La bellezza di relazioni e legami. Per sempre.

Secondo uno stereotipo diffuso, spesso s’interpreta l’educazione come un processo di affrancamento dai legami, che dovrebbe aiutare a “slegarsi”, a guadagnare un’autonomia finalmente libera da qualsiasi forma di dipendenza. Se le cose stessero così, educare al senso e al valore di relazioni stabili, capaci di trasformarsi in legami, sarebbe contraddittorio, un restare attaccati a quel cordone ombelicale che impedisce di entrare nell’età adulta. Per misurarci con questo pregiudizio dobbiamo chiederci: in che cosa consiste la vera autonomia? Gli umani vivono solo quella forma di relazione estremamente artificiale e vuota che è il contratto mercantile, oppure sperimentano una relazionalità primaria, che non esiteremmo a concepire come “naturale”? Questa forma primaria di relazione può farci guadagnare una piena reciprocità, anche quando è “asimmetrica”? Proviamo a rispondere partendo dall’ultima domanda.

Nella visione cristiana, si riconosce alla creatura umana la possibilità di vivere una relazione di reciprocità con il Creatore (addirittura un’alleanza!); eppure questa relazione non è certamente simmetrica, poiché congiunge due identità che non sono sullo stesso piano: la creatura umana può andare incontro a Dio, poiché è Dio che va incontro – per primo! – alla sua creatura. Ad un livello diverso, anche la relazione tra genitori e figli è di piena reciprocità, cioè non può essere unilaterale; eppure, ciò non impedisce di riconoscere un dislivello irriducibile. I genitori, infatti, non solo precedono i figli nell’ordine della vita, ma ne sono anche all’origine; “dentro” l’atto coniugale della procreazione – sia pure a livelli più o meno consapevoli (c’è un cammino di crescita anche per i genitori) – è racchiusa la radice stessa della vocazione educativa. A chi chiama alla vita compete anche la responsabilità di “continuare a dare” la vita in altro modo, accompagnando il cammino del figlio dalla dipendenza all’autonomia; l’educazione ne è precisamente un modo elettivo. Sarà bene ricordare, in proposito, il rapporto profondo fra “creare” e “pro-creare”, che è quasi un “creare per procura”: come Dio non abbandona mai le sue creature, perché l’atto creatore non si riduce a dare una semplice “spinta” al creato, facendolo passare dal nulla all’essere, così i genitori non possono limitarsi a dare una “spinta biologica” ai propri figli per conto di Dio, limitandosi ad alimentarli e a proteggerli nei primissimi anni della loro vita. Il legame parentale custodisce un vincolo incancellabile, che dovrà cambiare nelle modalità materiali della relazione, ma non nella sua natura più radicale: si è padre e madre, figlio e figlia per l’eternità! Secondo una cultura individualista e libertaria, invece, un legame non negoziabile e asimmetrico è sempre un’imposizione alienante e repressiva. Si dimentica in questo modo che è la qualità del legame a decidere della vita buona, non il fatto che esso sia frutto di un contratto liberamente stipulato tra pari: non ogni legame involontario è cattivo, non ogni affrancamento dai legami è buono. Si può decidere liberamente di aderire ad un gruppo terroristico e, viceversa, si può riconoscere un segmento originario del nostro esistere, intessuto di legami involontari: non abbiamo scelto di nascere, non abbiamo scelto i nostri genitori, come pure la comunità territoriale o nazionale, con l’intero corredo di valori, usi e costumi cui si dà solitamente il nome di ethos.

Questa rete di legami involontari può essere la tomba, oppure l’orizzonte della nostra libertà. Proviamo a ripercorrere, in prospettiva educativa, alcuni aspetti di questa riflessione. La maturità personale non è mai qualcosa di “svincolato”, cioè non comporta la rinuncia a qualsiasi legame, ma esige un processo di discernimento capace di riconoscere i legami buoni, di trasformare quelli involontari in legami volontari e quindi in fattori di “buona reciprocità”. La qualità relazionale che per la persona matura è un “abito virtuoso” da coltivare stabilmente, per il ragazzo è invece un traguardo verso il quale dev’essere accompagnato. Il nome di questo cammino è “riconoscimento”. Il riconoscimento è figlio dello stupore e della gratitudine: un’intera famiglia di valori educativi (incluso il senso del dovere, dell’autorità, della responsabilità, ecc.) nasce da qui. Aiutare un figlio a stupirsi del dono della vita che ha ricevuto, del valore di un atto di fiducia anteriore a qualsiasi calcolo, della dedizione gratuita – a volte persino eroica – dei suoi genitori, significa aiutarlo a riconoscere un debito che precede le sue scelte. Riuscire a trasformare la natura passiva di questo debito in un’opportunità da riqualificare liberamente: ecco un tratto fondamentale del compito educativo. In questo senso, si è figli (così come si è genitori), da sempre, ma lo si deve continuamente meritare: il figlio deve sempre rinascere, ri-generando in questo modo il legame con i genitori. Non è questa anche la vocazione del cristiano, come Gesù dice a Nicodemo, annunciando in una nascita diversa, «da acqua e da Spirito», l’origine di una vita diversa (Gv 3,5-6)? In secondo luogo, riconoscere un legame significa aiutare a riconciliarsi, nella vita interpersonale, con la durata come valore.

Non è vero che una relazione stabile e vincolante sia nemica dell’autenticità: quando la relazione è buona, dobbiamo proteggerla e metterla in condizione di durare per tutta la vita. Questo non vuol dire, certo, mummificarla: come per diventare adulti non si deve per forza “uccidere” il padre (in senso psicologico, beninteso), così non si deve certo diventare schiavi di un “genitore interno”, sottomettendo a questa proiezione ogni scelta affettiva e professionale. Stabilizzare un legame significa riuscire ad “estrarne” il valore più alto, nel momento in cui lasciamo cadere il suo involucro esteriore. Questo, in fondo, equivale a “onorare il padre e la madre”. Infine, è difficile avere una buona relazione con gli altri – non intermittente, non umorale, non possessiva –, se non si ha una buona relazione con se stesso; il banco di prova circa la capacità di “tenuta” dei nostri legami è dato anche dalla capacità di “tenuta” con noi stessi.

Chi scappa dalla propria coscienza, chi non riesce a riconoscere il dono della vita e a trasformarlo in dono per gli altri, chi si lascia sedurre dal sogno delirante di essere il padre di se stesso, difficilmente riuscirà a sfuggire al modello di relazioni a “geometria variabile”, “mordi e fuggi”, fondate su un bisogno infantilistico di gratificazione immediata. La ricerca ossessiva del consenso e del successo è la spia di questa pericolosa latitanza interiore. Per questo, l’accompagnamento educativo è effetto e insieme causa di una buona vita di relazione: due sposi saranno bravi educatori se prima di tutto sapranno alimentare il loro legame coniugale con una completa, duratura, fedele reciprocità oblativa; allo stesso modo, due ragazzi potranno vivere il matrimonio come piena comunione di amore e di vita, se riusciranno a riconoscere e valorizzare la loro condizione di figli e se saranno aiutati a contemplare, oltre la figura dei genitori, il volto dell’unico Padre, dinanzi al quale siamo tutti figli. Per sempre.

di Luigi Alici (Ordinario di Filosofia Morale, Università di Macerata, Docente di Filosofia Teoretica, LUMSA di Roma. Dal 2005 al 2008 è stato Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana), da “Quaderni di Scienza e Vita n.5”.