La verita’ su ellaOne, la “pillola dei cinque giorni dopo”

pillole EllaOneE’ online, sul sito della prestigiosa rivista internazionale Trends in Pharmacological Sciences* l’articolo: “Ulipristal acetate in emergency contraception: mechanism of action”. Gli autori, i Ginecologi padovani Bruno Mozzanega, Erich Cosmi e Giovanni Battista Nardelli, Direttore quest’ultimo della Clinica Ginecologica dell’Universita’, discutono il meccanismo d’azione di Ulipristal Acetato (UPA), commercializzato come ellaOne per la contraccezione di emergenza (CE).

Ogni compressa di ellaOne contiene UPA micronizzato 30 mg (equivalente a UPA non micronizzato 50 mg) ed è efficace fino a 120 ore dal rapporto non protetto.
I produttori riferiscono gli autori – sostengono che UPA agisca ritardando l’ovulazione ed escludono qualsiasi interferenza con l’impianto dell’embrione. Essi basano la loro conclusione su quattro studi sperimentali che valutano gli effetti di UPA sull’ovulazione e sull’endometrio umano e queste conclusioni sono condivise dalle più autorevoli agenzie del farmaco internazionali.

La FDA statunitense aggiunge soltanto che alterazioni dell’endometrio potrebbero contribuire all’efficacia di UPA, mentre l’EMA (European Medicines Agency) menziona solamente il posticipo dell’ovulazione. Le più importanti società scientifiche e molte reviews si rimettono completamente a queste conclusioni e ripetono che ellaOne, somministrato immediatamente prima dell’ovulazione, ritarda significativamente la rottura del follicolo.
I tre medici padovani, tuttavia, esaminando in modo approfondito i medesimi articoli, mettono in discussione le conclusioni di cui sopra, sia riguardo agli effetti sull’ovulazione sia riguardo a quelli sull’endometrio.

EllaOne e ovulazione
Un solo studio (Brache V. e collaboratori) valuta gli effetti di UPA nel periodo fertile: in esso si afferma che UPA può ritardare la rottura del follicolo, anche se somministrato immediatamente prima dell’ovulazione, un dato che è enfatizzato nel titolo. In questo studio si rileva che gli effetti di UPA sono fortemente dipendenti dai livelli dell’ormone luteinizzante (LH) al momento della somministrazione del farmaco: prima dell’inizio della crescita di LH, la capacità di UPA di ritardare l’ovulazione era del 100%; dopo l’inizio ma prima del picco di LH, essa scendeva al 78.6%, mentre dopo il picco cadeva all’8.3%.
Inoltre, nel riportare l’intervallo fra la somministrazione di UPA e la rottura del follicolo, Vivian Brache riporta letteralmente che “quando UPA veniva dato al momento del picco di LH, la distanza temporale fra l’assunzione del farmaco e l’ovulazione era simile a quella osservata col placebo (1.54 ± 0.52 versus 1.31 ± 0.48)”. Secondo gli studiosi padovani, questo dato indica con chiarezza che sia il placebo sia l’Ulipristal sono ugualmente inefficaci quando vengono somministrati circa due giorni prima dell’ovulazione; il che è l’opposto di quanto affermato dalla Brache nelle sue conclusioni.
Poiché i giorni fertili sono i 4-5 precedenti l’ovulazione più il giorno stesso dell’ovulazione, i Ginecologi padovani concludono che UPA è in grado di ritardare l’ovulazione soltanto se viene assunto nei primi giorni fertili, mentre nei giorni più fertili (il pre-ovulatorio e i due giorni intorno a esso), UPA si comporta come un placebo.
Nonostante questi limiti evidenti, tuttavia, l’efficacia di UPA nel prevenire le gravidanze è molto alta (≥80%) e non diminuisce, in qualunque dei cinque giorni successivi al rapporto non protetto esso venga assunto. Questo è sorprendente a detta degli studiosi padovani – se si pretende di affermare che l’efficacia di UPA sia dovuta alla sua azione anti-ovulatoria, la quale decresce con l’avvicinarsi dell’LH al suo picco: l’efficacia dovrebbe progressivamente ridursi col trascorrere dei giorni e l’avvicinarsi dell’ovulazione.
D’altra parte, – si chiedono – come potrebbe mai UPA, se assunto dopo l’ovulazione, ritardare una rottura del follicolo che può anche essere avvenuta fino a quattro giorni prima (è il caso di un rapporto nel giorno pre-ovulatorio con assunzione del farmaco 5 giorni dopo). Tutto questo suggerisce che l’efficacia di ellaOne si basi su altri meccanismi, in particolare sui suoi effetti endometriali.

EllaOne e l’endometrio
Bruno Mozzanega e i suoi co-Autori riportano, a questo proposito, che gli studi sperimentali concludono che la quantità di UPA necessaria per modificare la morfologia endometriale è più bassa di quella richiesta per alterare la crescita dei follicoli. L’effetto inibitorio dell’UPA si esplica direttamente sul tessuto endometriale attraverso l’inibizione dei recettori per il progesterone e si osserva anche dopo una singola somministrazione della sua dose più bassa.

Lo studio prosegue con l’analisi dei tre articoli che riportano gli effetti di Ulipristal sull’endometrio:Quando UPA non micronizzato (1-100 mg) viene somministrato nella fase medio-follicolare, una fase che precede il periodo fertile, tutte le dosi inibiscono la maturazione luteale dell’endometrio in egual modo. L’ovulazione viene certamente posticipata, ma il periodo fertile non è ancora iniziato.
L’effetto inibitorio sull’endometrio dura a lungo: si osserva anche nelle fasi luteali fortemente ritardate che seguono la rottura di un nuovo follicolo dominante e persiste fino al flusso mestruale successivo. Questo significa che tutti i rapporti non protetti che si verificassero in quel ciclo dopo l’assunzione di Ulipristal potrebbero portare al concepimento, ma senza alcuna possibilità di annidamento.
Se UPA non micronizzato (10-100 mg) viene somministrato nella fase luteale iniziale, si osserva sempre una riduzione dello spessore endometriale, senza variazioni nei livelli luteali di estrogeni e progesterone. Inoltre, le dosi più alte, 50 mg (equivalente a ellaOne ) e 100 mg, inibiscono significativamente l’espressione endometriale (legata al progesterone) di quelle sostanze che indicano che l’endometrio è pronto per l’annidamento. Le “node-addressine” periferiche appaiono significativamente diminuite, e questo si associa a fallimento dell’impianto. Le cellule del trofoblasto (cioè le cellule periferiche dell’embrione attraverso le quali si nutrirà), infatti, iniziano l’annidamento legandosi con le proprie L-selectine alle addressine dell’endometrio.

Quando, infine, UPA non micronizzato viene somministrato nella fase medio-luteale, a singole dosi da 1 a 200 mg, le dosi più alte inducono costantemente un sanguinamento endometriale anticipato. Questo effetto si osserva anche nel 50% delle donne trattate con 50 mg, la dose equivalente a ellaOne.
Tutte queste osservazioni affermano Mozzanega e co-Autori evidenziano che gli effetti endometriali di Ulipristal possono interferire con l’annidamento dell’embrione e che l’elevata efficacia di ellaOne nella contraccezione d’emergenza probabilmente è dovuta a questi effetti endometriali, piuttosto che a effetti anti-ovulatori.
E’ esattamente il contrario di quanto divulgano l’OMS, le maggiori agenzie internazionali del farmaco e le più rappresentative società scientifiche: esse infatti sostengono che ellaOne sia antiovulatorio e quindi prevenga il concepimento, mentre invece i dati scientifici indicano un meccanismo d’azione prevalentemente post-concezionale e di contrasto all’annidamento.
* http://www.cell.com/trends/pharmacological-sciences//retrieve/pii/S0165614713000370?_returnURL=http://linkinghub.elsevier.com/retrieve/pii/S0165614713000370?showall=true

Anna Fusina – vitanascente.blogspot.it

Puo’ la bellezza piu’ della morte

natura-981x540Si inizia sempre da qualche parte o dall’inizio o dalla fine. O da una sconfitta o da una vittoria. Spesso i cammini piu’ belli cominciano dalla privazione totale, dalla poverta’ assoluta, da una dimensione che fa più paura proprio perché è solitaria e angosciante secondo il metro medio della società contemporanea. Dobbiamo avere, dobbiamo mostrare, dobbiamo interfacciare la nostra splendida merce in prima pagina con i nostri avventori e quello schema fatto di antropocentrismo esasperato diventa il nostro metro di giudizio per tutto, per l’amore, per le menzogne che spesso diciamo a noi stessi e agli altri, per tutte le cose che abbiamo perso e non vogliamo ammetterlo, per quel desiderio di rivalsa sociale che travestiamo da generosità.

Ci ergiamo ad idoli, il nostro male non è il male assoluto del mondo ma la nostra volontà di ricchezza e controllo che mano mano ci svuota, ci rende isolati col mondo reale e ci porta in una condizione dove i simboli, la rappresentazione del nostro “io”, diventa misura di tutte le cose. Abbiamo molti strumenti per generare questo, i social, i messaggi, le riunioni di lavoro.

Mi domando spesso da quanto tempo non incontro una persona che mi prende per un braccio e mi dice “sono un povero, ho fallito, sto cambiando”. Visto che nessuno lo fa, spesso lo faccio io, perché essere figli di una generazione dove il relativismo etico e morale è la regola porta a questo, porta a diventare giudici ed arbitri delle proprie vite e di quelle altrui, porta ad essere schiavi del pensiero unico e della dittatura del compromesso: cedere un po’ per volta noi stessi per realizzare qualche bel compitino.

Così si muore o almeno così stavo morendo dilaniato dalla rabbia, dalla volontà di controllo, dalla malattia simbolica della mia anima e del mio spirito, corrotto da una tabella di marcia in cui non solo ero esclusa la mia parte migliore, ma soprattutto Dio, quell’entità che ero pronto a bestemmiare in ogni situazione, quello che ogni tanto passavo a trovare in Chiesa perché “io credo a modo mio e siccome sono più fico di tutti posso permettermelo”, quel Dio buono solo non per affidare le mie intenzioni ma i miei desideri quasi come se fosse il genio della lampada, quel Dio “che per fortuna che ora c’è Papa Francesco che è tanto simpatico”, quel Dio che mentre mio padre moriva a mio avviso ce l’aveva con me.

Si, perché ad un certo punto pensi di essere così importante, sei arrivato ad un livello di idolatria di te stesso tale che pensi che con Dio devi ingaggiare un conflitto a fuoco.

Quando mio padre morì ormai più di un anno fa non colsi la grazia di quella partenza, di quella chiamata, ci ho messo molto, rovinando parecchio a comprendere che era uno spartiacque, che non serviva proteggersi ma essere protetti, che non si smette mai di essere figli neanche quando si ha l’età per diventare padre. Pensavo che la malattia fulminante di mio padre fosse la peggiore del mondo, senza pensare agli esempi di Chiara Corbella Petrillo o di tanti altri che vivono la loro vocazione difficile dentro un reparto di ospedale.

Però che Dio è bellezza forse l’ho scoperto lì, all’inizio della mia povertà, che Dio sana e cura, accoglie e guarisce l’ho appreso là dentro in un reparto di oncologia di un Policlinico militare, ora rivedo davanti a me tantissimi passi del Vangelo. C’era Gianni, infermiere e buon samaritano, c’era Barabba nella stanza di mio padre, c’era un esercito di pie donne e i dottori che non hanno potuto far altro che accompagnarlo alla casa del Padre. Ed in mezzo c’ero io, smarrito, una pecora senza pastore che finge di essere pietra angolare. Non mi sono arreso alla mia povertà ha continuato a far finta che fosse ricchezza, fino a quando quel Dio a cui rimproveravo molte cose mi venne in soccorso e mi tolse ogni macigno dal cuore.

Oggi non sono ne migliore e ne peggiore di quando bestemmiavo, di quando trattenevo il mio lavoro con le unghie, di quando sparlavo del prossimo e di quanto deliberatamente anteponevo il relativismo alla rettitudine, ma le cose che ho compreso in questi lunghi mesi forse sono dieci volte di più di quanto non ne abbia comprese nell’arco dell’esistenza intera.

Quando comprendi che una morte è meno potente della bellezza della vita che continua, quando comprendi che una morte può essere vocazione, chiamata, amore, quando capisci che le tue povertà sono più belle delle tue presunte ricchezze e che il perdono che chiedi non è figlio della retorica ma del pentimento, allora lì sai che sbaglierai ancora, sbaglierai forte, ma non sei più da solo. Ho lasciato le ansie di una vita ipersociale nel burrone della tristezza, ho arso quello che pensavo di me irrinunciabile con la preghiera nella Porziuncola ad Assisi, perché Dio per parlare trova molti modi, molte intuizioni, molta bellezza. Con me ha rovesciato i tavoli, mi ha sbattuto in faccia tutto il suo amore, la sua accoglienza. Ero un uomo senza patria ma con molti idoli, ero un profugo, il mio barcone che sbatteva addosso alle coste di un Paese di cui non sapevo la lingua si è arenato e sono arrivato con fatica, quasi morto alla sua parola.

Non ho mai creduto alle conversioni light, credere è una conversione ad “U” nella vita, scompagina tutto, porta a vivere l’amore, la vita, il dolore con occhi nuovi.  E’ come se improvvisamente ti accorga di quanto è bello farsi fotografare invece che fotografarsi da soli, di quanto è bello guardare una foto fatta con amore invece che scrutare le nostre espressioni di plastica in un selfie. E’ bello essere amati, è bello essere guidati, è bello essere senza ansie inutili, guidati da qualcosa di più grande.

Dio c’è sempre stato nella mia vita, è innegabile, anche quando lo negavo, ma da mesi non esiste più solitudine che non può essere colmata, ferita che non può essere rimarginata, parola che non può essere riscaldata, bellezza che non possa essere vissuta ed ho compreso che la cosa più difficile per noi, giovani relativisti, selfisti, agnostici della domenica e cattolici del lunedì, è proprio affidarsi, rimettere, offrire, dare, concedere, non programmare. E’ passato un anno da quando ho salutato mio padre, ho commesso molti errori per non essere più figlio e negli errori ho capito che non si può essere padre senza essere figlio e che poi poco possiamo senza lo Spirito Santo. Per questo sbaglierò ancora, ma guardando dentro le nostre povertà e non nelle presunte ricchezze, perché quando pensi che la morte sia l’unica strada la resurrezione è dietro l’angolo.

Massimiliano Coccia

4 luoghi comuni sul velo islamico

hijabIl velo fa discutere, divide gli animi, suscita interrogativi. Molti pronunciamenti appaiono ispirati più da motivi ideologici, politici o pseudo-religiosi. Almeno quattro sono i luoghi comuni dell’islamically correct con cui fare i conti.

1. Il velo, si dice, e’ parte integrante della religione e della cultura del mondo musulmano. Non e’ così: non c’è un solo testo religioso che faccia del velo un pilastro dell’islam. L’imposizione del velo obbedisce ad una visione gerarchica e patriarcale della società islamica, che ruota intorno alla figura dell’uomo padre e padrone. La riprova è che le donne lo indossano quando questa visione diviene dominante, se ne liberano non appena il dominio si indebolisce o si allenta. In Tunisia, Marocco, Giordania, l’uso del velo comincia ad essere scoraggiato e messo in discussione. È qualcosa che dovrebbe far riflettere i sostenitori di casa nostra.

2. Il velo, si sostiene, è un simbolo di pudore e di modestia delle donne musulmane. Al contrario, e’ l’esibizione di un messaggio politico e di potere. È il pubblico sigillo della sottomissione della donna alle l leggi e alle tradizioni più aberranti. La donna col velo è colei che può essere lapidata se commette adulterio, non può uscire di casa senza il permesso del marito, deve accettare maltrattamenti e violenze se mette il rossetto o frequenta un occidentale, subire l’infibulazione o la poligamia, essere costretta a sposare a 12 anni un uomo che non ha mai visto.

3. Le immigrate, si dice ancora, portano il velo per una libera scelta. Nella stragrande maggioranza dei casi, esse arrivano in Europa senza il velo. Sono costrette a indossarlo per ordine di mariti, padri e fratelli istigati e appoggiati dai predicatori di alcune moschee. Anche perché non è solo un’insegna di potere, è uno strumento di controllo. Ha il compito di isolare le donne delle comunità, impedire che entrino in relazione con la società, tenere lontano «l’altro», il nemico, il rivale, l’infedele. Il velo dice alle donne: restate chiuse nelle vostre case e siate ciò che dovete essere, fabbriche di figli, senza volontà e senza diritti. Se parlate con le immigrate comuni, le immigrate della porta accanto, è questo che vi diranno.

4. Proibire l’uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro è un atto di prepotenza che incoraggia lo scontro di civiltà. In realtà, misure come queste vanno nella direzione opposta: tendono una mano alla parte più viva e avanzata delle comunità musulmane. In Francia dall’anno scorso c’è una legge che vieta l’uso del velo nelle scuole pubbliche. Dopo le proteste scatenate dai fondamentalisti nei primi tempi, i sondaggi dicono che la stragrande maggioranza delle allieve e delle donne delle comunità si sono apertamente schierate a favore della legge. Ora ci sentiamo più libere, confessano: più libere di parlare, di vivere, di essere noi stesse. Detto questo, e’ evidente che il problema è innanzitutto culturale, e si affronta con un dibattito ampio ed aperto. Più che perdersi in dibattiti politicamente corretti sulle proibizioni, è molto più utile e realistico difendere il diritto delle donne a non indossarlo.

Riassumendo: l’imposizione del velo rivela una concezione del mondo che non vela soltanto la donna ma anche l’uomo, la società, la mente. Che mortifica la sua parte migliore, la sua storia di civiltà e di creatività. Ogni immigrata che rinuncia al velo non lo fa perché sceglie l’Occidente corrotto. Lo fa perché sceglie e ama il vero islam, non la sua copia deforme. È da riflessioni come queste che dovremmo partire quando affrontiamo una questione così importante per il futuro dell’integrazione. Chi oggi in Italia applaude al velo e ne fa solo un problema di centimetri di pelle da scoprire, mostra purtroppo di non averlo ancora compreso.

Avvenire

Nagasaki, dal sangue dei vinti la forza per il futuro

martirio NagasakiIl 24 novembre 2008 sono stati beatificati Pietro Kibe e altri 187 martiri vissuti 400 anni fa. La presenza della Chiesa nel Sol Levante e’ numericamente esigua (i cattolici giapponesi raggiungono a stento il mezzo milione su una popolazione di 126 milioni). Inoltre nei secoli scorsi sono già stati celebrati altri martiri del cosiddetto «secolo cristiano» . Giovanni Paolo II disse:  «La Chiesa in Giappone ha una grande eredità spirituale: la ricchezza dei suoi martiri. Perché non procedete a una nuova beatificazione?». L’esortazione, apparentemente improvvisa, in realtà era un’espressione delle sue intuizioni pastorali. Monsignor Agostino Jun’ichi Nomura, vescovo di Nagoya, ha sottolineato il fatto che «la maggior parte dei martiri sono state persone che vivevano vite ordinarie nelle famiglie come samurai, mercanti e artigiani»; vale a dire, rappresentavano tutti gli strati sociali della società giapponese di quel tempo. Tra i 188 martiri un gran numero sono donne, «nelle quali – dice un comunicato della Conferenza episcopale locale – noi scopriamo non soltanto la vera bellezza femminile, ma anche il potere che le donne esercitano nella Chiesa (giapponese)». Allora come adesso, «ci siamo resi conto – continua il documento – che senza le donne la Chiesa giapponese di oggi non esisterebbe. Ci aspettiamo che la beatificazione di queste donne martiri offra grande speranza e consolazione a tutte le donne di fede in Giappone». Nazionalismo? No. Queste sottolineature indicano, piuttosto, che il motivo di fondo dell’avvenimento è pastorale: offrire alla Chiesa giapponese di oggi uno specchio in cui riflettersi, per migliorare e riprendere il cammino.  «Da Francesco Saverio a Pietro Kibe, la fede ha unito i cristiani giapponesi come i punti di una linea che ha attraversato il Giappone. Mediante la loro testimonianza, Dio ha dotato la Chiesa giapponese di solida spiritualità e senso missionario». Nonostante oltre due secoli di forzato silenzio, la linea non si è spezzata. Il ritrovamento dei kakure kirishitan (i «cristiani nascosti»), emersi a Nagasaki nel 1865, ne è una prova. Ma occorre che la Chiesa giapponese di oggi ne prenda coscienza. Ed è quello che sta avvenendo.  «Il motivo di questa beatificazione – dicono i vescovi – è innanzitutto quello di presentare ai cattolici giapponesi di oggi modelli che illustrano come va vissuta la vita e instillare loro la fiducia che tale vita può essere vissuta». «Siamo convinti – aggiungono – che le vite di questi martiri, che hanno proclamato la fondamentale dignità umana e la libertà di religione, mandano messaggi di speranza a tutti, cristiani e no». MIZOBE ritiene che l’inflessibile amore per il Vangelo unisce san Francesco Saverio a Pietro Kibe e alla Chiesa giapponese di oggi. La speranza è che l’evento della nuova beatificazione costituisca la ripresa consapevole del cammino nella medesima direzione. 447.720 il numero dei cattolici giapponesi secondo lo State of the Catholic Church pubblicato dalla Conferenza episcopale giapponese nel dicembre 2007 600.000 la stima dei cattolici immigrati da altri Paesi presenti oggi in Giappone 60% la percentuale delle donne (in totale 264.213) all’interno della comunità cattolica giapponese 1.515 il numero complessivo dei preti presenti in Giappone. Di questi, 904 sono giapponesi mentre altri 611 sono non-giapponesi 5.944 il numero complessivo delle suore presenti in Giappone. Di queste 5.582 sono giapponesi mentre 362 sono non-giapponesi 7.275 il numero dei battesimi in Giappone durante il 2007. Di questi 3.617 sono stati amministrati a bambini fino ai 7 anni, 3.658 sono stati battesimi di persone adulte 2.899 il numero dei matrimoni cattolici celebrati in Giappone durante il 2007. Solo in 279 casi sia lo sposo che la sposa erano cattolici Il «secolo cristiano» Più volte, nel corso degli anni, i martiri giapponesi dei secoli XVI e XVII sono stati elevati agli altari. Un primo gruppo di 26 martiri sono stati beatificati nel 1627 da papa Urbano VI e canonizzati nel 1862 da Pio IX; un secondo gruppo di 205 martiri vennero beatificati nel 1867 da papa Pio IX; infine Tommaso Nishi e quindici compagni martiri vennero beatificati a Manila nel 1981 e canonizzati a Roma nel 1987 da Giovanni Paolo II. Tutti questi martiri appartengono al periodo che va dalla venuta in Giappone del primo missionario, Francesco Saverio (1549), al martirio di Pietro Kibe (1639), indicato dagli storici come il «secolo cristiano». Due i motivi di tale denominazione. Innanzitutto perché per la prima volta è stato seminato nella cultura giapponese il seme della fede cristiana, che non ha distrutto ma sanato quella cultura. In pochi decenni il seme è stato accolto da migliaia di giapponesi, in gran parte appartenenti alla classe degli heimin, ossia cittadini comuni. Nel 1619, all’inizio delle grandi persecuzioni, in Giappone c’erano già 300 mila cattolici. In secondo luogo, si parla di «secolo cristiano» a motivo della luminosa testimonianza da essi data con il martirio. I padri gesuiti, vedendo il coraggio di questi martiri, sono stati meravigliati dal carattere dei cristiani giapponesi che prima non avevano notato. «Essi corrono al martirio – ha scritto padre Organtino – come a una festa». Nell’ottobre 1619 il mercante inglese non cattolico Richard Cooks, di stanza a Kyoto, dopo aver assistito a un’esecuzione di cristiani così la descrive: «55 cristiani di ogni età e di ambo i sessi sono stati bruciati vivi sul letto del fiume Kamo. Tra essi c’erano anche bambini di 5 o 6 anni. Le loro mamme tenendoli in braccio, piangendo pregavano: “Gesù, ricevi le loro anime”». Purtroppo il «secolo cristiano» è terminato tragicamente con quella persecuzione che Engelbert Kaemfper, tedesco residente a Nagasaki all’inizio del secolo XVIII, ha definito «la più crudele persecuzione e tortura che i cristiani non hanno mai visto nel mondo… È durata 40 anni fino a quando non è stata versata l’ultima goccia di sangue cristiano». Proprio per questa ragione, il secolo XVII rappresenta una pagina tenebrosa nella storia del Giappone, soprattutto durante il «regno del terrore» di Iemitsu, il terzo shogun della dinastia dei Tokugawa. Lo storico Joseph Jennes ha scritto: «Durante il governo di Iemitsu (1632-1651) i cristiani furono sottoposti alle più orribili torture, finché non avessero abiurato e fossero morti.. Risulta chiaro da documentazione giapponese che Iemitsu provava un interesse sadico negli interrogatori dei cristiani catturati». Quella vergognosa storia è stata redenta dal nobile comportamento dei martiri giapponesi.

di Pino Cazzaniga

Non ero gay, ma mi etichettavano cosi’

amicizia-uomo-donna-storiaLa storia di Luca Di Tolve e’ nota a molti. Una gioventù da attivista in movimenti gay, poi, dopo i trent’anni, la svolta: un percorso psicologico, unito ad un cammino di fede, lo porta a scoprire la gioia dell’amore per una donna e, poco dopo, il matrimonio.

Di Tolve ha poi fondato l’associazione onlus Gruppo Lot – Regina della Pace (www.gruppolot.it) che accoglie le persone omosessuali in crisi di identità, aiutandole a fare le scelte giuste per la loro vita. Recentemente è uscita la nuova edizione riveduta e corretta di Ero gay (Edizioni Kolbe), il libro autobiografico che ha reso nota la sua storia, i cui proventi sono devoluti alla onlus.

A colloquio con ZENIT, Di Tolve ha espresso la sua opinione sulle aggressive politiche del gender in Italia e nel mondo, sulla rivoluzione familiare ed educativa che queste comportano e sulla discussa frase di papa Francesco, “chi sono io per giudicare un gay?”. E annuncia un’ulteriore importante novità nella sua vita: ad aprile diventerà papà.

Luca, cosa sta succedendo in Italia e in Occidente? Perché a tuo avviso la famiglia è così sotto attacco?
Luca di Tolve: È in corso un’aggressione alla famiglia e ai valori “tradizionali” attraverso un piano studiato a tavolino che è in corso da molti anni. Sin dalle prime riunioni dell’ONU, passando per la Conferenza Mondiale sulle donne a Pechino (1995), si parlò di gender, un’ideologia utopica, costruita ad arte e completamente fuori dalla realtà in cui tutti viviamo, secondo cui chiunque può scegliere il proprio sesso. Le associazioni e le fondazioni che la sostengono hanno fatto enormi pressioni, arrivando a corrompere perfino l’establishment scientifico. Si pensi al cambiamento operato dall’OMS che, depennando l’omosessualità dalla lista delle patologie, ha di fatto impedito di studiarla. Quello che fa paura è l’imposizione dall’alto di questa ideologia, ormai in tutto il mondo occidentale.

In particolare in Italia, credo sia in atto un attacco anticostituzionale alla libertà di scelta e alla volontà popolare. Non c’è mai stato un dibattito serio su queste tematiche, quindi quello che entra nelle scuole, entra senza che noi ce ne accorgiamo, senza che venga richiesto alcun parere alle famiglie e anche gli insegnanti che vorrebbero svolgere il loro lavoro secondo coscienza, subiscono condizionamenti e ordini contrari dall’alto. Le associazioni legate alla lobby gay ricevono cifre astronomiche per un’operazione di disinformazione e di indottrinamento culturale, iniziato con i media e con l’establishment scientifico, che adesso coinvolge anche la scuola. In Italia non ci aspettavamo questo impatto e ora ne stiamo pagando lo scotto; in Francia, invece, dove la popolazione ha già conosciuto le conseguenze di questa ideologia, la risposta popolare è stata più forte.

Oggi si parla di “omofobia” come emergenza sociale e dei gay come vittime di un diffuso pregiudizio. Quando tu lo eri avvertivi davvero di essere discriminato o moralmente giudicato?

Luca Di Tolve: Non proprio. Ho piuttosto subito la “violenza invisibile” di essere etichettato così sin dai sette anni, età in cui i miei genitori si separarono. Alcuni psicologi e consultori familiari dissero a mia madre che avevo una sensibilità di tipo omosessuale, quindi crebbi con l’idea di esserlo davvero. In più sono cresciuto senza un padre, mi è mancata una figura maschile di riferimento. Avendo mia madre sofferto molto a causa di mio padre, ed essendomi io sentito in qualche modo in colpa per la loro separazione, dentro di me sono sorti una sfiducia, un annichilimento, un’incomprensione della mia identità, tutti sentimenti molto diffusi tra gli omosessuali. Ti senti come rigettato, non visto come una persona come le altre, perché vedi che c’è qualcosa che non va dentro di te. Semmai la discriminazione l’ho vissuta, perché molte persone non mi hanno permesso di parlare di quello che io sentivo dentro, mi hanno semplicemente attaccato un’etichetta.

In più di un’occasione sei stato vittima di intimidazioni e atti di intolleranza di vario tipo. Per quale motivo una scelta come la tua è così scomoda per alcuni? Perché per taluni la libertà di diventare gay va tutelata ma la libertà di diventare eterosessuale non è altrettanto degna di rispetto?
Luca Di Tolve: Proprio perché ci sono in gioco poteri molto forti, quindi, con la pretesa di proteggere gli omosessuali, si negano la libertà di scelta e l’accoglienza delle persone con questa “ego-distonia”, ovvero coloro che non si riconoscono nella propria omosessualità.

La legge contro l’omofobia è molto pericolosa perché va a creare un qualcosa di antidemocratico: non poter avanzare un’altra ipotesi per chi è omosessuale. Le persone omosessuali che sono emarginate o aggredite, vanno senz’altro aiutate ma senza essere strumentalizzate. L’essenza di una persona non è nella sua omosessualità o eterosessualità e le tendenze omosessuali sono come la tendenza a ingrassare o la bulimia o altre cose che fanno parte dell’apprendimento.

Nella Pastorale della Salute, al contrario, gli omosessuali vengono accolti con amore e sono felice che anche a Roma, inizierà un percorso simile nelle scuole. Bisogna informare su tutto questo, far capire quanta sofferenza c’è in tante persone. C’è chi diventa omosessuale per scelta, ma altri lo diventano dopo essere stati violentati o abusati: nella nostra onlus riceviamo spesso segnalazioni di questo tipo.
Il Catechismo della Chiesa cattolica ci insegna comunque a rispettare e accogliere le persone omosessuali. A tuo avviso, come andrebbe mostrata carità nei loro confronti, com’è possibile trasmettere loro l’idea che Dio li ama non meno degli altri?
Luca di Tolve: Per esempio, facendo loro capire che il peccato è il peccato e tutti siamo peccatori. La prima cosa, però, è l’accoglienza. Si può cominciare a parlare di quanto amore ci sia dietro quello che dicono il Catechismo e il Magistero della Chiesa Cattolica. Gesù è stato posto nel deserto e lì, come uomo, gli si sono presentate tutte le varie ideologie ma lui non ha “detto la sua”, è rimasto fermo sulla Scrittura. Gesù non vuole far altro che ricordare quanto sia bello generare figli e un figlio, anche se concepito in provetta, è sempre generato da un uomo e da una donna.

La gioia piena viene da una complementarità che non è la semplice “diversità caratteriale” che possono avere due uomini ma è qualcosa di totalmente diverso. Oggi che sono sposato, il mia visione di tutto questo è cambiata: ho lavorato molto a livello psicologico ma anche la fede mi ha aiutato. Ho ritrovato me stesso e ho capito che una donna, essendo totalmente differente da me, ha qualcosa di diverso da quello che cercavo in un uomo. In un uomo cercavo quegli attributi che pensavo di non avere, mi innamoravo di un idolo, di qualcosa che a me mancava. La possibilità di cambiare c’è: i ragazzi che vengono da noi, reagiscono in maniera molto positiva, capiscono che la realtà è scritta dentro ognuno di noi. Anch’io all’inizio non sapevo a cosa andavo incontro ma, da persona che soffriva, che non era in sintonia con il proprio essere, ho detto: voglio provare a cambiare, a cercare un’altra riposta. I nostri non sono “omosessuali” ma persone con una latenza. Da parte nostra non c’è alcuna imposizione di alcuna fede: c’è la libertà di scelta e questa è una cosa molto importante.

Pensi che le parole di papa Francesco sugli omosessuali, possano aver creato equivoci? Oppure, al contrario, potranno aiutare molte persone a fare un percorso di vita come il tuo?

Luca Di Tolve: Il Santo Padre è stato strumentalizzato ma ha perfettamente ragione: parlava in generale e si riferiva alle persone, non alle azioni. Se nel mio periodo di transizione, in cui iniziavo a cercare Dio, o di confusione, io fossi stato giudicato, mi sarei allontanato da Gesù e dalla fede. Gesù non ha giudicato la Maddalena ma le ha detto: va’ e non peccare più. Il vero amore è l’adesione alle prescrizioni che un Padre buono, sapiente e onnisciente rivolge a noi.

Ad aprile diventerai papà per la prima volta. Come stai vivendo questa nuova grande novità nella tua vita?

Luca Di Tolve: Con una profonda gioia! La cosa più bella che mi è successa da quando ho iniziato a vivere questo cambiamento, è stato scoprire che anch’io avrei potuto avere una famiglia. Dall’infanzia fino ai 30 anni, non lo avevo mai immaginato perché mi era stato in qualche modo inculcata l’idea di essere omosessuale. Quando è naturalmente fiorita in me l’eterosessualità, la gioia profonda è stata quella di poter dire: anch’io posso avere un figlio. Poi ho aspettato cinque anni di matrimonio, domandandomi perché non arrivasse. Nonostante tutti i miei percorsi, le mie vicissitudini, anche di salute, quando abbiamo scoperto che mia moglie era incinta, per me è stata una gioia grande. È anche una grande responsabilità ma mi fa ringraziare il Signore per il dono dei sacramenti, che ci scrollano di dosso le incrostazioni del peccato, come degli uccellini pieni di terra sulle ali, cui è consentito finalmente di volare.

Guida per vivere felici e contenti (almeno per provarci)

felici«E vissero felici e contenti»: quante volte, nella nostra infanzia, dopo aver letto una storia siamo stati cullati da questo finale rassicurante e carico di speranza! Quanto è invece diverso leggere questa frase con occhi adulti e (forse) disillusi, ma soprattutto quanto è strano vederla quale titolo di un libro che parla di… matrimonio! Eppure l’ultima fatica dello psicologo e psicoterapeuta Roberto Marchesini s’intitola proprio “E vissero felici e contenti Manuale di sopravvivenza per fidanzati e giovani sposi” (SugarCo Edizioni, 2015).

