13 domande (e risposte) su Dio

numero-trediciTredici domande e risposte tratte dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato da Benedetto XVI.

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18. Perché la Sacra Scrittura insegna la verità?

Perché Dio stesso è l’autore della Sacra Scrittura: essa è perciò detta ispirata e insegna senza errore quelle verità, che sono necessarie alla nostra salvezza. Lo Spirito Santo ha infatti ispirato gli autori umani, i quali hanno scritto ciò che egli ha voluto insegnarci. La fede cristiana, tuttavia, non è « una religione del Libro », ma della Parola di Dio, che non è « una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente » (san Bernardo di Chiaravalle).

58. Perché Dio permette il male?

La fede ci dà la certezza che Dio non permetterebbe il male, se dallo stesso male non traesse il bene. Dio questo l’ha già mirabilmente realizzato in occasione della morte e risurrezione di Cristo: infatti dal più grande male morale, l’uccisione del suo Figlio, egli ha tratto i più grandi beni, la glorificazione di Cristo e la nostra redenzione.

117. Chi è responsabile della morte di Gesù?

La passione e la morte di Gesù non possono essere imputate indistintamente né a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli altri Ebrei venuti dopo nel tempo e nello spazio. Ogni singolo peccatore, cioè ogni uomo, è realmente causa e strumento delle sofferenze del Redentore, e più gravemente colpevoli sono coloro, soprattutto se cristiani, che più spesso ricadono nel peccato o si dilettano nei vizi.

127. Quali « segni » attestano la Risurrezione di Gesù?

Oltre al segno essenziale costituito dalla tomba vuota, la Risurrezione di Gesù è attestata dalle donne che incontrarono per prime Gesù e l’annunciarono agli Apostoli. Gesù poi « apparve a Cefa (Pietro), e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta » (1 Cor 15,5-6) e ad altri ancora. Gli Apostoli non hanno potuto inventare la risurrezione, poiché questa appariva loro impossibile: infatti Gesù li ha anche rimproverati per la loro incredulità.

171. Che cosa significa l’affermazione: « Fuori della Chiesa non c’è salvezza »?

Essa significa che ogni salvezza viene da Cristo-Capo per mezzo della Chiesa, che è il suo Corpo. Pertanto non possono essere salvati quanti, conoscendo la Chiesa come fondata da Cristo e necessaria alla salvezza, non vi entrassero e non vi perseverassero. Nello stesso tempo, grazie a Cristo e alla sua Chiesa, possono conseguire la salvezza eterna quanti, senza loro colpa, ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa, ma cercano sinceramente Dio e, sotto l’influsso della grazia, si sforzano di compiere la sua volontà conosciuta attraverso il dettame della coscienza.

201. Perché la Chiesa ha il potere di perdonare i peccati?

La Chiesa ha la missione e il potere di perdonare i peccati, perché Cristo stesso glielo ha conferito: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi » (Gv 20,22-23). «Credo la risurrezione della carne».

213. Come si concilia l’esistenza dell’inferno con l’infinita bontà di Dio?

Dio, pur volendo « che tutti abbiano modo di pentirsi » (2 Pt 3,9), tuttavia, avendo creato l’uomo libero e responsabile, rispetta le sue decisioni. Pertanto, è l’uomo stesso che, in piena autonomia, si esclude volontariamente dalla comunione con Dio se, fino al momento della propria morte, persiste nel peccato mortale, rifiutando l’amore misericordioso di Dio.

244. La Chiesa ha bisogno di luoghi per celebrare la liturgia?

Il culto « in spirito e verità » (Gv 4,24) della Nuova Alleanza non è legato ad alcun luogo esclusivo, perché Cristo è il vero tempio di Dio, per mezzo del quale anche i cristiani e la Chiesa intera diventano, sotto l’azione dello Spirito Santo, templi del Dio vivente. Tuttavia il Popolo di Dio, nella sua condizione terrena, ha bisogno di luoghi in cui la comunità possa riunirsi per celebrare la liturgia.

349. Qual è l’atteggiamento della Chiesa verso i divorziati risposati?

Fedele al Signore, la Chiesa non può riconoscere come Matrimonio l’unione dei divorziati risposati civilmente. « Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio » (Mc 10,11-12). Verso di loro la Chiesa attua un’attenta sollecitudine, invitandoli a una vita di fede, alla preghiera, alle opere di carità e all’educazione cristiana dei figli. Ma essi non possono ricevere l’Assoluzione sacramentale, né accedere alla Comunione eucaristica, né esercitare certe responsabilità ecclesiali, finché perdura tale situazione, che oggettivamente contrasta con la legge di Dio.

392. Che cos’è il peccato?

Il peccato è « una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna » (sant’Agostino). È un’offesa a Dio, nella disobbedienza al suo amore. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. Cristo nella sua Passione svela pienamente la gravità del peccato e lo vince con la sua misericordia.

472. Perché la società deve proteggere ogni embrione?

Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano, fin dal suo concepimento, è un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione. Quando lo Stato non mette la sua forza al servizio dei diritti di tutti e in particolare dei più deboli, tra i quali i concepiti ancora non nati, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto.

475. Quando sono moralmente legittime le sperimentazioni scientifiche, mediche o psicologiche, sulle persone o sui gruppi umani?

Sono moralmente legittime se sono a servizio del bene integrale della persona e della società, senza rischi sproporzionati per la vita e l’integrità fisica e psichica dei soggetti, opportunamente informati e consenzienti.

572. Perché la preghiera è un combattimento?

La preghiera è un dono della grazia, ma presuppone sempre una risposta decisa da parte nostra, perché colui che prega combatte contro se stesso, l’ambiente, e soprattutto contro il Tentatore, che fa di tutto per distoglierlo dalla preghiera. Il combattimento della preghiera è inseparabile dal progresso della vita spirituale. Si prega come si vive, perché si vive come si prega.

Storia di un’amicizia – Testimonianza di Sara

L’amicizia è una di quelle cose che riesce a metter tutti sullo stesso piano, in cui non importa quello che si ha ma quel che si da, di se stessi…. ecco quello che ci avvicina sempre più ai nostri amici della stazione! Ricordo la prima volta che ho incontrato Michele, un uomo sulla cinquantina danni dall’aspetto austero, e molto serio. Sempre vestito elegante con il suo borsone. La nostra presenza nella saletta d’aspetto della stazione gli recava molto fastidio e spesso, al nostro arrivo, s ne andava oppure metteva le cuffiette e ascoltava la partita. Ma una sera le cose sono andate diversamente…

Mentre stavo parlando con altri amici della stazione, Michele si è avvicinato un pò alla volta e, pur senza perdere la sua espressione seria, ha cominciato a far delle domande; si chiedeva chi fossimo noi, che ogni settimana andavamo lì portando niente più che un bicchiere di the e qualche brioche. Inizialmente la nostra risposta non è stata forse soddisfacente ma da quella sera  qualcosa è cambiato, qualcosa si è smosso e in poco tempo non solo arrivando potevamo ricevere un suo sorriso, ma anche scambiare due chiacchiere con lui!!… Con i volontari abbiamo deciso di festeggiare i compleanni dei nostri amici e, avendo chiesto anche a Michele la data del suo compleanno, il tal giorno ci siamo presentati con tanto di torta, alle pesche ricordo!!… Il nostro amico ha subito mutato atteggiamento, per un attimo è diventato nuovamente il signore con cui era impossibile comunicare, di qualche mese prima…

L’anno dopo lo stesso giorno, siamo tornati non senza torta e, non senza un pò di fatica, alla fine si è lasciato andare e si è mostrato anche contento del gesto. Il caro Michele è di poche parole, spesso ci si accorge delle “serate no” in cui preferisce restare in disparte, ed è anche questo il bello dell’amicizia…essere se stessi sempre, sapendo che gli altri possono capirti e amarti proprio per questo ma in questi anni a poco a poco l’abbiamo conosciuto meglio e piano piano ci ha lasciato entrare in punta di piedi nella sua vita. Ogni tanto ha il “vizio” di sparire per qualche settimana, e le sue mete sono Genova oppure la Toscana, se in qualche modo vuol tornare all’affetto dei cari, mi pare del fratello in particolare… Michele non lascia mai trapelare i suoi sentimenti, non più di tanto ma è impossibile non vedere quanto bene ci voglia…e quando qualcuno di noi manca per un pò di volte al prezioso appuntamento del martedì esordisce “allora?…passata la febbre contagiosa dello studio o del lavoro”??…

Con gli amici si condividono i momenti bui, e con lui in particolare nelle cosiddette “serate no” la rabbia e la tristezza della vita di strada, gli episodi spiacevoli che viveva nella quotidianità, come quella volta in cui sia lui che tutto glia altri avevo perduto tutte le coperte e non potevano più andare a dormire nel solito posto… era pieno inverno e il freddo era pungente… E poi arriva anche il momento di condividere le gioie e le piccole o grandi soddisfazioni…  Proprio l’altra sera Michele, dopo un’attesa che dura da molti anni ha ricevuto la chiamata per l’attribuzione della casa!…

In questi giorni dovrebbe presentarsi per svolgere le svariate pratiche burocratiche e per poi forse scoprire che la sua pazienza immensa è stata premiata! Lo accompagniamo nella preghiera e il ricordo quotidiano che rendono più atteso e bello l’incontro del martedì sera…
(Sara – volontaria gruppo Stazioni degli Amici di Lazzaro)

Io, Costanza e i metodi naturali

muco billingsCostanza, tu ultimamente mi esorti a parlare di metodi naturali. Ma io che ne so di metodi naturali, io sono artificiale, sono culturale, sono uomo. Tu invece che sei donna e madre puoi dirmi in due parole di che si tratta?

Costanza Miriano: Proprio in parole povere significa sapere che la donna è fertile più o meno cento ore per ogni ciclo mestruale. Il tempo in cui l’ovulo può essere fecondato. Quindi una coppia può valutare quando fare l’amore, tenendo conto del fatto che in quei pochi giorni può nascere un bambino. Se ci si conosce il margine di rischio è bassissimo. Si valutano tutti i segni, chiarissimi, che il corpo femminile manda. Ci si può aiutare anche con dei test in farmacia o con la misurazione di altri parametri. Se vuoi entro nei dettagli ma non vorrei tediarti. Il margine di insicurezza, diciamo tra l’1 e il 5 per cento, è dovuto al fatto che l’ovulazione non la si può prevedere con precisione millimetrica, e gli spermatozoi possono vivere nell’ambiente femminile, a loro congeniale, fino a cinque giorni.

Camillo Langone: Meno male che ti avevo detto due parole.

M: Scusa ma mi infervoro. Non ne parla mai nessuno!

L: Ma perché dovrei parlarne proprio io di metodi naturali? Non ci sono i preti?

M: Molti preti non osano, ma alcuni lo fanno. Io però credo che dovremmo parlarne noi laici.

L: E perché dei metodi naturali non ne parlano i naturalisti, gli ambientalisti, i seguaci del biologico, del chilometro zero? Strano che Carlo Petrini e Vandana Shiva non abbiano nulla da dire in proposito. Ho l’impressione che per loro un pupo valga meno di una pannocchia.

M: Penso che molti siano talmente accecati dall’ideologia, dal desiderio di autodeterminazione, che l’ecologia la accettano solo per i pomodori, non per i bambini e il corpo umano. Ma quello che più mi preme dire è che i metodi naturali aumentano il desiderio. Alla fine i preti che ne sanno di desiderio? Della stanchezza indotta dalla routine? Dell’emozione di dare la vita? E di quanto fa male la pillola, di quanto è poco sicuro e piacevole il preservativo, del fatto che la spirale uccide, che il diaframma è una specie di roulette russa?

L: Bella questa descrizione dei metodi artificiali.

M: Nessuno dice che le coppie che seguono i metodi naturali si desiderano di più. La pillola invece azzera il desiderio femminile e toglie il sesso dalla sfera del proibito, del sacro e dell’intoccabile. Il preservativo non è piacevole per l’uomo e non è sicuro neanche quando non si rompe…

L: No, il preservativo non è piacevole per l’uomo. In questo campo credo sia l’unica cosa che so meglio di te.

M: Io riferisco le confidenze… Comunque il Monde dice che adesso in Francia i metodi naturali sono stati scoperti dagli ecologisti. Finalmente avranno letto l’Humanae Vitae?

L: Ho qualche dubbio.

M: Sarà una cosa di nicchia. E qui in Italia nessun ginecologo me ne ha mai parlato, per trovare il numero di un’insegnante di metodi naturali dovetti chiamare il Policlino Gemelli.

L: E’ già molto che ce l’avevano.

M: Mi diedero il nome di una donna, madre, lavoratrice, che, Dio gliene renda merito, perse tempo con me, mi spiegò il metodo Billings accogliendomi varie volte a casa sua, consegnandomi un libretto con dei bollini colorati da incollare a seconda di alcuni sintomi. Su confederazionemetodinaturali.it c’è un motore di ricerca per trovare l’insegnante più vicina a casa propria.

L: Aspetta un attimo, fammi guardare.

M: Guarda.

L: Ma ce ne sono tantissime! In tutte le regioni, in tutte le città, perfino nell’insensibile Parma.

M: Il mondo è pieno di persone pronte a fare qualcosa per gli altri. Vorrei aggiungere una cosa.

L: Aggiungi.

M: I metodi naturali non vanno usati solo per evitare gravidanze. Ma anche per cercarle, perché sinceramente vedo molte più coppie con questo problema, con questo desiderio.

L: Anch’io vorrei aggiungere una cosa: a me, maschio italiano cattolico e quindi per prima cosa maschio, tutta questa ginecologia mi repelle. Sarò mistico ma voi pluripare siete così fisiche.

M: Lo sai che le donne se smettono di essere di nutrimento si deprimono, invece se sentiamo di accogliere qualcuno diventiamo più belle?

L: Non so niente, in effetti. Ma l’uomo dev’essere obbligatoriamente messo a parte di dettagli umidicci? Io per esempio vorrei restarne all’oscuro, è solo il dovere che mi spinge a farti queste domande.

M: No, infatti, non bisogna entrare nei dettagli. La macchinetta Persona per esempio si limita a dare luce rossa o verde.

L: La macchinetta Persona?

M: Persona è una delle diverse macchinette che aiutano a decifrare i sintomi fisici. Un po’ ti osservi tu, un po’ ti aiuti con questi test che sono simili a quelli di gravidanza, da fare, nel caso di Persona, otto giorni al mese.

L: Bene.

M: Comunque insisto col dire che i metodi naturali fanno bene all’amore. Sai quante coppie negli anni smettono di avere rapporti?

L: Non lo so, non stimolo confidenze di questo tipo.

M: Mi diceva un ginecologo che dopo i quaranta è molto più comune del caso contrario. Se niente è proibito e niente è pericoloso, ci si stufa, no?

L: Sempre l’uomo desidera di variare, diceva Boccaccio.

M: Credo che anche il fatto che l’uomo desideri cambiare sia naturale, non per niente quando Gesù parla del matrimonio i discepoli dicono: “Se le cose stanno così non conviene sposarsi”. Ma vivere il sesso nella grazia, e considerare il letto matrimoniale come un altare lo rende un’avventura molto diversa dalla ginnastica. E poi c’è la bellezza di dire ogni volta: se viene una nuova vita io e te insieme la accoglieremo, e ce la faremo. Non mi pare certo un atteggiamento routinario.

L: I metodi naturali quando sono stati messi a punto? E da chi? Ogino-Knaus?

M: Mi dovrei informare. Io come ti ho detto ho imparato il metodo Billings, che se non sbaglio è venuto dopo.

L: Purtroppo intorno a questi metodi c’è sempre stato molto scetticismo. Non la ritengo una smentita scientifica però mi ricordo un gruppo rock che si chiamava “I figli di Ogino”…

M: Rispetto ai primi tempi sono molto molto progrediti, grazie alle varie macchinette.

L: Magari un giorno ci faranno una app o una funzione di Apple Watch.

M: Sì, può darsi che un giorno riesca a misurare la temperatura basale.

L: Temperatura basale?

M: Tu non devi interessartene. Come dice una mia amica, un uomo che si interessa di temperatura basale è al limite del transgender. A meno che non sia un ginecologo.

L: Come non detto. E invece cosa pensate degli uomini che si interessano di travaglio e contrazioni? Io l’uomo in sala parto lo trovo ai limiti dell’abominevole, del veterinario…

M: Tu esageri sempre! Veterinario no, mi sembra di offendere le donne che hanno scelto di avere l’uomo accanto nel momento del parto, però anch’io come te sono profondamente contraria. Credo che troppa condivisione faccia male al matrimonio e credo che debba rimanere un po’ di mistero, soprattutto nell’intimità, se si vuole mantenere la tensione che serve alla seduzione. Per millenni il parto è stata solo cosa da donne. Il fatto che ora vada di moda condividerlo con gli uomini mi lascia estremamente perplessa. Mi sembra una moda figlia dell’ideologia del gender, ma poi ognuna ha la sua sensibilità.

L: Tornando al desiderio, perché i metodi naturali lo aumentano? Perché impongono un’astinenza?

M: Esatto. E dopo è come una luna di miele.

L: Quanti giorni di astinenza bisogna rispettare in un mese?

M: Per essere larghissimi dieci ma in realtà quelli proprio pericolosi sono cinque.

L: Hai detto pericolosi!

M: Diciamo che dopo quattro figli, e alla mia età, forse posso anche dirlo che un altro figlio sarebbe un’avventura. Ma se arriva, eccomi. Comunque credo che sia normale, molte amiche mi raccontano di un atteggiamento ambivalente: ogni mese c’è la preoccupazione che un figlio arrivi (hai in mente quanti sconvolgimenti procura?) e insieme anche il desiderio inconfessabile di accogliere un altro misterioso, entusiasmante, prodigioso pacchetto regalo dal Padreterno. Ma avrei dovuto definire pericolosa la pillola. Le donne che la prendono vedono alterate una trentina delle loro funzioni vitali.

L: Diventano anche cattive?

M: In un certo modo si può dire di sì. E’ una specie di continua sindrome premestruale. Oppure si deprimono e diventano lamentose. E il sesso fatto con queste premesse non interessa più a nessuno.

L: Intendi l’amplesso senza nemmeno l’ipotesi della procreazione?

M: Non solo. Anche senza il senso del limite, del sacro, senza più la consapevolezza di entrare in un territorio inviolabile. Il sesso praticato dall’uomo che si crede al centro dell’universo è poca cosa, è ginnastica e dopo un po’ annoia. Hai notato che ormai ci sono più pubblicità di lubrificanti che di preservativi?

L: No, mi è sfuggito. E’ un segno dei tempi?

M: Sì, è un segno dei tempi.

L: Un altro segno di tempi poco lubrificati potrebbero essere questi esponenti dell’alto clero secondo i quali il compito più urgente della chiesa è mettere l’ostia nelle mani degli uomini che hanno piantato la moglie.

M: Sul Sinodo sto facendo lo sforzo di non lasciarmi condizionare dai giornali. Sono certa che lo Spirito Santo soffierà ancora, e la Provvidenza provvederà. Sono certa che la priorità non saranno i divorziati risposati ma la crisi mondiale endemica della famiglia. Il Sinodo si concluderà con la beatificazione di Paolo VI, che con la sua Humanae Vitae non ha mollato di un centimetro. Mi preoccupa di più sapere che di metodi naturali non se ne parla più neanche nei corsi per fidanzati, neanche in chiesa a messa, neanche in confessione. Forse tanti uomini di chiesa hanno perso il coraggio e qui noi laiche dobbiamo soccorrerli. A loro ricordare i principi, a noi dire, anzi gridare al mondo, sulla base della nostra esperienza, che c’è una convenienza grandissima nel seguire i metodi. Alla fin fine i preti non possono sapere così bene certi particolari.

L: Invece le organizzazioni internazionali, onusiane, europeane, che cosa dicono dei metodi naturali, ammesso ne dicano qualcosa?

M: Mi pare chiaro che siano tutte contro la vita. Nei paesi in via di sviluppo l’Onu porta avanti campagne di sterilizzazione e diffusione del preservativo. Mentre l’Unione europea vuole la nostra estinzione, temo.

L: Vorrei concludere con la mia idea circa la fecondazione eterologa naturale.

M: Ti ascolto.

L: Io su molti dolorosi e delicati argomenti, droga, prostituzione, guerra, sono con san Tommaso d’Aquino per il male minore.

M: Ho paura di quello che dirai.

L: Perché oggi il mondo cattolico invece che studiare un dottore della chiesa preferisce abbandonarsi agli utopismi tipici delle eresie: ti fanno sentire più buono e più puro. Io sono per il male minore anche nel campo dell’eterologa. Ovviamente non ci sono prove ma sono convinto che nei secoli passati, nelle famiglie reali e in ogni altra famiglia in cui fosse indispensabile produrre un erede, in caso di marito omosessuale o impotente si risolvesse con lo stalliere, con il giovane ufficiale… Ecco un metodo naturale che, riscoperto, può liberarci dai faustismi della provetta.

