La famiglia: luogo per la realizzazione della persona, prima via di trasmissione della vita

Nel 2011 Papa Benedetto XVI, ricevendo in udienza i partecipanti al convegno della Fondazione Centesimus Annus pro Pontifice, ha invitato nuovamente a considerare la famiglia come chiave di lettura, nella logica dell’amore, di tutta la realtà umana nella sua dimensione universale. Nella famiglia – ricorda il Pontefice – «si apprende come il giusto atteggiamento da vivere nell’ambito della società, anche nel mondo del lavoro, dell’economia, dell’impresa, deve essere guidato dallacaritas». In questa prospettiva, il Papa ha indicato un nuovo modo di concepire la giustizia sociale. Che non può esaurirsi nel «dare per avere» o nel «dare per dovere»: perché «vi sia vera giustizia – ha avvertito Benedetto XVI – è necessario aggiungere la gratuità e la solidarietà». Quanto alla difficile situazione economica, il Pontefice ha riconosciuto che «non è compito della Chiesa definire le vie per affrontare la crisi in atto». Tuttavia – ha precisato – «i cristiani hanno il dovere di denunciare i mali, di testimoniare e tenere vivi i valori su cui si fonda la dignità della persona, e di promuovere quelle forme di solidarietà che favoriscono il bene comune, affinché l’umanità diventi sempre più famiglia di Dio»

 Il fondamento antropologico della famiglia

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Matrimonio e famiglia non sono in realtà una costruzione sociologica casuale,frutto di particolari situazioni storiche edeconomiche. Al contrario, la questionedel giusto rapporto tra l’uomo e la donna affonda le sue radici dentro l’essenza più
profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalle domande antiche e sempre nuove dell’uomo su se stesso: chi sono? cosa è l’uomo? E queste domande, a loro volta, non possono essere separate dall’interrogativo su Dio: esiste Dio? e chi è Dio? qual è veramente il suo volto? La risposta della Bibbia a questi due quesiti è unitaria e consequenziale: l’uomo è creato ad immagine di Dio, e Dio stesso è amore. Perciò la vocazione all’amore è ciò che fa dell’uomo l’autentica immagine di Dio: egli diventa simile a Dio nella misura in cui diventa qualcuno che ama. Da questa fondamentale connessione tra Dio e l’uomo ne consegue un’altra: la connessione indissolubile tra spirito e corpo: l’uomo è infatti anima che si esprime nel corpo, corpo che è vivificato da uno spirito immortale. Secondo una felice espressione castigliana: «el hombre el espiritu encarnado». Anche il corpo dell’uomo e della donna ha dunque, per così dire, un carattere teologico, non è semplicemente corpo, e ciò che è biolog nell’uomo non è soltanto biologico, ma è espressione e compimento della nostra umanità. La lingua tedesca a riguardo permette di distinguere questi due aspetti: con il termine Körper si intende il corpo biologicamente considerato, ossia nei suoi componenti, nelle parti che lo costituiscono un tutto organico e organizzato; con Leib si intende l’universo di potenzialità e relazioni che l’uomo vive con il suo corpo.
È noto, del resto, secondo riflessioni condotte all’interno della filosofia dialogica di matrice ebraica, come l’uomo più che avere un corpo, nell’economia di significati che il possedere può esprimere, oppure essere corpo, in una identificazione corpo-anima che non esprime del tutto la diversità dell’uno dall’altra, più corretto sarebbe dire l’uomo è corporeo, laddove si tutela la diversità del principio
corporeo da quello spirituale e nello stesso tempo se ne afferma la mutua influenza dell’uno sull’altro e viceversa, ripresentando la sostanziale unità anima-corpo.
Parimenti, la sessualità umana non sta accanto al nostro essere persona, ma appartiene ad esso. Solo quando la sessualità si è integrata nella persona, riesce a dare un senso a se stessa.
Così, dalle due connessioni, dell’uomo con Dio e nell’uomo del corpo con lo spirito, ne scaturisce una terza: quella tra persona e istituzione. La totalità dell’uomo include infatti la dimensione del tempo, e il “sì” dell’uomo è un andare oltre il momento presente: nella sua interezza, il “sì” significa “sempre”, costituisce lo spazio della fedeltà. Solo all’interno di esso può crescere quella fede che dà un futuro e consente che i figli, frutto dell’amore, credano nell’uomo. La libertà del “sì” si rivela dunque libertà capace di assumere ciò che è definitivo: la più grande espressione della libertà non è allora la ricerca del piacere, senza mai giungere a una vera decisione; è invece la capacità di decidersi per un dono definitivo, nel quale la libertà, donandosi, ritrova pienamente se stessa.

In concreto, il “sì” personale e reciproco dell’uomo e della donna dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e al tempo stesso è destinato al dono di una nuova vita. Perciò questo “sì” personale non può non essere un “sì” anche pubblicamente responsabile, con il quale i coniugi assumono la responsabilità pubblica della fedeltà. Nessuno di noi infatti appartiene esclusivamente a se stesso: pertanto ciascuno è chiamato ad assumere nel più intimo di sé la propria responsabilità pubblica. Il matrimonio come istituzione non è quindi una indebita ingerenza della società o dell’autorità, l’imposizione di una forma dal di fuori; è invece esigenza intrinseca del patto dell’amore coniugale. Né, d’altra parte, si può credere che il matrimonio tra un uomo e una donna sia semplicemente il frutto fortuito di contingenze sociali e culturali che in un determinato spazio e in un determinato tempo lo hanno prodotto. Sicché mutate le coordinate spaziali e temporali, sarebbe giusto mutare anche l’idea di matrimonio e conseguentemente la sua forma.
Nel suo discorso di apertura del Convegno Ecclesiale della Diocesi di Roma su Famiglia e Comunità Cristiana, il 6 giugno del 2005, il Papa diceva:

Le varie forme odierne di dissoluzione del matrimonio, come le unioni libere e il “matrimonio di prova”, fino allo pseudo-matrimonio tra persone dello stesso sesso, sono invece espressioni di una libertà anarchica, che si fa passare a torto per vera liberazione dell’uomo. Una tale pseudo-libertà si fonda su una banalizzazione del corpo, che inevitabilmente include la banalizzazione dell’uomo. Il suo presupposto è che l’uomo può fare di sé ciò che vuole: il suo corpo diventa così una cosa secondaria dal punto di vista umano, da utilizzare come si vuole. Il libertinismo, che si fa passare per scoperta del corpo e del suo valore, è in realtà un dualismo che rende spregevole il corpo, collocandolo per così dire fuori dall’autentico  essere e dignità della persona.

Vincenzo Massimo Majuri   da Quaderno n.10 di Scienza e Vita

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