L’amore di un padre, la forza di un figlio

gty_team_hoyt_2008_kb_140408_4x3_992La maratona di Boston dell’aprile scorso e’ stata l’ultima competizione per il Team Hoyt, un duo padre-figlio che ha emozionato l’America e dato ragione della speranza

Se qualcuno pensa che vivere con una paralisi cerebrale spastica sia solo uno svantaggio, evidentemente non conosce la storia Rick Hoyt. Se qualcuno crede che essere genitore di un disabile costituisca un disgraziato fardello, significa che non ha mai guardato gli occhi raggianti e orgogliosi di Dick Hoyt.

Dick e Rick, padre e figlio, compongono il Team Hoyt, una delle espressioni più commoventi che la pur nobile storia dello sport mondiale abbia mai offerto. Per risalire alle radici di questo binomio straordinario, bisogna rivolgere lo sguardo al lontano 1962.

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Dick e Judy sono una felice coppia di sposi americana, che vive nella ridente cittadina di Holland, nello Stato del Massachussets. Quando Judy scopre di essere incinta, i due sono sopraffatti dall’entusiasmo. Fin quando non scoprono che il bimbo che sta per nascere è vittima di un incidente che si consuma nel grembo materno. Il cordone ombelicale gli si è avvolto attorno al collo procurandogli una protratta asfissia.

La carenza di ossigeno al cervello non lascia adito a dubbi: il piccolo Rick dovrà rimanere tetraplegico. Secondo le previsioni mediche, addirittura, è inevitabile lo stato vegetativo. Previsioni che tuttavia non considerano un elemento fondamentale, ossia l’amorevole impegno di quei due genitori che non si arrendono alla tentazione di imprecare per la nascita di un figlio disabile.

I due, nello sguardo sveglio di quel pupo che non può parlare, riescono a leggere tante cose, ad iniziare dal messaggio di speranza che li spinge a rivolgersi ad un affermato ospedale pediatrico di Boston. È lì che incontrano un medico che li incoraggia ad andare avanti, a trattare Rick come un qualsiasi altro bambino spendendosi per fargli vivere una vita in pienezza.

Le parole del medico vengono prese alla lettera. La perseveranza di mamma Judy fa sì che Rick impari perfettamente l’alfabeto e, qualche anno più tardi, con l’aiuto di un gruppo di ingegneri gli viene messo a disposizione un computer con il quale comunicare impartendo le istruzioni con i movimenti della testa.

È l’inizio di un cammino radioso. Rick viene ammesso nella scuola pubblica e nel 1972, quando ha 15 anni, esprime al padre il suo desiderio di partecipare a una corsa di beneficienza organizzata presso il suo liceo. Papà Dick, sospinto dall’affettuosa volontà di accontentarlo, accetta, sebbene non abbiano mai svolto attività sportive né lui né tanto meno suo figlio tetraplegico.

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Di necessità virtù. Dick partecipa insieme al figlio Rick, a cui spinge la carrozzina per tutte e cinque le miglia della competizione. Una volta a casa, stravolto dalla stanchezza ma felice, riceve dal figlio l’attestato più bello che potesse desiderare: Rick gli dice che quando correvano, tutti e due insieme, lui non si sentiva un handicappato, ma un giovanotto spensierato come tutti gli altri.

Si accende così una scintilla nel cuore di Dick. Vuole che quel sentirsi come tutti gli altri, il figlio Rick possa provarlo sempre, sfruttando questa propensione allo sport che matura sin da quando, alle prime armi con il suo computer, manifesta messaggi di sostegno verso la squadra di hockey dei Boston Bruins.

Questo padre premuroso inizia allora ad allenarsi caricandosi sacchi di pietre sulle spalle, con l’obiettivo di svolgere insieme a suo figlio quelle attività sportive che tanto lo gratificano. Il peso di quei sacchi diventa presto l’anticamera di un avvenire di soddisfazioni.

Ben presto i due appassionati danno vita al Team Hoyt, che si spende in maratone e gare di triathlon. Se si tratta del nuoto, il padre Dick trascina il figlio adagiato su un canotto; se c’è da pedalare, lo trasporta su di una bicicletta con un’apposita seduta anteriore; se si tratta di correre, lo spinge su una sedia a rotelle sportiva.

Con l’ultima maratona di Boston dell’aprile scorso, hanno portato a termine oltre mille gare. Inseriti nella Hall of Fame dell’Ironman nel 2008, nel 2013 sono stati premiati dall’emittente Espn, dopo una prolungata acclamazione da parte di tutta la sala. Senza contare che nel 1992, quando ancora erano lontani questi riconoscimenti più noti, hanno attraversato gli Stati Uniti in 45 giorni, compiendo un totale di 3.735 miglia tra corsa e bicicletta.

Di Federico Cenci