La superbia e l’umilta’ (Bruto Maria Bruti)

SuperbiaIl conflitto psichico tra la superbia e l’umiltà

Alfred Adler, uno dei più illustri discepoli di Sigmund Freud, modifica notevolmente la teoria freudiana fino al punto di rigettarne il principale caposaldo, la libido, come forza determinante del carattere e fonda la ” psicologia individuale”.

Adler nota che dietro tanti comportamenti sbagliati c’è un uso distorto della pulsione aggressiva. Egli evidenzia due tendenze fondamentali che sono alla base della motivazione umana: la “volontà di potenza” e la ” volontà di comunità” o “tendenza al vivere sociale”. Lo psichiatra Rudolf Allers, che fu docente alla Georgetown university, contribuisce con Adler allo sviluppo della “psicologia individuale” ma prosegue oltre nello studio della psiche.(1)

Egli nota che il vero conflitto intrapsichico non è fra la pulsione aggressiva e la pulsione sociale ma tra la superbia e l’umiltà.

Dietro tanti comportamenti sbagliati c’è un uso disordinato della pulsione aggressiva e della pulsione sessuale – che sono le pulsioni più forti- ma dietro questo pulsioni, usate in modo distorto, si nasconde spesso il vero manovratore e cioè la superbia. Già San Tommaso D’Aquino, riflettendo sulla superbia, diceva che essa è madre di tutti i vizi perché tutti i peccati (peccato dal greco amartano: sbagliare strada) derivano da essa direttamente o indirettamente. (2)

La superbia è il pretendere di essere di più di quello che si è, oltre i limiti della realtà e della giustizia.

L’umiltà, invece, è quella disposizione d’animo che ci fa rispettare ed amare quelle qualità degli altri che ci superano, che ci fa riconoscere ed amare le nostre qualità, i nostri limiti e la nostra essenziale finitezza nei confronti della realtà e delle sue leggi, che non dipendono da noi.

L’unica via di uscita dal labirinto dei comportamenti sbagliati consiste, secondo Allers, nel rendere l’uomo capace di acquisire progressivamente un atteggiamento di umiltà, di rinunciare ad un “io tiranno”, di essere leale con se stesso e con gli altri.

 

Che significa essere leali con se stessi?

a parte dell’umiltà imparare ad amare i propri limiti, scoprire il proprio ruolo e i propri talenti, sforzarsi per sviluppare le capacità personali non per superare gli altri ma per propria soddisfazione, per essere pienamente se stessi.

Acquisire umiltà significa anche accettare i propri sbagli ed errori sforzandosi di fare il proprio meglio anziché il meglio assoluto.

Accettarsi, perdonarsi è la prima fonte di una pace maggiore ed è anche la condizione giusta per migliorare gradualmente e dolcemente la costruzione della propria personalità.

La paura eccessiva nell’eseguire un compito deriva dalla pretesa assolutamente irrealistica di riuscire ad effettuarlo perfettamente: ma l’invincibilità, l’infallibilità e la perfezione non fanno parte di questo mondo. Questa pretesa nasce dalla superbia e conduce sempre alla totale assenza di piacere nel raggiungere un obbiettivo ragionevole, porta ad un logoramento psicologico che tende a sabotare lo stesso risultato che si sta cercando, porta all’invidia verso gli altri, all’ira e infine alla depressione.

Attraverso l’umiltà, l’uomo deve imparare ad accettare e ad amare la natura continuativa del lavoro necessario per costruire la propria personalità e per raggiungere obbiettivi realistici e conformi alla propria vocazione. Gesù dice: “” Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla morte e molti sono quelli che entrano per essa. Quanto angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita; e pochi sono quelli che la trovano!”” (3)

La via giusta, dunque, è “stretta” ma conduce alla vita, non solo alla vita gloriosa dopo la morte ma alla vera vita anche in questo mondo. Infatti costruire la propria personalità richiede un “lavoro”, il lavoro di chi mette ordine dentro se stesso, in modo che le passioni siano poste al servizio della volontà, la volontà al servizio della ragione e la ragione al servizio della verità. Ma da questo processo di integrazione e coordinazione gerarchica delle varie componenti psichiche, tipico della via “stretta”, nasce quella condizione che si chiama felicità, la quale raggiungerà la sua pienezza in Paradiso. (4)

