Una analisi sulla composizione dei clienti della prostituzione

clienti prostituzioneItaliano, integrato e con posizione sociale non marginale e di tutte le età: tra chi chiede sesso a pagamento ci sono ”consumatori”, ”insicuri”, ”romantici” e chi preferisce il ”tour” in compagnia di amici, alcol e droga

Un uomo che richiede una prestazione sessuale a pagamento non lo fa solo per il sesso fine a se stesso. Secondo le prostitute intervistate nella ricerca condotta dalla Caritas delle diocesi di Concordia-Pordenone, Udine e Vittorio Veneto, infatti, esistono numerose altre motivazioni complementari, dettate spesso da un’insoddisfazione, dalla ricerca di maggiore sicurezza, dalla voglia di dominare una persona, dal vivere un”esperienza trasgressiva.

E’ un quadro triste e desolato quello del mondo dei clienti delle prostitute.

Quando il cliente è sposato, il più delle volte non considera la sua azione come infedeltà. I giovani invece, in aumento tra i clienti, lo fanno sostanzialmente per copiare gli altri (come accade per il fumo o la droga) e sono attratti dall’idea di trasgressione insita nel rapporto a pagamento. Non è facile definire il cliente-tipo, dal momento che è trasversale a tutti i ceti sociali e a tutte le età. E’ una persona normale, perlopiù italiana, con una vita integrata nella società e spesso con una posizione sociale non marginale.

Sulla base delle testimonianze raccolte, la Caritas ha comunque stilato una tipologia dei clienti, per tratteggiare un quadro il più possibile esaustivo dell’altra faccia della prostituzione.

“Esperienze di gruppo”: in questa categoria compare il caso di chi, durante una serata in compagnia di amici, alcol e droga, finisce con l’organizzare un “tour” di 2-3 ore che non necessariamente si conclude con un rapporto.

Il “rapporto funzionale” è invece legato a una necessità fisico-biologica: “La prostituta – si spiega nell’analisi – diventa l’esperta che ha una funzione terapeutica, aiutando le persone in difficoltà sul piano sessuale, consolidando il dominio maschile senza mettere in discussione le istituzioni familiari”.

Il “piacere egoistico” si ha nel momento in cui l’uomo può soddisfare il proprio piacere: “È una sorta di rivalsa rispetto a un mondo femminile ritenuto sempre più esigente, in quanto il rapporto vissuto all’interno della coppia è visto come vincolante”.

I “clienti consumatori” vedono la donna esclusivamente come una merce in vendita e l’eccitazione consiste nel poter trovare ragazze giovani e carine, mentre gli “sperimentatori” cercano maggiore piacere in rapporti non ottenibili altrove, reclamando ciò che non sarebbe possibile chiedere a mogli o compagne.

Ci sono poi gli “insicuri”, che vogliono essere certi di non essere rifiutati, e i “blasé”, che riferiscono delle loro esperienze in modo negativo: “Vengono viste come un passaggio obbligato per soddisfare la curiosità o per fare quello che tutti fanno. Emerge un individuo sovrastimolato e per questo reso insensibile a qualsiasi cosa, spinto da curiosità o noia a cercare tutte le esperienze possibili”. Le ultime due categorie sono in calo rispetto al passato: si tratta dei “romantici”, che investono anche sul piano relazionale, che vogliono colpire e conquistare la prostituta e che hanno anche atteggiamenti salvifici, e dei “fedeli”, che hanno rapporti ripetitivi e usuali, cercano anche il dialogo, si informano sulla vita della prostituta.
da Redattore Sociale

L’Aids e il preservativo (parte II)

AIDS-HIVE’ un problema di morale cristiana

E’ specioso asserire che la Chiesa non abbia un insegnamento ufficiale sul problema dell’AIDS e sul preservativo. Sebbene il Papa sistematicamente evita di chiamarlo per nome, i problemi morali posti dal condom sono affrontati in tutti i grandi insegnamenti riguardanti i rapporti coniugali e le finalità del matrimonio.

Quando si considera l’AIDS e il condom alla luce della morale cristiana occorre tenere a mente alcuni punti essenziali: l’atto carnale dovrebbe aver luogo all’interno di un matrimonio monogamo tra un uomo e una donna; la fedeltà coniugale è il miglior rimedio contro le malattie sessualmente trasmesse come l’AIDS; l’unione coniugale dovrebbe essere aperta alla vita, a cui si deve aggiungere il rispetto della vita degli altri.

Sposi o partner?
Ne consegue che la Chiesa non predica una morale sessuale dei “partner”.
Essa propone invece una morale coniugale e familiare. Essa si rivolge agli “sposi”, coppie unite sacramentalmente in un matrimonio che è monogamo e eterosessuale. Considerazioni sulla questione del condom ventilate dai dignitari riguardano i “partner”, sia che essi intrattengano rapporti pre o extra matrimoniali, intermittenti o persistenti, eterosessuali, omosessuali, lesbici, sodomitici, ecc.
Non si vede perché la Chiesa, e tanto meno i dignitari titolari del Magistero, debbano – a costo di rischiare lo scandalo – andare in soccorso del vagabondaggio sessuale e rendersi responsabili del peccato di chi, in molti casi, non si interessa minimamente, né in pratica, né spesso in teoria, della morale cristiana.
“Peccate, miei fratelli, ma in sicurezza!” Dopo il “sesso sicuro”, abbiamo ora il “peccato sicuro”!

La Chiesa e i suoi dignitari, quindi, non hanno titolo a spiegare cosa fare per peccare agiatamente. Abuserebbero della loro autorità se si adoperassero per fornire prodighi consigli su come arrivare al divorzio, poiché la Chiesa considera il divorzio come un male. Sarebbe come confermare il peccatore nel suo peccato, mostrandogli come andare avanti evitando le conseguenze indesiderate.

Da qui la domanda: è ammissibile che i dignitari, che dovrebbero essere i custodi della dottrina, oscurino le esigenze della morale naturale e della morale evangelica, e non lancino l’appello alla conversione dei comportamenti?

È inammissibile e irresponsabile che i dignitari diano il loro avallo all’idea del “sesso sicuro”, usata per rassicurare gli utilizzatori del condom, quando è noto che questa espressione è una bugia e porta alla rovina. Questi illustri dignitari dovrebbero quindi chiedersi se non stanno solo incitando le persone a schernire il sesto comandamento di Dio, ma anche a farsi beffe del quinto comandamento “non uccidere”. Il falso senso di sicurezza offerto dal condom, lungi dal ridurre i rischi di contagio, li aumenta. L’accusa di non rispettare il quinto comandamento si ritorce contro i partner che non fanno uso del condom.

L’argomentazione usata nel tentativo di “giustificare” l’uso “profilattico” del condom quindi si riduce a nulla, sia in relazione alla morale naturale, che alla morale cristiana.

Sarebbe forse più semplice dire che, se gli sposi si amano veramente e se uno di loro si prende il colera, la peste bubbonica o la tubercolosi polmonare, questi dovrebbero astenersi dai contatti tra loro per evitare il contagio.

Lo scopo: un grande rovesciamento

Un errore di metodo

All’inizio di quest’analisi abbiamo indicato che i dignitari favorevoli al condom spesso legano la loro arringa difensiva a cause diverse da quella di “partner” sessuali lungimiranti e organizzati. Infatti, si cavalca questo argomento per poi discutere sull’intero insegnamento della Chiesa:  sulla sessualità umana, sul matrimonio, la famiglia, la società e sulla Chiesa stessa.

Questo spiega in parte la quasi totale carenza di interesse di questi dignitari nelle conclusioni scientifiche e nelle idee fondamentali della morale naturale. E sono proprio queste conclusioni e idee fondamentali che questi dignitari dovrebbero tenere conto anzitutto nelle loro considerazioni sulla morale cristiana.

A causa di questo errore metodologico – sia esso volontario o meno – i dignitari aprono la via ad un rovesciamento della morale cristiana. Essi puntano persino a rovesciare il dogma cristiano, in quanto si riservano il diritto, nelle loro opinioni, di fare appello all’intera istituzione della Chiesa per una riforma che avalli la loro morale e il loro dogma. Essi intendono quindi partecipare, al loro livello, a questa nuova rivoluzione culturale.

Ciò nonostante, poiché questi dignitari hanno commesso, sin dall’inizio, un errore metodologico, trascurando le idee fondamentali ed essenziali del problema, inevitabilmente camminano su un terreno scivoloso. Se si parte da premesse erronee, si può solo giungere a conclusioni errate. È facile vedere dove le idee errate stanno conducendo questi dignitari. Il loro approdo può essere sintetizzato in tre sofismi, che possono essere demoliti da qualunque scolaretto.

Tre sofismi
Primo sofisma:
Maggiore : Non usare il condom favorisce l’AIDS.
Minore : Favorire l’AIDS significa favorire la morte.
Conclusione : Non usare il condom significa quindi favorire la morte.
Questo ragionamento distorto si basa sull’idea che per proteggersi occorre usare il preservativo. I partner possono essere molteplici. La fedeltà non è neanche presa in considerazione. L’impulso sessuale è considerato irresistibile e la fedeltà coniugale impossibile. L’unico modo per non contrarre l’AIDS diventa quindi quello di usare il condom.

Secondo sofisma:
Maggiore : Il condom è l’unica protezione contro l’AIDS.
Minore : La Chiesa è contraria al condom.
Conclusione : La Chiesa quindi favorisce l’AIDS.
Questo pseudo sillogismo si basa sull’errata asserzione della premessa maggiore, che il condom sia l’unica protezione possibile contro l’AIDS. Si dà per scontata l’affermazione che si vuole dimostrare; siamo in presenza di una petitio principii: un ragionamento fallace, nel quale le premesse sono presentate come indiscutibili e a cui conseguono logiche conclusioni.
Si assume come vero ciò che si vuole dimostrare, ovvero che il condom costituisce l’unica protezione contro l’AIDS.

Un caso di polisillogismo
Ecco infine un esempio di pseudo sillogismo, un sofisticato sillogismo di cui i dignitari dovrebbero rendersi conto.
Maggiore : La Chiesa è contraria al condom; Minore : Il condom previene gravidanze indesiderate; Conclusione/Premessa maggiore : La Chiesa quindi favorisce le gravidanze indesiderate; Minore : Le gravidanze indesiderate portano all’aborto; Conclusione : La Chiesa quindi favorisce l’aborto.

In definitiva, il risveglio della morale e dell’ecclesiologia cristiana non può aspettarsi nulla dal perfido sfruttamento dei malati e della loro morte.

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* Monsignor Michel Schooyans, filosofo e teologo, è membro della Pontificia Accademia delle scienze sociali e della Pontificia Accademia per la vita, consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia e membro dell’Accademia messicana di bioetica. Dopo aver insegnato per dieci anni all’Università cattolica di San Paolo, in Brasile, è andato in pensione come professore di filosofia politica e etica dei problemi demografici presso l’Università cattolica di Louvain, in Belgio. È autore di circa trenta libri.

La storia ed il significato della festa delle donne

Festa-delle-DonneLa festa delle donne ha assunto nel corso degli anni una valenza ideologica sempre più forte, al punto da essere espressione di una cultura radicale che identifica la figura femminile come ribelle contro le caratteristiche naturali di madre e moglie.

Dopo decenni in cui ha prevalso questa ideologia ha prevalso, sembra ora emergere una cultura nuova che fa riferimento all’insegnamento ed alla concezione antropologica cristiana.

Alessandra Nucci e’ Direttrice della rivista “Una Voce Grida…!” e studiosa dei fenomeni che fanno riferimento al femminismo e all’ecofemminismo, è anche Responsabile per l’area “Donna e culture” del Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-religiosa (GRIS).

Qual è la storia ed il significato dell’8 marzo. E’ una vera festa per le donne?

Nucci: La mitologia femminista ha tramandato per decenni il racconto che la data dell’8 marzo fu scelta alla seconda Conferenza internazionale di donne socialiste a Copenhagen, nel 1910, per commemorare il massacro di oltre cento operaie di una camiceria di New York, intrappolate in un incendio appiccato dal padrone della fabbrica per vendicarsi di uno sciopero.

Qualche anno fa qualcuno è andato a spulciare le cronache vere, e si è saputo che un tale terribile incendio ci fu, ma che non era riconducibile né a scioperi né a serrate, che fece vittime anche fra gli uomini, e che avvenne nel 1911, un anno dopo Copenhagen.

Così adesso noto che le versioni che vengono avanzate si sono diversificate, cercando sempre però di ricordare qualche evento negativo che sarebbe avvenuto in America. In realtà, l’istituzione dell’8 marzo come Festa della donna risale alla III Internazionale comunista, svoltasi a Mosca nel 1921, dove fu lanciata da Lenin come “Festa internazionale delle operaie”, in onore della prima manifestazione delle operaie di Pietroburgo contro lo zarismo.

Il racconto di un 8 marzo istituito in memoria un massacro frutto di odio classista e capitalista fu opera del Partito Comunista Italiano, che nel 1952, in piena Guerra Fredda, pubblicò la cronaca di questo incendio vero, ma manipolato in chiave anti-americana. La versione fu ripresa dall’Unione Donne Italiane, il settore femminile della Cgil, per organizzare quell’anno la festa dell’8 marzo, e poi dalla Cgil stessa, che vi ricamò ulteriormente, aggiungendo altri personaggi al racconto due anni dopo.

La vicenda è indicativa dell’egemonia cercata, e alla lunga ottenuta, dalla sinistra italiana sulle istanze delle donne, dove spesso oggi anche la voce di chi di sinistra non è raccoglie gli stessi temi, le stesse parole d’ordine. Così l’8 marzo in Italia è effettivamente sentita come festa generica di tutte le donne.

Sui diritti della donna, c’è una notevole polemica che riguarda l’aborto, per molti è un diritto, un atto di libertà e di progresso dell’universo femminile. Lei che ne pensa?

Nucci: Quando in Italia, negli anni Settanta, si tenne il referendum sull’aborto, furono in molti a votare per la sua liberalizzazione perché convinti della necessità di mettere fine a un numero altissimo di aborti clandestini. Oggi però siamo andati ben oltre questo concetto di “male minore”, e un certo tipo di femminismo radicale ha dato all’aborto la dignità di vessillo di libertà, una conquista di cui andare molto fieri. C’è chi, addirittura, ne vuole fare un diritto umano, in nome della vita. La vita della donna, naturalmente, senza aver riguardo alla vita del figlio.

La donna si vuole presentare come minacciata non solo dall’incidenza della mortalità per aborti clandestini, che si presume altissima, ma anche dal fatto stesso della gravidanza e della maternità. E’ incredibile come in un’epoca in cui si vuole che tutto sia “naturale” e “olistico”, si voglia a tutti i costi manipolare la naturale fisiologia della donna, scorporandone la maternità come fosse un aspetto aggiuntivo.

Sta preparando un libro sul femminismo e sulle politiche antivita che alcune agenzie delle Nazioni Unite hanno praticato dalla fine degli anni Sessanta. In che modo la cultura femminista è stata strumentale all’applicazione di programmi per la riduzione delle nascite?

Nucci: Le politiche demografiche delle Nazioni Unite nascono dalla volontà di prevenire quella che viene percepita come un’imminente catastrofe demografica, nonostante i dati dicano il contrario. Non vi è dubbio però che il rinfocolato femminismo degli anni Novanta abbia prestato a queste politiche una nuova legittimità e militanza, specie con il vessillo dei “diritti riproduttivi”.

Secondo queste femministe, appartenenti a delegazioni governative e non-governative, ma anche inserite a tanti livelli diversi dello stesso sistema ONU, è di somma importanza liberalizzare l’aborto e inondare il mondo di contraccettivi, perché il bene primario della donna – che lo sappia o no – consisterebbe nel ridurre la maternità ad un’opzione marginale rispetto alle cose veramente importanti della vita.

Che cosa pensa della Carta della Terra che secondo alcuni dovrebbe sostituire la Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948?

Nucci: Non saprei esprimermi meglio del Professor Michael Schooyans, per dire che la Carta della Terra è uno strumento ideologico anti-cristiano, utile a “legittimare politiche di controllo demografico su scala mondiale, specialmente nei confronti dei più poveri”.

Nell’estate dello scorso anno la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato un documento in cui analizza l’ideologia femminista e la confronta con la cultura cristiana. Qual è il suo parere in proposito?

Nucci: Il documento firmato dal cardinal Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Angelo Amato ha il pregio di mettere in guardia le donne dal rischio di favorire la creazione di una società dove le condizioni dell’umanità, e quindi della donna stessa, saranno molto peggiori di adesso. Bisogna rendersi conto che le campagne che riguardano la donna in realtà prendono di mira tutta la società. Adesso se ne rendono conto in poche, ma basterà che le donne ne diventino pienamente consapevoli: allora saranno in grado, insieme agli uomini, di ribaltare l’intero corso della storia.

Le prove biologiche dell’esistenza dell’uomo fin dal concepimento (Seconda parte)

concepimento2Che tale sviluppo sia autonomo, provocato e guidato cioè da una forza interiore (autodiretto), è altrettanto evidente. La fecondazione in vitro lo conferma con la forza dei fatti. Per un certo tempo l’embrione si sviluppa anche fuori del corpo materno. Poi ha bisogno di essere trasferito in utero, ma la madre gli fornisce soltanto il calore e, attraverso il sangue, il materiale necessario per autocostruirsi.

E’ il figlio stesso che guida il suo sviluppo, con la madre. E’ ben diversa la costruzione di un edificio o di un qualsiasi altro oggetto inanimato. Ci vuole qualcuno che dall’esterno aggiunge pietra su pietra, pezzo a pezzo. Lo scultore modella la statua con una intelligenza ed una azione che sono esterne alla statua. Invece il vivente, prende e organizza da sé il materiale che lo costruisce. Sarebbe come se un pezzo di marmo di Carrara potesse trasformarsi in un David o in un Mosè senza l’opera dello scultore.