È una provocazione? Tutt’altro! Questo libro, che ricomprende anche un saggio di suor Roberta Vinerba sui diversi livelli della dinamica affettiva, è la dimostrazione che costruire un matrimonio felice e duraturo è possibile, a patto che marito e moglie siano disposti a donare la propria felicità al coniuge, ossia ad amarlo in pienezza. La prospettiva suggerita da Marchesini è densa e decisamente controcorrente, pertanto non è di immediata comprensione. Il nostro autore afferma infatti: «[…] non ci si sposa per essere felici (questa semmai è la conseguenza del matrimonio), bensì per rendere felice un altro. Cioè per amore. Per vero amore, non per innamoramento, o per la ricerca di una soddisfazione dei propri bisogni emotivi. Ci si sposa per amare, non per essere amati»(p. 39).

Amare è un mix di sentimento, ragione e volontà che si concretizza nel «volere più il bene dell’altro che il proprio» (p. 35). Naturalmente questo dono di sé disinteressato e gratuito è impegnativo, tuttavia è una predisposizione naturale. Infatti, è solo nell’amore che l’uomo può trovare veramente se stesso e conseguire la felicità, secondo quanto insegna la Scrittura: «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!» (At 20,35). L’amore per l’altro dovrebbe quindi essere la solida base su cui poggia ogni matrimonio. Invece, al giorno d’oggi, troppe unioni coniugali sono basate sull’innamoramento – ossia su una fase prettamente emotiva, che non coinvolge la ragione e la volontà – e hanno come fine ultimo un’egoistica felicità individuale. «Da tutto ciò emerge in modo lampante», spiega Marchesini, «il motivo per cui il matrimonio è diventato un legame così fragile. Esso è minato in partenza da presupposti intrinsecamente sbagliati e da pretese poco realistiche. […] Il sentimento, da solo, non basta. Ci si sposa per dare, per darsi. Se ci si sposa per ricevere, inevitabilmente il matrimonio diventerà una “partita doppia”: dare-avere. Altrettanto inevitabilmente verrà il giorno in cui ci si accorgerà di non ricevere quanto si dà, o di non ricevere quanto ci saremmo aspettati nel giorno del nostro matrimonio» (p. 32).

Ecco quindi che, sulla base della sua esperienza clinica con le coppie in crisi, Marchesini dettaglia alcuni suggerimenti per rifondare il rapporto coniugale. E lo fa in primo luogo evidenziando la straordinaria ricchezza insita nella differenza tra uomo e donna, vera e propria conditio sine qua non dell’istituto matrimoniale. Lo psicologo pone inoltre l’accento sul fatto che marito e moglie devono in primo luogo lavorare su se stessi. Anziché lamentarsi dei difetti del coniuge è importante coltivare la disposizione a camminare verso la perfezione che, benché debba necessariamente scaturire dal singolo, può certamente essere favorita e supportata da colui/colei che si è scelto come compagno/a di vita, che in questa prospettiva diventa un vero alleato.

A quanto fin qui detto, Marchesini aggiunge altri piccoli ingredienti cui prestare attenzione nella quotidianità della relazione di coppia, quali l’apertura al dialogo (l’amore umano si nutre di parole, solo Dio è capace di un amore così totale da bastare a se stesso), la disponibilità a donare all’altro i propri sentimenti più intimi, il rispetto reciproco, la capacità di prendersi cura di se stessi e il non intromettersi nei legami con la famiglia d’origine del coniuge… cose all’apparenza banali, ma che costituiscono il vero segreto per un matrimonio felice.

Sentirsi irrequieti, desiderare di essere altrove

Da tutta la vita mi prende certe mattine una irrequietezza, come la necessità assoluta di andare in un luogo diverso da quello in cui mi trovo. Si impadronisce di me l’idea che, se fossi in quella data città, o se vedessi il mare, sarei felice: e che quell’accidia, quella malinconia che ho sempre addosso se ne andrebbero, se fossi altrove.

Tante volte, fin da quando ero ragazza, ho ubbidito a questo istinto di partire, da sola, sospinta dall’idea che “laggiù” sarebbe stato diverso, oppure, addirittura, sarei stata diversa io. E sono partita per le Dolomiti, assaporando i chilometri sull’autostrada, e la pianura che da Verona si stringe nella valle del Brennero: e il verde denso dell’Adige mi pareva già promettere quell’altro mondo, in cui sarei stata felice. E il profilarsi delle prime vette, nella foschia dell’orizzonte, con più forza mi assicurava che lassù sarebbe stato diverso, e mi sarei sentita in pace.

Oppure andavo in una città grande come Londra, e nelle prime ore la maestosità severa del Tamigi, la vitalità intensa di Piccadilly Circus mi incantavano, tanto che mi dicevo: ecco, vedi, qui è diverso. Eppure ogni volta, dopo una breve contentezza, mi sono sentita smarrita: “No, non è qui”. E quante volte sono tornata e sono ripartita – il viaggio, in questi pellegrinaggi, era sempre la cosa più bella, carico di speranza com’era – per altre mete, in auto, gustando i paesaggi che cambiavano, nella illusione di stare andando finalmente dove mi sarei liberata della mia irrequietezza. E sempre no, invece, ogni volta, delusa, “no, nemmeno qui”.

 

Ormai mi rifiuto di dare retta a questa ingannevole sirena, che tuttavia mi tenta ancora. Se vado a prendere un figlio che arriva a Malpensa mi soffermo a leggere il tabellone delle partenze: Londra, Palermo, Istanbul… E di nuovo mi convinco che sì, forse, in un altrove lontano sarebbe diverso, e, finalmente, sarei un’altra io. L’ultima volta che ci sono cascata, sono tornata a Parigi. Ma, passata l’ebbrezza delle prime ore, mi sono accorta che fra i viali superbi e i palazzi sontuosi, no, non ero lieta neanche lì. E allora, rintanandomi anzitempo in una camera d’albergo, non ho potuto non domandarmi quale sia davvero l’altrove che domando.

Forse non è un luogo dello spazio, ma del tempo? La nostalgia di una prima infanzia, di cui non ho il ricordo? O che sia la memoria di una origine, di un “prima” da cui veniamo, di quel pensiero di Dio in cui, prima di venire al mondo, abitavamo? Ma, “instabilitas loci”, così san Tommaso, ho scoperto, chiamava la sindrome che ho addosso, e la considerava segno di un disordine interiore. E della stessa malattia, ho scoperto, parlano gli antichi, Seneca, e Orazio, tutti testimoniando l’illusione di questo continuo partire. Descrivono precisamente ciò che provo, ma non dicono come se ne guarisce. Forse allora, mi dico, questa irrequietezza me la devo tenere: come un compito, come una spina che non mi lascia tranquilla. Come un segreto da decrittare; o come una domanda, da avanzare, mendicante – la mano tesa e vuota.

La mia vita e’ piena di… Letizia (Prima parte)

Ester-di-Paolo_down_vita-1200x661Ester, ci parla del suo rapporto con Letizia?

Ester di Paolo: La cosa piu’ bella che mi e’ capitata nella vita e’ la nascita di mia figlia Letizia che e’ una ragazza Down. Piu’ di tanti altri fatti indiscutibilmente bellissimi accaduti in questi anni, dall’incontro con mio marito, alla nascita delle altre due figlie, della nipote, alle amicizie, al lavoro, capisco che piu’ di tutto cio’, il rapporto che mi lega a lei e’, in maniera più evidente, vero, profondo, invincibile, un rapporto pieno di gratitudine per il fatto che lei c’è, che esiste. È un vero privilegio. Questo amore profondo non posso spiegarlo più di tanto. È amore vero perché è un rapporto che non è fine a se stesso: cioè che si comprime tra me e lei, o tra lei e la famiglia, o ancora tra lei e gli amici. Un rapporto fine a se stesso si ridurrebbe al calcolo dei passi fatti, al raggiungimento determinato di alcuni traguardi: vi si introdurrebbe una misura su ogni prestazione. È un rapporto, invece, in cui c’è come un pertugio da cui entra ed esce aria e che non lo fa scoppiare, inaridire, bloccare.C’è qualcosa che viene prima di me e di lei, c’è qualcosa di più grande di me e di lei che ci rende perfino liberi di sbagliare, di raggiungere o meno i traguardi prefissati così da amarci profondamente e liberamente e quindi di goderci la vita.

Quando e come ha saputo che sua figlia Letizia era down?
Ester di Paolo:Dopo il parto, in ospedale, quando mi  portavano Letizia in camera, lei dormiva quasi sempre, e si sa, tutti i neonati si somigliano quando hanno gli occhi chiusi. Quando li apriva pensavo: “Non è molto bella.” Ma non ho mai sospettato che fosse Down. Non me ne sono proprio accorta. Passati i primi 5 giorni di rito, previsti dall’ospedale come naturale degenza delle puerpere, non mi mandarono a casa. Intanto le visite di mio marito, di mia sorella, di persone inaspettate si facevano più frequenti. All’inizio del settimo giorno, dopo aver passato il sesto con un certo disagio, cominciai a chiedere come mai mi trattenessero ancora. Lo chiesi a tutti i dottori che passavano in reparto. Nessuno mi disse la verità: tutti cercarono di tenersi sul vago dicendomi di aspettare con pazienza.

Evidentemente non volevano scavalcare il primario, al quale spettava la decisione di dirmelo. In realtà, il giorno successivo, quando passò la visita del mattino di tutti i medici, ostetriche, infermiere e primario ormai esasperata dall’attesa, sapendo che a casa mi aspettavano  altre due figlie di 6 e 3 anni, trovai il coraggio di richiedere, per l’ennesima volta, il motivo per il quale neanche quella mattina pensavano di mandarmi a casa. “Allora dottore,” dissi “quando potrò uscire?“. Il primario subito rispose fra il seccato e il distratto: “Ma… dobbiamo aspettare il risultato della mappa!” Il resto dell’equipe presente attorno al letto, si trovò in evidente imbarazzo, l’ostetrica farfugliò qualcosa, il dottore capì che non sapevo, borbottò fra sè e sé qualche parola e se ne andò, seguito dagli altri medici, lasciandomi lì. La parola “mappa” non mi aveva particolarmente colpito, ma era l’unica che stonava. Frugai nella mente per capire dove l’avevo già sentita… Non  so quanto tempo passò tra quel momento e l’arrivo di mio marito con gli occhi  arrossati di pianto (minuti, ore o giorni davvero non lo so).

Proprio in quel momento si svelò con chiarezza l’enigma. Fu davvero l’ attimo rivelatore. Non seppi come, non seppi perché ma davanti a quegli occhi di pianto, tutti gli indizi andarono in giusta successione, e prima che lui potesse parlare dissi: “E’ down?” Fece “sì” con il capo, mentre piangeva. Ovviamente, siccome lui piangeva, io dovevo fare la “forte”, se avesse fatto lui il “forte” io avrei pianto. Aggiunsi con voce strozzata: ” E’ nostra figlia e ce la teniamo così com’è“. Naturalmente fece di nuovo “sì” col capo. Rimprovero all’ospedale solo l’atteggiamento del primario che evidentemente non aveva seguito di persona il “caso” e nonostante ciò si è permesso di pronunciare le parole più gravi che potesse dire, senza confrontarsi con chi ci aveva seguito più da vicino, come la mia ginecologa, o un altro medico amico di famiglia, primario in un altro reparto dello stesso ospedale. Mi è sembrato un atteggiamento estremamente superficiale e dannoso, per non dire peggio. Invece, a parte questo increscioso episodio, l’aver scoperto tutto gradualmente, l’esserci arrivata piano, piano, l’averlo saputo dalla persona a me più cara è stato il sistema, almeno nel mio caso, più naturale.

All’uscita dall’ospedale c’erano ad attenderci mia sorella ed una carissima amica molto più grande di me che era venuta quasi tutti i giorni a trovarmi all’ospedale, inaspettatamente, visto che era rettrice di una grossa scuola di Pesaro ed era sempre molto occupata. A lei, appena l’ho vista, ho chiesto a bruciapelo:

“Ma quando Letizia sarà grande, come farà?”

Dentro questa semplice e giustificata domanda c’è tutto lo sgomento di una mamma che innanzitutto ha già due figlie, una mamma addosso a cui piomba un fulmine improvviso, un peso che sembra più grande di qualsiasi altro peso al mondo. Perciò la risposta che mi ha dato mi ha illuminato: “Butta via questi pensieri (che sono proiettati verso un futuro che non c’è, che non si può conoscere adesso, che sono come un salto nel buio di un’assenza) e “vivi l’attimo” che significa “vivi adesso!“. Cioè: apri la portiera della macchina, carica la carrozzina, arriva a casa, infila la chiave, entra, posa la carrozzina, sorridi alla nonna, vai all’asilo a prendere le sorelline, guardale e chiedi loro come è andata, ascolta la risposta e domanda ancora, ecc.” Ogni gesto ha il suo peso, il suo significato. Era un significato così intenso e vero, mai provato prima.

QUI LA SECONDA PARTE (clicca)

Anna Fusina Fonte: http://vitanascente.blogspot.it/

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Come aiutare chi e’ attratto da una setta

settaConsigli ai parenti per la relazione di aiuto verso chi e’ a rischio di fascinazione e verso chi ha aderito a un Movimento Religioso Alternativo (MRA)

Avvertenza: questi consigli sono stati maturati ed elaborati in base all’esperienza venticinquennale del GRIS di Roma, fatta “sul campo”, dialogando con dei Testimoni di Geova e leggendo le loro pubblicazioni. Perciò alcuni accorgimenti si riferiscono solo al loro modo di confrontarsi. Ma, poiche’ sette e MRA si copiano vicendevolmente le metodologie, molti di questi consigli sono utili anche per vari tipi di denominazioni.
1)- Pregate prima e dopo di ogni incontro affinche’ lo Spirito Santo ci metta il suo dito. La Bibbia dice che se non è il Signore a costruire la casa invano vi si affaticano i costruttori. Ricordatevi che voi dovete solo “dire” le cose, “convincere” è opera del Padrone dei cuori e delle menti.

2)- Trasformate la difficoltà in opportunità. Ci sono grazie di Dio che entrano in casa “rompendo i vetri”. Potrebbe essere questo il vostro caso, per riscoprire voi stessi, se occorresse, l’importanza dei valori soprannaturali della vostra fede e la bellezza di viverla con impegno.

3)- Escludete assolutamente il ricorso alla violenza: procedimenti coatti per deprogrammare, minacce, rimbrotti, taglio del finanziamento, allontanamento. Quest’ultimo funziona se lo sceglie il soggetto stesso come periodo di prova (e lontano dai nuovi “angeli custodi” occhiuti e giudicanti, sarà più propenso ad esaminare la documentazione che gli offrirete). Se invece l’allontanamento è coatto si crea maggior attaccamento e determinazione.

4)- Provvedetevi di documentazione, studiatela, e ragionateci col soggetto mostrando la vostra veduta, di persona libera da condizionamenti di fascinazione. Evidenziate le enormità, le stranezze, le falsità del movimento, ma facendole scoprire dal soggetto senza dare giudizi vostri.
Usate di preferenza le pubblicazioni che loro accettano (per i TG va bene ogni opera della WT poiché hanno solo pubblicazioni ufficiali). Inutile appigliarsi a studi esegetici. Di fronte ad un pronunciamento ufficiale del “Canale con cui Geova provvede nutrimento al suo popolo”. Meglio esaminare ciò che dice il Canale e arrivare al bivio che fa chiedere: ma quando e in cosa va seguito il Canale? Quando porta l’ordine o quando porta il contrordine? Quale è la dottrina vera: quella prima maniera o quella di adesso? E quale sarà quella di domani?

5)- Dimostrate accoglienza sincera, con parresia. Evitate l’atteggiamento di superiorità e autosufficienza, l’ironia, il ridicolizzare o peggio il sarcasmo. Non atteggiatevi a possessori della verità assoluta. Ridicolizzare il loro credo e la loro scelta è offensivo, ai loro occhi suona come rimprovero di dabbenaggine, sbadataggine, superficialità ecc… Bisogna che tale valutazione se la diano da soli. E questo “miracolo” non succede né subito né facilmente.

6)- Fate scoprire dallo stesso soggetto le incongruenze, le variazioni dottrinali etc… senza imbeccarlo.
Fate in modo che non si sentano giudicati e rimproverati. Nel caso siano mossi da retta intenzione, questo atteggiamento vi taglierebbe fuori senza rimedio perché si sentirebbero superiori a voi che magari vivete nella fede ma un po’ così così! Prediligete l’arte maieutica delle domande, così che la critica avvenga in maniera indiretta, di riflesso, e sorga dal loro stesso giudizio.

7)- Non contrapponetevi mai. Anzi mostrate (e nutrite sinceramente) immutato affetto incondizionato; si tratta dei vostri cari o no? Fate capire al vostro parente che non è abbandonato a se stesso, che non siete indifferenti (menefreghisti) circa il suo avvenire sia sociale-terreno che eterno. Quindi sottolineate ogni volta che è possibile o necessario la differenza di atteggiamento rispetto all’errore-malattia (tolleranza zero) e all’errante-malato (affetto e pazienza). E lodate la sua nuova determinazione di voler progredire nella vita spirituale.

8)- Non banalizzate il problema. Armatevi di pazienza. Rispettate i tempi di maturazione. No alla fretta. Anche se una dottrina fosse oggettivamente risibile, il fatto è che al vostro caro, affascinato come gli innamorati, non appare come tale. Soprattutto se non conosceva la bellezza e il valore della fede che aveva. Fate conoscere ciò che si lascia e fate il confronto con ciò che viene offerto. E fatevi aiutare in questo se voi stessi siete sprovveduti in conoscenza biblica e capacità catechistica.

