è una sola verità. È la verità che rende un uomo libero, cioè capace di scegliere il bene. Il corpo umano è portatore di verità (ha un senso).
Relativismo
Tutto è relativo. Ognuno ha la sua verità. Il corpo non è portatore di alcuna verità
Uguaglianza dell’uomo e della donna in dignità e diritti
Questa uguaglianza è rispettosa delle specificità di ognuno. L’uguaglianza suppone che le situazioni siano paragonabili.
Uguaglianza uomo-donna (identità)
L’uomo e la donna sono identici. Le differenze sono una costruzione sociale e culturale.
Distruzione
La soppressione delle differenze tra il maschile femminile è in realtà una distruzione, perché il maschile e il femminile originano dal corpo (i corpi, innati) e dalla cultura (acquisiti).
Decostruzione
Il maschile e femminile sono una costruzione sociale e culturale, che bisogna decostruire per arrivare all’uguaglianza assoluta
La famiglia
Padre, madre, figli La famiglia consente al figlio di capire il significato della sua venuta al mondo, di rispondere alla domanda del perché, di immaginare quali desideri hanno portato alla sua nascita
Le famiglie
Tutte le forme di convivenza decise attorno a un bambino: un padre, una madre, un padre e una madre, due padri, due madri, 3,4 persone eccetera
Complementariet
L’uomo e la donna sono complementari nei loro comportamenti, nelle loro aspirazioni, nelle loro attitudini, nei loro ruoli, in tutti i settori della società (coppia, famiglia, ruoli lavorativi, vita sociale). Si completano a vicenda
Stereotipo  (accezione negativa)
Pregiudizio che chiude l’altro sesso in schemi limitati, cioè degradanti. Bisogna decostruire stereotipi (che si suppone siano stati costruiti a senso unico) perché gli uomini le donne siano uguali (cioè identici).
Sposi
L’uomo e la donna uniti in matrimonio  
Partner
Padre, madre
Un padre (uomo) e una madre (donna) non sono la stessa cosa. Il bambino ha bisogno di entrambi per crescere armoniosamente e trovare la propria autonomia.
Genitori (genitore 1, genitore 2)
Non c’è differenza tra un padre e una madre. È la volontà che fa diventare genitore, e la volontà non ha sesso.
Genitorialità (paternità, maternità)
Status dell’uomo e della donna che hanno generato, che attribuisce loro l’obbligo di prendersi cura del figlio e di esercitare legalmente la responsabilità genitoriale.
Genitorialità (scelta di essere genitori)
Il ruolo educativo degli adulti che non sono necessariamente il genitore del bambino
Procreazione
Dono della vita che scaturisce dall’unione di un uomo di una donna
Salute riproduttiva della madre
Modi per liberare la donna dalla schiavitù della riproduzione (contraccezione, aborto, fecondazione medicalmente assistita, utero in affitto). La donna può finalmente prendere in mano il proprio destino. Non si parla più di procreazione (“creare con”), concetto troppo legata all’illusione di un Dio creatore, ma di riproduzione, termine fino ad oggi riservato agli animali e agli oggetti.
Differenza sessuale
La differenza sessuale è fondatrice dell’umanità. La parola sesso deriva dal latino “secare”, cioè tagliare. La differenza sessuale è come una ferita. L’uomo capisce chi è grazie alla donna e viceversa. Né l’uomo solo, né la donna sola dicono che cos’è l’umanità, ma i due uniti insieme. La loro unione è sorgente di vita
Uguaglianza delle sessualit
Tutti i sessi si equivalgono. La sessualità tra un uomo e una donna (chiamata eterosessualità, approccio descrittivo esteriore, e non unione tra un uomo una donna, approccio interiore) è una norma costruita socialmente dagli uomini per dominare le donne. La società deve camminare decisamente verso lo sradicamento di ogni discriminazione basata sul sesso. L’orientamento sessuale, tra cui l’omosessualità, ma anche tutte le altre forme di sessualità (transessualità, bisessualità, asessualità…), diventano sorgente di diritto e fattore di differenziazione, sostituendo la realtà sessuata uomo/donna
Ricchezza delle differenze
Le differenze tra l’uomo la donna sono una ricchezza per l’uomo, il bambino e tutta la società
Parit
Distribuzione uguale dei ruoli tra gli uomini e le donne in tutti i settori della società (vita familiare, vita professionale, politica) per raggiungere l’uguaglianza assoluta, detta in altre parole identità tra uomo e donna
Bambino in provetta
Fabbricazione di numerosi embrioni in laboratorio, di cui soltanto uno o alcuni sono impiantati nell’utero della donna. Gli altri vengono congelati. E’ una procedura sanitaria nella misura in cui permette oggi ad una coppia uomo/donna sterile di raggiungere quello che normalmente è nella natura e di cui quella coppia è privata: donare la vita
PMA (procreazione medicalmente assistita)
L’acronimo attenua la violenza della procedura ed ha un’apparenza di scientificità. L’ultima iniziale della sigla evoca l’idea di assistenza, di un beneficio dato ad altri. La PMA è una tappa della decostruzione dell’eterosessualità. Diventerà a breve la maniera per una donna di ottenere la procreazione e quindi una vita familiare senza l’uomo. Non sarà più una procedura sanitaria, perché andrà al di là della natura
Madre in affitto
Donna che affitta il suo utero per portare un bambino nove mesi per una persona, nel quadro di un contratto di maternità per altri. Il bambino è comprato
GPA (gestazioni pour autrui =maternità di sostegno)
Il termine sostegno fa pensare che si tratti di un atto buono, perché fatto allo scopo di dare un bambino a persone che lo desiderano (coppia sterile, due uomini, due donne…). Non c’è nessun legame del bambino con la donna che l’ha tenuto tiene in grembo. Non è dando alla luce il bambino che si diventa madre
Parole il cui significato è cambiato
Nel mondo reale                                                 Nel mondo del gender
Uguaglianza
Uguaglianza in dignità e diritti degli uomini delle donne. Dare a ciascuno quello che gli è dovuto in funzione del suo stato (uguaglianza relativa). L’uguaglianza suppone che le situazioni siano paragonabili. Per esempio la madre ha diritto al congedo di maternità in ragione della sua gravidanza, più lungo del congedo di paternità perché proporzionato al suo stato.
Uguaglianza assoluta (aritmetica): tutte le differenze tra gli individui devono essere ridotte a uguaglianza, comprese quelle che originano dalle loro scelte (per esempio orientamento sessuale). Non farlo è una discriminazione. Il potere politico deve approvare leggi che garantiscano le differenze. E’ la lobby più forte che vince, a danno del bene dei più deboli, in particolare del bambino.
Libert
Capacità di scegliere il bene (non essere prigionieri del male). La libertà si appoggia alla realtà. Non può negare la nostra natura, che è un bene..
Capacità di scegliere liberamente. Esprimere il proprio desiderio o la propria volontà, senza alcuna costruzione della natura, che è fortemente ingiusta e discriminatoria. Ognuno si costruisce personalmente secondo il proprio desiderio
Omofobia
Violenza, ingiuria fatta alle persone con tendenze omosessuali. Discriminazione fatta a queste persone rispetto ad altre persone nella stessa situazione (per esempio discriminazione sul posto di lavoro)
E’ omofobo chi non condivide le rivendicazioni delle persone con tendenze omosessuali (matrimonio, adozione, procreazione medicalmente assistita, utero in affitto)
Stereotipo sessuale
Opinione largamente condivisa relativa al comportamento, alle aspirazioni degli uomini delle donne. Elemento indispensabile per un’equilibrata crescita del bambino.
Pregiudizio che racchiude l’altro sesso in comportamenti predeterminati, in schemi limitati, cioè degradanti.
Parit
Parità necessaria nel matrimonio dal fatto della complementarietà.
Distribuzione uguale di ruoli tra uomini e donne in tutti i settori della società (vita familiare, vita professionale, vita politica) per raggiungere l’uguaglianza cioè l’assoluta identità tra l’uomo alla donna

Versione in pdf al seguente indirizzo  http://www.giuristiperlavita.org/joomla/PDF-DOCUMENTI/Lessico-6d.pdf

Giornata neonato pretermine. Bellieni: il feto e’ un bambino

baby-in-wombNel mondo ogni anno circa 13 milioni di bambini nascono prematuri, ma migliora la loro possibilita’ di sopravvivenza grazie alle terapie intensive neonatali. Al neonato pretermine è dedicata l’odierna Giornata celebrata a livello mondiale. Paolo Ondarza ha intervistato Carlo Valerio Bellieni, neonatologo presso l’Ospedale Universitario Le Scotte di Siena: R. – Si parla di bambino prematuro quando nasce prima di 37 settimane. D. – Quale incidenza ha il fenomeno dei bambini prematuri all’interno delle nascite a livello generale? R. – Bassa perché ormai si riesce a contenere la nascita prematura con sistemi medici sempre più avanzati. In tanti Paesi occidentali, negli ultimi anni, il fatto di avere un figlio in un’età avanzata, magari ricorrendo a tecniche farmacologiche di inseminazione, aumenta il rischio di avere un bambino prematuro.

  1. – E’ migliorata negli ultimi anni la possibilità di sopravvivenza per i neonati pretermine? R. – Pensi che nel 1970, prima dei sei mesi di gravidanza era difficile che un bambino che nasceva poteva aver speranza di sopravvivere. Adesso bastano 23, 24 settimane di gravidanza perché si possa sperare ragionevolmente che il bambino possa sopravvivere: sempre con dei rischi, però si sono fatti grandissimi passi.
  2. – Dopo quanto tempo si può dire che un bambino nato prematuro sarà in grado di condurre una vita normale? R. – Questo dipende da bambino a bambino. Purtroppo sappiamo che i bambini prematuri hanno gravi rischi di avere problemi di salute sia a breve termine sia a lungo termine. Diciamo che nei primi giorni di vita, soprattutto al momento della nascita, non si può assolutamente essere sicuri di niente. E’ una cosa che si vede con lo svilupparsi dell’età e con lo svilupparsi dei progressi che farà. I primi danni cerebrali si possono vedere dopo una ventina di giorni dalla nascita, non prima, prima si possono avere soltanto degli indizi.
  3. – C’è una sufficiente attenzione dal suo punto di vista, verso il tema del bambino nato pretermine a livello di opinione pubblica? R. – Purtroppo penso di no, c’è ancora molta disinformazione. Inoltre c’è una banalizzazione del fatto che uno può far figli a qualunque età. Questo purtroppo non è vero perché con l’età avanzata aumentano i rischi e questo è bene che le persone lo sappiano.
  4. – Età avanzata delle madri, delle gestanti, e anche aumento delle gravidanze medicalmente assistite tra le cause delle nascite pretermine… R. – Sì perché noi sappiamo che queste gravidanze spesso hanno un tasso maggiore della norma di bambini che sono gemelli e questo è uno dei fattori di rischio per nascere prematuri.
  5. – Parlare di neonati pretermine porta inevitabilmente ad una riflessione sul valore della vita intrauterina, quindi ha delle ricadute anche sul dibattito relativo all’interruzione volontaria di gravidanza… R. – Certo, prima di tutto perché la legge italiana dice che quando il feto può sopravvivere al di fuori dell’utero della mamma, la gravidanza non può essere interrotta volontariamente. Quando la legge 194 (sull’interruzione volontaria di gravidanza) fu fatta nel ’78 i bambini non sopravvivevano prima di 26 settimane adesso sopravvivono a 22, 23 settimane quindi il limite per fare l’interruzione di gravidanza deve essere necessariamente, in ottemperanza alla legge, anticipato. Detto questo con la nascita di un bambino prematuro che pure è un fatto faticoso per i genitori, ci rendiamo conto della bellezza della vita: questi bambini, che sarebbero rimasti ancora per alcuni mesi dentro la pancia della mamma, hanno una loro capacità di interagire, sentono il dolore – e quindi noi abbiamo l’obbligo grandissimo di non farglielo sentire – sentono i suoni, i rumori. Quello che prima noi potevamo soltanto immaginare che faceva un feto dentro la pancia della mamma, adesso lo vediamo. In realtà, la distinzione tra feto e bambino è una distinzione che ha realmente pochissimo senso: il feto è un bambino che ancora è dentro la pancia della mamma, il bambino è un feto che è uscito dalla pancia della mamma. Pensiamo soltanto al paradosso che ci sono dei feti arrivati alla fine della gravidanza che ancora dentro la pancia della mamma pesano 4 kg e ci sono bambini prematuri che pesano 4 etti. Quindi un bambino può arrivare a pesare 10 volte meno di un feto!
  6. – Celebrare la Giornata internazionale del neonato pretermine vuol dire anche interrogarsi su questo? R. – Certamente, non ci deve essere nessun criterio di differenza di trattamento tra un paziente di 50 anni e un bambino prematuro che pesa 5 etti. Vatican Radio

Il Vangelo nelle Americhe, alcune ombre e tante luci

AmericheLa Chiesa ha chiesto perdono, nell’anno Santo del Giubileo del 2000, per le azioni di tanti suoi figli in America.

