La bellezza del rapporto interpersonale l’ideologia gender e i suoi orizzonti biontropologici.

La logica dell’indifferenza, oggi così endemica, sembra infiltrarsi nei settori più sottili della coscienza dell’uomo contemporaneo. Il quale, probabilmente, presume di esercitare una sua piena libertà, quella appunto di attenersi all’indifferenza e di accomodarsi così nel suo gaudente cinismo. Che cos’è l’indifferenza se non il modo più economico, anestetico e rassicurante di sconfessare l’alterità e la differenza? La società del cosiddetto benessere ha stravolto l’idea di libertà. Essa si è ripiegata narcisisticamente su se stessa fino a diventare edonistica. La tendenza all’individualismo, al cinismo, alla creazione di una barriera protezionistica verso il prossimo, hanno attuato il trionfo dell’indifferenza. Gli effetti sono molteplici. Si tratta in realtà di un impoverimento, di un depauperamento, quasi di una sorta di collassamento della soggettività. L’uomo contemporaneo pare rinunciare all’idea di libertà per garantirsi piccole felicità rassicuranti. Nell’epoca in cui tutto è possibile, le differenze vengono appiattite a favore di un pensiero unico. Lo constatiamo a vari livelli. E nello specifico dal modo con cui prende piede l’ideologia del gender. Entriamo nel merito. Nei glossari, ad esempio, che raccolgono le principali voci dell’ideologia del gender, nel pretendere di spiegare una nuova visione della sessualità, la parola amore non compare. Sembra messa al bando. Probabilmente è troppo impegnativa, troppo soggettiva o portatrice di malintesi troppo complessi, non gestibili nelle linee guida dell’ideologia. Se talvolta compare è solo per ribadire che anche una coppia omosessuale può amarsi veramente, cosa che nessuno mette in dubbio. Ma non è questo il punto. Si tratterebbe, semmai, di precisare a quale accezione di amore ci si riferisce. La parola amore ha una molteplicità di significati e di sfumature, risulta imprescindibile agli esseri umani ed è strutturalmente implicata, a vario titolo, nella sessualità. È un termine che segna la differenza radicale tra l’umano e l’animale. Curioso che quando gli umani la nominano è come se alludessero a una ferita che non rimargina! Meglio parlare, come suggerisce la sessuologia, di economia degli affetti e dell’affettività, di attrazioni tra i sessi, di esigenze degli istinti, di appagamenti di bisogni o di diritti sessuali. La versione sessuologica della sessualità che si afferma nella modernità ha snaturato la bellezza dei rapporti interpersonali. La sessuologia propone, infatti, una sorta di tecnica che esige dai corpi il massimo piacere, il piacere sessuale come prestazione, come obbligo, come necessità irrinunciabile. O ancora, come diritto. Invece della relazione, gli oggetti; invece della sorpresa dell’incontro con l’altro, lo scambio; invece della passione, la prestazione; invece del corpo, una sorta di macchina. Non a caso, negli opuscoli del progetto Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) “Educare alla diversità a scuola” (2013), emanati a livello governativo (Dipartimento delle Pari Opportunità e Miur), non compare la parola amore. Al suo posto ricorre invece la parola “attrazione”. Notiamo di sfuggita che la logica meccanicistica – secondo cui gli oggetti sessuali, inseriti in uno scenario pulsionale, vengono attratti o respinti – ricalca una logica dominata dall’alternanza tra feticismo (attrazione) e fobia (repulsione). Tale sistema, così ipotizzato, è molto rudimentale e non rispecchia affatto la complessità della vita amorosa ed erotica degli umani. Ridurre l’amore ad attrazione, significa privilegiare la dimensione pulsionale rispetto al mondo della soggettività, della vita psichica e spirituale.