Certamente la vita ha bisogno di un ambiente adatto. Cibo, ossigeno, calore sono condizioni di vita anche per i già nati. Ma non per questo manca l’autonomia. Anche un adulto vigoroso lasciato nudo e senza cibo al polo nord muore rapidamente e più velocemente ancora viene meno se privato di ossigeno. Il concepito è fragilissimo e perciò ha bisogno di un ambiente che lo protegga con particolare intensità. Ma il fatto che per nove mesi egli sia nascosto nel seno materno non gli toglie l’autonomia nel senso biologico ora indicato. Può darsi che egli sia partorito prematuramente e che per farlo vivere lo si debba proteggere in una culla termica ed usando mille accorgimenti, così come, del resto, nei reparti di rianimazione, sotto le tende a ossigeno e con altri presidi anche l’adulto, deve talora essere particolarmente protetto.

Ma nessuno dice che un prematuro accolto in una culla termica non è un bambino. Insomma l’autonomia non è esclusa dalla abitazione del figlio nell’utero della madre. La vita dell’astronauta chiuso in una capsula spaziale è condizionata dall’efficienza della capsula molto più di quanto lo sia l’embrione dal corpo della madre.
Alla continuità e alla autonomia dello sviluppo si aggiunge la meraviglia di un finalismo perfetto. Fin dall’inizio tutto è orientato alla nascita, così come dopo la nascita tutto è orientato alla crescita di un corpo e di una mente capaci di agire, dialogare, costruire, pensare, amare etc.

Fin dall’inizio il processo è perfetto e inarrestabile. Esso può essere fermato solo da una azione esterna o da una patologia. Il nostro corpo è di una incredibile complessità in cui le singole parti sono coordinate funzionalmente tra di loro. Ogni cellula dei miliardi e miliardi che lo compongono ha una sua specifica funzione e ciascuna serve alle altre. Si può dunque parlare di un organismo umano per indicare che ogni parte serve al tutto.

Alcune funzioni si attivano o si perdono nel tempo. Persino alcuni organi compaiono al momento opportuno e poi vengono abbandonati. Si pensi alla dentizione e alla funzione riproduttiva. Così anche la placenta e il cordone ombelicale non servono più dopo il parto. Ma l’organismo vivente è caratterizzato da uno sviluppo continuo, autonomo, finalisticamente e unitariamente orientato.
La biologia moderna dà una risposta scientifica a quella domanda: “come è possibile?” cui in passato si è data una risposta di fantasia o di intuizione.

In ogni cellula del corpo umano vi è il timbro biologico della umanità: i 46 cromosomi che sono caratteristici della nostra specie, 23 derivano dalla madre e 23 dal padre. A sua volta ogni cromosoma è costituito da un numero enorme di geni, che contengono – dicono i genetisti – tutta l’informazione necessaria per sostenere il continuo sviluppo dell’organismo umano. Ma, a seconda del tessuto di cui la cellula fa parte, solo alcuni geni sono attivi, mentre tutti gli altri si possono considerare come dormienti. Il complesso di cromosomi costituisce il genoma.

Per generare un nuovo essere umano le cellule germinali (spermatozoo e ovocita) riducono a 23 il numero dei cromosomi in modo che il nuovo vivente abbia anche egli 46 cromosomi (23+23) che comandano e guidano lo sviluppo. In ogni ciclo mensile la donna, durante l’età fertile, porta a maturazione un ovocita (normalmente uno solo). Una delle due ovaie fa sviluppare pienamente un ovocita e lo espelle facendolo finire in quella che si chiama la “zona ampollare” di una delle due tube, i condotti, lunghi pochi centimetri, che dalle ovaie conducono all’utero.

Se vi è stato un rapporto sessuale e se un certo numero di spermatozoi è riuscito a raggiungere quel punto al momento giusto, lì avviene la fecondazione. Non appena uno spermatozoo, superando una serie di ostacoli, riesce a toccare e superare la membrana che racchiude l’ovocita avviene una serie di fenomeni. In primo luogo la membrana esterna diviene impenetrabile per qualsiasi altro spermatozoo. In secondo luogo dal nucleo originario dell’oocita, da cui in precedenza era stata già espulsa una parte dei cromosomi, viene estromessa anche un’altra parte in modo che anche i cromosomi femminili restano 23. In terzo luogo i cromosomi provenienti dallo spermatozoo e quelli di origine femminile cominciano ad attrarsi reciprocamente fino ad ordinarsi e allinearsi.

Contemporaneamente comincia la moltiplicazione delle cellule: da una a due, da due a quattro, a otto e così via fino a divenire le centinaia di migliaia di miliardi di cellule che compongono il corpo adulto di un uomo e di una donna. Questa descrizione della fecondazione è estremamente semplificata ed è espressa il più possibile con parole comuni. Tuttavia corrisponde alla realtà e consente di trarre tre inoppugnabili conseguenze. In primo luogo, non appena lo spermatozoo è entrato nell’ovocita si forma una entità biologica diversa, un tutt’uno che risulta dall’apporto del materiale spermatico e del materiale ovocitario.

Coloro che non vogliono riconoscere un essere umano in questa iniziale fase dello sviluppo preferiscono parlare di “ovocita fecondato” quasiché il nuovo complesso fosse soltanto una evoluzione dell’originario gamete femminile, passato da una prima fase di crescita a una seconda fase soltanto stimolata dallo spermatozoo: il contatto con esso equivarrebbe alla scintilla che, scoccando nel motore di una macchina, ne avvia il movimento. Ma non è così.

Nel nuovo unitario complesso vi è anche il materiale, in particolare il DNA, portato dallo spermatozoo, del quale del resto, sparisce la forma originaria. Insomma fin dall’inizio compare una entità nuova. La seconda conseguenza è che il nuovo complesso è da subito un organismo, cioè un tutt’uno in cui le singole parti si influenzano e si servono reciprocamente. Coloro che non vogliono riconoscere l’essere umano in queste primissime fasi sostengono che soltanto l’allineamento definitivo dei cromosomi di provenienza maschile e di quelli di provenienza femminile determinerebbe l’inizio della vita e, sempre per evocare la continuità del solo gemete femminile, chiamano il nuovo complesso, prima del definitivo allineamento dei cromosomi, “ootide”.

Lo scopo pratico di questa operazione semantica è evidente: se siamo in presenza di un gamete e non di un embrione vengono eliminati tutti i problemi etici che comportano le azioni distruttive di congelamento, selezione, sperimentazione.
Questo dibattito è recentissimo almeno in Italia. E’ addirittura successivo alla entrata in vigore della legge 40 del 10 febbraio 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. In tutta la discussione parlamentare e nelle varie commissioni di studio nominate dai vari governi che si sono succedute (Santosuosso nel 1984, Guzzanti nel 1994, Busnelli nel 1995) mai era stata pronunciata la parola “ootide”, ancora oggi sconosciuta persino a gran parte dei medici.

Per giustificare la pretesa di manipolare e distruggere i nuovissimi concepiti si era coniato il termine di pre-embrione e si era cercato di sostenere che la vita umana comincia solo dopo 14 giorni+ dall’incontro dello spermatozoo con l’ovocita. Questa teoria del pre-embrione, formulata per la prima volta in Inghilterra (Rapporto Warnock 1984) ed accolta oltre che nella legislazione britannica anche in quella spagnola, ha perso oggi credito e non è stata accettata né dal Consiglio d’Europa nelle sue raccomandazioni relative agli interventi sull’embrionedel 1989 (n 1100), del 1986 (n. 1046), del 1982 (n. 934) e nella convenzione di bioetica del 1998, né dal Parlamento Europeo nelle sue diverse raccomandazioni in questa materia.

La legge 40/2004 ha stabilito una tutela del concepito nel momento stesso in cui ha regolato le nuove tecniche di procreazione medicalmente assistita. Ha, cioè, cercato di garantire ad ogni concepito, pur se formato in una provetta, una possibilità di vita impedendone la distruzione premeditata come avviene anche quando nel caso della fecondazione in vitro si procede alla selezione prima del trasferimento in utero dell’embrione, al congelamento, alla produzione soprannumeraria, alla sperimentazione distruttiva.
Carlo Casini

Noi mamme surrogate sfruttate e senza diritti

cirinna tu nasciE’ successo nove anni fa, avevo dei problemi economici, ho deciso di registrarmi on line ad un sito per madri surrogate. Tra le varie coppie ne ho scelta una gay, che ho incontrato. Mi sono piaciuti, ho firmato il contratto e ho fatto la surrogazione, il compenso è stato di 8mila dollari. La gravidanza è andata bene, erano carini, eravamo d’accordo che avrei mantenuto un rapporto con la bambina, ma dopo il parto hanno cambiato atteggiamento. Non mi hanno più permesso di vederla, non ho più notizie di lei. Da quando ho testimoniato al Senato americano contro la maternità surrogata mi hanno impedito di vederla».
A raccontare una storia di utero in affitto finita male, in una sala di Palazzo Madama, è Elisa Anna Gomez, una donna americana diventata una sorta di testimonial contro la pratica della surrogacy, cui hanno fatto ricorso anche il leader di Sel Nichi Vendola e il suo compagno per far nascere un bambino in una clinica californiana, spaccando in due l’opinione pubblica e creando fratture anche a sinistra. La storia di Anna Gomez è contestata dagli ambienti Lgbt che ne mettono in dubbio la veridicità, per il motivo che della sua vicenda non avrebbero parlato i media americani.

L’Associazione ProVita che ha organizzato l’incontro al Senato risponde che negli Usa, dove la pratica è legale in otto Stati, i casi del genere fanno meno notizia proprio perché sono frequenti (un documentario che ProVita sta doppiando in Italiano, Breeders, a Subclass of Women, ne racconta parecchi).
Elisa Gomez è testimone diretta della difficoltà a cui può andare incontro la madre surrogata quando deve lasciare il bambino appena partorito e consegnarlo ai «genitori committenti», come vengono definite nei «contratti di gestazione» le coppie che si rivolgono alle cliniche specializzate nella surrogacy. «Ho avuto la mia bambina e subito mi sono sentita legata a lei – racconta – Lei era mia figlia e io sapevo che non potevo lasciarla andare. Ero esausta e confusa.

Mi sentivo come se la mia bambina fosse morta. La coppia ha improvvisamente tagliato le comunicazioni e ha lasciato lo Stato senza darmi alcuna informazione. Nessuno dei due era sul certificato di nascita, è come se me l’avessero rapita. Ho contattato le autorità, ma sono stata trattata come se mia figlia non fosse mia».
Dopo una causa legale per il riconoscimento della figlia e il parziale risultato di poterla vedere per quattro ore al mese, la donna racconta di non vedere più la figlia da due anni e mezzo. Nel frattempo la Gomez ha intrapreso un’azione di denuncia per informare le donne sulla pratica dell’utero in affitto. «Voglio che si sappia – spiega – che moltissime madri surrogate sono nella mia stessa situazione, vengono minacciate, costrette al silenzio, cadono in una depressione profonda. Il mondo dell’utero in affitto non ha niente a che fare con la generosità, tutto ruota intorno ai bisogni degli adulti, non ai bambini».

Se le chiedono cosa direbbe ad una donna favorevole a prestare il suo utero, lei risponde. «Le direi di non usare il suo corpo come mezzo, i bambini non possono essere comprati e venduti, non possiamo togliere i loro diritti prima che nascano. E poi le direi: la schiavitù in America è stata abolita».

 

Salviamo i bimbi dagli esperimenti

esperimenti ovuliLa Corte costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sul caso di due «mamme». Forse qualcuno ricorderà che una ventina di anni fa comparvero sui giornali titoli simili: «Primo bebè figlio di due madri» (Il Giornale, 15/6/1998). Allora il significato era questo: si trattava di una tecnica di fecondazione artificiale nella quale si erano fusi due ovuli, per produrre un «superovulo». Il bimbo nato da questo superovulo fecondato avrebbe avuto il patrimonio genetico di due donne, anziché di una, ma sarebbe cresciuto con una sola delle due mamme genetiche e con il proprio padre biologico. La tecnica, dichiarò il dottor Michael Feinman, «è sperimentale, non abbiamo sufficienti prove che funzioni». Non funzionò: i 30 bambini nati così non erano superbambini, come sperato, ma «cumuli» di patologie. La tecnica fu abbandonata. Nessuno ne parlò più, ma queste persone esistono, e pagano nel corpo e nella psiche l’esperimento fatto sulla loro pelle. Esempi del genere se ne potrebbero fare a decine, ma l’importante è porsi una domanda: come mai è divenuto lecito sperimentare sull’uomo, come ai tempi del nazismo? Addirittura su bambini che devono ancora nascere e che certo non possono dare il loro consenso a queste sperimentazioni? Il citato Feinman, almeno, fu onesto: non sappiamo cosa accadrà, disse.

NUOVE FORMULE
Oggi invece si è trovata una formula più avvolgente: «Non vi sono evidenze scientifiche riguardo ad effetti negativi sui bambini cresciuti con due genitori dello stesso sesso”. Le cosiddette famiglie omogenitoriali, dunque, non presenterebbero, per ora, controindicazioni evidenti. Ci sono addirittura avanguardisti come Chiara Lalli e Ivan Scalfarotto, che nel loro Buoni genitori. Storie di mamme e papà gay sostengono che, anzi, la verità sta all’opposto: le «competenze genitoriali» di due gay, sarebbero addirittura «superiori». Benché, si aggiunge, persino molti omosessuali condividano «la credenza stereotipica che per uno sviluppo sano e proattivo di un bambino siano necessarie due figure genitoriali di sesso opposto», dimostrando così l’esistenza di una «omofobia interiorizzata» anche in loro! In verità l’affermazione secondo cui «non vi sono evidenze scientifiche…», si appoggia su ricerche dubbie ed «interessate», in contrasto con analisi ben più approfondite che vanno in senso opposto, come dimostra Massimo Gandolfini, neuroscienziato e psichiatra, nel suoMamma e papà servono ancora? Si può aggiungere che queste indagini non possono che basarsi sui pochi casi esistenti, e spesso su bambini ancora piccoli, nei quali eventuali disturbi comportamentali non appaiono ancora visibili né quantificabili. Quante volte è accaduto che tecniche di fecondazione artificiale sono sembrate innocue, sino ai15-20 anni di età dei «prodotti», per svelare solo in seguito la loro nocività?

LA DOMANDA
Quello che viene da chiedersi, però, è se davvero sia logico semplicemente porsi la domanda. C’è qualcuno che sostiene che non vi è alcuna «evidenza scientifica» che impedisce di far nascere gli orsi polari all’equatore? Effettivamente l’evidenza non c’è, ma per il semplice fatto che nessuno ha mai pensato fosse intelligente cercarla. Questo perché la scienza nasce e cresce indagando la realtà, comprendendola, descrivendola, non manipolandola. Francesco Bacone ricordava che «alla natura si comanda solamente obbedendole». La virtù degli scienziati, scriveva Cartesio, è la meraviglia: la natura con le sue leggi, il suo funzionamento dimostra una prodigiosa e ammirevole «intelligenza». I grandi scienziati hanno sempre visto nelle leggi naturali, come dicevano Keplero, Pascal ed Einstein, «pensieri di Dio», o, in altri termini, un ordine mirabile, da rispettare. Eppure, quanto all’uomo, dicono oggi in tanti, la scienza non conta. Neppure il diritto classico, basato sul principio suum cuique tribuere (dare a ciascuno ciò che gli spetta), ha più rilevanza. Possiamo rifare, con la forza della legge e della tecnica, la natura stessa, qualora essa non stia «al passo con i tempi», e non risponda «alle richieste dell’Europa» …Renzi, il Corriere, Repubblica sono molto più «avanti» della natura, della biologia… Forse troppo avanti, e molti andranno a sbattere.

Francesco Agnoli

 

 

Ora basta, è il trionfo del narcisismo genetico

cheslerPhyllis Chesler non si è mai preoccupata di apparire politicamente corretta: di certo non quando ci sono in gioco i diritti di donne e bambini. La maternità surrogata è un’industria, dice la storica femminista americana, docente di psicologia alla City University of New York e autrice di un libro-spartiacque sulla maternità conto terzi; ed è il «trionfo del narcisismo genetico» di chi non può o non vuole avere figli ma esige di trasmettere a tutti i costi la propria eredità genetica. Per questo – insiste – bisogna fermarla.

Professoressa Chesler, come fermare un’industria miliardaria, e in crescita? Nessuno può farcela da solo. Bisogna lavorare insieme. Difendo il diritto di abortire, ma collaboro con gruppi pro-vita per mettere fuori legge quell’autentico commercio di bambini che è la maternità surrogata. Lo scorso maggio ho partecipato a lanciare la campagna «Stop surrogacy now», che unisce organizzazioni su fronti opposti su fronti infuocati come l’aborto, ma anche gruppi religiosi e atei, la destra e la sinistra.

Cosa ha permesso questa alleanza? La maternità surrogata vìola così tanti princìpi- base della convivenza umana da oltrepassare le barriere. Mercifica i corpi delle donne, riduce i bambini a oggetti da ordinare da parte di chi se li può permettere, etero o omosessuali, calpesta i diritti delle donne e dei bambini, li espone a enormi rischi per la loro salute. Ma non basta: recide il legame primordiale fra madre e figlio, apre la porta alla sperimentazione eugenetica e porta al traffico di donne.

Come è nato il movimento “Stop surrogacy now»? Alla Harvard Law School nel 2011, durante la proiezione del documentario Eggsploitation che mette in luce lo sfruttamento di giovani donne da parte dell’industria della fertilità in cerca di ovuli. Durante il dibattito alcuni membri dell’industira della fertilità accusarono la regista, Jennifer Lahl, di negare i diritti delle donne. Allora mi alzai spiegando che sono una delle fondatrici di «Now», la principale organizzazione femminista negli Usa, e di essere invece d’accordo con lei. Altre persone hanno manifestato il loro supporto. Abbiamo capito che solo un’alleanza trasversale poteva reggere la pressione delle cliniche della fertilità.

