Due scout beatificati

quattrocchiLuigi e Maria Beltrame Quattrocchi sono stati proclamati beati da Papa Giovanni Paolo II. Nella storia della Chiesa sono la prima coppia innalzata all’onore degli altari per le sue virtù coniugali e familiari.
Anche l’Agesci partecipa a quest’evento del tutto eccezionale ed ha motivo di essere onorata perché si tratta dei primi beati scout: Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, ed in modo specialissimo Luigi, furono assai legati allo Scautismo fin dagli inizi. Negli anni in cui l’ASCI muoveva i primi passi in Italia, i coniugi Beltrame Quattrocchi vollero collaborare agli sviluppi educativi del metodo scout e si impegnarono molto anche per diffonderlo e farlo crescere. Se a Luigi va riconosciuto un impegno attivo nel servizio scout, non meno rilevante fu quello “indiretto” della moglie Maria che si interessò agli sviluppi educativi del metodo scout, prendendo parte a incontri, conferenze, corsi, riunioni di famiglia, scrivendo articoli e facendo conoscere la nuova associazione. Sicuramente l’impegno educativo è stato assunto da entrambi i Beltrame Quattrocchi con grande responsabilità e soprattutto in maniera molto condivisa.
Oggi l’Agesci esprime la propria riconoscenza a Luigi e Maria per la loro esemplare testimonianza che è proseguita in modo fruttuoso attraverso il servizio di assistente ecclesiastico reso all’associazione dal figlio, don Tarcisio, noto come “don Tar – Aquila Azzurra”. In Agesci lo conoscono tutti perché per anni è stato assistente di “Scout Avventura” e soprattutto perché è l’autore del testo della canzone: Al cader della giornata. A novantacinque anni, continua il servizio scout ed è il più anziano assistente ecclesiastico e Foulard Bianco in Agesci.
Vedere uno dei propri capi elevato all’onore degli altari costituisce sicuramente un motivo di decoro e di testimonianza per tutta l’Agesci.
Maria e Luigi non hanno fatto nulla di eclatante nella loro vita, se non dedicarla completamente e totalmente al loro amore coniugale e alla loro missione di geni tori e di educatori, nutrendosi della Parola di Dio e dell’Eucarestia e traendo dal Signore la forza per affrontare in santità il quotidiano.
Le “virtù eroiche” di questi sposi e genitori si sono più volte esplicitamente manifestate nei fatti della loro vita: la difficile decisione di “lasciar fare” a Dio quando tutti consigliavano di interrompere la gravidanza a rischio che portò alla nascita della quarta figlia; la serena accettazione della scelta vocazionale dei primi tre figli; la sofferenza per la loro lontananza anche durante il conflitto mondiale.
Ma la sintesi estrema del comune spirito di questo fulgido esempio di vita matrimoniale sta nelle parole stessa di Maria: “vita terrena vissuta nel perenne pensiero, ispirato da Dio stesso, di rendere felice la persona amata” La bellezza del canto degli uccelli, di un fiore, di un tramonto, di una vetta” tutto sentito insieme, con un solo palpito, una sola vibrazione di godimento e di gioia”.
Il servizio scout di Luigi Beltrame Quattrocchi
Il servizio scout iniziò per l’avvocato Luigi in coincidenza con l’iscrizione al Riparto Roma V, appena fondato dal padre Giuseppe Gianfranceschi s.j., dei due figli maschi, Filippo e Cesare. Entrò a far parte del Consiglio Direttivo 3; ne divenne il primo Presidente e rappresentante all’Assemblea Generale del 1918, che lo nominò membro del Commi ssariato Centrale ASCI (Associazione Scautistica Cattolica Italiana), con successivi rinnovi annuali e con l’incarico specifico della “propaganda in pro”: oggi potremmo dire, “Responsabile Nazionale alla Stampa e alle Pubbliche Relazioni”.
Luigi frequentava con assiduità le riunioni settimanali del Commissariato Centrale ASCI, a fianco del primo Presidente italiano, il Conte Mario di Carpegna, dell’illustre scienziato gesuita padre Gianfranceschi (che poi, volò con Umberto Nobile sul Polo Nord), Mari o Cingolani, Mario Mazza, Cesare Ossicini, Paolo Cassinis, Salvatore Salvatori, Salvatore Parisi. Nelle discussioni e nelle decisioni portò il suo contributo con l’equilibrio, l’acume e la modestia che lo caratterizzavano, nonché la sua esperienza e testimonianza di fede assai apprezzate. Le riunioni si tenevano a Roma nel celebre punto di riferimento dei movimenti cattolici nazionali al numero 70 di via della Scrofa 5 , dove aveva occasione di incontrarsi e tessere rapporti con alcuni dei maggiori esponenti del laicato cattolico maschile del tempo, in particolare con “papà” Paolo Pericoli, allora Presidente nazionale della Gioventù Cattolica – che era della sua stessa parrocchia di San Vitale -, col conte Pietromarchi, col marchese senatore Filippo Crispolti, con l’onorevole Filippo Meda, con Egilberto Martire, oltreché con l’assistente, monsignor Pini. Spesso si faceva accompagnare da Filippo o da Cesarino, i quali attendevano in anticamera il termine delle lunghe sedute, felici di poter poi tornare a casa a piedi con il papà, impegnando il tempo in interessanti e cordiali chiacchierate con lui. Durante le riunioni di Commissariato Centrale ASCI, Filippo, che aveva la specialità di ciclista, veniva spesso incaricato di recapitare in bicicletta lettere ai dirigenti associativi residenti nel centro di Roma.
Nel 1919 Luigi Beltrame, colpito dalla situazione di abbandono dei ragazzi di strada del rione popolare della Suburra, un settore spiritualmente e moralmente depresso e abbandonato del medesimo quartiere Esquilino, insieme con un collega dell’Avvocatura erariale, il professore avvocato Gaetano Pulvirenti, amico carissimo e di pari sensibilità religiosa, fondò e diresse nei locali attigui alla basilica di Santa Pudenziana in via Urbana, un oratorio festivo che in breve si popolò di ragazzi da evangelizzare. In seguito, Luigi decise di fondare tra quei ragazzi un nuovo reparto di scouts, convinto che il metodo scout potesse essere un valido strumento per attirare alla Chiesa tanti ragazzi, sbandati e a rischio. L’idea trovò l’adesione plebiscitaria di quei ragazzi, ai quali nessuno prima d’allora si era interessato. Così nel 1919 nacque il Riparto Roma XX 7 , che Luigi diresse fino al 1923, inizialmente con sede a Santa Pudenziana, e poi nella parrocchia di San Vitale, in via Nazionale, n.194.
Luigi desiderò che i due figli, Filippo e Cesare, lasciassero l’ambiente d’élite del Roma V per quello della nuova fondazione. E loro, orgogliosi di affiancare il babbo, diventarono con lui, le colonne portanti del nuovo Riparto, fino a quando il Signore non li chiamò entrambi nella più alta missione sacerdotale. Il trasferimento al nuovo gruppo rappresentò per i due fratelli un sacrificio non piccolo, ma lo fecero volentieri. Il 12 dicembre 1921 Luigi fu nominato Consigliere Generale, incarico che mantenne ininterrottamente fino al 1927, quando l’ASCI fu soppressa dal Fascismo.
Una donna nell’Asci
La signora Maria Beltrame Quattrocchi, madre sensibilissima e straordinaria educatrice alla fede, autrice di molti libri di spiritualità e di pedagogia, fu membro attivo del Consiglio Centrale dell’Unione Femminile Cattolica Italiana e membro effetti vo del Segretariato Centrale di Studio prodigandosi per la diffusione della fede. Con sensibilità tipicamente materna si impegnò attivamente dal punto di vista educativo, affrontando alcune problematiche pedagogiche anche in testi scritti personalmente e indirizzati alle madri.
Per conoscere maggiormente la proposta educativa scout, nel 1918 Maria Beltrame Quattrocchi volle partecipare ad un “corso per corrispondenza” sui valori dello Scautismo, finalizzato ad una sua maggiore diffusione in Italia. Ottenne il relativo diploma di idoneità – con un encomio personale per aver conseguito punti non inferiori agli otto decimi 9 – firmato il 24 giugno 1919 dal conte Mario di Carpegna, fondatore dello Scautismo cattolico e primo Presidente dell’ASCI.
A conclusione di tale corso, diciassette furono i partecipanti idonei, dei quali quattro ricevettero l’encomio. È significativo constatare che Maria Beltrame Quattrocchi si distinse in un gruppo costituito sostanzialmente da uomini; infatti, insieme a lei frequentò il corso una sola altra donna. È indubbiamente strano incontrare queste due presenze femminili in un contesto associativo, quale quello della “prima” ASCI, del tutto maschile.
L’interesse espresso da Maria dovette essere assai grande sul piano pedagogico, per spingerla a muoversi in tale ambito in un clima socio culturale che non offriva spazi alla donna al di fuori dell’ambito familiare.
Inoltre, Maria cercava di stabilire una continuità educativa tra la famiglia e la proposta scout. Si interessava a tal punto dello Scautismo che seppe stabilire rapporti di amicizia con i capi scout a cui affidava i figli. Apriva la casa ai coetanei di Filippo e Cesare, gli altri esploratori che presso la sua abitazione, si incontravano e se necessario, svolgevano le riunioni scout. Tra gli educatori scout, amico di famiglia era Giulio Cenci, che rimasto orfano, si rivolgeva a Maria per molte questioni, tanto che trovò in lei una nuova mamma.
Infine, dal ricordo di don Tar, ci risulta che si scandalizzasse che qualche capo fumasse una sigaretta, perché diceva: “non è scout, non è stile”. Senz’altro, fin da subito Maria percepì la profonda spiritualità ascetica dello Scautismo.
Due genitori fiduciosi nei confronti del metodo scout
Con il marito, Maria avvertì la necessità di integrare l’educazione che poteva proporre ai figli nell’ambito familiare, aprendoli ad esperienze che oggi definiamo, di tipo “extrascolastico”. Con quest’intenzionalità iscrisse tra i lupetti i due figli maschi che frequentavano l’istituto “Massimo” dei padri gesuiti: nel 1916 Filippo (successivamente don Tarcisio) e nell’anno successivo l’altro figlio, Cesare.
La scelta di affidarli al gruppo scout compiuta dai genitori Beltrame Quattrocchi, è illustrata, attraverso le brevi ma efficaci parole scritte da Maria, quando ricordando la figura del marito scomparso, e descrivendo il comune impegno educativo nei confronti dei propri figli, sostiene: “Lo scoutismo […] ne continuava, completandola, la formazione e li preparava alla vita… . Così sintetizza la scelta di inserirli nella nascente associazione, l’ASCI: “I bambini – diventati fanciulli – esploratori… .
L’efficacia di questa precisa scelta educativa è testimoniata da quanto il figlio, don Tarcisio, afferma al riguardo: “un momento importante della nostra formazione fu certamente l’inserimento mio e di mio fratello nello scoutismo cattolico (Asci) […].
Questa attiva partecipazione alla vita extrascolastica e all’impiego del nostro tempo libero consentì ai nostri genitori di inserirsi e di seguirci nel modo più naturale ed efficace nel nostro piccolo (ma non tanto) mondo extrafamiliare e di partecipare ai nostri interessi, senza apparire in alcun modo apprensivi o ossessivi. Ciò costituì un elemento assai importante, direi fondamentale, della nostra formazione, poiché si trattò di un inserimento spontaneo, intelligente, partecipativo nei nostri interessi, inteso a guidarli e indirizzarli costantemente verso un ideale superiore che li valorizzava anche ai nostri occhi….
E lo Scautismo proposto con tale forza ai figli si incise così profondamente, che ancora oggi – alla veneranda età di 95 anni – don Tarcisio non ha ancora posato il suo fazzolettone, e la sua casa di Via A. De Pretis, n. 86 è riferimento continuo per molti scout romani e non solo.
Va precisato che la scelta dei coniugi Beltrame Quattrocchi di inserire i propri figli nel gruppo scout certamente non fu casuale, quanto piuttosto ben motivata e continuamente sostenuta. Ed assume ancor più importanza se contestualizzata nel momento storico che stavano vivendo.
Va rilevato, infatti, che l’esperienza scout avviata nel 1907, si andava progressivamente diffondendo a livello mondiale, e nel secondo decennio del Novecento, lo Scautismo si stava affacciando nel mondo cattolico italiano, senza trovarvi un terreno favorevole. Infatti, a partire dal 1913 la rivista dei Gesuiti, “La Civiltà Cattolica”, più volte affrontò la questione del metodo scout, prendendo le distanze da esso. Altri articoli pubblicati sulla stampa cattolica del tempo talora rilevarono una serie di ambiguità sul piano educativo, sollevando una serie di interrogativi sulla sua efficacia. Invitando alla prudenza rispetto ai possibili pericoli, si arrivò a toni piuttosto polemici che finirono per sviluppare un atteggiamento di prevenzione e per frenare sostanzialmente la diffusione delle prime esperienze di Scautismo in Italia, considerato carente soprattutto dal punto di vista dell’educazione religiosa.
Eppure, Maria e Luigi, molto attenti all’educazione dei figli e scrupolosi com’erano, non si lasciarono influenzare da questi pregiudizi. Per verificare se erano corrette le accuse di naturalismo rivolte allo Scautismo, Maria “fece subito arrivare dall’Inghilterra il libro del fondatore dello Scautismo, sir Robert Baden-Powell, per assicurarsi che non presentasse problemi dal punto di vista religioso, data l’origine anglicana… . Conoscitori dell’inglese, lei e il marito poterono leggere direttamente in lingua originale, conoscendo così più da vicino la proposta scout. Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi si fidarono del gesuita padre Giuseppe Gianfranceschi, nominato – come segno dell’approvazione pontificia dell’associazione appena costituita – Vice Commissario Ecclesiale dell’ASCI dal Segretario di Stato. Personalmente, poi, questo padre gesuita fu “immediatamente conquistato dallo scautismo, che difese con energia e coraggio contro critiche interne e esterne al mondo cattolico”.
Pertanto, alla luce di questo clima sostanzialmente contrario allo Scautismo, si comprende quale fosse la fiducia nei confronti di tale metodo educativo espressa dai coniugi Beltrame Quattrocchi nel momento in cui avviarono i due figli al percorso formativo scout.
Intuirono l’importanza pedagogica, convincendosi della bontà dei suoi principi educativi e vi aderirono subito con appassionato entusiasmo. Presero contatto con l’Associazione Scautistica Cattolica Italiana (ASCI), costituitasi in quegli stessi mesi, si interessarono in modo attivo per conoscere il movimento scout e parteciparono insieme alle prime riunioni programmatiche e divulgative, impegnandosi per diffonderlo a Roma.
La profonda sintonia e la reciproca intesa anche in questioni educative può costituire una testimonianza esemplare di coeducazione vissuta nella quotidianità ed intuita con largo anticipo rispetto ai nostri giorni.
Paola Dal Toso
Incaricata nazionale al Centro Documentazione Agesci