 Se l’amore sparisce, sparisce quanto meno, nello stesso tempo, la soggettività. Ulteriori esempi dell’ideologia del gender abbondano negli opuscoli dell’Unar proposti agli insegnanti per una corretta formazione dei giovani in materia di discriminazione. Troviamo domande, esercizi, questionari, risposte e suggerimenti intorno alla questione dell’omofobia e della discriminazione. Lo scopo è di infondere negli studenti l’accettazione delle differenze sessuali, dell’omosessualità, del lesbismo, della transessualità. Queste “altre” sessualità, secondo tali fascicoli, devono essere considerate “normali”, addirittura “naturali” perché – così viene affermato in vari modi – si tratta di manifestazioni naturali e innate dell’essere umano. Se entriamo nel merito di questi fascicoli, le sorprese non mancano. Vi sono alcune domande tra cui la seguente: “Perché alcuni individui sono attratti da persone dello stesso sesso?”. Risposta: “Per la stessa ragione per cui altri individui sono attratti da persone del sesso opposto” (p. 23). Sembra l’inizio di una barzelletta, purtroppo non è così. Riuscirà questa risposta a placare la feconda curiosità degli studenti? Non credo proprio. Ma non importa. Quel che conta è che l’individuo, finalmente libero da pregiudizi, potrà ritenersi esente da ogni omofobia e discriminazione. Il nostro insegnante prosegue la lettura del medesimo fascicolo. Si ferma poi, pensoso, su un’altra frase: “L’età avanzata, la tendenza all’autoritarismo, il grado di religiosità, di ideologia conservatrice, di rigidità mentale costituiscono fattori importanti nel delineare il ritratto di un individuo omofobo”. Il nostro docente si sente attanagliato da frenetici dubbi. E si chiede: quali di queste cinque caratteristiche potrebbe riguardarmi da vicino? Ben presto, per ciascuna delle caratteristiche a rischio di omofobia, trova un rimedio. E pensa: farò più lestra per combattere l’età avanzata, sarò più accondiscendente per smussare la tendenza all’autoritarismo, frequenterò di meno la mia parrocchia per diminuire il grado di religiosità, sarò un po’ più di sinistra per addolcire la posizione conservatrice, rinuncerò a qualche mio principio morale per attenuare la rigidità mentale. Alla fine, pensa il malcapitato, non sarò più omofobo, mai più. Ma appena giunge a simile conclusione gli viene da constatare che in effetti non lo è mai stato. Non ha mai spinto nessuno a rinunciare alla propria differenza. E quindi? A questo punto irrompe in lui un barlume di libertà, di quella libertà che germoglia sul terreno di verità calpestate: non si precipita a chiudere il suddetto fascicolo per dedicarsi ad altro, ma si prende la libertà di parlarne ad altri, di discuterne, di confrontarsi, di sentire altri pareri, di informare. Ma non finisce qui, perché sempre il medesimo docente s’imbatte in un esercizio che viene proposto agli alunni: “Il gioco dei fatti e delle opinioni”. Finalmente, pensa il docente, un po’ di realismo e di concretezza. E legge, pacificato, un esempio che riportato: “Uno studente può dire la frase ‘due uomini che fanno l’amore sono disgustosi’. A quel punto l’insegnante può far notare che questa è un’opinione, è un giudizio personale che deriva dal fatto che siamo poco abituati, dal cinema e dalla televisione, a vedere due uomini che si baciano o che fanno l’amore; è un fenomeno che per noi non è stato reso normale”. Caspita, pensa il docente, ma questa è un’istigazione alla pornografia! Come possono suggerire a un adolescente di abituarsi a vedere “due uomini che fanno l’amore” come fosse qualcosa che occorre imparare a considerare normale? Dimenticavamo: la versione sessuologica della sessualità lascia ampio spazio (e grande indifferenza) al prolifico e variegato pianeta della pornografia.

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Così va il mondo, secondo l’ideologia del gender beninteso. È un mondo alla rovescia dove tutto è permesso, dove tutto è prontamente disponibile al desiderio e al godimento. C’è un risvolto: la libertà che oggi viene proposta in realtà è una trappola; se la eviti sei considerato un retrivo conservatore, se invece la pratichi puoi compiacerti, di fronte al (tuo) mondo, di essere un uomo illuminato, all’altezza dei tempi. Probabilmente rischi di ingannarti comunque. Infatti, come da sempre sanno gli umani, la libertà non è gratuità. Non è “all inclusive”, già pronta al facile uso. Non è un bene di consumo. Non è un diritto acquisito una volta per tutte. Non si lascia consumare, perché ogni volta esige una riconquista. Anzi è una conquista che si attiene alla logica stessa della parabola dei talenti: “A chiunque ha sarà dato nell’abbondanza”.

Il principio secondo cui “tutto è possibile” sembra diventare il riferimento indispensabile nella nostra società (neoliberista) in cui tutto è consumabile. In nome di una sorta di modernismo gli statuti simbolici su cui si fonda la civiltà sembrano così vacillare: la differenza sessuale, la natura dell’uomo e della donna, la struttura della famiglia.