Lasciarsi andare alle proprie tendenze disordinate, invece, è una via “larga”, cioè più facile, in quanto basta non lavorare su se stessi: infatti sono “molti” coloro che camminano lungo la via “larga”. Questa “larghezza”, questa facilità è, però, una pericolosa illusione. Non accettare la legittima sofferenza che nasce dal mettere ordine dentro se stessi produce uno stato di dolore maggiore perché la vera felicità non nasce dall’ingannevole e illusorio tentativo di evitare le difficoltà che accompagnano, inevitabilmente, ogni processo di crescita e ogni dinamica realizzativa.

La felicità è una condizione che nasce da un processo che porta a vivere in armonia con tutte le componenti della propria personalità e con le leggi della realtà che l’uomo è in grado di conoscere con la ragione. Il “Maestro” dice che la via giusta non solo è “stretta” ma è anche abbandonata tanto che, in certe epoche, in certi paesi, essa rassomiglia a quelle vie antiche che sono state sostituite dalle strade moderne più veloci e più comode e allora il Signore ci invita a seguire la via giusta anche se “stretta” e ci invita a “trovarla” anche quando viene soppiantata e nascosta dalle ideologie e da quelle interpretazioni pseudo-scientifiche della realtà – condizionate da premesse e visioni filosofiche irrealistiche- che confondono il bene con la “facilità “del lasciarsi andare, le quali creano il “mito” dei sentimenti contrapposti alla ragione. (5)

La costruzione della personalità, la crescita e il miglioramento, la soluzione dei problemi che la realtà pone costituiscono un “lavoro” che dura per tutta la vita. Questo “lavoro”, però, deve essere fatto senza “affanno”, senza preoccuparsi dei risultati, senza preoccuparsi dei risultati degli altri, un lavoro fatto per amore di Dio e con il cuore distaccato dalle cose: questa è l’essenza della povertà spirituale indicata da Gesù Cristo nel Vangelo

L’uomo umile che agisce è simile ad un “alpinista” che non è ossessionato dalla meta da raggiungere, né dalla vittoria degli altri ma si concentra sul processo della scalata, si identifica con essa, trasforma ogni momento dell ‘”ascesa” in una grande occasione di apprendimento, accetta e affronta la fatica che precede ogni passaggio, resta dentro il momento presente e lo contempla come fosse un’opera d’arte.

Acquisire un atteggiamento di umiltà significa rendersi conto che liberi non si nasce, sapienti non si nasce, competenti non si nasce ma si diventa e mai in maniera perfetta, mai in maniera definitiva e occorre accettare la naturale sofferenza che ogni opera comporta. Non accettare la legittima sofferenza che nasce da ogni opera ragionevole, rifiutare i sacrifici che la vita impone ad ognuno di sopportare produce uno stato di dolore maggiore:

La fiducia in se stessi e la felicità nascono dal prendere su di sé, cioè dall’accettare attivamente il “giogo” della vita, non dall’illusione di evitare le difficoltà necessarie per crescere e per compiere le opere ragionevoli, commisurate ai nostri talenti. Umiltà significa adoperarsi con calma per migliorare le circostanze oggettivamente spiacevoli ma sapendo anche accettarle o rassegnarsi alla loro esistenza quando non fosse possibile cambiarle o eliminarle perché “”nessuno soffre di più di chi non vuole assolutamente soffrire “”.

 

Dunque, il vero conflitto intrapsichico non è fra la pulsione aggressiva e la pulsione sociale ma tra la superbia e l’umiltà: costruire la propria personalità significa ridurre la potenza dell'”io tirannico”, essere leali con se stessi e con gli altri.

Che significa essere leali con gli altri?

E’ un fatto di esperienza interna che tutti abbiano conoscenza di una legge naturale, anche se talvolta vaga e indeterminata, che comporta un dovere da parte nostra, il dovere di rispettare il diritto dell’altro.

