La “mappa del sesso”: le prostitute sono migliaia, boom delle albanesi

2677635-squilloIl racket della prostituzione sulle strade non si stronca certo accanendosi contro i clienti con le multe o riaprendo le case chiuse, ma aiutando le schiave a denunciare i loro sfruttatori. Ne è convinto don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana, che stronca le proposte di riesumare i “casini” di antica memoria, mandati in pensione dalla legge Merlin. E a supporto della tesi, secondo la quale è fallito il giro di vite contro la prostituzione all’aperto, in nome del decoro, don Davanzo porta elementi e riscontri acquisiti sul campo. Passata la paura delle multe, anzitutto, le donne costrette a prostituirsi sono tornate sulle strade. Negli stessi luoghi di prima. La tratta non si è arrestata, anzi, pare diventata ancora più raffinata e potente.

Le organizzazioni criminali che la gestiscono sono più ramificate di prima, con forti collegamenti internazionali, capaci di gestire contemporaneamente più traffici illeciti: prostituzione, droga, immigrazione clandestina. Il quadro del mercato del sesso a pagamento viene dipinto da una ricerca condotta dagli operatori dell’unità di strada «Avenida» della cooperativa Farsi Prossimo di Caritas Ambrosiana, i cui risultati inediti sono stati discussi ieri durante il convegno «La tratta e la prostituzione. La legge Merlin ieri e oggi».

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Nel corso delle uscite notturne (due a settimana) del 2013, gli operatori e i volontari Caritas hanno incontrato 292 donne, un quinto di quelle che si stimano presenti sulle strade di Milano e provincia. I luoghi in cui le hanno trovate erano quelli abituali: la circonvallazione milanese, le strade di maggiore scorrimento che si inoltrano in provincia. Inutile ogni misura di contrasto diretto, la prostituzione che non era mai scomparsa, è tonata dunque così più visibile. Identica anche la geografia dei paesi di provenienza.

Le rumene si confermano le più numerose (60% del totale), seguite dalle nigeriane (il 15%), presenti principalmente nell’hinterland milanese e comunque nella periferia) seguono le albanesi (il 12%) che sono tornate ad essere più presenti dopo un calo negli ultimi anni (nel 2011 erano scese al 6,5%).
L’incremento e soprattutto il turn over molto elevato (il 72% delle ragazze albanesi incontrate nel 2013 sono diverse da quelle intercettate l’anno precedente) fanno ipotizzare una forte ripresa della tratta da parte organizzazioni criminali di Tirana e Valona.

Le organizzazioni hanno, evidentemente, saputo sfruttare a loro vantaggio l’ingresso dell’Albania nell’area Schengen e dunque, la conseguente liberalizzazione dei visti, che permette di fare entrare le donne con un semplici permessi turistici. Ciò che cambia, a parere degli operatori, è oggi la dinamica dello sfruttamento, ormai ridotta a una scientifica prassi della schiavitù. Una cosa appare certa. Secondo gli operatori che hanno raccolto le testimonianze di molte vittime della tratta, superato il periodo delle ordinanze che aveva costretto gli sfruttatori a spostare le donne più in periferia o nei locali e negli appartamenti, la mappa della prostituzione è tornata quella di un tempo.

«Come purtroppo dimostrano anche altre esperienze europee – dice Davanzo – creare quartieri a luci rosse dove esercitare liberamente la prostituzione non impedisce alle organizzazioni criminali di prosperare. Anche le multe contro i clienti e le prostitute, applicate in altri paesi e sperimentate anche in parte in Italia, hanno dimostrato di non essere affatto un efficace deterrente. La sola strada è sciogliere il vincolo che lega le donne ai loro sfruttatori, aiutarle e favorire le denunce, incontrale e far capire che non sono sole e che possono chiedere aiuto. Così si potranno aggredire le organizzazioni criminali e aiutare le ragazze che ne sono vittima».

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