La storia di Porta Pia nei ricordi di Rita

Solo un alcune precisazioni sulla storia di Porta Pia. Purtroppo ora sono fuori casa, e non sono in grado di fornirti gli esatti riferimenti, ma mi prudevano le mani, e se non ti scrivevo subito me ne sarei dimenticata.
Allora: la storia della breccia di Porta Pia è un’autentica balla, storica quanto ti pare, ma una balla. Però non si può dire…. perché se no ci cascano i miti (i piemontesi c.d. liberatori, Garibaldi ecc.) e rischiamo di dover riconoscere che Pio IX non è stato poi così fetente e che, per esempio, la faccenda del brigantaggio è un po’ diversa da quello che ci insegnano a scuola . Non si può dire, tanto è vero che quando qualcuno ha cercato di “sollevare” il velo dell’omertà (non so se ti ricordi, per esempio al Meeting di Rimini nel 2000 e la beatificazione di Pio IX sempre nel 2000) viene giù un putiferio, perché certe cose non si toccano, nel bene e nel male: il Risorgimento, Mazzini e Garibaldi i buoni, Pio IX e tutti i papalini, e anche i briganti, i cattivi.
Abbiamo tutti presente la foto che c’è su tutti i libri di storia…. peccato che sia falsa, e si vede lontano un miglio. Proviamo a ricostruire la scena: ci dicono che le mura vengono prese a cannonate (per aprire, come viene aperta, la famosa breccia), dall’altra parte (si immaginano, perché non si vedono) i papalini cercano di resistere e sparano contro i bersaglieri che però alla fine hanno la meglio e riescono ad entrare; guardiamo la foto: non c’è un filo di polvere (come mai? ma non hanno appena tirato giù a cannonate un bel pezzo di muro…. anche piuttosto alto e spesso?), i bersaglieri sono sopra al mucchio di sassi (il muro sbriciolato), in piedi, con la divisa pulita e senza neanche una piuma (del cappello) fuori posto, con il fucile spianato… praticamente ci si può fare il tiro al bersaglio…
un ragazzino mediamente sveglio fa subito tre semplici domande:
1) ma perché il mucchio di sassi formato dalle rovine del muro sbriciolato, è fuori del perimetro del muro, come se le cannonate venissero da dentro?
2) perché hanno sparato sul muro e non sulla porta che era lì accanto?
3) ma perché i bersaglieri stanno in piedi a mo’ di bersaglio e non riparati, avanzando strisciando come si vede pure nei film?
Semplice: perché la foto fu scattata dopo, anche perché, ai tempi, per fare le foto bisognava stare fermi in posa, le istantanee non erano tanto instantanee. Amen, contenti loro… Però, sui libri, non sarebbe stato più corretto piazzare un disegno, oppure la riproduzione di una stampa o di un dipinto dell’epoca (anche se, quasi tutti, essendo ispirati a quella foto, sono altrettanto illogici)? No, meglio la foto, che seppur palesemente falsa, ispira (o almeno dovrebbe) più credibilità. Invece le cose sono andate in maniera un tantinino diversa: è storicamente provato che Pio IX, che aveva ben chiaro che non era possibile resistere a lungo, diede ordine di aprire le porte sia per evitare inutili spargimenti di sangue anche e soprattutto tra i romani, sia per scongiurare un assedio che sarebbe costato parecchi morti per fame. E questa versione dei fatti, assente praticamente da tutti i libri di storia in uso nelle scuole, è stata tramandata a voce perfino a me che sono praticamente della tua generazione.
Mio nonno (sicuramente non di parte: era un anarchico di idee ma sostanzialmente inoffensivo nei fatti, che ai tempi del Fascismo veniva arrestato un giorno sì e l’altro pure, finché mia nonna, una marchigiana a dir poco energica, non lo chiuse in casa a badare ai figli mentre a lavorare ci andava lei) raccontava che suo padre (anche lui una testa calda e allergico alle regole) poco più che ventenne all’epoca dei fatti, era alquanto irritato: la c. d. liberazione di Roma fu una faccenda talmente tranquilla che lui e i suoi amici, che erano pronti a dare manforte ai piemontesi dall’interno della città, rimasero praticamente con le mani in mano. Talmente tranquilla che neanche si sognò di inventarsi atti eroici (a Roma lo sapevano tutti com’era andata veramente) e anni e anni dopo ancora gli rodeva…. peccato che non abbia potuto vedere i nostri libri storia, sarebbe stato contento di farsi passare da eroe.