La Chiesa non entra nel merito delle vicende storiche ma si limita a dire che: «l’individuazione delle colpe del passato di cui fare ammenda implica anzitutto un corretto giudizio storico, che sia alla base anche della valutazione teologica. Ci si deve domandare: che cosa è precisamente avvenuto? Che cosa è stato propriamente detto e fatto? Solo quando a questi interrogativi sarà stata data una risposta adeguata, frutto di un RIGOROSO GIUDIZIO STORICO, ci si potrà anche chiedere se ciò che è avvenuto, che è stato detto o compiuto può essere interpretato come conforme o no al Vangelo, e, nel caso non lo fosse, se i figli della Chiesa che hanno agito così avrebbero potuto rendersene conto a partire dal contesto in cui operavano. Unicamente quando si perviene alla certezza morale che quanto è stato fatto contro il Vangelo da alcuni figli della Chiesa ed a suo nome avrebbe potuto essere compreso da essi come tale ed evitato, può aver significato per la Chiesa di oggi fare ammenda di colpe del passato» (1).

(Commissione teologica internazionale, Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, L’Osservatore Romano, Documenti, supplemento a L’Osservatore Romano n.10, 10 marzo 2000, p.5, n.4).

Per un corretto giudizio storico:
Qual è stata la vera storia del Vangelo nelle Americhe?
Molti conquistadores si macchiarono di gravi colpe e ci furono anche preti e vescovi complici di diverse nefandezze. Non bisogna dimenticare che la colonizzazione del Sud America è una storia di uomini e ogni storia di uomini è fatta di luci e d ombre. Tuttavia gli aspetti positivi superarono quelli negativi. Scrive Giovanni Paolo II: “- senza dubbio in questa evangelizzazione, come in ogni opera dell’uomo, vi sono stati esiti e sbagli, – luci ed ombre -, però, – più luci che ombre -“- (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica I cammini del Vangelo, 29 giugno 1990, n.8).

Gli spagnoli, pur con tutti i loro difetti umani, hanno liberato gli indios da regimi che si possono considerare fra i più sanguinari e schiavistici della storia. Innanzi tutto bisogna sapere che gli Aztechi e gli Incas non erano pacifiche popolazioni locali ma erano essi stessi degli invasori che provenivano da altre terre.

I toltechi erano una sanguinaria popolazione, proveniente dal Nord, che aveva distrutto i Maya – nella regione del Messico -. Gli aztechi erano una tribù nomade del popolo nahua, provenienti dalle regioni della California settentrionale. Gli aztechi erano un popolo bellicoso e crudele che aveva a sua volta distrutto la popolazione dei toltechi, degli zapotechi e quanto rimaneva dei maya. Gli aztechi tennero sempre in schiavitù gli indios dell’America centrale, essi avevano una macabra religione che si basava sui sacrifici umani di massa. Per gli aztechi il sangue umano era il nutrimento che bisognava offrire agli dei per continuare a garantire il funzionamento del mondo.

Erano sempre in guerra perché avevano necessità di procurarsi nuovi schiavi da sacrificare agli dei. Un codice azteco racconta che nel 1487 furono sacrificati 20.000 prigionieri in occasione dell’inaugurazione di un nuovo tempio dedicato al dio colibrì. Ogni primo mese dell’anno uccidevano moltissimi lattanti e poi li divoravano. Il rito sacrificale tipico consisteva nel portare le vittime in cima alle piramidi. Qui veniva strappato il cuore ancora pulsante e i corpi venivano precipitati dalle piramidi. I corpi venivano scuoiati, con le pelli venivano fatti abiti per la casta sacerdotale mentre le altre parti del corpo venivano mangiate: dopo il pasto si ubriacavano.

I Maya, in quanto a crudeltà, non sono stati da meno: essi praticavano sacrifici umani in relazione con i cicli del calendario, anche loro strappavano il cuore e procedevano allo scorticamento del cadavere come atto magico per appropriarsi dell’anima.

Gli Incas erano amerindi di stirpe Quechua della regione di Cuzco. Essi avevano invaso e sottomesso tutti i popoli delle Ande –  l’attuale Perù, la Bolivia, l’Ecuador, il Cile, l’Argentina – e per ragioni economiche avevano deportato intere popolazioni in luoghi lontani.

Per invocare l’aiuto degli dei, nei pericoli, sacrificavano bambini e donne vergini. Gli Incas avevano instaurato un regime di tipo collettivista e razzista. Tutta la vita privata era strettamente controllata dallo Stato – compreso i vestiti -, il matrimonio era controllato dalle autorità per evitare contaminazioni razziali e per assicurare la purezza del popolo. La posizione della donna nell’impero Incas era ancora più tragica. Ogni anno le bambine di nove anni di età venivano valutate dai funzionari imperiali:

Quelle scelte – chiamate elette – erano prelevate ed educate in case speciali. Esse venivano divise in tre categorie. Un primo gruppo: dovevano restare vergini, impiegate nel culto del dio sole – vergini del sole -. Un secondo gruppo: donne che venivano divise tra i funzionari imperiali in qualità di prostitute. Il terzo gruppo era destinato ai sacrifici umani.

Questa umiliante e tragica posizione delle donne nell’impero Incas era particolarmente in contrasto con quello che accadeva nelle tribù indie circostanti, dove la donna godeva di indipendenza

Nessuno si chiede come fecero gli spagnoli a far crollare degli imperi consolidati, potenti e sanguinari – come quelli degli aztechi e degli Incas – dato che in 50 anni – tra il 1509 e il 1559 – gli spagnoli che raggiunsero le indie furono in tutto poco più di 500. Come poterono poche decine di soldati far crollare degli imperi? Le poche armi non funzionarono quasi mai a causa del clima umido che neutralizzava le polveri, i cavalli non potevano essere utilizzati nell’assalto a causa delle foreste. La verità è che gli spagnoli ebbero l’appoggio determinante degli indios che li accolsero come liberatori e si unirono a loro per rovesciare la schiavitù azteca e Incas.

Lo storico degli aztechi, Jacques Soustelle, scrive che la vittoria degli spagnoli sugli aztechi fu determinata da tre fattori. Il primo fattore fu quello religioso: Montezuma fu convinto per molto tempo che Cortès fosse un Dio azteco – Quetzalcòatl-. Il secondo fattore fu una terribile epidemia di vaiolo che colpì gli aztechi. Il terzo fattore consiste nel fatto che la guerra degli spagnoli non fu soltanto la loro guerra ma quella di numerosi popoli e stati coalizzati contro gli aztechi a cui gli spagnoli fecero da guida: le tribù del Sud, i totonachi, gli otomi, gli abitanti di Tlaxcala e Uexotzinco. Quando Francesco Pizzarro arrivò presso gli Incas, già questi erano dilaniati da una sanguinosa guerra civile combattuta fra Huàscar e Atahualpa.

Un altro fatto indiscutibile è che nei tre secoli di presenza spagnola mai ci furono rivolte contro gli spagnoli da parte degli indios. La morte di milioni di persone nella popolazione indigena ci fu ma non fu dovuta alle armi degli spagnoli ma alle nuove malattie infettive portate dagli spagnoli: Il morbillo e il vaiolo.

Nella zona messicana, andina e in molti territori brasiliani il 90% della popolazione è meticcio, frutto di incroci razziali fra spagnoli e indigeni. Infatti i cattolici spagnoli non esitavano a sposare le indigene perché la teologia cattolica le riteneva esseri umani a pieno titolo. Nel Nord America, invece, la colonizzazione protestante aborriva le unioni miste e i frutti degli incroci razziali venivano emarginati: la teologia protestante, infatti, considerava l’indiano inferiore in quanto predestinato ad esserlo (è lo stesso meccanismo che ha portato nel Sudafrica all’apartheid e in Australia alla quasi estinzione degli indigeni). Inoltre, nel Nord America la colonizzazione protestante ha effettivamente sterminato le popolazioni locali (il massacro sulla frontiera dell’Ovest nel XIX secolo).

Dice lo storico della Sorbona, Pierre Chaunu, che è calvinista e liberale, che l’America protestante ha cercato di liberarsi dal suo crimine creando la leggenda nera della conquista spagnola dell’America del Sud. Il primo scritto utilizzato in funzione strumentale dagli olandesi e dagli inglesi, per costruire il mito del massacro degli indios da parte degli spagnoli, fu quello del frate cattolico Bartolomeo de Las Casas. Bartolomeo fino a 35 anni aveva praticato, prima della conversione, la schiavitù degli indios nei suoi possedimenti delle Antille. Lo scritto di Bartolomeo è frutto di un’esaltazione mistica e di un desiderio di espiazione. Bartolomeo, in modo del tutto ingenuo e infantile, dice che tutti i popoli delle Indie sono naturalmente buoni e pacifici, addirittura privi di ogni forma di aggressività. Le civiltà costruite da questi popoli sarebbero tutte perfette e paradisiache, comprese quelle sanguinarie degli aztechi e degli Incas.

Il male non esisterebbe presso quei popoli ma solo nell’animo degli europei. Bartolomeo, con il suo scritto, è il primo a gettare le premesse di quella favola illuminista che darà origine al mito del buon selvaggio.

I re cattolici di Spagna erano talmente sensibili ai diritti degli indios che le esaltazioni mistiche di frate Bartolomeo furono tenute ugualmente in considerazione e Bartolomeo fu nominato protettore generale degli indios. Le visioni utopistiche di Bartolomeo sugli indigeni sono talmente ingenue che egli stesso viene immediatamente contraddetto dai fatti: il popolo dei lacandoni, poco dopo la sua partenza, massacra, nel Chiapas- Guatemala, la civiltà cristiana che Bartolomeo vi aveva stabilito.

Gli indigeni delle Antille che, per iniziativa personale di Cristoforo Colombo (quale vice- re delle nuove terre) erano stati ridotti in schiavitù e mandati in Spagna, furono liberati per volontà di Isabella detta la Cattolica, Regina di Castiglia, e riportati nelle Antille.

L’inviato speciale della regina, Francisco de Bobadilla, fece liberare gli indios, destituì Colombo e lo inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi.

Isabella scrisse nel suo testamento una supplica al Re e alla principessa sua figlia affinché gli indios fossero sempre trattati con umanità, rispettati nelle loro persone e nei loro beni e affinché fosse riparato ogni eventuale danno che avessero ricevuto.