Da dove viene questa sua passione contro la maternità surrogata? Nasce nel 1987, quando seguii la prima causa legale di una madre surrogata, il famoso caso «Baby M»: una giovane squattrinata che non aveva finito le superiori contro una coppia di abbienti scienziati. Organizzai dimostrazioni, scrissi lettere ai giudici. E mi accorsi che le mie obiezioni coincidevano con quelle avanzate dalla Conferenza episcopale del New Jersey. La Corte suprema dello Stato dichiarò che la maternità in affitto era illegale, ma questo non ha poi impedito a 8 Stati di legalizzarla e ad altri 23 di permetterla in molti casi. Oggi coppie sterili, single, gay, vip che non vogliono il disagio di una gravidanza noleggiano una donna per la loro riproduzione. Questo, oltretutto, scoraggia l’adozione e condanna migliaia di bambini a crescere in pessime istituzioni.

Cosa chiede oggi il movimento «Stop surrogacy now»? Vogliamo vietare la maternità surrogata in ogni Stato, ogni provincia, ogni Paese del mondo. Per farlo vogliamo che l’Onu dichiari l’affitto di uteri una violazione dei diritti umani e lo metta al bando. Il percorso è lungo, ma la consapevolezza sta crescendo. Comincia a emergere il danno che la maternità surrogata infligge ai figli precedenti della madre surrogata, che per essere assoldata deve dimostrare di avere portato a termine una gravidanza. Vedere la madre cedere il nuovo nato in cambio di denaro crea traumi profondi.

Il 2 febbraio a Parigi si è tenuta una conferenza sull’abolizione della maternità surrogata… È un passo importante, perché la schiavizzazione di donne come macchine da riproduzione si sta espandendo a causa della continua erosione della classe media in America e in Europa, dei debiti di molte famiglie e della potenza dell’industria della fertilità che ora si presenta come alleata delle lobby gay. Gli Usa sono il secondo fornitore di uteri in affitto al mondo, dopo l’India…

di Elena Molinari

Lettera aperta di una dottoressa missionaria a un prete

Chiara%20CastellaniCiao, ci conosciamo da cinquant’anni, ma solo ora ho avuto il coraggio di scrivere una lettera che ho dentro da sempre. Il contenuto te l’ho trasmesso a piu’ riprese, senza tener conto se eri italiano, latino americano o africano.

Ne’ ha avuto importanza per me se tu eri un giovane prete, un vescovo, un nunzio apostolico. Quando ho avuto bisogno di te, tu per me eri sempre e comunque il successore dei dodici apostoli. Anzi, dell’apostolo delle genti, colui che ci invita alla perseveranza, che io chiamo testardaggine. Da quando ho fatto una scelta missionaria che – pur nella sua laicita’ – considero radicale, ho avuto spesso bisogno di incontrarmi con te per confrontare la mia missione con la tua. E ogni volta non solo mi hai incoraggiato ad approfondirla, ma ne hai condiviso fino in fondo le sofferenze e le sfide, dandomi ogni volta piu’ fiducia sul fatto di non essere considerata un’intrusa, ma una sorella. È grazie alla tua presenza che – se mi lamentavo molto della mia vita in Congo – sono riuscita a decidere che non potevo lamentarmi più perché era una mancanza di fiducia nell’Altissimo.

Ho avuto bisogno di te prete nei momenti più difficili:  ricordi il giorno in cui ricevetti la notizia del vile assassinio del dottor Richard, e c’eri solo tu con cui potevo confrontarmi sulla miseria e la divinità dell’essere umano? O quando venni accusata ingiustamente di aver usato farmaci scaduti e subii tre interrogatori di ore? Fosti tu a guidarmi a scegliere la strada del perdono, che poi si rivelò vincente. Quando mi ammalai di black water fever, ebbi bisogno più di assistenza spirituale che medica. Perché per i miei malati non dovrebbe valere lo stesso? Quante volte sono venuta da te la sera tardi, perché avevo urgente bisogno di parlarti di un malato grave o di un paziente morto fra le mie braccia… Non fosse altro che per ricevere un piccolo incoraggiamento.

Anche se a volte ero preoccupata di poterti danneggiare, girando per la canonica in quelle ore tardive. Tu mi hai fatto capire che mi saresti stato vicino nonostante i tuoi impegni e i tuoi doveri di sacerdote. Poi è stato possibile installare l’e-mail. E allora abbiamo concordato che fisicamente in quel momento eri lontano, ma spiritualmente ancora vicino. L’abbiamo chiamato insieme «l’appuntamento del sabato». Da allora si è installata fra noi una comunicazione non verbale, fatta di attesa, che ha riempito non solo gli spazi fra gli appuntamenti, ma anche la distanza che ci separava. Spesso sono stata io a mancare all’appuntamento; altre volte eri tu. Ma anche quando non riuscivo ad avere tue notizie, mi dicevo che potevo aspettare e ti scrivevo egualmente, perché so che quando avrai tempo leggerai la lettera. Perché so che ci sei.

Da quell’attesa ho capito che con Dio bisogna avere pazienza, perché lui è paziente. Ma non ho ancora imparato a viverlo davvero… Ci proverò. Ma sai bene che non so aspettare. E se la soluzione non si fa subito evidente, comincio a farmi problemi inutili. Invece devo aver fiducia in Dio e – come dice san Paolo – perseveranza nella preghiera. Credo che Dio superi la nostra intelligenza nella sua misericordia. E quando nell’intelletto umano (io come medico, tu come prete) non si trova la soluzione, bisogna cercarla insieme nella preghiera.

Perseveranza nella preghiera: questo è il nocciolo. Troppo spesso ho l’impressione di fossilizzarmi solo sui bisogni materiali di chi assisto. Forse perché all’università sono stata riempita di nozioni su questo, mentre ho difficoltà a recuperare la dimensione verticale, la presenza e il bisogno di Dio nella mia vita come nella loro. Dimmi allora tu, prete, che cosa posso fare per scoprire e vivere questa dimensione. Certo è che se voglio condividere con te la dimensione verticale, tu devi accettare di condividere con me la dimensione orizzontale: quella dei bisogni. Se sappiamo completarci nelle due dimensioni dello spirito (perché anche lo spirito ha bisogni orizzontali), solo allora avremo entrambi la possibilità di vivere la piena umanità. Forse nei nostri futuri incontri varrà la pena di insistere sull’importanza della relazione umana, sul veritiero amore verso il prossimo, che deve motivare il mio e il tuo lavoro.
Chiara Castellani – Medico missionario in Congo

 

I dieci comandamenti del relativismo

ratzinger-1272379929260Lo spirito del secolo che Benedetto XVI attacca nel suo magistero è il relativismo; il quale se lo esaminiamo bene è incoerente, l’unica cosa capace di nascondere la sua contraddizione è la pazzia.

Dalla fine della seconda guerra mondiale ad ora, nel campo della filosofia e della dialettica stiamo vivendo di rendita di quello che è stato scritto alla fine del XIX secolo e della prima metà del XX secolo. Così scrive Eulogio Lopez, direttore di Hispanidad.com, seguace di Chesterton e C. S. Lewis. Chiunque mastichi filosofia, che ha effetti nel modo di pensare quotidiano della gente, sa che da allora i trattati si sono convertiti in slogan e quello che doveva essere ricerca della verità in ricerca della ricerca; in definitiva nella tentazione inquietante che la verità non esiste, per cui non merita fatica la conoscenza. L’unica cosa per i nuovi sofisti è la divagazione eterna ed infruttuosa sulle forme della conoscenza.

La base di tutto ciò viene posta da Descartes, ma ha raggiunto la pienezza nel XX secolo, o meglio ha raggiunto il disastro dichiara Lopez.. Infatti, è come se la ragione fosse stata chiusa in una prigione e con essa anche la libertà. E’ chiaro che è stata imprigionata in nome della libertà di pensiero. Paradossale è che il progresso intellettuale della civiltà occidentale è degenerato in un circolo orientale, dal quale è impossibile uscire.

In Occidente lo chiamiamo relativismo, che in fondo non è altro che l’annullamento dell’uomo come essere razionale, e con ciò l’annullamento della sua libertà. Viviamo nell’universo della contraddizione permanente. Lo possiamo vedere con gli aforismi che sono i comandamenti vigenti secondo Lopez.

Il primo e più importante di tutti, che ingloba tutti gli altri, è il seguente:

1. “Nulla è verità e nulla è menzogna, tutto dipende dal colore della lente con cui si guarda“. Questa frase di un autore famoso, che vorrebbe dichiarare la fine delle verità assoluta, incorre in una prima contraddizione evidente: non esiste la verità, meno questo principio, questo dogma negativo.

2. “Proibito proibire“. Slogan del 68, di una generazione che continua a stare ben abbarbicata al potere. Altra contraddizione: se proibiamo proibire, c’è qualcosa che è proibito, cioè proibire.

3. “Tutto è opinabile“. Questo lo assicurano gli esperti della società della comunicazione. Se tutto è opinabile, questo no: non è opinabile che tutto sia opinabile.

4. “I dogmi sono inammissibili“. Salvo giustamente quello appena enunciato, indimostrabile e forzosamente applicato. Molte volte l’uomo parte da un dogma per arrivare ad una conclusione. Questo vale sia nel pensiero induttivo che in quello deduttivo.

5. “Libertà di pensiero“. Certo, ma due più due fa solo quattro. Nessuno comincia a pensare da zero, ma da un insieme di coordinate che gli vengono date. Il pensiero umano è sottomesso a strette regole, che sono un insieme che va sotto il nome di scienza della logica. Oggi non viene rispetta, è un male di cui soffrono molti.

6. “Ogni idea , principio o credenza, è rispettabile come qualsiasi altra“. Tutte? No, perchè quella appena enunciata è quella che pretende maggior rispetto. Provate a negarla e vedete che disprezzo.

7. “Educare in libertà“. Provate a concedere libertà ad un alunno per sottomettersi o rifiutare un’educazione. Sicuramente sceglierà la libertà di non educarsi, sopratutto se pensa allo sforzo che costerà il farlo. L’unica cosa importante per chi enuncia questo principio è la tolleranza, e non le idee che si tollerano. Anzi, la libertà di espressione rischia di essere un attentato alla libertà degli altri, perchè rischia di influire sulla libertà dell’interlocutore.

8. “Non accetto quello che non è dimostrabile“. Se è così come faccio a dimostrare la mia esistenza? Quello che è empiricamente dimostrabile non raggiunge lo 0,1% della conoscenza umana. Nemmeno posso dar ragione della mia esistenza; non avete mai sentito di persone, che per sbagli burocratici, dovevano dimostrare la loro esistenza in vita perchè non c’era nessuna carta che lo dimostrasse? Molte delle cose che conosciamo fanno parte del nostro sapere per fede/ fiducia in persone che riteniamo credibili.

9. “Quello che si vede esiste e quello che non si vede non esiste“. Ma i nostri sensi ci ingannano, per secoli la filosofia lo ha insegnato. Se fosse vero non dovrebbero esistere i pianeti, l’amore, il dolore, la bellezza, l’arte, la letteratura, ecc… Ancora, siamo sicuri che la vita non è un sogno e il sogno non è la vera vita?

10. “Nessuno può dire quello che è bene o è male“. Siamo sempre daccapo. Come forma di non ingerenza forse sarebbe buona, ma poi questo enunciato si sviluppa in giudizi morali verso il prossimo che non la pensa allo stesso modo, oppure serve per lisciare il pelo a qualcuno.

Non c’è da stupirsi che l’uomo di questo tempo abbia nausea di vivere. Soffre di vertigine intellettuale e i suoi sintomi sono: mancanza di personalità e sfiducia in se stesso. Il relativismo lo ha condotto al complesso di inferiorità e ad una profonda tristezza: perchè l’uomo può essere buono o cattivo, saggio o ignorante, ma quello che la sua natura razionale non può accettare senza andare a pezzi è vivere nella contraddizione. L’unica cosa capace di nascondere questa contraddizione è la pazzia. Questo logicamente è la mèta a cui conduce il relativismo.

Liberta’ a caro prezzo

freedomLe chiamano prostitute, quando va bene. Spesso sono additate con i vocaboli piu’ dispregiativi. Come se fosse una libera scelta quella di vendere il proprio corpo. Per molte di loro e’ una schiavitu’. Ingannate da false promesse, dal miraggio di un altrove fatto di benessere e felicita’, queste ragazze finiscono con il ritrovarsi schiave sessuali, in una situazione di vulnerabilita’ e povertà peggiore di quella da cui provengono, sradicate in un Paese straniero, clandestine, senza identità ne’ dignita’. Le chiamano prostitute, ma sarebbe meglio dire prostituite.

RAGAZZE «SPEZZATE»
Joy lo ripete senza tregua. Con veemenza e desolazione. Con violenza, ma anche con le lacrime che le riempiono gli occhi. «Mi dovete risarcire di tutto il male che mi avete fatto!». Sempre la stessa frase, ossessionante, che esonda dalla palude di sofferenza, paura, rabbia e dolore che si porta
dentro. Una ragazza spezzata, come le altre. Ma lei continua a urlarlo. È stata rimpatriata a Lagos dall’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni). Lo ha scelto lei, quando forse non aveva più altra scelta. A Roma era stata aiutata dalle suore di Nostra Signora degli Apostoli e dalla Caritas. Poi aveva ottenuto il permesso di soggiorno a Brescia. Ma in Italia non aveva futuro. A Erma Marinelli, delle suore di Maria Riparatrice, non pare vero di rivederla lì, a Lagos. L’ha seguita per sei mesi alla Caritas di Roma. Una ragazza problematica: «Quando veniva da noi, urlava, faceva scenate incredibili. L’abbiamo mandata da un medico e da uno psicologo. Ma lei ripeteva: “Non sono matta”. E già allora continuava a ripetere: “Mi dovete risarcire di tutto il male che mi avete fatto!”. Pensavamo avesse subito abusi e violenze in strada. Ma non sapevamo tutto».

Joy racconta di aver fatto qualche lavoro, la badante soprattutto. Ma non  dice che resisteva a malapena un mese o poco più. Racconta di essere stata  ospitata dalle suore e poi in un ostello Caritas. Ma non dice che anche lì aveva sempre problemi. Soprattutto non parla del dramma che ha rovinato la sua esistenza, ancor più della sua vita in strada. «È probabile che le abbiano fatto girare un film pornografico – racconta suor Erma -.

Ogni tanto vi faceva allusione, urlando con rabbia frasi oscene, sbattendoci in faccia con violenza la peggiore delle violenze che aveva subito. Un dramma da cui non si è più ripresa». L’hanno convinta a rientrare in Nigeria. Prima, però, ha chiesto alla famiglia se i soldi che le avrebbero dato (1.500 euro) erano sufficienti per essere di nuovo accettata a casa. «Hanno detto di sì. E per lei è stata come una liberazione: ha cambiato atteggiamento, ha riacquisito un po’ di dignità. Non rientrava a mani vuote e sapeva che c’era qualcuno ad  attenderla.  Ma nessuna cifra sarà mai sufficiente per risarcirla del male che ha subito».

LO SPETTRO DEL PASSATO
Rose, invece, è tornata ad Akure, ed è ospite di un convento. Porta ancora addosso un segno della vita che si è lasciata alle spalle in Italia: due lenti a contatto blu, che spiccano come fanali sul suo volto. Rose è giovane e può ancora farcela. Soprattutto se le sarà offerta un’opportunità di riscatto. Come è successo a Kathy, che oggi ha 26 anni ed è stata tra le  prime a tornare a Benin City, nel 2000. Lei però la strada l’ha solo «sfiorata». Alla famiglia avevano detto che l’avrebbero portata in Europa. È finita a Roma, ma non sapeva neppure dove fosse. «Mi tenevano rinchiusa nella casa di una mamam – racconta -. Poi, un giorno, mi hanno affidata a un’altra ragazza perché mi portasse al lavoro. Non mi avevano detto di cosa
si trattasse esattamente, ma lo avevo intuito. E così, mentre eravamo sull’autobus, sono scappata e sono salita su un altro bus. Non sapevo dove stessi andando. Quando ho sentito una campana, sono scesa e ho cercato la chiesa e un prete. È stato gentile e mi ha accompagnata in ambasciata, ma era già chiusa. Allora mi ha portata in una casa di accoglienza delle suore».

Da lì è partita tutta una serie di contatti e collegamenti che hanno  riportato Kathy in Nigeria e che le hanno permesso di tornare a Benin City dove sister Florence Nwaonuma e le sue consorelle del Sacro Cuore, una congregazione diocesana di Benin City, l’hanno accolta. Kathy è intelligente e volonterosa, ha ripreso gli studi e si è diplomata in business economy. Lo scorso anno, poi, è riuscita a prendere una laurea in psicologia. «Ora vorrei aiutare le altre ragazze che hanno vissuto l’esperienza della tratta e che sono state meno fortunate di me».

In Blessed invece si intuisce che c’è qualcosa di inesorabilmente infranto. È una bella donna di 37 anni: alta e slanciata, avvolta in un elegante abito tradizionale. Ha un viso dolce, ma gli occhi sono spenti. È rientrata in Nigeria quattro anni fa, dopo averne passati 11 in Italia. È tornata dai suoi figli. Li ha lasciati in Nigeria per andare in Italia a «lavorare».
Pensava di andare a fare la cameriera o la parrucchiera e invece… Della vita in strada non vuole dire nulla. Parla con un italiano stentato e lo sguardo un po’ assente: «Era un po’ dura in Italia – dice schermendosi -, ma anche qui non è facile». Da quando è tornata non ha più relazioni con i genitori. Le suore di Nostra Signora degli Apostoli hanno cercato di etterli in contatto, ma i suoi parenti non vogliono più saperne di lei. E così anche la figlia maggiore, mentre gli altri due le sono vicini. Le suore l’hanno assunta come domestica. Ma non è del tutto lucida e ha bisogno di medicine.