Anche il criminale più incallito, anche l’ideologo più scettico e relativista hanno un’idea molto precisa del male, almeno nel momento in cui subiscono un’ingiustizia; in quel momento si percepiscono come soggetto di diritti che nessun altro può offendere. Quando un carcerato malmena il criminale che gli siede accanto e lo priva della sua porzione di cibo sente di compiere un’azione cattiva. Se, per esempio, privo il mio migliore amico del suo posto di lavoro testimoniando il falso contro di lui, sento di compiere un’azione cattiva, sento di aver violato il “dovere” di rispettare il diritto dell’altro. Gli uomini sanno di poter violare con la volontà una legge naturale di cui riconoscono l’esistenza con la ragione. Si tratta del dovere di rispettare il diritto dell’altro che non viene creato da noi ma che viene soltanto scoperto e formulato da noi e precede la nostra volontà.

La coscienza di ciò che è bene, dunque, nasce dalla conoscenza dell’ordine fondamentale della realtà e delle sue leggi. Quello dei diritti naturali del prossimo è solo un aspetto della realtà: infatti, attraverso la ragione l’uomo può conoscere altri aspetti della realtà con le sue leggi e le sue finalità.

La tendenza alla superbia è una tendenza che nasce da una ferita originale dell’umanità, da una conflittualità che si attiva all’interno e tra le varie componenti della psiche umana. Questo conflitto all’interno dell’uomo trova riscontro nella frase rivolta da Dio a Caino:”” Verso di te è il tuo istinto, ma tu dominalo”. (6)

Attraverso queste parole Dio ci illumina sul conflitto di base che esiste all’interno della nostra personalità e, in questo modo, indica la strada della prima psicoterapia della storia umana che ha come fondamento la vera realtà dell’essere umano. (7)

Il Decimo comandamento dice: “”- non desiderare alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo “”-. ( 8)

Il decimo comandamento esige che si bandisca dal cuore umano l’invidia.

L’invidia può condurre ai maggiori misfatti: è per l’invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo. (9)

Caino diventa omicida per invidia del fratello: il Signore avverte Caino del fatto che la sua felicità non è compromessa dalla superiorità e dai successi del fratello. Caino deve essere se stesso, deve amare i suoi talenti e la condizione che nasce dalla sua capacità e dal suo ruolo. Se non vuole cadere nel peccato deve dominare la tentazione dell’orgoglio che porta all’invidia. (10)

L’invidia è un vizio capitale. Consiste nella tristezza che si prova davanti ai beni altrui. (11)

L’invidia si combatte con l’umiltà: l’umiltà è propriamente quella virtù che ci fa amare la superiorità infinita di Dio e la superiorità limitata di tutti coloro che Dio ha posto al di sopra di noi per autorità, intelligenza, ricchezza, bellezza, qualità morali, qualità familiari, eccetera.

Torniamo al problema della coscienza del male. La consapevolezza dei diritti del nostro prossimo può essere scoperta e formulata ma può anche essere dimenticata se non si esercita un controllo sulla tendenza alla superbia propria di un “io tirannico”.

L’esperienza insegna che “” se non si vive come si pensa, si finisce per pensare nel modo in cui si vive “.

Se un uomo, per esempio, continua a violentare le donne che lo attraggono ma che non vogliono concedersi a lui, quest’uomo finirà per auto-persuadersi – auto-condizionamento che crea un’abitudine- che il suo comportamento non è un vero male, che in fondo le donne sono pentole a pressione cariche di sesso che deve essere liberato, che le donne hanno bisogno solo di essere un po’ forzate: un tale tipo di pensiero non deve stupire, il nocciolo della pornografia, in realtà, ruota intorno a queste idee.

La pornografia è la cultura del sesso per il sesso, cioè separato dalla tenerezza e dall’affetto, del sesso separato dall’amore per la persona.

Tutta la pornografia considera l’essere umano come un oggetto di godimento e lo riduce alle sue parti anatomiche: il sesso non è più il mezzo che unisce due persone che si amano ma, dopo aver rotto i segreti legami con il cuore e con l’anima, si trasforma in un’incessante e ossessiva forma di “autopsia ” del corpo dell’altro.

Si arriva a convincersi che, se non ci fossero i condizionamenti religiosi, il sesso sarebbe totalmente libero perché “il libero orgasmo” è un bene che non deve essere represso. L’energia “orgastica “è come il sole, l’aria, la luce, anzi, è l’energia cosmica primordiale onnipresente in natura, essa deve circolare liberamente e l’impedimento di questa energia vitale è la fonte di ogni male: lo psicoanalista Wilhelm Reich ha teorizzato la necessità del libero orgasmo e della rivoluzione sessuale proprio in questi termini.