E Pio IX, tanto odiato dai romani? Beh, i massoni avevano giurato di buttarlo nel Tevere, e non essendo riusciti a farlo mentre era vivo, volevano farlo anche quando ormai era morto. Lui aveva chiesto di essere sepolto nella chiesa di S. Lorenzo fuori le Mura, al Verano (tra l’altro a poche centinaia di metri, in linea d’aria, da Porta Pia), accanto alle spoglie appunto di s. Lorenzo. Ovviamente, quando morì, la cosa non si potè fare; solo parecchio tempo dopo si ottenne il permesso di traslare la salma, ma fu imposto che il trasporto avvenisse di notte, in segreto, senza fasto e soprattutto non in processione, quindi senza preghiere: i romani (che tanto lo odiavano?) lo seppero e decisero di partecipare in massa, ma fu loro raccomandato (da quelli che avevano ottenuto il permesso di organizzare il trasporto) di rimanere in silenzio e soprattutto di non reagire alle (prevedibili) provocazioni. A notte fonda il feretro uscì da s. Pietro, e i romani, in silenzio, circondarono il carro. I provocatori (che erano stati invece avvisati, chissà da chi…) ovviamente rimasero spiazzati dal numero di persone, e si resero conto che non sarebbe stato facile impadronirsi della bara e farla volare nel Tevere, che peraltro era lì vicino; tentarono di organizzarsi chiamando rinforzi, ma ci misero del tempo, e quindi il feretro attraversò il ponte, scortato dalle migliaia di fedeli, più o meno senza problemi, a parte le ingiurie, le bestemmie rabbiose e qualche spintone. Il corteo proseguì, continuando ad ingrossarsi: quelli che, più paurosi, ne erano rimasti fuori, vedendo che tutto sommato la cosa filava liscia, uscirono dalle loro case e si unirono al corteo strada facendo.
Arrivati a s. Lorenzo il feretro fu trasferito nella chiesa, sotto l’altare (dove tuttora riposa), e il corteo iniziò a sciogliersi, ma arrivarono i provocatori che intanto aveva trovato rinforzi, ed erano convinti che – visto che i fedeli avevano ricevuto l’invito a non reagire come infatti non avevano reagito – sarebbero riusciti a sistemare la cosa velocemente. Però i fedeli, che fino a qual momento avevano rispettato l’invito, una volta che la salma di Pio IX aveva raggiunto s. Lorenzo, si sentirono liberati dall’obbligo e reagirono (d’accordo la storia di porgere l’altra guancia, ma per fortuna le guance sono solo due), anche piuttosto vivacemente (quando ce vo’ ce vo’!), mettendo in fuga i provocatori.
Ah, dimenticavo: al corteo che scortò il feretro partecipò anche il mio bisnonno (sempre quello che si era rammaricato perché la “liberazione” di Roma era andata un po’ troppo tranquilla): era una testa calda e ma anche, nonostante tutto, profondamente cristiano, e a suo figlio (mio nonno) che non capiva come mai, dopo aver sperato di schierarsi al fianco dei piemontesi per “liberare” Roma (ma da cosa?), si fosse schierato invece dalla parte del Papa, lui rispondeva che bisogna lasciare stare i morti, che ormai non possono più far danni in terra ma possono raccomandarti in cielo; però, secondo me, lui aveva già capito che non è tutto oro quel che luccica e che per i poveracci come lui era cambiato poco, forse nulla, e da quella testa calda che era non si era voluto perdere l’occasione di dare quattro pugni ai nuovi potenti, che alla fin fine erano anche peggio di quelli precedenti.

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Quando i miei amici vengono a Roma, spesso li porto a fare un giro turistico diverso dal solito.
