Karol, sui due crinali del ‘900

karol1Maggio 1938. Gesù della Misericordia parla a una suora ignota e moribonda, Faustina Kowalska. La esorta a pregare per la Polonia. «Amo la Polonia in modo particolare», dice la voce indicibile, «da essa uscirà la scintilla che preparerà il mondo alla mia ultima venuta». L’uomo che canonizzerà suor Faustina 60 anni dopo, e leggerà in quella frase una promessa di rinascita, è uno studente appena iscritto all’università “Jagellonica”, che abita col padre in un seminterrato di Cracovia. E la Polonia gode gli ultimi mesi di libertà. Nel settembre ’39, coi carri armati nazisti, la inghiottirà la nera nube della prima grande «ideologia del male» del XX secolo.

Lo studente, Lolek per gli amici, evita la deportazione in Germania trovando lavoro come operaio alla Solvay, gestita dai tedeschi. Spacca pietre, trascina carrelli, porta secchi di latte di calce, sorveglia caldaie. Scambia la sua tessera per la vodka con cibo e vestiario. È uno dei milioni di slavi che il Reich, per il quale sono Untermenschen (sub-umani), ha reso schiavi. Non solo Lolek è troppo giovane per essere protagonista – sono gli anni della formazione, del teatro clandestino, dell’ascesi guidata da un sarto, Tyranowski, che gli insegna il duro metodo del morire a se stesso – ma, deliberatamente, si apparta, si riserva.
Mai è tentato dalla resistenza armata. All’amico Zukrowski che gli mostra la pistola di combattente clandestino, risponde: «La preghiera è l’unica arma che funziona». Decenni dopo, Marek Halter gli chiederà cosa fece allora per gli ebrei perseguitati, tanti dei quali, suoi amici, vide sparire nei lager. «Non posso rivendicare ciò che non ho fatto», risponderà sincero. Nei suoi scritti di allora, dirà che la Polonia è stata colpita perché non è rimasta fedele. «Non viveva nella verità; i contadini venivano bastonati quando reclamavano i loro diritti». La nera svastica sarebbe dunque il mezzo d’espiazione? Halina, una sua amica di allora che lavorò con Lolek al teatro clandestino, tra il timore di retate e irruzioni, disse: «So che sembra assurdo, ma per me quegli anni furono qualcosa di meraviglioso». Wojtyla dirà: «Considero una grande grazia della mia vita l’aver lavorato in una cava e in una fabbrica». L’alta tensione spirituale, la visione soprannaturale è la sola cosa che può spiegare la sua serenità di allora. (Frattanto il Cristo della Misericordia, come piccola immagine nei tascapani dei soldati polacchi trascinati su tutti i fronti e in tutte le ritirate e campi di prigionia, si diffondeva tacito dalla Siberia agli Usa). Del resto il Nemico era cosi evidentemente estraneo, antipolacco, anticristiano: il Reich non seduceva, ma sterminava solo.
Infinitamente più ambiguo e forte il Nemico successivo:
l’ideologia sovietica, che apparentemente volava sulla sete di giustizia degli sfruttati, un impulso cristiano. Nemico tanto più difficile.
Ma Karol vede un segno. Nel gennaio ’45, un soldatino sovietico bussa al seminario semidistrutto. Lolek gli apre, e parlano per ore. Il soldatino non sa nulla della fede, a scuola ha imparato che Dio è un’invenzione del Capitale. «Ma io ho sempre saputo che c’è un Dio», dice. Del resto Karol non è più ragazzo. Presto sarà un giovane prete, poi il più giovane vescovo, e nel ’64 a 47 anni il più giovane cardinale del mondo. Tutta una vita sotto il regime comunista; e senza un filo di timore, e ancor meno senza quel complesso d’inferiorità che, in quegli anni, tanti cattolici nutrono per il «movimento dei lavoratori».

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Nulla è facile, s’intende. Le foto che ritraggono Wojtyla in pantaloni corti in gita con ragazzi e famiglie, e che vengono mostrate come segno del suo anticonformismo, lo sono in senso molto più profondo. Il comunismo vietava ai preti di guidare gruppi giovanili, per questo i maglioni e i calzoni corti; e i ragazzi, per difendere quel loro prete, lo chiamavano «zio».

