La tecnologia ci ruberà il lavoro?

Che ne è del lavoro umano nella società della tecnica? Per secoli si è assunto che lavoro e lavoratori si rinviassero l’un l’altro: non vi era dubbio che il lavoro fosse eseguito dai lavoratori. Oggi la robotica in crescita esponenziale tende a separare persona e lavoro, e non solo quello manuale poiché l’unione di intelligenza artificiale e di robotica viene applicata per gestire temi che chiameremmo “intellettuali”, quali per esempio procedure impersonali di conciliazione in cause civili di modesta entità economica. Il lavoratore sembra talvolta considerato un residuo di un tempo che indietreggia nel passato. In futuro potrebbe nascere una società bisognosa di molto lavoro manuale ma senza lavoratori, sostituiti dai robot.

Al momento i robot non sono ancora una presenza voluminosa nella nostra vita, tanti però sostengono che tra 15-20 anni lo diventeranno. Il processo influisce pure sul piano morale e antropologico, dove non sappiamo che cosa significherà domani la virtù di laboriosità, cantata per lunghe epoche nei codici morali, nei libri sacri, nella sapienza popolare come segno distintivo di una vita umana riuscita. Racconti e letteratura sono ricchi di aforismi e meditazioni in cui la vita felice sta in un lavoro che soddisfa e in un amore corrisposto. Una volta di più il lavoro umano è in questione, ridiventando un nucleo focale delle società attuali e della condizione umana sotto tre aspetti: il lavoro come mezzo di sostentamento; il lavoro come elemento centrale della maturazione e qualificazione dell’essere umano; e il lavoro come partecipazione alla vita sociale.

Ovvia e drammatica la domanda su come garantire un lavoro per tutti quando la diminuzione dei posti di lavoro è velocissima, e quando le nuove forme di produzione emarginano molte persone che non sono adeguate alle nuove tecnologie. Emergono domande scomode: i robot saranno una minaccia o un’opportunità? Ruberanno posti di lavoro per cui vi sarà una concorrenza tra uomo e robot, non solo un ausilio del secondo al primo? Che ne sarà dei milioni di lavoratori che saranno espulsi dall’attività lavorativa nella maturità e di quelli giovani che non troveranno un’opportunità? Tra le massime sfide del presente e del futuro prossimo, oltre a quelle ben note della guerra, della crescita delle disuguaglianze globali, dell’aggressione all’ambiente, due se ne sono aggiunte e riguardano il futuro del lavoro e l’intromissione sempre più profonda e pericolosa delle tecnologie nella vita della persona. Il lavoro umano è relazionale: incorpora un rapporto con l’oggetto materiale che viene elaborato, e una relazione con l’altro lavoratore e la società.

Nella società dei robot il lavoro tende a perdere il suo carattere di rapporto del soggetto con la comunità dei lavoranti, ed anche la relazione con la natura sarà più di oggi mediata da un “robot-servo” che si interpone tra soggetto e natura. Le nozioni di professionalità e di abilità ma- nuale si trasformano e quasi perdono senso. L’impatto della robotizzazione nel mondo globale, dove già adesso le diseguaglianze sociali e di benessere sono immense, sarà molto profondo, senza escludere l’Occidente e affini, dove si manifesterà maggiormente la “disoccupazione tecnologica”, proveniente dalla quarta rivoluzione industriale (la cd. 4.0, mentre intanto avanza la 5.0). Questo evento fatalmente metterà un numero crescente di persone in una condizione di sudditanza nei confronti di chi manovra le leve dell’economia, finanza, lavoro. Oltre a una drastica riduzione del bisogno di manodopera, si manifesteranno crescenti differenze tra lavoratori altamente specializzati e lavoratori poco qualificati. I temi evocati manifestano un impatto antropologico acuto: se il lavoro è espressione determinante della persona e del massimo bene umano cui essa aspira, mutare la struttura stessa del lavoro aprirà nuove grandi sfide per tutti.