Rifiutarono l’aborto e sono nata io

coniugi-beatificati«Onora il padre e la madre». Non c’è comandamento che i fratelli Beltrame Quattrocchi conoscano meglio. L’affetto, la riconoscenza e il rispetto che ogni genitore dovrebbe meritarsi, sono stati da loro elargiti in dosi massicce. E oggi, che papà Luigi e mamma Maria sono ufficialmente incamminati verso la gloria degli altari, i loro tre figli ancora viventi (don Tarcisio, padre Paolino ed Enrichetta) avvertono il peso di una responsabilità che pochissimi prima di loro hanno sperimentato: assistere alla beatificazione dei propri genitori. «Provo solo vergogna di fronte a loro», osserva padre Paolino, 92 anni. «Davanti al loro esempio straordinario di fedeltà al Vangelo avverto tutta la mia inadeguatezza. Ho nel cuore un intreccio di emozioni e di sensazioni così profonde che non provo neppure a manifestare». Colpiti, emozionati, felicissimi anche monsignor Tarcisio, 95 anni, e la sorella Enrichetta, 87 anni: «Avvertiamo un profondissimo senso di riconoscenza verso il Signore e, di conseguenza, la grave responsabilità per corrispondere adeguatamente a un dono così grande della sua Grazia. I nostri genitori ci hanno lasciato un’eredità spirituale preziosa ma, sotto un certo aspetto, pesante. A chi molto ha ricevuto, molto sarà richiesto».
In questo senso va compresa anche la vocazione che, secondo varie modalità, ha portato tutti i fratelli Beltrame Quattrocchi verso la vita religiosa: sacerdoti don Tarcisio e padre Paolino, suora benedettina di clausura la terzogenita, madre Maria Cecilia (al secolo Stefania) morta nel 1993. E consacrata, seppure in forma privata, anche Enrichetta. Sembrerebbe una contraddizione il fatto che i quattro figli di una coppia avviata alla beatificazione per le virtù manifestate nel matrimonio, abbiano invece scelto di diventare preti e suore. «No, la mia consacrazione sacerdotale – osserva don Tarcisio – mi ha dato la possibilità di valorizzare la memoria e gli esempi dei miei genitori assai più di quanto avrei potuto fare se avessi abbracciato anch’io lo stato matrimoniale». Anche padre Paolino non coglie nella propria scelta di vita e in quella dei fratelli nessun elemento di sorpresa o di incoerenza: «Tutto fa meraviglia nelle opere di Dio. Il mistero della vocazione non può sfuggire a questo sentimento di stupore. Dio ci ha chiamati alla vita consacrata. Qualsiasi altra risposta da parte nostra non sarebbe stata adeguata al disegno che il Padre aveva per noi. D’altro canto – osserva ancora padre Paolino – a dimostrazione che la vita religiosa fosse proprio la nostra strada, c’era l’incoraggiamento generoso dei nostri genitori».
Prima di rispondere alla chiamata di Dio, i fratelli Beltrame Quattrocchi hanno potuto comunque sperimentare sufficientemente a lungo la quotidianità di una famiglia intessuta di piccoli problemi ordinari, di concretezza, ma soprattutto di affetti. Una dimensione di normalità in cui però, ricordano i tre fratelli, non veniva mai meno il senso del soprannaturale. «L’aspetto caratterizzante della nostra vita familiare – ricorda monsignor Tarcisio – era il clima di normalità che i nostri genitori avevano suscitato nell’abituale ricerca dei valori trascendenti. Era un atteggiamento sollecitato con la massima semplicità». Padre Paolino sottolinea però che questa attenzione ai principi di fondo non intaccava il clima di serenità. «Ho un ricordo rumorosamente lieto della nostra casa. L’atmosfera era gioiosa, priva di bigottismo o di musoneria». Enrichetta, a sua volta, mette in luce l’intenso rapporto di affetto e di comprensione esistente tra i genitori. «E’ ovvio pensare che possano essersi verificate talvolta delle divergenze di opinione o di apprezzamento, ma noi figli non abbiano mai avuto modo di constatarle. Gli eventuali problemi li risolvevano tra di loro, con il dialogo, in modo che una volta concordata la soluzione, il clima rimanesse sempre sereno e armonioso».
Enrichetta è la “protagonista involontaria” di uno degli episodi forse più forti ed esemplari della vita di Luigi e di Maria Beltrame Quattrocchi. La gravidanza che poi portò alla sua nascita fu infatti contrassegnata da sintomi così preoccupanti da mettere a repentaglio la vita della mamma. Tanto che un noto ginecologo romano consigliò senza mezzi termini l’interruzione di gravidanza «se – come disse – si vuole tentare di salvare almeno la madre». Ipotesi che Luigi e Maria, senza un attimo di incertezza, rifiutarono decisamente. «A quel tempo – fa notare Enrichetta – le possibilità di sopravvivenza con una patologia di “placenta previa totale”, cioè quella riscontrata a nostra madre, erano del 5 per cento. Fu un vero eroismo cristiano il loro. Lei rischiava seriamente la morte. Lui di rimanere vedovo con tre figli dai 3 agli 8 anni». Sul clima di quei mesi in casa Beltrame Quattrocchi ha scritto pagine stupende, nel suo memoriale inedito, suor Maria Cecilia: «Ricordo una mattina nella chiesa romana del Nome di Maria, papà con noi tre (Cecilia, Tarcisio e Paolino) fuori dal confessionale. Rimase a lungo a parlare con il sacerdote. Forse riferiva qualcosa sulle condizioni della madre. A un tratto appoggio la mano allo stipite e sulla mano la fronte….piangeva. Noi zitti, tristi, spaventati, pregavamo da bambini…Il Signore sorrideva al nostro muto dolore».
Luciano Moia

Reiki, energia vitale o semplicemente newage senza fede

reiki2Rei-Ki Metodo di guarigione ? Pratica psico-fisica? Movimento esoterico- occultistico? O che cosa? Il Rei-Ki viene presentato come una via per giovare a se stessi e agli altri basata su concetti di amore, umiltà e servizio, ma in realtà è una disciplina segreta nei simboli e nei principi che viene anche associata a terapie new – age, che non possono vantare alcuna validità provata, poiché non hanno nessun fondamento scientifico e sfuggono alla sperimentazione controllata (cristalloterapia; astrologia terapeutica; aromaterapia; cromoterapia; floriterapia di Bach, californiana, orchidee; risveglio della coscienza interiore; regressione; neolinguistica; danzoenergia; energia vibrazionale o musicoterapia).

Purtroppo anche nelle nostra città già da alcuni anni corsi di questa pratica vengono organizzati da qualche palestra o centro esoterico accanto a corsi di yoga per adulti e bambini, arti marziali e discipline ‘dolci’ o olistiche che hanno la pretesa di ricostituire l’armonia mente-corpo-spirito. D’altronde, con ogni mezzo – numerosi anche i siti internet dedicati – si sta cercando di diffondere questo presunto ‘metodo di guarigione’ che si vanta di attivare, attraverso una vera e propria iniziazione, presunti canali di energia o chakra (ovviamente non sperimentabili). La finalità sarebbe quella di mettere l’energia vitale personale (ki) in sintonia con quella universale (rei) e acquisire poteri di autoguarigione e guarigione su altri, anche a distanza, poteri di modificare situazioni (un’interrogazione, un colloquio di lavoro, un rapporto sentimentale) e incidere sugli oggetti e sul mondo.

Il Rei-Ki è dunque una tecnica esoterico-occultistica mediante la quale si presume di poter ottenere conoscenze e poteri che eleverebbero il soggetto che lo pratica ad un livello superiore agli altri e ad un grado sempre maggiore di purificazione o meglio di benessere. L’apertura dei chakra e la relativa acquisizione di poteri appartiene al tantrismo, l’occultismo orientale penetrato nelle religioni tradizionali ( buddismo, induismo, ecc.) e che è stato insegnato nelle palestre occidentali con lo yoga fin dagli anni ’60.

Il Rei-Ki, di cui esistono due organizzazioni (A.I.R.A. o American International Rei-Ki Association e The Rei-Ki Alliance), vanta anche dei riconoscimenti ufficiali in Italia: la Regione Lombardia, infatti, avrebbe riconosciuto con provvedimento legislativo l’associazione R.A.U. (Reiki Amore Universale), l’Albo Rei-Ki e il Metodo Rei-Ki. Questo per alcuni potrebbe suonare come una garanzia, ma altri sono i criteri su cui può basarsi una corretta valutazione di una disciplina che opera a livello fisico, mentale e spirituale: inquadramento storico-culturale della stessa e del fondatore, metodo scientifico, Sacra Scrittura ed insegnamenti del Magistero della Chiesa.

Dunque anche se – come dicono- lo praticassero dei preti e delle suore, ciò non basterebbe a convalidarne la dottrina in senso cristiano. Il fondatore, Mikao Usui, viene definito ora “insegnante di una piccola università cristiana di Kioto” (G. Zanella , Reiki, il vortice della vita, Atlantide Ed., p.19), ora addirittura “monaco cristiano giapponese, rettore di una piccola Università Cristiana di Kioto” laureatosi in teologia e scritture cristiane antiche allo scopo di scoprire il metodo di guarigione usato da Gesù , ma non essendovi riuscito avrebbe poi rivolto invano la sua ricerca ai testi cinesi e infine con successo ai testi sanscriti; avrebbe così riscoperto gli antichissimi simboli sanscriti per ottenere la guarigione (G.Tarozzi, Reiki, energia e guarigione, Amrita,p.15).

Da tali vaghe e discordanti notizie emerge comunque che, nonostante gli studi ‘cristiani’, Usui molto poco cristianamente considerasse Gesù solo alla stregua di un guaritore in possesso di conoscenze segrete e non il Signore dell’universo. Tanto che si ritirò in un monastero zen presso il quale poi fu sepolto. Incoerenze, interrogativi e problemi La disciplina si articola in tre livelli: 1° Autoguarigione (il corpo); 2° Guarigione di altri e trattamento di oggetti e situazioni (mente); 3° Corso per il raggiungimento del grado di master, colui che organizza anche i corsi (coscienza). Il quadro filosofico-religioso di riferimento è quello dello gnosticismo orientale e del panteismo olistico (Dio e l’universo sono tutt’uno): “L’ essere umano e Dio sono uno. Sono unità. Lo stesso discorso vale per il minerale, il vegetale o l’animale. Dio è pura energia. Egli ha creato il visibile e l’invisibile e si trova in ogni particella vibrante”(Zanella, op. cit., p. 76).

Una tale affermazione è assolutamente incompatibile con la visione cristiana, secondo cui Dio è Dio e il creato è ben distinto da Lui. Nelle cerimonie di iniziazione vengono usati dei simboli segreti. Dice Tarozzi (op. cit., p.69-72) che per “un principio generale dell’esoterismo e dell’ermetismo” essi “non devono mai essere rappresentati graficamente o pronunciati a vanvera”, poiché “l’essenza di tali simboli è sacra”. Riporta però la traduzione di alcuni di essi: 1) “Comando all’energia vitale universale”;2)”Io ho la chiave; 3)Il Buddha che è in me entra in contatto con il Buddha che è in te”. Si tratta perciò di autentici e chiari riferimenti all’acquisizione di poteri. Nei manuali di Rei-Ki si afferma che l’energia è buona, positiva e non può danneggiare nessuno. Perché allora si raccomanda prudenza nel permettere l’ accesso al secondo livello in quanto se una persona “non ha un autentico desiderio di progredire, potrebbe provocarsi inutili problemi” (Swami Samarpan Niket, in Udgatri-Masseglia, Reiki, p.87)?

Perché si afferma che i processi di guarigione messi in moto nel terzo livello, essendo estremamente potenti, vanno accompagnati da chi li ha già attraversati e che “questo discorso non riguarda solo il Reiki: molte tecniche yoga, quali quelle del Pranayama o del Tantra, possono provocare gravi disturbi e perfino la pazzia, se non sono accompagnate da un tirocinio fisico ed alimentare ben preciso per preparare il corpo a riceverle” (Tarozzi, op. cit., Amrita, p.32)? E poi, prima si afferma che l’energia, che è naturale, sa come muoversi ed è per tutti e dopo invece si sostiene la necessità di maestri molto esperti che diano parere favorevole o no al passaggio di livello? La grande importanza attribuita al maestro non può produrre facilmente dipendenza? Se l’energia è naturale, che bisogno c’è di simboli segreti? E perché il costo dei corsi è tanto elevato da non essere alla portata di tutti? I corsi poi sono molti, non solo relativi ai vari livelli, ma anche in rapporto alle terapie con cui si combinano. Si parla anche di onorare e di ringraziare il Rei-Ki.

Ma chi è il Rei-Ki? Si dice che arrivati al trattamento karmico “il Rei-Ki diventa sempre meno uno strumento terapeutico e sempre più uno dei tanti modi per entrare in sintonia con la Realtà”(Tarozzi, op. cit.,p79): chi è la Realtà? Secondo le dichiarazioni dei maestri, l’apertura dei canali del reiki sarebbe definitiva, “eterna” cioè dall’iniziazione non si potrebbe tornare indietro. In realtà si sono riscontrate liberazioni da tali poteri mediante la preghiera di intercessione e il cammino spirituale cristiano. La doppia appartenenza non è possibile: l’essere reikista comporta un credo non cristiano. L’iniziazione a Maestro di Reiki (Terzo livello) è il “momento in cui si sancisce la propria intenzione di accettare tutte le esperienze proposte dalla Realtà”.per “essere fino in fondo strumenti e canali dell’energia universale” (Tarozzi, op. cit.,p.31).

Viene da chiedersi: la propria volontà personale a chi si consegna? La Realtà ha una sua volontà se ‘propone’ delle esperienze? Zanella (op.cit., p.13) fornisce una reinterpretazione esoterica della Trinità in cui il Padre=Energia, il Figlio=Materia, lo Spirito Santo=conoscenza. La croce, inoltre, “simboleggia la sofferenza che l’uomo, in questi duemila anni, ha patito. Essa tra poco finirà di rappresentare un’ epoca. Infatti, attraverso la conoscenza di sé, l’uomo raggiunge l’unità, quella stessa unità perduta nel momento in cui si è immesso nella materia imperfetta”.

Ora tale concezione è tipica della New Age e della gnosi, secondo cui l’uomo si salva da sé mediante la conoscenza e non ha bisogno di nessun salvatore. Si afferma che il ki (=energia) corrisponde alla ‘Luce’ o ‘Spirito Santo’ dei cristiani (cfr. B.J.Baginski-S.Sharamon, Reiki,l’energia vitale universale, p.20); in realtà la concezione energetica è piuttosto simile a quella per niente cristiana di Simon mago, che – come leggiamo in Atti 8,9-24 – “vedendo che lo Spirito veniva conferito con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro dicendo: <<Date anche a me questo potere perché a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo>>. Ma Pietro gli rispose: <<Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai osato pensare di acquistare con denaro il dono di Dio”.

Pertanto il Rei-Ki non si può assimilare né all’imposizione delle mani sacramentale (come quella del sacerdote che consacra l’ostia o del vescovo che conferisce la Cresima), né alla preghiera con l’imposizione delle mani, che è semplicemente una preghiera di intercessione. Qui infatti le mani non devono necessariamente toccare il corpo in punti determinati, anzi possono anche non essere imposte, poiché ciò che conta è la preghiera, la fede, l’ amore, l’abbandono a Dio, che è l’unico ‘Signore’ della situazione che, conceda o no la guarigione, agisce sempre per il vero bene. Inoltre nei sacramenti non sono mai usati simboli o formule segrete, come avviene in ambito esoterico, ma solo la Parola di Dio, che tutti possono ascoltare e conoscere.

Concludendo, non si può sostenere né praticare la doppia appartenenza, poiché il rei-ki si fonda su una visione della divinità, dell’uomo e dell’ universo molto distanti da quelle cristiane e cattoliche. Bibliografia critica: M. Roventi Beccari, Rei-ki, energia che guarisce, in “Religioni e sette nel mondo”, giugno 1996; “Presenza cristiana”, Dossier Movimenti Religiosi Alternativi, n.20 (A. Bertani, Che cos’è il Reiki?), n.25 ( W. Versini, Metodologie di approccio a pratiche terapeutiche alternative: il Reiki), n. 27 (A.Contri, L’impatto religioso delle terapie orientali, in particolare del Reiki).

Cristeros quell’eccidio dimenticato

banderamovcristero1La guerra di tre anni che sconvolse il Messico vide schierati in massa i «peones» cattolici contro il generale Calles,che aveva espropriato la Chiesa dei suoi beni. Il loro nome deriva dal culto del Sacro Cuore. Una seconda rivolta in tono minore scoppiò negli anni ’30 a causa degli accordi sottoscritti dal governo con la Santa Sede ma mai rispettati. Incerti i dati sugli uccisi, almeno 70mila le vittime.

La sommossa popolare scoppiò per reagire alla chiusura degli istituti religiosi da parte del governo rivoluzionario salito al potere nel 1924.
È una vecchia questione, alla quale bisognerebbe cominciar a porre sistematicamente fine. I cattolici non conoscono la propria storia: il che li espone non solo a continui fraintendimenti, ma – come ha ampiamente dimostrato la tragicommedia del successo dei romanzi di Dan Brown – li obbliga a restare al rimorchio delle manipolazioni culturali altrui. Un solo esempio: la vicenda della cosiddetta “guerra cristera”, che sconvolse il Messico fra 1926 e 1929, di cui proprio il 30 luglio ricorre il settantesimo anniversario dell’inizio.

