La scarsa percezione di essere sfruttate (Prostituzione Indoor)

Nonostante la mobilità continua cui sono sottoposte, gli orari massacranti e le forme di controllo, i servizi offerti e la percentuale di guadagno lasciata alle donne, fanno sì che chi si prostituisce al chiuso si senta, di fatto, meno vittima e più legata all’organizzazione di quanto avvenga sulla strada. Il fatto poi che spesso la persona che gestisce, controlla e organizza la casa sia una donna accresce questa convinzione.

Nell’indoor di oggi è infatti ricomparsa la figura della tenutaria di un tempo che, oltre ad avere il ruolo di “protettrice” (chiamata mamane, madame o, per le brasiliane, cafétina) rappresenta anche un modello da imitare. Se a ciò si aggiunge la gratitudine che molte donne sentono verso coloro che hanno dato loro un’opportunità, anche se attraverso la prostituzione, di dare una svolta alla loro vita, guadagnando e potendo sperare in un futuro migliore per se stesse e per i propri figli, è facile comprendere come il “passaggio” da prostituta-sfruttata a tenutaria-sfruttatrice venga vissuto come una sorta di mozione-affrancamento dalla povertà e dai soprusi subiti.
Una prospettiva, questa, che le aiuta a “lavorare”, anche nelle condizioni più difficili e che le fa sentire “parte dell’organizzazione”. Di qui la grande difficoltà, per chi le aiuta o per le Forze di Polizia che le intercettano attraverso azioni di contrasto, nel far capire loro che sono, comunque, vittime di sfruttamento.

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Il denaro che vedono “girare” nelle case è in effetti molto: le tariffe variano da 50 a 500 euro di media ma ci sono “punte”, in alto, anche di 700/2000 euro per una serata o un week end. Introiti che comunque si attestano dai 5.000 ai 25.000 euro mensili. Cifre da capogiro, da cui bisogna togliere le spese (tante) ma che comunque, a conti fatti, rimangono alte, molto alte. Non per tutte è così.

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Per le cinesi sfruttate nella prostituzione indoor le cose sono ancora diverse. “Accolte” a Milano, luogo di snodo, “istruzione” e smistamento, vengono poi mandate in altre regioni dove vige un’ulteriore diramazione interna. Prima di partire dal “centro” viene tolto loro il passaporto, fornito un biglietto del treno, un telefono cellulare e un numero di telefono che dovranno chiamare appena giunte a destinazione. Ottenuto l’indirizzo dovranno prendere un taxi per raggiungere il luogo indicato. All’interno delle case ci sarà qualcuno che verificherà le telefonate in arrivo per accertarsi che effettivamente si tratti di clienti e non di forze di polizia. Anche loro hanno difficoltà a percepire lo sfruttamento cui sono assoggettate per l’elevata percentuale di guadagno (rispetto a quello a cui erano abituate nel loro Paese) che viene lasciata loro (anche il 60 % della prestazione). Questo anche se le loro tariffe, rispetto alle altre, sono molto più basse: in alcuni casi anche 20/30 euro a prestazione.

Denaro, tanto o poco che sia, che viene spedito ai parenti nei Paesi di origine; sono rimesse che, quando vanno a buon fine, vengono usate per pagare medicine e cure per malattie, costruire la casa, comprare piccole attività commerciali e, aspetto non ininfluente, dimostrare che si è “fatto fortuna”.

A cura di Mirta Da Pra Pocchiesa, giornalista, responsabile del Progetto prostituzione e tratta del Gruppo Abele.

Diversa è la condizione di tante sudamericane e maghrebine, sfruttate al chiuso da compaesani, tramite debiti contratti in Italia o nel paese di origine.
Sempre la chiuso vi sono centinaia di romene e albanesi, che non si ritengono sfruttate solo perché i soldi li danno al fidanzato/marito.

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