Il filosofo illuminista della rivoluzione francese, Donatien Alphonse Francois de Sade, seguendo il principio del piacere, è andato oltre. Egli scrive che la natura non è altro che materia in azione: non c’è bisogno di cercare un agente estraneo alla natura dal momento che il movimento è inerente alla materia la quale produce continuamente combinazioni in virtù della sua energia. (12)

Nella natura, scrive de Sade, avvengono continue trasformazioni, le distruzioni di cui l’uomo si vanta sono pure illusioni: “” L’assassinio non è affatto una distruzione; chi lo commette non fa che variare le forme; rende alla natura degli elementi di cui la mano di quest’abile natura si serve subito per ricompensarsi con altri esseri; ora, poiché le creazioni non possono essere che dei godimenti per chi vi si abbandona, l’assassino ne prepara dunque uno alla natura; le fornisce materiali che essa utilizza all’Istante, e l’azione che gli sciocchi hanno la follia di biasimare non è altro che un merito agli occhi di questo agente universale.

E’ il nostro orgoglio che crede di poter innalzare l’omicidio a crimine.

Ritenendoci le prime creature dell’universo, abbiamo stupidamente immaginato che tutte le lesioni che riguardassero questa sublime creatura dovessero necessariamente costituire un crimine enorme””. (13)

Scrive de Sade che, poiché il dolore viene avvertito molto più vivamente del piacere, lo choc che noi abbiamo dal procurare dolore agli altri si ripercuote in noi stessi, mettendo in circolo più energia, interessando anche gli organi del sesso e disponendoli ad un piacere maggiore. (14)

Bisogna preoccuparsi dei dolori causati al prossimo? Così risponde de Sade, che sviluppa in modo coerente i fondamenti del suo materialismo:” (.) I dolori causati al prossimo? Li risentiamo noi?

No; al contrario, abbiamo appena dimostrato che la loro produzione ci procura una sensazione deliziosa.

A che titolo dunque dovremmo avere riguardi per un individuo di cui non ci importa nulla? A che titolo gli eviteremo un dolore che non ci costerà mai una lacrima, mentre sarà certo fonte per noi di grande piacere?

Quando mai abbiamo provato un solo impulso della natura che ci spingesse ad anteporre gli altri a noi, se a questo mondo ciascuno deve badare a se stesso?

Ci venite a parlare di una chimerica voce della natura, che ci direbbe di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi; ma questo assurdo consiglio non ci è mai venuto che da uomini, e da uomini deboli.

L’uomo forte non si sogna neppure di usare un simile linguaggio. Furono i primi cristiani che, perseguitati ogni giorno per il loro imbecille sistema, gridavano a chi voleva ascoltarli: ” Non bruciateci, non scorticateci!

La natura dice che non bisogna fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi”. Imbecilli! La natura, che ci consiglia sempre di godere, che non imprime mai dentro di noi altro movimento, altre aspirazioni, potrebbe, un momento dopo, con una inconseguenza senza pari, assicurarci che non bisogna affatto pensare a procurarci un godimento, se questo può fare del male agli altri? (.) La natura, nostra madre comune, non ci parla che di noi stessi; niente è egoista come la sua voce, e ciò che noi vi possiamo distinguere più chiaramente è l’immutabile e santo consiglio che essa ci dà di godere, non importa a spese di chi. Ma gli altri, potreste obiettare, possono vendicarsi. Alla buon’ora! Sarà il più forte ad avere la meglio.

Ebbene, ecco il primordiale stato di guerra e di distruzione perpetua per il quale la sua mano ci ha creati, e nel quale solamente ad essa conviene che rimaniamo””. (15)

L’uomo, dunque, può abituarsi al male che fa, può, attraverso un uso distorto della ragione, giungere a trasformare il male in bene e il bene in male fino a spegnere la voce della propria coscienza. Le SS, per esempio, si erano talmente convinte del fatto che gli ebrei rappresentassero una fonte d ‘”inquinamento” per la razza umana da considerare la loro eliminazione un compito analogo a quello degli operatori ecologici.