M: Beh, che dire… Credo che peggio di comprare sperma da un cosiddetto donatore e infliggere al bambino la condanna di non poter mai neanche sotto tortura estorcere da nessuno il nome del padre, ecco, peggio di questo non ci sia niente.

L: Sembra anche a me. Mi sembra anche che il metodo da me suggerito abbia radici nell’Antico Testamento: penso al levirato, alle figlie di Lot, alla vedova Tamar che mise in atto l’estremo stratagemma di travestirsi da prostituta per farsi mettere incinta dal suocero, e che l’autore biblico si guarda bene dal condannare.

M: Ma credo che meglio di tutto siano i veri metodi naturali, quelli che mettono la vita nelle mani di Dio. Se un bambino non arriva, accogliere la circostanza e spendere la propria capacità di essere babbo e mamma con altri bambini, adottandoli. Oppure essere fecondi in altro modo.

L: Mmm, le adozioni… Non vorrei aprire un nuovo fronte, anche l’adozione mi sa un po’ di artificiale: se non dal punto di vista medico, dal punto di vista sociale. E poi secondo me l’idea di eternarsi procurandosi un figlio in qualche modo non fa i conti con l’Erasmus, con i voli low cost, con la liquefazione della famiglia. Oggi un ragazzo prende e va a Londra, va in America, va in Cina, e addio bastone della vecchiaia.

M: Ragioni pensando al figlio per te, e non a metterti in servizio di un bambino che ha bisogno di genitori. I figli non sono un nostro diritto. Sono i bambini ad avere diritto a dei genitori e l’adozione risponde a questo in modo meraviglioso, generoso, e del tutto privo della gratificazione di proiettare se stessi su un bambino che si genera, un rischio che per i genitori naturali c’è sempre. Il rischio dell’egoismo.

L: Io sono un uomo ad alto rischio egoismo. E penso che l’egoismo spesso sia sano: quando si facevano figli per egoismo, magari per mandarli a lavorare nei campi a cinque anni, i figli si facevano, adesso che bisognerebbe farli per altruismo ecco che ci stiamo estinguendo.

M: In tema di egoismo, bisogna assolutamente far sapere a tutti che i metodi naturali sono migliori anche per biechi motivi di appagamento.

L: Lo dicevo che voi pluripare siete così fisiche.

da: ilFoglio.it

L’ateismo, capirlo e superarlo

momento-di-preghiera-a-medjugorjeStasera parleremo della negazione di Dio, dell’affermazione, talvolta cosciente, talaltra meno, che non esiste nessun Dio, parleremo dell’ateismo, un tema importante, che probabilmente diversi ascoltatori conoscono forse perché lo vivono in famiglia, o forse perché vedono coinvolto qualche amico, qualche parente, qualche persona che conoscono.

Ogni cattolico che, volendo obbedire al comando di Gesù di essere testimone ed apostolo, cioè conquistatore di anime, va incontro alla gente, al prossimo, per testimoniare la bellezza e la grandezza della fede, può incontrare qualcuno che dichiara di non credere in Dio, che nega l’esistenza di Dio.

E queste persone, talvolta, hanno dei motivi, portano delle “ragioni” (lo diciamo tra virgolette). Ragioni che noi non condividiamo, che riteniamo sbagliate, ma che dobbiamo conoscere per capire l’origine e le cause del loro ateismo.

Per contribuire alla conversione alla vera fede di queste persone, cercando di far vedere loro la ragionevolezza della fede e – in parallelo – gli errori dell’ateismo, potrebbe essere utile conoscere le varie forme di ateismo, le sue cause principali, e i rimedi che possiamo consigliare di adottare per vincere questa negazione di Dio.

Naturalmente, cercheremo di scoprire i punti deboli dell’ateismo, per invitare chi non crede a ragionare e, se ragiona bene, invitarlo a rivedere le sue convinzioni.

Ma dobbiamo anche imparare, con grande carità cristiana, ovviamente, a difendere la fede dagli attacchi dell’ateismo e dobbiamo imparare a rispondere – come ci chiede san Pietro nella sua prima lettera – a chi ci domanda ragione della speranza che è in noi. E’ questo il compito dell’apologeta, è questo il compito al quale non vogliamo sottrarci, visto che la nostra è una conversazione di apologetica.

Una considerazione generale Entriamo subito nell’argomento con una considerazione di carattere generale, che io ritengo assai utile per noi credenti, che troppo spesso mostriamo un incomprensibile e non giustificato senso di inferiorità culturale di fronte all’ateismo

Ecco la considerazione da tenere bene a mente. Molti sono convinti che credere in Dio sia una “cosa strana”, fuori dalla norma, mentre – al contrario – ritenere che Dio non c’è oppure che di fronte a Dio sarebbe più giusto, più corretto non dire nulla sembra una “cosa normale”.

Ecco, amici, questo modo abbastanza diffuso di pensare va corretto. Non dimentichiamo che l’ateismo diventa un fenomeno di massa, un fenomeno diffuso solo nell’epoca moderna, a partire da quell’autentica disgrazia della storia che fu la Rivoluzione francese dell’anno 1789.

Non dimentichiamo mai che la storia ci ha insegnato come nelle epoche precedenti la Rivoluzione francese, fino dal primo apparire dell’uomo sulla faccia di questa terra, non sono mai esistite civiltà e culture che si definivano atee, che negavano l’esistenza di Dio.

La moderna antropologia culturale ha dimostrato che da quando esiste l’uomo sulla terra, l’uomo è sempre stato un essere religioso. Non solo: come scrivono molto bene Vittorio Messori e Michele Brambilla nel loro libro “Qualche ragione per credere”, sembra che si possa ragionevolmente affermare che all’inizio della storia umana ci sarebbe addirittura una religiosità monoteistica, la credenza in un solo Dio, unico e personale.

Contrariamente a quanto si pensa comunemente, il monoteismo avrebbe preceduto il politeismo, la credenza in molte divinità e quindi il politeismo sarebbe una forma degradata di religione.

Non solo: nato, come dicevo, in epoca moderna, l’ateismo di massa è già in declino. Esistono ancora gli atei, ma l’ateismo è in declino. Sempre meno gente si dichiara esplicitamente atea, superbamente atea, talvolta disperatamente atea, sicura che Dio non esiste.

La nostra epoca, che viene chiamata “post-moderna”, vede il sorgere di tante e nuove forme di religiosità. E questo è un dato di fatto che per un certo verso ci consola, per un altro verso ci deve rendere più responsabili: constatiamo, con preoccupazione, il nascere di nuove forme di religiosità che nulla hanno a che fare con la Verità del Dio di Gesù Cristo.

Quindi, oggi c’è una domanda di Dio, la gente sta tornando a considerare la possibilità che esista Dio, e questo è un fatto positivo; ma questa domanda deve incontrare la risposta della Chiesa, che è stata edificata da Gesù Cristo proprio per portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio.

Varie forme di ateismo e nostra risposta Ma torniamo a ragionare dell’ateismo. Ateismo significa “senza Dio”, dunque negazione di Dio. Diciamo subito che non esiste una sola forma di ateismo; anzi, questo può presentarsi sotto forme diverse. Le principali sono tre.

Abbiamo un ateismo di carattere “filosofico”, perché è un ateismo che si ritiene frutto di un ragionamento – un ragionamento sbagliato, diciamo noi – ma pur sempre un ragionamento. Che cosa è l’ateismo filosofico? E’ un sistema di pensiero che nega esplicitamente – o implicitamente – l’esistenza di Dio. E’ un sistema di pensiero che arriva, appunto alla fine del suo ragionare, a ritenere impossibile l’esistenza di Dio.

Poi c’è seconda forma di ateismo, che viene chiamato “pratico”. L’ateismo pratico è l’atteggiamento di chi vive, “in pratica” facendo a meno di Dio.

Ci sono persone – e forse noi ne conosciamo qualcuna – che non negano Dio dopo aver ragionato, anzi, se vengono interrogate possono dichiarare anche che – per loro – un qualche Dio deve pur esserci, però vivono praticamente come se Dio non ci fosse. Questo è un puro ateismo pratico.

Infine abbiamo una terza forma di ateismo, un ateismo che viene chiamato “militante”. E’ l’ateismo che sfocia nella lotta violenta contro Dio, quindi nella persecuzione feroce alla sua Chiesa e ai cristiani.

Nel secolo appena concluso, l’ateismo militante ha avuto la sua massima espressione nel Comunismo che è stato un tentativo – ancora in vita, purtroppo, in diversi paesi – di costruire una società senza Dio e contro Dio. E ha avuto una notevole espressione anche nel Nazionalsocialismo pagano.

Il risultato di questo tentativo di costruire un mondo senza Dio, o addirittura contro Dio, è sotto gli occhi di tutti. Ed è un risultato spaventoso. Oltre duecento milioni di morti, un numero incalcolabile di martiri della fede, di vescovi, sacerdoti e laici imprigionati, processati, condannati ai lavori forzati negli sterminati campi di concentramento della Siberia e della Cina e di altri Paesi, oppure uccisi e decine di migliaia di chiese, di edifici adibiti al culto, di istituti cattolici distrutti.

La storia dell’ateismo militante ci ha dato la dimostrazione, che nessun apologeta dovrebbe dimenticare, che quando l’uomo si erge superbamente a costruire qualche cosa contro Dio, il primo a pagare – e a morire – è proprio l’uomo.

Dobbiamo avere il coraggio di ricordare a tutti i nostri interlocutori che negare Dio non solo è un’offesa grave fatta a Dio, dunque un “peccato mortale”, come si dice nel catechismo, ma comporta anche un danno immenso e incalcolabile per le creature di Dio, specialmente per l’uomo.

Ora, tracciato questo quadro, sommario, può sorgere spontanea una domanda: come possiamo rispondere a queste forme di ateismo? Come si affronta questa pubblica disobbedienza al primo Comandamento: “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio fuori che me”?

In primo luogo, non dimentichiamo mai che il credente si oppone all’ateismo attraverso un’arma formidabile, che solo lui possiede: la preghiera.

La preghiera per implorare da Dio la conversione di chi non crede. Una preghiera da elevarsi con grandissima fiducia, sapendo che il Signore non mancherà di ascoltarla. Nel secolo appena concluso, molti uomini importanti, del calibro di Solzenicyn, di André Frossard, di Chesterton, per citare solo alcuni, si sono convertiti. Hanno abbandonato il loro ateismo e sono approdati alla fede, segno che questo cammino di conversione è possibile e dobbiamo avere fiducia in Dio che non smette di chiamare tutti gli uomini alla vera fede.

Poi ci sono risposte mirate, adatte alle diverse forme di ateismo che abbiamo visto.

All’ateismo che abbiamo chiamato “filosofico”, che è di pochissime persone, noi dobbiamo rispondere sostenendo la ragionevolezza della fede e dimostrando che proprio la ragione dell’uomo può giungere – con il ragionamento – alla certezza che Dio esiste.

Noi abbiamo dedicato alcune nostre conversazioni a questo tema, alle prove della esistenza di Dio.

Rispondere all’ateismo che abbiamo chiamato “pratico”, che oggi è molto diffuso, è difficile. Si potrebbe far vedere, a chi accetta di ragionare, quanto sia contraddittorio, incoerente, poco intelligente vivere come se Dio non ci fosse.

All’ateismo militante si risponde con il combattimento coraggioso, con una crociata instancabile della verità, denunciando senza tacere nulla tutto il male che l’ateismo militante, specie quello di stampo comunista, ha fatto all’uomo.

Agnosticismo Veniamo ora a conoscere un’altra forma di ateismo, che chiamiamo “agnosticismo”. Molte volte sentiamo parlare di agnosticismo. Agnostico è colui che dice che la ragione dell’uomo, la nostra intelligenza, non può dire nulla di sicuro, nulla di certo su Dio e sull’anima.

Questa convinzione, che è una posizione culturale, sfocia quasi sempre, logicamente, nell’ateismo pratico. Il cammino che di fatto porta all’ateismo pratico è piuttosto chiaro: siccome su Dio non sono capace di dire nulla, allora è logico vivere come se Dio non ci fosse.

Oggi questa convinzione è molto diffusa. La chiamano anche “pensiero debole” e con questa espressione si intende dichiarare l’incapacità dell’uomo di giungere alla certezza razionale dell’esistenza di Dio.

Dobbiamo rilevare anche che questa convinzione è penetrata anche in ambienti cattolici. Ma è bene ricordare che questo non è il pensiero della Chiesa.

Infatti, il Concilio Vaticano I colpiva con la scomunica chi «dirà che Dio uno e vero, Creatore e Signore nostro, non può essere conosciuto con certezza col lume naturale della ragione umana per mezzo delle cose che sono state fatte» e ricordo anche che questo insegnamento è stato confermato dal Concilio Vaticano II.

Come si affronta l’agnosticismo? Facendo buon uso della ragione. Dimostrando che la nostra ragione, anche senza l’ausilio della fede e dell’insegnamento della Chiesa, può scoprire le tracce che Dio ha lasciato della sua presenza nel mondo creato.

Indifferenza religiosa E’ oggi molto diffusa anche un’altra forma di ateismo che nasce dalla cosiddetta “indifferenza religiosa”. Che cosa intendiamo per “indifferenza religiosa”?

L’indifferenza religiosa è l’atteggiamento di quanti non si occupano di Dio o di quanti attribuiscono a tutte le religioni lo stesso valore. Una religione vale l’altra. Non esiste una religione vera, ma tutte si equivalgono. Non c’è differenza tra una religione e l’altra. Questo atteggiamento, questa convinzione sfocia, spesso, nell’ateismo.

Difatti, se non c’è differenza tra una religione e l’altra non si vede per quale motivo uno debba essere religioso, debba credere in Dio e allora si finisce per vivere come se Dio non ci fosse, dunque nell’ateismo pratico.

Una sottile, spesso inconscia, forma di “indifferenza religiosa” la registriamo anche in ambienti cattolici. Essa è figlia di un malinteso concetto dell’ecumenismo, che porta a credere che essere cattolici, musulmani, ebrei, buddisti o induisti non è poi così decisivo per la salvezza dell’uomo, essendo sufficiente credere in un generico Dio.

La Chiesa ha sempre condannato questa posizione e i cattolici devono stare attenti a non farla propria. Vi è una sola religione vera e vi è una sola Chiesa edificata da Gesù su Simon Pietro (e anche questi sono stati argomenti che abbiamo affrontato nel nostro corso di apologetica).

Vale la pena ricordare, qui, l’importante dichiarazione “Dominus Iesus” della Congregazione per la Dottrina della Fede, che chiarisce molto bene questo punto.

Si legge in quella importante dichiarazione: «Deve essere fermamente creduta come verità di fede cattolica l’unicità della Chiesa da Lui fondata. Così come c’è un solo Cristo, esiste un solo suo Corpo, una sola sua Sposa: una sola Chiesa cattolica e apostolica».

Oltretutto, se ci pensiamo bene, la convinzione che tutte le religione, in fondo, si equivalgono, se penetra in casa cattolica, disarma le ragioni dell ‘evangelizzazione. Opera di evangelizzazione che va indirizzata non solo a quanti si dichiarano atei, ma anche a quanti, pur dicendo di credere in Dio, non conoscono la vera religione e la vera Chiesa.

Ma torniamo all’indifferenza religiosa. Come risponde un cattolico all’indifferenza religiosa? E’ assai difficile intavolare una discussione per mostrare la ragionevolezza della fede. E’ difficile per la semplice ragione che l’indifferente – proprio perché è indifferente – normalmente non trova interessante discutere di queste cose.

La battaglia contro l’indifferenza religiosa va affrontata innanzitutto ricorrendo a mezzi spirituali (la preghiera, i sacramenti, l’offerta di digiuni e sacrifici). Tuttavia, forse uno spiraglio esiste: se l’indifferente si interessa di argomenti secondari (di cultura, filosofia, scienza, di arte, della natura, etc) si può tentare di mostrargli come è possibile giungere a Dio partendo dall’approfondimento dei suoi interessi. Ma è un lavoro difficile.

Empietà L’ultima forma di ateismo che studiamo questa sera è chiamata “empietà”. Che cosa si intende per empietà?

L’empietà è l’atteggiamento di chi non solo si limita a negare l’esistenza di Dio, ma bestemmia e odia il Dio in cui credono i cristiani.

Sono purtroppo molti quelli che bestemmiano Dio, ma spesso non si rendono conto del loro comportamento aberrante e offensivo. Sono invece pochi quelli che fanno pubblico elogio della bestemmia.

Il cattolico combatte l’empietà con armi spirituali (preghiera, Sacramenti, atti di riparazione, digiuni e offerta di sacrifici) evitando lo scontro verbale con l’empio, perché spesso gli si dà occasione di bestemmiare ulteriormente.

Naturalmente l’empio – lo diciamo senza alcun timore e dando alle parole il loro autentico significato – è un miserabile e per certi versi è anche un vigliacco e non dobbiamo temere di considerarlo tale: bestemmia Dio che con la sua infinita pazienza è disposto anche a subire questi oltraggi, ma solitamente si guarda bene dal combattere i potenti ed i forti di questo mondo.

Naturalmente c’è il pericolo che questi potenti restituiscano pan per focaccia e l’empio, proprio per sua struttura, in genere è un vile.

L’empio fa solo pena e non merita alcuna stima. Va amato e proprio perché va amato bisogna lottare e pregare per la sua conversione prima che muoia, prima cioè che si presenti al tribunale di quel Dio che ha bestemmiato e con il quale dovrà fare tutti i conti.

Le cause dell’ateismo Vediamo ora di analizzare quali sono le cause dell’ateismo? Quali sono le strade che portano a negare l’esistenza di Dio, a ritenere impossibile che Dio esista.

Ma prima chiediamoci: è davvero così importante conoscere le cause dell’ateismo? La nostra risposta è chiara: è importante, perché conoscere le cause di questo fenomeno e sapere come rimuoverle, o contribuire a rimuoverle, può essere necessario per far nascere qualche dubbio nella mente di chi si dichiara ateo.

E se nasce qualche dubbio, forse portiamo un contributo alla conversione di chi non crede in Dio.

Nell’elencare le cause che possono portare all’ateismo mi faccio guidare da un libro scritto da Battista Mondin, un sacerdote saveriano. Un libro che consiglio a chiunque voglia affrontare seriamente il problema della dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio. Il libro si intitola: “Dio chi è?” pubblicato dall’editore Massimo di Milano.

Allora, entriamo nel vivo della nostra conversazione cominciando a vedere la una prima causa di ateismo.

Molti arrivano all’ateismo per un motivo realmente grave e serio. Molti si chiedono come sia possibile che Dio, questo Essere onnipotente che è infinitamente buono e misericordioso, permetta la presenza e l’azione del male nel mondo?

Non solo. Molti si chiedono come si possa conciliare l’esistenza di Dio che è infinitamente buono con il male che affligge e colpisce persone innocenti, persone buone, che nella vita non hanno mai fatto del male a nessuno. Oppure con il male che colpisce persone indifese, come i bambini.

Quante volte abbiamo sentito domande di questo genere: perché ci sono bambini che nascono con gravi handicap ed altri, invece, che nascono sanissimi? Perché ci sono uomini e donne, che tutti conoscono come buoni, che fanno del bene a tutti, eppure sono colpiti da malattie e sofferenze, spesso indicibili? Perché la morte si porta via giovani vite, nel pieno del vigore e della forza fisica, quando per loro è il tempo di progetti per il futuro e la morte li stronca senza appello e senza chiedere permesso a nessuno? Perché tanta gente soffre la fame, perché ci sono carestie provocate dalla natura crudele (quando non piove per tanto tempo, per fare un esempio)?.

Dov’è Dio in questi casi, si domandano molti? E qualcuno, non sapendo dare una risposta convincente, giunge ad affermare che Dio non esiste, che non può esistere. O, addirittura, che se Dio esiste, allora sarebbe un Dio “crudele”, senza cuore, senza amore per l’uomo, per le sue creature.

Ora, come possiamo rispondere ad una obiezione così seria, così profonda?

Premetto subito che una risposta in questi casi è estremamente difficile e delicata.

Dobbiamo essere molto chiari. La presenza del male degli innocenti resta, in sostanza, un mistero. E’ un fatto il cui significato travalica le capacità della nostra umana ragione, che resta spesso sconcertata e disarmata di fronte al male che subiscono persone innocenti.

Dobbiamo anche dire che chi non crede, che l’ateismo, non sa dare nessuna risposta al male subìto da innocenti. Lo può solo constatare e subire, tentando di non disperarsi.

 

Ma è vero – come dicevamo – che anche per chi crede il male resta nella sostanza un mistero. Tuttavia c’è una differenza, ed è una differenza importantissima.