Secondo l’insegnamento sociale della Chiesa «Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l’uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l’uomo ne è capace e solo l’uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone» (Enciclica Laborem Exercens, 1981). Il soggetto del lavoro è e dovrebbe rimanere la persona; il lavoro possiede dignità se rimane un atto umano, che non si può ricondurre solo alla sua dimensione economica, ed in ciò consiste il valore personalistico del lavoro.

Con le trasformazioni del lavoro nelle società robotizzate muta anche il diritto al lavoro, che non può ridursi ad un reddito di sussistenza sociale garantito, ad una vita dipendente economicamente da un assegno. Il diritto al lavoro è primo e più centrale del diritto nel lavoro. Per affrontare questi temi antropologici ed etici non ci si può affidare al pregiudizio del progresso e alla mal fondata persuasione che la tecnica ha sempre ragione; purtroppo l’imperativo tecnico è diventato quello più ascoltato, a cui ci si sottomette senza battere ciglio. Così sfugge un punto vitale nel rapporto tra capitale e lavoro: l’economia digitale e robotica lo ha modificato, creando uno squilibrio crescente in cui predomina il primo. Il moderno conflitto tra capitalisti e operai, che il XIX e XX secolo hanno cercato di regolare, sta riaccendendosi con una nuova questione sociale: la superfluità di una quota crescente del lavoro, che è fondamentale dimensione dell’esistenza umana e della sua dignità. La nuova e ultima, per ora, rivoluzione industriale non ha più al centro la fabbrica che è stata la realtà e il simbolo della rivoluzione industriale. La fabbrica dava lavoro ad un’immensa folla di operai e impiegati, mentre oggi la fabbrica è surclassata da imprese che fanno profitti molto superiori a quelli delle imprese precedenti con un numero molto minore di dipendenti. Nella nuova situazione in cui produzione e servizi saranno in grande misura assicurati dai robot, il loro proprietario capitalistico sarà un padrone-imprenditore di nuovo tipo, che guadagnerà tramite macchine e robot-servi che rubano lavoro agli esseri umani, e che non avrà vertenze sindacali perché i robot non sono pagati ed ubbidiscono sempre.

La nuova forma della questione sociale implica una ripresa del conflitto tra capitale e lavoro nella presente fase storica, in cui capitale e finanza possono spingere verso una robotizzazione senza limiti per incrementare i profitti a danno dei lavoratori in carne ed ossa. Il nuovo conflitto si aggiunge ad uno tuttora in corso da gran tempo: quello tra capitale e mercato da un lato, e giustizia dall’altro. Esso si concreta in uno squilibrio strutturale consapevolmente perseguito dal mercato capitalistico: comperare le materie prime nei paesi sottosviluppati al prezzo più basso possibile, e vendere i prodotti ottenuti al prezzo più alto possibile. Con la robotizzazione il dominio del mercato capitalistico raggiungerà l’apice, perché relativamente pochi faranno da guida sociale, molti invece faranno da contorno, quel contorno di non-lavoratori, di non possessori del proprio lavoro che saranno tenuti a bada da sussidi sociali. Indubbiamente vi sarà un incremento del lavoro intellettuale di invenzione, progettazione, programmazione, che sarà però di pochi. La tecnica va troppo veloce non solo per le capacità di adattamento dei più, ma per una accettabile sapienza di vita in cui grande dovrebbe essere lo spazio per il non-tecnico.

Sorge in maniera crescente la domanda: dobbiamo rincorrere affannosamente i travolgenti sviluppi tecnologici a prescindere da ogni altra considerazione, ignorandone i frequenti profili negativi e i danni manifesti? O invece diventa urgente mettere in questione l’idea stessa che la tecnica domini completamente e che a noi rimanga solo da fare da intendenza? Si profila la necessità di una moratoria globale in tanti campi (la robotica, il potenziamento umano e in special modo le biotecnologie e le modificazioni genetiche germinali) per riprendere il controllo di noi stessi e dei rapporti sociali primari. Sarà una lotta difficilissima contro l’onnipotenza della tecnica e della finanza, ma non per questo non va iniziata.
Vittorio Possenti – Avvenire

Aiuta con un piccolo contributo
con PayPal Bancomat o Carta di credito: