La strada. Dove trovi tutto e tutti, ci trovavi anche me (la storia di Ira)

Donna-che-piangePrimo viene il mio nome, Ira. Ira Zaraj, venti primavere dietro di me e un lungo inverno.

Primo viene il mio nome, Ira, secondo viene la mia terra, la Moldavia. Terra di campi e di pianure. Mia madre diceva: terra in cui la gente poteva vivere; viveva con poco, ma viveva, e non aveva alcuna intenzione di andarsene, finché un giorno qualcosa in alto s’inceppò… colpa forse di un certo Gorbaciov e della sua perestroika,
che volle creare una nuova America in Russia e invece creò la fame; colpa forse dei figli più giovani di Moldavia, che vollero più libertà e ottennero più miseria…
lo in Moldavia ci ho vissuto, studiando prima e lavorando poi. Ho studiato da infermiera, e davvero non me ne pento: amo stare con la gente che soffre, e poter fare qualcosa di concreto, che vada oltre le differenze di lingua e cultura. E ho lavorato, per poco tempo, a dire il vero, ma sodo, nell’ospedale di Balti (magazzino di vita e mali: ne servirebbero dieci di ospedali non uno, laggiù a Balti).
Primo viene il mio nome, Ira, secondo la mia terra, la Moldavia, terzo vengono i miei sogni: costruiti da tante immagini di televisioni, radio, giornali, spettacoli dall’Ovest, come torri di plastica.
Oggi so che né la Francia, né la Spagna, né tanto meno l’Italia sono copie del Paradiso (di quello vero non so, di quello che immaginavo, no di certo). Non allora.
Allora trovai qualcuno che quei sogni li vendeva, e a basso prezzo. Si chiamava Pavel, era un ragazzo albanese. Lessi di lui su un giornale: “Cercasi ragazza disposta a lavorare come cameriera in Italia, a Milano. Giovane, carina e disponibile a stare lontano da casa per lungo tempo”. Ne parlai a casa; per me partire non significava abbandonare, ma donare: con i soldi italiani che avrei spedito in Moldavia, nessuno dei miei avrebbe più avuto problemi per il resto dei suoi giorni.
Mio padre sbottò secco: “Non andare”; mia madre stette tre giorni in silenzio, poi disse: “Se questo è il tuo sogno, va. Ma appena puoi torna. La mia mano sarà sempre tesa”.
Me ne andai il giorno dopo al calare del sole: avevo davanti agli occhi un giorno che moriva e un incubo che stava cominciando.
Primo viene il mio nome, Ira, secondo viene la mia terra, la Moldavia, terzo i miei sogni, quarto viene la paura. Sì, la paura, il terrore, nel vedere gli occhi di Pavel diventare quelli di una bestia, nel vedere i miei allo specchio iniettati di stanchezza e disperazione.
Prima in Romania, ad unire la mia sorte a quella di due altre ragazze rumene; ricorderò sempre quella più giovane lrina, che prima diventerà una amica e poi una sorella. Quindi in Jugoslavia, Macedonia e Albania. Lì Pavel si congedò da me, nel suo modo violento e selvaggio.
Ora sono merce di scambio, il mio nuovo padrone si chiama Dimitri. Il suo benvenuto non ha parole per essere raccontato, è la storia della perdita del mio fiore, un’altra storia. Mi dice: domani vedrai il nostro transatlantico, tra tre giorni il nostro albergo.
Il giorno dopo siamo in trenta a passare in gommone il mare d’Albania e sbarcare in Italia. Tre giorni dopo a Milano, in una cantina, io, Irina e due ragazze albanesi.
Mentre viaggiavamo fissavo attentamente il ciglio della strada sulla macchina che mi stava portando a Milano. Non sapevo ancora che quello sarebbe stato il mio posto per le tre stagioni che si stavano avvicinando. Era l’agosto del 1999. L’estate iniziava la parabola discendente.
Primo viene il mio nome, Ira, secondo la mia terra, la Moldavia, terzo i miei sogni, quarto la paura e quinto viene la strada. Sì, la strada. Dove trovi tutto e tutti, ci trovavi anche me, dalle sette di sera alle quattro di mattina: me ne andavo poco prima che il sole tornasse al cielo. Lavoravo sola, ma eravamo tante. Tante vite che vivevano sospese ad un filo, e qualcuna che di tanto in tanto non te
neva o non la facevano tenere, e se ne andava (con un colpo di crick o di pistola) in un mondo migliore.
C’erano più ragazze di colore che bianche, come me. Noi nelle strade principali controllate a vista, loro nelle viuzze secondarie e più buie, a confondere il colore della loro pelle con quello della notte: la nostra mafia è la più forte ed ha in appalto dalla mafia italiana i corsi principali delle strade, la mafia nigeriana deve accontentarsi dei viottoli e delle strade che danno sui campi.
lo e lrina abbiamo stretto anche amicizia con alcune ragazze, figlie di Nigeria. Lavoravano poco dopo di noi in una secondaria e facevano il nostro stesso turno. Ma erano ancora più sventurate di noi, nonostante sempre così gioiose, così piene del sole d’Africa. Le nigeriane hanno meno clienti e sono trattate come seconda scelta: sempre mezze nude, anche nei geli invernali, alla ricerca disperata di clienti e di lavoro, per cancellare quel maledetto debito che loro hanno da saldare. Spoglie e mute, se non tra di loro. Poche di loro parlavano !’italiano, le altre solo strano inglese e incomprensibile. Quasi mi consolavo a guardare loro… La strada.