Vivere costantemente in un sistema di menzogna diminuisce la capacità di percezione della verità. Non è mai una colpa seguire la propria coscienza ma può essere una colpa essere arrivati a formarsi delle convinzioni tanto sbagliate da aver perso la consapevolezza del male. In questo caso, per esempio, la colpa di un soldato delle SS non si trova tanto nel suo presente giudizio della coscienza (“uccidere un ebreo non è reato”) ma in quella trascuratezza verso il proprio essere che lo ha reso progressivamente sordo alla verità e ai suoi suggerimenti interiori. Chi teorizza come cosa buona l ‘uccisione di un innocente si è allontanato dalla verità in modo più grave rispetto a chi uccide l’innocente e sa di aver fatto una cattiva azione. Il non vedere più la colpa è un male più grave della colpa: il giusto e fisiologico senso di colpa è necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, come sintomo che permette di riconoscere la malattia. (16)

Gesù dice che “”(.) larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla morte, e molti sono quelli che entrano per essa””. (17)

Bisogna concludere che la maggior parte degli uomini “uccide” la propria coscienza? No, per perdersi non basta incamminarsi lungo la strada “larga “ma bisogna giungere alla sua fine: chi cammina lungo la strada “larga” rischia, però, di uccidere gradualmente la propria coscienza se si ostina a percorrerla.

Secondo Rollo May, padre della psicologia esistenzialista statunitense, molti psicoterapeuti, influenzati da una cultura di tipo illuminista, sono propensi a credere che l’analisi debba ricondurre gli uomini in un Paradiso terrestre dove sia realizzata una perfetta riunificazione delle componenti della personalità, dove tutti si aggirano in uno stato di grazia non più turbato da conflitti morali e psicologici.

Questa, in realtà, è una visione utopistica che ricorda la fiducia illuministica di Jean-Jacques Rousseau in una evoluzione naturale dell’essere umano verso uno stato di assoluta perfezione.

Compito realistico dello psicoterapeuta non è quello di abolire ogni conflitto e di realizzare il Paradiso in terra ma di trasformare i conflitti, che sono inevitabili, da conflitti distruttivi in conflitti costruttivi.

Questa tendenza utopistica (psicanalisi come sostituto del Paradiso) si evidenzia quando si affronta il problema del senso di colpa. Lo scopo di alcuni analisti è quello di farlo sparire del tutto, trattandolo soltanto come un sintomo di malattia mentale e rimproverando alla religione di alimentare in molti un senso di colpa morboso. Essi hanno certamente ragione perché è vero che l’eccessivo senso di colpa è collegato a una nevrosi e che religioni non illuminate o interpretazioni sbagliate della religione o abusi fatti in nome della religione hanno favorito troppo spesso un senso di colpa malato e distruttivo. Tuttavia il senso di colpa non può essere eliminato del tutto perché è parte integrante della natura umana.

Il senso di colpa sano e specifico della natura umana nasce da tre fattori:

1) la percezione della differenza fra ciò che una cosa è e ciò che dovrebbe essere; tutti proviamo sensi di colpa infinite volte al giorno. Quando passiamo davanti ad un mendicante per la strada, quando con le nostre azioni o omissioni facciamo del male a qualcuno, quando pensiamo ad una guerra che si sta combattendo in un altro paese: in breve, sentiamo la colpa ogni volta che nasce in noi il sentimento del – dovrebbe -, il senso della differenza fra ciò che una situazione è e ciò che dovrebbe essere.

2) La percezione della differenza e del contrasto fra la tendenza al piacere momentaneo e disordinato e la tendenza alla giustizia: rifiutare un piacere momentaneo e sbagliato richiede uno sforzo, implica una tensione ma i piaceri giusti sono quelli che non ci danneggiano, quelli che sono ordinati all’interno di un processo che intende integrare e coordinare gerarchicamente le potenze dell’anima fra di loro e nei confronti della verità: le passioni con la volontà, la volontà con la ragione e la ragione con la verità

