La conversione di Pellico e quel pregiudizio anticattolico

pellico-580-322Sono rimasto molto colpito dalla lettura dell’articolo di Dario Fertilio in cui si dava conto di come l’Italia liberale abbia censurato (per la bellezza di quasi due secoli!) la conversione religiosa di Silvio Pellico nel corso della sua nota detenzione nella fortezza austroungarica della Boemia, denominata Spielberg. Dal libro del patriota, «Le mie prigioni» pubblicato nel 1832, sarebbero stati addirittura espunti brani come quello della sua confessione e comunione con il prevosto di Murano. E questo a seguito di un’
opera di «sterilizzazione laicista» come scrive Aldo Mola lo storico che ha scoperto il manoscritto originale al Museo del Risorgimento di Torino. Io non sono di religione cattolica, ma… Leonardo Celli- Forlì

Caro signor Celli, neanche io sono di religione cattolica ma come lei non mi capacito del fatto che solo adesso venga alla luce quel «dettaglio» riguardante la vita di Silvio Pellico. E che ancora oggi piccole e grandi censure impediscano una ricostruzione davvero completa della vicenda dei cattolici italiani nell’Ottocento. Mi ha impressionato trovare in un bel libro di Antonio Socci, «La dittatura anticattolica – Il caso don Bosco e l’altra faccia del Risorgimento»  (testé ripubblicato da Sugarco in versione ampliata), un altro dettaglio su cui – pur essendomi occupato della vicenda – non mi ero soffermato. Quattro anni fa fu edito da Ares un importante libro del politico e storico cattolico Patrick Keyes O’Clery, «La rivoluzione italiana». Bene: questo libro per oltre un secolo, da quando cioè era stato scritto, qui in Italia non era mai stato tradotto e dato alle stampe. Oltre un secolo. Davvero incredibile.
Io, ripeto, non sono cattolico e mi è capitato più volte di essere in radicale disaccordo con la Chiesa di Roma. Come deve essere stato per il non cattolico Philip Jenkins il quale però ha trovato il coraggio per scrivere il libro «Il nuovo anticattolicesimo, l’ultimo pregiudizio accettabile» (Oxford University Press), nel quale constata quanto sia diffuso negli Stati Uniti l’attacco ai cattolici da parte dell’intellighenzia liberal. Jenkins rintraccia le origini di questo forte pregiudizio nel puritanesimo antipapista dei Padri pellegrini. A suo dire, lo stesso scandalo della «pedofilia in chiesa» è stato ingigantito dai media americani e sentimenti ostili ai cattolici si riscontrano per vie trasversali tanto nei razzisti del Ku Klux Klan quanto nei progressisti.

Il caso italiano è diverso: qui da noi il «pregiudizio anticattolico» ha radici più antiche e si è trasformato in una dottrina laicista che, dopo la rottura del 1848 tra Pio IX e la generazione del Risorgimento, si è inoculata nelle vene del nostro Stato unitario. Per ragioni comprensibili, certo, ma che ci hanno lasciato in eredità – non saprei fino a che punto residuale – forme di anticlericalismo talvolta bizzarre. Nel dibattito culturale, ma anche in quello politico.

Nel dicembre 2003, allorché – in base alla riforma del titolo V della Costituzione – si è proceduto alla riscrittura dello statuto della Regione Campania, Rifondazione si è impuntata opponendosi alla formulazione pur blanda di un articolo a norma del quale «la Regione riconosce l’apporto derivante dalle diverse storie, diverse culture e dalle radici religiose cristiane delle comunità campane».
Ma cosa, se non un ostinato pregiudizio, può indurre a non voler prendere atto della circostanza che i popoli in provincia di Napoli, Salerno, Caserta, Avellino o Benevento da secoli e secoli hanno radici anche nella fede cattolica? Che paura può fare l’ammissione di questo dato di fatto? Mistero. In attesa di chiarirlo, accontentiamoci che, pur con centosettantadue anni di ritardo, sia resa giustizia alla conversione religiosa di Silvio Pellico.

Il Corriere della Sera – Paolo Mieli