E poi le mille macchine e i mille sguardi; quelli delle signore imbellettate che mi guardavano con disgusto dalla loro torre di cristallo, dalla loro vita perfetta e vuota (quasi non sapessero che erano proprio i loro mariti a venire da noi, a pagare con soldi quello che una donna non dovrebbe mai vendere). Gli sguardi dei ragazzini che si fermavano a fischiare, a urlarmi prostituta (quanto ho odiato quelle risa vuote e malvagie…). Gli sguardi dei marocchini parassiti che mi caricavano dopo una notte di lavoro, mi puntavano il coltello al collo e mi derubavano dei soldi e di quello che rimaneva del mio orgoglio. Alle retate della polizia, che cercava a suo modo di fermare questa cosa, a cui non so dare nome. Ai miei sfruttatori avanti e indietro a seguirmi con lo sguardo, a osservarmi come un oggetto che ora vale soldi e procura soldi, e va protetto fin quando dura (e quando non rende o infastidisce va percosso e picchiato, perché faccia il suo dovere in silenzio). Sì, quinto viene la strada, se poi questa cosa si chiama strada… Nella strada si va e si viene, mai si resta.
Primo viene il mio nome, Ira, secondo la mia terra, la Moldavia, terzo i miei sogni, quarto la paura, quinto la strada, sesto l’uomo italiano e la sua follia. Vita di strada, significa vita stretta da una morsa: da una parte chi comanda, la mafia, e offre noi, ragazze straniere, come merce. Dall’altra chi chiede. E cosa chiede, e come… Non mi sono mai sentita così in basso, così poco, come con quei clienti che ti prendono, ti maltrattano, e ti buttano fuori dalla macchina, come un oggetto consumato, che più non serve. Come quando ti derubano e ti picchiano dopo una notte di lavoro e senti che hai perso tutto, e rimani solo tu, e la notte che muore…
Come quando sali su una macchina e vedi che nei sedili posteriori è steso un bimbo o è seduta una donna che ti fissa e ti guarda, e tu non sai più quello che fai, ma lo fai: esegui e basta. Prima piangi e poi stringi i denti e, fin che puoi, cerchi di andare avanti. Venivano almeno sette-otto clienti a notte, alcuni tornavano ogni giorno, altri ogni settimana. In quei giorni pensavo che gli uomini fossero tutti delle bestie: o sfruttatori o clienti o ladri.
C’eravamo solo io e Irina al mondo, e sempre più vicine; era pieno inverno e faceva troppo freddo, dentro e fuori. Fu allora che decidemmo di chiamarli…
Primo viene il mio nome, Ira, secondo la mia terra, la Moldavia, terzo i miei sogni, quarto la paura, quinto la strada, sesto l’uomo italiano, ultimo, la mia nuova vita. Chiamai Padre Ambrogio il 22 dicembre, me lo ricorderò a lungo quel giorno. Lui e Sara passavano tutte le settimane, si fermavano sul lato della strada ed erano i soli che scendevano dalla macchina. Già la prima volta questa cosa mi stupì: scendere dalla macchina e trattarmi come un’amica (io cominciavo a pensare di non essere più niente): i clienti ti aspettano dentro, hanno vergogna a farsi vedere con te, gli albanesi passano avanti e indietro in macchina, ma hanno troppa paura per scendere e farsi vedere allo scoperto. Loro scesero sorridendo come se nulla fosse, come se ci conoscessimo da sempre e mi diedero un biglietto: (“è il numero di un amico, chiama quando vuoi”. Misi il numero in borsa e quasi me ne dimenticai. Quella prima volta non me lo sarei nemmeno immaginato di comporre quel numero e seguire quei due. Dimitri che ci aveva visto con loro ci minacciava, non voleva che restassimo a parlare. Ma quel giorno di dicembre dopo che Dimitri mi picchiò a sangue perché ero tornata senza un soldo (maledetto o santo il marocchino che mi derubò), dissi a Irina: io non ce la faccio più. E mancava davvero poco.
Fuggimmo di mattina e arrivammo a Milano alle undici.
Nella casa di fuga con Sara e Padre Ambrogio rimasi quaranta giorni: ricordo che i primi due li passai dormendo, il terzo in questura a denunciare Dimitri e Pavel. Non avrei mai creduto di trovare il coraggio per farlo, ma in quei giorni lo avevo ritrovato (o era solo la rabbia a guidarmi, il disgusto o chi lo sa…).
Della casa di fuga ricorderò sempre due cose: il lavoro e la fiducia.
Il lavoro, perché è ciò che mi ha rimesso in piedi; all’inizio ero svogliata e faticavo a muovere un passo: il lavoro mi ha ridato la voglia di muovermi, vivere e fare (fare al meglio, ma non stare mai mani nelle mani).
La fiducia, perché devi sapere quando puoi fidarti, e quando lo capisci devi farlo e basta. Da sola non puoi muovere
neanche un passo, ma puoi vincere bufere se hai qualcuno che ti copre le spalle e ti ricambia gli occhi…
Poi ancora sei mesi in famiglia, una famiglia fantastica, che mi ha accolto come una figlia, e mi ha fatto studiare come una ragazza del posto; è da sei mesi oramai che vivo a piene mani la vita di tutti i giorni, normale e meravigliosa (come la vita dovrebbe essere) con permesso di soggiorno e tutte le carte in regola per trovare una casa e un lavoro onesto, e tutta la voglia di vivere che oggi ho, e non permetterò mai più a nessuno di toglierla, bistrattarla e venderla…
Primo il mio nome, ultimo la mia vita, e in mezzo la mia storia, una storia, di chi ha interrotto la strada e iniziato il cammino.