Cristeros, o cristosreyes, furono ironicamente battezzati dai loro nemici i popolani e i contadini messicani che 70 anni fa ebbero il coraggio d’insorgere, contro un potere empio e oppressivo che umiliava le loro tradizioni e offendeva la loro fede. Il nome deriva dalla variabile messicana del culto del Sacro Cuore, avviato nella Francia del 1793 dai partigiani cattolici di Bretagna e Vandea, e al quale il mondo cattolico aveva dedicato il ritorno alla pace, nel 1918: com’è testimoniato dalla basilica parigina dedicata appunto al Sacré Coeur.

Nel 1925, con l’enciclica Quas primas, Pio XI aveva istituito la festa del Cristo Re. Ma la regalità del Cristo era una dimensione in realtà amata e adorata fin dal medioevo: e ciò specialmente in Spagna e nei paesi del suo ex impero coloniale. Se ne ricordarono appunto i fedeli messicani, stanchi delle umiliazioni e delle sopraffazioni alle quali li sottometteva un ceto dirigente fatto di proprietari terrieri, speculatori e intellettuali profondamente guadagnati alla causa dell’anticlericalesimo d’origine giacobina e massonica. Si trattava di quei medesimi ceti che ch’erano stati l’anima della liberazione dell’America latina dalla soggezione alla corona spagnola: e il laicismo massonico era stata l’anima spirituale e culturale di quella rivolta.

Dopo la lunga crisi postcoloniale, il tentativo d’un neoimpero asburgico sostenuto da Napoleone III terminato nel 1867 con l’assassinio di Massimiliano d’Asburgo, la reforma liberale, il lungo trentennio di dittatura di Porfirio Diaz e i complessi avvenimenti rivoluzionari dei quali noi a malapena ricordiamo i nomi di Villa e di Zapata, era asceso alla presidenza del paese nel 1924 il generale Plutarco Elías Calles, capo del partito “rivoluzionario istituzionale” e fautore di una politica statalista e progressista che in un primo momento lo mise in urto con le banche americane e inglesi che dominavano la politica nazionale e sfruttavano le risorse del paese. Ma si trattava di nemici troppo potenti, con i quali Calles dovette presto venire a patti.

Era necessario un diversivo demagogico, in grado di distogliere le attenzioni del popolo deluso per il fatto che i grandi programmi di riforma agraria e di nazionalizzazione delle risorse, sbandierati sulla carta, si erano risolti in una bolla di sapone e i ceti privilegiati erano tali più di prima. Calles individuò un comodo capro espiatorio nella Chiesa cattolica, accusata di detenere grandi proprietà agrarie (ma si guardò bene dal ricordare che i proventi di esse erano largamente usati a scopo sociale) e di plagiare i giovani con le sue scuole. Il Calles ordinò pertanto la nazionalizzazione dei beni della Chiesa e la chiusura degli istituti cattolici d’istruzione.

-La repressione non si arrestò lì: gli ordini religiosi vennero sciolti, le organizzazioni cattoliche dichiarate fuorilegge, ai preti fu proibito d’indossare l’abito talare, si proibirono pellegrinaggi e processioni. Solo la Francia giacobina era giunta a tanto: neppure la Rivoluzione bolscevica – passati i primi, più duri tempi – aveva osato ricorrere a una repressione antireligiosa così radicale.

La risposta cattolica fu d’una decisione e d’un coraggio esemplari. Prima che la nuova disciplina antiecclesiale entrasse in vigore, venne fondata una Lega nazionale di difesa della libertà religiosa, mentre l’episcopato messicano, d’intesa con la Santa sede, in considerazione dell’inaudita situazione decretò la sospensione immediata e totale di ogni forma d’esercizio pubblico di culto. Ma i peones delle campagne non accettarono quella che parve loro una vile rinunzia alla difesa: e insorsero in armi, sprovvisti del consenso sia dell’episcopato, sia del Vaticano.

Molti furono i martiri, il più noto è il sacerdote gesuita Miguel Agustín Pro, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988. La guerriglia dei cristeros, cominciata nell’agosto del 1926, proseguì con l’appoggio quasi corale del popolo messicano, contro le truppe federali e le feroci milizie reclutate dagli agrari e dette perciò agraristas.

La resistenza fu dura specie nella parte centromeridionale del Messico. L’arrivo a capo degli insorti di un giovane ma esperto generale, Enrique Gorostieta Velarde, conferì alle raccogliticce milizie cristere la configurazione militare e la disciplina necessarie: si organizzarono corpi di cavalleria e d’artiglieria che dettero filo da torcere all’esercito federale. Combatteva anche una brigata femminile intitolata a Giovanna d’Arco. Vittoriosi anche in grandi scontri sul campo, i cristeros erano sul punto di veder incoronata dal pieno successo l’insurrezione quando il governo, entrato in contatto diplomatico con le gerarchie cattoliche e con la Santa sede, propose di venire a patti.

Furono pertanto frettolosamente sottoscritti degli Arreglos che peraltro non vennero mai pienamente rispettati da parte governativa. La persecuzione e il “regolamento di conti” contro gli insorti riprese e venne condotta avanti a livello endemico. Ciò causò fra ’34 e ’38 una ripresa in tono minore dell’insurrezione, la Segunda, cui rispose un ulteriore giro di vite. La “questione cristera” non è mai stata davvero risolta: ha lasciato una lunga scia di sangue e di vendette. Si calcola che, solo nella sua fase “calda”, sia costata al Messico dalle 70mila alle 85mila vittime.

Queste ferite sono ancora più aperte di quanto non si creda. Anticlericalismo di Stato e appoggio alle sètte protestanti impegnate a corro dere il tessuto popolare cattolico delle campagne messicane sono ancora all’opera. La “strategia della mano tesa” non può dimenticare questo aspetto della questione, in un momento nel quale in tutto il continente latinoamericano l’anticattolicesimo conosce una fase di recrudescenza, sia pur per motivi forse strumentalmente politici.
Franco Cardini – Avvenire

Unioni civili quella legge non s’ha da fare

registro-unioni-civiliCapita sempre più spesso di incontrare persone, anche fra i cattolici, disorientate di fronte ai cosiddetti “matrimoni civili” fra omosessuali.
Ci viene in aiuto la Congregazione per la Dottrina della Fede che in un documento del giugno 2003 riassume gli argomenti razionali che si oppongono al riconoscimento delle unioni gay.
Il testo è stato rilanciato sulle prime pagine dei principali giornali ad eccezione di un quotidiano cattolico che ha dato scarso rilievo alla notizia.
Non di rado, i mass media hanno giudicato il testo dell’ex SantUffizio offensivo per le persone omosessuali.

La realtà è ovviamente ben diversa: la Congregazione sottolinea la dimensione negativa pubblica e privata del fenomeno ma anche il dramma che soggettivamente vivono le persone con questo problema.
Il documento si rivolge a tre categorie di persone
a. Ai vescovi, chiamati ad attingere al documento per poi emanare messaggi rivolti alle proprie diocesi. Un segnale sulla necessità che la Chiesa locale eviti silenzi colpevoli e ingiustificati.

b. Ai politici cattolici, cui si offrono linee di condotta coerenti. Un segnale sulla necessità di evitare tradimenti da parte dei parlamentari cristiani.

c. A tutti gli uomini impegnati nella promozione del bene comune, anche non credenti, poiché la materia in questione riguarda la legge morale naturale.

Un segnale sulla necessità di recuperare la dottrina della legge ingiusta, sfuggendo a una lettura confessionale che impedirebbe alla Chiesa di illuminare le scelte dello Stato laico.

Natura e caratteristiche essenziali del matrimonio
Il matrimonio non e’ una qualsiasi unione tra persone. Nessuna ideologia può cancellare la certezza per cui esiste matrimonio soltanto fra due persone di sesso diverso. Questa realtà viene prima ancora del sacramento istituito da Cristo: c’è una verità naturale sul matrimonio – complementarietà dei sessi e fecondità – che la Rivelazione ha confermato e arricchito. Non c’è alcuna analogia neppure remota, fra le unioni omosessuali e il disegno di Dio su matrimonio e famiglia. Non solo: mentre il matrimonio e’ santo, le unioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale, poiché non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale e precludono il dono della vita. In nessun modo queste unioni possono essere approvate (CC. n. 2357). La Sacra Scrittura, molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli e tutta la Tradizione cattolica esprimono da sempre questo giudizio che non ammette eccezioni.

Ciò non significa che tutti coloro che vivono di questa condizione ne siano personalmente responsabili, ma resta fermo che gli atti di omosessualità sono un male intrinseco, “peccati gravemente contrari alla castità”. Le persone che vivono questa condizione non debbono perciò abbandonarsi alla disperazione, o sentirsi odiati dalla Chiesa, che ha il dovere di amarli innanzitutto attraverso la prima carità, che è la verità del Vangelo.

“Uomini e donne con tendenze omosessuali – scrive la Congregazione in un documento del 1986 – dovranno essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza” evitando “ogni marchio di discriminazione”.

Condotte dello Stato & Indicazioni per i politici cattolici

Di fronte al fenomeno delle convivenze omosessuali, le autorità civili possono:

a. limitarsi a tollerare il fenomeno.

La tolleranza del male e profondamente diversa dall’approvazione o dalla legalizzazione del male: non tutto ciò che è immorale è anche da vietare per legge. Ma, in questo caso, non bisognerà smettere di affermare il carattere immorale di questo tipo di unione, richiamando lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno, evitando di trasmettere ai giovani una erronea concezione della sessualità. L’idea secondo cui “tutte le scelte private in campo sessuale sono da rispettare” non è cattolica, ma nemmeno veramente umana.

b. promuovere il riconoscimento legale di tali unioni con il pretesto di evitare discriminazioni rispetto a certi diritti (esempi di questo tipo sono i cosiddetti Pacs, “patti civili di solidarietà”);

c. favorire l’equivalenza legale delle unioni gay al matrimonio.

in questi due casi “è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva”, astenendosi “da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste”. Si ricorra all’ obiezione dì coscienza. Questo dovere vale per tutti i fedeli, ma per i politici in modo particolare. Ad essi è richiesto di esprimere pubblicamente e chiaramente il proprio disaccordo, e di opporre un voto contrario.

Luoghi comuni e obiezioni ragionevoli

La Congregazione offre una serie di buoni argomenti che costituiscono altrettante risposte ai luoghi comuni che circolano nella nostra società:

1. Si tratta dì una faccenda privata che riguarda la libertà dei singoli: se due uomini o a donne vogliono “sposarsi”, chi siamo noi per proibirlo?

Se la legge civile contraddice la retta ragione, non è più una vera legge.

Questo è proprio il caso di una norma che attribuisca all’unione fra persone dello stesso sesso le medesime garanzie giuridiche di un matrimonio. Se tutto è matrimonio, il matrimonio non esiste più.

2. Una legge sulle unioni omosessuali non obbliga nessuno e rende legale una realtà che esiste nei fatti.

C’è una differenza fondamentale tra il comportamento omosessuale come fatto privato, e lo stesso fenomeno elevato a relazione approvata dalla società e dalla legge. Le leggi civili, infatti, promuovono a mentalità e il costume di un popolo, poiché sono “principi strutturanti della vita dell’uomo nella società”. Una legge simile modificherebbe nelle nuove generazioni la comprensione dei comportamenti giusti e sbagliati.

3. Se due si amano, che cosa importa se sono dello stesso sesso? L’importante e volersi bene.

La realtà non può essere piegata dalla volontà dell’uomo: nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti gli elementi biologici e logici del matrimonio e della famiglia. Manca del tutto la dimensione coniugale, che è la forma umana delle relazioni sessuali, e la possibilità di generare figli, ancorché di educarli in un contesto di bipolarilà sessuale.

4. Chi si vuole sposare “alla vecchia maniera” può continuare a farlo, c’è posto per tutti.

Se il matrimonio tra persone di sesso diverso fosse considerato solo uno dei matrimoni possibili, il concetto stesso di matrimonio sarebbe stravolto, e lo Stato verrebbe meno al dovere di tutelare quelle unioni che rivestono un interesse pubblico in quanto depositarie della generazione e dell’educazione dei figli.

5. Senza un riconoscimento legale. gli omosessuali vengono ingiustamente discriminati.

L’unione fra gay non è un matrimonio. Quindi, rifiutare alle persone che la praticano i diritti tipici degli sposi non è un’ingiustizia, ma anzi e proprio un dovere imposto dalla giustizia. Inoltre, gli omosessuali sono comunque titolari dei diritti fondamentali che spettano a ogni uomo in quarto tale. Se venissero tutelati in quanto omosessuali, ciò rappresenterebbe una ingiustificabile discriminazione verso tutte le altre persone.

Testo adattato da un articolo di Mario Palmaro sul Timone (2003)

 

Blbliografia

Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2357-2359-2396.

Congregazione per la Dottrina della Fede, “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali”, 3 giugno 2003.

Congregazione per la Dottrina della Fede, “Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali”, 1 ottobre 1986.

Congregazione per la Dottrina della Fede, “Dichiarazione Persona humana”, 29 dicembre 1975, Giovanni Paolo II, “Evangelium vitae”, n. 71,72, 73, 90.

Il Timone, n. 25, p. 43-45.

Joseph Nicolosi, “Omosessualità maschile: un nuovo approccio”, SugarCoEdizioni, Milano 2003.

Padre Gasparino, maestro di preghiera

gasparino2E’ stato un uomo di grande preghiera, tanta e di qualità.
Ore ed ore in ginocchio. Poi tante ore di vita di servizio.
Si e’ fidato della Provvidenza e della Madonna, a cui affidava tutte le sue iniziative.
Aveva il cruccio di insegnare a pregare, perché riteneva che chi prega bene, impara anche ad amare e servire.
Conosciutissima è la scuola di preghiera annuale a cui hanno partecipato migliaia di giovani che hanno riscoperto l’adorazione, la confessione, la meditazione del Vangelo e la preghiera del cuore.
Ispirandosi a Charles De Foucauld ha vissuto e fatto vivere a tante persone, l’esperienza del Deserto. Ogni anno si ritirava con i suoi consacrati per 40 giorni di preghiera e riflessione durante i quali preparava tutte le omelie e le preghiere dell’anno tra cui la meravigliosa catechesi del Figliol Prodigo del Venerdì Santo, con cui portava alla confessione centinaia di giovani nel triduo di Pasqua. Lui e gli altri sacerdoti della fraternità confessavano in quelle occasioni per 10-12 ore al giorno.
Alla sua Città dei ragazzi dove accoglieva orfani e dove ancora oggi vengono accolti poveri, famiglie e malati, dal 1959 ininterrottamente c’è l’adorazione continua. E’ la sorgente delle grazie di cui e’ stato testimone.
Le sue catechesi sono ancora oggi richiestissime sul web e nei suoi libri. La sua campagna contro la preghiera parolaia, aiutò tanti a rimettere l’amore nel pregare, ovvero smettere di dire parole, e pensare quel che si prega, mettere il cuore e le situazioni concrete al centro della preghiera.
Possiamo dire che ancora oggi insegna a tanti a pregare e aiuta a crescere nel vivere la preghiera non come una formalità ma come un incontro con Dio che ci cura, ci guarisce, ci ascolta, ci parla. La “preghiera del cuore”, la “preghiera di semplicità” di cui era maestro sono delle colonne per tutti coloro che l’hanno conosciuto.
“Date a Dio la gioia di ascoltarlo” diceva, ancora oggi ascoltare Gasparino è una gioia che conduce a Dio.

Paolo Botti

 

BIOGRAFIA di PADRE ANDRE GASPARINO
“La preghiera e l’amore ottengono l’ impossibile” . Questa frase è scritta sulla tomba di padre Andrea Gasparino, sacerdote missionario e maestro dello Spirito, (1923, 26 settembre 2010). Nel dopoguerra prese a cuore la miseria sociale ed economica di tanti orfani che vivevano in strada. Dopo l’ordinazione presbiterale nel Seminario di Cuneo, nel 1947, aveva prestato servizio pastorale presso la parrocchia di Roccavione, iniziando a raccogliere ragazzi in situazioni precarie. Il 7 ottobre 1951 raccolse questi ragazzi nella “Città dei Ragazzi” in Cuneo. All’opera della comunità si unirono nel 1955, le sorelle consacrate, Negli anni ’60 il sogno di padre Gasparino si avvera con l’estensione dell’attività missionaria nei Paesi più poveri del mondo. La prima missione in Brasile, poi in Asia, in Africa nell’Est europeo come la Russia e l’Albania. Aprì altre missioni in  Corea, Madagascar, e poi in Kenya, Etiopia, Bangladesh, Hong Kong.

