La realtà detta legge. Sulla vita un dibattito senza ipocrisie

Che il feto umano senta dolore se subisce un danno è cosa ormai evidente per tutta la comunità scientifica internazionale. Il dibattito è sul “quando”: cioè quando le strutture del suo sistema nervoso lo mettono in grado di percepirlo durante la gravidanza. Sappiamo che dentro l’utero da un certo punto dopo il concepimento cominciano a funzionare le connessioni nervose che uniscono le varie parti del corpo con la zona del cervello che decifra il dolore, chiamata talamo. Nel giro di pochi giorni avverrà anche la connessione con la corteccia cerebrale che si sta sviluppando. Tutto questo avviene verso le 20-23 settimane di gestazione. Qualche anno fa il gruppo londinese di John Fisk dimostrò che pungendo l’addome al feto di questa età gestazionale, per eseguirgli una trasfusione di sangue in utero, questo rispondeva producendo adrenalina e cortisolo – ormoni dello stress – proprio come ogni essere umano che prova dolore. È un dibattito interessante quello entrato nella legge approvata in prima lettura martedì sera dalla Camera americana, e ogni anno la scienza porta nuovi dati e prove.

Nessuno potrebbe però immaginare che questo dibattito in primo luogo interessi i chirurghi. Già, perché ormai la scienza ha fatto passi da gigante e si riesce a compiere interventi sul feto prima che nasca, lasciandolo poi per le restanti settimane della gravidanza dentro l’utero. Per questo anestesisti e chirurghi hanno a cuore di scoprire quando il feto ha bisogno di anestesia e quando no, perché se provasse dolore l’intervento sarebbe impossibile per i suoi movimenti, senza contare che il feto rischierebbe seri risentimenti cerebrali per gli sbalzi di pressione indotti dal dolore. Oggi dunque è normale anestetizzare il feto durante simili interventi, se eseguiti nella seconda metà della gravidanza.

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Fui convocato due anni fa dalla European Food Safety Agency (Efsa) dell’Unione europea per dibattere proprio di questo tema, unico italiano tra quindici esperti internazionali: quando il feto dei mammiferi prova dolore? Il dibattito riguardò soprattutto il momento della gravidanza a partire dal quale il dolore può essere percepito. Siccome il dolore è un fenomeno personale la risposta si può avere per via solo indiretta, cioè analizzando le reazioni ormonali, visionando lo sviluppo anatomico, registrando l’elettroencefalogramma. Ne nacque una vivace discussione: per alcuni studiosi, tra cui il sottoscritto, sulla scia della londinese Vivette Glover e dell’americano Sunny Anand, il dolore inizia a essere percepibile dopo le 20-22 settimane; per altri qualche settimana dopo, dall’inizio del terzo trimestre di gravidanza. Per altri infine il feto avrebbe uno stato di sopore, che comunque è ben diverso da una reale anestesia.

Dunque il dolore fetale non deve essere negato né esagerato, dato che nella prima metà della gravidanza non appaiono presenti le strutture atte a sentire il dolore. Ecco allora l’invito: parliamo di dati e non di preconcetti, qualunque cosa si pensi a riguardo, perché in questi ambiti la disinformazione è davvero grande.

Che poi tutto ciò abbia un riflesso legislativo sulle interruzioni di gravidanza, come la proposta appena varata dai deputati americani con il significativo titolo di «Pain-Capable Unborn Child Protection Act» (la «Legge per la protezione del bambino non nato capace di provare dolore»), con l’obiettivo di limitare gli aborti all’epoca in cui il feto non prova dolore, è cosa comprensibile: ha una sua logica che apprezziamo. Ma vogliamo ugualmente ribadire come ci piacerebbe che in questo campo oltre al legislatore si introducesse un sano dibattito, diffuso, documentato con dati alla mano accanto a un lavoro culturale e sociale: toppo spesso abbiamo visto un tema di simile portata trattato con superficialità (nessuno parla della sensibilità fetale e della sua umanità…), o con superbia e ipocrisia quando sentiamo giudizi, magari rispettosi della persona a parole, che però non sono accompagnati da seri passi per aiutare le donne in condizioni di disagio e le coppie in seria difficoltà.

Carlo Bellieni – Avvenire

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