VALORI E INGIUSTIZIE
«Quando vedo la disumanizzazione che comporta il fatto di vendere se stesse per sopravvivere, dico che tutto questo non è giusto e che dobbiamo lottare per mettere fine a questo traffico vergognoso»: Eric Okoje, avvocato, è tra i fondatori del Cosudow (Comitato per il sostegno delle dignità della donna), un’organizzazione voluta dalla Conferenza delle religiose nigeriane nel 1999. «È un’ingiustizia intollerabile – prosegue – quella di ridurre una persona in schiavitù. Quando vedi che tante famiglie sono toccate da questo dramma, inevitabilmente ti interroghi sul loro futuro e sul futuro di questo Paese. Perché dobbiamo permettere che una generazione di giovani venga resa schiava? C’è un problema di povertà, di impunità e anche di perdita dei valori. Se non ci sono fondamenti non si può costruire nulla. Ma è difficile
far passare un messaggio a una persona che ha fame. Non ascolta: ascolta il suo stomaco».
Una bella sfida, in un contesto che certamente non aiuta. In Nigeria restano forti alcuni riferimenti tradizionali (famiglia, villaggio, ecc.), ma anche superstizioni e stregoneria. Il tutto diventa una miscela esplosiva quando si impongono stili di vita e modelli culturali legati a logiche consumistiche e materialiste. Il connubio è un ibrido inquietante.
Come a Benin City, città con un milione di abitanti a 350 chilometri da Lagos, dove la povertà è diffusa ed evidente e stride in maniera sconcertante con alcuni simboli di ricchezza e potere. In strada è un continuo chiamare lo straniero che passa: «Ehi, bianco, perché non mi porti in Europa con te?». Un po’ per scherzo, un po’ sul serio, sono in molti a chiederlo. Non sfuggono a questo meccanismo le ragazze che arrivano in Europa. All’inizio venivano quasi tutte da Benin City. Ora le madame, le donne che gestiscono i traffici, e i loro corrieri rastrellano sempre di più i villaggi limitrofi, le ragazze non aspettano altro: l’Europa, la bella vita, i soldi per loro e per le famiglie. Un sogno per il quale sarebbero disposte a tutto: a sottoporsi a un rito voudou, ad affrontare viaggi spaventosi, talvolta via terra, ad accettare di pagare un debito
spropositato. «Perché proprio Benin City? – si interroga padre Jude Oidaga, gesuita, originario di questa città -. Bisognerebbe fare l’esperienza di alzarsi la mattina e non avere cibo, arrivare a sera e non avere cibo; e non avere un lavoro, né benzina, né sapone per lavarsi… Bisognerebbe fare l’esperienza di chi lotta per sopravvivere per capire cosa spinge queste
ragazze a partire a ogni costo. Ma la responsabilità della loro fuga va ricercata a un livello più alto: quello delle istituzioni e dei governi, corrotti e inetti; quello delle politiche internazionali ingiuste e discriminatorie, che non fanno altro che ampliare la frattura tra ricchi e
poveri. E allora non andrebbero biasimate in prima istanza queste ragazze, ma innanzitutto coloro che sono responsabili della sperequazione che condanna tanta gente a vivere una vita indegna».

SUORE CORAGGIO
«Siamo qui a Benin City per lottare contro il traffico vergognoso di migliaia di ragazze che vengono portate via con l’inganno e sono costrette a prostituirsi sulle strade italiane. Ragazze ridotte in schiavitù. Ragazze usate e abusate…», «…dai vostri uomini!». Suor Eugenia Bonetti denuncia, l’Oba contrattacca.

Lei, 69 anni, milanese, è una missionaria della Consolata, coordinatrice dell’Ufficio contro la tratta di esseri umani dell’Unione delle superiore maggiori italiane. Nel 2007 ha ricevuto dal
Dipartimento di Stato Usa il premio «Donna coraggio». Lui è il re di Benin City, discendente di uno dei regni più potenti dell’Africa occidentale, che ancora oggi conserva un’autorità enorme su questa fetta di Nigeria, dove politici e amministratori nulla possono senza il suo consenso. Quello dell’Oba è un potere tradizionale e reale, si nutre di occulto e si impone su questioni molto concrete. Compresa quella delle donne portate in Italia per essere sfruttate sessualmente. Nello scambio di battute tra lui e suor Eugenia c’è la sintesi di questo vergognoso business. Un affare che si regge su un consolidato incrocio di domanda e offerta. E che si snoda tra Nigeria e Italia lungo le vie della tratta, gestite da mafie internazionali ben
organizzate ed efficienti, spesso non adeguatamente perseguite. Oggi il commercio di donne a fini di sfruttamento sessuale è, secondo l’Onu, la terza attività illegale più redditizia al mondo (dopo il traffico di armi e di droga), con un giro di affari intorno ai 12 miliardi di dollari l’anno.
«Ci sono 30mila ragazze nigeriane sulle strade italiane – denuncia suor Eugenia davanti all’Oba e ai notabili di Benin City -, costrette a prostituirsi per pagare un debito assurdo: 50, 60, 80mila euro. A volte anche di più. Ci vogliono anni prima che riescano a riscattarlo. Alcune muoiono, altre vengono uccise. E in molte di loro si spezza qualcosa dentro.
Per sempre. Dobbiamo dire basta a questo sfruttamento inumano. Ma dobbiamo farlo tutti insieme». L’Oba annuisce. Lui conosce molto bene Benin City, il centro di quell’intreccio di business e traffici, di azioni legali e riti tradizionali, di finanza e stregoneria, di favori e minacce che è all’origine del traffico: un intreccio che probabilmente è troppo vasto anche per lui. Qualcuno però non si arrende. Come sister Florence Nwaonuma,
responsabile del Cosudow. Il comitato svolge un importante lavoro di accoglienza delle ragazze che ritornano. Non senza difficoltà. La prima è parlarne: «Facciamo molta sensibilizzazione, a tutti i livelli: parrocchie, scuole, amministratori, affinché si sappia anzitutto cosa sta succedendo.
Dopo tutti questi anni, dopo migliaia di ragazze “trafficate”, non si può più far finta di niente, come se questo fenomeno non esistesse. Eppure c’è ancora molta omertà, a volte per paura, a volte per interesse».

LA BEFFA DEL RIMPATRIO
Ma le suore non sono le uniche a lavorare al reinserimento delle ragazze.
Alla periferia di Lagos nel 2004 è stato aperto, grazie alla collaborazione dei governi italiano e statunitense, un centro che è un po’ casa di accoglienza, un po’ prigione. È gestito dalla National agency for the prohibition of traffic in persons and other related matters (Naptip),
l’agenzia del governo nigeriano che opera contro il traffico di donne e di minori. Lo scopo, oltre a perseguire i trafficanti, è quello di accogliere e reintegrare le vittime, dar loro assistenza legale. Attualmente gli ospiti sono una trentina, quasi tutti minorenni, compresi alcuni maschi. «Da quando siamo aperti, abbiamo accolto 700 ragazzi e ragazze – spiega Godwin E.
Morka, capo del Naptip di Lagos -. A tutti viene offerta la possibilità di un periodo di riabilitazione e una breve formazione. Per le ragazze si tratta spesso di un corso per parrucchiera. Se hanno problemi di salute facciamo anche un controllo medico. Se sono malate vengono trasferite all’ospedale militare». Morka non ne parla esplicitamente, ma il riferimento
è chiaro. Molte sono sieropositive o con Aids conclamato.
Le ragazze non possono uscire né ricevere visite, perché in passato si sono presentati trafficanti o madame, spacciandosi per parenti. Alcune ragazze, poi, hanno il terrore di essere avvelenate. Sanno che i loro «protettori» temono di essere denunciati e che è gente senza scrupoli. Le ragazze non si fidano neppure delle istituzioni nigeriane. Per non parlare dei problemi che si pongono quando vengono rimpatriate dall’estero. «Quando i governi europei
espellono le ragazze – spiega Morka – si mettono in contatto con l’Ufficio immigrazione nigeriano, ma non specificano chi sono le vittime e chi i trafficanti. Specialmente dall’Italia, le ragazze spesso tornano in gruppo, ammanettate come criminali, mischiate a delinquenti veri. Vengono rimpatriati tutti insieme. Talvolta il volo diventa l’occasione per intrecciare contatti e organizzare nuove partenze». Gli operatori del Naptip non hanno accesso all’aeroporto per accogliere le ragazze. Raramente ci sono le famiglie ad aspettarle. Sempre, invece, ci sono i trafficanti, pronti ad offrire «assistenza» alle ragazze, per poi farle rientrare nel giro della
prostituzione.

Milano, Nigeria

Anna Pozzi
La Binasca, periferia sud di Milano, di notte è il girone infernale delle ragazze nigeriane. In gruppo, mezze nude, o nude del tutto, accanto a fuochi per scaldarsi nelle notti d’inverno. Nella capitale economica e finanziaria d’Italia, anche la gerarchia della strada risponde alla ferrea legge della domanda e dell’offerta. In centro, negli appartamenti o nei club, lavorano le ragazze più «redditizie»: soprattutto brasiliane, ma anche italiane, est-europee, giapponesi, tutte gestite da mafie potentissime. Prendono appuntamenti tramite siti specializzati. Lo scorso anno sono stati calcolati almeno 15mila annunci di questo genere. Uscendo dalla città, lungo le provinciali che a raggiera si allontanano dal centro, si incontrano via via quelle più a «buon mercato»: moltissime est-europee e, sempre più lontane, ecco le nigeriane. Tutte oggetto di violenza e mercificazione. Spesso in condizioni di vera schiavitù. In strada, tutto costa meno: il joint -il posto – come pure la ragazza. Una nigeriana è costretta a svendere il proprio corpo per 20 euro, spesso anche meno. Il debito che deve rimborsare, però, raggiunge cifre spaventose: mediamente dai 50 ai 60mila euro. E inoltre c’è da pagare alla maman l’affitto, il cibo, gli abiti «da lavoro», e magari offrirle regali costosi in cambio di un trattamento più umano.
Anche se la mafia nigeriana è ritenuta meno violenta di quella albanese o est-europea, che controlla il business più redditizio, non sono rari i racconti di stupri a opera dei trafficanti, di torture e violenze fisiche e verbali. Spesso le ragazze vengono obbligate a lavorare anche quando sono malate o in gravidanza o ad avere rapporti sessuali non protetti; se rimangono incinte vengono costrette ad abortire (alcune parlano addirittura
di una dozzina di aborti!) o vengono sottratti loro i figli e usati come
arma di ricatto.

MINACCIATE E SOLE
Chiuse in questo ghetto di vessazioni e umiliazioni, vivono in Italia, ma per certi versi potrebbero essere ovunque. Sanno poche parole di italiano, mangiano il loro cibo, usano i loro prodotti per l’igiene, si procurano le medicine tradizionali, vanno nelle loro chiese. In alcune trovano conforto,in altre incontrano pastori, o sedicenti tali, coinvolti nella tratta, che danno giustificazioni «mistiche» o «spirituali» all’incubo che stanno vivendo. «È Dio che lo vuole!», si convincono.
La gestione del territorio è cruciale per chi sfrutta questo traffico aberrante. Soprattutto da quando è in atto un processo di «diversificazione» negli appartamenti e nei night-club. Le nigeriane, però, sono rimaste sempre in strada, in alcuni luoghi «storici» in città o, sempre più spesso, nelle periferie e in provincia. «Sono lì soprattutto di notte – spiega Palma Felina, responsabile del settore donne vittime di tratta di Caritas ambrosiana -, ma nell’hinterland sono costrette a lavorare anche di giorno.
Alcune sono in strada da vari anni, nonostante il turn-over. Oggi le spostano con più frequenza per evitare che possano legare tra loro o cercare rapporti particolari con qualche cliente». «Circa l’80% delle ragazze che assistiamo – aggiunge suor Claudia Biondi, coordinatrice del settore Aree di bisogno di Caritas ambrosiana – non sapeva che una volta in Italia il destino obbligato sarebbe stato la strada. Quasi tutte sono state quantomeno ingannate o aggirate, e c’è un 10% che ha subito un vero rapimento. Negli ultimi anni osserviamo che le ragazze nigeriane sono sempre più giovani, sia perché soddisfano le esigenze dei clienti sia perché sono più facilmente controllabili e manipolabili dagli sfruttatori».
Lo conferma Valerio Pedroni, responsabile del settore Donne in condizioni di fragilità sociale di Segnavia, una struttura legata ai padri somaschi: «Le ragazze dicono tutte di avere 18 anni, ma molte hanno l’aria da ragazzine».
Segnavia gestisce cinque unità di strada, progetti di recupero, case di prima e seconda accoglienza. Il tutto finalizzato a togliere le ragazze dalla strada e offrire percorsi che diano loro una nuova chance di vita.
«Molte vivono tra Milano e Torino – continua Pedroni – e si riversano la sera sulle strade della periferia milanese. È difficile stabilire un
contatto. Spesso sono in gruppo e non si riesce ad avere un rapporto
personale; sono diffidenti, ed è difficile andare al di là di un contatto
superficiale. Inoltre, a volte in strada ci sono anche le maman, che le
controllano e le scoraggiano dall’avere contatti con persone che non siano i clienti».

VIA DALLA STRADA
«In passato – aggiunge Palma Felina -, a fronte di una presenza in strada significativa, erano poche le nigeriane nelle case di accoglienza. Avevano ura a denunciare, specialmente se non avevano ancora finito di pagare il loro debito. Quelle che decidevano di scappare non andavano nelle strutture di accoglienza, si aiutavano tra loro. Negli ultimi anni, invece, arrivano più numerose. Molte sono seguite in progetti territoriali. Dopo la denuncia, vengono portate lontano dai luoghi in cui hanno vissuto e lavorato. Ma spesso si ammalano, non dormono, mostrano segni visibili di malessere e di traumi non solo fisici, ma anche psicologici».
In alcuni casi lasciano la strada grazie a un cliente che si è affezionato loro e che le aiuta. Ma i matrimoni di comodo sono più diffusi tra le ragazze di altre nazionalità. Molte nigeriane invece sono state regolarizzate attraverso le sanatorie (comprese alcune maman!). Sono sempre più numerose quelle che denunciano i loro sfruttatori e che, in base all’articolo 18 della legge sull’immigrazione, ottengono il permesso di soggiorno umanitario. Tuttavia, gli strumenti legali paiono ancora inadeguati per combattere il problema alla radice, sia perché in Italia le forze dell’ordine e le procure non hanno abbastanza mezzi per combattere la tratta, sia perché a livello nigeriano c’è una totale impunità.
«La mafia nigeriana – spiega Gianluca Epicoco, sostituto commissario della squadra mobile di Cremona, che da 12 anni svolge indagini e ricerche in questo ambito – è complessa e stratificata. Al livello più basso si trovano le maman, che rappresentano l’ultimo nodo di una rete che si dipana tra Italia e Nigeria. A un livello intermedio, il potere passa agli uomini che gestiscono la logistica del traffico da Benin City a Lagos, e da lì all’Europa, soprattutto Parigi, ma anche Amsterdam e Madrid, per poi arrivare a Torino. Poi, a un livello più alto, troviamo i veri e propri trafficanti che stanno in Nigeria: una struttura ben organizzata, potente,ramificata, con molti contatti, capace di corrompere ad alti livelli, dotata di legami con governi e ambasciate, e addentellati in tutta Europa.
Un’autentica associazione a delinquere, in grado di trafficare documenti e visti, oltre che ragazze, su scala transnazionale. Di fronte a una simile organizzazione, spesso noi non abbiamo né le risorse umane né i mezzi necessari per fronteggiarla adeguatamente».

Io, in fuga da voodoo e violenza

prostituzione3Wendy Uba conosce bene il mondo della prostituzione nigeriana per averlo vissuto e per essere riuscita a uscirne. Tanto bene da aver deciso di descriverlo in un libro, in collaborazione con la sociologa Paola Monzini:  Il mio nome non è Wendy (Laterza, Roma-Bari 2007, pp. 189, euro 9).

Wendy (nome di fantasia, che la ragazza usava con i clienti) racconta la sua esperienza di prostituta in Italia.
Con quali mezzi gli sfruttatori costringono le ragazze a prostituirsi?
I mezzi sono molti.

Innanzi tutto va detto che le ragazze arrivano in Italia con documenti contraffatti. Documenti che vengono poi sequestrati dagli sfruttatori, che li utilizzano per far arrivare altre donne. Il fatto di non avere passaporto e permesso di soggiorno, lascia le ragazze in balia del racket. Vengono poi utilizzate anche le ritorsioni fisiche ed economiche sui parenti. Gli sfruttatori minacciano: «Se vostra figlia non si impegna nel lavoro vi uccidiamo o vi portiamo via casa, terreni, ecc.». Anche se c’è da dire che spesso sono le stesse famiglie a vendere per denaro le ragazze.

Quale ruolo ha il voudou?
Le ragazze, prima della partenza, sono sottoposte a riti voudou (che
chiamano ju ju) attraverso i quali si impegnano a pagare il loro debito e a non denunciare i «protettori». Questi riti consistono nel far bere alle ragazze miscugli o pozioni «magiche», spesso vengono anche prelevati loro peli pubici o delle ascelle, sangue mestruale o indumenti intimi. Le ragazze, soprattutto quelle delle etnie benin e yoruba che credono maggiormente nel voudou, si convincono che, se «sgarreranno», il rito al quale sono state sottoposte le farà impazzire o impedirà loro di avere una vita serena.
Perché nel mondo della prostituzione nigeriana sta aumentando la violenza?
Gli sfruttatori impongono alle ragazze di portare loro ogni settimana almeno mille euro (al netto dei soldi dell’affitto della casa, dei vestiti, del vitto e l’affitto dei posti di lavoro, che vengono pagati a parte). Se non viene raccolta la cifra prestabilita, allora si scatena la violenza. I
«protettori» fanno valere le maniere forti: picchiano le ragazze, non danno loro da mangiare per giorni e le umiliano. Recentemente, poi, in Italia si stanno affermando i cult e i black eyes. In origine erano associazioni universitarie nate per un mutuo aiuto tra studenti.