9)- Si tratta di vedere se il proprio caro si è lasciato conquidere perché è un ricercatore dell’Assoluto, del senso della vita, della spiritualità (tensione retta) o perché si è lasciato abbindolare da promesse mirabolanti di potere, guarigione, arricchimento vario a breve termine. In conclusione dovrà capire che ha scelto il surrogato al caffé che già aveva (ma mal conosciuto) mettendosi quindi a rischio di impoverimento.

10)- Disponetevi a scoprire per voi stessi l’importanza del “caffè” che si ha nella fede cattolica rispetto al surrogato offerto dalle Sètte e MRA, e a rivedere la vostra vita se lo trascuravate. Se non lo fate il parente si sentirà migliore e più fortunato di voi giacché ha scoperto qualcosa che comunque gli riempie la vita, gli offre un senso promettente, gli dà la motivazione. Anche i risultati pratici (cambiamento di condotta) confermano che lui è più IN di voi.

11)- I parenti che fossero contrari solo per paure di danno “terreno” cioè sociale e non per interesse religioso, e/o sperano di risolvere il problema rapidamente e senza fatica personale, devono persuadersi che se non si convertono ad un apprezzamento e alla pratica attiva della vita religiosa non la spunteranno; né il GRIS ha modo di aiutarli poiché noi ci muoviamo direttamente sul piano di fede e solo indirettamente (cioè stimolando le relative competenze) su quello sociale per ciò che loro compete.

Consigli ai parenti per la relazione di aiuto verso chi è a rischio di fascinazione e verso chi ha aderito a un Movimento Religioso Alternativo (MRA)
12)- Non aspettatevi dunque la bacchetta magica che vi risparmi ciò che dovrete fare voi. Né soluzioni facili e a breve termine, né che altri risolvano il problema sostituendosi a quella che è la vostra parte specifica. Il GRIS potrà informare, dare documentazione, venire a dialogare, ma non risolvere a vostro favore ciò per cui il parente boccia il vostro stile di vita e si sente migliore di voi.

13)- Cercate di ottenere le documentazioni di gruppi settari e MRA diversi e mettetele a confronto. Presentatele quando sarà evidente che si copiano a vicenda mentre fanno cadere le cose dal cielo, o dicono che è la Bibbia a parlare ma mostrano vedute differenti su una stessa dottrina biblica, (così che la Bibbia darebbe messaggi differenti!), o infine quando uno stesso MRA autocontraddice la stessa sua dottrina gabellata in passato come divina.

14)- Predisponete una valida critica all’escamotage della “luce crescente” e della “verità attuale” (caso tipicamente geovista). Mostrate cosa ne disse il fondatore Russell, criticandone in sostanza l’attuale intendimento, e fate riflessioni logiche che rendono probabile e congetturale ciò che da loro viene presentato come verità sicura.

15)- Non permettete che, dialogando, svicolino con domande trasversali. Si deve stare al tema stabilito. Inoltre, se è presente il settario, lui ha il dovere di rispondere e noi di fare le domande e deve rispondere a ciò che a noi fa problema, non baloccarsi con ciò che non contestiamo per farci perdere l’attenzione al punto in analisi.

16)- Nell’eventuale dialogo di confronto – da accettare solo dopo accurata preparazione, forniti di documentazione, e dopo aver “digerito” e assimilato l’argomento da trattare, scelto solo su punti contrastabili – non lasciarsi condurre dove vogliono loro. Né sulla scelta delle tematiche da analizzare (programmarle prima) né nel tentativo di passare da un contesto ad un altro. Sarebbe svicolare, eludere qualche difficoltà reale che non sanno gestire e che invece farebbe luce.

17)- Fate toccare con mano che non è vero che qualunque Bibbia va bene. E meglio ancora se lo fate utilizzando una traduzione biblica non cattolica.
Utilizzate quasi esclusivamente i loro testi. Ne hanno fiducia e non possono esimersi di spiegarci il come e il perché di quello che dicono.

18)- Oltre ad evitare ogni aggettivazione negativa, non sbilanciatevi negli apprezzamenti positivi (di ciò che hanno realmente di positivo) perché ciò che dichiarate potrebbe essere usato contro di voi, cioè essere “scelto ereticamente” (àiresis=scelta) disinserito dal contesto e strumentalizzato.

19)- Nei confronti critici fate le cose con estrema gradualità, se avete modo di fare incontri ripetuti. Lasciate alla luce dello Spirito Santo i suoi tempi. Piuttosto che forzare, urtando e provocando chiusura e risentimento, preferire che un discorso resti non fatto, e che si lasci la buona impressione di rispetto e cordiale disinteresse personale. Se invece prevedete che gli incontri non avranno seguito, esibite una buona manciata di “punti dolenti” che almeno possano “rompere il ghiaccio” della loro sicumera e incuriosire.

20)- Utilizzate comunque ogni fronte di “attacco”, cioè ogni genere di contestazioni possibili: falsità bibliche, illogicità, enormità, cambiamenti di dottrina, scelta eretica sia sulla Bibbia che sulle verità scientifiche e storiche, o sulla utilizzazione disonesta di Autori esibiti a conferma ma opportunamente “potati”, ecc… Può accadere che argomenti di per sé gravissimi non vengono percepiti seriamente dal soggetto mentre egli potrebbe dare grande importanza ad altri che noi trascureremmo.

21)- Preferite un contatto vis-à-vis, promettendo che si sarà disposti, in un secondo momento, a fare un incontro anche con presenza di confratelli coadiuvanti. Se sono reticenti a un incontro a tre (voi, il settario, il parente convocante) si ricordi il diritto di par condicio esigito dall’onestà, il parente lo deve accettare così come lo ha accettato quando ha accolto da solo il proclamatore del MRA.

22)- Nel mostrare le prove rivolgetevi di preferenza al convocante facendogliele toccare con mano. E lasciategli eventuali documentazioni in fotocopia, protestando che rispetterete la sua libertà di richiamarci o meno quando vuole e che, anche se si convince che quel MRA è fasullo non per questo ne vogliamo evincere che il cattolicesimo sia la vera fede. Per stabilire questo occorre una ricerca apposita e approfondita.

23)- Mentre al parente darete tutta la documentazione che vuole. Al “settario” invece date fotocopie delle ricerche solo se prevedete che le analizzeranno. Se invece prevedete che le cestineranno o le passeranno agli “anziani senza guardarle”, allora date solo il luogo della citazione in modo che siano incuriositi dal voler vedere che cosa mai ci sarà di tanto sbagliato e cerchino e trovino nella loro stessa biblioteca i passi da voi indicati!

di Sandro Leoni  www.zenit.org

Guida alla Confessione (per confessore e per il penitente) – Papa Francesco

sacramentopenitenzaCari fratelli,

I Sacramenti, come sappiamo, sono il luogo della prossimità e della tenerezza di Dio per gli uomini; essi sono il modo concreto che Dio ha pensato, ha voluto per venirci incontro, per abbracciarci, senza vergognarsi di noi e del nostro limite.

Tra i Sacramenti, certamente quello della Riconciliazione rende presente con speciale efficacia il volto misericordioso di Dio: lo concretizza e lo manifesta continuamente, senza sosta. Non dimentichiamolo mai, sia come penitenti che come confessori: non esiste alcun peccato che Dio non possa perdonare! Nessuno! Solo ciò che è sottratto alla divina misericordia non può essere perdonato, come chi si sottrae al sole non può essere illuminato né riscaldato.

Alla luce di questo meraviglioso dono di Dio, vorrei sottolineare tre esigenze: vivere il Sacramento come mezzo per educare alla misericordia; lasciarsi educare da quanto celebriamo; custodire lo sguardo soprannaturale.

1. Vivere il Sacramento come mezzo per educare alla misericordia, significa aiutare i nostri fratelli a fare esperienza di pace e di comprensione, umana e cristiana. La Confessione non deve essere una “tortura”, ma tutti dovrebbero uscire dal confessionale con la felicità nel cuore, con il volto raggiante di speranza, anche se talvolta – lo sappiamo – bagnato dalle lacrime della conversione e della gioia che ne deriva (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 44). Il Sacramento, con tutti gli atti del penitente, non implica che esso diventi un pesante interrogatorio, fastidioso ed invadente. Al contrario, dev’essere un incontro liberante e ricco di umanità, attraverso il quale poter educare alla misericordia, che non esclude, anzi comprende anche il giusto impegno di riparare, per quanto possibile, il male commesso. Così il fedele si sentirà invitato a confessarsi frequentemente, e imparerà a farlo nel migliore dei modi, con quella delicatezza d’animo che fa tanto bene al cuore – anche al cuore del confessore! In questo modo noi sacerdoti facciamo crescere la relazione personale con Dio, così che si dilati nei cuori il suo Regno di amore e di pace.

Tante volte si confonde la misericordia con l’essere confessore “di manica larga”. Ma pensate questo: né un confessore di manica larga, né un confessore rigido è misericordioso. Nessuno dei due. Il primo, perché dice: “Vai avanti, questo non è peccato, vai, vai!”. L’altro, perché dice: “No, la legge dice…”. Ma nessuno dei due tratta il penitente come fratello, lo prende per mano e lo accompagna nel suo percorso di conversione! L’uno dice: “Vai tranquillo, Dio perdona tutto. Vai, vai!”. L’altro dice: “No, la legge dice no”. Invece, il misericordioso lo ascolta, lo perdona, ma se ne fa carico e lo accompagna, perché la conversione sì, incomincia – forse – oggi, ma deve continuare con la perseveranza… Lo prende su di sé, come il Buon Pastore che va a cercare la pecora smarrita e la prende su di sé. Ma non bisogna confondere: questo è molto importante. Misericordia significa prendersi carico del fratello o della sorella e aiutarli a camminare. Non dire “ah, no, vai, vai!”, o la rigidità. Questo è molto importante. E chi può fare questo? Il confessore che prega, il confessore che piange, il confessore che sa che è più peccatore del penitente, e se non ha fatto quella cosa brutta che dice il penitente, è per semplice grazia di Dio. Misericordioso è essere vicino e accompagnare il processo della conversione.

2. Ed è proprio a voi confessori che dico: lasciatevi educare dal Sacramento della Riconciliazione! Secondo punto. Quante volte ci capita di ascoltare confessioni che ci edificano! Fratelli e sorelle che vivono un’autentica comunione personale ed ecclesiale con il Signore e un amore sincero per i fratelli. Anime semplici, anime di poveri in spirito, che si abbandonano totalmente al Signore, che si fidano della Chiesa e, perciò, anche del confessore. Ci è dato anche, spesso, di assistere a veri e propri miracoli di conversione. Persone che da mesi, a volte da anni sono sotto il dominio del peccato e che, come il figliol prodigo, ritornano in sé stesse e decidono di rialzarsi e ritornare alla casa del Padre (cfr Lc 15,17), per implorarne il perdono. Ma com’è bello accogliere questi fratelli e sorelle pentiti con l’abbraccio benedicente del Padre misericordioso, che ci ama tanto e fa festa per ogni figlio che ritorna a Lui con tutto il cuore!

Quanto possiamo imparare dalla conversione e dal pentimento dei nostri fratelli! Essi ci spingono a fare anche noi un esame di coscienza: io, sacerdote, amo così il Signore, come questa vecchietta? Io sacerdote, che sono stato fatto ministro della sua misericordia, sono capace di avere la misericordia che c’è nel cuore di questo penitente? Io, confessore, sono disponibile al cambiamento, alla conversione, come questo penitente, del quale sono stato posto al servizio? Tante volte ci edificano queste persone, ci edificano.

3. Quando si ascoltano le confessioni sacramentali dei fedeli, occorre tenere sempre lo sguardo interiore rivolto al Cielo, al soprannaturale. Dobbiamo anzitutto ravvivare in noi la consapevolezza che nessuno è posto in tale ministero per proprio merito; né per le proprie competenze teologiche o giuridiche, né per il proprio tratto umano o psicologico. Tutti siamo stati costituiti ministri della riconciliazione per pura grazia di Dio, gratuitamente e per amore, anzi, proprio per misericordia. Io che ho fatto questo e questo e questo, adesso devo perdonare… Mi viene in mente quel brano finale di Ezechiele 16, quando il Signore rimprovera con termini molto forti l’infedeltà del suo popolo. Ma alla fine dice: “Ma io ti perdonerò e ti porrò sopra le tue sorelle – gli altri popoli –  per giudicarli, e tu sarai più importante di loro, e questo lo farò per la tua vergogna, perché ti vergogni di quello che hai fatto”. L’esperienza della vergogna: io, nel sentire questo peccato, quest’anima che si pente con tanto dolore o con tanta delicatezza d’animo, sono capace di vergognarmi dei miei peccati? E questa è una grazia. Siamo ministri della misericordia grazie alla misericordia di Dio; non dobbiamo mai perdere questo sguardo soprannaturale, che ci rende davvero umili, accoglienti e misericordiosi verso ogni fratello e sorella che chiede di confessarsi. E se io non ho fatto questo, non sono caduto in quel brutto peccato o non sono in carcere, è per pura grazia di Dio, soltanto per questo! Non per merito proprio. E questo dobbiamo sentirlo nel momento dell’amministrazione del Sacramento. Anche il modo di ascoltare l’accusa dei peccati dev’essere soprannaturale: ascoltare in modo soprannaturale, in modo divino; rispettoso della dignità e delle storia personale di ciascuno, così che possa comprendere che cosa Dio vuole da lui o da lei. Per questo la Chiesa è chiamata ad «iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – all’“arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro» (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 169). Anche il più grande peccatore che viene davanti a Dio a chiedere perdono è “terra sacra”, e anch’io che devo perdonarlo in nome di Dio posso fare cose più brutte di quelle che ha fatto lui. Ogni fedele penitente che si accosta al confessionale è “terra sacra”, terra sacra da “coltivare” con dedizione, cura e attenzione pastorale.

Vi auguro, cari fratelli, di approfittare del tempo quaresimale per la conversione personale e per dedicarvi generosamente all’ascolto delle Confessioni, così che il popolo di Dio possa giungere purificato alla festa di Pasqua, che rappresenta la vittoria definitiva della Divina Misericordia su tutto il male del mondo. Affidiamoci all’intercessione di Maria, Madre della Misericordia e Rifugio dei peccatori. Lei sa come aiutarci, noi peccatori. A me piace tanto leggere le Storie di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, e i diversi capitoli del suo libro “Le glorie di Maria”. Queste storie della Madonna, che sempre è il rifugio dei peccatori e cerca la strada perché il Signore perdoni tutto. Che Lei ci insegni questa arte. Vi benedico di cuore e, per favore, vi chiedo di pregare per me. Grazie.
Papa Francesco