Il tema della fecondazione eterologa, che pare assumere oggi il volto altruista dei diritti umani, in realtà implica qualcosa di non umano, la sua deriva, il suo deragliamento in merito a quella costellazione simbolica che fino ad oggi regge la struttura della civiltà: la filiazione, lo statuto di padre e di madre, la struttura della parentela. E conseguentemente: l’eredità, il destino delle generazioni, la trasmissione. A prevalere, ancora una volta, è il desiderio di una coppia di diventare genitori. Tale desiderio diventa un diritto. Del desiderio e della volontà del nascituro, e soprattutto della sua reale uguaglianza rispetto ad altre condizioni di altri nascituri, c’è invece un assordante silenzio. Vince e stravince il diritto alla maternità sul fragile e silente diritto del “nascituro”. Salomone era stato netto – tagliente potremmo dire con sarcasmo – nella logica cui era ricorso per scoprire chi fosse la madre vera. Salomone non ha dubbi: è colei che in nome e per amore del figlio sarebbe stata disposta a perderlo, a lasciargli la vita davanti a sé, senza intralci e senza diritti da esigere. La madre era colei in grado di rinunciare al proprio “diritto” di madre e di donare la vita senza reclamare alcun possesso. Nella dilagante ipertrofia dei diritti in cui viviamo, le questioni in gioco sono ben più complesse e più vaste. Non si tratta solo di scelte soggettive, ma delle implicazioni sociali, culturali e giuridiche che ne derivano.

Proviamo per esempio a eliminare il termine padre e madre sostituendoli con genitore A e genitore B: anche lo statuto di figlio verrà meno. E parimenti la questione della filiazione, dell’eredità simbolica, della trasmissione. L’asse verticale della discendenza perde la sua consistenza simbolica. Non è un caso, infatti, che la nostra società abbia una seria difficoltà a progettare il proprio futuro, a renderlo davvero praticabile. Il disagio e la disoccupazione dei giovani sono solo un sintomo di qualcosa di ben più ampio. La società contemporanea si sofferma a enfatizzare l’adolescenza, la assume quasi come emblema della rinuncia alla responsabilità, fino a esibirla come condizione esistenziale perenne. Il consumismo si estende ai piaceri erotici, i quali non possono che essere estremi ma al tempo stesso “naturali”. Ciò comporta il prevalere di un immaginario contraddistinto da oggetti e pulsioni parziali che spostano la sessualità sempre più verso una dimensione autoerotica. Parallelamente la relazione con il mondo femminile è sospinta verso l’indifferenza o la degradazione. Queste tendenze, che per sociologi e psicanalisti costituiscono i tratti di una mutazione antropologica in atto, rischiano di sostenere la scelta omosessuale su scala sociale e, legittimandola, di farne un nuovo paradigma identitario. In tutto ciò è fortemente implicato il tema della giovinezza, perché è proprio durante questa età che si incontrano queste tematiche e più facilmente si rischia di inciampare. Il tema dei giovani, del loro disagio, del loro avvenire è enorme. Ormai è un tema esplosivo. Se la trasmissione tra le generazioni si interrompe, se l’eredità si disperde, se i processi di filiazione simbolica si sfilacciano, la civiltà rischia di estinguersi e di spegnersi.