Nel tempo si sono trasformate in qualcosa di simile alla mafia. Il governo nigeriano qualche anno fa le ha sciolte, perché erano diventate una minaccia per l’ordine pubblico. Alcuni membri di queste associazioni sono però emigrati in Europa e qui si sono dedicati a estorsioni, rapine, spaccio di droga e prostituzione. Quando una ragazza si ribella al volere della maman, questa paga i membri dei gruppi per punirla violentemente.

Che rapporto c’è con i clienti?
Ci sono clienti che hanno una forma di «rispetto» verso le prostitute.
Alcuni si affezionano al punto tale che poi sposano le ragazze. Va detto però che le favole alla Pretty Woman sono rarissime. Molti clienti hanno problemi psicologici e pretendono dalle ragazze prestazioni umilianti. Altri sono violenti e picchiano le ragazze anche senza ragione. La realtà delle nigeriane sulle strade è durissima e squallida.
Enrico Casalev- Popoli

L’Onu contro l’eugenetica. Tanto tempo fa

ONUCrimini medici nazisti. Processo di Norimberga. Dichiarazione
Universale dei diritti dell’uomo da parte delle Nazioni Unite. Dichiarazione di Ginevra della grande Onu laica, l’Associazione medica mondiale. E’ la sequenza che ha portato al manifesto giusnaturalista del 1948 e che abbiamo posto al centro della moratoria contro l’eugenetica con una revisione dell’articolo 3.

Nel 1948, mentre dalle rovine materiali e morali della Seconda guerra mondiale emergeva il bisogno di riaffermare la dignità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili, nel Palais de Chaillot di Parigi veniva solennemente approvata dalle Nazioni Unite la Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo.

Nella volontà dei suoi autori, la carta
era “la risposta agli atti di barbarie che avevano oltraggiato il genere
umano”. Dichiararono la necessità di “riaffermare la fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità della persona umana…”.

Fu la proclamazione di un principio non negoziabile, la risposta corale a un’Europa trasformata nel mattatoio del giudaismo e dell’umanesimo liberale e a quelle che il grande genetista francese Jerome Lejeune definì “le nuove forme di razzismo cronologico, sociologico, eugenetico”. L’assioma della “vita indegna di essere vissuta”.

Nel 1947, la Commissione Onu dei diritti umani, che era ancora
all’inizio del suo lavoro di elaborazione della Dichiarazione, riceve un lungo memorandum dell’American Anthropological Association, connivente con le politiche eugenetiche di sterilizzazione varate in molti stati americani, in cui si esternava preoccupazione su una carta di diritti concepita con una forte “ipoteca culturale” dell’occidente. Nonostante il peso del materialismo sovietico che ebbe un peso significativo nella formulazione definitiva, il risultato fu un manifesto antirelativista. Un grande giurista, Carl Becker, aveva chiesto all’America di restar fedele alle parole che scandiscono la Dichiarazione di indipendenza:

“All men are created equal”.
Mary Ann Glendon, neoambasciatrice americana presso la Santa Sede,investigando l’origine della Dichiarazione universale ha illustrato la chiarezza di pensiero che guidò Charles Malik, relatore di quella Magna Carta presso l’Assemblea Generale. Malik, filosofo libanese di confessione greco-ortodossa, seguì dal principio sino alla fine tutto iter di preparazione, prima come estensore poi come relatore del primo progetto sui diritti umani, dopo come presidente del Comitato per gli Affari sociali.
Malik prospettò una questione pregiudiziale.

Quando si tratta di diritti umani, si pone “l’interrogativo fondamentale: cos’è l’uomo?”. Malik disse:
“Quando dissentiamo su cosa significhino i diritti umani, dissentiamo su cosa sia la natura umana”. Sempre Mary Ann Glendon ha spiegato che i Padri Fondatori di quella Dichiarazione, l’ex first lady Eleanor Roosevelt, il giurista dei “fondements anthropologiques” René Cassin, il cinese Peng-Chun Chang e Malik, “non erano omogenizzatori, ma universalisti che pensavano che la natura umana fosse per tutti la stessa”. Il diritto alla vita lo trassero dalla Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, l’uguaglianza
radicale e giuridica da quella francese del 1789.

“La cosa più alta nella saggezza umana”

Il 14 luglio del 1949 sul New England Journal of Medicine uscì il
saggio “Medical Science Under Dictatorship” del dottor Leo Alexander, teste al processo ai medici tedeschi che scrisse il Codice di Norimberga, la più grande carta medica e deontologica dopo la Seconda guerra mondiale: “I crimini sono iniziati con un sottile cambiamento nell’attitudine medica” scriveva Alexander. “Con l’accettazione dell’idea che c’è una vita indegna di essere vissuta”. Nel 1984 Alexander affermava: “E’ come la Germania negli anni Venti e Trenta, le barriere contro l’uccisione stanno crollando”. Karl
Binding, famoso professore di legge, e Alfred Hoche, medico e umanitario, nel 1920 avevano formulato la filosofia che guidò i medici nazisti, anche l’italiano Leonardo Conti. Si trattava di porre fine alle esistenze di malati terminali, “incoscienti”, nuovi nati handicappati, invalidi e “idioti incurabili”, vita giudicata “senza valore”.

Il preambolo della Dichiarazione dell’Onu, qualificata da Paolo VI
come “quanto c’è di più alto nella saggezza umana”, fu pensato come una risoluzione contro la filosofia emersa dal famoso Processo dei medici, che durò dal 21 novembre 1946 al 20 agosto 1947.

Il preambolo riconosceva che “l’inerente dignità e i diritti eguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana è il fondamento della libertà, della giustizia e della pace”. Compreso il non nato. Soltanto vent’anni prima la Corte suprema degli Stati Uniti, nel caso Buck vs. Bell, aveva dato il via libera alla sterilizzazione di 70 mila esseri umani, giudicati “inadatti a riprodursi”.

Carlo Acutis, grande testimone del nostro tempo

Carlo_AcutisL’Eucaristia era la sua strada al cielo, sulla quale ha offerto la sua vita per il papa e la Chiesa.
È appena uscito nelle librerie, per conto delle Edizioni San Paolo, la biografia di Carlo Acutis, un ragazzo milanese morto a 15 anni in seguito a una leucemia fulminante: era il 12 ottobre di un anno fa. Qualche giorno prima della sua morte aveva offerto la sua vita per il papa e per la Chiesa. Ne traccia la biografia Nicola Gori, redattore de L’Osservatore Romano, con la presentazione di mons. Michelangelo Tiribilli, abate generale dei benedettini di Monte Oliveto, e una testimonianza del parroco di Carlo, mons. Gianfranco Poma, che si è attivato per introdurre il processo di beatificazione presso la Curia arcivescovile di Milano.
Che cosa ha da offrire alla nostra esistenza un adolescente che a soli 15 anni muore improvvisamente?
Potremmo rispondere così: è un ragazzo come tanti altri, che ha raggiunto le vette della perfezione evangelica, compiendo bene i suoi doveri di ogni giorno … Leggendo la biografia di Carlo Acutis, scritta da Nicola Gori, si può apprezzare ancora una volta la perenne validità carismatica delle intuizioni pedagogiche di san Giovanni Bosco.
Carlo Acutis (Londra, 3 maggio 1991 – Monza, 12 ottobre 2006) era un adolescente del nostro tempo, simile a molti altri. Impegnato nella scuola, tra gli amici, grande appassionato di personal computer. Allo stesso tempo era un grande amico di Gesù Cristo, partecipava ogni giorno all’Eucaristia e si affidava alla Vergine Maria. Morto a soli 15 anni per una leucemia fulminante, ha offerto la sua vita per il papa e per la Chiesa. La sua vicenda ha suscitato profonda ammirazione da parte di chi l’ha conosciuto.

Ma chi è Carlo Acutis, il giovane protagonista della biografia di Nicola Gori?
Innanzitutto, è un ragazzo come tanti altri, che ha raggiunto le vette della perfezione evangelica, compiendo bene i suoi doveri di ogni giorno. In questo senso, Carlo è un rappresentante insigne di quel progetto di santità delineato dal servo di Dio Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Novo millennio ineunte. La santità, scriveva, non è qualcosa di eccezionale, riservata a pochi eletti. La santità è la vocazione comune di tutti i battezzati: è la meta alta della vita cristiana ordinaria (cfr N. 31).

Questa biografia presuppone la soluzione positiva dei lunghi dibattiti che si ebbero nei tempi andati, quando si discutesse se un ragazzo avesse la maturità umana sufficiente per raggiungere i traguardi della santità. Nel corso del secolo, la canonizzazione di san Domenico Savio è stata la risposta più chiara di fronte a simili riserve. Questo allievo prediletto di don Bosco fu proclamato santo da Pio XII nel 1954, e insieme veniva in qualche modo canonizzata la “ricetta semplice” della santità, che il “padre e maestro dei giovani” consegnò un giorno a Domenico. Una “ricetta” che dice più o meno così: “Sii sempre allegro; fai bene i tuoi doveri di studio e di pietà; aiuta i tuoi compagni”.
“Leggendo la biografia di Carlo – scrive Enrico Dal Covolo su L’Osservatore Romano del 17 ottobre 2007 -, ho potuto apprezzare ancora una volta la perenne validità carismatica delle intuizioni pedagogiche di don Bosco: perché Carlo Acutis – morto a quindici anni a causa di un attacco di leucemia fulminante – ha messo in pratica con esattezza queste raccomandazioni lungo tutta la sua breve vita (anche se Carlo non fu allievo dei salesiani), e così ha potuto camminare speditamente sulle vie della santità giovanile.

L’allegria, anzitutto.
Questo è il tratto che colpisce subito, anche solo scorrendo le fotografie del libro. Carlo vi appare sempre con un sorriso caratteristico, il sorriso di un bel ragazzo simpatico, ricco di comunicativa, entusiasticamente aperto al dono della vita. Lo si vede raggiungere varie mète turistiche, in Italia e in Europa, in montagna e al mare. Si intravede fin dalle foto la sua passione per gli animali, come il cane ‘Briciola’ o il gatto ‘Bambi’, e la sua prodigiosa abilità nell’uso dei mezzi informatici. E poi Don Bosco raccomandava a Domenico Savio i doveri di studio e pietà. (…) Infine, don Bosco raccomandava a Domenico di aiutare i suoi compagni”.
Carlo, all’età di 14 anni, si iscrive al liceo classico “Leone XIII” di Milano, diretto dai gesuiti.
Carlo affronta i doveri dello studio con diligenza e serenità, trovando il tempo per fare anche tante altre cose: cura il sito Internet della sua parrocchia di Santa Maria Segreta, progetta un altro sito per il volontariato del Leone XIII, insegna il catechismo ai ragazzi della Cresima. La pietà di Carlo è radicata robustamente nell’Eucaristia, che egli definiva “la mia autostrada per il Cielo”; nel Sacramento della Riconciliazione; nella devozione al Cuore di Gesù e di Maria Santissima, della quale è innamorato; nel culto degli angeli e dei santi, soprattutto di san Francesco e di sant’Antonio da Padova; nella fedeltà al papa e alla Chiesa. In particolare la Santa Messa, la Comunione e l’Adorazione Eucaristica quotidiane sono il segreto della sua vita interiore, che si configura sempre più decisamente nel progetto del “Pane spezzato e del Vino versato”, cioè del dono generoso di sé, senza riserva alcuna.
Alla pagina 51 della biografia sono riportate le parole del padre spirituale del liceo classico “Leone XIII”, padre Roberto Gazzaniga S.I.: “Risale proprio a quel tempo’, cioè agli anni del Leone, ‘la sua attenzione verso coloro che percepiva “un po’ tagliati fuori’. Fin dai primi giorni Carlo si è fatto prossimo, con discrezione, rispetto e coraggio a coloro che faticavano maggiormente a riconoscersi nella nuova realtà di classe e d’Istituto. Dopo qualche mese dalla sua separazione dalla vita terrena e dai compagni, ascoltandoli e chiedendo loro qualche nota caratteristica di Carlo che li aveva colpiti, diversi di loro hanno messo in risalto questa sua delicatezza nell’accorgersi, fin dai primi giorni di scuola, di chi faceva più fatica e della sua disponibilità ad affiancarsi a loro. Molte compagne e compagni sono grati a Carlo per questa sua capacità di creare e facilitare relazioni, di trasmettere fiducia e vicinanza senza invadenze”.
Prosegue Enrico Dal Covolo su L’Osservatore Romano del 17 ottobre 2007: “È stato detto, ed è proprio vero, che ‘fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce’. I quotidiani per lo più sono pieni delle ‘altre storie’, quelle che manifestano il limite e la triste eredità del peccato d’origine. Ma non dovremmo mai dimenticare che la storia degli uomini è anzitutto una storia di grazia, sempre sorretta e illuminata dalla provvidenza di Dio, nella quale i veri eroi sono i santi che affollano – quelli riconosciuti, e anche quelli non canonizzati -: è proprio questa la ‘foresta che cresce’. Il servo di Dio Paolo VI amava ripetere che l’uomo d’oggi ascolta più volentieri i testimoni dei dottori,o – se ascolta i dottori e i professori- è perché sono dei testimoni.

Da Paolo VI fino al papa Benedetto XVI, passando attraverso al straordinaria testimonianza di vita di Giovanni Paolo II, la Chiesa ha sviluppato, a cavallo tra il secondo e il terzo millennio della sua storia, una vera e propria ‘teologia della testimonianza’, che forse attende ancora di essere declinata compiutamente nel suo statuto disciplinare”.
Chi era Carlo, Giovanni Peduto lo ha chiesto per la Radio Vaticana alla madre del ragazzo, Antonia Acutis, mentre alla postulatrice Francesca Consolini, ha chiesto su cosa poggino i presupposti per l’eventuale avvio della Causa di beatificazione.
Antonia Acutis: “La figura di Carlo è possibile riassumerla in questa sua frase: ‘L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo’. Mio figlio sin da piccolo, e soprattutto dopo la sua Prima Comunione, non ha mai mancato all’appuntamento pressoché quotidiano con la Santa Messa e il Rosario, e con un momento di Adorazione Eucaristica. Nonostante questa intensa vita spirituale, Carlo ha vissuto pienamente e gioiosamente i suoi quindici anni, lasciando in coloro che lo hanno conosciuto una profonda traccia. Era un ragazzo esperto con i computer tanto che si leggeva i testi di ingegneria informatica lasciando tutti stupefatti, ma questa sua dote la poneva al servizio del volontariato e la utilizzava anche per aiutare i suoi amici.

Stare vicino a Carlo era come stare vicino ad una fontana d’acqua fresca. Poco prima di morire Carlo ha offerto le sue sofferenze per il papa e per la Chiesa. Certamente l’eroicità con cui ha affrontato la sua malattia e la sua morte hanno convinto molti che veramente in lui c’era qualcosa di speciale. Quando il dottore che lo seguiva gli ha chiesto se soffriva molto Carlo gli ha risposto: ‘C’è gente che soffre molto più di me!'”.
Francesca Consolini: “La figura del giovane Carlo Acutis si presenta interessante per diversi aspetti. La sua solarità e serenità: era un ragazzo che viveva con gioia il suo essere ‘giovane’, la sua età, senza drammi, senza tensioni, senza paure; era felice di essere giovane e, giorno per giorno, coglieva il bello, il buono, l’imprevisto della sua vita di giovane.
La sua fede, singolare in una persona così giovane, era così limpida e sicura che lo portava ad essere sempre sincero con se stesso e con gli altri. Una straordinaria attenzione verso il prossimo: era sensibile ai problemi e alle situazioni degli amici, dei compagni, delle persone che gli vivevano vicino e anche verso quanti incontrava giorno per giorno. Aveva capito il vero valore della vita come dono di Dio, come impegno, come risposta da dare al Signore Gesù giorno per giorno in semplicità. Vorrei sottolineare che era un ragazzo normale, allegro, sereno, sincero, volitivo, che amava la compagnia, che gustava l’amicizia. Aveva capito il valore dell’incontro quotidiano con Gesù nell’Eucaristia, ma non aveva un atteggiamento ‘bigotto’ o convenzionale, era anzi molto amato e cercato dai compagni e dagli amici per la sua simpatia e vivacità.
Dopo la sua morte avvenuta nell’ottobre dello scorso anno, molti hanno sentito la necessità di scrivere un proprio ricordo su di lui e altri ancora hanno dichiarato di affidarsi a lui nella preghiera: ciò ha fatto sì che la sua figura fosse guardata con interesse particolare. Come postulatrice delle Cause dei Santi sono stata interpellata per vagliare quanto si è detto e scritto su Carlo; e di lui si è già parlato con il responsabile dell’Ufficio ‘Cause dei Santi’ della diocesi di Milano, mons Ennio Apeciti. In vista di un eventuale avvio ufficiale della Causa di beatificazione, stiamo raccogliendo – perché non si perdano le prove – tutte le testimonianze che ne mettano in rilievo la figura, per il fatto che intorno al suo ricordo si sta sviluppando quella che viene chiamata ‘la fama di santità'”.
Antonio Gaspari – Zenit

Io catechista tra le tribu’ dei monti (Thailandia)

PongalUna sacca in perfetto stile Akha, dentro il libretto sul quale il
paziente lavoro di missionari ha tradotto preghiere e canti nella lingua di questi posti. Nel cuore, l’entusiasmo del credente impegnato: John -catechista nella Thailandia del nord, dove il buddhismo imperante nel Paese lascia il posto a un diffuso animismo tradizionale – è pronto per un’altra domenica di servizio.