Il credente sa che dopo la morte viene la risurrezione. Il credente sa che questa è la straordinaria verità del Cristianesimo. Il credente sa che il male non è l’ultima parola nella vita di un uomo.

E’ vero che Dio non ha tolto la sofferenza e il dolore; è vero che sulla Croce ci ha mandato addirittura suo Figlio, assolutamente innocente. Ma ci ha detto che se ci fidiamo di Lui, dopo la morte viene una vita che non avrà mai fine.

Attenti bene amici: questa convinzione del credente non nasce dalla fantasia, non è una forma di autoconsolazione, non nasce dalla ricerca di una via per fuggire dalla realtà del male, ma nasce da un fatto accaduto realmente nella storia e del quale abbiamo documenti credibili, i Vangeli.

E il fatto è questo: Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, è davvero morto ed è davvero risorto, vincendo la morte, vincendo il male.

Quindi, è vero che il male resta un in sostanza un mistero alla ragione umana, ma la ragione illuminata dalla fede vede uno spiraglio in questo mistero, trova una risposta a questo mistero e questo è un dato importantissimo.

Possiamo aggiungere un altro dato. Molti, per sostenere il loro ateismo, incolpano Dio di tanti mali che, invece, hanno per colpevoli solo gli uomini.

Gli uomini sono stati creati da Dio come creature libere. L’uomo è dotato di libero arbitrio e questa libertà lo fa simile a Dio. Ora, succede spesso che l’uomo, abusando della sua libertà, sia capace di fare il male, autore di molti mali.

E’ vero che Dio potrebbe impedirglielo, dice qualcuno, ma al prezzo di rinnegare la sua opera creatrice; al prezzo di annullare quella libertà che Lui ha voluto per la sua creatura: quindi Dio si dovrebbe contraddire e in questo caso non sarebbe più Dio.

Dio, allora, lascia l’uomo libero. Tollera che l’uomo possa fare il male: lo hanno fatto per primi Adamo ed Eva e da quel momento il male è entrato nel mondo; ma Dio rimedia ricavando qualche bene dal male, come ha fatto ricavando il massimo bene dal massimo male morale che la storia abbia registrato: la crocifissione del Figlio di Dio, grazie alla quale per l’uomo si sono riaperte le porte del Paradiso.

Per concludere questa riflessione, seppure superficiale, possiamo dire: il male morale, il peccato, è sempre colpa dell’uomo. Dio non può volere il male. Anche gran parte del male fisico (guerre, sofferenze, etc) sono da attribuire agli uomini ed è una scusa troppo comoda incolpare Dio. Il fatto che Dio non impedisca tutto il male è dovuto ad una ragione precisa: Egli ha fatto l’uomo libero. E’ l’uomo che abusa della sua libertà.

Infine: il dolore degli innocenti resta un mistero. Ma questo mistero viene illuminato dalla luce della Fede: Cristo, innocente, crocifisso, è risorto, è vivo. Così accadrà anche a coloro che crederanno nel suo nome. Chi crederà nel nome di Cristo non vedrà vincere su di lui la morte.

Vediamo un secondo motivo per cui alcuni scelgono l’ateismo; anche questo è un motivo molto serio. Lo possiamo sintetizzare in questa domanda: se Dio esiste, Egli sa tutto senza mai sbagliarsi. Se Dio sa tutto, sa anche che cosa farò domani, fra un mese e fra un anno. Ma allora, visto che Dio non può sbagliarsi, io devo fare – per forza – quello che Lui sa già. Dunque, se Dio esiste io non sono veramente libero. Ecco a cosa porta l’esistenza di Dio: la mancanza di libertà.

Se Dio esistesse, dicono alcuni, io non sarei libero. Ma siccome esperimento di essere libero, siccome faccio l’esperienza di decidere come voglio, in libertà, questo vuol dire che nessuno, nemmeno Dio, può sapere prima quello che farò e dunque Dio non può esistere.

Come rispondere ad una obiezione certamente seria. Si risponde così: Dio sa certamente tutto, Egli è onnisciente. Ma, attenti bene: Dio non sa “prima” quello che io farò “dopo”.

Sottolineo “prima” e “dopo”: questi sono avverbi di tempo che posso applicare solo a chi vive nel tempo. E’ l’uomo che fa le cose “prima” e “dopo”. Dio sa, vede e opera al di fuori del tempo. Dio non sa “prima”. Egli sa e basta. Dio non vede “prima” ciò che mi accadrà dopo: Dio vede e basta.

E’ un concetto difficile da capire, perché entriamo nel mistero di Dio. Anzi, noi non possiamo capire che cosa voglia dire vivere fuori del tempo e dello spazio, ma dobbiamo cercare di sforzarci: il “prima” e il “dopo” valgono solo per le creature di Dio. Davanti a Dio non sussistono né il passato, né il futuro. Dio vive in un eterno presente.

Allora: l’obiezione di quelli che negano Dio perché Dio sa prima ciò che l’uomo farà dopo e così l’uomo non sarebbe libero, è mal posta e viene a cadere. L’esistenza di Dio e la sua onniscienza non pregiudicano la capacità dell’uomo di decidere liberamente che cosa fare e che cosa evitare.

Veniamo a una terza causa che spinge alcuni all’ateismo. Certi invocano a sostegno del loro ateismo il “cattivo esempio” dei cristiani, dei cattolici in particolare.

Questa è una scusa piuttosto comune. Se i cristiani sono stati gli autori di così tante malefatte, se i cristiani s sono macchiati di così tante colpe, evidentemente il loro Dio non esiste; anzi, se dovesse esiste, si tratterebbe di un Dio ingiusto, perché non li ha fermati.

Insomma, i cristiani, con il loro comportamento per niente esemplare, sarebbero la prova più chiara che Dio non esiste.

Questa causa che porta all’ateismo va subito chiarita. E’ vero che il comportamento scandaloso di qualche cristiano danneggia tutta la Chiesa e provoca danni alla causa del Vangelo; è altrettanto vero che noi cattolici dobbiamo stare attenti a non dare scandalo; è vero che nella storia della Chiesa ci sono stati molti episodi nei quali i cristiani non hanno dato una bella testimonianza.

Ma è anche vero – e qui bisogna avere il coraggio di parlare chiaro – che viviamo in un’epoca dove regna la menzogna, soprattutto riguardo la storia della Chiesa. Questa menzogna, moltiplicata dal potere straordinario dei mass media, si è diffusa, fino ad essere accettata pacificamente da tanti, anche da cristiani.

Ma il fatto che sia “creduta” da tanti, il fatto che non sia messa in discussione, non vuol dire che la menzogna si deve trasformare in verità.

Noi dobbiamo conoscere la storia della Chiesa non solo per scoprire le bellezze e le grandezze dell’opera di Dio, ma anche per smascherare le menzogne che vengono fatte circolare sulla Sposa di Cristo.

Scriveva il Cardinale di Bologna Giacomo Biffi nella prefazione al libro di Vittorio Messori, intitolato “Pensare la storia”: Bisognerà che ci decidiamo a renderci conto del cumulo di giudizi arbitrari, di sostanziali deformazioni, di vere e proprie bugie, che incombe su tutto ciò che è storicamente attinente alla Chiesa. Siamo letteralmente assediati dai travisamenti e dalle menzogne: i cattolici in larga parte non se ne avvedono, quando addirittura non rifiutano di avvedersene”.

Nelle nostre scuole, nei libri che adottano le nostre scuole, la storia della Chiesa è, spesso, travisata. Ci hanno raccontato bugie sull’ Inquisizione, su Galileo, sulle crociate, sui silenzi di Papa Pio XII dinanzi all’Olocausto degli ebrei. Non c’è male nella storia del mondo che non sia stato attribuito alla Chiesa.

Ora, non vi è il tempo – e non è questo il luogo – per svelare queste menzogne, ma ben volentieri offro a tutti gli ascoltatori tre suggerimenti che possono illuminarli in questa materia.

Si tratta di tre libri. Il primo è un libro di Vittorio Messori, intitolato “Pensare la storia” che ricordavo poc’anzi. Consiglio anche un libricino, tanto piccolo quanto straordinario, intitolato significativamente “Fregati dalla scuola”. L’autore è Rino Cammilleri, il quale ci illustra sinteticamente quante e quali bugie vengono propagate sulla storia in generale e su quella della Chiesa in particolare proprio a scuola.

Infine, consiglio un bel volume curato dallo storico Franco Cardini, intitolato “Processi alla Chiesa”, che svela la verità sulle crociate, sull’inquisizione, sul caso Galilei, ed altro.

Naturalmente, voglio ricordare velocemente, senza farmi propaganda, anche la rivista di apologetica “il Timone”, della quale sono direttore, e sulla quale scrivono molti studiosi e giornalisti cattolici che, con un linguaggio semplice, aiutano a smascherare queste menzogne e a ristabilire la verità storica di quanto è successo.

Ma torniamo al nostro argomento, esaminando una quarta causa che può condurre all’ateismo. Certi giungono all’ateismo convinti che la scienza e il progresso tecnologico abbiano finalmente eliminato, una volta per tutte, la presenza di dio nel creato.

Il ragionamento che svolgono è simile a questo: quando l’uomo era ignorante attribuiva a Dio la causa dei fenomeni della natura che non sapeva spiegarsi. Con il nascere della scienza moderna, l’uomo ha spiegato la natura con le leggi scientifiche, e in questo modo non c’è più bisogno di ricorrere a Dio.

Anche di fronte a questa scusa non dobbiamo mostrare nessun complesso. Questa tesi è ormai vecchia, a detta degli stessi scienziati. Al contrario: sono proprio le scoperte della scienza che si stanno rivelando una finestra aperta su Dio.

Qui basta dire che oggi, nessuno scienziato degno di questo nome, può affermare che la scienza ha dimostrato che Dio non esiste o che, per essere buoni scienziati, bisogna negare l’esistenza di Dio.

Viene qui molto bene ricordare le parole di uno scienziato illustre, Antonino Zichichi: «La cultura dominante [.] pretende di far passare per verità assolute una serie di menzogne. Questa cultura dice: “La scienza è nemica della fede”. L’antitesi scienza-fede è la più grande mistificazione di tutti i tempi. La scienza studia l’immanente, le cose che si toccano.

Come ha già detto Galilei, l’immanente non entrerà mai in conflitto con il trascendente che appartiene alla fede. Mondo materiale e mondo spirituale hanno la stessa origine dal Creatore. I valori della scienza non possono in alcun modo sostituire quelli della verità rivelata. Se vivessimo davvero nell’era della scienza, questa verità sarebbe alla portata di tutti. Ma viviamo nell’era delle mistificazioni». E con questo mi pare che abbiamo dato una risposta chiara.

Veniamo ad un’altra causa, la quinta di questa sera, di ateismo. Il benessere materiale. Il benessere porta a dimenticarsi di Dio e a preoccuparsi solo dei propri affari, dei propri interessi.

Anche questa causa conduce spesso ad un ateismo pratico. Molti vivono preoccupandosi solo di accumulare ricchezze. Noi possiamo dire che dal punto di vista culturale, questo ateismo non merita nessuna stima. E’ una causa ignobile: dimenticarsi di Dio perché l’orizzonte della vita è colmo dei beni materiali. Non è degno dell’uomo.

Ancora un’altra causa, la sesta: molti si dichiarano atei semplicemente per un inconscio, ma chiaro, atteggiamento di vigliaccheria. Per evitare, cioè, le responsabilità che derivano dall’ammettere l’esistenza di Dio.

Poiché credere in Dio comporta coerentemente la responsabilità di vivere secondo la sua legge, preferisco evitare di credere che convertirmi.  Questo atteggiamento si vince soltanto praticando le virtù e superando le proprie paure. Gianpaolo Barra

 

La preferenza per i maschi rispetto alle femmine

its-a-girl-bannerLa discriminazione sessuale non è limitata al mondo del lavoro. In molti Paesi del mondo, si procede all’individuazione degli embrioni femminili per eliminarli.
La giornalista Mara Hvistendahl racconta le origini di questo fenomeno nel libro “Unnatural Selection: Choosing Boys Over Girls, And the Consequences of a World Full of Men” (Public Affairs).
Nel mondo nascono in media 105 maschi per ogni 100 femmine. I maschi hanno maggiore probabilità di morire in età più giovane, cosa che riporta in equilibrio la lieve sproporzione alla nascita. Tuttavia la drammatica situazione in Cina e in India, illustrata dai dati citati nel libro, è tale per cui l’attuale livello delle nascite maschili si attesta rispettivamente a 121 e 112 per 100 femmine.
Nel 2005 il demografo francese Christophe Guilmoto ha calcolato che, se in Asia il rapporto tra maschi e femmine fosse rimasto al suo livello naturale, il continente avrebbe 163 milioni di femmine in più. Si tratta di più dell’intera popolazione femminile degli Stati Uniti, osserva la Hvistendahl.
Ma non è solo un problema asiatico. La stessa tendenza è presente nel Caucaso – Azerbaigian, Georgia e Armenia – e anche nei Balcani, secondo il libro.Questo si verifica in un momento demograficamente significativo, sostiene la Hvistendahl. La riduzione del numero delle femmine avviene in un periodo di notevole rallentamento della crescita demografica. L’attuale generazione ha dimensioni che nei prossimi decenni molti Paesi sviluppati vedranno diminuire.
È anche una generazione che è nata in un periodo in cui molti dei Paesi affetti dallo squilibrio tra i sessi avanzavano notevolmente nel loro livello di qualità della vita. I sociologi ritengono da tempo che le prospettive per le donne migliorino nella misura in cui i Paesi si arricchiscono, ma è avvenuto il contrario.

Ecografia
Questa convinzione ha impedito ai demografi di vedere cosa stesse accadendo, sostiene la Hvistendahl. Persino quando gli apparecchi ecografici hanno iniziato ad essere utilizzati, molti continuavano a ritenere che l’aborto selettivo sarebbe presto scomparso. E ancora oggi le proiezioni demografiche delle Nazioni Unite prevedono che le coppie avranno presto un egual numero di maschi e di femmine.
Uno degli scopi principali del libro è il tentativo dell’autrice di risalire alle cause di questo squilibrio.

Diversamente da altri che sottolineano la tradizionale preferenza culturale per i maschi come fattore determinante, lei indica altri fattori aggiuntivi, come la spinta al controllo demografico.Del resto, evidenzia, la preferenza per i maschi è propria di quasi tutte le culture, eppure lo squilibrio sessuale non si verifica ovunque.Il legame con il fattore del controllo demografico si manifesta anche nel fatto che esiste una forte correlazione, nei Paesi, tra il passaggio verso tassi di fertilità più bassi e l’aumento dello squilibrio tra maschi e femmine.

Negli ultimi decenni, il movimento per il controllo demografico si è tradotto in numeri, e i genitori dei Paesi in via di sviluppo sono stati incoraggiati a formare famiglie più piccole. L’idea che la riproduzione debba essere posta sotto controllo ha portato a considerare i bambini come una sorta di prodotto manifatturiero, spiega l’autrice.
A partire dagli anni Sessanta, le imprese americane e le élites intellettuali hanno iniziato a fare pressioni per il controllo delle nascite, ritenendolo necessario per assicurare un maggior benessere economico ai Paesi in via di sviluppo.

Spesso gli aiuti delle economie occidentali erano vincolati all’adozione di misure di controllo demografico.Ma non è stata la prima volta in cui l’Occidente ha fatto pressioni. In India, gli inglesi avevano documentato la pratica di infanticidio femminile, attribuendola alle tradizioni primitive. Studi successivi hanno esaminato le politiche tributarie e terriere della East India Company del XIX secolo e hanno concluso che queste esercitavano pressioni per la soppressione delle femmine.
Effettivamente, in alcune caste le femmine venivano uccise prima dell’arrivo degli inglesi, ma mentre questi introducevano le loro riforme la pratica dell’infanticidio si diffondeva anche ad altri gruppi.
In tempi più recenti, nel 1967, la Disney aveva prodotto un film per il Consiglio per la popolazione (Population Council), dal titolo “Family Planning”. Tradotto in 24 lingue, dipingeva Paperino come un padre responsabile di una piccola e agiata famiglia. Senza la pianificazione familiare – si affermava – “i bambini saranno malaticci, infelici e con poche speranze per il futuro”.

Benessere
L’idea che la selezione dei sessi sia principalmente dovuta alle culture tradizionali è contraddetta anche dal fatto accertato che essa inizia tipicamente dal livello più istruito della società, il primo ad avere accesso alle nuove tecnologie come gli apparecchi ecografici.
Il censimento del 2001 in India ha mostrato che le donne con almeno il diploma scolastico partorivano 114 maschi per ogni 100 femmine. Tra le donne analfabete il rapporto era poco sopra i 108/100.
Un altro esempio è la situazione della contea cinese di Suining, a metà strada fra Shanghai e Pechino. A partire dagli anni Novanta, questa contea ha goduto di una forte crescita economica, consentendo ai genitori di poter ricorrere all’ecografia per determinare illegalmente il sesso del nascituro.

Quando la Hvistendahl ha visitato quei luoghi, il costo per la determinazione del sesso era di 150 dollari. Nel 2007 i dati ufficiali del Governo indicavano per Suining un rapporto di 152 maschi per ogni 100 femmine alla nascita.
Lo stesso meccanismo si è ripetuto in Albania. Dal 2004 al 2009 l’economia è cresciuta in media del 6% l’anno. Il tasso di fertilità è diminuito dal 3,2 figli per donna del 1990 all’1,5 del 2010, e i dati dell’ONU indicano che il rapporto tra maschi e femmine alla nascita è di almeno 115/100.
Il libro prende in esame anche l’accusa secondo cui sarebbero gli uomini che ritengono le figlie inferiori e obbligano le mogli ad abortirle. Questo effettivamente avviene in alcuni casi, ma secondo la Hvistendahl la decisione di abortire è più spesso presa dalle donne: dalla moglie stessa o dalla suocera.
L’autrice cita alcune ricerche da cui emerge che le donne spesso si sottopongono ad aborti di selezione sessuale per adempiere al loro “dovere” di generare un figlio maschio, e in questo contesto ciò è descritto come una forma di “emancipazione”.
Fertilità
La preferenza per i maschi è un atteggiamento che persiste persino nelle popolazioni asiatiche che risiedono nei Paesi occidentali. Negli Stati Uniti, uno studio sulle coppie di discendenti cinesi, coreani e indiani rivela che per il primo figlio esiste un rapporto normale tra i sessi alla nascita, ma per le coppie che già hanno avuto una figlia femmina questo rapporto per il secondo figlio è di 117/100, e per chi ha già avuto due femmine sale a 151/100.
Perché questo avvenga anche a coppie che vivono in un contesto molto diverso da quello del loro Paese d’origine è scarsamente spiegato, afferma la Hvistendahl. Una spiegazione, tuttavia, è che il tasso di fertilità tra gli americani asiatici è tra i più bassi fra tutti i gruppi minoritari, pari a 1,9 figli per donna.
La Hvistendahl considera inoltre le possibili conseguenze di uno squilibrio tra i sessi nel futuro. Chiaramente vi saranno decine di milioni di uomini che non potranno trovare moglie. Già adesso, mentre cresce la prima generazione affetta da questo squilibrio, si è verificato un aumento del traffico sessuale, dell’acquisto di mogli e dei matrimoni forzati.In Corea del Sud e Taiwan gli uomini fanno “turismo matrimoniale” in Vietnam per prendere moglie. Uomini delle regioni più ricche della Cina e dell’India comprano le donne dalle regioni più povere.Una società con un eccesso di maschi celibi, inoltre, potrebbe implicare maggiori tassi di instabilità e di violenza.
L’aborto per la selezione sessuale non è così diffuso nei Paesi occidentali, ma alcune cliniche della fertilità offrono la possibilità di impiantare embrioni preselezionati in base al sesso, nell’ambito delle fecondazioni in vitro.

Molti Paesi lo vietano – 36 secondo i dati citati nel libro –, ma negli Stati Uniti non esistono restrizioni di questo tipo.
Mentre la fecondazione in vitro si diffonde nel mondo, anche i Paesi in via di sviluppo iniziano a farvi ricorso ai fini di selezione sessuale.
“In Cina come in California, le madri sono diventate esse stesse eugenetiste”, afferma la Hvistendahl. Una tragedia che avrà gravi conseguenze nei prossimi decenni.

Quaresima: Lazzaro e il Vangelo della vita

lazzaro resurrezioneUn certo Lazzaro di Betania, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro ero malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli:“Signore, ecco, colui che tu ami è malato”. All’udire questo, Gesù disse: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinchè per mezzo di essa il Figlio venga glorificato”. Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro.

Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta dunque, quando udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: “Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Gesù le disse: “Tuo fratello risorgerà”. Gli rispose Marta: “So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno”.

Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Gesù allora, quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!” Gesù scoppiò in pianto.

Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che costui non morisse?”. Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”.

Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberatelo e lasciatelo andare”. Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui (Gv 11,1-45). Sappiamo che narrando il “segno” della risurrezione di Lazzaro, l’evangelista Giovanni vuole rappresentare la morte e risurrezione di Gesù. Gli viene detto: “Signore, ecco, colui che tu ami è malato” (Gv 11,3b). Giovanni ripete cinque volte la parola “malato” in poche righe.

Una malattia grave, mortale: di cosa si tratta? Per quanto riguarda Lazzaro non possiamo rispondere, ma Giovanni lo fa intendere narrando l’incontro di Gesù con Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). La malattia che ha suscitato tanto amore e commozione in Dio da mandare il suo amato Figlio a salvare l’uomo, è l’“apistia”, il peccato della mancanza di fede in Gesù. Ora, “la fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Seconda Parte, p. 269).

E’ chiaro perciò, che la ragione non può aprirsi alla fede se non si fida dei testimoni, e i testimoni non videro solo che Lazzaro uscì dal sepolcro, ma videro che non uscì da se stesso: aveva infatti “i piedi e le mani legate”. Non fu l’energia dei suoi muscoli a muoverlo, ma Gesù, con un comando perentorio: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,43). Immaginiamo di essere nel numero di coloro che non videro la risurrezione di Lazzaro, ma ne udirono il fatto dai testimoni.

Forse qualche scettico di allora (e di oggi) pensò che Lazzaro, in realtà, non fosse morto; che si era ripreso nel sepolcro e che venne fuori appena tolta la pietra. Ma i testimoni riferirono una cosa impossibile: “il morto uscì, i piedi e le mani legate con bende..” (Gv 11,44). Perciò, anche se Lazzaro non fosse morto, non poteva uscire perché aveva i piedi e le mani legate. Ma uscì, e tutti lo videro. Uscì dal grembo della morte, perché ritornò in vita. Uscì per obbedienza, perché obbedì al comando di colui che della vita e della morte ha il potere, il Signore Gesù. Uscì dunque dal buio della morte, ne varcò a ritroso l’irreversibile soglia già oltrepassata, e, muto nelle bende, annunciò a tutti il Vangelo della vita, da soglia a soglia: da quella concepita nel grembo e nel tempo, a quella che si varca alla morte per entrare nel “seno del Padre” (Gv 1,18).

Liberato e lasciato andare, Lazzaro sembra così annunciare che: “La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta “l’azione creatrice di Dio” e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un essere umano innocente” (Enciclica Evangelium vitae, n. 53). Vediamo oggi che la forza assoluta e vincente della vita è manifestata in Gesù per due volte, ognuna delle quali esprime la sua volontà irresistibile di affermazione sulla morte.

La prima è la profonda commozione di Gesù, abbastanza inspiegabile se solo pensiamo che egli sapeva bene che, di lì a poco, avrebbe restituito vivo Lazzaro ai suoi cari. Tale commozione è ontologica, ed è l’orrore viscerale della morte in colui che è “la Risurrezione e la Vita” (Gv 11,25). La seconda volta è data dal poderoso, divino comando: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,43a), che suona in risonanza con l’atto del Creatore posto “In principio” (Gen 1,1): “Sia la luce!” (Gen 1,3a); risonanza che sembra esserci anche tra “Il morto uscì” (Gv 11,43b), e “E la luce fu” (Gen 1,3b).

La fede in Gesù Risorto e vivo in mezzo a noi è fonte interiore di vita divina, invincibile non solo sulla morte fisica, ma anche nella lotta quotidiana per accogliere, celebrare e testimoniare il dono della vita, ogni giorno e sempre.
di padre Angelo del Favero

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

L’accoglienza della vita fragile: una sfida per la famiglia

cuore-2Io non sono morto. Lapalissiana affermazione: digito lettere su questa tastiera, “agisco” proprio perché ovviamente non sono morto. Ma scrivendola, tremo, pensando che questo articolo potrà stare sotto i vostri occhi quando io sarò morto: perché io morirò, è certo. Sento quindi, per amore di verità, di dover aggiungere alla frase d’inizio un semplice avverbio: io non sono morto ancora. Il morire è proprio di ogni vivente. E’ insito nella biologia: cellule, piante, animali smettono di vivere e si corrompono. Periscono. Ma l’uomo muore in un senso più profondo, di una morte propriamente umana.

Questo perché l’uomo è persona e vive in una drammatica situazione “di frontiera”, con un piede nel tempo ed uno per così dire nell’eternità. In quanto persona “ho” un corpo e, proprio come ogni corpo vivente, un giorno morirò. Al tempo stesso però “ho” uno spirito, che mi consente di conoscere questo: sono mortale e so di esserlo.La morte ci sbatte contro come un assurdo che può rendere l’intera vita un’assurdità: «perché?», emerge esplosiva la domanda sul fine e sul senso.In più, finché vivo, del morire avverto i morsi. Quelli che erodono il tempo, che passa e non mi è più restituito; quelli che dilaniano il corpo nell’esperienza della malattia; e quelli che mi amputano affetti, nell’esperienza della morte delle persone care. Se è assurdo che io debba morire, è altrettanto drammatico che debba morire il “tu” che mi sta accanto.

Dal confronto “vita-morte” e “amore-morte” sembriamo uscire due volte sconfitti. Assistiamo così a molti “umanissimi” tentativi di rimuovere questa umanissima realtà: mascherandola, ultimo tabù del nostro tempo, nelle parole; nascondendola alla vista, in stanze inaccessibili di ospedali o nell’utero materno; alle volte dominandola illusoriamente con una iniezione letale; alle volte quasi prolungandola, ostinandosi in un accanimento che non ha nulla più di umano né tantomeno di terapeutico.Pensiamo di ingannare la morte, ma, in verità, inganniamo noi stessi, scimmiottiamo l’amore e falsifichiamo la nostra e l’altrui dignità: con la bara non si bara…Il gioco di parole consente di introdurci in una metafora che potrà darci una diversa chiave di lettura di quanto esposto finora.

Se la vita è la partita che sto giocando, la morte non è un estraneo che viene inaspettato a interrompere e a rovinare il gioco, piuttosto è nelle regole stesse del gioco. E se fa parte delle regole, la morte non è una sconfitta ma parte integrante del gioco, che posso quindi comunque vincere, pur morendo. Le carte ad un certo punto finiscono, il gioco non dura per sempre, eppure, anzi proprio per questo, si vince o si perde. La vittoria non è vivere infinitamente ma vivere pienamente. L’alternativa è la sconfitta di una vita non autenticamente umana, un fallimento purtroppo possibile.

La morte, pertanto, può essere letta come una dimensione presente nell’esistenza umana che, se accolta, può orientare la vita nella giusta direzione: nella fine, il fine.Abbiamo tutta la vita per imparare a morire e sappiamo di morire per imparare a vivere, per imparare l’amore autentico: quello che non nega l’altro ma lo accoglie e lo accompagna, anche quando quest’altro, morendo, farà morire in un certo senso anche noi.

Questa esperienza di accompagnamento dell’altro anche nella sua terminalità è l’esperienza delle famiglie e dei medici dell’associazione La Quercia Millenaria ONLUS.Essa aiuta in particolare le mamme che sanno di dare alla luce un bambino che, avendo ricevuto una diagnosi di “feto terminale”, è incompatibile con la vita. Come i piccoli Santi Innocenti, che abbiamo da poco celebrato, anche questi piccoli con la loro morte precoce danno testimonianza alla verità, cioè che l’amore esiste e l’amore ha vinto la morte.In un’epoca che, come detto, tende a rimuovere il morire, il morente ed il sofferente, la Quercia Millenaria svolge un ruolo profetico, contro l’idolatria del “figlio perfetto” e il tabù della morte.

Madri e padri semplici che ci insegnano con semplicità a non avere paura, perché anche il morire può diventare un evento da vivere, un’occasione che trasforma l’esistenza in vita piena.In questa accoglienza dell’altro, fragile e terminale, queste famiglie testimoniano che hanno tutte ricevuto più di quanto hanno saputo dare.In questa apertura all’altro, piccolo e morente, si riflette l’apertura all’Infinitamente Altro, quel Dio Trinità di Amore da cui le famiglie imparano ad essere una comunità di amore.Ecco dunque la risposta all’assurdo del morire. Come ricorda la lettera agli Ebrei, letta poco prima di Natale, «un corpo mi hai preparato», e sebbene sia un corpo fragile, un corpo morente, è con questo corpo che io posso compiere la volontà di Dio.La conclusione sembra così paradossale. L’accompagnamento di un neonato senza speranza restituisce speranza all’intera società; l’accoglienza di un bambino dal volto apparentemente inumano rende più umano il volto della nostra mortale umanità.

Di Massimo Losito

Massimo Losito è docente presso Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma e consigliere del Direttivo de La Quercia Millenaria Associazione Onlus.

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Omosessualita’, verso la liberazione (di Gerard J.M. van den Aardweg)

libertaL’omosessualità continua a esser vista, dal vasto pubblico, alla luce di idee preconcette infondate e sorpassate, da cui non sono purtroppo esenti nemmeno categorie di professionisti per i quali una migliore informazione sarebbe un corredo auspicabile, per non dire un requisito indispensabile: medici, psicologi, sociologi, sacerdoti, giornalisti. Sono varie le ragioni ditale ignoranza: una di queste è la scarsità di persone che si occupano di ricerca e terapia dell’omosessualità a livello professionale; al che si aggiunge. in diversi Paesi, una carenza di aggiornamento della psichiatria e della psicologia. Da questa situazione trae profitto la strategia di «emancipazione» degli omosessuali militanti – fiancheggiati dall’ establishment progressista» occidentale e dai corifei della «liberazione» sessuale – per inculcare nel pubblico certi dogmi di stampo libertario: «L’ omosessualità è una normale variante della sessualità umana; l’unico problema sta nella discriminazione sociale»; «omosessuali si nasce», o ancora (il che, in fondo, equivale alla precedente affermazione «nell’ insorgere dell’omosessualità è decisiva la prima infanzia» e «l’omosessuale non può cambiare né, tantomeno, guarire».
Soprattutto quest’ultima affermazione esprime un atteggiamento fatalistico nei confronti dell’omosessualità che è al giorno d’oggi enormemente diffuso. Anche cattolici bene intenzionati, che riconoscono senza mezzi termini il disordine oggettivo degli atti omosessuali, non sanno che la genesi psichica di questa condizione sessuale è tutt’altro che misteriosa e la sua terapia tutt ‘altro che impossibile; nella direzione spirituale incoraggiano giustamente le persone affette da tali tendenze a vivere la castità e il dominio di sé stessi, ma ritengono di fatto impossibile un cambiamento radicale.

Una genesi non misteriosa
Eppure la realtà, per fortuna, non è così triste: ed è un peccato che finora tanto pochi siano, anche in àmbito cattolico, gli psicologi, i medici e gli psichiatri che hanno preso seriamente atto dei risultati della ricerca e che ne fanno uso nel trattamento di persone afflitte da questo problema. A tale omissione dobbiamo la longevità del mito della misteriosa genesi psichica dell’omosessualità e gli ostacoli che intralciano il cammino della terapia (del comportamento, non si tratta di una malattia). Quanti sono, infatti, al giorno d’oggi, gli esperti che, quando hanno a che fare con un paziente con tendenze omosessuali, si impegnano sistematicamente a orientano verso un cambiamento? In un Paese grande ed evoluto come la Germania non arriviamo a contarne nemmeno cinque… Ecco perché resiste il mito dell’irrecuperabilità, ed ecco perché numerosissimi medici, psicologi e sociologi possono continuare a permettersi di obiettare: «Io, un omosessuale guarito, non l’ho mai visto».
Possiamo tuttavia ricordare almeno due categorie di persone che oggi si impegnano con particolare energia nel trattamento dell’omosessualità: la prima è formata da un discreto numero di psicologi, psichiatri e psicanalisti, che si possono qualificate come psico-terapeuti di orientamento psicodinamico; l’altra consiste di certi gruppi cristiani, per lo più protestanti, che si ispirano per questo loro impegno al testo biblico. Di tali gruppi alcuni si servono delle conoscenze acquisite attraverso l’esperienza degli psicoterapeuti, e sono già state fatte modeste ma promettenti esperienze di collaborazione complementare tra le due categorie, come avviene ogni anno nei due congressi che l’organizzazione americana «Exodus International» tiene su questo tema rispettivamente in America e in Europa. E, questo, un processo cui guardare con, interesse e soddisfazione, perché la pratica dell’esperienza terapeutica insegna che un paziente animato da una motivazione religiosa, e che cresce nelle virtù umane e teologali, fa passi avanti molto più rapidi. Quanto più l’ omosessuale orienta alla fede in Dio la propria vita, tanto più ne vede chiaro il senso, purifica la propria coscienza e fortifica la volontà nella lotta contro le proprie tendenze disordinate. Ma è anche vero che, sul piano prettamente umano, perché il paziente migliori gli è necessaria una certa conoscenza psicologica dell’origine, struttura e dinamica del problema, una conoscenza del proprio carattere e in particolare di quegli aspetti della propria personalità che soffrono di uno sviluppo incompleto.
Stekel & Adler
Prima di procedere a una descrizione succinta dello status quaestionis in merito al trattamento terapeutico dell’omosessualità (in quanto sintomo/comportamento indesiderato, ripetiamo non e’ una malattia) ritengo utile considerarne brevemente anche la genesi storica, che risale a quasi un secolo fa. Anche se già nel secolo scorso furono fatti alcuni tentativi di chiarire l’origine psichica dell’omosessualità, fu la corrente di pensiero imperniata sulla psicanalisi freudiana ad apportare i primi notevoli progressi. Progressi dovuti non certo alle formulazioni originali delle teorie freudiane, che ormai risultano insostenibili, ma all’enunciazione di alcuni concetti fondamentali che hanno avuto una grande efficacia orientatrice. Per esempio, la convinzione che le cause sono da localizzare negli anni della gioventù e che la relazione con i genitori riveste un ruolo importante in questo processo, oppure la costatazione che nell’omosessuale, come in genere in altri pazienti affetti da disturbi sessuali, si riconosce nella maggior pane dei casi una personalità bloccata, fissata in una forma di vita sessuale immatura e infantile.
Quanto alla terapia, se ne intravedeva già a quei tempi la possibilità, anche se Freud dovette riconoscere che un processo curativo completo non si poteva ancora dare che in pochi casi. Chi fece passi avanti furono invece – ciascuno a suo modo – certi suoi allievi, come Wilhelm Stekel e Alfred Adler. Stekel (1922), che aveva una notevole esperienza clinica di pazienti con problemi sessuali di ogni genere, descrisse l’omosessualità come un «infantilismo psichico», affine alla psiconeurosi, suscettibile di considerevoli miglioramenti e persino, a volte, di guarigione.
Adler (1917) fu il primo a mettere l’omosessualità in relazione con un complesso di inferiorità nei confronti del proprio sesso, che quindi nell’ uomo si manifesta come un complesso di mancanza di virilità. Negli ultimi decenni si sono viste confermate soprattutto le idee di Adler, alla luce di ricerche, anàmnesi e test psicologici. Anche se le preferenze dei vari studiosi differiscono nel mettere in maggior rilievo questo o quel fattore generico e psicodinamico, esiste un consenso in linea di massima nel concepire l’omosessualità come una reazione a difficoltà di identificarsi col proprio sesso, un «problema di identità sessuale» (gender identity problem). La persona di sesso maschile con tendenze omosessuali è uno che non riesce a riconoscersi pienamente come uomo o ragazzo, perché non si sente all’altezza di questo ruolo; lo stesso vale per la donna lesbica nei confronti della propria identità femminile.

Dalle osservazioni di Adler derivano alcune indicazioni che ritroviamo in forme di terapia sviluppate molto più tardi, come quella, per esempio (nel caso di un uomo), di stimolare una fiducia virile in sé stesso e quella di lottare contro la tendenza a rifuggire da comportamenti, attività e interessi appartenenti al mondo maschile.

Desideri inappagati
Le ricerche empiriche di Bieber e altri (1962) hanno contribuito a correggere alcune idee di stampo psicanalitico in merito all’origine e alla struttura dell’omosessualità. Vale a dire che si è notato quanto sia importante, perché un figlio si identifichi positivamente col suo ruolo sessuale, il fatto che abbia stima per il genitore dello stesso sesso; tradotto in termini di terapia dell’omosessualità questo vuol dire che si deve incoraggiare un maturo atteggiamento di accettazione nei confronti di questo genitore (v. anche Nicolosi 1991) e spesso anche correggere un atteggiamento infantile nei confronti del genitore di sesso opposto. Bieber ha messo inoltre in evidenza che l’adulto omosessuale è uno che non ha vissuto i suoi anni di gioventù ben inserito nella vita di gruppo dei giovani dello stesso sesso. E il caso del ragazzo che sente che le attività dei maschi della sua età non fanno per lui, o della ragazza che sente di stare in una posizione di inferiorità nell’ambiente delle coetanee. Tali esperienze giovanili portano il bambino o il ragazzo a drammatizzare la propria situazione e ad agognare l’affetto di quelle persone dello stesso sesso dalle quali non si sente accettato o dalla cui compagnia si sente escluso. Le fantasie omosessuali traggono spesso origine da questo bisogno – erotizzato – di attenzione e, di fatto, è in tale forma che si cristallizzano nella vita dell’interessato. Lo psichiatra olandese Arndt (1961) riassume questo stato di cose in una formula: «Dentro l’omosessuale vive un povero bimbo che si strugge di desideri inappagati».

Esperienze terapeutiche
A questo punto è importante precisare che, quando parliamo di terapia dell’ omosessualità non dobbiamo pensare soltanto a un cambiamento dell’ affettività sessuale in quanto tale; una vera terapia deve andare molto più a fondo, perché quest’affettività modificata non è che uno degli elementi di un fenomeno molto più ampio di una personalità che anche in molti altri aspetti è rimasta immatura. Pertanto la terapia deve puntare a insegnare al paziente a riconoscere e combattere tutta una gamma di espressioni di egocentrismo infantile, di timori, di sentimenti di inferiorità, di reazioni di protesta, di motivazioni egocentriche nell’impostare l’amicizia e le relazioni sociali, di abitudini a cercare compensazioni consolatorie, di affettazioni infantili, e soprattutto un atteggiamento infantile di autocompassione e un impulso a vedere la propria vita in chiave di tragedia e di sofferenza. Infatti anche nella sfera emotiva diventiamo tanto più adulti quanto più cresciamo in quella fiducia in noi stessi, come uomini o donne, che è tipica dell’adulto, e ci sentiamo intimamente a nostro agio nel nostro ruolo di uomo (per esempio assumendoci responsabilità da padri) o di donna (per esempio assumendoci responsabilità da madri).

Soltanto chi si sente uomo, ed è felice di esserlo, sarà in grado di sentire coscientemente attrazione per l’altro sesso: il che vale, mutatis mutandis, per la donna. Pertanto una terapia non si può dire pienamente riuscita se l’unico suo risultato è stato quello di ridurre o far sparire le emozioni omosessuali e non si è arrivati a formare nel paziente una personalità complessivamente più equilibrata, meno neurotica, più adulta e meno egocentrica.
Tanto per dare un esempio tipico, ricordo un giovane che contava già alcuni anni di relazioni omosessuali: dopo un certo periodo di trattamento riuscì a smettere tale tipo di contatti. Ma solo più o meno due anni più tardi si poté dire che non coltivava più fantasie omosessuali e aveva vinto l’ abitudine alla masturbazione che prima si manifestava in lui quasi come un’ ossessione compulsiva. Cominciò a spasimare sempre meno per certi suoi idoli e a sentirsi sempre più uguale agli altri uomini, liberandosi a poco a poco dall’impulso interiore a desiderarne l’attenzione e l’affetto. Nei confronti di sé stesso si fece forte ed esigente, riducendo le reazioni di autocommiserazione, come per esempio quelle che gli venivano quando rimaneva solo. Nei confronti di sua madre, donna dominante e ipersentimentale, acquistò maggiore indipendenza. Allo scoraggiamento cronico e piagnucoloso di prima subentrarono coraggio e voglia di vivere, ottimismo e vigore. Questo cambiamento totale del suo comportamento fu notato da tutti nel suo ambiente. Durante questo processo di lotta costruttiva contro i propri infantilismi, con il terapeuta che gli faceva da «allenatore», a poco a poco affiorarono in lui sentimenti di attrazione sessuale verso una certa ragazza; e questo avvenne in maniera spontanea e inattesa, senza che lui si fosse mai prospettato coscientemente emozioni o comportamenti eterosessuali, proprio come avviene in un giovane quando raggiunge la pubertà. Bisogna infatti precisare che gli istinti eterosessuali, nell’omosessuale, ci sono; solo che vengono bloccati dal suo complesso di inferiorità omosessuale. Persino nel caso dei cosiddetti «transessuali», cioè uomini che hanno la sensazione di avere anima di donna e corpo di uomo, ma in realtà soffrono di un grave complesso omosessuale di inferiorità, si conquistano vittorie decisive del genere, anche se è vero che questo processo può richiedere anni di lotta e molto coraggio.
La maggior parte dei pazienti che lo vogliono veramente e si danno sistematicamente da fare migliorano nel giro di uno o due anni e a poco a poco diminuiscono o spariscono del tutto le loro ossessioni omosessuali, aumentano la gioia di vivere e un senso generale di benessere. mentre si attenua l’egocentrismo. Alcuni, per il momento ancora una minoranza di coloro che si sottopongono alla terapia, evolvono fino a diventare totalmente eterosessuali; altri mantengono saltuari episodi di attrazione omosessuale, che sono molto più sporadici via via che prende piede in loro un’affettività eterosessuale. Si contano già casi di persone che sono state in grado di innamorarsi, sposarsi e mettere in piedi una bella famiglia. Nei miei studi usciti nel 1986 e nel 1992 si trovano alcuni dati statistici su risultati della terapia.