Padre Gasparino ha retto per più di 50 anni la scuola di preghiera per giovani nella “Città dei Ragazzi” dove generazioni di giovani hanno imparato da lui uno stile di vita, essenziale, coerente, rigoroso, impregnato di preghiera e di testimonianza. E’ fondatore del Movimento Contemplativo Missionario “P. De Foucauld”.

Le fraternità del Movimento sono piccole comunità monastiche di fratelli e di sorelle che vivono in mezzo ai poveri negli slums, fra i baraccati, nei lebbrosari, condividendo la vita dei poveri e testimoniando il primato della preghiera.

Attualmente il Movimento è diffuso in Europa (Italia, Inghilterra, Russia, Albania); In Africa (Madagascar, Kenya, Etiopia); in Asia (Bangladesh, Hong Kong) e in America Latina (Brasile).

La sede di formazione del Movimento è a Cuneo, in corso Francia 129.

Dalla sua esperienza spirituale e missionaria sono nati numerosi libri (ultimo in ordine di uscita “La preghiera di semplicità”, edito da Elledici) ormai largamente conosciuti e apprezzati in tutta Italia, che offrono un metodo per imparare a pregare e ad esercitare la cosiddetta “preghiera del cuore”, cioè la preghiera profonda nella quale l’uomo e Dio si incontrano e nel silenzio si amano. Nel 1990 il riconoscimento ufficiale da parte della Santa Sede come “Movimento contemplativo Missionario P. de Foucauld”. Oggi la Comunità è composta da una decina di sacerdoti e da 120 tra fratelli e sorelle consacrati, in 35 fraternità sparse nel mondo. Ne è responsabile da alcuni anni don Pino Isoardi

I vescovi svizzeri segnalano gli errori di Dozule’

erroriVi sono cristiani che da quasi trent’anni si radunano a Dozulé (Francia) per celebrare la croce gloriosa di Gesù Cristo e pregare per la redenzione del mondo, in ossequio al messaggio attribuito a Maria dalla visionaria Madeleine Aumont, ufficialmente non riconosciuto dalla Chiesa cattolica.A seguito di alcune richieste, la Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS) desidera sottolineare quanto segue.

Il 24 giugno 1985, Mons. Jean Badré, vescovo di Bayeux e Lisieux (territorio su cui si trova Dozulé), affermò, in virtù del can. 1230 CIC, di non riconoscere come santuario il sito di Dozulé (cf. Documentation Catholique n° 1911, 2.2.1986, pp. 169-170).

 

Con Lettera del 25 Ottobre 1985 a Mons. Badré, il cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, approvò espressamente la procedura seguita dall’Ordinario di Bayeux e Lisieux e le disposizioni prese in riferimento alla sua responsabilità pastorale, secondo il can. 381 § 1. Il vescovo di Bayeux e Lisieux si riferisce costantemente a questa posizione.

Accanto al lodevole richiamo alla conversione e alla devozione della Croce gloriosa e dell’Eucaristia, gli scritti pubblicati da Dozulé contengono accenti ed esigenze inaccettabili (cf. Dichiarazione di Mons. Badré dell’8 dicembre 1985) : l’esclusività del valore salvifico di ciò che avviene a Dozulé ; il carattere ultimo ed esclusivo del « messaggio » ; l’escatologia dubbiosa ed incongrua ; il fatto di costruire delle croci luminose senza tener conto della sensibilità religiosa dei confinanti e rischiando procedure giudiziarie costose e controproducenti.

D’accordo con il Magistero della Chiesa universale, la CVS si distanzia formalmente dal progetto « Dozulé ». Un certo numero di fedeli sarà forse disorientato da questa messa a punto e stenterà ad accettarla. I vescovi invitano questi fedeli a riassorbire la loro spiritualità e la testimonianza di fede nell’autentico mistero della croce del Salvatore. E’ nei sacramenti e tramite essi che occorre cercare le fonti della nostra conversione e di quella del mondo. In essi e per essi, in seno alla Chiesa, fortifichiamo la nostra speranza nell’attesa del ritorno del Signore.

Friburgo, 14.5.2003+  Amédée Grab OSBP presidente della Conferenza dei vescovi svizzeri

 

Donami un cuore dolce e umile

trevisani_francesco_005_madonna_con_bambinoSanta Maria, Madre di Dio,
conservami un cuore di fanciullo,
puro e limpido come sorgente.
Ottienimi un cuore semplice,
che non si ripieghi sulle proprie tristezze;
un cuore generoso nel donarsi,
pieno di tenera compassione;
un cuore fedele e aperto,
che non dimentichi alcun bene,
e non serbi rancore di alcun male.
Creami un cuore dolce e umile,
che ami senza esigere d’essere riamato,
felice di sparire in altri cuori
sacrificandosi davanti al tuo Figlio divino.
Un cuore grande e indomabile,
che nessuna ingratitudine possa chiuderlo
e nessuna indifferenza stancare.
Un cuore tormentato
dalla gloria di Gesù Cristo,
con piaga che non rimargini se non in cielo.
(Leonce de Grandmaison sj)

A.A.A. Femminilita’ perduta cercasi

specchio donna“Prof, è possibile non riuscire a guardarsi allo specchio perche’ il tuo corpo ti sembra orrendo? Non perché tu non ti piaccia, ma semplicemente perche’ la gente pensa che tu sia un uomo. Forse perche’ mio padre, che voleva fossi maschio, mi ha cresciuta facendomi fare lavori “maschili” con lui. Forse perché non faccio proprio lo sport più comune e femminile di questo mondo. Forse perché a me non è mai piaciuto fare la civetta rincoglionita con i ragazzi. Non lo so perché, però io non riesco a stare bene con me stessa; ma non perché non mi piaccio, ma solo perché la gente mi vede all’opposto di quello che sono! E quando arrivano a dirti “qualsiasi maschio sarebbe più femminile di te”, beh, a quel punto l’autostima cade a pezzi.” Cara Beatrice,  quando ho letto la tua lettera sono rimasta di stucco!

Sarà per i tuoi capelli lunghi, biondi ed abboccolati, sarà per il tuo bel viso, ma mai avrei pensato di affibbiarti i giudizi di cui mi parli! Innanzitutto benvenuta nel Club dello Specchio Negato! Quale donna non ha mai provato la brutta sensazione di stare davanti ad un giudice impietoso quando, si trova davanti a quel maledetto specchio? Quello specchio che il mattino già ti guarda sadicamente per rispondere all’antica domanda: “Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” Aooh!!! Una volta che lui ti rispondesse: “O mia regina, la più bella sei tu!” Nooo! Niente da fare!!!

Quel fedifrago ti mette in risalto i capelli che non hanno un verso, quei chili di troppo che vorresti tanto regalare alla tua più acerrima nemica, gli occhi che vorresti azzurri o neri o…insomma: tutto ma non quel colore castano sbiadito! Cara Beatrice, tu arriverai ad accettare il tuo aspetto fisico, perché sei davvero una bella ragazza! Ma siccome mi sembra già di leggere il tuo pensiero (“Prof, lei mi dice così perché non è obiettiva; sono una sua alunna e mi vuol bene. E poi che altro mi potrebbe dire? È un’insegnante di religione e, si sa; deve dire cose carine. È quasi obbligata dal suo ruolo”) cercherò di darti dei punti fermi.

1. Lo specchio non è solo ciò che appaio; è anche ciò che sono! Noi ci vediamo attraverso il nostro sguardo e il nostro livello di accettazione. L’ideale sarebbe guardarsi e dirsi: “Eccomi qua, questa sono io. Sono fatta così e mi piaccio. Passa una buona giornata, amica mia!”

La realtà è che spesso ci guardiamo, ci osserviamo e ci detestiamo. Vai a fare una passeggiata e le altre sembrano tutte più carine di te; sfogli un giornale e tutte le ragazze sembrano avere una pelle di porcellana; vuoi un paio di jeans nuovi e la taglia a portata di scaffale è la 38 (se vuoi la 40 sei già una sfigatissima adolescente sovrappeso); ma come si fa ad arrivare indenni in questo percorso ad ostacoli? Un obiettivo estetico non raggiunto può avere il potere (solo se glielo diamo, però!) di farci sentire inadeguate anche come donne.

2. Imparare a guardare i nostri difetti come dei sassolini persi nella grande distesa dorata dei nostri punti-forza  e capire che bellezza e fascino non sono affatto sinonimi! La bellezza fisica, infatti, senza il fascino, ne esce come imperfetta perché non arriva al cuore ed alla mente. Chi ha fascino, cancella anche i limiti fisici perché l’incanto che produce coinvolge l’intelligenza più che la fisicità e si manifesta attraverso gesti, atti, modi, sguardi, sorrisi, parole: è l’espressione di tutta la forza della personalità di cui il corpo è immagine visibile. Come si fa a non capire che gli sguardi degli altri si devono conquistare non solo con le tette in bella mostra?

3. Decidere di amarsi quando saremo più belle? SBAGLIATO!!! Il nostro corpo non è un pesante involucro che tentiamo di abbellire mentre, in segreto, lo disprezziamo. Dei milioni di pensieri che facciamo ogni giorno, gran parte vertono sui nostri difetti e sui nostri errori.

4: Dobbiamo smettere anche noi di criticare l’aspetto fisico degli altri. Ogni volta che puntiamo un dito contro un’altra persona, le altre tre dita rimangono verso di noi, perché stiamo paragonando il suo aspetto a quel fisico perfetto che, ironia della sorte, è lo stesso metro di giudizio che utilizziamo per il nostro corpo. Per liberare noi stessi dalla trappola del “fisico perfetto”, dobbiamo innanzitutto liberare gli altri da quella trappola!

5: Ed ora ci togliamoci un piccolo sassolino dalla scarpa, riguardo alla femminilità. Mi piacerebbe attaccare un manifesto in giro per la città, con su scritto un appello: ridate la femminilità alle ragazze! Restituite loro la discrezione e portatevi via quell’odiosa sfacciataggine; riconsegnate loro la delicatezza e gli affascinanti comportamenti. Ridate alle ragazze la femminilità che si acquisisce tenendo conto dei propri desideri e fatele padrone della loro vita! E la femminilità deve essere piaciuta tanto anche a Dio, se si è divertito a creare l’umanità “maschio e femmina”! “Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”(Gn 1,27). Ognuna di noi ha impressa la femminilità di Dio! È un’Orma Divina unica ed irripetibile, perché ognuna di noi ha una femminilità diversa da tutte le altre donne del pianeta! Siamo portatrici sane dell’Orma Femminile Divina! E tu sei la mia giovane donna grintosa e bellissima!!! Farfalla in trasformazione continua! Con tantissima stima!

Di Maria Cristina Corvo

 

Genitore 1 e genitore 2? No i figli cercano padre e madre

genitore 1Intervista alla psicologa e psicoterapeuta Valentina Morana. «Tutto in natura e nell’uomo è fatto di aspetti diversi, ma complementari che hanno bisogno l’uno dell’altro per dare frutto» «L’adozione di un bambino da parte di una coppia formata da persone dello stesso sesso è una violenza, perché lo si priva dell’identificazione e dell’emozione, del rapporto e della relazione, senza i quali soffrirà». La psicologa investigativa e psicoterapeuta Valentina Morana non ha paura di affermazioni forti. «C’è di mezzo il futuro della società, la gente deve essere aiutata a riflettere. La scienza, le ricerche e i casi clinici provano quanto sostengo».

Cosa dice la scienza?
Tutto in natura e nell’uomo è fatto di aspetti diversi, ma complementari che hanno bisogno l’uno dell’altro per dare frutto. Ad esempio, l’ovulo e lo spermatozoo sono diversi, ma per continuare a vivere si devono incontrare. Allo stesso modo, nella persona affinché si sviluppi in armonia, è necessaria sia la figura femminile sia quella maschile. Il bambino per crescere deve poi sviluppare il rapporto e la relazione. Il primo lo impara identificandosi con il genitore del suo sesso. Questo è importante perché solo con un’identità forte sarà capace di stare di fronte al diverso e di ricevere.

Dal genitore di sesso opposto il piccolo impara a dare nella relazione, fatta dell’accoglienza dell’altro. È quindi importante che il bambino cresca con la giusta idea che uomo e donna sono diversi. Necessari entrambi per completarsi.

Altrimenti?
Se si insegna nelle scuole che questa differenza non è importante, si blocca il processo di una crescita armoniosa. Significa mettere dei paletti allo sviluppo del pensiero.

Che difficoltà possono avere i bambini che vivono con coppie omosessuali?
Faccio un esempio concreto. Mi è capitato il caso di un bambino concepito tramite fecondazione assistita da una madre lesbica. Cercava uomini in ogni situazione e appena trovava una figura maschile fuori di casa gli si appiccicava in maniera spasmodica. È semplice capire che un bambino ha bisogno di un esempio, di un riferimento da imitare e di una madre che lo ami per divenire sicuro di sé e crescere sereno. Eppure questa sua tesi non è condivisa da tutti, anzi.

Ci sono soggetti in cui riscontro un profondo egoismo: pensano solo a soddisfare il loro bisogno senza pensare a quello dei bambini. Alcune persone con pulsioni omosessuali affermano pubblicamente che il figlio serve loro per colmare un bisogno. Oltre ad illudersi, non hanno alcun atteggiamento d’amore, come dicono, perché usare l’altro per riempire una propria mancanza non è amare. Per questo saltano le evidenze: queste persone per giustificarsi negano o imputano ad altre cause la palese problematicità dei loro figli. Bisogna, però, ricordare che la maggioranza di quelli che hanno tendenze omosessuali non vogliono né sposarsi né avere figli. Alcuni parlano di moda.

Ma qual è la vera ragione dell’incremento dell’omosessualità? L’omosessualità nasce da diversi vissuti. Credo che il dilagare sia da imputare al rovesciamento dei ruoli. Non sono per gli stereotipi retrogradi che lo hanno provocato, ma questo ribaltamento, anche interno alle famiglie, ha generato una grande confusione. La cultura dominante ci spinge verso un invertimento di ruoli che ha allontanato i due sessi. Il fatto che alle donne passi il messaggio che per affermarsi debbano essere aggressive e agli uomini che devono essere docili perché altrimenti accusati di violenza, ha reso le prime sempre meno capaci di accogliere e i secondi incapaci di essere una guida ferma. Questo fa sì, ad esempio, che l’uomo cerchi accoglienza e romanticismo nell’uomo più capace di darglieli. E la donna cerchi la forza in un’altra donna.

Ci sono moltistudi sui figli degli omosessuali, quelli con i campioni più vasti riscontrano problemi. Si cerca di metterli in dubbio in ogni modo. C’è una resistenza fortissima. Ricordo che durante un convegno del 2010 si parlava delle adozioni gay e io, l’unica tecnica presente insieme ad un’altra, ero la sola contraria. Avevo molte ricerche valide con me, non le vollero accettare. Invece, gli studi in cui non si riscontrano problemi nei figli delle coppie omosessuali sono pochi e sono stati effettuati sui bambini. Mentre gli altri analizzano campioni più grandi e sono stati condotti giustamente su adulti.

È nell’adulto, infatti, che emerge la problematicità. Il bambino assorbe tutti gli stimoli familiari e sociali, in adolescenza questi diventano schemi di comportamento messi in atto e, quando l’adulto raggiunge un suo equilibrio, cominciano i problemi. Questo vale per chiunque, quindi anche per chi vive in queste famiglie: i ricercatori seri dovrebbero incominciare a far parlare gli adulti che si sono trovati in questa condizione. Girano in rete video di bambini che dicono di essere contenti nelle loro famiglie omosessuali. Bisogna guardare bene gli occhi di quei bambini. Comunque è normale che dicano così, credono che quella sia la normalità, non hanno vissuto altro. È così per tutti i futuri adulti problematici, da piccoli non sanno dire il disagio che gli provocherà un determinato vissuto. Anche durante l’adolescenza iniziano a rendersi conto di sentire una mancanza che li fa soffrire.