Per esempio nel moderno (per allora) quartiere che i piemontesi costruirono, proprio sotto il naso del Papa, accanto al Vaticano (sarà un caso che l’hanno costruito proprio lì?) per i funzionari ministeriali che si dovevano trasferire a Roma ormai capitale: è il quartiere Prati, fatto di palazzi uguali a quelli (tristi) che ci sono al centro di Torino, un pugno nell’occhio rispetto all’architettura di Roma (piena di edifici medioevali e barocchi) con strade che si incrociano in maniera tale che da nessun punto del quartiere è possibile vedere il seppur vicinissimo “Cupolone”.
Ai margini dello stesso quartiere c’è il Palazzo di Giustizia, che si voleva grande e imponente accanto a Castel S. Angelo, a un passo da s. Pietro; i romani lo chiamano Palazzaccio, è bruttissimo soprattutto perché è tozzo, non ha proporzioni, e ciò perché, rispetto al progetto originale, durante la costruzione hanno dovuto toglierere un piano, in quanto la costruzione stava sprofondando: è la dimostrazione del delirio d’onnipotenza dell’uomo!
Bramante, Michelangelo e tutti gli altri che ci hanno messo le mani riuscirono a costruire, praticamente in una palude, una po’ po’ di basilica come s. Pietro con relativa cupola, e nonostante l’imponenza e il peso la costruzione non si è mossa di un millimetro: quasi 4 secoli dopo gli architetti che progettarono il Palazzaccio non si sono resi conto che prima di fare è opportuno pensare (e imparare da quelli che sono venuti prima, per esempio guardandosi intorno).
Il ponte che porta a s. Pietro è intitolato a Vittorio Emanuele II (appunto!), ed è ornato da 4 pilastri (due per sponda) sormontati dalle Vittorie Alate: le due che guardano verso s. Pietro e il Vaticano, brandiscono armi, le altre due, quelle che guardano verso il centro storico di Roma, hanno in mano palme e pergamene… sarà un caso? Stesso discorso per la statua di Garibaldi a cavallo, sul Gianicolo: in teoria dovrebbe ricordarci un preciso episodio della storia risorgimentale, in realtà il punto “storico” è un altro, vicino a s. Pietro in Montorio, altrettanto panoramico, ma la statua l’hanno messa lì dov’è, ufficialmente a voler ricordare Garibaldi che dal colle del Gianicolo guarda Roma ai suoi piedi, in realtà per rivolgere a s. Pietro lui la schiena e il suo cavallo il sedere.
Ma il massimo è l’Altare della Patria, o Vittoriano che dir si voglia. E’ così grosso perché doveva spuntare sui tetti di Roma a contrastare la cupola di S. Pietro (che, qualcuno, avrebbe volentieri buttato giù), è stato costruito lì (e non altrove) anche perché così nasconde per benino il Campidoglio e soprattutto s. Maria in Aracoeli (dove era conservata la piccola statua del Bambino Gesù, che veniva portata in processione nelle case private quando c’era una persona gravemente malata) che per i romani erano più che un simbolo), ma anche perché quello era un punto nevralgico della città papale (giusto a metà strada tra s. Pietro e s. Giovanni), che quindi direttamente e indirettamente ne risultò in gran parte distrutta o sconvolta (poi l’opera di distruzione fu completata da Mussolini con l’apertura di Via dei Fori Imperiali… la storia si ripete). Per la costruzione si utilizzò un marmo, il bottino, bianchissimo (e freddo, ottimo per le tombe), che è un cazzotto nell’occhio rispetto al “caldo” travertino dalle mille sfumature utilizzato da sempre a Roma; ma soprattutto il bottino viene dalla zona, in provincia di Brescia, da cui proveniva il ministro Zanardelli che, guarda un po’ il caso, è colui che si fece venire l’idea di questo monumento (che ufficialmente – almeno la scusa era plausibile – venne dedicato al re da poco deceduto, Vittorio Emanuele II, sempre lui), e che guidò la commissione che decise sui progetti presentati al concorso: il secondo concorso, perché il primo fu annullato… forse perché nessuno aveva capito cosa avesse veramente in mente Zanardelli! Lo capì (!) Sacconi, che progettò appunto il monumento più o meno come lo vediamo ora, “affermazione bronzea e marmorea” di un ideale politico ben preciso, ma anche fulgido esempio di interesse privato: insieme al marmo, da Brescia arrivarono anche gli operai per lavorarlo, i carpentieri, i muratori ecc.