Lo storico protestante nord-americano William Malty ha scritto che nessuna nazione eguagliò la Spagna cattolica nella preoccupazione per le anime dei suoi sudditi. Altra falsità di cui sono stati accusati i cattolici è quella del genocidio culturale dei popoli indigeni, genocidio culturale che sarebbe iniziato con la distruzione delle loro lingue. In realtà, per conservare e capire le lingue dei popoli indigeni, nel più importante vicereame, quello del Perù, all’università di Lima fu stabilita nel 1596 una cattedra di lingua quechua (la lingua andina imposta dagli Incas).

Nessuno poteva essere ordinato sacerdote se non conosceva bene la lingua quechua e anche altri linguaggi come il nahuatl e il guaranì. In realtà, nelle repubbliche dell’America latina non furono i cattolici ma gli illuministi della Rivoluzione francese che portarono avanti un piano sistematico di eliminazione delle lingue locali per imporre la lingua democratica ed egualitaria per eccellenza: il francese. Sempre all’inizio del XIX secolo, cacciati gli spagnoli, presero il potere le borghesie ispirate alla filosofia dell’illuminismo e della massoneria e furono queste che eliminarono tutte le leggi sulla tutela degli indios emanate dagli spagnoli.

(Bruto Maria Bruti)

 

Bibliografia:

Jean Dumont, Il Vangelo nelle Americhe, dalla barbarie alla civiltà, Effedieffe, Milano 1992; Piero Gheddo, Nel nome del Padre, la conquista cristiana sopruso o missione, Bompiani, Milano 1992, pp.67-82; Enciclopedia Italiana, vol. V, p.720, vol. XXII p.634, vol. XVIII p. 954, vol. XXVI p.888; Jacques Soustelle, Gli Aztechi, Newton Compton, Roma 1994, pp. 61-72 e pp. 94-96; Alberto Caturelli, Il Nuovo Mondo riscoperto, ed. Ares, Milano 1992, pp. 90 -106; Igor Safarevic, Il Socialismo come fenomeno storico mondiale, cooperativa editoriale – La casa di Matriona- Milano 1980, pp. 182-184 .

Separati e fedeli

fedeltaLa nostra societa’ sempre più secolarizzata ha prodotto un aumento vertiginoso di separazioni, divorzi e convivenze. Spesso di fronte ad un matrimonio che fallisce la scelta e’ prendersi un altro partner, tuttavia vi sono alcuni che vogliono rimanere fedeli al patto coniugale fondato sull’amore. Abbiamo chiesto ad uno di questi, un uomo poco più che quarantenne, le motivazioni di una scelta oggi tanto coraggiosa ed impegnativa.

Lei dopo la separazione ha scelto di non rimettersi con un’altra donna, cosa l’ha spinta a questa decisione che sembra in contrasto con la pratica dominante?
Il mio nome è Luca, mi sono separato nel 2007, ho due figli un maschietto ed una femminuccia di rispettivamente 12 e 10 anni e sono Vigile del Fuoco a Roma. Premetto che quando mi sono separato non credevo, non avevo in nessun modo a che fare con la religione e quindi con la Chiesa. All’inizio ho provato a conoscere altre donne con l’intenzione di “rifarmi una vita”, allora tutte le voci di conoscenti e parenti consigliavano in tal senso, ero spinto a farlo perché “oggi è normale”, “lo fanno tutti”, “i tempi sono cambiati” e ancora “chiusa una porta si apre un portone”, “quando il vaso è rotto rimane rotto”. Le donne che ho conosciuto, non poche, erano brave donne, premurose, disponibili, ma guardandole bene non vedevo nulla che potesse  farci vivere  insieme.  I giorni passavano e non mi sentivo soddisfatto, mancava sempre qualcosa dentro di me, la progettualità, l’interesse per i figli, l’affetto,  il calore della mia famiglia, ciò in cui ero cresciuto, insomma era solo un uscire, un andare a letto, un parlare superficiale e un vivere insipido e sciapo, poi nella mente e nel cuore c’era sempre lei, mia moglie, la vedevo come l’ unica persona che poteva dare un senso al tutto, progettare non solo per noi ma per i nostri figli. Ho sofferto molto, non riuscivo razionalmente a dare una risposta a questo malessere, mi trovavo in una vita che non era la mia, non mi piaceva, non la volevo e quindi cambiavo sempre partner  prima una, poi un’altra e così via, questo per un paio di anni dove le voci e i consigli degli altri ti riferivano, “evidentemente non hai ancora trovato quella giusta”. Tutto questo tormento e tribolazione interiore mi hanno condotto verso la Fede e la Chiesa, in Lei ho trovato qualcuno che pensava finalmente come me, il suo concetto di amore era quello che cercavo, sulla famiglia eravamo all’unisono, quindi la conversione è arrivata così. Infatti tanti familiari e colleghi spesso mi accusano, ingiustamente, di rimanere da solo, fedele alla mia famiglia, perché me lo dice la Chiesa ed io rispondo sempre che non lo faccio per la Chiesa ma perché nel mio cuore il mio amore è sempre per mia moglie e la mia famiglia e non vedo altre possibilità che abbiano un senso, anche solo da un punto di vista umano.  Nella mia ricerca di dare un senso alle mie domande interiori sull’amore, sulla famiglia e sulla vita ho trovato risposta nell’insegnamento della Chiesa, dove morire per l’altro, credere nell’ amore (Dio Amore, origine di ogni amore) e quindi nel matrimonio dove nasce la vera ed unica famiglia possibile, madre, padre e figli, la fedeltà nella debolezza dell’altro, il sacrificio per amore per un qualcosa che va oltre l’umano, ti fa incontrare, avvicinare a Colui che ha dato se stesso per gli altri.

La solitudine è difficile da sopportare. In che modo l’ha vissuta e quale strada ha trovato per conviverci serenamente?
Questa è la cosa che nella mia scelta mi ha fatto e mi fa ancora faticare, ci sono momenti in cui sopporti il peso abbastanza bene ed altri in cui ti soffoca, ti opprime. D’altro canto la soluzione non è quella di “rifarsi una vita” che copra solo le parti formali. In questo senso è solo possibile “complicarsela maggiormente”. Immagino quelle persone che hanno figli con più persone, e poi mi metto nei panni di quei poveri figli che hanno genitori che cambiano partner o comunque che si ritrovano a confronto con altri figli dei loro stessi genitori e dei loro compagni, quindi ho preferito starmene tranquillo, poter dare come esempio ai miei figli e agli altri la mia vita, dimostrare che la famiglia è una e che per loro sei l’unico e viceversa. Un padre non c’è solo per l’aspetto economico ma anche come insegnamento di vita e di Fede. Oggi, seppur diffusissima, la solitudine al solo pronunciamento fa tremare. In una società che vive di comunicazione, di attività sociali, di frenesia, di confusione e spesso di superficialità, riuscire a vivere la solitudine ti consente di fare in parte ciò che facevano gli eremiti una volta, cercare in profondità e non ascoltare le voci in superficie avvicinandosi di più al senso della propria vita dare un giusto peso alle cose quotidiane e alle persone, ritrovare quello che spesso manca: la Fede. Intravedere chi è veramente la Via, Verità e Vita, Colui che dobbiamo alla fine realmente cercare e mettere al primo posto, il resto viene da solo. Il Signore non grida ma sussurra al cuore e devi fare pace e silenzio in te stesso per udirlo, altrimenti ascolti solo le grida del Mondo.

Uno dei problemi più scottanti riguarda la situazione dei figli. È molto complicato per i figli vedere il proprio genitore con partner diversi?
I danni sui figli sono terribili, inqualificabili, dove in nome di una falsa libertà che un genitore reclama, si limita e si violenta quella dei figli, si stravolgono le figure intorno a loro, le loro abitudini, le loro certezze e sicurezze, i loro riferimenti. Spesso il genitore separato afferma di continuare ad essere premuroso, mettere loro al centro della loro vita, che l’altro o l’altra si faranno da parte non interferiranno nell’educazione, ma sono desideri menzogneri, perché nella realtà quando si decide di vivere insieme si deve sempre in ogni caso rispondere di qualsiasi cosa con il partner di turno e che i figli alla fine sono quelli che ne subiscono le conseguenze. Diventano “pacchetti postali” in viaggio con gli zaini dei vestiti e della scuola dalla casa di un genitore ad un’altro.

Quale secondo lei la causa scatenante di un fenomeno come quello delle separazioni e dei divorzi  che ha assunto dimensioni rilevanti?
Questa è una delle tante domande che mi faccio da tempo. Ho visto un numero enorme di famiglie frantumarsi. Prima della conversione era una domanda continua che non trovava risposta, umanamente ho verificato tutte le possibili opzioni, come fa un calcolatore, ma la risposta era “non lo so”. Posso dire che se avessi incontrato la Fede da giovane sicuramente non avrei fatto ciò che ho fatto, molti errori, obiettivi falsi ed un concetto della vita ridotto solo al materialismo ed al piacere dei sensi.

Come dovrebbero comportarsi i suoceri di fronte ad un rapporto che comincia a scricchiolare? Nel film Fireproof  i suoceri tentano in ogni modo di salvare il matrimonio dei loro figli. Cosa ne pensa?
Il  ruolo dei genitori di fronte ad una coppia che vacilla dovrebbe essere comunque quello di cercare di far capire ai rispettivi figli che la famiglia è una sola, richiede sacrificio e sopportazione per poi poter raccogliere i giusti frutti e non tentare altre strade che portano solo a dolore e sofferenza per tutti. Spiegare loro che possono esserci momenti di difficoltà, non solo economiche, ma spesso di convivenza, di reciproca sopportazione, ci può essere una forma di stanchezza (oggi con l’aumentare dell’età media è aumentato anche il periodo del matrimonio) e non è facile per trenta o più anni mantenere sempre gli stessi obiettivi, vederla alla stessa maniera, pensarla all’unisono. Oggi poi il fatto che spesso si lavora entrambi, gli ambienti di lavoro sono misti e promiscui, dove anche il coniuge più fedele e saldo in un momento di debolezza pressato dallo stress e magari da qualcun’altro che inopportunamente non manca mai, può cedere, cadere, sentirsi per un momento lontano dai problemi che hai nella tua vita privata e farti trasportare lontano può peggiorare il tutto. È proprio in questi momenti che le famiglie di origine devono intravedere il pericolo, essere vicine, intervenire per mantenere unito il rapporto, se credenti la preghiera aiuta. Quando poi avviene l’irreparabile si fanno prendere dall’egoismo, iniziando una guerra, una disputa dove orgoglio, testardaggine e cecità finiscono per dare le ultime spallate a quel sottile rapporto  che è la coppia. Un sano ed equilibrato contributo può arrivare quando anche i genitori hanno un corretto senso della famiglia e del matrimonio.

don Marcello Di Fulvio – Zenit

 

Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile” (Seconda parte)

vanniluiabortoLEGGI (QUI) LA PRIMA PARTE

Puoi farci un esempio di strategie svolte in altri Paesi per sensibilizzare l’uomo verso la difesa della vita concepita?
Antonello Vanni: Ad esempio, da alcuni mesi sulle strade di alcuni stati negli USA  sono stati collocati enormi cartelli, come forma di campagna pubblicitaria, con lo slogan Fatherhood begins in the womb (La paternità inizia dal grembo della madre). Nelle immagini di questi cartelli si vedono foto di uomini che baciano il pancione della loro donna incinta (vedi www.toomanyaborted.com). Questa campagna mediatica e’ stata proposta dall’organizzazione prolife Radiance Foundation che a partire dalla Virginia sta portando le sue comunicazioni ora anche in New Jersey e in California. Secondo la Radiance Foundation l’idea è sconfiggere l’aborto rimettendo in discussione, con uno sguardo critico, il caso Roe vs Wade che dal 1973 ha aperto le porte all’aborto negli Stati Uniti. Una delle conseguenze di questo caso fu proprio l’esclusione della figura maschile e paterna dalle decisioni riguardanti la vita del figlio in caso di scelta abortiva, fatto che sarà presente in tutte le legislazioni occidentali sull’aborto da lì in avanti. Questa esclusione avrà e ha tuttora un grave effetto diseducativo sulle generazioni maschili che si sono succedute, cresciute quindi senza consapevolezza del valore della paternità, fatta di responsabilità e cura per la vita generata. Tra l’altro la Radiance Foundation fa notare la stretta correlazione tra paternità assente e aborto: di tutti gli aborti che vengono effettuati ogni anno negli Usa l’84% avviene tra coppie non stabili in cui l’uomo ha abbandonato la donna incinta. Scardinando perciò i corollari del caso Roe vs Wade, la campagna Fatherhood begins in the womb della Radiance vuole richiamare gli uomini alla responsabilità affettuosa verso la vita nascente nella loro donna, oltre che sottolineare l’inadeguatezza delle leggi abortiste che escludendo la figura paterna hanno condannato a morte milioni di bambini privandoli, in un modo o nell’altro, della difesa responsabile dei loro padri. Del resto lo aveva già detto Giovanni Paolo II: “Rivelando e rivivendo in terra la stessa paternità di Dio l’uomo è chiamato a garantire lo sviluppo unitario di tutti i membri della famiglia: assolverà a tale compito mediante una generosa responsabilità per la vita concepita sotto il cuore della madre” (Familiaris Consortio, 1981).Le leggi abortiste, e in Italia la legge 194/78, hanno eliminato il padre dal processo decisionale dell’aborto a meno che la madre non lo voglia.

Quindi un uomo può essere padre anche senza saperlo e una donna può abortire un figlio senza dirlo al padre. Dove sono le “pari opportunità”?
Antonello Vanni: Ciò che dici è un dato di fatto: la legge italiana sull’aborto ha liquidato la figura maschile e paterna. Nonostante i buoni propositi espressi nell’art. 5 della legge 194/78, infatti, il coinvolgimento del padre nella scelta abortiva è nullo: l’uomo non ha il diritto di essere informato, non è richiesto il suo consenso, non ha voce in capitolo sulla vita o sulla morte del bambino. Siamo quindi molto lontani dal concetto oggi tanto in voga di “pari opportunità”, tanto che già negli anni immediatamente successivi al 1978 alcuni tribunali espressero molti dubbi sulla legittimità costituzionale di questa norma pregiudicante il diritto alla paternità del genitore e il principio di uguaglianza dei coniugi sancito dalla Costituzione.

Non solo: molti esperti di giurisprudenza sottolinearono l’incomprensibilità di una legge che da un lato aspira a valorizzare ogni intervento capace di favorire la maternità e la vita del bambino, mentre dall’altro esclude un contributo, come quello del padre, che può essere decisivo anche in senso positivo. Tutte queste riflessioni non servirono e ancora oggi l’uomo è completamente escluso dalla procedura abortiva.
Molti padri però sono la causa degli aborti delle loro mogli o compagne, quindi forse la legge voleva proteggere la scelta della donna per la vita….
Antonello Vanni: Alla luce dei fatti seguiti alla legge 194/78 ritengo che le cose stiano diversamente. Le leggi abortiste, espressione del tremendo potere biopolitico avviato dai totalitarismi, hanno un fine ben diverso da quello che tu proponi. Il loro obiettivo non è proteggere, ma dominare e eventualmente distruggere la vita, tanto è vero che è palese la contraddizione tra il titolo della legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità…” e i suoi risultati: un’ecatombe pari (solo in Italia) allo sterminio del popolo ebraico in Europa e con mezzi altrettanto efferati. Non mi pare proprio che la maternità sia stata tutelata… Non solo: leggendo le varie Relazioni ministeriali sull’applicazione di questa legge si nota che le leggi abortiste condividono con lo stile del biopotere totalitario anche la manipolazione linguistica, finalizzata a nascondere il volto autentico della vita umana: se la figura paterna venne “abrogata” con la legge 194, non diverso fu il destino della parola padre, gradualmente erosa e poi cancellata insieme alla forza affettiva, relazionale e antropologica che possiede. Già ridotta a padre dello zigote dai promotori della campagna in favore dell’aborto, la parola comparve quattro volte sotto forma di padre del concepito nei testi relativi alla Legge 194 per poi scomparire del tutto insieme alle altrettanto sfortunate parole marito, e, nota bene, di moglie e madre. Ma perché eliminare queste parole? Anche in questo caso l’obiettivo sembra essere stato quello di privare di dignità e pienezza le figure coinvolte nell’aborto: cancellando le parole padre e madre è stato più semplice poi togliere di mezzo quella di figlio che infatti è stata sostituita anch’essa: con la più tecnica, e quindi più facilmente aggredibile nella sua mancanza di umanità, concepito.   L’aborto interrompe nella donna una capacità esistenziale che difficilmente sarà recuperata: quella di essere madre.

Per quanto riguarda l’uomo si può parlare di “paternità interrotta”?
Antonello Vanni: Senz’altro: le ricerche dimostrano che nell’uomo esiste una reazione negativa all’aborto simile a quella riscontrata nella donna. Questa sofferenza è stata definita trauma post abortivo maschile (Male Postabortion Trauma): si tratta di una reazione a catena che erode l’identità personale maschile, da un lato minandone l’autostima (“non valgo nulla perché non ho saputo impedirlo”) dall’altro soffocandola con il senso di colpa e il rimorso che ne deriva (“è colpa mia, l’ho voluto io, sono un assassino e devo pagare”). Non solo: in questo processo psicologico viene inflitto un grave colpo anche alla maturazione di una compiuta identità di genere. Infatti, per il maschio, partecipare al concepimento di un figlio significa vivere il nucleo centrale della virilità, dell’essere davvero uomini: la capacità, intesa anche come forza e potenza, di avviare il processo vitale di un altro essere umano. L’aborto vanifica brutalmente questa esperienza interrompendo, spesso in modo definitivo, il passaggio alla maturità: “e quindi io non sono/non sarò mai un uomo, né un buon padre”.

Come si manifesta il trauma post abortivo maschile? 
Antonello Vanni: Sintomi del trauma post abortivo maschile sono molti e si manifestano negli uomini in modo diverso, spesso in relazione al ruolo che hanno avuto nella scelta abortiva: ad esempio, i padri che hanno convinto la donna ad abortire possono provare un forte rimorso per il senso di colpa, mentre quelli che hanno tentato inutilmente di salvare il bambino possono essere vittime del senso di impotenza. Gli psicologi, che hanno raccolto interi dossier di testimonianze maschili e svolgono un’opera terapeutica per curare questi uomini, hanno diviso tali sintomi in precise categorie per studiare e capire meglio le dinamiche psicologiche causate dall’aborto nel maschio. Sono stati così identificate sofferenze psicologiche, talvolta gravi, correlate alla rabbia e all’aggressività, all’impotenza e all’incapacità di reagire, al senso di colpa, all’ansia, ai problemi di relazione, al lutto causato dalla perdita.

LEGGI (QUI) LA PRIMA PARTE

 

Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile – (Prima parte)

vanniluiabortoE’ un libro che ha un valore storico: infrange per la prima volta il tabù che ha finora oscurato in Italia il rapporto tra i padri e i loro figli abortiti. ”
Quali sono le domande a cui hai voluto rispondere scrivendo Lui e l’aborto”?
Antonello Vanni: Prima di tutto va detto che, dal punto di vista dell’indagine scientifica, per affrontare la relazione tra figura maschile e aborto, è stato necessario ampliare lo sguardo e superare la prospettiva limitata di una legge o di uno slogan. Infatti, nel momento in cui si esamina questa realtà si incontra uno scenario umano estremamente vario che chiama in causa anche la coscienza, la rappresentazione della vita e della sessualità nella nostra società, la responsabilità politica e dei media, l’educazione delle nuove generazioni. Ci troviamo infatti davanti a numerosi interrogativi. Come reagisce un uomo alla notizia della gravidanza della donna? Perché la spinge all’aborto o cerca in tutti i modi di convincerla a tenere il bambino arrivando a gesti estremi per salvarlo? Perché i maschi di oggi tacciono, o devono tacere, non riuscendo a esprimere una posizione forte sull’aborto? L’incapacità di accogliere la vita nascente è connaturata alla figura maschile o è espressione delle tendenze secolarizzate e abortiste del nostro modello culturale? Quale influenza hanno, nel ricorso maschile e femminile all’interruzione di gravidanza, le critiche condizioni economiche in cui viviamo? La non conoscenza della crudeltà delle procedure abortive alimenta il silenzio della coscienza negli uomini? La legge 194 ha un effetto diseducativo sui giovani perpetuando nei maschi il disorientamento verso la vita concepita? L’esperienza dell’aborto ha un impatto traumatico sulla psiche maschile? Se sì, chi e come può rispondere al bisogno di ascolto e comprensione di questi uomini tormentati? E queste sono solo alcune delle domande possibili su un problema che merita di essere esplorato in tutta la sua complessità, evidente anche nei tanti casi di cronaca, che ho presentato nel volume.

Cos’hai scoperto, in quanto autore, scrivendo questo libro Lui e l’aborto”?
Antonello Vanni: Ho scoperto quanto sia gravemente superficiale e carente la visione che l’opinione pubblica, i media e la ricerca hanno del mondo maschile, soprattutto quando si parla della sua posizione rispetto alla vita o all’aborto. In genere si va dall’indifferenza alla visione ideologica che, sulla scorta di pregiudizi ormai vecchi di decenni, propone una figura maschile inetta, disinteressata alla vita, irresponsabile, capace solo di spingere la donna all’aborto o di andarsene, lasciando la donna incinta sola nel prendere decisioni importanti. Intendiamoci: tutto questo ha un fondo di verità, ma è solo una parte, molto limitata, di una realtà ben più complessa. Complessità che, va sottolineato, è rimasta e rimane invisibile proprio perché pregiudizi e visione ideologica hanno paralizzato un’indagine scientifica obiettiva e ad ampio raggio: basti pensare che del padre, nelle Relazioni ministeriali sull’applicazione della legge 194/78, non se ne parla mai. Per sopperire a questa carenza ho appunto scritto Lui e l’aborto” in cui sono descritte e discusse dinamiche più articolate e quindi più interessanti per chi vuole riflettere con serietà su questi argomenti.

E che cosa hai scoperto tu, come uomo, in questo libro che ha come sottotitolo Viaggio nel cuore maschile”?
Antonello Vanni: Da un lato mi sono interrogato, con inquietudine, sui motivi del silenzio maschile sui temi della vita, sul perché dell’assenza di una posizione forte e a voce alta degli uomini rispetto alla legislazione dell’’aborto che del resto è stata votata da un parlamento maschile, forse sull’’onda di un determinato contesto politico e ideologico. Dall’altro mi sono confortato scoprendo che molti studiosi uomini si sono occupati e si occupano di questi temi ad un alto livello scientifico, che tanti giovani uomini si danno da fare ogni giorno nei centri di aiuto alla vita per aiutare le donne in difficoltà salvando i loro bambini dalla morte. Di grande importanza poi è il fatto che esiste un grande numero di uomini che letteralmente si ribellano all’aborto, in forma personale o in forma più pubblica come nel caso dei giovani del MPV che nel loro Manifesto sulla 194: generazioni che non l’hanno votata, generazioni che l’hanno subita” hanno dichiarato apertamente il loro dissenso su una scelta fatta dalle generazioni precedenti e sulla quale non sono affatto d’accordo. Si tratta ora di capire come raggiungere e stimolare ulteriormente l’attenzione maschile verso una posizione più consapevole, responsabile e partecipata rispetto al tema della difesa della vita.