Ci può essere un modo di porre la questione dei giovani pensando a come funzionano oggi i diritti, tra l’enfasi mediatica, la demagogia e la logica della promessa. Di fatto quelli che oggi sono enfatizzati come diritti (civili, umani, sessuali, sociali, ecc.) sembrano escludere le conseguenze per le prossime generazioni. Come se si trattasse cinicamente di accaparrarsi tutti i vantaggi oggi senza occuparsi di chi verrà dopo, di esigere i “nostri diritti” senza considerare ciò che resterà ai giovani, ai loro diritti. L’arretratezza istituzionale lo testimonia abbondantemente. Del resto l’era della tecnologia e della biopolitica, con il volto dell’innocenza, avanza a colpi di concessioni e di offerte, nascondendo gli effetti sulla collettività, sulla struttura simbolica che governa le relazioni e i legami sociali.Le strutture simboliche su cui si fonda la civiltà si trovano sospinte verso un mutamento antropologico che appare inimmaginabile. E i giovani? Saranno coloro che usufruiranno di questi nuovi diritti, almeno così si suppone. In realtà l’offerta dei diritti, una sorta di esca immaginaria con cui rubare consenso, sta diventando un supermercato in cui vince chi tiene i prezzi più bassi. Vince chi è in grado di proporre l’offerta oggi più conveniente. Non importa chi effettivamente pagherà. Il mercato dei diritti impone le sue leggi dettate dall’obbligo al consumo. La cronaca, direttamente o indirettamente, ce lo ricorda quasi ogni giorno: il “divorzio breve”, la “fecondazione eterologa”, l’omogenitorialità, il “diritto ad avere un figlio”, il matrimonio gay, il diritto all’adozione. I diritti dell’individuo vengono sempre più ad anteporsi a quelli della collettività. Così pochi si accorgono dello smantellamento in atto dell’istituto della famiglia, ultimo baluardo che resiste alla generale omologazione sociale. Bisognerebbe qui fare un passo indietro e affermare a chiare lettere che il disagio giovanile, la situazione d’emergenza in cui oggi si trovano i giovani, altro non è che lo specchio dell’estremo disagio della nostra civiltà. Non tanto nel senso che i giovani si rispecchiano nel mondo degli adulti. Ma che i giovani attuano, come dinanzi a uno specchio deformante, una sorta di caricatura o di parodia dei punti scabrosi e sintomatici della società: il cinismo degli adulti diventa bullismo, il disfattismo si trasforma in vandalismo, l’inebriamento diventa sordo ottundimento.

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L’onnipotenza tecnologica diventa legittimo esercizio del capriccio. Gli scenari biotecnologici diventano l’alibi che confortano ogni possibile esperienza che si situa sulla soglia dell’umano. Gli psicanalisti direbbero che i giovani captano le pulsioni di morte che attraversano la società e le restituiscono al mittente attraverso agiti di distruzione e di autodistruzione. Gratuitamente: ossia senza percezione di alcun debito simbolico. In effetti è la logica dell’offerta a occultare che si tratta comunque di uno scambio, facendo credere che ciò che è regalato ti esime da ogni forma di debito. E se fosse davvero, questa, una società che non ha alcun progetto per i propri figli? Una società che fatica a trovare un posto simbolico ai figli? Se così fosse, questi sarebbero gettati in una posizione sacrificale. Sarebbe abbandono. Non si tratterebbe nemmeno dell’assenza di un rito di passaggio, ma dell’abolizione stessa del concetto di passaggio, ossia di un segmento simbolico imprescindibile alla rigenerazione del corpo sociale. Affiora un’inquietante disfacimento della dimensione antropologica.

Parlare del disagio dei giovani significa tracciare il posizionamento sociale e culturale del significante figlio: se il figlio è negato, abbandonato, rinnegato, è la società stessa che svanisce, perché ad essere negata è l’idea stessa di futuro, di discendenza, di filiazione, di progettualità del vivibile. Negare il figlio significa negare l’Altro. Significa aver negato il padre, averlo abolito. Significa anche, come alcune avvisaglie biotecnologiche incominciano a proporre, ritenere che la filiazione si strutturi puramente per via biologica o come costruzione bioculturale ritenuta montabile o smontabile al pari di un artefatto (clonazione). Non sono affatto filantropici gli enormi capitali che alcuni paesi investono nella ricerca rivolta alle bio e alle neuro tecnologie, alla bioingegneria, agli studi sul genoma, allo “human enhancement” (potenziamento umano). Sullo sfondo si muove, pronto a ghermire, un fantasma di immortalità travestito con gli abiti sfarzosi del progresso. Negare il figlio significa negare il Terzo, ritenere che colui che ci succederà possa rappresentare il nostro specchio, incarnare il nostro sosia, riprodurre macchinalmente la nostra identità, reincarnarla. Sono tutte figure dell’onnipotenza dell’io, con l’interminabile carrellata delle sue inaffidabili protesi. Rimaniamo nel dramma narcisistico e nella sua scena mortifera. Intravediamo qui il fantasma della clonazione. E il venir meno di un principio che fonda l’umano: il Figlio è generato e non creato.

di Giancarlo Ricci  ( Psicoterapeuta e psicoanalista, esperto in Psicologia dell’Età Evolutiva).

da Quaderni Scienza e Vita n.14