Missione formato catechista. Come in diversi contesti di prima
evangelizzazione, anche nel nord della Thailandia, tra le verdi colline dove abitano le cosiddette «tribù dei monti», buona parte della formazione cristiana di base è condotta dai laici incaricati della catechesi. Non superuomini della fede, ma semplici «operai della vigna del Signore» che si mettono a disposizione di quel messaggio che hanno sentito decisivo per la loro esistenza e vogliono condividere con altri. Diventando, in questo modo, strumenti preziosi  nell’annuncio del Vangelo verso chi mai ha sentito
parlare di Gesù Cristo.

Siamo a Sen Suk, piccolo paesino adagiato sui pendii dolci che
adornano la Thailandia settentrionale: tutt’intorno è una distesa di
piantagioni di mandarini, il Myanmar è a due passi, a volte si vedono ad occhio nudo le postazioni di difesa dei militari dell’ex Birmania, da dove molte persone scappano, attratte dal benessere della vicina «Terra degli uomini liberi».
È stato questo anche l’itinerario di John, classe 1972, catechista in
questo villaggio dalla bella chiesa di Santa Marta, dove è venuto ad abitare nel 1996. Dal natìo Myanmar – dove ha ricevuto l’educazione cristiana dalle suore di Maria Bambina – si è poi spostato a lavorare prima in Cina e quindi in Thailandia. Oggi John – della tribù Akha, uno dei gruppi etnici presenti in questa regione – gestisce un piccolo banco vendita di oggetti locali per turisti con cui cerca di mantenere le sue due bimbe, Laura di 3 anni e Monica di 10 mesi, che allietano di strepiti e simpatiche urla la semplice casetta dove John abita con la giovane moglie Maria.
Ma il giovane Akha si sente soprattutto catechista cattolico:
l’impegno cui maggiormente tiene è guidare la preghiera della domenica e  delle altre festività (ad esempio la novena di Natale e di Pasqua) nella piccola chiesetta di Sen Suk, dedicata alla Madonna. Ogni tanto, poi, i fedeli desiderano pregare nella propria casa; allora John vi si reca per condurre il momento di invocazione a Dio: «Essere catechista è per me un’esperienza significativa perché vuol dire farsi carico del cammino di fede dei miei amici», dice mentre ci offre i gustosi mandarini coltivati nel circondario.

L’impegno pastorale della domenica si concretizza in due appuntamenti: uno alla mattina, con la lettura e la spiegazione della Parola di Dio del giorno, e uno al pomeriggio o alla sera, quando si recita il rosario, con cui la comunità di Sen Suk (qualche decina di persone) prega quotidianamente durante il mese di maggio e di ottobre. Inoltre, quando un missionario visita il villaggio, viene accolto dal catechista che spesso lo ospita in casa per il pranzo, insieme al sacrestano (incaricato della cura della chiesetta) e al responsabile del villaggio. In questa occasione, è sempre il referente della catechesi che illustra al missionario l’andamento della vita della gente, presenta problemi o situazioni particolari, dallo stato di salute degli ammalati, alla «pratica», purtroppo molto diffusa, dell’ubriachezza, la frequenza dei fedeli alle preghiere.

Sempre nel giorno di visita del sacerdote, John guida l’esame di
coscienza comunitario durante il quale le persone si preparano per la confessione: «Senza catechisti non si potrebbe andare avanti», ammette padre Claudio Corti, parroco di Fang, la missione cui appartiene Sen Suk (M.M.  agosto-settembre 2005, pp. 26-29). Il missionario del Pime, originario di Lecco, può ben dirlo visti i 35 villaggi a lui affidati, dove riesce a recarsi una volta ogni 30-40 giorni. «Durante il resto del tempo la vita di fede della gente è affidata a loro», conferma padre Corti.

Decisivo inoltre è l’apporto del laico cristiano durante la
celebrazione della Messa: nella sola parrocchia di padre Corti (situata su una direttrice di ben 150 km) si contano almeno quattro tribù (Lisu, Akha, Karen, Lahu) con altrettante lingue e culture diverse. Last but non least, il catechista assicura la traduzione dell’omelia di padre Corti, il quale nei villaggi Akha celebra l’Eucaristia nella lingua conosciuta dalla gente, mentre pronuncia la predica in thai, che però gli abitanti di questi gruppi etnici non capiscono: ecco allora che la spiegazione della Parola avviene a due voci, con il catechista che traduce passo passo il commento del padre.
La preparazione dei catechisti è assicurata dagli incontri di
formazione che si tengono ogni due mesi a Fang, dove risiede il missionario: «Vengono al nostro centro per alcuni giorni di incontri durante i quali spiego loro il Vangelo – dice padre Corti – in modo che possano presentarlo alla gente nella maniera più fedele». Naturalmente, i responsabili dell’educazione cristiana non compiono questo impegno a tempo pieno: tutti hanno il loro lavoro, chi nei campi di mandarini, chi con il suo banchetto di vendita al mercato. «Per questo motivo devono essere sostenuti economicamente con una piccola ricompensa  – spiega il missionario lecchese: quando vengono agli incontri di formazione, perdono la loro giornata dipaga. Così pure nelle visite ai villaggi di cui sono responsabili».

Fondamentale è pure l’educazione alla fede dei bambini delle famiglie già cattoliche. Alla domenica, ad esempio, per i più piccoli, vi è la proiezione di video a sfondo religioso: le capanne dei villaggi delle tribù dei monti sono di bambù e paglia, ma l’ex premier Thaksin ha mantenuto la sua promessa di portare l’elettricità in tutti i 40 mila villaggi del Paese: e così ogni capanna vanta la sua bella parabola, che spesso serve anche come supporto per far asciugare il bucato!
«Considero decisiva anche l’educazione dei ragazzi, che saranno gli adulti di domani», dice convinto John. «Per questo impegno parecchio tempo nell’insegnare loro la cultura religiosa cristiana, i canti della messa, i principi di comportamento e di educazione».

L’impegno del laico Akha diventa ancora maggiore nei confronti di
quelle persone da poco tempo avvicinatesi alla fede cattolica: non perché siano state battezzate, ma perché – come hanno l’abitudine di dire i missionari di qui – «hanno lasciato gli spiriti», cioè hanno rinunciato alle pratiche animiste. Si tratta di una vera e propria abiura religiosa, un momento di «passaggio» celebrato, non solo esteriormente, con una precisa cerimonia: il sacerdote va nella casa della famiglia in questione e porta via gli oggetti degli spiriti, cioè i piccoli idoli: «Ne ho una cassetta piena a casa», spiega padre Claudio.
Il ruolo del catechista ha anche risvolti sociali non indifferenti,
aggiunge John: «Devo essere amico di tutti e sempre più inserito nella società: se, ad esempio, conosco persone che hanno incarichi governativi, posso esporre loro le necessità della gente e trarne benefici per tutti i membri del villaggio».
Ma come viene presentato il messaggio cristiano agli «aspiranti
cattolici» Akha? «Io sottolineo spesso due aspetti: la necessità di una fede forte e l’esigenza dell’amore vicendevole», spiega John. E la gente, come reagisce? «Posso fare un esempio riferito al nostro villaggio: sette/otto anni fa erano molte le liti tra le persone e frequenti le multe che il consiglio degli anziani comminava per ubriacature, liti violente o furti:
poi, sono state sempre più rare, fino a quando, da due o tre anni, non ce ne sono più: se si verificano diverbi tra gli abitanti, questi avvengono solo in maniera verbale».
Il villaggio di Sen Suk, nel 2005, è stato allietato dal primo gruppo
di battezzati: sette famiglie, in tutto venti persone, sono diventate
cristiane con padre Giovanni Zimbaldi, anche lui del Pime, vero pioniere della missione tra le tribù del Nord, dopo anni di esperienza nell’ex Birmania. «È stato grazie a lui che sono diventato catechista», afferma con orgoglio John. «Un giorno, ho saputo da un amico che a Fang c’era un sacerdote cattolico. La mia famiglia era credente da generazioni e così sono andato subito a cercare il padre». Di qui, poi, la scelta, quasi una vocazione, di diventare catechista: oggi sono cinque i villaggi di cui John si occupa come animatore pastorale. Nei diversi paesini il «nostro» si reca a piedi o con i mezzi pubblici, non disponendo di un mezzo di trasporto proprio: la passione del formatore supera anche le barriere di movimento!

Quali gli aspetti del cristianesimo che la gente delle tribù sente più
attraenti? «La fede in un Dio che è amore. Prima la loro religione era
dominata dalla paura degli spiriti, adesso sono sicuri e sereni perché
credono in un Dio che si prende cura di loro», risponde il trentacinquenne padre di famiglia. La testimonianza quotidiana, la fede vissuta è l’altra via maestra con cui il Vangelo suscita l’interesse dei non cristiani: «Le persone vedono che i missionari hanno lasciato la loro casa e il loro mondo per venire qui da noi; e si chiedono il perché. Io cerco di far capire che lo fanno perché amano Signore, così che le persone desiderano scoprire chi sia questo Dio».
La religione cristiana, però, resta in parte sempre uno «scandalo» per ogni cultura, anche per quella degli Akha della Thailandia profonda: «Il valore del perdono è incredibile per il nostro modo di vivere: tra gli Akha chi perdona è uno stupido, perché se uno mi offende è mio dovere rispondergli e avere una rivincita. Ora invece la gente del mio villaggio inizia a capire cosa significhi perdonare. E il fatto più significativo è che constata come, cercando di non vendicarsi, la vita del villaggio diventi migliore rispetto a prima. Come dicevo, da quando i miei compaesani hanno accolto il Vangelo, le liti e le multe per cattivi comportamento sono in diminuzione, anzi praticamente sparite».

Non che sia tutto facile, nemmeno tra i monti vicini al «Triangolo
d’oro»: «C’è chi pensa che il Vangelo sia solo una storia o una bella favola», ammette John. «Alcuni cattolici battezzati o catecumeni, quando si ammalano, ricorrono allo stregone per consultare gli spiriti. Io spiego che è sbagliato, perché non si possono mantenere le pratiche di quando si aderiva alle credenze animiste».
Anche nel rapporto tra il prima e il dopo la conversione al
cristianesimo è decisiva la testimonianza personale del catechista: «Un giorno, quando era ancora molto piccola, si è ammalata mia figlia Laura: i primi due mesi di vita stava davvero male», racconta John, mentre prende in braccio la sua primogenita. «La gente del paese continuava ad insistere con me e mia moglie: andate dallo stregone prima che sia troppo tardi.

Ma noi ci siamo sempre opposti e, anche se nostra figlia stava per morire, ci siamo rivolti all’ospedale. Anche questa è diventata un’opportunità per annunciare che esiste un Dio che si prende cura di noi e che non bisogna rivolgersi agli spiriti». Questa precisa consapevolezza cambia la vita concreta degli uomini e delle donne che accettano Cristo nel loro essere: «In segno di adesione alla fede capiscono che la domenica, giorno del Signore, non devono lavorare. Oppure che devono abbandonare determinati comportamenti che non sono secondo il messaggio di Cristo», come l’ubriacarsi o il frequentare più donne.

Anche tra i verdeggianti colli della Thailandia settentrionale,
comunque, il cristianesimo resta sempre «differente» e le difficolt
dell’inculturazione non mancano: «Tradurre in lingua Akha i concetti del Vangelo non è facile», spiega John. «Ad esempio, nella nostra lingua non c’è il concetto dell’essere buono e del fare il bene, ma si trova quello del diventare ricco e dell’essere persona benestante. E così le nostre benedizioni si concentrano sull’aspetto materiale dell’esistenza». Essere cristiani, anche dove le case sono capanne di bambù e il riso si mangia con le bacchette, resta una scelta, oltre che un dono: «Tra il far parte del mondo degli spiriti e la vita cristiana c’è
proprio una rottura». Parola di John, catechista a Sen Suk.

di
Lorenzo Fazzini da Sen Suk (Thailandia)

Preti che abbandonano, preti che ritornano

priestsMolto spesso si parla nei media dei sacerdoti, purtroppo soprattutto per divulgare casi che fanno scandalo o per condannare gli atteggiamenti della Chiesa giudicati troppo duri nei loro confronti. Assai meno si parla della cura personale che la Chiesa esercita costantemente verso i sacerdoti. […]

Qual e’ oggi la situazione di coloro che, dopo aver abbandonato il sacerdozio — cosa che di solito avviene con molta sofferenza —, chiedono di essere reintegrati nel ministero sacerdotale? Chi sono e quanti sono? Poiche’ in questo campo si fanno circolare dati alle volte inverosimili, vorremmo dare una corretta informazione sul fenomeno sia degli abbandoni, sia su quello, assai meno noto, delle riammissioni all’esercizio del ministero di sacerdoti che lo avevano precedentemente abbandonato. È infatti, a nostro avviso, un campo in cui si manifesta, in modi oggi più comprensivi, la benevolenza e la cura delle persone da parte della Chiesa, più esattamente la “maternità” della Chiesa, raramente messa in rilievo.

Non esiste una statistica precisa che consenta di conoscere il numero attuale dei sacerdoti che, avendo abbandonato il ministero, si sono sposati. Sulla base delle indicazioni pervenute in Vaticano dalle diocesi, dal 1964 al 2004, hanno lasciato il ministero 69.063 sacerdoti. Dal 1970 al 2004, 11.213 sacerdoti hanno ripreso il ministero. Ciò significa che i sacerdoti sposati non possono essere oggi più di 57.000. Probabilmente sono assai meno, perché in 40 anni un certo numero di essi è deceduto. Le cifre indicate dalla stampa e dalle associazioni di sacerdoti sposati, che parlano di 80.000-100.000 ex-sacerdoti, non hanno perciò fondamento.

Oggi la proporzione delle defezioni è in leggero aumento, ma non è paragonabile a quella degli anni Settanta. Dal 2000 al 2004, ogni anno, in media hanno abbandonato il sacerdozio lo 0,26% dei sacerdoti, cioè, in cinque anni, 5.383 preti. Parallelamente è aumentato anche il numero di coloro che chiedono di essere nuovamente ammessi al ministero sacerdotale. Dei 1.076 sacerdoti che ogni anno lasciano il ministero, 554 chiedono la dispensa dagli obblighi derivanti dallo stato sacerdotale: celibato e recita del breviario (1). Degli altri 522 sacerdoti, 74 ogni anno tornano al ministero. Si può notare che il 40% delle richieste di dispensa proviene da sacerdoti appartenenti a un ordine o a una congregazione religiosa. Dal 1° agosto 2005 il 16% delle richieste di dispensa proviene da diaconi. Per il periodo dal 2000 al 2004, ci sono poi 2.240 sacerdoti di cui non si conosce la situazione.

Dati più precisi per i singoli anni rivelano che, nel 2000, si sono registrati 930 abbandoni di sacerdoti, mentre 89 sono stati reintegrati. Sono state concesse 571 dispense, delle quali 68 prima dei 40 anni e 39 in punto di morte. Le dispense concesse ai diaconi sono state 112. Nei cinque anni seguenti le cifre sono aumentate, ma non di molto. Nel 2002 gli abbandoni sono stati 1.219 e i reingressi 71; le dispense concesse 550, di cui 19 prima dei 40 anni e 31 in punto di morte; 98 le dispense concesse ai diaconi. Nel 2004 ci sono stati 1.081 abbandoni e 56 reingressi; 476 le dispense concesse ai sacerdoti, di cui 27 prima dei 40 anni e sei in punto di morte. Dal 1° agosto 2005 al 20 ottobre 2006 la congregazione per il clero ha ricevuto 804 richieste di dispensa, comprese quelle dei diaconi. Includendo anche le 100 pratiche della congregazione per i sacramenti, le richieste provengono: 185 dagli Stati Uniti, 119 dall’Italia, 60 dalla Spagna, 59 dal Brasile, 52 dalla Polonia, 48 dal Messico, 32 dalla Germania, 31 dalle Filippine, 29 dall’Argentina, 27 dall’India, 26 dalla Francia, 23 dall’Irlanda, 22 dal Canada ecc. Si parla di congregazioni vaticane diverse perché sino al 1988 la competenza per le dispense era della congregazione per la dottrina della fede; poi la competenza passò alla congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti; dal 2005, per volontà del Santo Padre, è passata alla congregazione per il clero.

Le cause degli abbandoni, almeno quelle dichiarate, sono molto varie. La maggior parte delle richieste di dispensa è dovuta a situazioni di instabilità affettiva, insieme ad altri fattori che finiscono per rendere la situazione di molti sacerdoti quasi irreversibile, ma non mancano casi di crisi di fede, di conflittualità con i superiori o di difficoltà con il magistero, depressioni e gravi limiti caratteriali.

In media, con tutte le oscillazioni che una media comporta, l’abbandono avviene dopo 13 anni di ministero. Si tratta di persone ordinate a 28 anni e che hanno 50 anni al momento della richiesta della dispensa, perché in genere attendono una decina di anni prima di chiederla. Il 50,2% di coloro che chiedono la dispensa sono perciò già sposati civilmente, il 14,5% sono in situazione di convivenza, mentre il 35,2% vivono da soli.

Generalmente, osservando i casi delle richieste di dispensa inviate a partire dall’anno 2000, si può dire che la maggior parte dei sacerdoti che hanno lasciato il ministero hanno trovato una dignitosa sistemazione nei settori più svariati. Quasi tutti hanno un impiego o un’attività professionale e non sono bisognosi di aiuto. Parecchi di essi sono stati accolti da vescovi per svolgere incarichi ecclesiali e, una volta ottenuta la dispensa, per insegnare religione o, comunque, per lavorare in istituzioni dipendenti dall’autorità ecclesiastica.