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Il fenomeno della maternita’ surrogata

pregnancy-23889_1280La questione delle madri surrogate è tornata alla ribalta recentemente con la notizia che Nicole Kidman e Keith Urban hanno avuto una bambina, nata il 28 dicembre, da un utero in affitto.
Poco tempo prima, il giorno di Natale del 2010, Elton John e David Furnish sono diventati padri di un bambino. Come osservato da ABC News il 4 gennaio, i loro nomi si aggiungono a una lista ormai lunga di personaggi famosi che hanno fatto ricorso alla maternità surrogata per avere figli. In questa lista figurano coppie come Sarah Jessica Parker e Matthew Broderick, l’attore Neil Patrick Harris e David Burtka, nonché la stella del calcio Cristiano Ronaldo. Il caso di Nicole Kidman e Keith Urban ha attirato l’attenzione dei commentatori per via di una dichiarazione della coppia in cui si ringraziava la “gestatrice” (“gestational carrier”). Melinda Tankard Reist, scrivendo sul quotidiano The Australian, ha criticato questa terminologia che esprime una mercificazione del corpo femminile e una commercializzazione della procreazione. In questo articolo del 19 gennaio, sostiene che tale linguaggio impersonale priva di umanità la donna che ha portato in grembo la bambina e nega l’intenso legame tra la madre e il figlio che si sviluppa durante la gravidanza.
Anche Miranda Devine, scrivendo sul Daily Telegraph di Sydney del 19 gennaio, ha espresso forti critiche sulla terminologia usata: “Anche se è stata pagata, come lo è la maggior parte delle madri surrogate negli Stati Uniti, ciò che ha fatto è un atto di enorme generosità personale e non dovrebbe essere denigrata usando parole ambigue che tendono a disumanizzare il rapporto umano più intimo”.
Accessorio
Devine ha spiegato di non condividere l’attuale mania dei figli surrogati, che vengono considerati come una sorta di accessorio di moda o, nel caso delle coppie omosessuali, come una dichiarazione politica. Michelle Higgins, in un commento pubblicato il 21 gennaio sul Sydney Morning Herald, ha simpatizzato con il dolore della donna sterile, ma si è espressa contro l’uso di termini come allevatrice o gestatrice. Le parole che scegliamo per descrivere la surrogazione hanno in effetti un’importanza – ha sostenuto – e un impatto sugli interessati. Dall’Inghilterra, in un articolo pubblicato il 21 gennaio sul quotidiano Guardian, Yvonne Roberts ha sostenuto che la maternità non è solo un’altro ramo dell’industria dei beni di consumo. Dare gli uteri in affitto è semplicemente disumano, ha affermato. Si potrebbe dire che una donna dovrebbe poter scegliere volontariamente di fare la madre surrogata, ma per questo dovremmo vivere in una società in cui non vi fossero grandi differenze di autorità e di reddito, ha osservato. Esistono “alcuni angoli dell’anima in cui anche chi ha portafogli senza fondo non si dovrebbe inoltrare”, ha aggiunto la Roberts. Altri commentatori si sono invece espressi a favore della surrogazione. Letitia Rowlands, nell’edizione del 22 gennaio del Daily Telegraph, ha sostenuto che ciò rappresenta un lieto fine per le coppie che diversamente non potrebbero avere figli. In Australia, le madri surrogate possono ricevere pagamenti solo per le loro spese mediche, ma la Rowlands si è espressa a favore di una commercializzazione della surrogazione per consentire alla coppie che vogliono disperatamente avere figli di poter avere maggiori opportunità. Altri due articoli di commento, pubblicati il giorno dopo sull’edizione della domenica del Daily Telegraph, si sono espressi a favore di questa pratica medica. Claire Harvey l’ha definita “uno straordinario dono d’amore”. Le madri surrogate si offrono per condividere il dono della loro buona salute e fertilità, a beneficio di chi è meno fortunato, ha detto. “È un dono volontario di compassione, pazienza e amore, da parte di una donna ad un’altra”. Tracey Spicer ha raccontato le proprie difficoltà a concepire e ha detto che esistono migliaia di donne che soffrono di infertilità, ma ha riconosciuto l’esistenza di vere ingiustizie, come quando donne di Paesi come l’India vengono prese in affitto per dare alla luce figli per coppie occidentali. Il riferimento della Spicer all’India tocca un punto sensibile nella questione delle madri surrogate. Lo scorso 10 dicembre, il Wall Street Journal ha pubblicato un lungo articolo sulla nuova industria dei bambini prodotti da donne provenienti da Paesi a basso reddito.
PlanetHospital, per esempio, usa donne di Paesi come Bulgaria perché facciano figli in Grecia dove l’assenza di leggi restrittive consente di operare più facilmente. Oppure si ricorre a ciò che viene definito come il “fagotto indiano” (“India bundle”) – un pacchetto che comprende gli ovuli donati e l’impianto embrionale in molteplici madri in India. Dando qualcosa in più, PlanetHospital offre la fecondazione con sperma di diversa provenienza o la possibilità di scegliere il sesso del figlio. Dal 2007 ad oggi, l’organizzazione ha consentito la nascita di 459 figli.
Diritti e remunerazione
Il crescente ricorso alla surrogazione ha tuttavia innescato una serie di cause giudiziarie. In Inghilterra, dove non sarebbe consentito il pagamento della surrogazione al di là di quanto necessario a coprire le spese mediche, un giudice ha recentemente rimesso in discussione l’interpretazione della legge. In una decisione dell’Alta corte, il giudice Hedley ha detto che la legge sul pagamento della surrogazione non è chiara e ha consentito ad una coppia britannica di mantenere il bambino nonostante avesse dato alla madre surrogata americana più di quanto la legge definisce come “spese ragionevoli”, secondo il Telegraph di Londra dell’8 dicembre. Il giudice ha interpretato la legge nel senso di applicarla solo ai “casi più chiari” di surrogazione a scopo di lucro. Frattanto, negli Stati Uniti, la Corte suprema del Connecticut ha deciso che è possibile riconoscere la paternità del partner non genetico di un figlio nato da madre surrogata, secondo quanto riferito da ABC News il 20 gennaio. Anthony e Shawn Raftopol si sono sposati civilmente nel 2008 e i loro gemelli sono nati grazie a ovuli donati e a una madre surrogata. Vivono in Olanda ed erano preoccupati che Shawn, che non è il padre biologico, quando viaggia con i bambini, possa essere accusato di traffico internazionale di esseri umani.
La Corte ha superato le obiezioni poste dalle autorità del Connecticut, dichiarando che non era necessario svolgere le procedure dell’adozione e che Shawn poteva essere iscritto nei certificati di nascita.
Poco tempo dopo, il tribunale familiare di Melbourne, in Australia, ha emesso un verdetto simile, secondo quanto riferito dal quotidiano Herald Sun del 22 gennaio.
Una coppia omosessuale che ha pagato una madre indiana per dare alla luce due gemelle ha richiesto il pieno riconoscimento legale per il padre non genetico. “In punta di diritto, la parola ‘genitore’ evoca un qualche legame biologico, ma … la biologia non è fondamentale; si riconduce tutto alla responsabilità genitoriale”, ha decretato il giudice Paul Cronin. Talvolta le madri surrogate non vogliono consegnare i bambini che hanno fatto nascere, con conseguenti controversie legali. Una che è stata risolta di recente in favore della madre di nascita è il caso di un’anonima madre surrogata in Gran Bretagna a cui è stato permesso di tenersi il bambino. Il giudice Baker ha spiegato la sua decisione sostenendo che era nel miglior interesse del bambino, secondo quanto riferito dal quotidiano Telegraph del 23 gennaio.

Illecito
Nel documento del 2008, “Dignitas personae” su alcune questioni di bioetica, la Congregazione per la dottrina della fede riafferma l’opposizione della Chiesa all’uso delle madri surrogate.
Esso riafferma ciò che la “Donum Vitae” aveva dichiarato 20 anni prima. In quel documento la Chiesa spiega che ogni tecnica procreativa che coinvolge persone diverse da quelle della coppia sposata è inaccettabile in quanto è “contraria, infatti, all’unità del matrimonio e alla dignità della procreazione della persona umana”.
Afferma inoltre che essa lede “il diritto di ogni persona di essere concepita e di nascere nel matrimonio e dal matrimonio”. La natura del legame tra marito e moglie significa che essi hanno il “diritto esclusivo a diventare padre e madre soltanto l’uno attraverso l’altro”, aggiunge. Non si tratta di negare la sofferenza delle coppie che non possono avere figli, ma se la surrogazione può risolvere un problema, di sicuro ne crea anche molti altri.

John Flynn

Interrompere una gravidanza lascia una scia di lacrime; Dio le asciuga

aborto bimbo1Non riesco a passarle abbastanza fazzolettini per asciugare tutte le sue lacrime. Il suo dolore è travolgente ed i suoi occhi non riescono a smettere di stillare gocce di pianto che sfogano sofferenza intima e profonda.

Francesca sta cercando di spiegarmi, ma le sue parole escono interrotte da singhiozzi disperati. Siamo chiuse in un’aula vuota ed io spero che nessuno, per sbaglio, apra quella porta. Il pianto che vedo è troppo segreto per non avere il diritto di essere protetto da sguardi indiscreti.

Francesca è la mia dolcissima alunna del quinto anno piena di disperazione perché, poche settimane prima, ha abortito. Tra un singhiozzo e l’altro capisco la sua angoscia: si sente una fallita per non aver saputo difendere la vita che era in lei. Piange…piange…piange…

Una sorella che è rimasta incinta pochi mesi prima di lei…una famiglia allo stremo per la preoccupazione e la cassa integrazione… dei genitori oppressi dalle possibili chiacchiere malevole della gente “per bene”… ed infine lei, Francesca: una ragazza travolta dalla paura di non farcela. Tutto sembra aver remato contro questa nuova vita.

Sono cinque anni che conosco questa meravigliosa ragazza. Bella, delicata e con il dono della sensibilità elevata alla massima potenza. Tutto vede, tutto scruta, di tutto si accorge. Di quel giorno pieno di dolore, ricordo la mia frustrazione nel non riuscire a fare di più, oltre all’ascolto. Avrei voluto asciugarle le lacrime con qualcosa di più efficace di un piccolo fazzoletto di carta; ma cosa porgerle?

La domenica seguente vado ad Assisi e compro un bracciale nei pressi della basilica di San Francesco. Lo faccio benedire da un giovane frate e vi allego una mia lettera. Penso: “Io non so cosa fare; allora affiderò Francesca a san Francesco”.

Passa il tempo. Francesca si diploma ed io il le scrivo un messaggio. Nessuna risposta. Passano i mesi. Poi la scorsa settimana eccola lì; una sua lettera. Sono in macchina e sto andando con mio marito ad Assisi quando il mio cellulare mi avverte di un messaggio in arrivo. Ho davanti agli occhi sia la Basilica di San Francesco che il messaggio di Francesca. Con questa fortunata coincidenza, inizio a leggerlo.

“Cara prof, finalmente un po’ di tempo per scriverle e non sa quanto non vedessi l’ora… È dalla data del suo ultimo messaggio che ogni volta che la pensavo mi veniva un nodo in gola per non essere riuscita a risponderle… Il lavoro, la nonna, due traslochi e la sera mai un momento da sola per potermi permettere qualche lacrima senza dare troppe spiegazioni o sembrar matta Io la penso sempre, leggo i suoi post e … porca miseria quanto mi manca lei! Le devo dire una cosa importante e forse è anche per questo che non vedevo l’ora di scriverle. Anzi; se ci vuole scrivere un post che possa essere di aiuto a qualcun’altra, ne sono contenta. Tutto può servire ed anche questo fa parte della mia rinascita. Lo spero!”