Oltre la compassione
 Cito sempre volentieri un caso che è tanto più significativo in quanto viene raccontato dalla controparte, cioè da uno psichiatra olandese che milita nel movimento di «emancipazione» omosessuale. Si tratta della guarigione radicale di una donna che era lesbica. Il suo miglioramento cominciò il giorno che con folgorante chiarezza capì quanto fosse vero ciò che un sacerdote dotato di buon senso psicologico le aveva detto: «È che sei rimasta una bambina!». Il processo di cambiamento, la lotta, durò alcuni anni, ma poi poté testimoniare che la sua omosessualità era totalmente scomparsa: «Come una gamba amputata, che non può tornare mai più». Questa donna si rivolgeva con questa testimonianza al suddetto psichiatra, che nelle sue pubblicazioni affermava l’inguaribilità dell’omosessualità.
Gli raccontava la sua vita per spiegargli quanto il suo pessimismo nei confronti di una possibilità terapeutica fosse fuori luogo. Fatti del genere sono anche un esempio di come sia sbagliato l’atteggiamento di non pochi ecclesiastici investiti di cura d’anime che, in buona fede, ma vittime probabilmente della scarsa diffusione di cui godono le esperienze terapeutiche di cui stiamo parlando, ritengono che la maniera migliore per aiutare persone con tendenze omosessuali sia quella di insegnar loro la rassegnazione e l’accettazione del sacrificio che comporta questa loro situazione, anziché incoraggiarle a lottare con pazienza e perseveranza per uscirne. Oltre che ignoranza, questo atteggiamento dimostra una grande ingenuità, giacché è difficilissimo, per non dire impossibile, convivere con le proprie tendenze omosessuali senza lasciarsene trascinare; la loro forza compulsiva trae origine da un focolaio di infezione profondo: fintanto che resti presente, la vita dell’omosessuale è e rimane una storia di amarezze e di infelicità. Per tale ragione il cammino della liberazione, per l’ omosessuale, non passa attraverso la compassione, e men che meno passa attraverso il riconoscimento della «normalità» delle relazioni omosessuali propugnato da alcuni potenti movimenti nel mondo occidentale. L’egocentrismo e l’infantilismo che affliggono l’omosessuale in una continua ansia di «ricevere» attenzione e affetto gli rendono impossibile «darsi» in una vera amicizia.

Nessun fatalismo
Non bisogna lasciarsi indurre a conclusioni fatalistiche di incurabilità nemmeno dalla presenza di casi nei quali le tendenze omosessuali raggiungono una forza ossessiva irresistibile, o siamo in presenza di una neurosi molto grave o di una quasi-psicosi. Dobbiamo ammettere che per il momento, con tali persone, il massimo risultato che si può sperare di ottenere è l’ astensione da relazioni sessuali e una relativa stabilità di comportamento, ma qui vale lo stesso discorso che per le diverse fobie e neurosi ossessivo-compulsive: le une sono più facili da vincere che le altre; di conseguenza la terapia ha in certi casi più successo che in altri. E con questo? Anche la medicina ha a che fare con malattie, come l’asma o l’ artrite reumatoide, che allo stato attuale delle conoscenze non sempre si possono guarire. Ma nessun medico serio si sentirebbe di concludere che non ha senso sottoporre tali pazienti a un trattamento o studiare nuove terapie. Detto in sintesi: le tendenze omosessuali si possono considerevolmente correggere e le guarigioni radicali sono tutt’altro che rare; il fatalismo nei confronti della terapia è pertanto infondato. Anzi, avremmo fatto già molti più passi avanti se fossero più numerosi i terapeuti interessati al trattamento della neurosi omosessuale.
Apparente realismo
Neanche per scherzo è lecito pensare che lo sforzo che questa correzione delle proprie tendenze richiede all’omosessuale sia una prova troppo ardua, e che dunque sia più realistico o comprensivo l’atteggiamento di chi suggerisce a lui di «accettarsi» e alla società di «accettarlo» così com’è.  Di realismo e di comprensione in questo atteggiamento c’è soltanto l’ apparenza. Anche per gli omosessuali più gravi non c’è altro cammino di liberazione che la lotta per correggere le proprie tendenze deviate. Il cedimento a questa neurosi sessuale, la caccia di contatti e relazioni per loro natura instabili e frustranti, fa scivolare alla lunga in una spirale di profonda insoddisfazione, in una vita miserabile di delusioni e infelicità, mascherate da una ostentata e chiassosa allegria apparente, lungo il cammino della distruzione psichica e della disperazione. È doloroso costatare quanti siano gli assistenti sociali, i medici, i terapeuti, nonché i pastori di anime che ignorano il desiderio di cambiare che arde in molte persone con tendenze omosessuali. Eppure oggi abbiamo fenomeni come la crescita del movimento internazionale «ex-gay», a cui aderiscono omosessuali che non sono disposti a rassegnarsi a questa loro situazione; spuntato negli Stati Uniti come un autentico movimento di base, si è organizzato in enti come il già ricordato «Exodus International» (eretto nel 1976, con sede a St. Raphael, California, e con Exodus Standard come organo) e «Courage», con sede a New York e Washington.
Omosessuali ed ex-omosessuali vi convengono per aiutarsi a promuovere negli interessati il miglioramento, un cambio radicale di vita. Anche queste sono prove dell’esistenza di un gran numero di persone disposte a lottare e a non perdere la speranza.
Omosessualità: verso la liberazione di Gerard J.M. van den Aardweg Apparso in Studi cattolici n. 394, anno XXXVII, dicembre 1993.
Bibliografia
A. Adler, Das Problem der Homosexualität, Ernst Reinhardt, Mtlnchen 1917. J.L. Arndt, Een bijdrage tot het inzicht in de homoseksualiteit [«Contributo alla conoscenza dell’omosessualità»], in «Geneeskundige bladen», 3, 1961. pp. 65-105. I. Bieber e altri, Homosexuality: A Psychoanalytic Study, Basic Books, New York 1962. J. NicoLosi, Reparative Therapy of Male Homosexuality, Jason Aronson, Northvale N.J. 1991. W. Siekel, Psychosexueller Infantilismus, Urban & Schwarzenberg, Wien 1922. G.J.M. van den Aardweg, Homosexuality and Hope, Servant Publications, Ann Arbor 1985; On the Origins and Treatment of Homosexuality, Praeger, New York 1986; Das Drama des gewöhnlichen Homosexuellen, Hänssler Verlag, Neuhausen-Stuttgart 1992 (II ed.).

Scienza e fede cristiana: come si conciliano?

science-and-faithQuali sono stati i rapporti tra fede e scienza lungo la storia della Chiesa?
• Lungo i secoli, ci sono stati e ci sono tutt’ora persone che hanno ricercato un dialogo e una collaborazione tra Fede e scienza, a vantaggio e a servizio della crescita della persona e dell’intera umanità.
• È anche vero che non sono mancati, anche tra i cristiani, atteggiamenti che non hanno sufficientemente percepito e riconosciuto la legittima autonomia della scienza, suscitando contese e controversie, al punto da ritenere che scienza e Fede si oppongano tra loro. Altre volte c’è stata tra loro indifferenza, che le ha portate a camminare su binari paralleli, nella completa ignoranza l’una dell’altra.
• Va pure in ogni caso affermato che la Chiesa, fedele alla propria missione, può entrare in dialogo con ogni tipo di scienza e utilizzare efficacemente i risultati scientifici per adempiere meglio la sua missione. Inviata a tutti i popoli di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo, la Chiesa non è legata in modo esclusivo e indissolubile a nessun tipo di scienza, e neppure ad alcuna conquista scientifica.
Quale dialogo ci può essere tra fede e scienza?
• Un dialogo nella distinzione: un dialogo cioè che riconosca le caratteristiche specifiche di ognuna delle due. Infatti, ognuna:
– ha propri metodi, ambiti e oggetti di ricerca, finalità, limiti
– deve rispettare l’altra e riconoscere all’altra la legittima possibilità di esercizio autonomo secondo i propri principi.
• «Esistono due ordini di conoscenza» distinti, cioè quello della Fede e quello della ragione, e la Chiesa riconosce che «le arti e le discipline umane (…) si servono, nell’ambito proprio a ciascuna, di propri principi e di un proprio metodo; perciò, «riconoscendo questa giusta libertà», la Chiesa afferma la legittima autonomia delle scienze» (GS 36).
• Nello stesso tempo, entrambe sono chiamate a servire l’uomo e l’umanità, favorendo lo sviluppo e la crescita integrale di ciascuno e di tutti.
Come è da intendere l’autonomia della scienza?
• “Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l’uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d’autonomia legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore.
• Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l’uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o tecnica (…).
• Se invece con l’espressione « autonomia delle realtà temporali » si intende dire che le cose create non dipendono da Dio e che l’uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora a nessuno che creda in Dio sfugge quanto false siano tali opinioni. La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (GS 36).
• “È illusorio rivendicare la neutralità morale della ricerca scientifica e delle sue applicazioni. D’altra parte, i criteri orientativi non possono essere dedotti né dalla semplice efficacia tecnica, né dall’utilità che può derivarne per gli uni a scapito degli altri, né, peggio ancora, dalle ideologie dominanti. La scienza e la tecnica richiedono, per il loro stesso significato intrinseco, l’incondizionato rispetto dei criteri fondamentali della moralità; devono essere al servizio della persona umana, dei suoi inalienabili diritti, del suo bene vero e integrale, in conformità al progetto e alla volontà di Dio” (CCC, n. 2294).
• L’autonomia della scienza finisce pertanto là dove la retta coscienza dello scienziato riconosce il male del metodo, dell’esito o dell’effetto.
• Ci può essere vero contrasto tra le scoperte della scienza e le verità della fede?
• Occorre superare la contrapposizione che qualche volta è stata fatta tra la scoperta scientifica, raggiunta dalla ragione e la verità conosciuta mediante la Fede. Non ci può essere vera contraddizione, purché si tratti di una positiva scoperta scientifica e di una autentica verità di Fede. In tal caso si tratta della stessa verità, che gli uomini raggiungono seguendo strade complementari. Infatti, omnis veritas a Deo: ogni verità viene da Dio. Ambedue, scienza e Fede, pur essendo distinte, sono unite nella verità: convergono nell’ammettere la capacità di conoscere le verità e la Verità, trovano nella verità il loro fondamento, il motivo del loro esistere, la finalità del loro operare.
• Scienza e Fede sono entrambe dono di Dio. “Anche se la Fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere vera divergenza tra Fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la Fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero” (DF, n. 4).
• “Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la Fede, perché le realtà profane e le realtà della Fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza che egli se ne avveda, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono” (GS, n. 36).
• Entrambe sono a servizio dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutto ciò che è autenticamente umano. Esse sono ordinate all’uomo, dal quale traggono origine e sviluppo e del quale promuovono lo sviluppo integrale a beneficio di tutti. Trovano nella persona l’indicazione del loro fine e la coscienza dei rispettivi loro limiti.
In che cosa consiste il valore antropologico, umanistico della scienza?
• Consiste nel fatto che la scienza:
– è fatta dall’uomo
– è per il bene dell’uomo singolo e dell’umanit
– è per il bene della stessa persona dello scienziato. Infatti, ogni scienziato, attraverso lo studio e la ricerca personali:
– perfeziona se stesso e la propria umanità, si modella, costruisce la propria personalità,
– percorre la via per il personale incontro con la verità, nella libertà e nella responsabilit
– può incontrarsi con Dio stesso, Creatore del cielo e della terra.
• La scienza attua un prezioso servizio agli altri, alla società e alla stessa Chiesa.
Quale contributo positivo offre la scienza alla società e alla Chiesa?
• Numerosi sono gli aspetti positivi che la scienza può offrire, come ad esempio:
– la rigorosa fedeltà al vero nella indagine scientifica
– la collaborazione con gli altri nei gruppi tecnici specializzati
– il senso della solidarietà internazionale
– la coscienza sempre più viva della responsabilità degli esperti nell’aiutare e proteggere gli uomini
– la volontà di rendere più felici le condizioni di vita per tutti, specialmente per coloro che soffrono per varie cause
– il grande contributo che essa offre nell’elevare l’umana famiglia ai più alti concetti del vero, del bene e del bello, e a una visione delle cose di universale valore
– l’aiuto alla Fede nel purificarsi da elementi sbagliati
– l’espressione e l’attuazione della signoria dell’uomo sulla creazione. La scienza attua il disegno di Dio, manifestato all’inizio dei tempi, di assoggettare la terra e di perfezionare la creazione
– l’attuazione del grande comandamento di Cristo di prodigarsi al servizio dei fratelli: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” ( Mt 25,40).
• Tutti questi aspetti positivi, che la scienza presenta, sono:
– un prodotto meraviglioso della creatività umana, e dell’insaziabile appetito di ricerca e di approfondimento, presente nell’uomo
– un segno della grandezza di Dio
– un frutto del divino ineffabile progetto, che Dio ha affidato all’uomo circa la creazione
– una preparazione a ricevere l’annuncio del Vangelo.
Quale contributo può dare la fede alla scienza?
La Fede cristiana :
• offre alla scienza eccellenti stimoli e aiuti per assolvere con maggiore impegno il suo compito e specialmente per scoprire il pieno significato delle sue attività, all’interno e a servizio della vocazione integrale dell’uomo
• aiuta la scienza a prendere maggiormente coscienza dei propri limiti:
– essa non è il valore più alto, al quale tutti gli altri devono sottomettersi
– non puo’ spiegare tutto, e sopratutto non puo’ spiegare tutto sull’uomo.
• La scienza può dare una risposta parziale e non esauriente al problema della verità sull’uomo, considerato in tutte le sue dimensioni, e sul senso ultimo della nostra storia e di quella dell’universo
– non può dare risposte a problemi teologici, filosofici…, limitandosi essa alle conoscenze sperimentali.
• mette in guardia anche da gravi rischi in cui può incorrere la scienza. Ad esempio “l’odierno progresso delle scienze e della tecnica, che in forza del loro metodo non possono penetrare nelle intime ragioni delle cose, può favorire un certo fenomenismo e agnosticismo, quando il metodo di investigazione di cui fanno uso queste scienze viene a torto innalzato a norma suprema di ricerca della verità totale. Anzi, vi è il pericolo che l’uomo, fidandosi troppo delle odierne scoperte, pensi di bastare a se stesso e non cerchi più valori superiori” (GS 36)
• valorizza in sommo grado le autentiche conquiste della scienza. Infatti la Fede afferma che, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia, il progresso scientifico, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, contribuisce a realizzare il Regno di Dio, a costruire «nuovi cieli» e «terra nuova» (2 Pt 3,13)
• offre le priorità e i principi morali che la scienza deve rispettare.
Quali priorità deve seguire la scienza?
La scienza, per adempiere al suo compito:
• si lascia guidare dal primato:
– della persona sulle cose
– dell’etica sulla tecnica
– dello spirito sulla materia
– dell’essere sull’avere e sul fare
– della ricerca della verit
– delle esigenze della giustizia e della pace.
• evita pertanto di seguire priorità fissate prevalentemente:
– dal movente economico (ricerca indiscriminata del profitto economico personale o di gruppi)
– dagli interessi di gruppi politici
– dalla ricerca del prestigio personale.
Quali sono i principi morali che la scienza deve rispettare?
• Ecco alcuni principi morali fondamentali:
– non tutto ciò che è scientificamente, tecnicamente fattibile è anche moralmente accettabile
– non è giusto ottenere un bene attraverso il male
– il fine non giustifica i mezzi.
• Vanno pertanto rispettati:
– il bene integrale dell’uomo e dell’umanit
– la dimensione trascendente della persona e della stessa creazione
– la vita e la dignità dell’uomo, la qualità della sua vita, i diritti delle generazioni umane attuali e future
– il creato e l’ambiente.
I principi morali sono un freno per la scienza?
I principi morali non sono un freno o un ostacolo al progresso, ma «il letto del ruscello, nel quale deve scorrere la corrente impetuosa del pensiero e dell’agire umano.
L’etica pone limiti alla scienza per incrementare la sua forza, la sua utilità e la sua efficacia, per evitare che esca dai margini, inondi e distrugga. L’etica è un elemento che ha contribuito a tutto ciò che di meglio e di più bello l’uomo abbia prodotto» (Pio XII).
Qual è il compito della scienza?
• Scoprire le meraviglie della natura, con quell’atteggiamento che è proprio di colui che non allunga le mani sul mondo dicendo: è mio, ma di chi, stupito, se lo vede porgere da un altro, e riconosce che: è dono di un Altro per te e per tutti
• rispettare la differenza ontologica e assiologica che esiste tra l’uomo e gli altri esseri viventi
• rispettare la natura di ciascun essere e della sua mutua connessione con gli altri esseri in un sistema ordinato ed equilibrato (l’ecosistema)
• promuovere l’ambiente come casa e come risorsa a favore dell’uomo e di tutti gli uomini
• ricercare il vero bene dell’umanità secondo il disegno di Dio e la sua volontà, e permettere all’uomo, considerato come individuo o come membro della società, di coltivare e di attuare la sua integrale vocazione
• attuare un servizio:
– alla verit
– alla dignità della persona e alla qualità della sua vita
– all’umanità e ai suoi valori
– al soddisfacimento soprattutto dei bisogni primari dell’uomo, cercando di debellare sempre più in particolare la fame e la malattia.
• mantenere nell’uomo le facoltà della contemplazione e dell’ammirazione che conducono alla sapienza
• attuare un progresso scientifico che sia vero progresso umano
• evitare di:
– ritenere di poter dare soluzione a tutto
– assolutizzare il proprio metodo e i propri risultati
– escludere altre vie di ricerca
– disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, sfruttando in modo sconsiderato le risorse del creato
– effettuare sperimentazioni sull’essere umano senza il consenso esplicito del soggetto o dei suoi aventi diritto, e quando si fan correre rischi sproporzionati o evitabili per la vita o l’integrità fisica e psichica dei soggetti.
• guardare con interesse alla Fede cristiana, la quale svela il senso ultimo della dignità dell’uomo e fa incontrare Cristo, l’uomo perfetto, seguendo il quale, l’uomo diventa anch’egli più uomo, e trova in lui pienezza e compimento.
Qual è il compito dello scienziato?
Egli, in quanto uomo, ha il compito di:
• tener conto del ruolo della scienza, delle sue finalità, dei suoi limiti
• rispettare i principi morali sopradetti, attuando la sua responsabilità etica, ricordandosi di essere un uomo prima che uno scienziato
• evitare il rischio dell’abbruttimento nel trattare con gli altri esseri umani
• ricordarsi che egli non è il padrone assoluto di se stesso, della sua vita
• rispettare la propria e l’altrui integrità psico-fisica
• interrogarsi:
– sul senso generale del proprio lavoro conoscitivo
– sul metodo seguito (il fine non giustifica il mezzo)
– sull’esito finale e sulle conseguenze che possono avere sul piano applicativo le conoscenze raggiunte
– sulla validità morale del suo impegno
– sul creato come traccia di Dio, luogo nel quale si disvela la grandezza, la bontà, la provvidenza di Dio.
• evitare la ‘parcellizzazione specialistica’, ma ricercare la sintesi:
– connettendo la pluralità delle acquisizioni
– integrandole nel senso generale della vita
– armonizzandole con la visione etico – morale.
• «La settorialità del sapere comporta un approccio parziale alla verità con la conseguente frammentazione del senso, e impedisce l’unità interiore dell’uomo contemporaneo» (Fides et Ratio, n. 85).
Qual è il compito delle autorità pubbliche nei confronti della scienza?
Le autorità pubbliche, quali custodi del bene comune, s’impegnano a:
• assicurare che la ricerca sia diretta al bene delle persone e della società e alla salvaguardia dell’ambiente
• moderare e conciliare le pressioni di interessi divergenti
• fare leggi giuste che salvaguardino il bene della persona e della società, nel rispetto dei principi morali
• controllare gli effetti delle scoperte tecnologiche o scientifiche
• pubblicare linee guida, anche per rispettare l’integrità e i ritmi della natura, poiché le risorse naturali sono limitate e alcune non sono rinnovabili
• sostenere attivamente quei campi della ricerca, che non vengono finanziati dagli interessi privati, destinando fondi pubblici in conformità ai principi della sussidiariet
• impedire la ricerca che lede la vita e la dignità umana o che ignora i bisogni dei popoli più poveri del mondo, che in genere sono meno attrezzati per la ricerca scientifica.