Dall’altra parte, però, non vorrebbero mai ferire le persone che li hanno cresciuti e quindi subentra il conflitto di lealtà. Per cui non hanno il coraggio di dire ciò che pensano e si tengono dentro le loro sofferenze con conseguenze anche gravi. Qui a Trieste conosco un piccolo gruppo di bimbi in queste situazioni. Altri ragazzi mi hanno cercata per chiedermi aiuto: tutti hanno disturbi, alcuni anche tendenze omosessuali.

Per giustificare le adozioni gay si fa il paragone con chi, pur avendo perso un genitore da piccolo, vive serenamente. Cosa ne pensa?
Sono due situazioni molto diverse. Facciamo l’esempio di una bambina: sarà aiutata a identificarsi con la madre attraverso la memoria, le foto, i racconti e così la imiterà. Il padre vivente sarà poi in grado di rivestire il ruolo maschile che serve alla bambina. Non le mancherà nessuna figura di riferimento e potrà crescere bene.

Cosa aiuta i ragazzi che la contattano a recuperare la loro identità? Occorre che guardino fino in fondo la loro storia, cercando in se stessi le risorse che non si sono sviluppate per via della mancanza di un modello femminile e di uno maschile, ma che con un lavoro possono riemergere: se uno vuole può lenire le ferite, cercando medici, rapporti stabili per sbloccare tutti i sentimenti, i desideri, i pensieri che, frenati, li fanno sentire come in gabbia. Non esiste un percorso preferenziale per farlo, ma ce ne sono tanti.
Benedetta Frigerio – Tempi

 

La pornografia nuoce alla salute

toxic2Secondo il portale di notizie Religionlibertad.com dello scorso 30 ottobre 2015, il fenomeno della pornografia e del suo consumo non può lasciare indifferenti. Infatti le statistiche riportano alcuni dati interessanti: il 25% del traffico in Internet avrebbe carattere pornografico, sarebbero circa 4 milioni i portali dedicati alla pornografia e sarebbero oltre 146 milioni le pagine virtuali visitate ogni giorno e classificate come “pornografiche”. E che dire del giro di denaro legato alla mercificazione del corpo umano e della sessualità? Si stima che il fatturato annuo della pornografia online si aggiri all’incirca attorno alle dimensioni dei 100mila milioni di dollari. Questo “negozio” batte di gran lunga qualsiasi grande marchio come Google, Facebook, Microsoft, ecc.

Si sente affermare che “il porno aiuta i giovani a maturare”, e che “guardare immagini o video di carattere pornografico è indifferente per la salute delle persone”. Ma che cosa ci dicono oggi le scienze empiriche? In particolare, le neuroscienze? Che valore neuroscientifico hanno queste ultime affermazioni? Godono di un riscontro valido a livello degli ultimi studi sul nostro cervello?

Due recentissimi studi neuroscientifici, pubblicati rispettivamente a marzo e a settembre di quest’anno, fanno il punto della situazione su quest’intricato e intrigante argomento neurobioetico: quello della cosiddetta dipendenza dalla pornografia, nota anche con il termine divulgativo di “cybersex addiction”.

Il primo studio, in ordine cronologico, è stato pubblicato sulla rivista specializzata Journal of Behavioral Addictions a marzo. Il lavoro, intitolato nell’originale inglese “Getting stuck with pornography? Overuse or neglect of cybersex cues in a multitasking situation is related to symptoms of cybersex addiction”, a firma di J. Schiebener , C. Laier e M. Brand, parte da un primo dato di fatto: la maggior parte delle persone fanno uso di Internet in modo funzionale, cioè riescono a mantenere un controllo su questa tecnologia di interfaccia virtuale con il cyber-mondo.

In altre parole, gli individui “normali” si servono di Internet per obiettivi scelti e per scopi pianificati, piuttosto che “venir usati” da questa tecnologia. Questo controllo si traduce nell’effettiva capacità di alternare l’uso di Internet ad altre attività (come, impegni di lavoro, rapporti affettivi, etc.), secondo una finalità scelta, pianificata, diremmo, controllata razionalmente e volontariamente dalla persona.

Ma c’è un secondo dato di fatto: alcuni individui fanno uso, in modo “dipendente” (addicted), di contenuti cyber-sessuali, che includono materiale pornografico. Questo comporta ingenti conseguenze negative nella loro vita personale e nell’ambito lavorativo, come sostengono gli autori di questo lavoro.

Uno dei diversi meccanismi alla base di queste ripercussioni negative del consumo di materiale pornografico può comportare la riduzione del controllo esecutivo (delle azioni/scelte/decisioni del soggetto) rispetto alla cognizione e al comportamento.

C’è ancora un terzo dato di fatto da considerare: negli ultimi anni è sorto un fenomeno sociale noto come “dipendenza da Internet” (Internet addiction). Nonostante non sia stato ancora inserito nell’ultimo DSM-5, la premessa già si trova nell’appendice di questo documento che parla del cosiddetto “Internet Gaming Disorder” (IGD).

Sebbene la classificazione delle “dipendenze comportamentali” sia ancora discussa, molti ricercatori sostengono oggigiorno, alla luce dei risultati neuroscientifici, che i sintomi sono comparabili con quelli delle dipendenze “tradizionali” (come quelle da sostanze).

Secondo il famoso studio di Brand e colleghi pubblicato nel 2014, una peculiarità della “dipendenza da Internet” è la perdita di controllo indotta dal consumo. La recente ricerca di marzo 2015 mira ad una miglior comprensione neuroscientifica di questa “perdita di controllo”, suggerendo che uno dei meccanismi sottesi sia proprio l’incapacità di esercitare il controllo cognitivo necessario per poter non essere “schiavi” di questa tecnologia. Ci si concentra sulla “dipendenza dal cyber-sesso”, un tipo particolare, a detta degli autori di questo studio, di “dipendenza da Internet”.

La metodologia impiegata ha coinvolto 104 volontari di sesso maschile, sottoposti a un paradigma esecutivo multitasking suddiviso in due gruppi: uomini a cui venivano mostrate foto di persone, da una parte, e dall’altra, uomini a cui, invece di fotografie comuni di persone, venivano mostrate immagini pornografiche. I risultati confermano, in primo luogo, che esiste un’associazione profonda tra alto consumo di immagini pornografiche e le ridotte capacità multitasking manifestate dei soggetti coinvolti.

Lo studio, inoltre, indica che la dipendenza dal cyber-sesso induce un ridotto controllo esecutivo negli individui affetti. Questo può condurre a comportamenti disfunzionali e conseguenze negative, particolarmente nell’ambito lavorativo, familiare e sociale, in genere. La riduzione delle capacità cognitive correlate al controllo esecutivo (come per esempio, l’attenzione, l’inibizione, i processi decisionali e la memoria di lavoro) è mediata da alterazioni a livello dell’area cerebrale denominata corteccia prefrontale (in inglese nota con la sigla “PFC”) e alcune regioni sotto-corticali, come, ad esempio, i gangli della base.

Il secondo studio di interesse neuroscientifico e culturale, decisamente il più importante, perché offre una sintesi ed analizza tutta la letteratura neuroscientifica sull’argomento della dipendenza da Internet, in particolare della dipendenza dalla pornografia. Quest’importante contributo è stato pubblicato sulla rivista Behavioral Sciences il 18 settembre 2015 con il titolo originale “Neuroscience of Internet Pornography Addiction: A Review and Update”[1].

A firma di T. Love , C. Laier , M. Brand , L. Hatch e R. Hajela, l’articolo si compone di ben 46 pagine, un apparato bibliografico ingente (basti pensare alle 311 note bibliografiche che si trovano alla conclusione dello studio) che non nasconde e motiva le critiche di una certa incomprensione delle “neuroscienze della dipendenza” (addiction neuroscience) mosse nei confronti del recente DSM-5.

In primo luogo, gli autori sottolineano nell’introduzione che nell’ambito delle cosiddette “dipendenze” si sta realizzando un vero e proprio mutamento rivoluzionario di paradigma; si legge proprio così. Come mai?

Perchè con il progresso degli studi neuroscientifici, ci si sta sempre più rendendo conto che, accanto alle classiche dipendenze da sostanze (come droghe e alcol), diversi comportamenti (o stili di vita) hanno ripercussioni su meccanismi neuronali sovrapponibili a quelli alterati dalle sostanze. Questi comportamenti “dipendenti” sono in grado di rafforzare i circuiti cerebrali della gratificazione e della ricompensa, quelli della memoria, ecc.

In effetti, l’ASAM (The American Society of Addiction Medicine) nel 2011 aveva esteso la definizione di “dipendenza” includendovi sia quella derivata da sostanze, come quella da comportamenti.

All’interno di questo scenario, sebbene l’APA (The American Psychiatric Association) abbia recepito, al redigere l’ultimo DSM-5, l’introduzione delle cosiddette “dipendenze comportamentali” (behavioral addictions) accanto alle dipendenze “tradizionali” (o classiche) da abuso di sostanze, soltanto il rinominato e ridefinito “gioco d’azzardo patologico” (Gambling Disorder oggi ribattezzato nel DSM-5 come Pathological Gambling o PG) vi è stato incluso.

Di quest’ultimo è stata fornita una vera e propria nuova diagnosi detta IGD (Internet Gaming Disorder), ampiamente fondata su numerosi dati neuroscientifici di carattere strutturale, funzionale e psicologico. Ma allora, cos’è successo nel DSM-5 per quanto riguarda la “dipendenza” dalla pornografia?

Nonostante le premesse concettuali fondate su un’ampia documentazione neuroscientifica, l’APA ha deciso di affermare che l’eccessivo uso si Internet che non coinvolga il gioco online (per esempio, un’uso eccessivo dei mezzi di comunicazione sociale, come Facebook; il consumo di pornografia online) non sarebbe da considerarsi analogo all’ IGD (Internet Gaming Disorder).

Come, invece, ampiamente documentano gli autori del lavoro pubblicato il 18 settembre 2015 su Behavioral Sciences “questa decisione è inconsistente con l’evidenza scientifica esistente ed emergente”. Gli autori sostengono e dimostrano ampiamente nelle 46 pagine di questo studio tale inconsistenza conclusiva.

Dopo l’estesa raccolta e analisi della letteratura sull’argomento, gli autori concludono che le evidenze neuroscientifiche sostengono che il consumo di pornografia attraverso Internet è, insieme agli altri comportamenti dipendenti dalla virtualità, potenzialmente addittivo, comportando una de-strutturazione e de-funzionalizzazzione del cervello umano.

In definitiva, la medicina e le neuroscienze confermano l’estrema dannosità cerebrale (e perciò personale) del consumo di pornografia. I nostri stili di vita e le nostre scelte personali non sono indifferenti alla struttura e funzione del nostro cervello. È importante perciò conoscere questi dati empirici per integrarli in una visione integrale dell’essere umano (antropologia) che ci aiuti e ci guidi ad agire e comportarci in favore della salute del nostro “organo” più importante.

*

NOTE

[1] Love T, Laier C, Brand M, Hatch L, Hajela R, “Neuroscience of Internet Pornography Addiction: A Review and Update”, Behav Sci (Basel). 2015 Sep 18; 5 (3): 388-433. doi: 10.3390/bs5030388.

Padre Alberto Carrara, L.C., è Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) dell’Ateneo Regina Apostolorum (Roma)

 

Il miracolo di Giorgio, sveglio dopo 5 anni di coma

giorgio grenaC’è un sottilissimo filo di speranza che tiene legate due date: il 15 maggio 2010 e il 31 marzo 2015. Quasi cinque anni di patimenti per la famiglia Grena, che è rimasta unita al capezzale del figlio Giorgio, ridotto in stato vegetativo a seguito di un incidente stradale. Ha ventidue anni, Giorgio, quando sulla A4, nei pressi di Bergamo, è coinvolto in un terribile scontro automobilistico che gli provoca dapprima un forte trauma cranico e poi anche il coma. Per mamma Rosa e papà Gianluigi l’inizio di un periodo caratterizzato dalla sofferenza, peregrinando da un ospedale all’altro nell’attesa di un’agognata svolta. Ma non sortisce nessun effetto sperato la spola tra la Rianimazione dell’ospedale di Bergamo, l’Unità del Risveglio della Maugeri di Pavia, la neurochirurgia di Castellanza e la Casa di Cura Quarenghi di San Pellegrino per la riabilitazione.

Le parole dei medici suonano ogni volta come una sentenza durissima da accettare: lo stato vegetativo di Giorgio non gli consente alcuna interazione con l’ambiente circostante. La situazione tragica non svilisce però la fede profonda di una famiglia radicata in Gesù Cristo. Mamma Rosa prega Dio ogni giorno, dicendo: “Signore, Tu puoi fare tutto. So che un giorno ci stupirai”. Intanto i giorni passano, e si profilano per la famiglia Grena anche decisioni da dover prendere. Nel 2011 i medici mettono i genitori di fronte a un bivio: la lungodegenza in un istituto oppure il ritorno tra le mura domestiche. “Non ci ho pensato neanche un secondo, Giorgio doveva stare a casa sua. L’abbiamo attrezzata a dovere e l’abbiamo accudito ogni giorno, ogni mese, ogni anno con immutato affetto, anche se non c’erano reazioni apparenti”.

Così mamma Rosa, che domenica ha raccontato la storia di Giorgio al Casinò di San Pellegrino Terme, nel corso dell’annuale incontro sulle cure per la riabilitazione organizzato dall’Associazione Genesis per il recupero dell’handicap da trauma cranico, che dal 1989 afferisce alla Casa di Cura Quarenghi e si batte per tutelare la dignità e i diritti delle persone in stato vegetativo e di minima coscienza. Senza orgoglio ma con fede autentica, mamma Rosa racconta di non aver pianto e di non essersi chiesta perché fosse accaduto proprio alla sua famiglia di vivere questa tragedia. “Ho solo pregato incessantemente – spiega – la fede è stata il collante di tutto il cammino perché mi ha dato la certezza che a Giorgio prima o poi sarebbe accaduto qualcosa di grande”. Certezza che inizia a colorarsi di luce concreta il 31 marzo scorso.

Dopo un lungo “calvario”, nel giorno del martedì santo, a pochi giorni dalla Pasqua, si avverte da parte di Giorgio un primo segnale di “resurrezione” dal coma. Si registra un progressivo coinvolgimento con l’ambiente circostante, il giovane ricomincia a parlare rispondendo alle domande di familiari e medici. Oggi il suo risveglio non è più un sogno, ma una realtà che chi era presente all’incontro di domenica al Casinò di San Pellegrino Terme ha potuto vedere con i propri occhi. Ha assistito a tutto il convegno, Giorgio, tenendo sulle ginocchia la nipotina Ginevra, che affettuosamente chiama “la mia principessa”. La vicenda di Giorgio ha dell’incredibile. Gian Pietro Salvi, responsabile del Centro di Riabilitazione Neuromotoria, che ha organizzato il meeting e che sta tuttora seguendo Giorgio, afferma che si tratta “di uno dei rarissimi casi di risveglio spontaneo”. Spiega che di casi così “se ne contano una quindicina in tutto il mondo.

Oltretutto, a lui non sono mai stati somministrati farmaci stimolanti un recupero della coscienza”. Il “farmaco” che ha fatto rifiorire questo giovane fiore è l’affetto familiare. Diversi medici sono concordi nel ritenere che sia determinante, in certi casi, vivere in casa con la famiglia, mantenendo relazioni affettive forti. Il dott. Salvi, a questo proposito domenica scorsa non ha voluto parlare del caso clinico, bensì ha raccontato la storia, lasciando agli ascoltatori la possibilità di “trarre le proprie conclusioni”. Conclusioni che mamma Rosa ha già tratto, in cuor suo. Afferma senza esitare che il risveglio del figlio Giorgio “è stato un miracolo”. E aggiunge: “Ma i miracoli avvengono

 

Tredicimila errori finora – Costanza Miriano

baby-84626_1280Mi hanno chiesto qua e là – non schiere di gente, per carità, ma qualcuno sì – di scrivere, dopo quello per le mogli e quello finto per i mariti (è sempre per le mogli), un libro sull’educazione dei figli. Non so cosa nella mia condotta possa avere indotto in qualcuno lo strampalato pensiero che io sia una educatrice decente. Io da parte mia, pur mettendocela tutta, prima di sbilanciarmi aspetterei una venticinquina d’anni (ammesso che sopravviva allo stress di tutti i colloqui con i professori che ancora mi separano dal camposanto).