Il messaggio di Francesca finisce così. Sotto però c’è un’immagine che mi stringe il cuore con l’ondata di tenerezza che sento arrivare. E’ un’ecografia. E’ un’immagine di vita. E’ una creatura che si sta facendo largo per arrivare fino a noi. Chiedo a Francesca: “Non sto capendo male, vero? Quel frugoletto che vedo nell’immagine, è parte di te?”. E lei risponde: “Sì, sì! Lo è! E speriamo che tutto vada bene! Avevo ricontattato la ginecologa per … ed invece le cose sono andate diversamente. Vuol dire che le cose DOVEVANO andare diversamente!”

Vedo le faccine sorridenti e felici che Francesca mi invia sul mio cellulare, per farmi vedere il suo stato d’animo. Dio sta asciugando le sue lacrime, affidandole un’altra creatura non “cercata”. E stavolta Francesca è stata più forte della paura.

Cara Francesca, il tuo bambino è una bene-dizione di Dio; Dio dice-bene di te. Ti ha asciugato le lacrime di quel giorno, mettendoti tra le braccia un’altra creatura.  Lui si fida ancora di te. Non è rimasto bloccato al tuo passato e non farlo neanche tu.

Da oggi in poi, tu sarai una mamma con un bimbo in paradiso ed un altro qui: abbraccia quindi la felicità che sta crescendo dentro di te. E quando il bimbo sarà nato, appena potrai, portalo alla Porziuncola ed affidalo alla Madonna degli Angeli (il nome della tua creatura verrà scritto nel Libro della vita – che viene conservato nella bellissima sacrestia di Santa Maria degli Angeli -).

Cara Francesca, guarda cosa diceva Papa Giovanni Paolo II alle donne che, come te, avevano conosciuto l’inconsolabile sofferenza del dopo-aborto. Leggi, rivestiti di speranza e poi guarda con gioia il tuo futuro: Dio si fida di te e non ti lascerà mai sola. Ti ha dato un compito e ti darà anche tutto il necessario per portarlo a termine.

Auguri tesoro!

“ .. Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all’aborto.

La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica.

Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza.

… Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. A questo stesso Padre ed alla sua misericordia voi potete affidare con speranza il vostro bambino.

… potrete essere con la vostra sofferta testimonianza tra i più eloquenti difensori del diritto di tutti alla vita e attraverso il vostro impegno per la vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature … sarete artefici di un nuovo modo di guardare alla vita dell’uomo.” ( Evangelium vitae, 99)

* Di Maria Cristina Corvo

(tratto da www.intemirifugio.it )

La ricerca della perfezione

baby-784607_1280Se al desiderio di avere bambini perfetti si unisce la possibilita’ biotecnologica di averli, il risultato e’ che un numero crescente di bambini vengono destinati alla morte. La diagnosi preimpianto e le altre forme di screening che consentono di rilevare difetti genetici, portano all’eliminazione degli embrioni difettati prima del loro impianto, o al loro aborto in caso di gravidanza già in corso. Il filosofo Michael J. Sandel ha preso in considerazione alcune questioni etiche relative a questa pratica nel suo libro The Case Against Perfection, pubblicato a maggio da Belknap Press. Sandel, professore di Diritto pubblico presso l’Università di Harvard, da subito pone al lettore la questione se vi sia qualcosa di sbagliato nel desiderio dei genitori di ordinare figli con determinate caratteristiche genetiche.

L’impostazione di Sandel e’ aconfessionale e non rispecchia al cento per cento la posizione della Chiesa. Ad esempio egli difende la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Cio’ nonostante, il libro fornisce utili riflessioni che invitano il lettore a considerare le implicazioni relative all’eliminazione degli individui con difetti genetici e al tentativo di migliorare le capacità fisiche o psichiche. Questa spinta verso la perfezione, come la definisce, rischia di rovinare la nostra capacita’ di apprezzare il senso del dono delle facoltà umane e dei loro risultati.

In altre parole: non possiamo avere tutto a nostra disposizione a seconda dell’uso che ne vogliamo fare. Per quanto riguarda la famiglia, Sandel osserva che, diversamente da quanto avviene con gli amici, non siamo noi a scegliere i nostri figli. Apprezzare i figli come un dono significa accoglierli così come vengono e non come oggetti del nostro desiderio, prodotti della nostra volonta’, o strumenti della nostra ambizione. In questo senso – prosegue – voler scegliere i figli in base alle caratteristiche genetiche significa andare al di là del ruolo dei genitori, distorcendo il rapporto tra genitori e figli e venendo meno alla chiamata ad un amore gratuito che ogni genitore deve riservare ai propri figli.

Sandel ha anche avvertito che se si erode il senso del dono delle capacità umane e dei suoi risultati, si reca danno a tre elementi essenziali della società: l’umiltà’, la responsabilità e la solidarieta’.

Scuola di umilta’ L’essere genitore è una scuola di umilta’, secondo Sandel, nella quale impariamo ad amare profondamente i nostri figli e ad essere aperti agli imprevisti. Riguardo al senso di responsabilità, più cerchiamo di determinare le nostre qualita’ genetiche, più sentiremo il peso dei nostri talenti e dei risultati che otteniamo. Per esempio, una volta, la sindrome di Down era considerata una questione accidentale. Oggi, i genitori di bambini affetti dalla sindrome di Down o da altre forme genetiche, si sentono in colpa per non averli eliminati del tutto prima della nascita. A sua volta, questo distorto senso di responsabilità potrebbe anche ripercuotersi negativamente sull’atteggiamento di solidarietà, in quanto i meno fortunati potrebbero essere considerati non come delle persone svantaggiate da aiutare ma semplicemente come non idonei. Sandel non e’ l’unico ad essere preoccupato della sorte dei meno fortunati dal punto di vista genetico. Diversi articoli di stampa negli ultimi mesi hanno affrontato la questione dell’eliminazione degli embrioni a cui è stata diagnosticata la sindrome di Down. Secondo un articolo pubblicato il 9 maggio sul New York Times, i medici avrebbero già iniziato ad offrire servizi di diagnosi della sindrome di Down a tutte le donne incinte di ogni età, in linea con la nuova raccomandazione dell’American College of Obstetricians and Gynecologists. Lo stesso articolo avverte che, normalmente, circa il 90% delle donne con figli a cui è diagnosticata la sindrome di Down decidono di abortire. Il quotidiano descrive poi lo sforzo che alcuni genitori compiono nel cercare di far capire ai medici il senso di piena realizzazione che i bambini disabili sono in grado di vivere. I progressi della medicina, insieme alle cure adeguate possono, pur con considerevoli difficoltà, consentire ai bambini affetti dalla sindrome di Down di ottenere molto nella propria vita. Moralmente sbagliato. Il New York Times è tornato sull’argomento il 13 maggio con un altro articolo. Fra le testimonianze riportate vi è quella di Sarah Lynn Lester, una sostenitrice del diritto all’aborto, che tuttavia ha deciso di continuare la sua gravidanza dopo aver saputo che il figlio era affetto dalla sindrome di Down. Ho pensato che sarebbe stato moralmente sbagliato abortire un bambino con disabilità genetiche , ha riferito al quotidiano. Qualche mese fa la Canadian Down Syndrome Society ha avviato una campagna informativa per contrastare la crescente tendenza alla diagnosi genetica, secondo il quotidiano National Post del 10 gennaio. La campagna fa seguito ad una raccomandazione emanata dalla Society of Obstetricians and Gynecologists of Canada che invita a sottoporre tutte le donne in stato di gravidanza a diagnosi genetica specifica per la sindrome di Down. L’articolo cita anche il Dr. Will Johnston, presidente dell’organizzazione Physicians for Life con sede a Vancouver, il quale ha riferito che gli aderenti alla sua organizzazione considerano con preoccupazione la spinta verso un maggio ricorso allo sceening prenatale.  Ritengo che ciò dimostri la nostra incapacità, come cultura, di essere inclusivi e accoglienti come ci piace pensare di essere, ha affermato. L’’Italia è un altro Paese in cui è in aumento il ricorso alla diagnosi genetica. Secondo un servizio pubblicato l11 marzo su La Repubblica, nel 2005 il 79% delle donne italiane si è sottoposta almeno a tre ecografie durante la gravidanza. Questi esami tuttavia possono essere motivo di decisioni drammatiche. Il 7 marzo, l’agenzia ANSA ha riferito del caso di un feto di 22 settimane che è stato abortito a causa di una diagnosi di difetto esofageo, poi rivelatasi errata. Dopo un esame ecografico che erroneamente sembrava rilevare un problema, la madre ha deciso di abortire. Il bambino è sopravvissuto all’’aborto, ma il giorno successivo l’ansa ha informato sul suo decesso.

Screening estetico Con l’evolversi delle biotecnologie, il ricorso allo screening genetico sembra destinato ad aumentare ulteriormente, con conseguenze fatali per i bambini. Il 6 maggio, il Sunday Times di Londra ha riferito che il Bridge Center Fertility Clinic aveva ricevuto il via libera dalla Human Fertilization and Embryology Authority per sottoporre a screening gli embrioni al fine di creare bambini non affetti da strabismo. L’articolo ha anche osservato che lo screening è iniziato ora anche per alcune forme di cancro e di Alzheimer ai primi stadi. Vedremo un ricorso sempre maggiore alla diagnosi per rilevare gravi condizioni estetiche , ha affermato Gedis Grudzinskas, direttore sanitario della clinica, al Sunday Times. David King, direttore di Human Genetics Alert, ha espresso critiche per la decisione di consigliare tali screening. Siamo passati dalla prevenzione della mortalità infantile a forme di malattia che si manifestano nell’età adulta, ha osservato. Ora scartiamo quelli che hanno un’aspettativa di vita come la nostra, ma che sono esteticamente imperfetti. Preoccupazioni per tali tendenze sono state espresse anche da Benedetto XVI in un discorso pronunciato il 24 febbraio davanti alla Pontificia Accademia per la Vita. Una nuova ondata di eugenetica discriminatoria trova consensi in nome del presunto benessere degli individui e, specie nel mondo economicamente progredito, si promuovono leggi per legalizzare l’eutanasia, ha avvertito il Pontefice. In un mondo sempre più secolarizzato, la nostra coscienza si trova fortemente ostacolata a formarsi in modo tale da saper delineare la via giusta per affrontare questo o quel problema, ha aggiunto il Papa. Questo è dovuto sia al crescente rifiuto della tradizione cristiana, sia ad una sfiducia nei confronti della capacità del nostro intelletto di percepire la verità, ha spiegato. La vita è il primo dei beni ricevuti da Dio ed è fondamento di tutti gli altri; garantire il diritto alla vita a tutti e in maniera uguale per tutti è dovere dal cui assolvimento dipende il futuro dell’umanità, ha concluso il Santo Padre. Un compito sempre più urgente di fronte alle pressanti tendenze alla manipolazione della vita. John Flynn
 

Non abbiate paura delle nuove vite

primavera-nuova-vitaIn questi giorni si parla tanto di previsioni astrali per il nuovo anno, come se la nostra vita dipendesse, non dal nostro Creatore e Signore, ma dalla posizione degli astri da Lui creati. Per questo motivo vorrei raccontarvi la mia esperienza con il mio ultimo figlio Daniele. Nel 2005 la mia famiglia era così composta: io avevo 48 anni, mia moglie Angela 42, mio figlio Gianluca 16 e Cristina 10 anni. Con Cristina, l’ultima, non pensavamo di avere altri figli, invece mia moglie scoprì di essere incinta.

