La costruzione del consenso nella tratta delle donne

Credo che sia già abbastanza chiaro come la cosiddetta autonomia e libera scelta venga esercitata in presenza di gravi forme di condizionamento, che non sono solo quelle generali che possiamo tutti intuire: la povertà del terzo mondo, la mancanza di opportunità, l’oppressione delle donne, il desiderio di una vita migliore e quant’altro; si tratta invece di forme di condizionamento che si costruiscono nella relazione specifica, per esempio minimizzando il costo dell’operazione di trasporto prima della partenza, esibendo un debito, poniamo, di 3, 4, 5 milioni di lire, che poi come per magia una volta passato il mare ed entrati in Italia, nelle mani dei trafficanti diventano 30, 40, a volte 50 milioni.
Questi meccanismi che abbiamo visto in opera, per esempio nel caso nigeriano, sono oggi diffusamente utilizzati in una minoranza poco visibile ma che è ormai molto attiva nel campo dello sfruttamento della prostituzione, ossia quella cinese, finora specializzata nel far entrare essere umani che desiderano ardentemente raggiungere i paesi occidentali e che tende a suddividere i suoi connazionali in due gruppi: i parenti, che vengono di solito accolti benignamente, e gli altri. Per cui il gravame del debito, i costi sopportati per passare le frontiere, la stessa accoglienza in casa o in laboratorio viene fatta pagare in generale agli immigrati irregolari con lunghi periodi di lavoro coatto e nel caso delle ragazze con lo sfruttamento della prostituzione, in condizioni peraltro non visibili, al chiuso e con ancora più gravi prepotenze, come privazione di diritti fondamentali.
Ma la costruzione del consenso assume anche altre forme; oltre a quella del debito c’è quella della magia. Il caso nigeriano, per esempio, ha come elemento di costruzione del legame cooperativo il ricorso a rituali magici, rituali vudù che servono a mantenere soggiogate le persone in una relazione che le vede legate ad un giuramento di fedeltà con coloro che le hanno aiutate a passare la frontiera e ad inserirsi, che le ospitano, le accudiscono e così via.

Ma questo non basterebbe se non dovessimo pensare anche a forme più sottili e ambigue di manipolazione della libertà. Nelle nostre interviste emerge, a volte, una sorta di rammarico o di ambivalenza nei confronti degli sfruttatori. Ragazze che arrivano qui da sole, senza conoscere nessuno, sono candidate a entrare in una sorta di “sindrome di Stoccolma”; io non sono psicanalista ma credo che funzionino meccanismi per cui alcune ragazze si rammaricano di aver denunciato lo sfruttatore dicendo: in fondo mi voleva bene; ci sono ragazze che competono per l’affetto dello sfruttatore, ci sono ragazze che hanno in lui l’unico punto di riferimento, che nonostante tutto vogliono disperatamente sperare che quest’uomo voglia loro bene, che voglia preparare loro una vita migliore, che un domani le riscatterà e le metterà in una condizione diversa.
La manipolazione affettiva probabilmente è ancora più facile quando sono donne che sfruttano altre donne, come nel caso della rete nigeriana. Nelle interviste viene fuori che una ragazza nigeriana, volendo fare un complimento alla responsabile della comunità, le ha detto: “tu sei come la mia maman” traducibile come tu sei come la donna che organizzava la casa dove io ero ospitata, che prelevava il provento dei miei traffici.
Non dobbiamo meravigliarci di questo; credo che la solitudine, la mancanza di informazioni, l’essere sradicate e trovarsi in un paese di cui ben poco si conosce provochi reazioni di affetto e legami non facilmente accettabili. Tuttavia quella della violenza e della coercizione fisica non è l’unica situazione; persino i gruppi che più si segnalavano per l’uso di mezzi brutali, come gli albanesi, stanno passando ad una gestione più sofisticata e consensuale del rapporto con le loro vittime.

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Quindi dobbiamo aspettarci sempre di più, a mio avviso, non solo che ci siano donne che dicono di aver scelto la strada della prostituzione, ma che si sentano in qualche modo affettivamente legate alle persone che le hanno introdotte in Italia e che le stanno sfruttando.
Per questo la denuncia, più che essere un punto di partenza in molti casi, è un auspicabile punto d’arrivo di un percorso di rilettura della propria esperienza, di presa di coscienza dello sfruttamento di cui queste donne sono state vittime, e quindi di ribellione.
La denuncia, la fuga, la rabbia contro gli sfruttatori come prima reazione è un’esperienza minoritaria, più probabile quando il traffico aveva prevalentemente caratteristiche di brutalità e di coercizione, in particolare nei confronti delle ragazze dell’est.

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Oggi, se è vero che diventa più sofisticato e consensuale, richiede probabilmente più pazienza e perseveranza perché deve maturare la disponibilità a denunciare e a rendersi conto della rete di sfruttamento in cui le ragazze erano coinvolte.

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