Nagasaki città dell’atomica e dei martiri cristiani

Sono 188, di quattro secoli fa, e saranno beatificati tra un anno. Nella stessa città in cui nel 1945 furono uccisi in un sol giorno i due terzi dei cattolici del Giappone. Fu questa una scelta deliberata? Nelle memorie del cardinale Giacomo Biffi c’è un passaggio con il finale in sospeso, che riguarda il Giappone. È là dove Biffi ricorda il forte impatto che ebbe su di lui nel 1945 la notizia delle bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti il 6 agosto su Hiroshima e il 9 agosto su Nagasaki. Scrive: “Di Nagasaki avevo già sentito parlare. L’avevo ripettamente incontrata nel ‘Manuale di storia delle missioni cattoliche’ di Giuseppe Schmidlin, tre volumi pubblicati a Milano nel 1929. A Nagasaki fin dal secolo XVI era sorta la prima consistente comunità cattolica del Giappone. A Nagasaki il 5 febbraio 1597 avevano dato la vita per Cristo trentasei martiri (sei missionari francescani, tre gesuiti giapponesi, ventisette laici), canonizzati da Pio IX nel 1862. Quando riprende la persecuzione nel 1637 vengono uccisi addirittura trentacinquemila cristiani. Poi la giovane comunità vive, per così dire, nelle catacombe, separata dal resto della cattolicità e senza sacerdoti; ma non si estingue. Nel 1865 il padre Petitjean scopre questa ‘Chiesa clandestina’, che si fa da lui riconoscere dopo essersi accertata che egli è celibe, che è devoto di Maria e obbedisce al papa di Roma; e così la vita sacramentale può riprendere regolarmente. Nel 1889 è proclamata in Giappone la piena libertà religiosa, e tutto rifiorisce. Il 15 giugno 1891 viene eretta canonicamente la diocesi di Nagasaki, che nel 1927 accoglie come pastore monsignor Hayasaka, che è il primo vescovo giapponese ed è consacrato personalmente da Pio XI. Dallo Schmidlin veniamo a sapere che nel 1929 di 94.096 cattolici nipponici ben 63.698 sono di Nagasaki”. Premesso questo, il cardinale Biffi conclude con una domanda inquietante: “Possiamo ben supporre che le bombe atomiche non siano state buttate a casaccio. La domanda è quindi inevitabile: come mai per la seconda ecatombe è stata scelta, tra tutte, proprio la città del Giappone dove il cattolicesimo, oltre ad avere la storia più gloriosa, era anche più diffuso e affermato?”. * * * In effetti, tra le vittime della bomba atomica su Nagasaki scomparvero in un sol giorno i due terzi della piccola ma vivace comunità cattolica giapponese. Una comunità quasi azzerata con la violenza per due volte in tre secoli. Nel 1945 lo fu per un atto di guerra misteriosamente concentratosi su di essa. Tre secoli prima per una terribile persecuzione molto simile a quella dell’impero romano contro i primi cristiani, con epicentro sempre Nagasaki e la sua “collina dei martiri”. Eppure, da entrambe queste tragedie la comunità cattolica giapponese ha saputo risorgere. Dopo la persecuzione del Seicento, dei cristiani mantennero viva la fede trasmettendola dai genitori ai figli per due secoli, pur privi di vescovi, preti e sacramenti. Si racconta che il venerdì santo del 1865 ben diecimila di questi “kakure kirisitan”, cristiani nascosti, sbucarono dai villaggi e si presentarono a Nagasaki agli stupiti missionari che avevano da poco riavuto accesso in Giappone. E anche dopo la seconda ecatombe di Nagasaki, quella del 1945, la Chiesa cattolica è rinata, in Giappone. Gli ultimi dati ufficiali, del 2004, stimano in poco più di mezzo milione i giapponesi di fede cattolica. Pochi in rapporto a una popolazione di 126 milioni. Ma rispettati e influenti, anche grazie a una fitta rete di loro scuole e università. Inoltre, se ai giapponesi di nascita si sommano gli immigrati da altri paesi dell’Asia, il numero dei cattolici raddoppia. Un rapporto del 2005 della commissione per i migranti della conferenza episcopale calcola che il totale dei cattolici abbia di recente superato il milione, per la prima volta nella storia del Giappone. * * * Su questo sfondo prende una luce nuova un decreto autorizzato il 1 giugno 2007 da Benedetto XVI: la beatificazione di 188 martiri del Giappone, che si aggiungono ai 42 santi e ai 395 beati – tutti martiri – già elevati agli altari dai precedenti papi. La beatificazione – la prima mai tenuta in Giappone – sarà celebrata il 24 novembre del 2008 proprio a Nagasaki dal prefetto della congregazione delle cause dei santi, cardinale José Saraiva Martins, come inviato speciale di Benedetto XVI. I 188 martiri giapponesi che saranno beatificati l’anno prossimo sono classificati nelle carte del processo canonico come “padre Kibe e i suoi 187 compagni”. Sono stati uccisi a causa della loro fede tra il 1603 e il 1639. Pietro Kibe Kasui nacque nel 1587, nell’anno in cui il maresciallo della corona a Nagasaki, lo shogun Hideyoshi, emise un editto che ingiungeva ai missionari stranieri di lasciare il paese. Dieci anni dopo cominciarono le persecuzioni. A quell’epoca in Giappone si contavano circa 300 mila cattolici, evangelizzati prima dai gesuiti, con san Francesco Saverio, e poi anche dai francescani. Nel febbraio 1614 un altro editto impose la chiusura delle chiese cattoliche e il confinamento a Nagasaki di tutti i sacerdoti rimasti, stranieri e locali. Nel novembre dello stesso anno i sacerdoti e i laici che guidavano le comunità furono costretti ad andare in esilio. Kibe riparò prima a Macao e poi a Roma. Fu ordinato sacerdote il 15 novembre 1620 e, dopo aver completato il noviziato a Lisbona, pronunciò i primi voti da gesuita il 6 giugno 1622. Tornato in Giappone fra i cattolici sottoposti a crudele persecuzione, nel 1639 fu catturato a Sendai assieme ad altri due sacerdoti. Torturato per dieci giorni di fila, rifiutò di abiurare. E fu martirizzato a Edo, l’attuale Tokyo. Uno dei suoi 187 compagni di martirio, per la maggior parte laici, fu Michele Kusurya, detto il “buon samaritano di Nagasaki”. Salì la “collina dei martiri”, poco fuori la città, cantando dei salmi. Morì, come molti, legato al palo e bruciato a fuoco lento. Un altro dei prossimi beati fu Nicola Keian Fukunaga. Morì gettato in fondo a un pozzo di fango, dove fino all’ultimo pregò a voce alta, chiedendo perdono “per non aver portato Cristo a tutti i giapponesi, a cominciare dallo shogun”. Altri martiri furono uccisi inchiodati su croci o tagliati a pezzi, con inaudite crudeltà che non risparmiavano donne e bambini. Oltre che dalle uccisioni, la comunità cattolica fu falcidiata dalle apostasie di quelli che abiuravano per paura. Eppure non fu annientata. Una parte si celò nella clandestinità e conservò la fede fino all’arrivo, due secoli dopo, di un regime più libero. Lo scorso settembre la diocesi di Takamatsu ha dedicato un simposio a un altro ancora dei 188 martiri che saranno beatificati nel 2008, il gesuita Diego Ryosetsu Yuki, discendente di una famiglia di shogun. Uno dei relatori, il professor Shinzo Kawamura della Università Sophia dei gesuiti di Tokyo, ha mostrato che la forza indomita con cui tanti cattolici di quell’epoca resistettero alle torture e affrontarono il martirio proveniva anche dallo spirito comunitario con cui essi si sostenevano a vicenda, nella fede. In parte avevano preso come modello le comunità buddiste di Jodo Shinshu, della Terra Pura. “Furono le kumi, le comunità dei kirisitan, dei cristiani, il terreno sul quale fiorirono i 188 martiri, La Chiesa di quell’epoca in Giappone era una vera Chiesa di popolo”. di Sandro Magister  

Quando accogliere la vita, arricchisce la vita

figliOgni gravidanza e’ una storia d’amore che inizia, ed e’ condita da sensazioni irripetibili, uniche e personali. Ognuna delle mie tre gravidanze e’ stata diversa e particolare. Le ricordo tutte con incredibile chiarezza, con nostalgia, con la consapevolezza di quale tempo di grazia sia stato – nel bene e anche nel male! – soprattutto ora che ho “sforato” i 40 anni già da un po’…

Accolsi la notizia della prima gravidanza con lo stupore di chi si sente cosi’ tanto figlia da ritenere impossibile il potersi occupare di un essere umano che dipende totalmente da te, e nello stesso tempo con la rispettosa riverenza di chi comprende che il percorso evolutivo all’interno della pancia di una mamma richiede una forza, una autonomia, e una prepotenza di vita da stupire un adulto, figuriamoci cosa rappresenti in termini di sforzo per un esserino minuscolo come un embrione prima, e un feto poi.

Era una femminuccia, scelsi il suo nome e cominciai a chiedermi come sarebbe stata. Col passare dei giorni, mentre lei cresceva nella mia pancia, intuivo il suo carattere, la sua personalità. Era tranquilla, gestibile, regolare nelle sue abitudini, “sentivo” di conoscerla come nessun’altro. Quando nacque non fu una sorpresa: era lei, la bambina che avevo imparato a conoscere nei nove mesi che l’avevo con amore ospitata e accolta dentro di me. Era proprio la bambina che avevo immaginato.

La seconda gravidanza mi mise realmente in crisi… non era passata neanche una settimana da quando avevo deciso di non porre più ostacolo alla possibilità di accogliere nuovamente la vita, che subito ero rimasta incinta… tradimento! Non mi sentivo pronta, e non ero stata in grado di comprenderlo prima… come è contraddittorio accogliere fisicamente la vita, ma far fatica ad accoglierla altrettanto pienamente nell’anima e nello spirito. Il rifiuto intriso di paura, eppure alla prima minaccia d’aborto il terrore di perdere quella “presenza” che già sentivo mia, e che sentivo di dover proteggere. L’amore è più forte, e lei oggi è il nostro dono di dodici anni, ma le contraddizioni che portavo in me, le ha prese tutte lei! Eppure la mia bambina è un concentrato di forza di volontà, di caparbietà. Lei si fa largo, lei si fa amare, si impone con la sua presenza e con uno sguardo che ti scioglie. Sento che la avrò vicina per sempre, lei è ricca di amore e di forza. Lei mi ha aiutato a vedere in ogni figlio un dono di Dio, con un ministero preciso, e questo è stato fondamentale per farmi vivere la terza gravidanza.

Il maschio arrivò. Ma quello del suo sesso fu l’ultimo dei miei pensieri quando venni a sapere che era un bambino destinato a morte certa, un “feto terminale” per la scienza.

Da quel momento in poi, il rapporto con questo figlio davvero desiderato e accolto anche se era il terzo (e la gente si spara quando rimane incinta del terzo, come fosse arrivato “per sbaglio”, come se accogliere più di due figli sia roba da pazzi incoscienti), divenne qualcosa di elevato ai massimi livelli. Non eravamo solo madre e figlio, eravamo due complici chiamati a vivere una sfida. Due alleati che dovevano trarre forza l’uno dall’altra, due amanti con poco tempo a disposizione. Io ero la privilegiata, il padre avrebbe avuto comunque nove mesi meno di me per sentirlo “suo”. Ogni giorno poteva essere l’ultimo, ed oltre a pregare ogni Santo di cui avessi fiducia, parlavo con lui, cantavo per lui, gli fornivo suggerimenti e raccomandazioni, e con lui stringevo patti e alleanze.

Ed in modo incredibile ha risolto parzialmente la gravissima patologia che lo affliggeva… oggi è il mio terzo figlio, ha nove anni, con problemi che il mondo chiama “disabilità”, ma che sono il suo punto di forza. Quello che mio figlio ha realizzato grazie alla sua vita e alle sue sofferenze, molti altri non lo ottengono in vite di novanta anni. Tutta la maternità che era in me, e molto altro che si è aggiunto per amore, è stata investita per crescere questa creatura che ha reso la nostra famiglia più piena e viva. Io mi accorsi del suo “ritorno alla vita” ben prima che l’ecografia me ne desse notizia. Per mezzo di quel misterioso cross-talk (colloquio incrociato) l’informazione del suo benessere mi era già arrivata…

Credo che la maternità sia stato di gran lunga il dono più grande ricevuto, essendo nata donna. Avendo avuto una infanzia affettivamente traumatica, non ero sicura di poter dare ai miei figli ciò di cui avessero bisogno. In realtà si trattava di trascendere, imparando a sfruttare ciò che la vita mi aveva dato in precedenza. Avevo ricevuto limoni? Okay, potevo ricavarne limonata… sicuramente ho liberato i miei figli da ciò che ha ferito me. Ma non ho certo potuto proteggerli da tutto; come per me le sofferenze sono state un trampolino di lancio, così lo sarà per loro. Ho scoperto che gli esseri umani migliori sono quelli che hanno davvero qualcosa da raccontare.

Come disse un giorno Aldous Huxley: “L’esperienza non è ciò che vi succede, ma quello che fate con ciò che vi è successo”. 

Sabrina Pietrangeli è fondatore e presidente de La Quercia Millenaria Onlus

I figli non sono un possesso, ma un’esperienza di dono

figli dono di DioFrançoise Dolto, nota psicanalista francese, sosteneva che i figli non ci appartengono. Diceva che i genitori dovrebbero ‘adottare’ i propri figli, ma purtroppo spesso non lo fanno: “Non si ha mai un figlio come lo si è sognato, si ha un certo tipo di bambino e bisogna lasciare che cresca secondo la sua verità: spesso, invece, facciamo il contrario.”[1] Secondo Andrea Canevaro, professore di Pedagogia all’Università di Bologna, “un bambino deve essere accettato per quello che è, e nello stesso tempo deve essere desiderato per quello che lui sarà, al di là di quello che noi vorremmo che lui diventi.”[2]

Il bambino è una persona ‘originale’, cioè una persona che potrà acquisire uno sviluppo pieno esclusivamente se gli sarà consentita l’acquisizione di un’identità propria, che lo porterà a diventare qualcuno “mai esistito prima (nemmeno nell’immaginazione di chi lo ama o lo ha messo al mondo o lo sogna conforme a modelli ideali percepiti come assoluti). Un buon genitore rispetta il ‘progetto’ misterioso nascosto nel seme originario di ogni figlio, non lo considera figlio di sua proprietà, ma ‘figlio della vita’ stessa, di quella vita in cui dovrà, un giorno, inserirsi autonomamente e da protagonista, abbandonando la matrice psicologica genitoriale in cui è cresciuto.” [3]

“La genitorialità – afferma la Prof.ssa Vanna Jori, docente  di Pedagogia alla Cattolica di Milano – è il primo progetto pedagogico: progetto per sé dei singoli attraverso le relazioni familiari; progetto di coppia nella relazione col partner per compiere un percorso comune; progetto per il figlio, che poi diviene progetto con il figlio attraverso una perenne mediazione tra le aspettative nei suoi confronti  e ciò che il figlio quotidianamente, con margini sempre crescenti di autonomia, sceglie per sé.”[4] Un proverbio del Québec (Canada) recita che “i genitori possono regalare ai figli solo due cose: le radici e le ali”.[5]

Essere padre e madre è ‘stare accanto’ al figlio in tutte le fasi del suo sviluppo: nella primissima età essendo di protezione, guida e stimolo al bambino per la conoscenza di se stesso e del mondo in cui si trova a vivere, utilizzando le superiori capacità fisiche e psichiche di cui si è dotati in quanto adulti; successivamente, fungendo da supporto per il distacco psicologico dalla famiglia e per le esperienze di graduale inserimento nell’ambiente extra familiare e l’acquisizione dell’autonomia personale. Secondo Gloria Soavi, psicologa e psicoterapeuta, “il bambino ha un bisogno fondamentale per poter crescere in maniera armonica e sviluppare le sue potenzialità, e al di là di ogni categoria sociale, psicologica e pedagogica, si può sintetizzare in un unico bisogno primario (…): quello di essere amato. Questo bisogno di amore si articola in diverse azioni; l’essere accettato, accolto, accudito, seguito, riconosciuto nei suoi bisogni e nelle sue necessità, rinforzato nelle sue aspettative e capacità, tutto quello che gli dà la possibilità di creare un legame, che sarà il legame primario su cui poi costruirà tutti i legami successivi e con cui si confronterà emotivamente per tutta la vita. Chi è genitore sa di quante attenzioni costanti e coerenti nel tempo hanno bisogno i piccoli per crescere e per diventare degli adulti equilibrati e sufficientemente felici. L’essere figlio si sostanzia quindi fondamentalmente nella relazione con i genitori attraverso la costruzione di questo legame così unico e complesso che si sviluppa nell’arco della vita e che muta continuamente, ma rimane come essenza, come radice e se è positivo come risorsa”. [6]

È assolutamente necessario dunque che la relazione genitori-figlio si basi sull’amore incondizionato per il bambino. L’amore è però un sentimento soggetto ad alcuni rischi: può diventare possesso, egoismo, ricatto, proiezione di se stessi sull’altro. Anche l’amore generoso, infinito, disinteressato di un padre e di una madre verso il figlio, può, in alcuni casi, trasformarsi in possesso egoistico del bambino, può sfociare in atteggiamenti autoritari, in controlli ossessivi nei suoi confronti. Il Cardinale Angelo Scola rileva come “la tentazione del possesso, quella di non permettere al figlio di essere fino in fondo ‘altro’, cioè veramente libero, minaccia continuamente l’amore paterno e materno. Accettare il rischio della libertà dei figli, in effetti, costituisce la prova più radicale nella vita dei genitori: al figlio si vorrebbe risparmiare qualunque dolore, qualunque male. Questa drammaticità, presente in ogni rapporto umano, si fa particolarmente acuta nel rapporto padre/madre-figlio. Il legame è, qui, a tal punto potente da dare la percezione che, se l’altro – il figlio – si perde, mi perdo anch’io – madre o padre -. Allora diventa forte la tentazione di ridurre il figlio a sé, facendone una sorta di prolungamento della propria persona.” [7] Come osserva Guido Cattabeni, medico specialista in psicologia clinica, “per progredire nelle sue relazioni interpersonali, al bambino necessita l’esperienza, iniziale e successivamente confermata, di essere amato per se stesso, sempre, qualsiasi cosa gli succeda o comunque si comporti. Solo da questa esperienza fortemente valorizzante può nascere nel bambino la fiducia in se stesso e negli altri, il desiderio e la capacità di amare l’altro come ‘se stesso’, la disponibilità a far proprie le regole della convivenza sociale e a contribuire a migliorarle (acquisizione di un ruolo sociale creativo).” [8]

Il figlio dunque deve essere accolto ed amato per se stesso e non per le sue qualità, dal momento in cui vi è la sua presenza in famiglia. I genitori, nel donarsi al figlio, devono a volte saper ‘rinunciare a se stessi’. La fecondità è un’esperienza di dono e di distacco da sé. “Essa insegna che perdere per ritrovare (Mc 8,35) è il segreto della vita, senza la quale essa perde di senso. (…) Il segreto della vita non risiede della vita stessa, da trattenere gelosamente: occorre rinunciare a sé per dedicarsi a qualcuno. Se la vita vuole essere ritrovata deve essere perduta nell’atto della libertà che acconsente ad essa come ad una grazia e a una promessa”. [9] Anna Fusina    Fonte: vitanascente.blogspot.it

[1]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, Siamo tutti figli adottivi. Otto unità didattiche per parlarne a scuola, Rosenberg & Sellier, Torino 1991, p. 128 [2]     A. CANEVARO, prefazione all’edizione italiana di J. Cartry, “Genitori simbolici”, Edizioni Dehoniane, Bologna 1989 [3]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174 [4]     http: // iis.comune.re.it/osservatorio-famiglie/strumenti/strumenti 3/012_9.htm [5]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 123 [6]     G. SOAVI, Quando il bambino impara ad essere figlio in “La famiglia per il bambino” (a cura di Associazione F.I.A.B.A. di Vicenza e A.N.F.A.A. di Torino), Atti del Convegno, Vicenza 8/11/2003, p. 1 [7]     A. SCOLA, Genealogia della persona del figlio in “I figli: famiglia e società nel nuovo millennio”, Congresso Internazionale Teologico-Pastorale – Atti (11-13/10/2000). Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2001, p. 103 [8]     L. ALLOERO, M. PAVONE, A. ROSATI, cit., p. 174 [9]     W. NANNI (a cura di), Adozione, adozione internazionale, affidamento, Piemme, Casale Monferrato 1997, p. 95

 

 

Sindrome di Down: diagnostica ecografica e laboratoristica

down bellissimoCOSA E’ LA SINDROME DI DOWN?