Per lei non fu una dolce sorpresa, un po’ perché a 42 anni aveva sentito dire che le gravidanze sono più a rischio rispetto alla norma, e poi perché trattandosi del terzo figlio aveva paura di seguire la sorte di sua madre. Mia suocera infatti ha il terzo figlio portatore di un handicap mentale. A questi timori si aggiunse la presenza di un mioma di 2 cm  liquido amniotico (riscontrato nell’ecografia). Cominciarono così le discussioni tra me (da sempre contrario all’aborto) e mia moglie (incoraggiata da mia suocera) che voleva interrompere la gravidanza (secondo loro) a ischio. Accompagnai mia moglie dal ginecologo del consultorio famigliare, per consigliarci e far vedere l’ecografia con il ioma.

Quel sabato mattina la dottoressa del consultorio vide gli esami fatti da mia moglie e rivolgendosi a lei, disse queste testuali parole: “Signora questo mioma con il passare del tempo si ingrandirà e creerà dei grossi problemi sia a lei che al bambino, inoltre c’è il rischio che il bambino subisca malformazioni fisiche o mentali. Lei passerà tutto il tempo della gravidanza a letto (potrebbe avere delle forti perdite di sangue) e ogni giorno potrebbe aver bisogno di una persona che l’accudisca.

Se oltre a suo marito non c’è nessun altro in famiglia come farà? Se suo marito è al lavoro come farà a cavarsela da sola? Signora mi creda quello a cui lei va incontro se prosegue questa gravidanza on lo auguro nemmeno al mio peggior nemico, ne va di mezzo anche la sua salute”. Mi permisi di interrompere il suo discorso, ma mi fu subito replicato: “Lei caro signore non centra niente, chi deve decidere se continuare la gravidanza oppure no è sua moglie non lei!”, rivolgendosi mia moglie riprese a dire: “Signora oggi è sabato, lunedì mattina vada in clinica e abortisca, non aspetti neanche un minuto in più!”.

Mentre andavamo via Angela ebbe un capogiro, la feci sedere e chiesi una signora che stava nel consultorio un bicchiere d’acqua (per lei fu un duro colpo nonostante era propensa ad abortire). La domenica mattina andammo a messa, io avevo esaurito tutti i miei argomenti per convincere mia moglie a non abortire, ci recammo alla chiesa di S. Antonio (il nostro santo protettore fin dai tempi del nostro fidanzamento).

Mi misi in fila per comunicarmi e col cuore in mano chiesi al Signore di liberarmi da quell’angoscia, e gli offrii la mia vita se sarebbe intervenuto in nostro aiuto. Quando giunsi quasi vicino all’altare voltai lo sguardo su un manifesto di Papa Giovanni Paolo II, che attirò la mia attenzione, con scritto “Non abbiate paura”. Subito dopo mi comunicai e tornai al mio posto con la convinzione che quella frase era rivolta a me, non dovevo temere perché sarebbe andato tutto bene. Dopo la messa io e mia moglie ci confessammo da un sacerdote chiedendogli consiglio.

Padre Teofilo ci disse: Avete sentito una campana ora sentitene un’altra, rivolgetevi a un altro ginecologo e fategli vedere tutti gli esami clinici, poi fatemi sapere”. Mia moglie vedendo la mia insistenza: Va bene facciamo quest’ultimo tentativo.

La mattina del lunedì prima di andare in clinica ci recammo da un ginecologo (trovato a caso un’ora prima sull’elenco telefonico), vide tutte le cartelle e disse: E allora? Qual è il problema? Volete far nascere questo bambino oppure no? A quel punto raccontammo quello che ci aveva detto la ginecologa del consultorio, ma lui rispose: ”Non c’è nessun problema per il mioma, ho fatto partorire donne con un mioma grosse quanto un’arancia e in l’età più avanza della sua, inoltre ci tengo a dirle che non sono obbiettore di coscienza e quindi non avrei nessun interesse a mentirle. Lo ringraziammo per la cordiale disponibilità nel consultare la situazione di mia moglie, in cuor mio ringrazia Gesù perché vidi chiaramente l’intervento della sua mano Misericordiosa. Tornammo quella stessa mattina in chiesa da padre Teofilo e gli dicemmo tutto, lui seguì mia moglie nei mesi successivi incoraggiandola a portare avanti la gravidanza dicendole che Dio non l’avrebbe abbandonata.

Accadde proprio così, Angela non solo portò avanti la gravidanza senza problemi, ma si recò a casa di sua madre per aiutarla perché in quel periodo non stava bene. Successe esattamente il contrario di quello che la ginecologa le aveva pronosticato. In più Angela verso gli ultimi mesi della sua gravidanza voleva partorire con l’epidurale (perché temeva che dopo dieci anni avrebbe sofferto molto durante il parto), per vari motivi non le fu possibile portare avanti questo tipo di gravidanza indolore. E invece partorì molto più velocemente degli altri 2 figli e quasi senza dolore, nacque così Daniele che oggi ha 6 anni, un bambino molto vivace e così intelligente che spesso dice cose che ci fanno ridere, perché più grandi della sua età. Benedico il Signore perché con la Sua Misericordia ci apre altre porte, quando ci troviamo bloccati davanti a una che non riusciamo ad aprire con le nostre sole forze.

di Pietro Barbini     ZENIT

Cina, due “figli unici” saranno consentiti

1160cina-figlio-unicoLa notizia è di quelle importanti. Il Partito-Governo-Stato Comunista Cinese abolirà la famosa e famigerata legge sul figlio unico che, introdotta il 25 settembre 1980, ha fino a oggi imposto alle coppie di procreare una solta volta e dunque costretto le madri all’aborto di Stato nonché intere famiglie a pene severissime, pecuniarie e fisiche. Si calcola che in 35 anni di applicazione severa e feroce questa legge, cattiva e crudele, abbia causato la cifra astronomica di 400 milioni di aborti. Chi l’ha introdotta è statoe(1904-1997), il despota che senza rinunciare al maoismo (suo è il massacro di Tienanmen) ha lanciato il “nuovo corso” con lo slogan: «Arricchirsi è glorioso». Ispirandosi alla Nuova politica economica lanciata da Lenin (1870-1924) negli anni 1920 per cercare di arginare il disastro (già allora) dell’economia collettivista, Deng ha infatti sostituito la vecchia lotta di classe con un pan-economicismo il cui il denaro unico dominatore è matrice di ogni giudizio, valore e principio.

Ancora più importante è però la notizia che sta dentro la notizia. Il nuovo provvedimento legislativo consentirà alle coppie di avere due figli: la politica del figlio unico sostituita dalla politica dei due figli unici. Probabilmente la percentuale degli aborti si dimezzerà, e questo implica un calo drastico, benedetto, del numero assoluto delle vittime innocenti. Ma la nuova legge comporta ancora l’uccisione calcolata di milioni di vite umane non ancora nate. Meno di prima, cioè, ma ancora; se infatti anche un solo aborto è sempre troppo, immaginiamoci cosa continuano a significare milioni di aborti che sono la metà dei milioni di prima ma che restano sempre milioni. Se possibile, poi, il dato ancora peggiore è la logica soggiacente.

Perché la logica che soggiace a queste politiche è che i cinesi possono avere solamente tanti figli quanti piace in un determinato momento al Partito-Governo-Stato Comunista, chiedendone sempre il permesso. Oggi il fabbisogno nazionale decreta che sono due i figli per coppia necessari a far fronte all’insostenibile peso del welfare cinese, ieri decretava che era solo un figlio, ma nella sostanza cosa cambia? Nulla, si tratta della medesima logica neo-malthusiana che, armeggiando con il pallottoliere, addebita come sempre al popolo il costo della pallottola con cui gli si spara.

Scrive acutamente AsiaNews che tutto dipende infatti da un cinico calcolo d’interesse. Una macchina statale mastodontica come quella cinese può spostare periodicamente un po’ più in là la data del proprio collasso finale soltanto se riesce a far girare con un certo ritmo la ruota del ricambio generazionale nel mondo del lavoro, evitando che la popolazione invecchi troppo o che sia troppo giovane per essere produttivamente utile, a ogni buon conto evitando che i cittadini siano troppi o troppo pochi, non solo per mantenere il sistema, ma per farlo proseguire (a differenza di altri mondi comunisti, drammaticamente già implosi su se stessi, poiché incapaci di controllare adeguatamente queste macchine, di per sé inclini al deragliamento). Assomiglia alla logica del falansterio, e infatti è proprio così. Quando i cinesi erano troppi, se ne è calmierato il numero con l’aborto statale; quando ci si è resi conto che ne servivano di più si è proceduto, tra il 2013 e il 2014, ad “alleggerire” la famigerata legge del figlio unico consentendone un secondo solo a quelle coppie in cui almeno uno dei genitori è unico per legge.

Ma l’apertura non ha sortito gli effetti sperati, un po’ perché anche i cinesi sono figli del nostro tempo e imparano presto le “meraviglie” dell’“emancipazione” che regala “sogni” a occhi aperti come il “controllo delle nascite”, un po’ perché lex creat mores e se è vero che non basta seguire le leggi buone per andare in Paradiso, ancor più vero è che senza leggi buone il rischio dell’Inferno può essere maggiore. Sia come sia, degli 11 milioni di coppie cinesi che per legge avevano diritto a un secondo figlio solo 1,45 milioni hanno chiesto di godere del privilegio facendo sì che dei 20 milioni di nascite in più che il Partito-Governo-Stato si attendeva per il 2014 se ne siano in realtà verificate solamente 16,9 milioni. Con queste cifre, le pensioni i cinesi non le vedranno mai; per questo la ragioneria ha consigliato di ricalibrare il tiro.

Della vita umana e dell’unicità delle persone al Partito-Governo-Stato non interessa insomma alcunché. Le persone esistono in Cina semplicemente in funzione dello Stato, il quale a proprio piacimento decide periodicamente le quote del diritto alla vita. La Cina di oggi non è più quella atroce del maoismo di un tempo; oggi vige la libertà. I cinesi sono liberi di chiedere al Partito-Governo-Stato tutto: anche quanti figli mettere al mondo, uno, nessuno o centomila, obbedendo con ossequio e salamelecco alla pianificazione pluriennale stabilita dopo statistico calcolo di variabili e costanti da un comitato di esperti e burocrati che oracola graziosamente chi vivrà e chi no. Come faceva Maximilien Robespierre nel cuore più torbido del Terrore, ma stavolta con un bel sorriso quotato in Borsa.

da: http://www.lanuovabq.it/

Divorzio e bambini: un nuovo studio conferma la gravita’ del trauma

separazione_600Negli Stati Uniti ogni anno oltre un milione di bambini sono vittime innocenti del divorzio dei loro genitori. Il divorzio fa male ai genitori, ma sono soprattutto i bambini a soffrirne di piu’, come rivelato da ricerche recenti.

I risultati sono contenuti in uno studio “The Effects of Divorce on Children”, di Patrick F. Fagan e Aaron Churchill, pubblicato a gennaio dal Marriage and Religion Research Institute.

Attingendo da una grande quantità di ricerche già pubblicate sugli effetti del divorzio, il rapporto passa in rassegna una serie di settori in cui è evidente il danno per i bambini. Il primo settore riguarda la relazione genitori-figli. Come c’era da aspettarsi, il divorzio influisce negativamente sulla capacità dei genitori di relazionarsi con i propri figli.

Uno studio ha scoperto che lo stress causato dal divorzio danneggia il rapporto madre-figli nel 40% delle madri divorziate. Questa carenza è più marcata quando i figli sono al liceo e all’università.