Se calcoliamo, ottimisticamente, che io e mio marito abbiamo sbagliato una sola volta al giorno con ciascuno dei figli, siamo già attestati ben oltre i tredicimila errori educativi. Le madri e i padri, anche quando ce la mettono tutta, sbagliano. Le madri e i padri non sono perfetti, e questa è una buona notizia, perché ci libera dall’ansia di prestazione. Ma la notizia ancora più bella è che noi non siamo i principali attori del processo educativo: il vero Padre è in cielo, ed è Lui che fa il lavoro vero, quello della storia della salvezza dei nostri figli, lavoro che essendo una storia non dura solo un attimo (sennò si chiamerebbe fotografia della salvezza).

L’altra buona notizia è che per essere buoni genitori non serve avere appreso una buona tecnica, ma è necessario essere buone persone, e per essere buone persone (e felici) è necessario essere buoni cristiani. È sempre sul lavoro su noi stessi, dunque, che si fonda quello educativo. I bambini sono, come li chiama Edith Stein, “adorabili tiranni”: tendono cioè a ottenere il massimo del piacere col minimo sforzo. D’altra parte la loro anima è anche “naturaliter christiana”: hanno scritto nel profondo il senso del bene e del male. C’è insomma in loro, proprio come in noi grandi, il dualismo di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani, nel famoso passo: “non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio”.

La nostra vita, quella dell’uomo, è dunque un allenamento – portare a termine la corsa, combattere la buona battaglia – un lavorare su noi stessi per far morire la parte umana, e far fortificare la vita di Dio in noi, che è il senso del Battesimo, la possibilità di diventare figli di Dio. Noi possiamo fornire ai figli i rudimenti di questo lavoro che però poi anche loro devono fare da soli, proprio come noi. Allenare i loro muscoli, rafforzarli. E quindi mettere delle regole, avere il coraggio di non risparmiare loro tutte le sofferenze e le frustrazioni. La cosa fondamentale, infine, il cuore del lavoro educativo è introdurre i nostri figli al senso del sacro, mostrare loro che c’è qualcosa di davvero sacro, e che in quest’arca misteriosa si può entrare, in punta di piedi ma si può davvero, da quando Gesù è venuto. Il punto di Archimede della storia è lui, l’unica via verso la presenza santa e inaccessibile di Dio. Per questo è importante parlare di lui ai bambini con serietà, non dipingendolo come un bambinello biondo, melenso, ridicolo, poco più di un pupazzetto. E poi cercare di favorire incontri con persone significative, con qualcuno che porti anche a loro come è stato per noi l’annuncio della fede.

A un certo punto poi bisogna assumersi il rischio educativo, avere il coraggio di lasciarli sperimentare, di stare in panchina senza entrare in campo anche quando si vede chiaramente che i figli stanno sbagliando, col cuore sanguinante in mano, quando non c’è altro da fare che aspettare e pregare. Qui la mia saggezza si ferma, perché a questa fase non ci sono arrivata, e davvero qui la mia è solo teoria, solo nobili parole (lo so già che pedinerò i figli appostandomi agli angoli con impermeabile e baffi finti). Volevo però citare il passo del Vangelo di Luca, in cui tornando da Gerusalemme Maria e Giuseppe perdono Gesù, perché lo credono insieme al resto della carovana, al sicuro. Anche i nostri figli a un certo punto possono perdersi, quando noi li crediamo al sicuro con il resto della carovana, cioè con i coetanei. Volevo citarlo, dicevo, ma non l’ho fatto perché prima di me di questo aveva parlato con la massima competenza uno straordinario sacerdote, don Ugo Borghello, che da una vita fa il direttore spirituale proprio di ragazzi adolescenti, e che nonostante i suoi settantasei anni è sicuramente parecchio più giovane di me. Sarà la vicinanza con i ragazzi. Su di lui un altro post.

Infine ha tirato le conclusioni Emilio Fatovic, rettore del Convitto nazionale, che ha parlato del suo ruolo con grande energia, saggezza, trasporto. È un uomo che ha fatto del lavoro educativo tutta la sua vita (da maestro elementare, a professore delle medie, poi del liceo, poi vicerettore, infine il ruolo più alto) e che continua con passione a insegnare ai suoi ragazzi a essere curiosi, a sognare, e a perseverare nel sogno. Quando era bambino, orfano, allievo a sua volta del convitto, sognava di diventare rettore, forse perché il suo era stato per lui come un padre. Ha perseverato, lavorato, e ha realizzato il sogno. Mi ha fatto venire voglia di tornare a scuola. Stesso effetto anche a Pippo Corigliano. Ma, come ha detto lui, bisogna prima vedere se superiamo il test di accesso.

fonte:  http://www.costanzamiriano.com

 

L’antropologia cristiana e le scienze

antropologiaL’antropologia cristiana, come e’ stato evidenziato[1], e’ una filosofia dell’uomo condotta sul piano puramente razionale e, in quanto tale, prescinde dalla Rivelazione ed è quindi condivisibile da credenti e non credenti. Le scienze possono contribuire ad integrare dimensioni dell’uomo che la filosofia non puo’ prendere in considerazione poiche’ non fanno parte del suo oggetto formale, come ad esempio la struttura biologica dell’uomo, il suo sistema nervoso, ecc. L’insieme delle scienze empiriche che studiano l’uomo possono  darci, da diversi punti di vista, una “idea puramente scientifica di uomo, la quale – scrive Maritain – può procurarci  delle informazioni inestimabili”[2]. Le scienze, così come la filosofia, devono svolgere le loro indagini all’interno del proprio oggetto formale, quindi non possono invadere il campo che è proprio della filosofia. Infatti, Maritain afferma in proposito: “L’idea puramente scientifica dell’uomo tende soltanto ad unire insieme i dati misurabili e osservabili presi come tali, ed è decisa dall’inizio a non considerare cose come l’essere o l’essenza, a non rispondere a domande quali: «C’è l’anima o non c’è? Esiste lo spirito o c’è soltanto la materia? Dobbiamo credere alla liberta’ o al determinismo? […]»”[3]. La filosofia e la scienza sono due “gradi del sapere”[4] che facilitano la comprensione dell’essere umano, come è dimostrato anche dagli studi di bioetica condotti da Lucas Lucas, il quale ha integrato l’antropologia ispirata a San Tommaso con i risultati recenti ottenuti dalla scienza biologica. La bioetica e’ una scienza interdisciplinare, che si avvale del contributo, oltre che della filosofia, della biologia, della medicina, del diritto, ecc. Uno dei temi studiato dalla bioetica riguarda l’embrione, il quale, afferma il bioeticista, “è il nuovo individuo che si forma nel concepimento: nell’istante in cui lo spermatozoo maschile  feconda l’ovulo femminile”. Lucas Lucas, sulla base della sua riflessione di carattere sia scientifico sia filosofico, afferma che l’embrione deve essere riconosciuto come un individuo biologico appartenente alla specie umana, a livello empirico, mentre a livello ontologico deve essere riconosciuto come una persona in atto. Riporto qui di seguito alcune parti del suo libro, intitolato Bioetica per tutti[5], per illustrare la sua impostazione metodologica.

L’embrione secondo la scienza “L’embrione è un essere umano” Affermare che il concepimento dà origine a un embrione, cioè un organismo diverso dai genitori, significa sostenere che esso è un individuo della specie umana, cioè un essere umano. Nell’uomo non è  possibile scindere il biologico dall’umano. Il biologo constata che nella formazione e nello sviluppo di questo corpo umano non ci sono salti di qualità: è sempre lo stesso corpo biologico. I dati che la biologia e la genetica ci offrono mostrano che l’essere che inizia lo sviluppo nel grembo materno è un nuovo organismo della specie umana, dotato di un genoma differente da quello del padre e della madre. L’embrione nella fase dello zigote è già un essere umano e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”[6].

In sintesi

l’embrione è un organismo nuovo “La scienza dice che quando lo spermatozoo paterno si fonde con l’ovulo materno, inizia un nuovo organismo che si chiama embrione. Tutte le cellule del corpo umano hanno 46 cromosomi, ad eccezione dei gameti – spermatozoo e ovulo– che ne hanno 23, cioè la metà. Lo zigote che nasce dalla loro unione avrà una normale dotazione di 46 cromosomi propri della specie umana: 23 forniti dal padre e 23 dalla madre, ma il genoma è diverso. La scienza quindi dice che lo zigote è un nuovo organismo umano”[7].

l’embrione è un organismo umano

“La scienza dice che questo nuovo organismo è un organismo umano, cioè appartiene alla specie biologica umana. Nella generazione dei viventi le leggi biologiche sono fisse: da un cane nasce un cane, da un gatto nasce un gatto, da un uomo e da una donna non può che nascere un essere umano”[8].l’embrione è un organismo programmato“La scienza dice che l’embrione è un organismo programmato: il suo singolarissimo DNA costituisce il patrimonio genetico del nuovo individuo umano. Questo nuovo essere non la somma dei codici genetici dei genitori. E’ un essere con un programma nuovo che non è mai esistito prima e non si ripeterà mai. Questo programma genetico, assolutamente originale, individua il nuovo essere dal momento del concepimento alla morte.  In esso sono determinate le caratteristiche biologiche del nuovo individuo, dall’altezza al colore degli occhi, fino al tipo di malattie genetiche a cui andrà soggetto”[9]. Lo sviluppo dell’embrione avviene in modo unitario, coordinato, continuo, graduale“Unità biologica del nuovo essere

Tutti gli elementi si sviluppano in perfetta coordinazione, come parti di un tutto.

Lo sviluppo è coordinato

La coordinazione esige una rigorosa unità dell’essere in sviluppo. Coordinazione e conseguente unità, le quali indicano che l’embrione umano, fin dall’inizio, non è un semplice aggregato di cellule ma è un individuo”[10].

Continuità nello sviluppo

Lo sviluppo dell’embrione è un continuum, senza salti qualitativi o mutamenti sostanziali, per cui l’embrione umano si sviluppa in un uomo adulto e non in un’altra specie[11].

Gradualità dello sviluppo

Lo sviluppo è un processo che implica necessariamente un succedersi di forme, le quali sono stadi di momenti diversi di un identico processo di sviluppo di uno stesso essere. E’ per questo che un embrione, che sta compiendo il proprio ciclo vitale, mantiene permanentemente la sua […] «individualità» […]”[12].

L’embrione secondo la filosofia

“L’essere umano è persona in virtù della sua natura razionale (spirituale), non diventa persona perché possiede attualmente determinate proprietà e esercita determinate funzioni, né si può fare una distinzione tra individuo umano e persona umana.

Ciò che è essenziale per il riconoscimento dell’essere persona è l’appartenenza, per natura, alla specie umana razionale, indipendentemente dalla manifestazione esteriore in atto di certi caratteri, operazioni o comportamenti. Non si è più o meno persona, non si è “pre-persone” o “post-persone” o “sub-persone”; o si è persona (in atto) o non si è persona. I caratteri essenziali della persona non sono soggetti a cambiamento.

La persona non cambia, non è alterabile, non è in divenire: o c’è o non c’è”[13].

NOTE

[1] Vedi il mio articolo pubblicato su Zenit intitolato: L’essere umano è uno spirito incarnato.

[2] J. Maritain, L’educazione al bivio,  Prefazione di A. Agazzi, La Scuola, Brescia 1969, XIII ed., p.17.

[3] Ibidem.

[4] Riguardo alla scienza e alla filosofia come gradi del sapere Maritain scrive: “ Anche se avviene che l’ oggetto materiale della filosofia e della scienza sia il medesimo —per esempio, il mondo dei corpi— tuttavia l’ oggetto formale, quello che determina la natura specifica delle discipline intellettuali, differisce essenzialmente nei due casi. Nel mondo dei corpi, lo scienziato studierà le leggi dei fenomeni, collegando un evento osservabile ad un altro evento osservabile, e se indaga la struttura della mate­ria, agirà rappresentandosi —molecole, ioni, atomi, ecc.— in quale maniera e secondo quali leggi si comportano nel quadro dello spazio e del tempo le particelle ultime (o le entità matematicamente concepite che ne tengono il posto) con le quali è costruito l’edificio. Il filosofo cercherà invece, che cosa è , in definitiva, la materia di cui si rappresenta così il comportamento, quale è, in funzione dell’essere intelligibile, la natura della sostanza corporea (che essa sia decomponibile per una ricostruzione spaziale o spazio-temporale, in molecole, ioni, atomi, ecc., in protoni od elettroni, associati o no ad un flusso d’onde, il problema resta integro)” ( Idem, Distinguere per unire. I gradi del sapere , a cura di A. Pavan, Morcelliana, Brescia 1974, pp. 73).

[5] Cfr. R. Lucas Lucas, Bioetica per tutti, Edizioni San Paolo, Cinisello Balzamo (Mi) 2002.

[6] Ibidem, pp.117-118. Al testo è stato aggiunto: “e la sua crescita e sviluppo avviene in modo coordinato, continuo e graduale”.

[7] Ibidem, p.118.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem, pp.120-121.

[11] Ibidem, p. 121.

[12] Ibidem, p. 122.

[13] Ibidem, p. 126. L’ultima frase è tratta da Idem, Antropologia e problemi bioetici, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2001, pp. 117-118.

L’interruzione volontaria di gravidanza distrugge le persone

vita non tessutiIl 19 gennaio 2012 è comparsa sull’edizione on line della prestigiosa rivista medica Lancet un articolo volto a fornire le cifre del ricorso all’aborto su base planetaria nel periodo compreso tra il 1995 ed il 2008.

Nell’articolo gli autori formulano la seguente affermazione: “le leggi restrittive sull’aborto non sono associate a tassi di abortività più bassi”1. Non desta sorpresa osservare che la pubblicazione è stata prontamente assunta da numerosi gruppi favorevoli all’aborto per sostenere la necessità di liberalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza in ogni nazione.

Alla base della liberalizzazione dell’aborto si pone la teoria del cosiddetto aborto “safe”, l’aborto sicuro, di cui la completa legalizzazione è elemento imprescindibile, benché non esaustivo. Si tratta di iniziative volte a convincere i governi, in particolare di nazioni del sud America, che una eventuale depenalizzazione dell’aborto non può che tradursi in un atto che fa solo del bene, evita alle donne le complicanze da aborto clandestino senza che gli aborti aumentino. Già, dicono così.

Ci si può però domandare se davvero questa lettura sia rispettosa della realtà, o se invece non sia piuttosto una rappresentazione conveniente per una prospettiva molto ideologica.

Un primo elemento di riflessione deriva dagli autori: membri del Guttmacher Institute, che è una formidabile macchina di divulgazione di istanze abortiste, storicamente legata a doppio filo alla più grande catena americana di cliniche per aborti, la Planned Parenthood. Il Guttmacher Institute fa parte di quella che viene chiamata “lobby dell’aborto” e che chiede alle istituzioni internazionali di riconoscere l’interruzione volontaria di gravidanza come parte dei cosiddetti diritti riproduttivi.