Qual è il ruolo della Chiesa nei confronti della scienza?
• Annunciare il contributo che la Fede dà alla scienza.
• Formare consulenti qualificati, sia nel campo delle scienze fisiche o della vita, sia in teologia o filosofia delle scienze, in grado di intervenire tanto su Internet quanto alla radio o alla televisione, e capaci di trattare punti d’attrito, che possono sorgere tra la scienza e la Fede.
• Creare reti di comunicazione tra gli studiosi cattolici, apprezzati per le loro capacità professionali e la loro fedeltà al Magistero, come pure tra accademie scientifiche, associazioni d’esperti in tecnologia e Conferenze episcopali.
• Favorire pubblicazioni cattoliche a grande diffusione, che beneficino del contributo di persone veramente qualificate in questi campi.
• Attuare una pastorale che susciti e alimenti una profonda vita spirituale negli scienziati.
Il Primicerio della Basilica dei SS.Ambrogio e Carlo in Roma
Mons. Raffaello Martinelli
NB Per approfondire l’argomento, ecco alcuni documenti pontifici:
* CONCILIO VATICANO I, Dei Filius (DF);
* CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes (GS);
* GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, 1998;
* CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, nn.159; 2293-2294;
* PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, nn.331-363; 456-473.

Magie, spiritismi: perché sono inaccettabili?

CHE COSA SI INTENDE PER FENOMENI MAGICI?
* Se qualcuno volesse elencare tutte le superstizioni, pratiche, credenze, magie presenti nelle differenti culture umane, l’elenco sarebbe lunghissimo. Ogni cosa, essere o evento può portare fortuna, sfortuna, avere effetti positivi o negativi. Assistiamo oggi ad un impressionante ritorno delle pratiche magiche, per cui l’uomo d’oggi e soprattutto il credente si trova di fronte ad una vera e propria sfida.
* Non va inoltre dimenticato che ogni comportamento umano è sempre complesso e composito, e pertanto difficile da decifrare nelle sue motivazioni ed espressioni.
A QUALI TIPI DI FENOMENI CI SI RIFERISCE IN QUESTA RELAZIONE?
Si possono così sintetizzare i vari tipi di fenomeni, presi in considerazione in questa relazione:
* Le molteplici forme di superstizione che consistono nell’attribuire importanza indebita e quasi magica a certe pratiche o oggetti (amuleti, consultazione degli oroscopi, astrologia, lettura delle carte, numeri della fortuna o della sfortuna );
* Le pratiche di stregoneria, di satanismo, di previsioni astrologiche, effettuate da guaritori, cartomanti, chiaroveggenti, medium, indovini…, con le quali si pretende di allearsi con forze occulte e di piegarle a servizi propri o degli altri, per avere poteri speciali sia nel bene (affetti, affari, salute), che nel male (malocchio,fatture, maleficio, messe nere…);
* le diverse credenze come la reincarnazione, il relativismo, il sincretismo, l’esoterismo, lo spiritismo nelle sue varie forme (ossia il ricorso agli spiriti dei morti per entrare in contatto con loro e svelare il futuro o qualche suo aspetto; presunti contatti con i defunti tramite diversi riti o tecniche; sedute spiritiche, medianiche, scrittura automatica, magnetofono…);
* certe esperienze e tecniche psico-fisiche di concentrazione, di guarigione, che di per sé non presentano verità da credere (es. reiki), ma che in realtà insinuano una determinata visione dell’uomo e del mondo (karman, reincarnazione) non conforme alla rivelazione di Gesù Cristo;
* la vasta galassia comprendente i diversi fenomeni dei vecchi e nuovi movimenti religiosi, che a volte, nel linguaggio comune, vengono indicati anche con il nome di sette;
* una grande serie di altri atteggiamenti – spesso tratti dalle tradizioni filosofiche e religiose orientali – che si riscontrano in persone che, pur non avendo intenzione di aderire ai nuovi movimenti religiosi, fanno proprio certi elementi conoscitivi o pratiche che contraddicono la fede cristiana;
* le varie forme di magia.
ESISTONO VARIE FORME DI MAGIA?
* “C’è la magia imitativa, secondo la quale il simile produce il simile: il versare dell’acqua per terra, porterà la pioggia, trafiggere gli occhi di un pupazzo accecherà o farà morire la persona da esso rappresentata…
* C’è la magia contagiosa, in base a cui il “contiguo” agisce sul “contiguo” oppure una parte sul tutto che è sufficiente mettere in contatto due realtà animate o inanimate, perché una forza benefica o malefica si trasmetta dall’una all’altra parte: così “il toccare ferro” o il “gettare sale” terrà lontano da influssi negativi o da iettature in relazione a virtù speciali affidate a questi elementi.
* Esiste la magia incantatrice, la quale attribuisce un potere particolare a formule e azioni simboliche, ritenute capaci di produrre degli effetti evocati o da esse indicati” (CET, n.6).
* Esiste la magia bianca e quella nera, le quali tendono a ricercare il contatto con forze occulte, considerate superiori al singolo uomo, ma possono essere manipolate e controllate accrescendo la potenza del mago e dei suoi seguaci. Lo scopo per cui si vogliono acquisire i poteri magici può essere materiale (acquisizione della ricchezza o del dominio sulle altre persone) o nobili (miglioramento di se stessi e
dell’umanità. Per raggiungere tali fini si mobiliteranno soprattutto una serie di divinità intermedie – spiriti, angeli, demoni, fluidi, energie, potenze…
CHE DIFFERENZA C’E’ FRA MAGIA BIANCA E MAGIA NERA?
“Tradizionalmente si è soliti distinguere tra magia bianca e magia nera (…) la magia bianca intenderebbe forme d’intervento che presumono di mirare a scopi, sia pure benefici, come il ripristino di un rapporto d’amore, la guarigione da una malattia, la risoluzione di problemi economici e così via, ma lo fa con il ricorso all’uso di mezzi inadeguati come talismani e amuleti, portafortuna e filtri, credenze in combinazione di carte, persone o eventi, oppure con il riferimento a pratiche mediche centrate su arti occulte o poteri “sovrumani” (CEC, nn. 13-14). Ancora più grave è la magia nera. Essa si richiama, in modo diretto o indiretto, a poteri diabolici o comunque presume di agire sotto in qualche loro influsso. Di norma la magia nera è indirizzata a scopi malefici (procurare malattie, disgrazie, disturbi psichici a rivali, creare forti negatività, malocchi e fatture, generare contrasti, impedimenti, liti, vendette, causare malattie e la morte…) o ad influenzare il corso degli eventi a propria utilità, specialmente per
conseguire vantaggi personali come onori, ricchezze o altro. Si chiama magia nera per i metodi a cui ricorre e per i fini che persegue
(cfr. CET, n.8). Questa magia è una vera e propria espressione di anticulto e il suo fine ultimo è quello di trasformare gli adepti in servi di Satana. Rientrano in questo ambito i riti a sfondo satanico culminanti nelle messe nere.
QUALI SONO LE CAUSE DELLA DIFFUSIONE DELLE PRATICHE MAGICHE?
Varie, complesse e complementari sono le cause:
* “L’ignoranza religiosa è, senza dubbio, la causa principale delle deviazioni in questo campo” (CEC, n.3). Se scende la vera fede, sale la superstizione!
* Esiste “una grave carenza d’evangelizzazione che non consente ai fedeli di assumere un atteggiamento critico nei confronti di proposte che rappresentano solo un surrogato del genuino senso religioso e una triste mistificazione dei contenuti autentici della fede” (CET, n.3).
* Il marcato soggettivismo culturale, che caratterizza il nostro tempo, favorisce la diffusione di credenze vaghe sincretiste, per cui ognuno sceglie dai vari ambiti religiosi o filosofici quegli elementi che ritiene a lui congeniali. Nello stesso tempo favorisce la sequela di capi carismatici che promettono sollievo del male fisico, psichico o morale e si presentano come rassicuranti punti di riferimento.
* Non va dimenticato che viviamo in «un mondo in frantumi, ove risulta essere diffuso il «credere senza appartenere» o il «credo, a modo mio».
* L’esaltazione della dimensione emotiva e un diffuso senso d’angoscia inclinano verso una religiosità fortemente emozionale e magica e spingono alla ricerca dello straordinario, di esperienze gratificanti e di sensazioni di benessere fisico e psichico.
* C’è anche la situazione di alcuni movimenti religiosi i quali rifiutano la Chiesa, secondo la formula «Cristo sì, Chiesa no»; altri vogliono sostituirsi alla Chiesa, affermando «noi siamo la Chiesa».
* L’esistenza di tali fenomeni indica che “vi sono dei bisogni spirituali che non sono stati identificati, oppure che la Chiesa e altre istituzioni religiose non hanno percepito o a cui non hanno saputo rispondere. Sono un sintomo dello stato di crisi, specialmente di persone fragili come i giovani alla ricerca dell’assoluto o di ideali, o gli adulti che sono in crisi nei confronti della loro religione o della società” (CFA).
* Non va in particolare dimenticato né sottovalutato il sempre grande influsso e l’azione costante del “padre della menzogna” (Gv 8,44), il Diavolo, il quale – come insegna la Scrittura – tenta in tutti i modi di deviare l’uomo dalla verità e condurlo all’errore e al male (1Pt 5,8), nonostante la sconfitta subita con la venuta del Figlio di Dio nel mondo e il trionfo glorioso della sua risurrezione (cfr. Fil 2,9-11). «Un nemico ha fatto questo», dice il padrone ai suoi servi nella parabola della zizzania (Mt. 13, 28). Il Diavolo – come c’insegna l’Apocalisse – sino alla fine dei tempi userà tutti i suoi poteri e la sua sagacia per ingannare i battezzati ed ostacolare la piena attuazione del progetto salvifico di Dio sul mondo.
* D’altra parte occorre essere cauti nel giudicare la magia come un effetto diretto – sempre ed in ogni circostanza – del Demonio. Se infatti l’esistenza e l’azione del Demonio sono chiaramente affermate dalla Dottrina della Chiesa, non si può infatti innescare la tendenza a demonizzare tutto.
* Nella magia si vuol dominare le forze occulte attribuendosi un potere sovrumano, sul creato, sul presente, sul futuro, sugli altri (persone o cose), sugli avvenimenti, sui defunti. In tal modo si tenta di impadronirsi di Dio, del suo potere, cercando di sostituirsi a Lui. “La magia implica una visione del mondo che crede all’esistenza di forze occulte che influiscono sulla vita dell’uomo e sulle quali l’operatore (
o il fruitore ) di magia pensa di poter esercitare un controllo mediante pratiche rituali capaci di produrre automaticamente degli effetti;
il ricorso alla divinità – quando c’è- è meramente funzionale, subordinato a queste forze e agli effetti voluti” (CET).
* Non poche volte inoltre si tende a sfruttare volutamente o inconsciamente, gratuitamente o a pagamento, la credulità e
l’ingenuità di non poche persone, sfruttando talvolta l’effetto placebo. Molte pratiche sono frutto di imbroglio a fine di lucro.
* Non manca chi vede in tali fenomeni il risveglio religioso o il ritorno del sacro. Ma certamente non si tratta del vero sacro, e tanto meno del sacro cristiano.
* All’origine di certi fenomeni ci possono essere anche aspett paranormali, e cioè fenomeni naturali che, essendo attualmente poco o per niente conosciuti, sono erroneamente attribuiti all’ambito soprannaturale. In altri casi, alcuni fenomeni trovano a tutti gli effetti una spiegazione psicologica, psichiatrica, neurologica o psicanalitica.
QUALI LE CONSEGUENZE DEL DIFFONDERSI DELLE PRATICHE MAGICHE?
* “La fede cristiana risulta adulterata, in quanto viene offuscata la Signoria dell’Unico Signore, che si è rivelato al suo popolo, l’onnipotenza di Dio, la si svuota di fatto, ponendogli accanto creature e “poteri” che ne prendono il posto e si pongono in alternativa a Lui” (CEC, n.9).
* “Si ha il rifiuto di un Dio personale e libero: il credere all’esistenza di forze occulte che influiscono sulla vita e sulle quali l’operatore (o il fruitore) di magia pensa di poter esercitare un controllo; il ricorso alla divinità, quando c’è, è meramente funzionale, subordinato a queste forze e agli effetti voluti. La magia non ammette, infatti, alcun potere superiore a sé, essa ritiene di poter costringere gli stessi “spiriti” o “demoni” evocati a manifestarsi e a compiere ciò che essa richiede. Essa non si riferisce a Dio, al Dio personale della fede, alla sua provvidenza sul mondo, ma piuttosto a forze occulte impersonali (…) da queste forze ritiene di difendersi con il ricorso a gesti di scongiuro e ad amuleti, o presume di capirne i benefici con formule di incantesimo, filtri o azioni collegate agli astri, al creato o alla vita umana.
* Tutto questo costituisce una deviazione del senso religioso ed una tentativo di sostituirsi a Dio esercitando la propria volontà di dominio e potenza sugli eventi, sulla natura e il prossimo, anziché assumere un atteggiamento umile di richiesta e supplica nella preghiera. Sembra qui risuonare l’antica e nota voce del serpente che disse ai nostri progenitori: “…diventereste come Dio” (Gen 3,5).
* In particolare “La magia nera rappresenta una colpa gravissima (…) una deviazione della verità rivelata (…) contraria alla fede e al culto esclusivo a Cristo Gesù, unico Redentore e Signore dell’uomo (…). Essa è in contrapposizione alla vera professione del credente ed è pericolosa per la salvezza” ( CET, n.12).
CHE COSA DICE LA BIBBIA CIRCA TALI PRATICHE?
* Nella Sacra Scrittura troviamo indicazioni chiare sia sulla esistenza della magia, sia sul tipo di pratiche magiche: la divinazione (Dt 18,10) la stregoneria (Mi 5,11) (Na 3,4) (Dt 18,10-12), l’arte magica (Sap 17,7), gli incantesimi (Dt 18,11) (Sal 58,6) (Ger 8,17) (Qo 10,11); l’uso dei nodi e dei legami (Ez 13,17-23). Sono segnalate le magie di Gezabele (2 Re 9,22), le pratiche superstiziose dei re Achaz (Re 16,3-4), di Manasse (2 Re 21,6) e le pratiche superstiziose che Giosia combatte (2 Re 23,24)
* Nella sacra Scrittura la condanna della magia e di tutte le pratiche di magia è costante ed inequivocabile:
– E’ proibita: la magia, la stregoneria (Es 22,17) (Lv 19,26) (Dt 18,10) (Sap 12,4) (Ez 13,18) (At 19,19) (cfr. At 13,6-12 e At 16,16-24) (Gal 5,20) (Ap 9,21);
– Il ricorso a negromanti indovini, operatori di incantesimi e fattucchieri, sotto pena di morte (Lev 19,26. 31; 20,6; 20,27) (Dt 18,10-12) (Es 22,17) (Ap 21,8) (Ap 22,15) (Dt 18,10-12) (Is 3,1-3) (Es 7,11) (ML 3,5) (Na 3,4);
* Ecco alcuni passi particolarmente significativi:
– Dt 18,10-14: “[10] Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia;[11] né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti, [12] perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore; a causa di questi abomini, il Signore tuo Dio sta per scacciare quelle nazioni davanti a te. [13] Tu sarai irreprensibile verso il Signore tuo Dio, [14] perché le nazioni, di cui tu vai ad occupare il paese, ascoltano gli indovini e gli incantatori, ma quanto a te, non così ti ha permesso il Signore tuo Dio”.
– Ger 29,8-9: “[8] Così dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Non vi traggano in errore i profeti che sono in mezzo a voi e i vostri indovini; non date retta ai sogni, che essi sognano.[9] Poiché con inganno parlano come profeti a voi in mio nome; io non li ho inviati. Oracolo del Signore”.
– Lv 19,26b: “ Non praticherete alcuna sorta di divinazione o di magia”.
– Lv 19,31: “Non vi rivolgete ai negromanti né agli indovini; non li consultate per non contaminarvi per mezzo loro. Io sono il Signore, vostro Dio”.
– Cfr. anche: Lv 20,6; Lv 20,27; 1 Sam 28,3; 1 Cro 10, 13; 2 Re 21, 6; Is 8, 19; Os 4, 12; Ger 2, 27; Mt 24, 24; Gen 1, 14-15, Dt 4, 19, Is 47, 13; Sap 13, 1-5.
QUALE E’ STATO L’ATTEGGIAMENTO DELLA CHIESA LUNGO I SECOLI?
* La Chiesa ha sempre condannato in modo esplicito e incontrovertibile la magia e tutte le pratiche di magia. Ad esempio:
– il I Concilio di Orleans (511) e il IV Conc. Toledo (633) proibiscono l’uso magico dell’astrologia;
– la Costituzione di Pio IV Dominici Gregis Custodiae (1546) e la Lettera Enciclica del S.Uffizio del 1856 mettono in guardia contro l’evocazione delle anime dei defunti; il Responso del S. Ufficio 1917 vieta di assistere sedute spiritiche;
– Si vedano anche: II Concilio di Lione 1274; Decreto pro Grecis del Concilio di Firenze 1439; XI Concilio di Toledo; Concilio Lateranense IV;
– nel 1942 il S. Uffizio proibisce ai religiosi l’uso del pendolino.
* S.Tommaso d’Aquino, nella Summa Theolo-gica:
– cita S.Agostino nel De Doctrina Christiana, libro 2, Cap.20 il quale afferma che “è superstizioso (…) tutto quello che è consultazione dei demoni, o patto simbolico accettato e concluso con essi” (…) le fasciature magiche (ligature), ecc..” Le divinazioni e le pratiche di cui si parla appartengono alla superstizione in quanto dipendono da certi interventi dei demoni. Ed è così che si riallacciano a dei patti stabiliti con essi” (S.Th.II-II, q. 92,a.2);
– annovera il maleficio tra i peccati mortali (S.Th.II-II,q.76,a.3). Nel Decreto, XXVI, qu. 5 (can. Sortes) si legge: “Le sorti con le quali nei vostri affari decidete ogni cosa, e che i padri hanno condannato, altro non sono che divinazioni e malefici. Perciò vogliamo che esse siano condannate e che non siano più nominate tra i cristiani: e perché non siano praticate le proibiamo sotto pena di scomunica” (S.Th.,II-Iiq. 95; a.8; q. 96, a. 2).
IN PARTICOLARE CIRCA LO SPIRITISMO, CHE COSA DICE LA CHIESA?
La Chiesa ha sempre condannato qualsiasi tentativo, diverso dalla preghiera, di mettersi in comunicazione con le anime dell’aldilà. Ecco alcuni pronunciamenti al riguardo da parte della Chiesa:
a. Papa Sisto V, nel 1585 con la Costituzione Caeli et terra Creator, condanna fermamente la necromanzia ed ogni contatto con gli spiriti dei morti.
b. Il 4 agosto 1856, visto l’esplodere del fenomeno dello spiritismo, il Sant’Uffizio dichiarò “illecita, ereticale e scandalosa, la pratica di evocare le anime dei morti, riceverne responsi, ecc….”.
c. Nel 1882 (1° febbraio), la Sacra Penitenzieria dichiarò illecito anche il solo assistere alle sedute e ai giochi spiritici.
d. Nel 1886 il Concilio di Baltimora affermò la possibilità che lo spiritismo fosse legato ad azione diabolica.
e. Nel 1917 (24 aprile) il Papa Benedetto XV, rispondendo ad un altro quesito sulla possibilità di assistere solamente in modo passivo alle
pratiche spiritiche, ribadisce che “non è lecito in ogni caso” partecipare alle suddette manifestazioni, anche se queste si presentano come caratterizzate da un clima di pietà e da un’esplicita volontà di non avere a che fare con gli spiriti maligni.
f. Il Catechismo S. Pio X del 1905, spiega: “Tutte le pratiche dello spiritismo sono illecite perché superstiziose e spesso non immuni da
intervento diabolico, e perciò furono dalla Chiesa giustamente proibite”.
E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA che COSA DICE AL RIGUARDO?
* In generale:
– “Il primo comandamento vieta di onorare altri dèi, all’infuori dell’unico Signore che si è rivelato al suo popolo. Proibisce la superstizione e l’irreligione. La superstizione rappresenta, in qualche modo, un eccesso perverso della religione; l’irreligione è un vizio
opposto, per difetto, alla virtù della religione” (n. 2110).
– “Il primo comandamento di Dio condanna i principali peccati di irreligione: l’azione di tentare Dio, con parole o atti “ (n. 2118).
– “L’azione di tentare Dio consiste nel mettere alla prova, con parole o atti, la sua bontà e la sua onnipotenza. È così che Satana voleva ottenere da Gesù che si buttasse giù dal Tempio obbligando Dio, in tal modo, ad intervenire. Gesù gli oppone la parola di Dio: “Non tenterai il Signore Dio tuo” (Dt 6,16). La sfida implicita in simile tentazione di Dio ferisce il rispetto e la fiducia che dobbiamo al nostro Creatore e Signore. In essa si cela sempre un dubbio riguardo al suo amore, alla sua provvidenza e alla sua potenza” (n.2119).
* A riguardo della superstizione:
“La superstizione è la deviazione del sentimento religioso e delle pratiche che esso impone. Può anche presentarsi mascherata sotto il culto che rendiamo al vero Dio, per esempio, quando si attribuisce un’importanza in qualche misura magica a certe pratiche, peraltro legittime o necessarie. Attribuire alla sola materialità delle preghiere o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione” (n.2111).
* A riguardo dell’idolatria:“Il primo comandamento condanna il politeismo. Esige dall’uomo di non credere in altri dèi che nell’unico Dio, di non venerare altre divinità che l’Unico. La Scrittura costantemente richiama a questo rifiuto degli idoli che sono “argento e oro, opera delle mani dell’uomo”, i quali “hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono… ”. Questi idoli vani rendono l’uomo
vano: “ Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida” (Sal 115,4-5.8). Dio, al contrario, è il “Dio vivente” (Gs 3,10), che fa
vivere e interviene nella storia” (n.2112).
“L’idolatria non concerne soltanto i falsi culti del paganesimo. Rimane una costante tentazione della fede. Consiste nel divinizzare ciò che non è Dio. C’è idolatria quando l’uomo onora e riverisce una creatura al posto di Dio, si tratti degli dèi o dei demoni (per esempio il satanismo), del potere, del piacere, della razza, degli antenati, dello Stato, del denaro, ecc. “Non potete servire a Dio e a mammona ”, dice Gesù (Mt 6,24). Numerosi martiri sono morti per non adorare “la Bestia ”, rifiutando perfino di simularne il culto. L’idolatria respinge l’unica
Signoria di Dio; perciò è incompatibile con la comunione divina (n. 2113).
“La vita umana si unifica nell’adorazione dell’Unico. Il comandamento di adorare il solo Signore unifica l’uomo e lo salva da una dispersione senza limiti. L’idolatria è una perversione del senso religioso innato nell’uomo. Idolatra è colui che “ riferisce la sua indistruttibile nozione di Dio a chicchessia anziché a Dio” (n.2114).
* A riguardo della divinazione e magia: “Dio può rivelare l’avvenire ai suoi profeti o ad altri santi. Tuttavia il giusto atteggiamento cristiano consiste nell’abbandonarsi con fiducia nelle mani della provvidenza per ciò che concerne il futuro e a rifuggire da ogni curiosità malsana a questo riguardo. L’imprevidenza può costituire una mancanza di responsabilità” (n. 2115)
“Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che ‘svelino’ l’avvenire. La consultazione degli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, l’interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium occultano una volontà di dominio sul
tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste. Sono in contraddizione con l’onore e il rispetto congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo” (n. 2116).
“Tutte le pratiche di magia e di stregoneria con le quali si pretende di sottomettere le potenze occulte per porle al proprio servizio ed ottenere un potere soprannaturale sul prossimo – fosse anche per procurargli la salute – sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Tali pratiche sono ancor più da condannare quando si
accompagnano ad una intenzione di nuocere ad altri o quando in esse si ricorre all’intervento dei demoni. Anche portare gli amuleti è
biasimevole. Lo spiritismo spesso implica pratiche divinatorie o magiche. Pure da esso la Chiesa mette in guardia i fedeli. Il ricorso a pratiche mediche dette tradizionali non legittima né l’invocazione di potenze cattive, né lo sfruttamento delle credulità altrui” (n. 2117).
CHE FARE PER ELIMINARE O DIMINUIRE TALI PRATICHE INACCETTABILI?
Il documento del CEM offre alcune utili indicazioni pastorali:
* La Chiesa, e in essa le singole comunità faranno opera di prevenzione nella misura in cui torneranno al cuore della vita cristiana, nei suoi aspetti autentici di dottrina e di vita, la catechesi, la preghiera, la liturgia, la carità e la comunione.
* Occorre richiamare la insostituibile centralità di Gesù Cristo: “Noi vescovi ribadiamo l’assoluta e insostituibile verità per cui il Padre ha costituito Cristo “al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e denominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa” (Ef 1,21-23). Chi ha incontrato il Signore Gesù non ha bisogno dì cercare la salvezza altrove”.
L’esperienza insegna che, per tenere lontani da superstizione, magia, spiritismo e dallo stesso satanismo, a nulla valgono i richiami, i ragionamenti, i rimproveri, le proibizioni dei pastori di anime, se non c’e una fede ferma e solida in Gesù Cristo. Certo, a confronto dì promesse brillanti e mirabolanti da parte del mondo, il cristiano deve annunciare Cristo, la sua croce e la sua risurrezione. Un confronto perdente? S. Paolo diceva di no. E lo faceva sulla parola di Gesù: “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto!” (Gv 16,33).
* E’ necessario riaffermare ciò che è essenziale per la nostra fede, e cioè che solo il Signore Gesù ha vinto il maligno, libera da ogni
paura e dalla ricerca di mezzi magici per affrontare le difficoltà della vita”.
* Per conoscere Gesù Cristo è importante la catechesi, specie per i giovani e adulti. “Essa deve aiutare la fede perché non sia un vago sentimento di Dio e di bontà fraterna, ma cresca nella consapevolezza del mistero di Cristo, della Chiesa e di tutte le verità della fede cattolica, così da essere in grado di giudicare correttamente i fatti della vita e la storia. In questa prospettiva, è necessario promuovere
maggiormente la conoscenza della Bibbia e dei testi del Magistero della Chiesa. La stessa Liturgia è fonte permanente da valorizzare in ordine alla costante crescita della fede cristiana”.
* Occorre rispondere meglio “al bisogno di riconoscimento, di accoglienza e di appartenenza presente nell’uomo contemporaneo segnato dalla solitudine e dall’anonimato”. Questo significa che le comunità cristiane dovranno continuamente cercare di essere veramente tali.
* Le nostre comunità diventino veramente “scuole di preghiera e di vita spirituale, offrano tempi e spazi di silenzio e di raccoglimento per rispondere al desiderio diffuso di interiorità. I pastori d’anime diano
importanza all’ascolto e alla direzione spirituale. Così pure dobbiamo sollecitare alla frequente celebrazione del sacramento della Confessione e alla partecipazione assidua e convinta all’Eucaristia”.
* Il cristiano non deve mai dimenticare la necessità di difendersi e lottare contro il diavolo e ogni sua opera. Paolo VI, il 16 novembre 1972, affermava: “Oggi, uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male che chiamiamo demonio. Un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà, misteriosa e paurosa. Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi rifiuta di riconoscerla esistente”.
* Oltre che approfondire la fede cattolica, occorrerà anche un lavoro di prevenzione, documentando le arti e i danni di ogni ingannevole proselitismo.
* Nella formazione della fede e della coscienza cristiana, i pastori d’anime devono spiegare che l’aderire o il partecipare anche solo occasionale o per motivi di curiosità, ai gruppi o movimenti segnalati, non è coerente con la fede cattolica. La Sacra Scrittura è esplicita al riguardo: “Non si trovi in mezzo a te chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia; né chi consulti gli spiriti o gli indovini, ne chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose e in abominio al Signore” (Deut 18,10-12). Questi comportamenti sono incoerenti con la nostra fede a livelli diversi, fino alla gravità morale. Non di rado possono sfociare in vere e proprie patologie; e devono essere confessati nel sacramento della riconciliazione.
Il Primicerio della Basilica dei SS.Ambrogio e Carlo in Roma
Mons. Raffaello Martinelli
BIBBLIOGRAFIA:
* CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, (CCC), nn. 2110-2117
* Conferenza Episcopale Toscana (CET), A proposito di magia e di demonologia. Nota Pastorale (15 aprile 1994)
* CONFERENZA EPISCOPALE CAMPANA (CEC), Io sono il Signore vostro Dio, Nota pastorale a proposito di superstizione, magia, satanismo
* CONFERENZA EPISCOPALE MARCHIGIANA (CEM), Disposizioni pastorali circa i fenomeni della superstizione, della magia e dei nuovi movimenti religiosi (3 giugno 2001)
* CARD. FRANCIS ARINZE (Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso) (CFA), Relazione generale al Concistoro straordinario, 1991
* MONS. GIUSEPPE CASALE, Nuova religiosità e nuova evangelizzazione, Lettera Pastorale del 6 marzo 1993, Piemme, 1993.