In termini pratici, questo significa che dopo il divorzio, i bambini ricevono meno sostegno emotivo, assistenza finanziaria ed aiuto dai loro genitori. C’è anche una diminuzione dello stimolo accademico, dell’orgoglio, dell’affetto e dell’incoraggiamento alla maturità sociale. Meno giocattoli e più punizioni corporali è un’altra conseguenza per i bambini di genitori divorziati.

Lo studio rivela che la maggioranza – circa il 90% – dei bambini rimane con la madre dopo il divorzio. Diventa quindi difficile per il padre mantenere legami stretti con i figli. Lo studio riporta  che quasi la metà dei bambini ha dichiarato di non aver visto il padre nel corso dell’ultimo anno.

Un altro aspetto analizzato dallo studio di Fagan e Churchill è l’effetto del divorzio sulla pratica religiosa dei bambini. “Dopo il divorzio – così emerge dalla ricerca – sono più propensi a smettere di praticare la loro fede”.

Una diminuzione della pratica religiosa impedisce ai bambini di conoscere e interiorizzare gli effetti benefici dell’insegnamento religioso e cioè: la stabilità matrimoniale, l’educazione, la capacità di  produrre reddito, la salute fisica e mentale.

Una parte dello studio ha esaminato come influisce il divorzio sulle attività educative. A livello della scuola elementare, per esempio, si registra un calo immediato del rendimento scolastico.

A livello della scuola secondaria, i figli di famiglie solide hanno risultati significativamente migliori rispetto ai loro coetanei di genitori divorziati. All’età di 13 anni ad esempio c’è in media una differenza di mezzo anno nella capacità di leggere tra i figli di genitori divorziati rispetto a quelli di famiglie stabili.

Da un’altra ricerca contemplata nello studio emerge che i figli di coppie divorziate hanno il 26% di probabilità in più di abbandonare la scuola secondaria rispetto ai bambini cresciuti in famiglie stabili. Anche se un genitore divorziato si risposa, questo fatto non riduce l’impatto negativo del divorzio iniziale sui risultati scolastici dei bambini.

L’impatto negativo del divorzio si estende fino all’università. Fagan e Churchill riportano uno studio secondo il quale solo il 33% degli studenti provenienti da famiglie divorziate prendono la laurea, rispetto al 40% dei loro coetanei provenienti da famiglie stabili.

Dato l’impatto che il divorzio ha sulla formazione dei figli, le persone che subiscono questo trauma hanno anche un reddito e patrimonio inferiore alla media ed una maggiore probabilità di trovarsi in difficoltà economiche.

Secondo gli autori dello Studio, il divorzio ha un costo economico non solo per le famiglie, ma anche per il governo e per la società. Le statistiche mostrano che i figli di famiglie divorziate sono molto più propensi ad essere coinvolti in comportamenti delinquenziali, in risse, rapine e nel’abuso di sostanze alcoliche e/o droghe.

Inoltre “Il divorzio scombussola la stabilità psicologica di molti bambini”. Nello studio in questione si riporta una ricerca condotta su studenti della settima e dell’ottava classe, secondo la quale il divorzio dei genitori era il terzo evento più stressante in un elenco di 125 eventi. Solo la morte di un genitore o di un parente stretto è più stressante del divorzio..

C’è da aggiungere che l’impatto psicologico non è passeggero. Persino da adulti, chi ha sofferto il divorzio da bambino, sperimenta un numero maggiore di problemi emotivi e psicologici rispetto a chi proviene da una famiglia stabile.

Conseguenze dei divorzi sono anche un numero crescente di abuso e di abbandono dei minori. Uno studio condotto in Brasile ha mostrato che i bambini che vivono in famiglie allargate con la presenza di patrigni hanno 2,7 volte più probabilità di subire abusi rispetto ai bambini che vivono in famiglie stabili.

La parte conclusiva dello studio, spiega che, a differenza dei genitori divorziati, che spesso possono trovare sollievo dopo la separazione, la sofferenza dei bambini continua per lungo tempo dopo il divorzio. Gli effetti negativi possono continuare per decenni, fino a tre decenni.

Per Fagan e Churchill. “Il divorzio genera effetti che indeboliscono i bambini e tutte le cinque principali istituzioni della società, cioè la famiglia, la chiesa, la scuola, il mercato, e il governo stesso”.

Con l’alto numero di divorzi che si stanno verificando le conseguenze debilitanti continueranno a manifestarsi negli anni a venire. Non è un pensiero confortante, considerando anche la tendenza culturale che critica la famiglia naturale e cerca di  ridefinire il matrimonio.

di Padre John Flynn, LC

Io musulmana britannica, chiedo di bandire il burqa

BURQA OPPRESSIONIl burka e’ il nuovo simbolo visivo dell’oppressione femminile. E’ l’arma degli uomini radicali musulmani che vogliono vedere la sharia sulla strade della Gran Bretagna, e amano che le donne siano nascoste, invisibili e inascoltate. E ‘assolutamente fuori luogo in un paese civilizzato. Proprio perche’ e’ impossibile distinguere tra la donna che ha scelto di indossare il burka e la ragazza che e’ stata costretta a coprire se stessa e vivere dietro un velo, credo che dovrebbe essere vietato. Il presidente francese Sarkozy ha sostenuto che il burqa debba essere bandito dalla Francia. Il Presidente Sarkozy ha assolutamente ragione nel dire: ‘Se vuoi vivere qui, vivi come noi.’ Ha proseguito dicendo che il burka non e’ un segno religioso, ‘e’ un segno di sottomissione, un segno di degradazione … Nel nostro paese, non possiamo accettare che le donne siano prigioniere dietro uno schermo,tagliate fuori da tutta la vita sociale, private di ogni identità. ‘Che cosa dobbiamo fare in Gran Bretagna? Per decenni, i fondamentalisti musulmani, grazie alle leggi sui diritti umani, sono stati autorizzati a fare quello che volevano. E ‘giunto il momento per i ministri e per i musulmani britannici di dire’ basta ‘. Per il bene delle donne e delle bambine, il governo deve vietare l’uso del hijab nelle scuole e il burka nei luoghi pubblici. Fare ciò non è razzismo, come sostengono i fondamentalisti. Dopo tutto, quando vado in Pakistan o nei paesi del Medio Oriente, rispetto il loro modo di vivere. Due anni fa, ho indossato uno burka per la prima volta in un programma televisivo. E ‘stato la mia più orribile esperienza. Limitava il mio modo di camminare, vedere, interagire con il mondo.Toglieva la mia personalità. Mi sentivo un’alienata e una freak. Faceva caldo ed era scomodo, non ero capace di guardare dietro di me, non potevo scambiare un sorriso con le altre persone, nè stringere le loro mani. Se fossi stato costretta ad indossare un velo, certamente non sarei libera di scrivere un articolo come questo. Né avrei partecipato ad una maratona, non sarei diventata un insegnante di aerobica o un’imprenditrice.Dobbiamo unirci contro i musulmani radicali che amano controllare le donne.

L’amore di un padre, la forza di un figlio

gty_team_hoyt_2008_kb_140408_4x3_992La maratona di Boston dell’aprile scorso e’ stata l’ultima competizione per il Team Hoyt, un duo padre-figlio che ha emozionato l’America e dato ragione della speranza

Se qualcuno pensa che vivere con una paralisi cerebrale spastica sia solo uno svantaggio, evidentemente non conosce la storia Rick Hoyt. Se qualcuno crede che essere genitore di un disabile costituisca un disgraziato fardello, significa che non ha mai guardato gli occhi raggianti e orgogliosi di Dick Hoyt.

Dick e Rick, padre e figlio, compongono il Team Hoyt, una delle espressioni più commoventi che la pur nobile storia dello sport mondiale abbia mai offerto. Per risalire alle radici di questo binomio straordinario, bisogna rivolgere lo sguardo al lontano 1962.

Dick e Judy sono una felice coppia di sposi americana, che vive nella ridente cittadina di Holland, nello Stato del Massachussets. Quando Judy scopre di essere incinta, i due sono sopraffatti dall’entusiasmo. Fin quando non scoprono che il bimbo che sta per nascere è vittima di un incidente che si consuma nel grembo materno. Il cordone ombelicale gli si è avvolto attorno al collo procurandogli una protratta asfissia.

La carenza di ossigeno al cervello non lascia adito a dubbi: il piccolo Rick dovrà rimanere tetraplegico. Secondo le previsioni mediche, addirittura, è inevitabile lo stato vegetativo. Previsioni che tuttavia non considerano un elemento fondamentale, ossia l’amorevole impegno di quei due genitori che non si arrendono alla tentazione di imprecare per la nascita di un figlio disabile.

I due, nello sguardo sveglio di quel pupo che non può parlare, riescono a leggere tante cose, ad iniziare dal messaggio di speranza che li spinge a rivolgersi ad un affermato ospedale pediatrico di Boston. È lì che incontrano un medico che li incoraggia ad andare avanti, a trattare Rick come un qualsiasi altro bambino spendendosi per fargli vivere una vita in pienezza.

Le parole del medico vengono prese alla lettera. La perseveranza di mamma Judy fa sì che Rick impari perfettamente l’alfabeto e, qualche anno più tardi, con l’aiuto di un gruppo di ingegneri gli viene messo a disposizione un computer con il quale comunicare impartendo le istruzioni con i movimenti della testa.

È l’inizio di un cammino radioso. Rick viene ammesso nella scuola pubblica e nel 1972, quando ha 15 anni, esprime al padre il suo desiderio di partecipare a una corsa di beneficienza organizzata presso il suo liceo. Papà Dick, sospinto dall’affettuosa volontà di accontentarlo, accetta, sebbene non abbiano mai svolto attività sportive né lui né tanto meno suo figlio tetraplegico.

Di necessità virtù. Dick partecipa insieme al figlio Rick, a cui spinge la carrozzina per tutte e cinque le miglia della competizione. Una volta a casa, stravolto dalla stanchezza ma felice, riceve dal figlio l’attestato più bello che potesse desiderare: Rick gli dice che quando correvano, tutti e due insieme, lui non si sentiva un handicappato, ma un giovanotto spensierato come tutti gli altri.

Si accende così una scintilla nel cuore di Dick. Vuole che quel sentirsi come tutti gli altri, il figlio Rick possa provarlo sempre, sfruttando questa propensione allo sport che matura sin da quando, alle prime armi con il suo computer, manifesta messaggi di sostegno verso la squadra di hockey dei Boston Bruins.

Questo padre premuroso inizia allora ad allenarsi caricandosi sacchi di pietre sulle spalle, con l’obiettivo di svolgere insieme a suo figlio quelle attività sportive che tanto lo gratificano. Il peso di quei sacchi diventa presto l’anticamera di un avvenire di soddisfazioni.

Ben presto i due appassionati danno vita al Team Hoyt, che si spende in maratone e gare di triathlon. Se si tratta del nuoto, il padre Dick trascina il figlio adagiato su un canotto; se c’è da pedalare, lo trasporta su di una bicicletta con un’apposita seduta anteriore; se si tratta di correre, lo spinge su una sedia a rotelle sportiva.

Con l’ultima maratona di Boston dell’aprile scorso, hanno portato a termine oltre mille gare. Inseriti nella Hall of Fame dell’Ironman nel 2008, nel 2013 sono stati premiati dall’emittente Espn, dopo una prolungata acclamazione da parte di tutta la sala. Senza contare che nel 1992, quando ancora erano lontani questi riconoscimenti più noti, hanno attraversato gli Stati Uniti in 45 giorni, compiendo un totale di 3.735 miglia tra corsa e bicicletta.

Di Federico Cenci