Gli autori affermano di avere elaborato i dati a partire da una molteplicità di fonti: studi pubblicati, rapporti occasionali, pareri di esperti. Come da tale zibaldone grezzo si giunga alle stime riportate nello studio è materia oscura, assai distante da quella trasparenza sui metodi seguiti che consente la verificabilità e riproducibilità propri del metodo scientifico galileiano. Non sono infatti a conoscenza di alcun rapporto che spieghi in modo dettagliato, passaggio per passaggio, come ogni dato sia stato statisticamente elaborato. Di una cosa però siamo a conoscenza e riguarda l’enorme grado di variabilità ed incertezza che sottende tutte le metodologie impiegate per stimare gli aborti clandestini.2

Se si vuole avere una prova è sufficiente comparare le rispettabilissime stime del numero degli aborti prima della legalizzazione in alcuni paesi occidentali. Può essere utile rinfrescare la memoria citando alcuni numeri. Per l’Italia Grandolfo e coll. forniscono la cifra di 350.000 aborti prima della legalizzazione,3 mentre Figà Talamanca presenta stime che, sulla base di vari modelli matematici, spaziano da 220.000 a 3.640.000 aborti,4 quando invece il professor Colombo dava come cifra più probabile 100.000 aborti all’anno.5 In Francia L’INED, l’istituto nazionale di statistica, valutava gli aborti prima della legge Veil a 250.000 mentre Thierry Lefevre forniva una forbice di 55.000-90.00055.000-90.000.6 Per l’Inghilterra invece si dava la cifra di 100.000 aborti prima dell’abortion act del 19677 quando altre pubblicazioni scientifiche facevano valutazioni comprese tra 15.000 e 31.000 aborti.8

Non si dovrebbe neppure sottovalutare la testimonianza diretta del dottor Nathanson, fondatore del NARAL (National Association for the Repeal of the Abortion Laws), successivamente convertito alla causa pro-life ed al cattolicesimo, che testimonia l’esagerazione degli aborti quale tecnica adottata per creare l’impressione che l’aborto fosse diffusissimo in America al fine di ottenerne la legalizzazione.9

Se quindi dovrebbero risultare chiari limiti e intenti di questo genere di pubblicazioni di cui questo articolo di Lancet è solamente un esempio, resta ancora una considerazione da svolgere e riguarda l’impiego di dati crudi anziché corretti per i numerosi fattori in grado di modificare gli stessi dati. La cosa risulta evidente e sospetta se la confrontiamo con lo zelo posto dal mondo pro-choice (favorevolo all’aborto) nell’impiego di ogni co-fattore possibile al fine di calmierare la maggiore probabilità di problemi psichici da parte delle donne che hanno abortito.

Si sostiene infatti che la causa non risieda nell’aborto in sé, ma in tutta una serie di fattori che predispongono le donne con problemi psichici ad abortire con maggiore probabilità. Ci si chiede così perché gli esperti che hanno pubblicato lo studio su Lancet non abbiano corretto i dati di abortività per i numerosi fattori che notoriamente influiscono sul ricorso all’aborto: reddito, religiosità, fecondità, scolarità, razza, solo per citarne alcuni.

Di una cosa si può essere certi: legalizzare l’aborto significa accettare l’aumento degli aborti. Non è una tesi, è molto più che un’ipotesi, è un dato che è stato dimostrato in Italia,10 così come in Romania11, negli Stati Uniti12 così come in Peru13 e dimostra chiaramente che combattere per leggi restrittive significa combattere per la vita.14

* di Renzo Puccetti    docente di Bioetica
1 Sedgh G, Singh S, Shah IH, Ahman E, Henshaw SK, Bankole A. Induced abortion: incidence and trends worldwide from 1995 to 2008. Lancet. 2012 Jan 18.

2 Dossier C. Estimating Induced Abortion Rates: A Review. Studies in Family Planning. 2003; 34(2): 87-102.

3 Grandolfo ME, Pediconi M, Timperi F, Bucciarelli M, Andreozzi S, Spinelli A. Epidemiologia dell’ interruzione volontaria della gravidanza in Italia. Rapporti ISTISAN 06/17. pp. 10-25. http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_837_allegato.pdf

4 Figà Talamanca I. Estimating the incidence of induced abortion in Italy. Genus, 1976;32(1-2):91-107.

5 Colombo B. Sulla diffusione degli aborti illegali in Italia. Medicina & Morale 1976; 1-2: 17-78.

6 INED. Rapport. de l’Institut national d’études démographiques à Monsieur le Ministre des Affaires sociales. Sur la Régulation des Naissances en France. 1966; 4: 645-90; Thierry Lefevre. L’avortement avant la lois Veil. http://www.trdd.org/INEDCPF.HTM

7 Francome C. Estimating the number of illegal abortions. J Biosoc Sci. 1977 Oct;9(4):467-79.

8 Goodhart CB. Estimation of illegal abortions. J Biosoc Sci. 1969 Jul;1(3):235-45.

9 Nathanson B. Confession of an ex-abortionist. http://www.aboutabortions.com/Confess.html

10 Alberto Cazzola. Aborto e fecondità. Gli effetti di breve periodo indotti dall’aborto legale sulle nascite in Italia. Franco Angeli ed. Milano, 1996.

11 Cristian Pop-Eleches. The Impact of an Abortion Ban on Socio-Economic Outcomes of Children: Evidence from Romania. Columbia University, October 2005. http://www.columbia.edu/~cp2124/papers/unwanted_latest.pdf

12 Malcolm Potts, Peter Diggory, John Peel. Abortion. Cambridge University Press. Cambridge, 1977. p. 141.

13 Puccetti R. Incidence of induced abortions in Peru. CMAJ. 2009; 180(11): 1133.

14 New MJ. Analyzing the Effect of Anti-Abortion U.S. State Legislation in the Post-Casey Era. State Politics & Policy Quarterly. 2011; 11: 28-47.

La societa’ ha bisogno di matrimoni

salvare il matrimonioUno dei motivi che stanno dietro i problemi di ordine pubblico in Inghilterra, secondo molti osservatori, è il fallimento del matrimonio e della famiglia. Se questo è vero, allora le conclusioni riportate da un recente studio sul matrimonio presentano una situazione preoccupante. Il mese scorso, il Brookings Institute di Washington D.C. ha pubblicato uno studio dal titolo “The Marginalization of Marriage in Middle America”, che prende in esame lo status coniugale del 51% delle persone tra i 25 e i 34 anni che hanno completato gli studi scolastici ma non quelli universitari. Il matrimonio va bene nel gruppo degli americani laureati e benestanti, che generalmente si sposano prima della nascita del primo figlio. Secondo il rapporto, infatti, i tassi di divorzio in questa fascia di popolazione sono scesi a livelli paragonabili a quelli dei primi anni Settanta.

Secondo gli autori dello studio, W. Bradford Wilcox e Andrew J. Cherlin, la situazione è diversa per le persone meno istruite, che mostrano alti livelli di convivenza e di divorzio. “L’allontanamento della Nazione dal matrimonio, iniziato negli anni Sessanta e Settanta nelle comunità a basso reddito, si è ora esteso alla classe media americana”, afferma il rapporto. Negli ultimi anni, le donne americane con un’istruzione non elevata presentano una propensione a fare un figlio al di fuori del matrimonio sette volte superiore a quella delle donne laureate. Nell’insieme, il 44% delle nascite da donne diplomate avviene al di fuori del matrimonio. Per le donne non diplomate la percentuale sale al 54%, mentre per le laureate crolla al 6%.

L’aumento delle nascite extramatrimoniali è dovuto ai più elevati livelli di convivenza, mentre poco è cambiato riguardo alle nascite da donne che vivono da sole. Questo aumento è motivo di preoccupazione perché la condizione migliore per i figli è quella di una famiglia stabilmente sposata, afferma il rapporto. Secondo dati recenti, le coppie conviventi sono intrinsecamente instabili e il 65% dei loro figli assisterà alla separazione dei genitori entro i primi 12 anni di vita. Questa percentuale scende ad appena il 24% per i figli nati da genitori sposati.

Il rapporto cita come cause del mutamento fattori sia culturali che economici. Il mercato del lavoro per gli uomini moderatamente istruiti si è considerevolmente deteriorato, lasciandoli con lavori meno stabili e meno retribuiti in termini reali rispetto alla situazione della generazione precedente. Allo stesso tempo, si ritiene che sia necessario avere un buon lavoro e un buon reddito prima di potersi impegnare in un matrimonio. Per questo, la convivenza viene adottata come alternativa, in attesa di trovare il lavoro giusto. Questa spiegazione da sola non è tuttavia sufficiente. Il rapporto osserva che in passato, ad esempio durante la Grande depressione successiva al 1929, le difficoltà economiche non hanno portato a cambiamenti nella vita familiare. Il rapporto evidenzia invece tre grandi cambiamenti culturali che hanno svolto un ruolo cruciale.

Anzitutto è cambiata la visione del sesso e della procreazione al di fuori del matrimonio. Oggi questi comportamenti sono accettati molto di più e questo, insieme all’introduzione del contraccettivo, ha fortemente indebolito i valori familiari tradizionali che una volta dominavano in questa parte della società. Le donne non sposate e a basso reddito spesso fanno comunque figli, anziché aspettare l’arrivo di una situazione migliore, poiché ciò implicherebbe il rischio di non farne affatto. Questa mentalità si è ora estesa anche alle donne moderatamente istruite.

In secondo luogo, si è registrato un significativo calo nella partecipazione religiosa della classe media americana. La frequenza settimanale in chiesa, rispetto agli anni Settanta, è calata dal 40 al 28%. In terzo luogo, il quadro giuridico relativo alla famiglia ha subito un notevole riorientamento. Con l’introduzione del divorzio senza colpa, l’ordinamento è passato dalla tutela del vincolo matrimoniale alla prevalenza della tutela dei diritti individuali.

Riuscire a cambiare la tendenza alla convivenza e al divorzio non è facile, ammette il rapporto. Tra le misure suggerite figurano le seguenti: – Offrire una migliore formazione professionale per i lavori di media abilità, per consentire a chi ha ricevuto un’istruzione non elevata di trovare un lavoro migliore e più stabile. – Modificare il regime assistenziale che penalizza il matrimonio rispetto alla convivenza, in quanto le coppie conviventi perdono il sostegno economico se decidono di sposarsi. Anche le detrazioni fiscali per i figli dovrebbero essere riviste. – Cercare di usare le stesse tecniche già adottate per le campagne contro il fumo o la guida in stato di ebbrezza. – Investire in programmi educativi per i bambini svantaggiati all’asilo, al fine di rafforzare le prospettive lavorative delle future generazioni. – Rivedere le leggi sul divorzio per mitigare le conseguenze del divorzio senza colpa. In questo senso potrebbero essere previsti programmi educativi e l’obbligo di un periodo di attesa per le coppie con figli.

Poco tempo dopo la pubblicazione di questo studio del Brookings Institute, uno degli autori ha partecipato a un’altra pubblicazione sul matrimonio e la convivenza. Il direttore del National Marriage Project, W. Bradford Wilcox, insieme ad altri 18 studiosi della famiglia, ha infatti pubblicato la terza edizione del rapporto “Why Marriage Matters: Thirty Conclusions from the Social Sciences”. Secondo questo rapporto, la famiglia integra, biologica e sposata continua ad essere la condizione migliore per i figli. Essa è inoltre tra i maggiori fattori che contribuiscono al bene comune, recando benefici all’economia, alla salute e all’educazione. Dopo aver analizzato centinaia di studi sul matrimonio e la vita familiare, gli autori hanno tratto conclusioni sia buone che cattive. Quella buona è che il divorzio è diminuito, quasi ai livelli precedenti agli anni Settanta. Quella cattiva è che a questo miglioramento si affianca un incremento ancor maggiore del tasso di convivenza. Questo significa che oggi i figli hanno maggiori probabilità di vivere con genitori conviventi che di subire un divorzio. Solo il 55% degli ultrasedicenni viveva con entrambi i genitori nei primi anni Duemila, rispetto al 66% di vent’anni prima. Secondo il rapporto, l’instabilità della convivenza ha un impatto negativo sui figli, che hanno una probabilità tre volte superiore di subire abusi rispetto a quelli che vivono in famiglie integre, biologiche e sposate. Presentano anche una maggiore propensione a far uso di droga, ad avere problemi a scuola e ad adottare cattivi comportamenti.

Questi cambiamenti nella vita familiare sono ben lungi dall’essere confinati agli Stati Uniti. L’articolo di copertina della rivista The Economist del 20 agosto ha preso in esame il fenomeno della “fuga dal matrimonio” in Asia. In Giappone, per esempio, la percentuale delle donne conviventi, che vent’anni fa era al di sotto del 10%, è salita oggi al 20%. L’età media in cui ci si sposa è attualmente molto più alta: nei Paesi asiatici più ricchi raggiunge i 29-30 per le donne e i 31-33 per gli uomini. Negli ultimi trent’anni, in alcuni Paesi l’età media in cui ci si sposa è aumentata di cinque anni. Un maggior numero di donne, inoltre, non si sposa. Nel 2010, un terzo delle donne giapponesi ultratrentenni non era sposato. Lo stesso anno, il 37% delle donne taiwanesi fra i 30 e i 34 anni era single, e lo era anche il 21% di quelle fra i 35 e i 39 anni. Si tratta di un cambiamento sorprendente – secondo l’articolo –, se si considera che solo qualche decennio fa appena il 2% delle donne di questo gruppo d’età era single nella maggior parte dei Paesi asiatici. I tassi di divorzio, ancora considerevolmente più bassi rispetto all’Occidente, sono raddoppiati rispetto agli anni Ottanta. La famiglia in Asia è tradizionalmente molto importante. Ancora nel 1994 l’ex Primo Ministro di Singapore, Lee Kuan Yew, attribuiva il successo economico asiatico alla forza dei legami familiari e alle virtù acquisite in famiglia. Con il matrimonio in difficoltà sia in Occidente che in Asia, i costi derivanti dalle relative conseguenze sono semplicemente troppo elevati per non cercare di porre rimedio a questa tendenza.

di padre John Flynn, LC

 

 

La triste strada della surrogazione

childrenLa “maternità surrogata” viene spesso descritta in termini positivi. La surrogazione (come viene anche chiamata) sarebbe un atto di altruismo, in cui una donna porta a termine una gravidanza per un’altra donna che non può concepire. Vista in questa luce, si tende a dimenticare che si tratta di una tecnica la quale pone molti interrogativi etici e che spesso finisce in situazioni sconcertanti. Per questo motivo, Paesi come Italia e Francia vietano il ricorso alle “madri portatrici”.

Che il rischio di derive sia reale lo dimostra una notizia proveniente dal Canada, dove la pratica della surrogazione è autorizzata e regolamentata dalla Assisted Human Reproduction Act (AHRA) del 2004. A far aggrottare più di un sopracciglio è la vicenda di una giovane donna di Bathurst, nella provincia del Nuovo Brunswick, che incinta di due gemellini ha visto saltare alla ventisettesima settimana della sua gravidanza il “contratto” che aveva stipulato con un coppia inglese.

La giovane donna, Cathleen Hachey, che ha solo vent’anni ed è già madre di due piccoli bambini, aveva conosciuto la coppia, che vive nella contea del Hertfordshire, attraverso il sito Surrogate Mothers Online e con la quale aveva creato un rapporto di amicizia. Dopo alcuni mesi di contatti quotidiani, la coppia decide nel novembre scorso di passare al dunque e di recarsi in Canada. I tre raggiungono un accordo – la Hachey riceve un compenso di 200 dollari canadesi al mese per le sue spese – e decidono per una “surrogazione tradizionale”, cioè la Hachey viene inseminata con il seme dell’uomo della coppia inglese (del resto non in una clinica ma a casa, con strumenti casalinghi, cioè una siringa). Questo implica che il nascituro (si trattava poi di due gemelli dizigoti, un maschietto ed una femminuccia) è stato concepito con gli ovuli della madre surrogata e che la Hachey è quindi anche la madre biologica.

Nella surrogazione “gestazionale”, invece, vengono trasferiti nell’utero della madre portatrice uno o più embrioni concepiti in vitro (usando i gameti della coppia richiedente e/o di donatori), facendo sì che la madre portatrice sia solo il “vettore gestazionale” (traduzione dell’espressione inglese “gestational carrier”). Anche se ha un costo molto superiore alla surrogazione “tradizionale”, quella “gestazionale” viene preferita dagli esperti proprio per il fatto che il bambino non ha alcun legame biologico con la madre portatrice.

Arrivata alla 27.ma settimana della gravidanza, la surrogazione della Hachey conosce una brusca svolta quando ricoverata in ospedale riceve un SMS da parte della donna della coppia richiedente, dicendo che rinunciava ai bambini perché si era separata nel frattempo e da solo non ce l’avrebbe fatta a crescere i piccoli. Sempre tramite SMS, la Hachey si è messa poi in contatto con il padre dei bambini, ma invano. Con l’aiuto di un amico, la giovane donna riesce a trovare solo poche settimane prima del parto una coppia disposta ad adottare i due bambini. “E’ stata dura”, ha raccontato (Parentcentral.ca, 9 settembre). “Se fossi stata in una migliore posizione economica, li avrei tenuti”.

