La fede profonda della piccola Gemma Galgani

A Lucca, oltre cent’anni fa, nella famiglia Galgani si ripeteva una di quelle scene tanto comuni nei tempi di fede. Una giovane madre, preso tra mano un crocifisso e sulle ginocchia la sua piccina, glielo additava dicendo: «Vedi, Gemma, questo caro Gesù è morto in croce per noi!». Poi, con la sua voce insinuante, con la soave eloquenza del cuore e della fede, con quel dono che ha la madre di adattarsi alla capacità dei suoi piccini, le narrava la storia della passione. Le diceva come «il caro Gesù», che amava tanto gli uomini, fosse stato battuto, schernito, vilipeso, ridotto tutto una piaga, poi crocifisso, e proprio dai suoi beneficati! Gemma ascoltava… I suoi occhi luminosi si empivano di lacrime, portandosi dal crocifisso al volto materno, da questo al crocifisso. Posando poi con amore indicibile le labbra innocenti su quelle piaghe, vi stampava i primi baci di riparazione, promettendo d’essere buona, di non far mai soffrire Gesù, di non negargli mai nulla. Quando la madre taceva: «Ancora, mamma, ancora; mi parli ancora di Gesù?», ripeteva la piccola Gemma, e queste parole «ancora, mamma, ancora», che rivelavano la sua sete di soprannaturale, le erano sempre sul labbro sia che la madre parlasse, o che, stringendosela al cuore, la facesse pregare.

Questa frase che, da piccola, Gemma ripeteva alla mamma, la ripeterà poi in seguito a Gesù fino all’ultimo giorno, nella sua sete di amore e di dolore: «Che la mia vita, o Gesù, sia un continuo sacrificio, che tu accresca i miei dolori, che tu accresca le mie umiliazioni… Voglio soffrire con te. No, Gesù, non voglio morire, voglio vivere sempre, per patire tanto e per amarti tanto.. .». Gemma non era nata a Lucca, ma a Camigliano, grazioso paesello di quella provincia. Era nata il 12 marzo 1878, e la famiglia l’aveva accolta con una festa, con una gioia non provata per la nascita dei tre maschietti che l’avevano preceduta. Ventiquattr’ore dopo, riceveva il battesimo nella chiesa di Camigliano. Riguardo al nome da imporle, vi fu un po’ di contrasto fra la mamma e il cognato, capitano-medico. Questi voleva chiamarla Gemma, ma la madre non voleva saperne.

A risolvere la questione intervenne un ottimo sacerdote, il parroco di Gragnano: «Ma perché» disse alla signora Galgani, «non vuole mettere alla bambina il nome di Gemma, come desidera suo cognato?». L’angelica signora espresse allora un dubbio ingenuo, penoso però per lei, che solo aveva l’occhio alla felicità eterna dei suoi figlioli: «Ma… in Paradiso ci può andare lo stesso, la bambina, non essendovi alcuna santa col nome di Gemma?». «Le gemme sono in Paradiso» rispose il sacerdote; «speriamo che questa bambina sia una Gemma di Paradiso». I fatti dettero presto ragione allo zio. La piccina, fin dai quattro anni, si mostrò straordinariamente inclinata alla pietà. Affidata per qualche giorno alla nonna paterna, questa la teneva a dormire in un lettino accanto al suo. Ora, una volta che la buona signora voleva entrare in camera, rimase immobile sulla soglia e poi, piano piano, invitò il figlio a venire a vedere una gran bella cosa. Gemma, una graziosa creaturina rosea e fresca, era in ginocchio dinanzi a un’immagine del sacro cuore di Maria, con le manine giunte, gli occhi in alto e pareva uno di quei bei putti in adorazione che si ammirano negli affreschi e nei quadri dei nostri grandi artisti. Lo zio, come la nonna, ristette a contemplarla con amore; poi, rompendo il silenzio: «Che fai Gemma?», domandò. «Dico l’Ave Maria» rispose la piccola. «Vai, vai, che io prego». Rispettando il suo desiderio di solitudine, i due si ritirarono: «Che peccato» disse il buon capitano. «Se avessi avuto la macchina fotografica, le avrei fatto una foto». Quest’attrattiva per la preghiera, ispiratale da Gesù stesso e dalla mamma, andò sempre aumentando.

Ed era commoventissimo vedere inginocchiate accanto, madre e figlia, fuse in una stessa preghiera; vedere strette insieme queste due vite, una che sta per spegnersi, l’altra che sorge quale alba radiosa. Sì, una vita che sta per spegnersi. La signora Aurelia Galgani, minata da una lenta tisi, dopo cinque anni, giungeva alla tomba. «Ho pregato tanto» dice accarezzando la sua Gemma «perché Gesù mi desse una bimba; mi ha consolato, è vero, ma troppo tardi! Sono malata, e presto ti dovrò lasciare: approfitta delle lezioni della mamma». Quanta tristezza in queste parole! Quanta sollecitudine per l’anima della sua bambina! E che martirio quel lento sorseggiare la morte prossima, con la terribile prospettiva di doversi separare da sette creature ancor tanto bisognose di lei! Tale visione che le stava sempre dinanzi rendeva quella madre cristiana eloquentissima nel parlare delle vanità di tutte le cose terrene, della deformità della colpa, dei pregi dell’anima, della grandezza di Dio, della bellezza del cielo.

La piccola Teresa di Lisieux, nei suoi trasporti d’amore, augurava il Paradiso alla mamma, al babbo, a tutti. Qui è la mamma ad augurare, in un certo modo, il Paradiso alla sua bimba: «Gemma, se potessi condurti dove Gesù mi chiama, verresti con me?». «E dove?», domandava Gemma. «In Paradiso con Gesù e con gli Angeli». Pare di vederla, la cara bambina, battere le mani, abbandonarsi a vivi trasporti di gioia. Da quel giorno, il cielo fu il suo continuo sospiro. «Fu, dunque, la mamma mia che da piccina mi fece desiderare il Paradiso» dirà poi Gemma, sedici anni dopo, quando le fu proibito di chiedere a Dio di morire. «E ora, se desidero an-cora il Paradiso e voglio andarvi, ho delle belle gridate, e mi sento rispondere un no. Alla mamma mia risposi di sì; e per avermi ripetuta questa cosa del Paradiso, non volevo mai distaccarmi da lei, e non uscivo più dalla sua camera».

Anche questo particolare quanto è caro! Gemma non voleva più distaccarsi dalla mamma, non più uscire dalla camera di lei, per non perdere il momento della partenza, per timore che la sua mamma volasse sola in cielo. E le saliva sul letto, le cerchiava amorosamente il collo e la baciava e ribaciava senza fine. Ma prima di spiccare il volo per la patria eterna, questa piccola amante del crocifisso doveva divenirne una copia vivente; doveva risentire in sé, nel cuore, nella sua anima, nelle sue membra, tutte le angosce, tutte le sofferenze del suo Gesù. «Signor mio» doveva esclamare, «quando le mie labbra si avvicineranno alle tue per baciarti, fammi sentire il tuo fiele. Quando le mie spalle si appoggeranno alle tue, fammi sentire i tuoi flagelli. Quando la carne tua si comunicherà alla mia, fammi sentire la tua passione. Quando la mia testa si avvicinerà alla tua, fammi sentire le tue spine. Quando il mio costato si avvicinerà al tuo, fammi sentire la tua lancia.. Poi, dal calvario al cielo!

Suor Gesualda Saldi – Vita di Santa Gemma Galgani