Non mancano alcuni casi di ex-sacerdoti che svolgono delicate mansioni anche nella formazione dei giovani o nella formazione permanente del clero. Si sono create anche associazioni, che evidentemente non hanno alcun rapporto con la gerarchia, né godono di alcuna approvazione, od organizzazioni che riuniscono sacerdoti sposati per offrire i loro servizi sacerdotali a chi li richiede, come fedeli che a motivo della loro situazione irregolare o di comodità non desiderano ricorrere ai servizi di un sacerdote regolare (2).

Esiste infine un discreto gruppo di sacerdoti che, dopo aver abbandonato il ministero, trascorso un certo tempo, manifestano per esso una evidente nostalgia e un forte desiderio di riprendere il ministero sacerdotale, a cui erano stati chiamati e al quale si erano preparati. Molti di essi fanno pressione per essere riammessi al sacerdozio, ma senza abbandonare la vita di preti sposati, cosa che la Chiesa non può concedere senza modificare la legge sul celibato. Non pochi di loro vanno alla ricerca di un ministero sacerdotale da esercitare nelle confessioni protestanti o nelle sette.

Nella Chiesa cattolica sono sempre esistiti uomini sposati che lecitamente ordinati esercitano il ministero sacerdotale: sono quelli di rito orientale cattolico. Una pratica, questa, che è tradizionale nelle Chiese orientali sia ortodosse sia cattoliche, e che è stata pienamente confermata dal Concilio Vaticano II. Ci sono però, anche nella Chiesa di rito latino, sacerdoti sposati nel pieno e legittimo esercizio delle loro funzioni sacerdotali. Si tratta di ministri che sono passati alla Chiesa cattolica provenendo dall’anglicanesimo o da altre Chiese e gruppi cristiani. Ma c’è anche la presenza di sacerdoti cattolici sposati di rito orientale, che, come abbiamo detto, sono sempre esistiti, ma sinora erano presenti soltanto nelle zone a prevalente rito orientale, dove esercitavano il ministero a fianco del clero ortodosso o comunque non cattolico, senza causare problemi nelle comunità. Quando si trovavano al di fuori dei territori tradizionali, erano invece tenuti all’obbligo del celibato.

Oggi però un certo numero di sacerdoti cattolici di rito orientale, sposati, emigrano nelle città dell’Occidente, dove vengono accettati anche da vescovi, che, in difficoltà per la penuria di clero, affidano loro delle parrocchie. Fedeli e sacerdoti guardano con una certa perplessità questo fenomeno nuovo al quale non sono abituati. […]

Quando si parla di “recupero” dei sacerdoti sposati, con una terminologia forse non del tutto felice, occorre distinguere le varie casistiche e chiarire di che cosa si sta parlando.

C’è anzitutto il caso degli ex-ministri anglicani o luterani sposati, che, convertendosi alla Chiesa cattolica, chiedono di diventare sacerdoti e ai quali sin dai tempi di Pio XII fu concesso di poter continuare la propria vita coniugale in famiglia. Dai casi singoli si passò a quello di alcune centinaia di pastori anglicani, in grande maggioranza sposati, che chiesero di passare nelle file del clero cattolico, non condividendo alcune scelte compiute dalla loro Chiesa, specialmente in materia di ordinazione delle donne agli ordini sacri. Richieste in tal senso continuano anche oggi e vengono in genere benevolmente accolte. La media è di sette-otto all’anno. Le richieste pervenute negli ultimi anni sono rispettivamente 12 nel 2004, 9 nel 2005, 13 nel 2006.
Ci sono poi i sacerdoti che hanno lasciato il ministero sacerdotale e si sono sposati, ma, una volta liberi dal vincolo matrimoniale, chiedono di essere reintegrati nell’esercizio del ministero. Se una volta si trattava di singoli casi, oggi essi si sono moltiplicati, e la Chiesa ha modificato la propria legislazione per meglio accompagnare il cammino di persone che avevano consacrato la loro vita al suo servizio e avevano poi fatto altre scelte. Sono state stabilite nuove procedure, che offrono ai vescovi “benevoli” (come si dice nel linguaggio canonico) una guida, e nella maggioranza dei casi si concludono con la concessione della grazia pontificia.

Le richieste di reintegrazione negli anni 1967-2006, quindi trattate ancora dalla congregazione per la dottrina della fede, sono state 438. Ne sono state concesse 220, non concesse 104, mentre altre 114 erano in attesa di un supplemento di documentazione. Per poter chiedere la reintegrazione nell’esercizio del ministero, oltre alla domanda dell’interessato, occorre la dichiarazione di un vescovo “benevolo”, o di un superiore maggiore religioso che manifesti la sua disponibilità a incardinare la persona nella sua diocesi (o nel suo Istituto religioso con la professione dei voti temporanei), offrendo garanzie circa l’assenza di pericolo di scandalo qualora la domanda fosse accolta. Il richiedente dev’essere libero da vincolo matrimoniale sacramentale e non deve avere obblighi civili verso la moglie o verso i figli minorenni. Questo suppone normalmente che i figli siano maggiorenni, autosufficienti economicamente e non vivano con il padre. Se è stato sposato, occorre il certificato della morte del coniuge se è rimasto vedovo, oppure il decreto relativo nel caso di nullità del matrimonio del richiedente. Inoltre si richiede che l’età sia “ragionevolmente non troppo avanzata” e che si possa avere la testimonianza di laici ed ecclesiastici circa la sua idoneità a riassumere il ministero. È richiesto anche un aggiornamento teologico di almeno sei mesi. Infine, se si tratta di un ex-religioso che ora desidera essere incardinato in una diocesi, si richiede anche il nulla osta da parte del superiore religioso di origine.

Come si vede, la prassi della Chiesa, pur non modificando la legislazione vigente in fatto di celibato, è ampiamente cambiata, nel senso di andare incontro al desiderio di uomini che hanno abbandonato il ministero per i motivi più vari e desiderano ora riprendere una missione alla quale si erano preparati per anni e di cui continuano ad avvertire il valore e il significato. La rigidità di una volta, che giudicava e condannava duramente ogni abbandono del sacerdozio, è stata temperata da una prassi pastorale certamente più comprensiva e più “materna”. […]

In questo senso è assai significativo il fatto che in circa 30 anni siano stati riammessi all’esercizio del ministero sacerdotale 11.213 sacerdoti che per i più diversi motivi lo avevano abbandonato. […] Pur nel pieno rispetto per quanti decidono di servire meglio il Signore in un diverso stato di vita abbracciato dopo aver percepito di non essere adatti alla vita sacerdotale, ogni ritorno al ministero sacerdotale non può non rallegrare l’intera Chiesa, che ritrova una persona disponibile a servire con tutta se stessa la comunità ecclesiale e la causa del Vangelo.
di GianPaolo Salvini S.I.

NOTE

(1) Nel passato la situazione era assai diversa, anche a causa delle norme molto rigide in vigore sino al 1964, divenute successivamente più benevole e poi, dopo il 14 ottobre 1980, nuovamente alquanto più rigide. La normativa si riflette chiaramente nel numero delle dispense richieste e concesse nei vari periodi. Prima del 1980 la percentuale delle dispense concesse era del 95%; da allora si è scesi a un terzo delle richieste. Dal 1914 al 1963 pervennero 810 richieste di dispensa, delle quali 315 furono accolte e 495 non furono concesse. Dal 1964 al 1988 le richieste pervenute furono 44.890, delle quali 39.149 concesse e 5.741 rifiutate, per un totale di 39.464 dispense concesse e 6.236 respinte su 45.700 richieste pervenute alla congregazione per la dottrina della fede.

(2) Tra queste associazioni, alquanto paradossali, possiamo citare “Rent a priest” (noleggia un prete), assai attiva negli Stati Uniti. Comprende 167 sacerdoti organizzati in “decanati” che coprono tutto il territorio statunitense. Essa conta una quindicina di membri anche in Germania, cinque in Canada e alcuni altri sparsi per il mondo.

Carlo Acutis – studente del Leone a Milano….

ft_carloacutisCarlo Acutis, un ragazzo di 15 anni, bello, allegro, solare, entusiasta della vita. Si ammala nei primi giorni di ottobre del 2006 per quella che sembrava una banale influenza. Dopo pochi giorni la malattia si rivela essere una micidiale leucemia fulminante, e il 12 ottobre dello stesso anno il ragazzo muore.

Carlo è figlio unico di una famiglia cattolica impegnata in tante attività di carità e testimonianza cristiana. La sua breve vita è virtuosa e fedele: recitava il rosario e frequentava la messa ogni giorno, seguiva l’adorazione eucaristica, ma nessuno immaginava quanto opere di bene avesse praticato.

La sua salma è stata vegliata da un continuo pellegrinaggio. Al suo funerale ha partecipato una folla immensa, in molti sono dovuti restare fuori della Chiesa.

Le continue testimonianze, lettere, storie, più di 400, che ancora oggi arrivano alla madre Antonia, raccontano di un giovane straordinario,baciato dalla grazia, tanto è che alla Diocesi di Milano, stanno pensando di aprire una causa di beatificazione.

La fama di santità che circonda la figura di questo giovane di 15 anni è tale che, Nicola Gori, redattore de L’Osservatore Romano, esperto nella scrittura dei mistici, ha pubblicato la biografia di Carlo Acutis nel libro “Eucaristia – la mia autostrada per il cielo” (Edizioni San Paolo, 160 pp., 14 Euro).

Il libro pubblicato nella collana “Testimoni del nostro tempo” è stato esaurito in poche settimane, ed è già alla seconda ristampa.

Intervistata da ZENIT Antonia Acutis ha raccontato che qualche giorno prima di essere ricoverato in ospedale Carlo disse ai genitori: “Offro tutte le sofferenze che dovrò patire al Signore per il Papa e per la Chiesa, per non fare il Purgatorio ed andare dritto in Cielo”.

“Sapevo che era pio e virtuoso – ha continuato Antonia – ma non avrei mai immaginato quanto bene avesse fatto e quante persone avevano tratto beneficio dalle sue opere di carità”.

Dalle lettere ricevute si scopre che Carlo era completamente dedicato al bene delle persone che incontrava. Aiutava tutti. Si preoccupava dei suoi amici i cui genitori si stavano separando e li invitava a casa sua per sostenerli.

I soldi che risparmiava li regalava ai poveri, agli anziani, alle suore di clausura, ai sacerdoti…

Si batteva per convincere le sue amiche a non banalizzare il loro corpo, ricordando che esso è il “tempio dello spirito”. Fin dalle scuole medie si era invece battuto per opporsi all’aborto.

Era sensibile a tutti quelli che avevano difficoltà nel socializzare. Si prendeva cura dei disabili. In un caso aveva difeso un suo amico disabile maltrattato dagli altri.

Carlo aveva una grande considerazione di tutte le persone e si preoccupava di come tanti sciupassero i talenti che Dio gli aveva donato. In più di una occasione affermò: “Tutti nascono con una propria originalità, ma molti muoiono come fotocopie”.

Un sacerdote che lo ha conosciuto a fondo è monsignor Gianfranco Poma, parroco di Santa Maria Segreta.

In una testimonianza riportata nel libro di Nicola Gori, monsignor Poma racconta della vita di Carlo come di una “normale quotidianità evangelica” con “nessuna ostentazione, nessuna inclinazione ad apparire speciale”.

Monsignor Poma racconta di “un ragazzo franco e affettuoso, e alieno da manovre possessive, appassionato nell’agire progettuale e disinteressato”con un “chiaro orizzonte dei valori non barattabili […] sobrio nella vita e nelle aspirazioni”.

“Chi lo ricorda oggi – sostiene monsignor Poma – ne scopre con crescente  sorpresa una non comune ‘gradevole giustezza’ di chiara radice cristiana”.

Circa il rapporto con l’eucaristia, monsignor Poma si è detto convinto “dell’impronta eucaristica” che ha caratterizzato la vita di Carlo.

La madre Antonia ha detto a ZENIT che “fin da piccolo e soprattutto dopo la sua prima comunione, Carlo nutriva un’amicizia personale con il tabernacolo con cui si confidava. Per questo non ha mai mancato all’appuntamento quotidiano con la messa, il rosario e l’adorazione  eucaristica”.

Rimane il mistero di una vita così breve e così intensamente e cristianamente vissuta. Una vita che il giovane Carlo ha offerto al Papa e alla Chiesa e che oggi rimane una testimonianza forte per tutti i ragazzi e le ragazze della sua età. [Chiunque volesse ricevere notizie o riportare testimonianze circa la vita di Carlo Acutis può scrivere a info@carloacutis.com, www.carloacutis.com]

La strada di notte si trasforma in una grande vetrina, dove delle persone vendono l’amore

Slavery-Violence-psychologyDi uomini a comprare quell’amore veloce e proibito ve ne sono molti. In Italia si parla di 2-3 milioni di clienti del sesso a pagamento.

La strada e i cittadini, due mondi che si scontrano e che un maschio su dieci ha contribuito a fondare. I mass media che portano alla ribalta solo gli episodi più eclatanti dello scontro. Gli operatori di strada che cercano d’aiutare sia le ragazze sia i clienti a comprendere che con lo sfruttamento della prostituzione le organizzazioni criminali riescono a fatturare 7 miliardi di dollari l’anno nel mondo. Tutte queste persone sono partecipi della complessità del fenomeno della prostituzione di strada, fenomeno che per essere davvero compreso deve essere guardato in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue sfaccettature.

Questo sguardo noi l’abbiamo dato con l’aiuto e con la competenza di coloro che del fenomeno si occupano.

Una strada, molte nazionalità
Diversa era la situazione ai tempi della Merlin: un censimento delle professioniste del sesso presenti nelle case chiuse in quegli anni ne contò un totale di 2750. Attualmente, sulla strada, nei locali e negli appartamenti si contano circa 75000 donne che offrono sesso a pagamento. Un aumento così spropositato è figlio della globalizzazione, dell’espandersi della cultura di mercato e della convinzione che tutto sia “mercificabile”.

Sulle strade in Italia , le donne che si prostituiscono provengono sostanzialmente da tre grandi aree geografiche: dall’Europa dell’Est, dalla Nigeria e dall’America Latina. A seconda della provenienza, diverse sono le motivazioni che le hanno spinte a partire, le modalità con cui sono arrivate sulle strade e con cui ci restano.

Le ragazze dell’Est
Le ragazze sulla strada provengono per la maggior parte dai paesi dell’Est Europeo, e le modalità del loro prostituirsi sono quelle che hanno subito nel tempo i maggiori cambiamenti. Fino alla fine degli anni ’90 il loro ingresso in Italia avveniva clandestinamente e in maniera forzata. Le organizzazioni criminali le reclutavano o con il rapimento o con l’inganno, promettendo un lavoro inesistente, o con l’innamoramento. Una volta in Italia, il loro avviamento alla prostituzione avveniva con la violenza, spesso gli stessi fidanzati si trasformavano nei loro aguzzini.

La sottomissione e l’obbedienza erano garantite dalla brutalità, dalla segregazione, a volte dalla tortura, e dalla condizione di clandestinità in cui vivevano.

Il governo italiano con la legge sull’immigrazione all’articolo 18, che consente al clandestino oggetto di sfruttamento e in pericolo di ottenere il permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale, riuscì a porre un freno alla riduzione in schiavitù delle ragazze da parte delle organizzazioni criminali. Eppure la presenza delle ragazze dell’Est sulle strade non è diminuita, anzi è aumentata.
Ciò è potuto accadere grazie a una sorta di recente “collaborazione” tra le organizzazioni criminali, che hanno raffinato le strategie di reclutamento e di gestione delle ragazze, e le stesse donne, che hanno cominciato a sviluppare dei propri “progetti migratori”.

Per quanto riguarda il metodo di reclutamento la violenza è stata sostituita dal “patto con il trafficante”. Al patto le ragazze arrivano per realizzare il sogno di poter migliorare le proprie condizioni di vita, sogno che si basa su delle ipotesi di trasformazione positiva che sono un effetto della globalizzazione delle informazioni, ma anche del confronto con quei connazionali che rientrati in patria, dopo un’esperienza di lavoro all’estero, hanno potuto cambiare in meglio il proprio status sociale. Visto che queste aspettative vengono proiettate dalle ragazze in un paese diverso dal proprio, la volontà di emigrare si scontra con le restrizioni imposte dai vari governi rispetto all’ingresso di persone straniere. La soluzione arriva dai trafficanti di esseri umani, i quali offrono la possibilità di un passaggio gratuito. Essi dicono: “Non ti preoccupare ti porto io in Italia, penso io al trasporto e alla sistemazione per i primi mesi. Poi quando troverai un lavoro ti sdebiterai con me, non c’è nessun problema”. Sì, a parte il fatto che per affrancarsi dal debito il passaggio obbligatorio sarà la prostituzione sulla strada. In questo modo i trafficanti vincolano già nel paese di origine le ragazze, rendendole consapevoli del lavoro che andranno a fare. Di conseguenza, la scelta di prostituirsi all’estero è percepita come un’opportunità per realizzare un proprio “progetto migratorio”, cioè un progetto di emancipazione economica che prevede modi, tempi e fasi d’attuazione, di cui la prostituzione non è altro che una di queste, di certo una fase molto difficile, ma più tollerabile perché
limitata nel tempo.

Per quanto il metodo di gestione delle ragazze durante l’attivit
prostitutiva anche questo è cambiato diventando più morbido. Il rapporto di “lavoro” si basa su una maggiore libertà: ora le ragazze possono frequentare chi vogliono, possono vestirsi come vogliono e mangiare ciò che vogliono, e soprattutto possono tenersi una parte dei soldi dei clienti. Resta solo un controllo a distanza.

Questo nuovo rapporto tra sfruttatori e sfruttate innesca delle dinamiche perverse, paradossali e drammatiche. La consapevolezza della necessità di prostituirsi per realizzare dei sogni e la presunta convinzione di aver potuto scegliere, fanno sì che le ragazze non si sentano più delle vittime, anzi, quasi si percepiscono come delle persone che hanno avuto la possibilità di emanciparsi, di migliorare le proprie condizioni di vita, mentre, in realtà, continuano a essere oggetto di sfruttamento.