Infatti, la Hachey è single e durante la sua gravidanza il suo fidanzato l’aveva lasciata temporaneamente perché non se la sentiva di crescere quattro bambini con uno stipendio. Nonostante la sua disavventura, la Hachey ci vuole riprovare. “Mi piace essere incinta, mi piace partorire. Mi è piaciuto tutto”, ha dichiarato (CBC News, 13 settembre). Ma non si farà più sorprendere. “Avrò il mio avvocato. Avrò un sacco di clausole nel contratto che mi tutelino”, ha promesso (Parentcentral.ca, 9 settembre).

Non è la prima volta che problemi relazionali all’interno della coppia richiedente compromettono una surrogazione in Canada. Sally Rhoads, di SurrogacyInCanada.ca, conosce almeno tre casi di madri portatrici che stanno crescendo i bambini dopo l’abbandono del progetto da parte dei richiedenti perché divorziati nel frattempo (The National Post, 6 ottobre 2010). Ma anche la Hachey non ha rispettato le regole. La legge del 2004 (in parte cassata dalla Corte Suprema del Canada nel dicembre scorso) stabilisce infatti che la candidata madre surrogata deve avere almeno 21 anni.

La vicenda dimostra quanto è facile aggirare le normative. Secondo il National Post (16 settembre), l’agenzia federale per il controllo sulla procreazione assistita – Assisted Human Reproduction Canada (AHRC) – ha esaminato finora più di venti presunte violazioni della legge, di cui la maggioranza per il pagamento di un compenso alla madre surrogata e la compravendita di gameti. La legge vieta infatti la commercializzazione della riproduzione umana e permette solo il rimborso di eventuali spese sostenute dalla gestante. A preoccupare gli esperti, come Diane Allen, del gruppo di sostegno Infertility Network, è l’esistenza di “un mercato nero e grigio” in Canada. “La surrogazione (…) a parte pochi casi eccezionali di altruismo, è un commercio”, ha detto al National Post. “Alla fine, c’è uno scambio di denaro per un bambino. La società si oppone alla vendita di bambini attraverso adozioni straniere e al traffico delle donne e alla tratta degli schiavi, ma poiché ci sono dei medici coinvolti, è stato legalizzato”, osserva. “Qui stiamo parlando di vite umane e vengono trattate come un processo produttivo”, ha continuato.

Altri specialisti, fra cui Sherry Levitan, esperta legale nel campo della surrogazione, puntano il dito contro le coppie infertili e le madri surrogate che (come nel caso della Hachey) scelgono la “strada indipendente”, cioè quella del “do it yourself” o “fai-da-te”. “Ci sono quasi sempre dei problemi quando la gente va per conto proprio”, ha detto la Levitan (CBC News, 13 settembre). Non sanno – sostiene – quali sono le domande da fare e quali sono i meccanismi di protezione da mettere in atto.

Un’altra caratteristica della surrogazione è che spesso finisce davanti a qualche tribunale, costringendo i giudici a pronunciare sentenze di grande impatto. Sintomatico è un verdetto emesso poche settimane fa in Canada da Jacelyn Ann Ryan-Froslie, giudice della Court of Queen’s Bench della provincia del Saskatchewan. Nella sua sentenza, la Ryan-Froslie ha permesso ad una coppia gay di cancellare il nome della madre surrogata (che era d’altronde d’accordo) sul certificato di nascita della bambina che la donna aveva partorito nell’agosto del 2009, e concepito dal seme di uno dei due e da un ovulo donato. Trattandosi di una “surrogazione gestazionale”, la portatrice non è legalmente la “madre” della piccola.

Anche se non si sa ancora come sarà il nuovo certificato di nascita, secondo il Toronto Sun (13 settembre) tutto indica che il compagno del padre biologico risulterà come l’altro parente, anche se lui (come la madre surrogata dunque) non ha alcun legame biologico con la bambina.

La surrogazione svuota dunque la maternità. Mentre prima si distingueva ancora tra “madre adottiva” e “madre biologica” – come osserva il National Post (13 settembre) -, oggi la surrogazione spacca quest’ultima categoria in “donatrice di ovuli” e “vettore gestazionale”. Inoltre si tende ad ignorare il legame che si instaura tra una madre “gestazionale” e il bambino durante la gravidanza. Separarsi dal piccolo dopo il parto può essere molto doloroso anche per un “gestational carrier”, come dimostra l’esempio di una donna scozzese, Louise Murray, 29 anni, che per il dolore della separazione dal piccolo è finita in terapia farmacologica antidepressiva. “Piango ancora per il mio bambino”, ha raccontato la donna, che è lesbica, al Daily Record (11 settembre).

Circa un mese prima che nascesse il bambino, Louise ha persino pensato di non consegnarlo alla coppia richiedente (un contratto di surrogazione non è legalmente vincolante nel Regno Unito). “L’ho fatto solo perché avevo detto loro che l’avrei fatto, e ho mantenuto la mia parola. Ero moralmente costretta”, ha spiegato. Proprio il “bonding” (la parola inglese per la costruzione di un legame empatico ed affettivo tra madre e figlio) è negli USA al centro di una causa legale intentata contro il proprio datore di lavoro da una donna di New York, Kara Krill, che ha “avuto” dei gemellini tramite una surrogazione.

La ditta – la Cubist Pharmaceuticals, con sede nel Massachusetts – aveva concesso dopo la nascita solo cinque giorni di congedo di maternità retribuito (come nei casi di un’adozione) alla Krill, invece delle 13 settimane chieste dalla donna. Secondo l’azienda, i cinque giorni erano sufficienti, dato che la donna non ha dovuto riprendersi dal parto. Secondo la Krill, che soffre di una patologia uterina, il lungo periodo serve proprio per instaurare un legame con i piccolini.

“Lo scopo di un congedo di maternità non è solo quello di permettere alla madre di riprendersi dal parto, ma anche di permetterle di stabilire un legame con il bambino”, ricorda Gaia Bernstein, professore di Diritto presso la Seton Hall University School of Law, nel New Jersey (ABC News, 2 settembre). “Questo è ancora più importante per una madre che non ha costruito un legame attraverso la gravidanza”, sostiene. di Paul De Maeyer

Non vi preoccupate, il paradiso e’ un posto bellissimo

francesca-pedrazziniPuo’ un funerale essere come un matrimonio? Puo’ una bambina chiedere che il  funerale della mamma sia una festa? Può una mamma che sta per morire,  parlare con i suoi bambini e insegnare loro ad avere fede perché Gesù è  buono e lei li vedrà e curerà dal cielo? Può una donna che sta per lasciare  il marito ed i suoi bambini fare festa con gli amici in ospedale?   Questo e altro ha fatto Francesca Pedrazzini, moglie e madre di 38 anni,  salita in cielo dopo trenta mesi di combattimento con un tumore che l’ha  uccisa.  La sua vicenda ed il suo modo di affrontare il dolore e la morte così  straordinariamente eroico sono stati raccontati nel libro di Davide  Perillo, Io non ho paura, pubblicato dalle edizioni San Paolo.    Ha narrato il marito Vincenzo Casella, il 21 agosto, nel corso di un  incontro al Meeting di Rimini, dopo una serie di visite e esami, il 17  agosto 2012 la dottoressa lo prende da parte e gli dice “potrebbe essere  questione di giorni. Al massimo qualche settimana”.  E lì Vincenzo viene preso dall’angoscia: “Dirglielo? E come? E i bambini? E  se poi crolla? Forse è meglio tacere per tenerla su di morale…”.  Vincenzo chiede alla dottoressa, che gli confessa: “Guardi io sono una  mamma. Se toccasse a me, vorrei sapere. Per decidere cosa fare con i miei  bimbi”.  Ma Francesca ha già capito. Chiama Vincenzo vicino al suo letto, lo guarda  con una tenerezza grande.  “Vincè – gli dice – io sono tranquilla. Non ho paura perché c’è Gesù”.  “Ma non sei triste?”, le chiede Vincenzo, e lei: “No, non sono triste. Sono  certa di Gesù. Anzi sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando.  Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio  il contrario…”.  “E’ vero. Soprattutto per i bimbi”.    Francesca mostra una serenità ed una forza straordinaria. Chiede di vedere i  figli: Cecilia di 11 anni, Carlo di 8 e Sofia di 4.  Li vede uno per volta per 15 minuti e gli dice: “Guardate, io vado in  Paradiso. E’ un posto bellissimo, non vi dovete preoccupare. Avrete  nostalgia, lo so. Ma io vi vedrò e vi curerò sempre. E mi raccomando, quando  vado in Paradiso dovete fare una grande festa”.  Vincenzo era lì e la guardava con gli occhi spalancati, senza parole.  “Ha fatto una cosa – ha spiegato – che vale cinquant’anni di educazione di  una mamma”.  Così accade che il taxista che accompagna una amica al funerale di Francesca  non ci voleva credere. Era sceso a domandare pensando che la cliente avesse  sbagliato chiesa: “Ma davvero c’è un funerale qui? No, sa, tutta questa  gente elegante, le facce… Io pensavo a un matrimonio”.  Quando Mariachiara, la mamma di Francesca, aveva parlato con la dottoressa  che la curava, questa le ha detto: “Una fede come quella di sua figlia non  l’ho mai vista. Mi sarebbe piaciuto conoscerla un po’ di più. Le chiedo un  piacere: se può, le dica che quando sarà in Paradiso si ricordi dell’ultimo  medico che l’ha curata”.  E Gianguido che aveva partecipato ai funerali, ha raccontato: “Sono rimasto  impressionato dal funerale della Chicca (diminutivo in cui veniva chiamata  Francesca, ndr). Io non credo in Dio. Ma non si può negare che lì c’era  qualcosa. Qualcosa di straordinario che io non so spiegare”.  Due zii di Francesca, lui ingegnere, lei bibliotecaria all’università di  Pisa, sposati da 33 anni erano 40 anni che non andavano in Chiesa. Poi,  saputo della malattia di Francesca, hanno iniziato a pregare. Hanno vissuto  tutto il tragitto di Francesca dalla sofferenza alla morte. Ed hanno  ritrovato la fede. Alla domanda chi è Francesca per voi, hanno risposto: “Un  esempio, un faro. Un desiderio di essere così, un segno di croce tutte le  mattine”.    Un uomo aveva una parente in ospedale negli stessi giorni di Francesca,  malata terminale come lei. Una sera rimane stupito perché vede nella camera  di Francesca una tavolata di persone che mangiano la pizza, scherzano e  ridono.   All’inizio si irrita, perché non può essere, poi viene contagiato dalla  gioia di quelle persone. Ha raccontato: “Qualcosa come un inno alla vita mi  entrava nel cuore, nell’anima e nella mente”.  Al termine della pizza i presenti pregano insieme, e solo al momento dei  saluti quell’uomo capisce chi è l’ammalata: è l’unica che rimane in  ospedale.  Nel libro, Io non ho paura quest’uomo racconta che l’immagine di quella  donna di 38 anni madre di tre bambini, che si appresta a lasciare  consapevolmente il mondo, sorridente e divertita di fronte ad una pizza con  intorno i propri cari è come se gli avessero piantato “un chiodo nel cuore.  Un chiodo come un seme che ha fatto germogliare una pianticella che è e sarà  il mio inno alla vita”.  Un’amica che ha incontrato Vincenzo al bar gli ha detto: “Francesca mi ha  colpito per il commosso coraggio con cui ha abbracciato la croce, per essere  in Paradiso. Questa roba da Santi e di Santi abbiamo bisogno, in questa  ordinaria vita comune. Francesca ha sofferto ma ha anche scommesso su Dio. E  in ciò è la sua grandezza semplice, da madre e da sposa. Non siamo soli. Non  saremo mai soli. Per questo Francesca non aveva paura”.  Lorenza, amica della famiglia di Vincenzo, gli ha girato un tema fatto dalla  figlia Letizia di 13 anni.  Le era stato chiesto di fare un tema su “una persona che ti ha fatto  crescere”.    Lorenza ha scritto: “la persona che non dimenticherò mai è la mamma di tre  bambini con cui andavamo in vacanza da piccoli. (…) è mancata a soli 38  anni. L’avevo incontrata al mare ed in montagna. Era contenta e allegra, era  forte”.  Steve Jobs citava un poeta che diceva “vivi ogni giorno come se fosse  l’ultimo” e Lorenza ha commentato, forse Francesca non aveva mai sentito  queste parole, “ma viveva ogni secondo in modo speciale, un modo che mi ha  cambiato le vacanze e ora penso, la vita”.  “Per me – conclude Lorenza  – è stata una grande testimonianza, (…) mi ha  fatto capire di vivere la vita, viverla veramente secondo per secondo, e ora  quando penso a lei mi chiedo se sto dando tutto quello che posso dare”.  Alcuni hanno detto a Vincenzo: “Scusa se ti facciamo parlare di Francesca,  lo sappiamo che è dura perché ogni volta la ferita si riapre”.  E Vincenzo ha risposto: “Molti pensano che per superare bisogna dimenticare,  ma per me è l’esatto contrario: più ripercorro quella esperienza più mi da  pace”. 

Antonio Gaspari  www.zenit.org

Francesca mi ha reso meno indifferente

abbraccioCarissimo don Silvio, leggendo un tuo editoriale ho rivissuto una pagina della mia vita. Questa volta però tu le hai dato un altro significato ed io ho potuto constatare che ciò che io consideravo solo come una mia colpa, in realtà è anche una conseguenza del fatto che il più delle volte mi trovo a portare da sola il peso della mia bambina o sono costretta a chiedere sempre alle stesse persone. Non è così facile coinvolgere altre persone, con il passare degli anni mi sono resa conto che lasciare un bimbo disabile in affido a qualcuno, anche solo per qualche ora, spaventa.

Si avverte disagio, così il più delle volte rinuncio a chiedere. Ancora più raro è che qualcuno, conoscendo la mia situazione, si offra volontariamente. Ecco perché la croce diventa ancora più insostenibile.

Tu avrai scritto queste riflessioni almeno una settimana fa e leggendole mi sono chiesta: chissà quante persone vivono le mie stesse pene, le mie stesse difficoltà. Forse è proprio giusto tirare fuori anche questi vissuti e accendere un faro su situazioni che troppo spesso – per non dire quasi sempre – passano inosservate o sono considerate normali.

E subito ho pensato alla notizia di quel nonno che ha deciso di togliersi la vita insieme al nipotino di cinque anni, affetto da una grave disabilità gettandosi nel fiume, abbracciato al bambino. Chissà quanto si sarà spaventato della disabilità del suo nipotino. Chissà quanto si saranno sentiti soli.

Questi gesti estremi sono il frutto anche di tutte le volte in cui i problemi o la sofferenza vengono visti come un’esperienza che chiama e coinvolge solo le persone direttamente interessate e non come un’occasione in cui ciascuno può fare la sua parte. Si dice troppe volte di no, anche quando non si pongono domande in modo diretto. Ciascuno evade e si diventa indifferenti con una facilità disarmante. Forse anch’io inconsapevolmente faccio così in relazione a tutto ciò che mi circonda.

La mia piccola Francesca mi ha reso sicuramente meno indifferente e mi ha fatto crescere tanto, anche se la vita ha ancora tante cose da dire e da insegnare. Gesù ci parla ogni giorno ma, forse a causa della nostra fragilità, impariamo ad ascoltare le parole di Gesù solo quando ci troviamo nella sofferenza. In questo caso, ci mettiamo in discussione più facilmente e comprendiamo quanto è importante imparare a fare la Sua volontà. Magari Lui ce l’aveva già detto quando eravamo felici o in occasioni dove la gioia sovrabbondava e noi pensavamo ad altro. Eravamo più attenti al mondo e alle cose che passano.

So bene che il mio cammino prevede tempi e spazi di solitudine, ma ti ringrazio di cuore per la tua condivisione che mi fa sentire la tenerezza di Dio e la compagnia della Chiesa.
Mariarosaria (dal sito www.puntofamiglia.net)