E’ una condizione genetica caratterizzata dalla presenza nelle cellule di tre copie del cromosoma 21 invece di due. Ne consegue uno sviluppo psicomotorio piu’ lento ed un variabile grado di ritardo mentale, oltre ad una maggiore incidenza di malformazioni, soprattutto cardiache ed intestinali. Nel mondo, circa 10 bambini su 10.000 nascono con la S. di Down (Eur J Pediatrics 2010;169(12):1445-1452). Attualmente, in Italia vivono tra le 30.000 e le 40.000 persone affette (Istituto Superiore di Sanità, LGMR: Linee Guida Multidisciplinari per l’Assistenza Integrata alle Persone con Sindrome di Down e alle loro Famiglie, 2007), con un’aspettativa di vita che, grazie alla cura delle malformazioni e al miglioramento dell’assistenza, è passata da 10 a 60 anni circa in meno di un secolo. Opportuni interventi curativi e riabilitativi consentono agli individui affetti di raggiungere una buona autonomia personale e di migliorare sensibilmente le funzioni cognitive, il livello di comunicazione verbale e lo sviluppo sociale, facilitando integrazione scolastica e lavorativa. Le cause della S. di Down sono ancora sconosciute. L’incidenza aumenta con l’età materna e con la presenza di un precedente figlio affetto. La condizione è ereditaria soltanto nel 2% dei casi.

E’ POSSIBILE DIAGNOSTICARE LA S. DI DOWN PRIMA DELLA NASCITA?

In epoca prenatale, la S. di Down può essere diagnosticata attraverso lo studio dei cromosomi contenuti nelle cellule del feto. Queste ultime possono essere prelevate mediante due tecniche diverse. A 10-13 settimane di gravidanza, si può effettuare la villocentesi, ovvero il prelievo di alcune delle cellule da cui, successivamente, si svilupperà la placenta. A 16-18 settimane, invece, si può effettuare l’amniocentesi, ovvero il prelievo di una piccola quantità (20 cc) del liquido amniotico. Entrambi questi esami sono considerati “invasivi”, in quanto consistono nell’inserimento di un ago attraverso l’addome materno fino all’utero, per effettuare il prelievo delle cellule fetali. Tale invasività comporta un rischio di aborto di 1 caso su 200.

SPESSO LE GESTANTI SI SOTTOPONGONO ALLO STUDIO DELLA TRANSLUCENZA NUCALE. COS’È E QUAL È LA SUA VALENZA DIAGNOSTICA?

Lo studio della translucenza nucale (NT) è la misurazione dello spessore dello strato sottocutaneo della nuca fetale, attraverso un’ecografia transaddominale effettuata tra le 11 e le 13 settimane di gravidanza. Uno spessore di NT superiore ai valori di riferimento per l’epoca gestazionale è espressione di un aumentato rischio di S. di Down, ma anche di altre condizioni come anomalie cardiache e malattie metaboliche. L’accuratezza diagnostica della NT è del 75% (Lancet 1998;352(9125):343-6). Ciò significa che 30 feti con S. di Down su 100 hanno una NT normale. Se alla valutazione della NT si associa il Duo-test, ovvero un prelievo di sangue materno per il dosaggio di due sostanze associate alla gravidanza (PAPP-A e Free-Beta hCG), l’accuratezza diagnostica sale al 90% circa (Ultrasound Obstet Gynecol 1999;13(4):231-7). Quindi, 10 feti con S. di Down su 100 non possono essere individuati nemmeno dal test combinato. In alcuni Paesi europei (non in Italia), da pochi mesi le gestanti nel corso del primo trimestre possono sottoporsi ad un prelievo di sangue che consentirebbe di diagnosticare la presenza di un eventuale cromosoma 21 in più nella piccola quantità di cellule fetali che circolano nei vasi sanguigni materni. Studi recenti propongono questa tecnica come un’alternativa alla diagnosi prenatale invasiva (Am J Obstet Gynecol 2012;207(2):137.e 1-8). Tuttavia, persiste il motivato timore di un risvolto eugenetico nell’uso incontrollato del test in oggetto, legato alla facilità di accesso allo stesso, alla precocità dell’epoca gestazionale in cui può essere effettuato e al possibile futuro utilizzo per diagnosticare un’ampia varietà di anomalie oltre alle alterazioni cromosomiche più frequenti (Eur J Human Genet 2010;18-3:272-7). Alla luce di tutto ciò, appare ancor più di fondamentale importanza la correttezza delle informazioni fornite alla gestante relativamente alle possibilità diagnostiche della S. di Down ed all’interpretazione dei risultati dei vari test disponibili.

ESISTONO TEST IN GRADO DI PREVENIRE FUTURI CASI DI S. DI DOWN?

Non esistono test in grado di prevenire futuri casi di S. di Down, ma esami diagnostici in grado di individuare la condizione nei feti che già la presentano. Le tecniche non invasive attualmente disponibili (NT, Duo-test), hanno un valore predittivo, cioè forniscono soltanto una valutazione della probabilità che il feto sia affetto dalla S. di Down.

QUALE COMPORTAMENTO DA PARTE DEL MEDICO?

Nella diagnostica prenatale le situazioni sono prevalentemente complesse sia sotto il profilo medico che etico. Per quanto riguarda le problematiche etiche, varie e composite, dal punto di vista oggettivo e nella stragrande maggioranza dei casi la diagnostica prenatale viene praticata senza un diretto collegamento con l’eventuale esito abortivo. In questo caso l’esito abortivo non  origina necessariamente dalla diagnosi. Altro significato, viceversa, assume la diagnostica prenatale quando inserita in una programmazione abortiva già prevista o nel caso di chi condivide l’atteggiamento intenzionale abortivo della gestante che richiede la diagnosi. Ciò configura, sotto il profilo morale, una collaborazione: vale a dire che l’azione è illecita e illecitamente è compiuta da entrambi e che la condivisione delle intenzioni accomuna i due agenti in un’unica azione. Nella complessità della diagnosi prenatale “il medico, pur nel doveroso rispetto della libertà altrui non può né deve abdicare alla propria libertà e responsabilità” (E. Sgreccia, 2007).

UNA RECENTE SENTENZA DELLA CORTE DI CASSAZIONE (N.16754 DEL 2.10.2012) RICONOSCE IL RISARCIMENTO AD UNA BAMBINA NATA CON S. DI DOWN, PERCHÉ IMPEDITO L’EVENTUALE RICORSO ALL’ABORTO. QUALE INTERPRETAZIONE DARE ALLA SENTENZA?

Con questa sentenza, definita con termine tecnico sentenza manifesto, si andrebbe a riconoscere il diritto a non nascere da parte di persone affette o portatrici di alterazioni genetiche o di malformazioni. Possiamo dire, senza alcun dubbio, che si innesca una pericolosissima deriva, secondo la quale si giustificherebbe l’aborto eugenetico. In altri termini si ratificherebbe la falsa idea che la vita è degna solo se di qualità, senza patria per diversamente abili, fragili e malati.

Marianna De Falco – Ginecologa
Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II, Napoli

Vietarlo significa combattere il fanatismo islamico

iraniane si tolgono il velo
iraniane si tolgono il velo imposto

Anni fa, Giuliano Amato, durante la conferenza nazionale sull’immigrazione,  disse: «Vietare il velo alle donne islamiche vuole dire imporre un’ideologia imperialista occidentale».Onestamente, tale affermazione stupisce: che c’entra l’Occidente in questa faccenda?

Da decenni il mondo musulmano lotta contro il velo. L’Egitto in primis: all’inizio degli anni Venti, con Hoda Shaarawi, migliaia di donne sono scese per strada, testa nuda. E prima di loro Qasim Amin, il padre del femminismo islamico, e tanti altri. Dal 1924 il velo e’ vietato nelle università e negli uffici statali in Turchia dal ‘padre della Nazione’, Kemal Atatürk, che certo non era un imperialista occidentale. In Tunisia e’ così gia’ dagli anni Cinquanta con Habib Bourguiba, il fondatore della Tunisia moderna; lo stesso in Siria con il partito Baath, che ha rinnovato la nazione.

Non c’è Stato musulmano che, volendo rinnovarsi e modernizzarsi, non abbia vietato il velo almeno in certi luoghi. Certo, tutti l’avranno fatto influenzati dall’Occidente. E come potrebbe essere diversamente? La modernità viene dall’Occidente. Ma il mondo islamico non ha su questo copiato l’Occidente, non ha mai rivendicato il preteso ‘diritto’ all’aborto, scendendo per strada e gridando «Il corpo è mio!». Non ha mai rivendicato il preteso ‘diritto’ all’o mosessualità in nome della modernità. Ma ha affermato il diritto delle donne alla parità, sul campo del lavoro come della liberta’.

Il mondo islamico cerca di modernizzarsi prendendo il bene laddove lo trova,anche in Occidente, ma anche nella tradizione islamica. In questa faccenda del velo, se c’è imperialismo non è certo un imperialismo occidentale ma, come hanno detto giustamente Magdi Allam, Souad Sbai e tanti musulmani ‘illuminati’, un imperialismo islamico. Si tratta per gli islamisti di conquistare il potere sociale e politico, attraverso i simboli culturale e religiosi: non di islamizzare l’Europa (almeno non a questa tappa), ma di re-islamizzare i musulmani, ovunque siano, imponendo loro un comportamento prestabilito e attribuito all’islam, per poterli poi manipolare meglio.

Si tratta di una radicalizzazione dell’islam, attraverso le forme esterne (vestito, barba, divieto alla donna di dare la mano, separazione dei sessi ovunque, ecc), proprio perché la pratica islamica si è spesso svuotata del suo interno, della sua spiritualità. Perché il Ramadan è diventato un mese di feste, dove si mangia doppio…e si chiama digiuno. Perché l’affermazione più bella dell’islam, Allah(u) akbar, ‘Dio è [sempre] più grande’, è utilizzata ormai in tutto il mondo islamico, dai terroristi, per dire ‘all’attacco in nome di Dio!’. Perché la preghiera, atto di adorazione ma anche di dialogo con Dio Rahman, Dio Madre, è diventata una serie di gesti minuziosamente prescritti nel più piccolo particolare.

Nessun nega che il velo possa essere una scelta personale. Ma chi vive nel mondo islamico, dall’Indonesia alla Nigeria, dal Marocco all’Arabia Saudita, sa che in questi decenni indossarlo è un gesto fortemente politico. Se così non fosse, come spiegare che un grande Paese come la Turchia, al momento di scrivere una nuova Costituzione, si sia fermato a discutere unicamente sulla questione della soppressione del divieto del velo, trascurando centinaia di riforme previste? No, il divieto del velo non è frutto di un’ideologia imperialista occidentale, è un atto di lotta contro un’ideologia imperialista islamica.

Perché l’imperialismo non è automaticamente legato all’Occidente, anche se lo è stato e lo è ancora – sotto forma economica, per esempio: l’imperialismo noi, cittadini del mondo islamico, lo viviamo sotto la forma più brutta che sia, cioè quello religioso. Il velo non è un obbligo religioso islamico, perché non è un obbligo coranico. Fino ad oggi i dotti del mondo islamico discutono il significato dei due versetti che ne parlerebbero. Mai la parola araba hijab ha significato specificamente ‘velo’, bensì significa semplicemente ‘tutto ciò che nasconde’.

Basta andare per esempio sul sito http://www.middleeasttransparent.com  per trovare decine di articoli in arabo, inglese o francese sull’argomento, e tra l’altro l’opinione chiara di Gamal al­Banna, il fratello dell’Hassan che ha fondato i Fratelli musulmani,il quale nega che sia un obbligo chiaro. Quando si vedono ragazzine di cinque-sei anni, a migliaia, portare il velo, come si può poi pretendere che a sedici anni lo portino per scelta?

La pressione sociale nel mondo musulmano, l’occhio degli altri su di me, fa addirittura che alcune cristiane lo portano per aver la pace! Poi, pretendere che nessuno abbia protestato quando i cristiani portavano la croce, ma che appena le musulmane hanno portato il ‘foulard’ sono arrivate le proteste, è essere accecato dall’ideologia: come si può paragonare un simbolo di 5 cm(al massimo) con uno di 400 cm(al minimo)? Il problema è saper ‘leggere i segni dei tempi’. Nel mondo islamico, il velo è da alcuni decenni un’arma politica per un progetto globale d’islamizzazione della società, in contrapposizione alla globalizzazione che è rappresentata dall’Occidente.

Da difendere è la vera libertà, e il divieto del velo nelle scuole e negli uffici statali non toglie la libertà. Però il non-divieto apre la porta alle pressioni morali, che tolgono concretamente la libertà di scelta. In nome di un islam libero, moderno e spirituale questo divieto è giusto e realistico, basato sulla conoscenza della realtà islamica odierna,non sull’ideologia occidentale… spesso imperialista. L’obiettivo dei fondamentalisti è re-islamizzare musulmani, ovunque siano, imponendo loro un comportamento prestabilito e attribuito all’islam, per poterli poi manipolare meglio. Chi vive nel mondo islamico sa che in questi decenni indossarlo è un gesto fortemente politico. E se viene imposto alle bimbe di sei anni, come pretendere che a sedici lo scelgano «liberamente»?

Chiara Corbella Petrillo: la seconda Gianna Beretta Molla

A volte Dio come un buon giardiniere scende nel suo orto per controllare i fiori che ha piantato e se trova uno particolarmente bello, lo prende con Se’ e lo porta nella Sua casa.

E’ successo proprio questo con la “nascita al Cielo” della giovane Chiara Petrillo, dopo una sofferenza di circa due anni provocate da un tumore. Il suo funerale è stata una grande festa a cui hanno preso parte circa mille persone che hanno occupato la chiesa fino ai suoi balconcini più alti, cantando, suonando, applaudendo e pregando dall’ingresso della bara fino alla sua uscita.

Non si può restare impassibili di fronte a questa storia di santità dei nostri giorni. Una storia che merita di essere conosciuta e raccontata, come hanno scritto molti utenti nei loro commenti, perché è una dimostrazione di come sia possibile realizzare oggi le parole di Giovanni Paolo II quando disse: “Tutti possono aspirare alla santità, la misura alta della nostra vita quotidiana”.

Soprattutto è la prova che, nonostante siamo immersi oggi in una società egoista che insegna a salvaguardare il proprio benessere prima di ogni altra cosa, c’è ancora chi, con la forza della fede, è capace di morire per l’altro, di sacrificare la propria vita pur di permettere ad una nuova di nascere.

Questa ragazza romana di soli 28 anni, bella, solare, con il sorriso sempre sulle labbra, è morta, infatti, per aver rimandato le cure che avrebbero potuto salvarla, pur di portare a termine la gravidanza del suo Francesco, un bambino atteso fin dal primo momento del suo matrimonio con Enrico.

Non era la prima gravidanza di Chiara. Pochi mesi dopo le nozze, la ragazza era rimasta incinta di Maria, una bimba a cui sin dalle prime ecografie, era stata diagnosticata un’anencefalia, ovvero una malformazione congenita per cui sarebbe nata priva totalmente o parzialmente dell’encefalo.

I due giovani sposi accolsero senza alcuna esitazione questa nuova vita come un dono di Dio, nonostante i medici avessero tentato più volte di farli desistere. E gioirono per tutti i 30 minuti di vita della piccola, celebrando il battesimo e accompagnandola nella sua «nascita in cielo».

Alcuni mesi dopo, una nuova gravidanza. Anche in questo caso, però, la gioia della notizia venne minata dalle prime ecografie che non facevano presagire nulla di positivo. Il bimbo, un maschietto di nome Davide, sarebbe nato senza gli arti inferiori.

Armati dalla fede e dall’amore che ha sempre sorretto il loro matrimonio, i due sposi decisero di portare a termine la gravidanza. Una scelta “incosciente e ostinata” ha scritto qualcuno sul web, ma sicuramente una scelta di fede, frutto della convinzione che le chiavi della vita e della morte sono custodite solo da Dio.

Verso il settimo mese, una nuova ecografia rivelava delle malformazioni viscerali con assenza degli arti inferiori per il piccolo Davide. “Il bambino è incompatibile alla vita” era la sentenza. Incompatibile forse alla vita terrestre, ma non a quella celeste.

La coppia infatti ha atteso la nascita del bambino, il 24 giugno 2010, e dopo aver celebrato subito il suo battesimo, ha accompagnato con la preghiera la sua breve vita fino all’ultimo respiro.

Sofferenze, traumi, senso di scoraggiamento, ma Chiara ed Enrico non si sono mai chiusi alla vita, tanto che dopo qualche tempo arrivò un’altra gravidanza: Francesco.

Questa volta le ecografie confermavano la buona salute del bimbo, tuttavia al quinto mese a Chiara i medici diagnosticarono una lesione della lingua che dopo un primo intervento, si confermò essere la peggiore delle ipotesi:  un carcinoma.