Le nigeriane
Un’altra buona percentuale della popolazione di strada è composta da ragazze nigeriane. Queste, purtroppo, sono reclutate dalle organizzazioni criminali con l’inganno e costrette sulla strada con la violenza e con la paura.

I mercati e le strade delle grandi città nigeriane, oppure gli “amici” di
famiglia, queste sono le vie con cui i trafficanti di esseri umani avvicinano le loro prede per alettarle con le prospettive di un futuro migliore. Questi criminali promettono alle ragazze lavori all’estero come baby-sitter o come cameriera che non esistono. Coinvolgono e rassicurano le famiglie delle ragazze, obbligandole, però, di fronte all’avvocato a rispettare il debito contratto per il viaggio della propria cara. Prima d’intraprendere il viaggio, sottopongono le ragazze a riti vudù, riti di “accompagnamento”, di buon auspicio. Il rito è celebrato dal Marabut, un santone locale di solito in combutta con i trafficati e ha come conseguenza la “cattura” dell’anima della ragazza da parte dello stesso santone. Così si aspetta il momento della partenza, che avviene con la persona che ha agganciato le ragazze. Alcune sono fortunate e arrivano in Europa con voli aerei, altre meno. Queste raccontano di tragitti attraverso il deserto la cui disumanità e crudeltà lascia sgomenti.

La prima delle mete europee è la Spagna, una tappa di transizione, non vi è avvio alla prostituzione. Qui le ragazze vengono accolte sì dalla comunità nigeriana, ma sono segregate negli appartamenti in attesa di essere trasferite in Francia. È in questo paese che alle ragazze viene insegnato il mestiere, sono sbattute in strada con la forza. Poi arrivano in Italia. Le ragazze, invece, che arrivano in Italia per mare passano direttamente dall’imbarcazione alla strada.

Quando le ragazze nigeriane si accorgono che i lavori promessi non ci sono provano a ribellarsi, ma vengono ridotte all’obbedienza dalla paura di un “cattura mortale” della loro anima, possibile grazie a quel rito vudù compiuto prima della partenza. Il terrore di queste donne nei confronti della magia nera vudù è tale e tanta che nemmeno l’assenza del protettore dalla strada le induce a scappare o a ribellarsi. Si aggiunga, inoltre, la paura di ritorsioni fisiche, messe in atto molto spesso, nei confronti dei familiari nel paese d’origine. Le ragazze non potranno smettere di prostituirsi sulla strada finché non avranno pagato il debito contratto, senza saperlo, per il viaggio, per il vitto, per l’alloggio. L’ammontare del debito varia dai 40.000 ai 60.000 euro.

Le sudamericane
Per quanto concerne le donne che provengono dall’America Latina, queste si trovano in una situazione completamente diversa dalle precedenti. Le sudamericane rappresentano il caso più evidente di quel fenomeno chiamato “prostituzione migrante”. Questo è un fenomeno a sé stante, non legato a fattori di estrema povertà o indigenza, ma alla consapevolezza della mancanza di opportunità lavorative e di sviluppo nel proprio paese d’origine, questa coscienza stimola a sviluppare un progetto migratorio finalizzato a una trasformazione positiva. Pertanto queste donne arrivano in Italia coscienti della possibilità di prostituirsi guadagnando cifre interessanti. Le sudamericane arrivano in modo autonomo e di solito sono in regola con i permessi di soggiorno.

Spesso hanno già delle precedenti esperienze prostitutive nel paese d’origine, per questo la loro età, in media, si aggira intorno alla trentina. Una caratteristica tipica delle sudamericane è il loro ritornare in patria per il periodo invernale per godersi il caldo dell’estate dei loro paesi, ma soprattutto per stare assieme alle proprie famiglie. La stessa situazione di autonomia e di scelta personale di prostituirsi sulla strada riguarda anche i transessuali.

Gli uomini.
La panoramica della prostituzione di strada comprende anche un’offerta di sesso a pagamento composta da uomini e rivolta ad altri uomini, una caratteristica non comune a tutte le città venete, per esempio a Vicenza non esiste prostituzione maschile in questo senso.

Spesso la prostituzione maschile è legata al mondo della tossicodipendenza degli anni ’70 e oggi è ancora così per i ragazzi italiani che si trovano sulla strada. Il grande cambiamento nella prostituzione maschile si ha a partire dai primi anni 2000, da quel periodo in poi si assiste a un aumento delle presenze maschili sulla strada da parte di ragazzi stranieri, provenienti soprattutto dall’Europa dell’Est.

È difficile avere un quadro preciso dei meccanismi della prostituzione maschile perché negli uomini c’è una componente di vergogna e di ritrosia nel parlare del proprio “lavoro”. Da quel poco che è emerso risulta che la maggior parte degli uomini che si prostituiscono, come gli stessi clienti, sono eterosessuali e hanno legami sentimentali con donne. In molti casi l’attività prostitutiva si associa a un’attività lavorativa diurna e avviene solo alcune sere della settimana con lo scopo di arrotondare lo stipendio.

In alcune città è stato rilevato un fenomeno strano: un altissimo turn-over di ragazzi che si prostituiscono in strada. Si vedono lungo le vie dei gruppetti di 4 – 5 ragazzi rumeni, con un’età all’incirca 20 – 25 anni che cambiano ogni mese. Cioè i ragazzi che si vedono ad aprile non si vedono più a maggio e quelli di maggio a giugno non ci sono più. L’ipotesi formulata a spiegare questo fenomeno suppone che i ragazzi vengano avviati alla prostituzione, un po’ come capitava per le ragazze dell’Est: approdo e punto di partenza per l’insegnamento del mestiere. Il grande turn-over instilla il dubbio che dietro ci sia un’organizzazione che provvede al reclutamento dei ragazzi, al loro avviamento al lavoro e che ne organizzi poi lo spostamento in altre città. Se così fosse verrebbe dimostrato che esiste sfruttamento anche nell’ambito della prostituzione maschile.

E le italiane?
Le italiane sulla strada ormai non ci sono quasi più, sono tutte inserite nei circuiti “indoor”. Infatti non ha senso parlare di “prostituzione”, ma di “più tipi di prostituzione”. Esiste la prostituzione dei locali, quella degli appartamenti, esistono le “Escort”, cioè le ragazze che si possono chiamare al telefono e arrivano a casa tua o nella tua camera d’albergo. Pratica diffusa nelle grandi città come Milano.

Le italiane scelgono la strada o dopo un’esperienza al chiuso per crearsi un nuovo portfolio clienti o perché non sono più giovani e carine da potersi permettersi delle tariffe da “appartamento”. La prostituzione di strada tra tutte è quella più bassa, legata al mordi e fuggi, al soddisfacimento biologico, quella dei locali è diversa, vi è l’illusione della reciproca conoscenza. La prima è praticata dai soggetti più deboli, quelli con una capacità contrattuale molto bassa, mentre la seconda è praticata da donne più forti dal punto di vista della contrattazione.

Alessandra Franceschi

 

 

Simbologia papale: L’Anello del Pescatore

anello_del_pescatore_ratzinger_NFra le più antiche tradizioni legate all’elezione papale, merita un cenno particolare “L’Anello del Pescatore”, che probabilmente risale al periodo compreso fra gli anni 1100/1200. Tale simbolo è tornato alla ribalta internazionale il giorno 24 aprile 2005 indossato da Sua Santità Benedetto XVI durante la cerimonia di insediamento. “L’Anello del Pescatore” o piscatorio (lat.: Anulus piscatoris) fa parte ufficialmente delle insegne del papa, che la Chiesa cattolica identifica come il successore di San Pietro, il cui mestiere era quello di pescatore. L’anello de internazionalel pescatore è un sigillo utilizzato fino al 1842 per sigillare ogni documento ufficiale redatto dal papa, o da lui controfirmato. L’anello, che viene fabbricato in oro per ciascun nuovo pontefice, riporta un bassorilievo di San Pietro che pesca da una barca. Lungo il bordo dell’immagine viene incisa l’iscrizione con il nome del pontefice.
Durante il rito dell’incoronazione il cardinale camerlengo lo infila al dito della mano destra del nuovo papa. Alla morte del papa, l’anello del pescatore viene distrutto dal cardinale camerlengo alla presenza degli altri cardinali, utilizzando un martelletto d’argento. L’azione, che una volta era intesa a prevenire l’uso del sigillo per retrodatare degli atti, oggi ha il significato di sottolineare che nel periodo di sede vacante nessuno assume le prerogative proprie del Sommo Pontefice. Una lettera scritta da papa Clemente IV al nipote Pietro Grossi nel 1256 fa per prima menzione dell’anello del pescatore, utilizzato per sigillare tutta la corrispondenza privata, per mezzo della pressione dell’anello sulla ceralacca riscaldata e fusa sulla carta. Gli atti pubblici, invece, recavano un sigillo in piombo fuso sul documento stesso. Tali documenti prendevano il nome di bolla papale, dalla bolla di piombo che vi veniva apposta. L’utilizzo dell’anello del pescatore cambiò durante il XV secolo, quando se ne conosce l’uso per il sigillo apposto sui documenti detti brevi. Tale pratica cessò nel 1842, quando la cera con il nastrino in seta impressa con l’anello del pescatore cedette il posto ad un timbro con inchiostro rosso.

La tradizione dell’anello deriva sicuramente dai monarchi medievali, ai quali i sudditi mostravano rispetto e deferenza con il bacio dell’anello.
Attraverso i secoli, l’anello del pescatore ha comunque avuto un rispetto che supera ben oltre qualsiasi traccia che può essere derivata del simbolismo feudale e la tradizione continua anche al giorno d’oggi.

L’anello, che costituisce il sigillo del Pontificato di Papa Benedetto XVI, è stato realizzato con trentacinque grammi di oro e racchiude simboli storico-artistici, architettonici e iconografici legati alla Cristianità.
L’ovale sul quale è dispiegata la narrazione dell’Apostolo, riprende la forma della piazza di San Pietro, attuale casa del Pontefice. La stessa forma è ribadita nella struttura sottostante realizzata a foggia di baccelli ispirata al colonnato berniniano.
Due pesci stilizzati in un corposo modellato plastico costituiscono il gambo. L’Anello del Pescatore rappresenta non solo un prezioso scrigno di simboli ma anche il manifesto programmatico della Cultura Orafa Romana che lega il grande passato al presente, rivalutandone i nobili contenuti.
Ancora una volta l’artigianato artistico romano ha saputo dare volto a uno degli eventi più emblematici della storia contemporanea.
Ritornando al passato, l’anello del Papa avrà lo stesso simbolo del sigillo:  San Pietro il Pescatore.
I due oggetti, anello e sigillo, resteranno tuttavia separati in quanto il secondo è più voluminoso. “Mi piace la misura 24, è il doppio di 12″, il numero degli apostoli, ha detto Benedetto XVI alla prova dell'”anello del pescatore”.
di Claudio Modesti

Testimonianza d’amore

happy childMi chiamo Edoardo Boscaro e sono un papà felice di un bambino con sindrome di down di 10 anni di nome Alessandro, un “mongoloide” come a volte viene definito. Non avrei mai immaginato in vita mia di poter vivere un’esperienza del genere tramite un figlio, oltretutto essendo genitore di un altro ragazzo di 14 anni di nome Gianmaria del tutto normale.

All’inizio sembrava un’esperienza di dolore, una “maledizione” per alcuni, una disgrazia per altri, un marchio di sofferenza stampato addosso per tutta la vita dovuto anche alla propaganda in negativo che questi bambini subiscono fin dal grembo materno. Ci siamo chiesti in questi anni che cos’hanno questi bambini che spesso non possono vivere, che non possono crescere e diventare adulti come gli altri? Forse perché non sono come gli altri? E’ questa la risposta: sono diversi! E’ la diversità che fa la differenza per queste persone, solo che questa diversità diventa per loro sinonimo di emarginazione se non di condanna a morte.

Sappiamo infatti che il 70% dei concepiti con sindrome di Down non supera la griglia dell’aborto, il 72% nel NordEst. Vorremmo per una volta allora parlare del valore del bambino Down visto che nei mass-media “normo dotati” non lo si fa quasi mai. I bambini Down sono tra le altre cose anche intelligenti. Può sembrare strano ma è così: conoscono con la mente e con il cuore l’ambiente che li circonda. “Sentono” la sensibilità e la verità che c’è nelle persone. La loro affettuosità – spesso la gente dice sono “affettuosi” – non è un ripiego, perché sono deficienti mentali, ma una vocazione della quale spesso noi ci vergogniamo perché, parafrasando una pubblicità di una volta, noi siamo quelli che “non devono chiedere mai”, che hanno molto look, ma che sono lontani dal cuore, che non conoscono l’amore.

Abbiamo bisogno delle persone Down perché abbiamo bisogno di pace, quella con la P maiuscola. Loro la offrono, loro la portano e non solo ai loro familiari, ma a tutti quelli che incontrano. Se il mondo fosse un po’ più Down, sarebbe più pulito, più sereno, più gioioso, ed invece è triste, angosciato, invaso dalla violenza, da un numero tale di dipendenze che non si riescono più a fronteggiare.

Abbiamo smarrito la gioia di vivere perché abbiamo rinchiuso la vita dentro degli schemi predefiniti da noi e non accettiamo variazioni di nessun tipo, rifiutando dunque la vita per come essa é. Per questo diventiamo sempre più aggressivi. Paradossalmente il bene della vita si acquisisce vivendo con i deboli più deboli e non per altre vie, e le persone Down hanno questo potere e lo trasmettono con il loro sorriso, perché tu sei importante per loro, perché esaltano la tua paternità e la tua maternità sepolte sotto le macerie del vivere quotidiano.

Benediciamo nella nostra famiglia Alessandro perché è cosi, forse è un egoismo ma il bene che riceviamo da lui è talmente grande che non lo vorremmo diverso.

Una famiglia mi ha tolto dalla strada (Mary)

black womanMi chiamo Mary e sono nata alla fine del 1990 a Benin City.  Per entrare in Italia mi hanno dato un passaporto di una persona che c’era stata prima di me. Nel passaporto avevo 23 anni, mentre in realtà ne avevo soltanto 17 e mezzo. La prima tappa è stata Torino e in seguito Piacenza. Era febbraio e faceva freddo. I miei genitori sono entrambi deceduti circa dieci anni fa. Avevo 17 anni allora e rimasi sola con due fratelli. Così siamo stati allevati dalle famiglie dei cugini che abitavano vicino a noi a Benin City. In città lavoravo come parrucchiera. Nel gennaio successivo mentre lavoravo, entrò una signora – di nome S. – e iniziò a parlare dell’Italia: era un paese, dove si poteva lavorare con le attrici, acconciarle i capelli e avere successo nel mondo del cinema.

Dopo qualche mese mi propose di partire. Accettai, credendo alle sue dicerie. Contrattammo la partenza. Mi parlò del rito woodoo e dunque del giuramento davanti agli spiriti degli antenati. Non ebbi paura perché il woodoo è la religione di molti nigeriani e lo era anche dei miei genitori. Giurai di pagare quanto mi veniva prestato. Mi dissero che avrei dovuto pagare 40.000 euro. Dissi di sì, ma non ci feci caso e poi non sapevo neanche cosa significasse quella cifra. S. mi disse che sarei partita per l’Italia e che lì mi avrebbe aspettato una sua conoscente. La settimana successiva fui portata a Lagos e, dopo un lungo periodo, quasi un mese e mezzo, mi portarono in Togo, dove rimasi ancora per circa una settimana.

Dopo partii in aereo e arrivai a Torino, dove mi aspettava un’altra donna di nome, T. Questa mi portò a casa sua a Piacenza, dove avrei preso lavoro. Invece del lavoro T. mi disse che sarei dovuto andare sulla strada e vendermi ai clienti italiani per pagare in fretta il debito. Dissi di no e che avrei chiamato S. perché quelli non erano i nostri patti. T. cominciò a ridere, dicendomi che S. l’aveva venduta a lei e che quindi il debito dovevo pagarlo a lei e non più a S. Iniziò a trattarmi male, a picchiarmi e a non farmi mangiare per giorni.

Mi chiuse in casa per tre giorni dandomi solo caffè e latte e qualche biscotto. Con l’aiuto di un suo fidanzato mi legò al letto e mi picchiarono con una cinta. T. continuava a dirmi che bastava che mi prostituissi per pochi mesi e il debito sarebbe stato coperto e io potevo poi essere libera e fare quello che desideravo. Per quasi un anno ho fatto questa vita e non so quanti soldi ho dato a T., al suo fidanzato e a una persona che stava sempre con loro. Era un italiano pensionato e a volte mi chiedeva di stare anche con lui senza pagare. Ero stressata e sfiduciata. Ero triste e non sapevo come ribellarmi.

Ma durante il mese di luglio del 2008 conobbi una famiglia di Como che abitava nella zona in cui mi prostituivo. Loro, mossi a compassione perchè mi vedevano molto giovane, cominciarono a parlarmi e a salutarmi ogni volta che passavano davanti a me. Notai che venivano apposta a parlarmi e qualche volta mi portavano delle cose buone da mangiare. Perlopiù dei dolci e delle barrette di cioccolato.

Dopo qualche mese mi proposero di lavorare come badante e di seguire la loro anziana madre. Io accettai la proposta e mi trasferii a casa della signora anziana. Insomma, mi aiutarono a fuggire. Era il mese di settembre. Dopo un paio di settimane venni accolta in una casa-famiglia. Attualmente ho fatto la richiesta di permesso di soggiorno e sto seguendo il programma di protezione sociale. L’esperienza sulla strada è durata circa un anno e mezzo.
Mary

A Mary e’ bastata la bonta’ di una famiglia per darle coraggio di scappare. Aiutateci a portare tanta bonta’ alle tante ragazze sfruttate: SOSTENETECI (leggi come)