Il piacere disordinato è solo il piacere momentaneo di una facoltà che entra in conflitto con altre componenti della personalità e con altri bisogni di natura spirituale che, sempre nell’uomo, accompagnano i bisogni di natura inferiore ed entra in conflitto con le leggi fondamentali della natura, che l’uomo è in grado di conoscere mediante la ragione: c’è nell’uomo, per esempio, il bisogno di integrare l’istinto di aggressività con il bisogno sociale e il bisogno di giustizia, di integrare l’istinto sessuale con il bisogno di affetto, di amore e di donazione. La mancata integrazione causa disturbi della personalità e infelicità. (18)

3) La percezione della differenza fra l’ideale di perfezione ed il nostro stato d’imperfezione: Ogni artista, per esempio, quando ha finito l’opera prova due emozioni: una è la soddisfazione e il senso di catarsi psicologica che ogni sforzo creativo porta in sé, l’altra è il senso di colpa che consiste nella consapevolezza che l’opera artistica non è mai perfetta come dovrebbe e cioè non corrisponde mai perfettamente alla visione che l’artista aveva in mente.

Il compito dello psicoterapeuta, dice May, consiste nell’aiutare il paziente a liberarsi dalla – morbosità – del suo senso di colpa, nato dal perfezionismo e da una visione spirituale distorta che nega la corporeità.

Ma compito dello psicoterapeuta è anche quello di aiutare il paziente ad accettare la tensione spirituale insita nella natura umana e che è all’origine di ogni sviluppo creativo. Noi non siamo creature né del tutto orizzontali né del tutto verticali ma viviamo in entrambe le dimensioni.(19)

Bisogna riconoscere che Nostro Signore Gesù Cristo, nei suoi insegnamenti, ha condannato quelle forme di rigorismo educativo che sono causa, spesso, dei sensi di colpa malati e distruttivi.

Gesù sottolinea che non ci può essere vera educazione senza amore. Il “rigorismo” educativo è l’eccessivo rigore applicato nello sviluppare le facoltà intellettuali, fisiche e morali, specialmente dei giovani. Il rigorismo è privo di ogni compassione e cioè di quello stato d’animo che porta a soffrire dei mali altrui come se fossero propri.

Nel rigorismo educativo non rientrano solo le percosse brutali e i rimproveri selvaggi che uccidono e distruggono la stima che l’individuo ha di sé: ci sono anche degli sguardi, delle espressioni del viso e degli atteggiamenti di “freddezza” capaci di ferire e di uccidere psichicamente. In molti genitori ed autorità, è stata ed è presente questa modalità educativa che finisce per separare la verità dalla carità.

Ma ogni separazione è opera demoniaca e Vangelo applicato in modo unilaterale e distorto. Ogni rigorismo educativo dimentica l’insegnamento più importante di tutti nell’esercizio di qualsiasi autorità e la cui non osservanza produce gli effetti più deleteri. L’insegnamento è quello di San Paolo apostolo:”” VOI, PADRI, NON ESASPERATE I VOSTRI FIGLI! “”. (20 )

Due altri insegnamenti di Gesù sono fondamentali in ogni processo educativo:”” NON GIUDICATE, PER NON ESSERE GIUDICATI! “” . (21) e l’altro sulla correzione fraterna:” SE UN TUO FRATELLO PECCA, RIMPROVERALO; MA SE SI PENTE, PERDONAGLI.

E SE PECCA SETTE VOLTE AL GIORNO CONTRO DI TE E SETTE VOLTE TI DICE: MI PENTO, TU GLI PERDONERAI “”. (22) Molti bambini, dipendenti e fedeli adulti hanno sperimentato e sperimentano l’autorità come istituzione “esasperante “perché coloro che detengono l’autorità non danno sufficiente ascolto a questi insegnamenti del Vangelo.

Gesù dice di rimproverare ma anche di perdonare sette volte al giorno chi si pente. Che significa?

Tutte le persone che hanno tendenze comportamentali disordinate devono essere costantemente accettate, amate, perdonate, ma, invece di essere approvate, devono essere incoraggiate a combattere contro le loro tendenze disordinate. Qualsiasi persona vivente sulla faccia della terra ha problemi e difficoltà personali, ma anche opportunità di crescita. In ogni uomo deve essere riconosciuta la libertà fondamentale che caratterizza l’essere umano: grazie a questa libertà, lo sforzo umano, illuminato e sostenuto dalla grazia di Dio, potrà consentire a ogni persona di liberarsi progressivamente dai propri comportamenti disordinati

Tuttavia, ciò che più conta è l’intenzione e il “lavoro” fatto, non risultati: Dio guarda il- cuore -.