Da lì in poi una serie di combattimenti. Chiara e il marito, però, non hanno perso la fede e “alleandosi” con Dio decisero ancora una volta di dire sì alla vita.

Chiara difese Francesco senza alcun ripensamento e, pur correndo un grave rischio, rimandò le cure portando avanti la maternità. Solo dopo il parto, infatti, la giovane potè sottoporsi a un nuovo intervento chirurgico più radicale e poi ai successivi cicli di chemio e radioterapia.

Francesco è nato sano e bello il 30 maggio 2011; ma Chiara, consumata nel corpo fino a perdere anche la vista dell’occhio destro, dopo un anno, non ce l’ha fatta. Mercoledì, verso mezzogiorno, circondata da parenti e amici, ha terminato la battaglia contro il “drago” che la perseguitava, come lei definiva il tumore, in riferimento alla lettura dell’Apocalisse.

Come, però, si legge nella medesima lettura – scelta non a caso nella cerimonia funebre – una donna ha sconfitto il drago. Chiara, infatti, avrà perso il suo combattimento terreno, ma ha vinto la vita eterna e ha donato a noi tutti una vera testimonianza di santità.

Con Chiara “stiamo vivendo, quello che 2000 anni fa visse il centurione, quando vedendo morire Gesù disse: Costui era veramente figlio di Dio” ricorda frate Vito, giovane francescano, conosciuto ad Assisi, che ha assistito spiritualmente Chiara e la sua famiglia nell’ultimo periodo, trasferendosi anche nella loro casa.

“La morte di Chiara è stata il compimento di una preghiera” ha proseguito. La giovane, difatti, ha raccontato il frate, “dopo la diagnosi medica del 4 aprile che la dichiarava ‘malata terminale’, ha chiesto un miracolo: non la guarigione, ma di far vivere questi momenti di malattia e sofferenza nella pace a lei e alle persone più vicine”.

“E noi – ha detto ancora frate Vito, visibilmente emozionato – abbiamo visto morire una donna non solo serena, ma felice”. Una donna che ha vissuto spendendo la sua vita per l’amore agli altri, arrivando a confidare ad Enrico “forse la guarigione in fondo non la voglio, un marito felice e un bambino sereno senza la mamma rappresentano una testimonianza più grande rispetto ad una donna che ha superato una malattia. Una testimonianza che potrebbe salvare tante persone…”.

A questa fede Chiara è arrivata pian piano, ha precisato frate Vito, “seguendo la regola appresa ad Assisi dai francescani che tanto amava: piccoli passi possibili”. Un modo, ha spiegato, “per affrontare la paura del passato e del futuro di fronte ai grandi eventi, e che insegna a cominciare dalle piccole cose. Noi non possiamo trasformare l’acqua in vino, ma iniziare a riempire le giare. Chiara credeva in questo e ciò l’ha aiutata a vivere una buona vita e quindi una buona morte, passo dopo passo”.

Un grande passo, però, ora Chiara l’ha compiuto: il matrimonio celeste con il suo Sposo “pronto per lei” – come cantavano i giovani del suo gruppo parrocchiale – tanto che per l’occasione nella bara era vestita con il suo abito nuziale.

Chiara, ora, potrà “accudire i suoi Maria e Davide” e “pregare per Francesco” come scriveva nella lettera lasciata a suo figlio, letta oggi da Enrico.

E tutti noi, così come questa mattina abbiamo portato via dalla Chiesa una piantina – per volontà di Chiara che non voleva fiori al suo funerale, ma che ognuno ricevesse un dono – portiamo nel cuore un “pezzetto” di questa testimonianza, pregando e chiedendo la grazia a questa giovane donna che forse un domani chiameremo Beata Chiara Corbella.

di Salvatore Cernuzio

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Io malato di Sla e la fede

amore Sla contro eutanasiaIntervista all’architetto lecchese Antonio Spreafico, affetto da Sclerosi laterale amiotrofica

«È ancora qui, Emilia. È la donna che amo e che mi ama. È il custode della mia vita. È il mio primo sorriso di ogni nuovo giorno. È la mia fabbrica di baci…». Le può dire solo con gli occhi, quelle parole. Ormai da due anni, infatti, Antonio è finito nel mirino della Sclerosi laterale amiotrofica: la famigerata Sla. Di parlare ha smesso da tempo e, da dopo l’estate, fatica persino a muovere le labbra. gli è rimasto lo sguardo, però: con gli occhi riesce a fissare un’apposita tastiera che, collegata a un sintetizzatore vocale, gli permette di comunicare brevi frasi. Ecco perché questa è diventata, di colpo, l’intervista che non avrei mai voluto fare: perché sto parlando con un amico (che, per inciso, ha progettato la casa dove vivo con altre quattro famiglie) e perché, per lui come per Emilia, rispondere è un calvario.

Antonio Spreafico è un architetto e designer di 61 anni. Abita a Lecco, dove è titolare di uno studio affermato, nel quale ha trasmesso la professione al figlio Michele. ha realizzato edifici pubblici (dal municipio di Calolziocorte al Tribunale di Lecco) e progetti a sfondo sociale, come la sede locale degli scout e, soprattutto, “La Casa sul pozzo”, un polo di aggregazione legato alla Comunità di via Gaggio onlus, animata da padre Angelo Cupini.

È proprio al carismatico sacerdote clarettiano che Antonio ha deciso di dedicare il suo libro “Luce”, scritto per mano del fratello Giorgio, giornalista. In quelle pagine (dalle quali abbiamo tratto tutte le frasi di Antonio), ripercorre la sua vita e, soprattutto, la straordinaria altalena di sentimenti – dalla paura più cupa a una serenità contagiosa – che ha caratterizzato gli ultimi due anni.

Tutto comincia con una caduta sulle scale del Tribunale di Lecco, nell’estate 2011. È un campanello d’allarme: solo qualche mese dopo, però, i medici spiegheranno che quell’improvviso cedimento delle gambe non è dovuto a stress, bensì alle prime avvisaglie della malattia.

L’impatto è terribile.«ho la sla, ecco cos’ho. Sono perduto, privo di speranze e futuro. ho la sla e non c’è cura per questa malattia», annota Antonio nel suo diario. Stefano Borgonovo – il giocatore del Milan recentemente scomparso – la chiamava “la stronza”. E, in effetti, la sla è una malattia beffarda quant’altre mai: consuma il corpo, mantenendo però fino all’ultimo la lucidità di chi colpisce; spegnendo le terminazioni nervose cerebrali e del midollo spinale, fa sì che chi ne viene colpito smetta di camminare, di muovere braccia, mani e tronco, di deglutire, di parlare e persino di respirare.

Immaginatevi come possa essere suonata quella diagnosi alle orecchie di Antonio: professionista affermato, impegnato nel volontariato, con l’hobby della pittura dell’Ottocento (per la quale s’è concesso il lusso di una piccola galleria d’arte), la passione per la fisarmonica e le camminate in montagna.

Aveva mille progetti per la pensione, Antonio. Invece… «La Sla cambiava tutto nella nostra vita, ma non avrebbe cambiato niente di ciò che contava davvero – spiega –. È questo che mi ha detto Emilia quando è riemersa dall’abisso della disperazione».

Accettando di convivere con una malattia così, Antonio ed Emilia, forse senza nemmeno rendersene conto, hanno dato inizio a una storia di coraggio e di fede, una storia eccezionale, sebbene condotta da persone assolutamente normali. La sofferenza inizialmente venata dalla disperazione presto è stata riscattata dalla certezza della compagnia di Dio. Misteriosa, certo. Ma reale e percepibile come tale. E questo – insieme all’affetto dei figli, dei parenti, al calore degli amici – ha cambiato tutto.

Emilia è serena nel raccontarlo, mentre ci accoglie nella casa di Olate, il quartiere lecchese dove gli Spreafico risiedono. È stanca, lo si vede. Eppure non trasmette – neppure per un momento – l’idea di una persona rassegnata. «Sia io che Antonio veniamo da due famiglie provate da lutti precoci e questo ci ha temprati fin da quando ci siamo conosciuti», racconta. Questa consuetudine alle asprezze della vita, insieme con una fede mai esibita e tuttavia solida, ha permesso a marito e moglie di affrontare il calvario più duro.

«Mi hanno diagnosticato la malattia – racconta Antonio – con un annuncio non troppo diverso da quello delle previsioni del tempo. Ho avuto prova della decantata efficienza della sanità lombarda, perché, una volta giunto nel posto giusto, erano bastati cinque giorni per arrivare alla diagnosi. Di quella macchina da guerra però non avevo visto e non vedevo il cuore. Com’era possibile che nessuno si preoccupasse dell’uomo che appena uscito dall’ospedale si sarebbe ritrovato con le spalle al muro?».

Le cose cambiano quando la famiglia Spreafico approda al NeMO (NeuroMuscolarOmnicenter) di Milano. Lì trovano medici che coniugano una competenza straordinaria con un’umanità fuori dal comune. Lì incontrano suor Engarda, presenza discreta e amorevole, cui Antonio dedicherà un commovente capitolo del suo libro. Lì vengono aiutati ad affrontare al meglio l’altalena di notizie e di emozioni contrastanti che vive ogni malato di Sla nell’apprendere dell’esito positivo di un nuovo tentativo, talvolta repentinamente smentito da notizie di segno opposto immediatamente dopo.

«Anche a noi è successo», ci dice Emilia. Accenna a ricerche avviate in Sardegna, a studi pionieristici negli Usa… Ma non ha rimpianti. Le basta – come fa Antonio – «godere di ogni nuovo giorno che il buon Dio ci regala». Le basta poter sollevare Giacomo, il nipotino di 13 mesi, all’altezza della guancia di Antonio per fargli sentire la sua carezza. Giacomo è nato il 9 ottobre 2012. «Chissà se riuscirò a vederlo», si crucciava Antonio nei mesi precedenti e invece «il buon Dio ha guardato giù»; il 20 aprile scorso Michele, l’altro figlio, s’è sposato con Lisa. «anche in questo caso ci è stata concessa una grazia», chiosa Emilia.

Per sua moglie, Antonio riserva espressioni di una tenerezza infinita: «Ho visto Emilia annullarsi per me e tante volte sul punto di non poterne più. L’ho guardata stravolta dalla fatica, consumata come una candela senza più cera alla fine di una giornata impossibile, eppure in grado di caricarsi di altra fatica e di farmi ancora luce durante la notte. L’ho avuta accanto durante interminabili ricoveri, costretta persino a insegnare agli infermieri – quando di Sla non sapevano nulla – ciò che aveva dovuto imparare. E ho ascoltato le sue silenziose preghiere mescolarsi alle mie».

Preghiere, invocazioni, talvolta rabbia, dubbi. Ma – insieme – un flusso di consolazioni fatte di lettere, telefonate, mail. Amici, pazienti conosciuti in ospedale, ma anche tanti sconosciuti. Emilia apre un’agenda e legge, commuovendosi: «Mi chiamo Diana, vi ho conosciuto attraverso “Luce”. Il libro mi ha lasciato l’impressione di un uomo sereno, non rassegnato. Di fronte a te mi sento molto piccola, il tuo modo di accettare la cosa che hai vissuto mi infonde molto rispetto nei tuoi confronti. Grazie di esistere».

Sì, grazie di esistere, Antonio. grazie di regalarci una testimonianza di fede cristallina senza bisogno di prediche o di dotte citazioni. Ti è bastato dedicarti a uno dei tuoi sport preferiti: l’enigmistica. Già, perché per “sciogliere” Sla in «Sarà lieto andarsene», oppure «Serve lottare ancora» ci vuole un bello spirito. O fede. Fate voi.

ZENIT

Olanda, eutanasia per tutti. Ecco la “Kill Pill” per chi compie 70 anni

kill-pillBasta con l’eutanasia solo per chi è malato terminale, malato mentale, affetto da imperfezioni e problemi fisici o più semplicemente stanco di vivere. Ora la potente associazione per il diritto di morire (Nvve) vuole che l’eutanasia sia estesa d’ufficio a tutti coloro che hanno compiuto i 70 anni. (Terribile)

L’anno scorso in Olanda la “buona morte” è stata somministrata ufficialmente a 5.306 persone (in realtà, le vittime sono almeno 6 mila), un aumento del 182 per cento rispetto a quando la legge è stata approvata nel 2002. Me per Nvve non basta e così ha ritenuto maturi i tempi per riproporre un vecchio cavallo di battaglia degli anni ’90: la “Kill Pill”.

MORTE, NON SUICIDIO. «Noi vediamo che la società vuole una pillola del genere», ha spiegato il direttore della lobby pro eutanasia Robert Schurink. «Soprattutto la generazione del baby boom, che non ha paura di dire esplicitamente ciò che desidera. Vogliono avere il controllo sulla fine delle loro vite». A prescindere dall’essere affetti o meno da patologie, fisiche o mentali che siano.

La pillola eutanasica sarebbe messa gratuitamente a disposizione di tutti gli olandesi che abbiano compiuto i 70 anni e comodamente ritirabile in farmacia. La Nvve ha detto che nelle prossime settimane discuterà una sperimentazione con l’associazione dei medici olandesi e con i ministri di Giustizia e Salute. Questa servirà per assicurare che «la pillola non venga usata per il suicidio, l’abuso o l’omicidio». Ma solamente per procurarsi la “buona morte”.

NUOVA CONCEZIONE. L’Olanda sta procedendo velocemente e inesorabilmente verso una nuova concezione di eutanasia. Quando è stata approvata nel 2002, era considerata un’eccezione, uno strappo alla regola dettato dalla compassione per permettere ai “pochissimi” casi di persone che soffrono in modo insopportabile a causa di malattie terminali di anticipare di poche settimane la propria dipartita. Com’era prevedibile, una volta affermato che alcune persone possono essere uccise in casi particolari, una volta stabilito che c’è anche un solo caso in cui una vita perde di valore, il diritto di morire si è esteso negli anni ed ora viene rivendicato per tutti, sani e malati, come se fosse un modo di morire come gli altri, naturale come gli altri, perché non c’è niente di più naturale della volontà e dell’autodeterminazione. È giusto quindi fornire la pillola per tutti quelli che compiono 70 anni (ci vorrà ancora qualche anno per abbassare la soglia di questa età). Basta che non venga chiamato con una bruttissima parola: “suicidio”.

Il ruolo del linguaggio nella promozione dell’ideologia gender: glossario

teoria_gender_esisteUn utile glossario su come le parole possono nascondere e offuscare la verita’