Mio Dio, eccomi – Giuseppe Ungaretti

paradisoE il cuore
quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra,
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
sarai una statua davanti all’Eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti dicendo:
Mio Dio, eccomi.
E solo quando m’avra’ perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
Giuseppe Ungaretti

Noi siamo rimasti fuori – preghiera dei Basotho (Lesotho)

basothoUn canto di una tribu’ bantu del Lesotho, sulla ricerca di Dio e il desiderio di Paradiso.
Solo con la rivelazione di Gesù, sappiamo di essere stati salvati e di avere un posto in cielo (se liberamente vogliamo).

Noi siamo rimasti fuori
siamo rimasti per la fatica
siamo rimasti per le lacrime.

Oh, se ci fosse nel cielo
un posto anche per noi !

Perché non ho le ali
per volare lassù?

Se una fune robusta
discendesse dal cielo
mi aggrapperei ad essa
e mi arrampicherei :
salirei ad abitare lassù.

Io sono una preghiera in cammino – preghiera Navajos

NavajoUna preghiera degli indiani d’America, che mostra il desiderio di Dio. Nel cristianesimo, molti di loro trovarono quel Dio che cercavano.

Con un vuoto di fame in me io cammino,
cibo non potra’ riempirlo;
Con un vuoto di spazio in me io cammino,
nulla potra’ riempirlo.
Con uno spazio di tristezza in me io cammino,
nessuno lo colmera’.
Per sempre solo, per sempre triste io cammino,
per sempre vuoto, per sempre affamato io cammino,
con dolore di grande bellezza io cammino,
con vuoto di grande bellezza io cammino.

Ora con un Dio io cammino,
ora i passi muovo tra le vette,
ora con un Dio io cammino,
a passi di gigante, oltre le colline.

Io sono una preghiera in cammino.

Mai solo, mai piangente, mai vuoto,
sul cammino delle eta’ antiche, sul sentiero della bellezza,
io cammino.

Invocando la pioggia – preghiera pellerossa

pellerossauna antica preghiera pellerossa che mostra anche nei popoli pagani la fede in un Dio buono, che nel cristianesimo si rivela in Gesù, morto e risorto per noi.

 

Là dove cade la pioggia
io di solito cammino,
verso l’Oriente io cammino,
io che seguo Dio che parla.
Tra il bianco frumento,
tra le cose tenere della natura,
là dove sono le acque io cammino.
Mentre io cammino
là dove solitamente piove,
al di sopra del mais la pioggia
getta un’ombra,
il lampo appare qua e là,
e sui ciuffi del mais canta l’uccello blu.
Io che seguo Colui che è buono ed eterno,
tutto amabile davanti a me,
tutto amabile dietro di me.
Mentre io cammino
là dove solitamente piove.

I Diritti dell’uomo dimenticando Dio (Vittorio Messori)

diritti-umani(..) Il testo [della “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”] del 1789 dice:

“L’Assemblea Nazionale riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i diritti seguenti dell’uomo e del cittadino.
Articolo I: Gli uomini nascono e restano liberi ed uguali in diritti”.

Quell’ “Essere Supremo” (il Dio senza volto e inaccessibile nel suo Cielo del deismo illuminista, il “Grande Orologiaio” di Voltaire, il “Grande Architetto dell’Universo” dei massoni) è l’unico riferimento “religioso”. Ma è solo una riverenza rituale a Qualcosa (più ancora che a Qualcuno) che se ne sta nelle nuvole, che non ha nulla a che vedere con quanto gli uomini autonomamente stabiliscono, in base solo a quel libero “patto sociale” che, per Rousseau, è l’unica base della convivenza umana.

Ben diverso il Bill of Rights, quella “Patente dei diritti” proclamata dodici anni prima, nel 1776, dai costituenti americani. La Dichiarazione degli Usa dichiara: “Tutti gli uomini sono stati creati eguali e sono provvisti dal Creatore di certi diritti inalienabili…”. Malgrado le origini strettamente massoniche degli Stati Uniti (tutti i suoi padri fondatori, si pensi a Franklin e a Washington, furono esplicitamente affiliati alle Logge, la gran maggioranza dei Presidenti lo è stata e lo è), il documento americano fonda i diritti dell’uomo non sulla volontà di quest’ultimo ma sul progetto di un Dio Creatore. Non a caso, né la Proclamazione d’indipendenza americana né la sua Costituzione provocarono reazioni da parte cattolica. E il lealismo patriottico dei cattolici della Federazione americana fu sempre indiscusso.

Il ben diverso atteggiamento di Roma davanti alla “Dichiarazione” francese lo si deve al fatto che, se per gli americani è il Creatore che fa gli uomini eguali e liberi, per i francesi gli uomini nascono liberi ed eguali perchè così stabilisce la loro Ragione, perchè essi così vogliono e proclamano. Fratelli: ma senza un padre.

Il paradosso è ancor più vistoso nella “Dichiarazione” dell’Onu dove, per ottenere il maggior numero possibile di consensi (ma i paesi musulmani rifiutarono di aderire: donne e schiavi, per il Corano, non sono e non possono essere “eguali” a chi è maschio e libero) venne tolto persino il riferimento all’innocuo “Essere Supremo”. Dice il testo delle Nazioni Unite, al primo articolo: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e in diritti. Essi sono dotati di ragione e coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fraternità”.

Anche qui il “dovere” di una fratellanza senza una paternità comune. Dove, dunque, quel “dovere” si appoggi, perchè debba essere rispettato, non è affatto detto, né si vuole dirlo. E’ il consueto dramma di ogni morale “laica”: un “perchè scegliere il bene piuttosto che il male?” che resta senza alcuna risposta ragionevole.

Non a caso la “Dichiarazione” delle Nazioni Unite è forse il documento internazionale più violato e irriso della storia, per giunta da parte di governi che, mentre calpestano ogni diritto dell’uomo da loro solennemente votato e accettato, siedono e pontificano a quella stessa Assemblea di New York. Per convincersene, basterebbe uno sguardo al rapporto annuale di Amnesty International: lettura agghiacciante che mostra quale efficacia abbiano gli “impegni morali” e le dichiarazioni di libertà, eguaglianza, fraternità basate sulla sola “ragione” e non radicate su Qualcuno la cui legge trascenda l’uomo.

Che quello sarebbe stato l’esito inevitabile, era stato previsto dalla Chiesa, ribadendo del resto una diffidenza più che secolare. Prima ancora che la “Dichiarazione” dell’Onu venisse proclamata, l’Osservatore romano (15 ottobre 1948) pubblicava un comunicato ufficiale, oggi del tutto dimenticato, e scritto, secondo un’attribuzione non smentita, dallo stesso Pio XII. Vi si osservava tra l’altro: “Non è, dunque, Dio, ma l’uomo che avverte gli umani che sono liberi ed eguali, dotati di una coscienza e di una intelligenza, tenuti a considerarsi come fratelli. Sono dunque gli uomini stessi che si investono di prerogative delle quali potranno anche arbitrariamente spogliarsi”. (..)

Vittorio Messori

Uomini, storia, fede ed. BUR

Noi ex musulmani viviamo nel terrore

ayaanhirsialiMilano – «Il mio nome e’ Hamid Laabidi. Il giorno che mi sono battezzato e’ il 25 aprile 1997». Comincia cosi’ il racconto di un uomo di origine marocchina che ha compiuto un percorso di fede per il quale tanti musulmani, anche in Italia, rischiano la persecuzione.

Al Giornale Hamid, mediatore culturale di 42 anni, racconta com’è avvenuta la sua conversione al cristianesimo, tra le perplessita’ di alcuni correligionari e la diffidenza di chi vede un musulmano entrare in chiesa per la prima volta.
In provincia di Vercelli da quasi vent’anni, oggi vive a Borgosesia. Ricorda la difficoltà di un percorso di conversione maturato «dopo sei anni di ricerca spirituale portata avanti senza tagliare i ponti con gli altri musulmani». «Parlando con loro – racconta – avvertivo un pregiudizio, poi sono arrivate minacce concrete se fossi diventato cristiano e sono stato frenato.
Col tempo, però, ho capito che se noi ci sentiamo deboli e abbiamo paura di convertirci, i fanatici dell’islam si sentono forti e pensano di poterti spaventare». «Inizialmente ci hanno provato – spiega Hamid –. Ricordo gesti e parole violente nei miei confronti. Devo ringraziare la comunità cristiana che mi è stata vicina e la cittadinanza che ha rispettato il mio nuovo percorso.

Gli altri musulmani, invece, sono stati messi di fronte al fatto compiuto. Si sono ritrovati un mediatore culturale cristiano. Se un immigrato musulmano aveva bisogno di me non poteva fare a mano di parlarmi. Così le cose si sono quasi normalizzate».
Ma nel frattempo il fanatismo di chi non accetta la libertà di culto è cresciuto nelle comunità islamiche italiane, spiega Hamid, soprattutto con l’ingresso di immigrati che lo hanno importato dai Paesi di origine, «dov’è inconcepibile che un fratello possa abbandonare l’islam». Secondo Hamid è ancora troppa l’ignoranza che i governi di certi Stati arabi trasmettono ai cittadini, che mantengono il loro pregiudizio anche dopo l’arrivo in Italia. «Sembra più difficile scegliere liberamente il proprio credo qui che non a Rabat – conclude – dove ogni tanto faccio ritorno ed entro tranquillamente in chiesa».
In Italia ci sono infatti centinaia di convertiti che vivono in segreto la nuova condizione, almeno inizialmente.

Alcuni sono riusciti a superare la paura grazie al sostegno di cittadini italiani. Altri stanno chiedendo consiglio ad amici immigrati che vivono in Italia da più tempo. È il caso di Ahmed Mohamed, padovano di origine egiziana che al Giornale confida le difficoltà di un musulmano che vorrebbe convertirsi. Lui, per esempio, lo ha fatto soltanto a metà. Non ha ricevuto il battesimo perché non si sente tutelato: «Lo Stato pensa che nelle comunità islamiche siamo tutti fratelli, mentre lo scorso anno hanno dato fuoco alla mia auto per intimorirmi.

La diffidenza è molto forte – spiega – perché assumendo un nome cristiano si capisce che hai lasciato l’islam». Ahmed ha però superato le perplessità dei familiari e le ire di alcuni correligionari, assicurando almeno al suo primogenito il battesimo. «Per i miei genitori è stato quasi un disonore quando mi sono presentato con un crocefisso addosso, mentre a Padova, dove la situazione è sempre più tesa, non posso certo ostentarlo».

La libertà religiosa è ancora tabù nelle comunità islamiche. Per questo è stata richiesta massima riservatezza da altri venti musulmani che hanno trovato il coraggio di ricevere il battesimo in Italia proprio in questi giorni. Sono diventati cristiani nelle festività pasquali, ma in segreto. Quattro egiziani sono stati battezzati in Sicilia, nel Palermitano. Due tunisini in Calabria, una donna nel Viterbese. Altri due stanno invece valutando di sposarsi in una chiesa di Modena, sempre con il sostegno della comunità cristiana.

Asia Bibi condannata a morte per la sua fede, scrive al Papa

asiabibipopeAsia Bibi, dall’19 giugno 2009 è in carcere, condannata a morte con l’accusa di blasfemia per aver offeso Maometto.
Più volte le è stata promessa la scarcerazione e la salvezza in cambio della conversione all’islam, che lei ha rifiutato.
“Se lei  mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia  vita per Lui” (Asia Bibi)
Nell’indifferenza mondiale…

per il Natale 2013 ha scritto al Papa questa lettera:

A Sua Santità Papa Francesco:

nel nome del Signore nostro onnipotente e glorioso, io Asia Bibi vorrei esprimere tutta la mia più profonda gratitudine a Dio e lei, Padre Santo.

Spero che ogni cristiano abbia potuto celebrare con gioia il Natale appena trascorso. Come molti altri prigionieri, anche io ho festeggiato la nascita del Signore nel carcere di Multan, qui in Pakistan.