Per quanto riguarda il “giudizio”, fatto salvo il dovere, per l’autorità, di esigere la riparazione del male compiuto a danno degli altri e di mettere in condizione di non nuocere chi attenta ai diritti del prossimo, Gesù dice che non bisogna giudicare con l’intenzione di condannare, ma con l ‘intenzione di aiutare e di condurre il nostro prossimo nella strada del bene. Le opere di misericordia spirituali, consistenti nell’insegnare a coloro che ignorano e nell’ammonire i peccatori (cioè coloro che prendono una strada sbagliata), comportano il giudizio delle azioni del nostro prossimo, cioè quell’attività intellettuale che confronta le azioni con le verità indicate dai comandamenti – che sono il riassunto della legge morale naturale-, per valutare se esse sono conformi o difformi dai comandamenti: infatti Gesù dice di rimproverare chi prende una strada sbagliata.

Possiamo e dobbiamo giudicare le azioni del nostro prossimo per aiutare i fratelli a camminare lungo le strade giuste ma non ci è consentito di emettere un giudizio sulle intenzioni perché solo Dio conosce l’intenzione che si nasconde nel – cuore – dell’uomo: solo la giustizia di Dio ha conoscenza della vera colpa interiore.

(Bruto Maria Bruti)

Bibliografia:

1) CFR Renzo Titone, Rudolf Allers Filosofo e psicologo, pp. 7-16, in Rudolf Allers, L’adolescenza e l’educazione del carattere, trad. Italiana, SEI, 1958

2) CFR San Tommaso D’Aquino, Summa, II-II, q.162, a.7

3) Mt 7,13-14

4) CFR il mio Domande e risposte sul problema dell’omosessualità, in Cristianità, anno XXX, n.314, novembre-dicembre 2002, pp.7-24 (domande n.9 e n.11, pp.10-12)

5) CFR Ermanno Pavesi, Considerazioni storiche sulla crisi morale contemporanea. Modelli educativi e violenza, in Cristianità, anno XXXI, n.319, settembre-ottobre 2003, pp.7-18 (pp. 16-18)

6) Gen 4,7

7) CFR Giovanni Petrocchi, Psicologia e psicoterapia cristiana, criteri diagnostici, metodologie cliniche, strategie psicoterapiche del movimento psicologico ispirato dall’insegnamento di Cristo sulla personalità dell’uomo, istituto per lo studio delle scienze psicologiche, San Benedetto del Tronto (A.P.) 1992, p.193

8) Es 20,17

9) CFR Catechismo della Chiesa Cattolica n.2538

10) CFR Gn 4,1-7; CFR La Bibbia prima lettura, a cura dei Gesuiti della Civiltà Cattolica- Roma e di S.Fedele-Milano, realizzazione di Pietro Vanetti S.J., p. 25, Edizioni Piemme, Casale Monferrato -AL-1984

11) CFR Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2539

12) CFR D.A.F. de Sade, La Filosofia nel boudoir, a cura di Virginia Finzi Ghisi, trad. italiana, Dedalo libri, Bari 1974, pp.53-54

13) D.A.F. de Sade, ibidem, p.86

14) CFR, ibidem, pp.102-103

15) D. A.F. de Sade, ibidem, pp.103-104

16) CFR Joseph Ratzinger, Elogio della Coscienza, Il Sabato 16 marzo 1991, pp.82-93 ( pp.85,86 e p.92)

17) Mt 7, 13-14

18) CFR il mio Domande e risposte sul problema dell’omosessualità, op.cit., ( n.VIII, Appendice sugli istinti e i bisogni umani, pp.21-24); sul problema della felicità e del piacere disordinato, ivi, ( domande n.9 e n.11, pp.10-12 )

19) CFR Rollo May, L’arte del counseling, il consiglio, la guida, la supervisione, trad. it., casa editrice Astrolabio-Ubaldini, Roma 1991, op. cit., pp. 27-32; CFR il mio, Domande e risposte sul problema dell’omosessualità, ibidem, pp. 21 (sul problema del perfezionismo e della pseudo mortificazione)

20) Ef 6,4

21) Mt 4,1

22) Lc 17,3-4