il linguaggio della realtà il linguaggio del gender
Verit
Quello che è vero. Quello che corrisponde alla realtà. Esprime e riflette con precisione la realtà. Per definizione c’è una sola verità. È la verità che rende un uomo libero, cioè capace di scegliere il bene. Il corpo umano è portatore di verità (ha un senso).
Relativismo
Tutto è relativo. Ognuno ha la sua verità. Il corpo non è portatore di alcuna verità
Uguaglianza dell’uomo e della donna in dignità e diritti
Questa uguaglianza è rispettosa delle specificità di ognuno. L’uguaglianza suppone che le situazioni siano paragonabili.
Uguaglianza uomo-donna (identità)
L’uomo e la donna sono identici. Le differenze sono una costruzione sociale e culturale.
Distruzione
La soppressione delle differenze tra il maschile femminile è in realtà una distruzione, perché il maschile e il femminile originano dal corpo (i corpi, innati) e dalla cultura (acquisiti).
Decostruzione
Il maschile e femminile sono una costruzione sociale e culturale, che bisogna decostruire per arrivare all’uguaglianza assoluta
La famiglia
Padre, madre, figli La famiglia consente al figlio di capire il significato della sua venuta al mondo, di rispondere alla domanda del perché, di immaginare quali desideri hanno portato alla sua nascita
Le famiglie
Tutte le forme di convivenza decise attorno a un bambino: un padre, una madre, un padre e una madre, due padri, due madri, 3,4 persone eccetera
Complementariet
L’uomo e la donna sono complementari nei loro comportamenti, nelle loro aspirazioni, nelle loro attitudini, nei loro ruoli, in tutti i settori della società (coppia, famiglia, ruoli lavorativi, vita sociale). Si completano a vicenda
Stereotipo  (accezione negativa)
Pregiudizio che chiude l’altro sesso in schemi limitati, cioè degradanti. Bisogna decostruire stereotipi (che si suppone siano stati costruiti a senso unico) perché gli uomini le donne siano uguali (cioè identici).
Sposi
L’uomo e la donna uniti in matrimonio  
Partner
Padre, madre
Un padre (uomo) e una madre (donna) non sono la stessa cosa. Il bambino ha bisogno di entrambi per crescere armoniosamente e trovare la propria autonomia.
Genitori (genitore 1, genitore 2)
Non c’è differenza tra un padre e una madre. È la volontà che fa diventare genitore, e la volontà non ha sesso.
Genitorialità (paternità, maternità)
Status dell’uomo e della donna che hanno generato, che attribuisce loro l’obbligo di prendersi cura del figlio e di esercitare legalmente la responsabilità genitoriale.
Genitorialità (scelta di essere genitori)
Il ruolo educativo degli adulti che non sono necessariamente il genitore del bambino
Procreazione
Dono della vita che scaturisce dall’unione di un uomo di una donna
Salute riproduttiva della madre
Modi per liberare la donna dalla schiavitù della riproduzione (contraccezione, aborto, fecondazione medicalmente assistita, utero in affitto). La donna può finalmente prendere in mano il proprio destino. Non si parla più di procreazione (“creare con”), concetto troppo legata all’illusione di un Dio creatore, ma di riproduzione, termine fino ad oggi riservato agli animali e agli oggetti.
Differenza sessuale
La differenza sessuale è fondatrice dell’umanità. La parola sesso deriva dal latino “secare”, cioè tagliare. La differenza sessuale è come una ferita. L’uomo capisce chi è grazie alla donna e viceversa. Né l’uomo solo, né la donna sola dicono che cos’è l’umanità, ma i due uniti insieme. La loro unione è sorgente di vita
Uguaglianza delle sessualit
Tutti i sessi si equivalgono. La sessualità tra un uomo e una donna (chiamata eterosessualità, approccio descrittivo esteriore, e non unione tra un uomo una donna, approccio interiore) è una norma costruita socialmente dagli uomini per dominare le donne. La società deve camminare decisamente verso lo sradicamento di ogni discriminazione basata sul sesso. L’orientamento sessuale, tra cui l’omosessualità, ma anche tutte le altre forme di sessualità (transessualità, bisessualità, asessualità…), diventano sorgente di diritto e fattore di differenziazione, sostituendo la realtà sessuata uomo/donna
Ricchezza delle differenze
Le differenze tra l’uomo la donna sono una ricchezza per l’uomo, il bambino e tutta la società
Parit
Distribuzione uguale dei ruoli tra gli uomini e le donne in tutti i settori della società (vita familiare, vita professionale, politica) per raggiungere l’uguaglianza assoluta, detta in altre parole identità tra uomo e donna
Bambino in provetta
Fabbricazione di numerosi embrioni in laboratorio, di cui soltanto uno o alcuni sono impiantati nell’utero della donna. Gli altri vengono congelati. E’ una procedura sanitaria nella misura in cui permette oggi ad una coppia uomo/donna sterile di raggiungere quello che normalmente è nella natura e di cui quella coppia è privata: donare la vita
PMA (procreazione medicalmente assistita)
L’acronimo attenua la violenza della procedura ed ha un’apparenza di scientificità. L’ultima iniziale della sigla evoca l’idea di assistenza, di un beneficio dato ad altri. La PMA è una tappa della decostruzione dell’eterosessualità. Diventerà a breve la maniera per una donna di ottenere la procreazione e quindi una vita familiare senza l’uomo. Non sarà più una procedura sanitaria, perché andrà al di là della natura
Madre in affitto
Donna che affitta il suo utero per portare un bambino nove mesi per una persona, nel quadro di un contratto di maternità per altri. Il bambino è comprato
GPA (gestazioni pour autrui =maternità di sostegno)
Il termine sostegno fa pensare che si tratti di un atto buono, perché fatto allo scopo di dare un bambino a persone che lo desiderano (coppia sterile, due uomini, due donne…). Non c’è nessun legame del bambino con la donna che l’ha tenuto tiene in grembo. Non è dando alla luce il bambino che si diventa madre
Parole il cui significato è cambiato
Nel mondo reale                                                 Nel mondo del gender
Uguaglianza
Uguaglianza in dignità e diritti degli uomini delle donne. Dare a ciascuno quello che gli è dovuto in funzione del suo stato (uguaglianza relativa). L’uguaglianza suppone che le situazioni siano paragonabili. Per esempio la madre ha diritto al congedo di maternità in ragione della sua gravidanza, più lungo del congedo di paternità perché proporzionato al suo stato.
Uguaglianza assoluta (aritmetica): tutte le differenze tra gli individui devono essere ridotte a uguaglianza, comprese quelle che originano dalle loro scelte (per esempio orientamento sessuale). Non farlo è una discriminazione. Il potere politico deve approvare leggi che garantiscano le differenze. E’ la lobby più forte che vince, a danno del bene dei più deboli, in particolare del bambino.
Libert
Capacità di scegliere il bene (non essere prigionieri del male). La libertà si appoggia alla realtà. Non può negare la nostra natura, che è un bene..
Capacità di scegliere liberamente. Esprimere il proprio desiderio o la propria volontà, senza alcuna costruzione della natura, che è fortemente ingiusta e discriminatoria. Ognuno si costruisce personalmente secondo il proprio desiderio
Omofobia
Violenza, ingiuria fatta alle persone con tendenze omosessuali. Discriminazione fatta a queste persone rispetto ad altre persone nella stessa situazione (per esempio discriminazione sul posto di lavoro)
E’ omofobo chi non condivide le rivendicazioni delle persone con tendenze omosessuali (matrimonio, adozione, procreazione medicalmente assistita, utero in affitto)
Stereotipo sessuale
Opinione largamente condivisa relativa al comportamento, alle aspirazioni degli uomini delle donne. Elemento indispensabile per un’equilibrata crescita del bambino.
Pregiudizio che racchiude l’altro sesso in comportamenti predeterminati, in schemi limitati, cioè degradanti.
Parit
Parità necessaria nel matrimonio dal fatto della complementarietà.
Distribuzione uguale di ruoli tra uomini e donne in tutti i settori della società (vita familiare, vita professionale, vita politica) per raggiungere l’uguaglianza cioè l’assoluta identità tra l’uomo alla donna

Versione in pdf al seguente indirizzo  http://www.giuristiperlavita.org/joomla/PDF-DOCUMENTI/Lessico-6d.pdf

Il Vangelo nelle Americhe, alcune ombre e tante luci

AmericheLa Chiesa ha chiesto perdono, nell’anno Santo del Giubileo del 2000, per le azioni di tanti suoi figli in America.

La Chiesa non entra nel merito delle vicende storiche ma si limita a dire che: «l’individuazione delle colpe del passato di cui fare ammenda implica anzitutto un corretto giudizio storico, che sia alla base anche della valutazione teologica. Ci si deve domandare: che cosa è precisamente avvenuto? Che cosa è stato propriamente detto e fatto? Solo quando a questi interrogativi sarà stata data una risposta adeguata, frutto di un RIGOROSO GIUDIZIO STORICO, ci si potrà anche chiedere se ciò che è avvenuto, che è stato detto o compiuto può essere interpretato come conforme o no al Vangelo, e, nel caso non lo fosse, se i figli della Chiesa che hanno agito così avrebbero potuto rendersene conto a partire dal contesto in cui operavano. Unicamente quando si perviene alla certezza morale che quanto è stato fatto contro il Vangelo da alcuni figli della Chiesa ed a suo nome avrebbe potuto essere compreso da essi come tale ed evitato, può aver significato per la Chiesa di oggi fare ammenda di colpe del passato» (1).

(Commissione teologica internazionale, Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, L’Osservatore Romano, Documenti, supplemento a L’Osservatore Romano n.10, 10 marzo 2000, p.5, n.4).

Per un corretto giudizio storico:
Qual è stata la vera storia del Vangelo nelle Americhe?
Molti conquistadores si macchiarono di gravi colpe e ci furono anche preti e vescovi complici di diverse nefandezze. Non bisogna dimenticare che la colonizzazione del Sud America è una storia di uomini e ogni storia di uomini è fatta di luci e d ombre. Tuttavia gli aspetti positivi superarono quelli negativi. Scrive Giovanni Paolo II: “- senza dubbio in questa evangelizzazione, come in ogni opera dell’uomo, vi sono stati esiti e sbagli, – luci ed ombre -, però, – più luci che ombre -“- (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica I cammini del Vangelo, 29 giugno 1990, n.8).

Gli spagnoli, pur con tutti i loro difetti umani, hanno liberato gli indios da regimi che si possono considerare fra i più sanguinari e schiavistici della storia. Innanzi tutto bisogna sapere che gli Aztechi e gli Incas non erano pacifiche popolazioni locali ma erano essi stessi degli invasori che provenivano da altre terre.

I toltechi erano una sanguinaria popolazione, proveniente dal Nord, che aveva distrutto i Maya – nella regione del Messico -. Gli aztechi erano una tribù nomade del popolo nahua, provenienti dalle regioni della California settentrionale. Gli aztechi erano un popolo bellicoso e crudele che aveva a sua volta distrutto la popolazione dei toltechi, degli zapotechi e quanto rimaneva dei maya. Gli aztechi tennero sempre in schiavitù gli indios dell’America centrale, essi avevano una macabra religione che si basava sui sacrifici umani di massa. Per gli aztechi il sangue umano era il nutrimento che bisognava offrire agli dei per continuare a garantire il funzionamento del mondo.

Erano sempre in guerra perché avevano necessità di procurarsi nuovi schiavi da sacrificare agli dei. Un codice azteco racconta che nel 1487 furono sacrificati 20.000 prigionieri in occasione dell’inaugurazione di un nuovo tempio dedicato al dio colibrì. Ogni primo mese dell’anno uccidevano moltissimi lattanti e poi li divoravano. Il rito sacrificale tipico consisteva nel portare le vittime in cima alle piramidi. Qui veniva strappato il cuore ancora pulsante e i corpi venivano precipitati dalle piramidi. I corpi venivano scuoiati, con le pelli venivano fatti abiti per la casta sacerdotale mentre le altre parti del corpo venivano mangiate: dopo il pasto si ubriacavano.

I Maya, in quanto a crudeltà, non sono stati da meno: essi praticavano sacrifici umani in relazione con i cicli del calendario, anche loro strappavano il cuore e procedevano allo scorticamento del cadavere come atto magico per appropriarsi dell’anima.

Gli Incas erano amerindi di stirpe Quechua della regione di Cuzco. Essi avevano invaso e sottomesso tutti i popoli delle Ande –  l’attuale Perù, la Bolivia, l’Ecuador, il Cile, l’Argentina – e per ragioni economiche avevano deportato intere popolazioni in luoghi lontani.

Per invocare l’aiuto degli dei, nei pericoli, sacrificavano bambini e donne vergini. Gli Incas avevano instaurato un regime di tipo collettivista e razzista. Tutta la vita privata era strettamente controllata dallo Stato – compreso i vestiti -, il matrimonio era controllato dalle autorità per evitare contaminazioni razziali e per assicurare la purezza del popolo. La posizione della donna nell’impero Incas era ancora più tragica. Ogni anno le bambine di nove anni di età venivano valutate dai funzionari imperiali:

Quelle scelte – chiamate elette – erano prelevate ed educate in case speciali. Esse venivano divise in tre categorie. Un primo gruppo: dovevano restare vergini, impiegate nel culto del dio sole – vergini del sole -. Un secondo gruppo: donne che venivano divise tra i funzionari imperiali in qualità di prostitute. Il terzo gruppo era destinato ai sacrifici umani.

Questa umiliante e tragica posizione delle donne nell’impero Incas era particolarmente in contrasto con quello che accadeva nelle tribù indie circostanti, dove la donna godeva di indipendenza

Nessuno si chiede come fecero gli spagnoli a far crollare degli imperi consolidati, potenti e sanguinari – come quelli degli aztechi e degli Incas – dato che in 50 anni – tra il 1509 e il 1559 – gli spagnoli che raggiunsero le indie furono in tutto poco più di 500. Come poterono poche decine di soldati far crollare degli imperi? Le poche armi non funzionarono quasi mai a causa del clima umido che neutralizzava le polveri, i cavalli non potevano essere utilizzati nell’assalto a causa delle foreste. La verità è che gli spagnoli ebbero l’appoggio determinante degli indios che li accolsero come liberatori e si unirono a loro per rovesciare la schiavitù azteca e Incas.

Lo storico degli aztechi, Jacques Soustelle, scrive che la vittoria degli spagnoli sugli aztechi fu determinata da tre fattori. Il primo fattore fu quello religioso: Montezuma fu convinto per molto tempo che Cortès fosse un Dio azteco – Quetzalcòatl-. Il secondo fattore fu una terribile epidemia di vaiolo che colpì gli aztechi. Il terzo fattore consiste nel fatto che la guerra degli spagnoli non fu soltanto la loro guerra ma quella di numerosi popoli e stati coalizzati contro gli aztechi a cui gli spagnoli fecero da guida: le tribù del Sud, i totonachi, gli otomi, gli abitanti di Tlaxcala e Uexotzinco. Quando Francesco Pizzarro arrivò presso gli Incas, già questi erano dilaniati da una sanguinosa guerra civile combattuta fra Huàscar e Atahualpa.

Un altro fatto indiscutibile è che nei tre secoli di presenza spagnola mai ci furono rivolte contro gli spagnoli da parte degli indios. La morte di milioni di persone nella popolazione indigena ci fu ma non fu dovuta alle armi degli spagnoli ma alle nuove malattie infettive portate dagli spagnoli: Il morbillo e il vaiolo.

Nella zona messicana, andina e in molti territori brasiliani il 90% della popolazione è meticcio, frutto di incroci razziali fra spagnoli e indigeni. Infatti i cattolici spagnoli non esitavano a sposare le indigene perché la teologia cattolica le riteneva esseri umani a pieno titolo. Nel Nord America, invece, la colonizzazione protestante aborriva le unioni miste e i frutti degli incroci razziali venivano emarginati: la teologia protestante, infatti, considerava l’indiano inferiore in quanto predestinato ad esserlo (è lo stesso meccanismo che ha portato nel Sudafrica all’apartheid e in Australia alla quasi estinzione degli indigeni). Inoltre, nel Nord America la colonizzazione protestante ha effettivamente sterminato le popolazioni locali (il massacro sulla frontiera dell’Ovest nel XIX secolo).

Dice lo storico della Sorbona, Pierre Chaunu, che è calvinista e liberale, che l’America protestante ha cercato di liberarsi dal suo crimine creando la leggenda nera della conquista spagnola dell’America del Sud. Il primo scritto utilizzato in funzione strumentale dagli olandesi e dagli inglesi, per costruire il mito del massacro degli indios da parte degli spagnoli, fu quello del frate cattolico Bartolomeo de Las Casas. Bartolomeo fino a 35 anni aveva praticato, prima della conversione, la schiavitù degli indios nei suoi possedimenti delle Antille. Lo scritto di Bartolomeo è frutto di un’esaltazione mistica e di un desiderio di espiazione. Bartolomeo, in modo del tutto ingenuo e infantile, dice che tutti i popoli delle Indie sono naturalmente buoni e pacifici, addirittura privi di ogni forma di aggressività. Le civiltà costruite da questi popoli sarebbero tutte perfette e paradisiache, comprese quelle sanguinarie degli aztechi e degli Incas.

Il male non esisterebbe presso quei popoli ma solo nell’animo degli europei. Bartolomeo, con il suo scritto, è il primo a gettare le premesse di quella favola illuminista che darà origine al mito del buon selvaggio.

I re cattolici di Spagna erano talmente sensibili ai diritti degli indios che le esaltazioni mistiche di frate Bartolomeo furono tenute ugualmente in considerazione e Bartolomeo fu nominato protettore generale degli indios. Le visioni utopistiche di Bartolomeo sugli indigeni sono talmente ingenue che egli stesso viene immediatamente contraddetto dai fatti: il popolo dei lacandoni, poco dopo la sua partenza, massacra, nel Chiapas- Guatemala, la civiltà cristiana che Bartolomeo vi aveva stabilito.

Gli indigeni delle Antille che, per iniziativa personale di Cristoforo Colombo (quale vice- re delle nuove terre) erano stati ridotti in schiavitù e mandati in Spagna, furono liberati per volontà di Isabella detta la Cattolica, Regina di Castiglia, e riportati nelle Antille.

L’inviato speciale della regina, Francisco de Bobadilla, fece liberare gli indios, destituì Colombo e lo inviò prigioniero in Spagna per i suoi abusi.

Isabella scrisse nel suo testamento una supplica al Re e alla principessa sua figlia affinché gli indios fossero sempre trattati con umanità, rispettati nelle loro persone e nei loro beni e affinché fosse riparato ogni eventuale danno che avessero ricevuto.

Lo storico protestante nord-americano William Malty ha scritto che nessuna nazione eguagliò la Spagna cattolica nella preoccupazione per le anime dei suoi sudditi. Altra falsità di cui sono stati accusati i cattolici è quella del genocidio culturale dei popoli indigeni, genocidio culturale che sarebbe iniziato con la distruzione delle loro lingue. In realtà, per conservare e capire le lingue dei popoli indigeni, nel più importante vicereame, quello del Perù, all’università di Lima fu stabilita nel 1596 una cattedra di lingua quechua (la lingua andina imposta dagli Incas).

Nessuno poteva essere ordinato sacerdote se non conosceva bene la lingua quechua e anche altri linguaggi come il nahuatl e il guaranì. In realtà, nelle repubbliche dell’America latina non furono i cattolici ma gli illuministi della Rivoluzione francese che portarono avanti un piano sistematico di eliminazione delle lingue locali per imporre la lingua democratica ed egualitaria per eccellenza: il francese. Sempre all’inizio del XIX secolo, cacciati gli spagnoli, presero il potere le borghesie ispirate alla filosofia dell’illuminismo e della massoneria e furono queste che eliminarono tutte le leggi sulla tutela degli indios emanate dagli spagnoli.

(Bruto Maria Bruti)

 

Bibliografia:

Jean Dumont, Il Vangelo nelle Americhe, dalla barbarie alla civiltà, Effedieffe, Milano 1992; Piero Gheddo, Nel nome del Padre, la conquista cristiana sopruso o missione, Bompiani, Milano 1992, pp.67-82; Enciclopedia Italiana, vol. V, p.720, vol. XXII p.634, vol. XVIII p. 954, vol. XXVI p.888; Jacques Soustelle, Gli Aztechi, Newton Compton, Roma 1994, pp. 61-72 e pp. 94-96; Alberto Caturelli, Il Nuovo Mondo riscoperto, ed. Ares, Milano 1992, pp. 90 -106; Igor Safarevic, Il Socialismo come fenomeno storico mondiale, cooperativa editoriale – La casa di Matriona- Milano 1980, pp. 182-184 .