Vorrei ringraziare la Renaissance Education Foundation che ha fatto avverare il sogno di vivere quel momento insieme a mio marito e ai miei figli, portandoli qui a Multan. Mi sarebbe tanto piaciuto poter essere a San Pietro per Natale a pregare insieme a lei ma ho fiducia nel progetto che Dio ha per me e magari Lui vorrà realizzare il mio desiderio l’anno prossimo.

Sono molto grata a tutte le Chiese che stanno pregando per me e si battono per la mia libertà. Non so quanto potrò andare ancora avanti. Se sono ancora viva è grazie alla forza che le vostre preghiere mi danno.

Ho incontrato molte persone che parlano e combattono per me. Purtroppo ancora non è servito.  In questo momento voglio affidarmi solo alla misericordia di Dio che può tutto. Unicamente Lui può liberarmi. Prego, inoltre, per tutti coloro che lavorano e raccolgono fondi per la mia causa. Grazie.

In questo inverno, sto affrontando molti problemi: la mia cella non ha riscaldamento e non ha una porta adatta per ripararmi dal freddo pungente, anche le misure di sicurezza non sono adeguate, non ho abbastanza soldi per le necessità quotidiane e sono molto lontana da Lahore, dunque i miei familiari non riescono ad aiutarmi.

Voglia, infine, Padre Santo, accettare i miei migliori auguri per l’anno nuovo. So che lei prega per me con tutto il cuore. E questo mi dà fiducia che un giorno, la mia libertà sarà possibile.

Certa di essere ricordata nelle sue preghiere, la saluto con affetto.

Asia Bibi, sua figlia nella fede.

Asia Bibi – dal carcere di Multan (testo da Avvenire)

Pensaci, Galileo

galileo fedeI retroscena del «caso» più dibattuto nella storia della scienza.

Quello fra Galileo Galilei e papa Urbano VIII non fu uno scontro di natura religiosa, ma una disputa scientifica, e avrebbe avuto un esito diverso se di diverso temperamento fossero stati i protagonisti. È vivacissima, esce dagli schemi tradizionali, e soprattutto scaturisce da nuove e accurate ricerche, la ricostruzione del «caso Galileo» fatta da William Shea, chiamato a ricoprire dal 20 giugno la cattedra galileiana di Storia della scienza, all’Università di Padova. Qui Galileo aveva insegnato per diciotto anni, dal 1592 al 1610. Il professor Shea viene da Cambridge, Harvard e dalla McGill di Montréal, e ha diretto, fino a pochi giorni fa, l’Institut d’Histoire de la Science all’Université Louis Pasteur di Strasburgo. Presso la Oxford University Press, sta per uscire il suo saggio, firmato insieme con Mariano Artigas, dal titolo Galileo in Rome: the Rise and Fall of a Troublesome Genius («Galileo a Roma: ascesa e caduta di un genio scomodo»).

Perché Galileo è un genio «troublesome», e cioè «rompiscatole«?
«Prima di tutto, riteneva di essere ispirato da Dio nelle sue scoperte. Di se stesso aveva un’idea monumentale, sapeva di essere un genio, ma trattava con disprezzo chi non la pensava come lui. E riusciva a essere molto duro perché padroneggiava bene la comunicazione, era un maestro della parola».

 Il cardinale Maffeo Barberini era un uomo colto e, quando divenne Urbano VIII, si rivelò un Papa mecenate. Inoltre lui e Galileo si conoscevano già…
«Si conoscevano eccome lui e Galileo. E poi erano entrambi di Firenze. Ma si sa che i fiorentini spesso hanno un pessimo carattere. In ogni modo, Urbano VIII riceve sei volte Galileo in sei settimane. E Galileo gli dice: ho la prova fisica della fondatezza della mia tesi».

Ma qui si discuteva di una tesi che già Copernico aveva enunciato nel 1543. «E neanche Copernico era un ateo o un mangiapreti. Non dimentichiamo che era canonico della cattedrale di Frauenberg (o Frombok) in Polonia. Ora sappiamo come andarono le conversazioni tra il Papa e Galileo. Come ho potuto accertare, nei suoi colloqui Urbano VIII tendeva a parlare soltanto lui, chiunque fosse l’interlocutore. E fa a Galileo il seguente ragionamento:

“Guarda che la tua è soltanto una teoria, una speculazione matematico-astronomica. E io sono convinto di due cose:
1) Dio può fare il mondo come vuole e perciò noi non possiamo vantare certezze;
2) voi scienziati non potete andare lassù a fare esperimenti. E poi spiegami: come fa la Terra a girare attorno al Sole senza perdersi la Luna che le gira sempre attorno?” Galileo non trova una risposta convincente».

 Ma quale era la sua prova «fisica» della rotazione della Terra?
«Rispose al Papa: “Sono le maree, il flusso e il riflusso del mare, a dimostrare che la Terra gira su se stessa e attorno al Sole”. Ma noi sappiamo che le maree dipendono direttamente dall’attrazione della Luna e non (o solo in parte) dal movimento di rotazione della Terra. Keplero aveva già prospettato questa verità, ma Galileo non aveva mai voluto accettarla».

 Però, a questo punto, il Papa e Galileo sono ancora due persone che discutono su posizioni scientifiche entrambe plausibili alla luce delle conoscenze del tempo…
«Sì, e bisogna dire che neanche Copernico aveva dimostrato la tesi della rivoluzione della Terra attorno al Sole. Ma ora Galileo assume una posizione di aperta rottura. Prova a far stampare a Roma il Dialogo sui massimi sistemi del mondo. Non ci riesce, lo fa stampare a Firenze senza le autorizzazioni di rito. Ma il peggio viene dopo.
el libro, mettendo in scena la discussione sul sistema copernicano, Galileo presenta tre personaggi: il Salviati (portavoce dell’autore, che spiega la teoria di Copernico), il Sagredo, ex-allievo di Galileo, e un professore aristotelico che è una persona alquanto stupida e si chiama Simplicio. Guarda un po’, proprio a Simplicio Galileo affida il compito di illustrare le argomentazioni di Urbano VIII. Come se non bastasse, fa dire a Sagredo, in tono di scherno, rivolto a Simplicio: “Oh che bella dottrina è la vostra!

Davanti ad essa dobbiamo tacere; ma io l’ho già sentita da una somma autorità.”. Qui bisogna dire che è l’arroganza di Galileo a provocare l’irreparabile».

Ma la prova fisica che il Papa chiedeva, chi la darà, dopo Galileo?
«A stretto rigore, neanche Isaac Newton. Se si parte dall’ipotesi dell’attrazione universale, tutti i corpi si attraggono e allora anche la Luna è attratta dalla Terra. Ecco perché la Terra, nel suo moto, non si lascia alle spalle la Luna. Ma l’attrazione come viene esercitata? Comunque la prima dimostrazione visibile della teoria copernicana si ha, nel 1850, a Parigi, sotto la cupola del Pantheon, grazie al pendolo del fisico Léon Foucault».

Ha fatto molti danni lo scontro tra Urbano VIII e Galileo?
«La scienza moderna era nata nel contesto di una visione cristiana del mondo. Galileo, Keplero e Newton avevano detto che la scienza deve studiare la natura per conoscere “la mente di Dio” e celebrare il Creatore. Poi scoppia il caso Galileo e il clima dei rapporti si avvelena».

Che cosa ci insegna oggi quella vicenda?
«La genialità è indispensabile ma occorre più critica interna, sul fronte della scienza. Come sono necessari, sull’altro fronte, modestia e spirito francescano, che tre secoli e mezzo fa mancarono».

di Luigi Dell’Aglio

 

La crisi della famiglia e’ antropologica, non economica

futuroPremessa: la famiglia, in Italia, non solo non è sostenuta, ma è fiscalmente vampirizzata. E’ per la verità cosa arcinota, ma è bene ribadirlo subito affinché nessuno pensi che chi scrive prenda sottogamba un problema tanto importante e così ostinatamente ignorato dalla politica. Detto questo, però, da sociologo non posso non dissentire da quanti – e sono molti, oramai, anche ai vertici dell’associazionismo cattolico – sono convinti che introducendo il quoziente familiare e con un welfare migliore, rispetto al calo dei matrimoni e della natalità – due problemi l’uno legato all’altro -, parecchio se non tutto, nel panorama odierno, migliorerebbe. Il mio dissenso da questo tipo di considerazioni è motivato da più elementi.

Il primo, molto banalmente, è quello che si può senza esitazione definire un dato di realtà: gli aiuti economici non bastano. Un esempio lampante è quello francese: lì il quoziente familiare esiste già dal remoto 1945 e la natalità sfiora appena il tasso di sostituzione (1,97 figli per donna, nel 2013), risultato senza dubbio migliore di quello italiano ma comunque non certo sufficiente a far parlare di una primavera demografica e probabilmente – ma non si può dire con certezza, dato che non disponiamo di dati sulla fertilità per origine degli abitanti – dovuto al contributo di cittadini stranieri o comunque di origine non strettamente francese. Ad ogni modo il caso della Francia non è isolato.

Si pensi, per esempio, alla Germania, la locomotiva economica d’Europa: il Paese elargisce aiuti sostanziosi alle famiglie, gli stipendi in media sono più alti, hanno una disoccupazione inferiore alla nostra ed altre circostanze favorevoli che però non schiodano i tedeschi da un tasso di fertilità cimiteriale pari, udite udite, ad appena 1,3. Oppure si prenda la brillante Finlandia dove dal 1938 alle donne in attesa di partorire arriva un “pacco neonatale” contenente davvero di tutto (vestitini, copertina, un completino pesante, cuffiette, calzini, un set di lenzuola, uno per l’igiene del bambino completo di spazzolino da denti e forbicine per le unghie, materasso e bavaglino) e che, spesso, è pure la prima culla dei figli.

Eppure, nonostante tutto questo, anche laggiù, in Finlandia, la denatalità non solo esiste come problema, ma peggiora: si è difatti passati dalle 10,8 nascite ogni 1.000 abitanti del 2001 alle 10,45 del 2006 fino alle 10,36 del 2012. Un ulteriore elemento che porta a sconsigliare di leggere la crisi della famiglia in termini economici – per quanto questi abbiano un loro peso – è l’esperienza Italiana, che evidenzia molto chiaramente il ruolo anzitutto della componente culturale della crisi della famiglia. Un esempio è il divorzio, confermato com’è noto con il referendum del 1974: pochi anni dopo i matrimoni lasciarono sul terreno un quinto, le nascite addirittura un quarto della loro consistenza.

Una ulteriore perplessità di fondo nel collegamento fra crisi della famiglia – intesa come calo dei matrimoni e della natalità – e crisi economica e mancanza di attenzioni economiche sorge in me dal fatto che, così ragionando, si considera l’essere umano puramente in un’ottica materialista, mentre invece la persona umana è qualcosa il cui splendore – e i cui bisogni – vanno molto oltre. Da questo punto di vista, altri elementi ci vengono dal fatto che, come evidenziato i dati Istat 2005, nelle Isole e al Sud i giovani si sposano prima di aver compiuto 29 anni mentre invece al Centro e soprattutto al Nord, dove mediamente le condizioni economiche sono migliori, dopo i 30; se fossero economia e precariato a fare la differenza, i numeri avrebbero dovuto essere opposti.

A contrastare il peso dell’elemento economico sulla natalità ci sono invece gli alti tassi di fertilità di persone appartenenti a determinate fedi religiose. Si pensi a quanti si riconoscono nella religione islamica: vivono, in Occidente, la nostra stessa condizione di crisi economica eppure si prevede che i musulmani si riprodurranno a velocità doppia rispetto al resto della popolazione e nel 2030 rappresenteranno il 26,4% della popolazione del pianeta; oppure, guardando agli Stati Uniti, si pensi alla comunità Amish, considerata la religione in massima espansione in tutta l’America: costoro crescono a ritmo vertiginoso non grazie alle conversioni, ma semplicemente perché le famiglie hanno molti figli che rimangono all’interno della comunità.

Questo cosa significa? Che la politica italiana può continuare – come fa ormai bellamente da decenni – ad ignorare la famiglia? Che il quoziente familiare non conta nulla? Che è sbagliato incoraggiare la natalità? Tutto il contrario: la “cellula fondamentale della società” va sostenuta! Se però pensiamo di contrastare economicamente una crisi anzitutto antropologica e che ha nel successo culturale di istituti quali il divorzio e l’aborto, entrati saldamente nella mentalità comune, un punto di grande forza, combattiamo contro i mulini a vento. Non perché, lo ripeto, sia giusto che il fisco continui a bastonare la famiglia, ma perché la famiglia – proprio perché è fondamentale per la società dell’Italia come dell’Europa – ha diritto a molto di più di semplici, per quanto sostanziosi, contributi economici.

giulianoguzzo.com

Bambini sacrificabili

autismo1Gli abortisti da tempo sostengono il diritto della donna di disporre del proprio corpo e quindi anche del bambino che porta in grembo. Recentemente, con una bizzarra decisione, un tribunale del Belgio ha esteso questo ragionamento per concludere che lo stesso bambino ha il diritto ad essere abortito.

La rivista belga Revue Générale des Assurances et Responsabilités ha pubblicato questa decisione emessa dalla Corte d’appello di Bruxelles il 21 settembre scorso, sul caso di un bambino nato disabile in seguito ad una erronea diagnosi prenatale, secondo quanto riferito dalla rassegna stampa Gènéthique del 29 novembre – 3 dicembre.

Secondo la corte, i genitori del bambino avrebbero diritto ad un risarcimento da parte dei medici che non hanno individuato la malformazione. Infatti, nel legalizzare l’aborto terapeutico, il legislatore avrebbe inteso consentire alla donna di non far nascere i bambini con gravi handicap, “tenendo conto non solo l’interesse della madre, ma anche quello dello stesso nascituro”.

Pertanto, i giudici hanno ritenuto che il bambino avrebbe avuto il “diritto” ad essere abortito, se la sua disabilità fosse stata correttamente diagnosticata.

Il servizio su questa decisione non ha spiegato come la Corte abbia potuto considerare un nascituro come portatore di diritti soggettivi e perché in tali diritti vi fosse solo quello alla morte e non anche quello alla vita.

Brava madre?
L’opinione sempre più diffusa che sia meglio abortire i bambini disabili è stata portata ulteriormente avanti dalla scrittrice britannica Virginia Ironside, quando ha dichiarato che sarebbe pronta a soffocare a morte un bambino per porre fine alle sue sofferenze, come ha riferito il quotidiano Daily Mail del 5 ottobre.

La scrittrice ha espresso queste dichiarazioni durante il programma radiofonico della BBC1 “Sunday Morning Live”. La Ironside ha anche detto che abortire un bambino indesiderato o disabile “è l’azione di una madre amorevole”.

Le sue parole hanno scatenato una serie di critiche. Peter Evans, parlando a nome del Christian Medical Fellowship, ha detto: “A nostro avviso, affermare che le persone non sono degne di vivere o che la loro vita non valga la pena, è una cosa molto pericolosa”, secondo quanto riferito dal Daily Mail.

In un altro articolo, Ian Birrell, padre di una disabile di 16 anni, ha riconosciuto le difficoltà insite nel prendersi cura di un figlio handicappato, ma ha anche affermato che è stata un’esperienza intensamente gratificante. Ha poi accusato la Ironside di aver espresso un luogo comune fin troppo diffuso, ovvero che le persone disabili siano inferiori alle altre.

“Immaginate lo scandalo se la signora Ironside avesse detto che i bambini neri o i giovani gay dovrebbero essere sterminati”, ha osservato Birrell.

Altri invece l’hanno difesa. Zoe Williams, editorialista del quotidiano Guardian, ha affermato, in un articolo apparso il 5 ottobre, che la Ironside ha espresso “una valida argomentazione” e che è stata “coraggiosa a farla”.

Williams ha dichiarato inoltre che l’argomentazione della Ironside è cruciale perché con essa si asserisce la dimensione morale della scelta pro-choice. Si tratta di un duro colpo contro ciò che Williams definisce “l’auto proclamata superiorità morale degli anti-abortisti”.

Il Sunday Times ha consentito poi a Virginia di spiegare ulteriormente il suo ragionamento. In un articolo pubblicato il 10 ottobre, ha detto che l’uccisione per pietà, di anziani e malati, già avviene e che i giudici solitamente si esprimono in modo comprensivo in questi casi. Estendere questa pratica ai nascituri o ai neonati è semplicemente ciò che ogni brava madre farebbe, ha aggiunto.

Nuovo test
La volontà di eliminare chi è considerato inadatto sarà facilitata dai nuovi test che renderanno più facile individuare le anomalie. Secondo il quotidiano londinese Times del 9 dicembre, è stato messo a punto un test ematico per le donne incinte, in grado di individuare quasi tutte le malformazioni genetiche.

Se la sperimentazione confermerà i risultati preliminari, il test potrebbe rimpiazzare le tecniche più invasive e rischiose come l’amniocentesi, che consiste nell’introdurre un ago nell’utero e prelevare un campione di tessuto fetale.

Inoltre, il test potrebbe essere usato già dall’ottava settimana di gravidanza, ben prima delle tecniche attualmente utilizzate, cosa che darebbe alla donna più tempo per decidere se abortire, ha aggiunto il Times.

Nel commentare queste notizie nell’edizione dell’11 dicembre del quotidiano Telegraph di Londra, Alasdair Palmer ha detto che questo tipo di analisi avrebbe potuto impedire la nascita di persone come lui. Palmer, che soffre di sclerosi multipla, ha sollevato la questione del possibile aumento degli aborti di bambini con difetti genetici tra cui difetti minori come la palatoschisi.

I bambini a cui è diagnosticata la sindrome di Down sono ormai normalmente abortiti, ha osservato, e una volta che si accoglie l’idea che si tratti di una pratica accettabile, diventa difficile porvi un limite. Verrebbero abortiti allora anche i bambini affetti da dislessia, autismo o quelli particolarmente bassi? Si è chiesto.

“Non vedo alcuna base perché la legge possa delineare e tanto meno attuare, un principio secondo cui un difetto genetico sia da considerare sufficientemente grave per ritenere preferibile non far nascere il feto, e un altro difetto no”, ha osservato Palmer.

Anche senza il nuovo test, vi è stato un significativo calo nelle nascite di bambini con difetti genetici, grazie all’aborto selettivo. Secondo un lungo servizio pubblicato il 17 febbraio da Associated Press, il dottor Wendy Chung, capo genetista clinico della Columbia University, avrebbe detto che a causa dello screening genetico è diminuita l’incidenza di disordini come la malattia di Tay-Sachs.

Negli ultimi anni sono aumentate le analisi per la fibrosi cistica e, per esempio, nel Massachusetts la nascita di bambini con questa patologia è scesa dai 29 del 2000 a soli 10 casi nel 2003.

In California, la Kaiser Permanente, una grande organizzazione sanitaria, fornisce servizi di screening genetico prenatale. Secondo quanto riferito da Associated Press, dal 2006 al 2008, 87 coppie con mutazioni della fibrosi cistica hanno scelto di far analizzare i feti. Ebbene, 23 di questi sono risultati affetti dalla malattia e 17 in modo grave. 16 di questi 17 sono stati abortiti, come anche 4 dei 6 feti affetti in modo meno grave.

Talvolta le coppie decidono per l’aborto anche quando non vi sono problemi genetici, come ha riferito il quotidiano Canadian National Post il 10 dicembre.

Quando una coppia anonima di Toronto ha scoperto di essere in attesa di gemelli, ha ritenuto di non essere in grado di sostenere altri due figli oltre a quello che già aveva. Così hanno deciso di optare per ciò che viene definito “riduzione selettiva”, e uno dei due gemelli è stato abortito.

Secondo Mark Evans, un ostetrico di New York esperto in questa tecnica, molti casi riguardano coppie in seconde nozze che hanno già dei figli e che vogliono avere solo un altro figlio.

Ognuno è unico
“Dio ama ciascun essere umano in modo unico e profondo”, ha dichiarato Benedetto XVI in un discorso rivolto il 13 febbraio ai partecipanti all’assemblea della Pontificia Accademia per la vita.

Il Papa ha osservato che la bioetica è un ambito cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo. In questo conflitto è essenziale mantenere fermo il principio della dignità umana come fonte dei diritti della persona.

“Quando si invoca il rispetto per la dignità della persona è fondamentale che esso sia pieno, totale e senza vincoli, tranne quelli del riconoscere di trovarsi sempre dinanzi a una vita umana”, ha affermato.

Il Pontefice ha poi ricordato come la storia dimostri quanto possa diventare pericoloso lo Stato che procede a legiferare su questioni che toccano la persona e la società, pretendendo di essere esso stesso fonte e principio dell’etica.

Il passaggio dal diritto ad abortire al diritto ad essere abortito dimostra ampiamente quanto sia rischioso allontanarsi dai principi etici fondamentali.
John Flynn