La storia dell’epica lotta di Wojtyla contro il comunismo, che ha determinato il crollo del regime, è troppo nota. «Non c’è più la Chiesa del silenzio, ora parla con la mia voce», furono le parole che disse come Giovanni Paolo II. Una sfida inaudita. Quando anche tanti cristiani credevano che il comunismo avrebbe conquistato il mondo e si preparavano rassegnati a vivere tra le pieghe della belva, Wojtyla vedeva che la sua forza era illusoria, e nutrita solo dall’acquiescenza delle vittime. E portò la Polonia al punto, come scrisse un cronista, «che il comunismo non conta più perché nessuno vi si sottomette».

Penso che Wojtyla abbia visto nel monolita la fatale incrinatura già molto in anticipo, in un fatto passato inosservato a molti.
Lo ha raccontato su «Intermarion» (la rivista dell’Accademia polacca delle Scienze) lo storico W. Rosenbaum in un saggio dal titolo La campagna antisionista in Polonia, giugno-dicembre 1967.
Il 6 giugno 1967 il cardinal Wyszynski indice una preghiera comune per Israele che, attorniata da eserciti, è in pericolo: vi accorre una folla mai vista. La sera stessa Rakowski, caporione del partito, spiega «la linea antisionista» ufficiale al club dei giovani israeliti Babel: viene sonoramente contestato e i manifestanti confrontano apertamente la differenza tra il cardinale e l’apparatcik. È la fulminea guerra dei Sei Giorni.

Si sparge la voce che generali polacchi, ebrei d’origine, abbiano brindato a Moshe Dayan: il regime li espelle, e – colto dal panico – avvia una purga colossale degli elementi «sospetti» (ebraici) del regime, giornalisti, funzionari, docenti. Cosi, accade l’incredibile. I figli della nomenklatura epurata prendono a guardare al movimento operaio cattolico che cresce. Giovani ebrei, Adam Michink, Jacek Kuron, Bronislaw Geremek, uniti nel «Kor» (associazione in origine trotzkista) si affiancano a Lech Walesa. Ebrei e cattolici uniti in Polonia: Wojtyla non può non aver visto in questo un segno della Provvidenza, e spiega anche la sua inaudita apertura all’ebraismo.
Chi pensa a Giovanni Paolo II come a un abile politico, freddo valutatore delle forze in campo, ne sottovaluta la fede. Una fede popolare, quasi (direbbe qualcuno) da vecchietta, che è la radice più profonda e semplice. L’invasione nazista lo colse mentre faceva la Comunione del primo venerdì del mese. Chiese a Padre Pio un miracolo, come fosse la cosa più naturale del mondo. Dopo il colpo di Ali Agca, attribuì la sua salvezza alla Vergine di Fatima.

Per lui l’intera storia è segnata dal soprannaturale: ogni miracolo è possibile alla Misericordia. Da qui anche la sua ultima, discussa e incompresa uscita sul comunismo «male necessario». «Per me – ha scritto nel libro Memoria e identità – fu chiaro che il comunismo sarebbe durato per un tempo molto più lungo del nazismo… Succede infatti che il male si riveli in qualche misura utile, in quanto crea occasioni per il bene». Le due grandi belve apocalittiche del XX secolo hanno fatto dell’Europa «il continente delle devastazioni», parole sue. E «l’ideologia del male» che le accomuna «prosegue occulta nelle democrazie» sotto forma dell’aborto, «sterminio legale di esseri umani, concepiti e non nati». Ma ciò significa solo che la battaglia continua. Non sappiamo come ci avrebbe guidati a questa, più difficile seduzione. Ma non ci ha lasciato senza guida. Nel 2002, quando si è recato in Polonia sui luoghi di suor Faustina Kowalska, ha detto: «Oggi in questo Santuario voglio solennemente affidare il mondo alla Divina Misericordia…Si compia la salda promessa di Gesù: da qui deve uscire la scintilla che preparerà il mondo alla mia ultima venuta». I modi e i tempi, li sa Lui.

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