L’ascolto che cura le ferite dopo l’aborto

Che l’aborto per una donna sia foriero di dolore e di strascichi emotivi che possono durare per tutta la vita è un aspetto assodato ormai da tempo. Poco però era emerso finora dei sensi di colpa e delle ferite che può avere anche la figura maschile, relegata nell’ombra, quasi che gli effetti della mancata genitorialità non lo riguardassero affatto. Ma non è così, come dimostra l’esperienza dell’associazione «Difendere la vita con Maria» (Advm), che proprio due anni fa ha attivato un numero verde (800969878) per dare supporto a chi ha abortito. Secondo i risultati dell’attività svolta – che saranno presentati domani e sabato a Novara al convegno pastorale sul progetto «Fede e terapia. Nel nome del padre per una rinnovata accoglienza della vita umana» – su circa 6mila persone che hanno telefonato per chiedere aiuto e informazioni, il 30 per cento era di sesso maschile. «Oggi la situazione si sta invertendo – spiega la psicologa clinica e counselor Benedetta Foà, dell’équipe scientifica di Advm –. Molto spesso la donna decide di interrompere la gravidanza senza il consenso dell’uomo, e questo crea “uomini vittime”. Tra l’altro, che sia l’uomo a chiedere aiuto indica un malessere notevole, considerando che in genere fa più fatica a esprimere le emozioni».

Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2015 il numero di aborti è stato pari a 87.639, l’anno prima erano 96.578 Ivg. Da quando è stata promulgata la legge 194 – ormai 40 anni fa – in Italia si contano circa 5 milioni e mezzo di aborti volontari. «Molte persone – aggiunge Foà – hanno chiesto l’aiuto del sacerdote, dello psicologo, dello psichiatra o del ginecologo. Ma il 18 per cento ha chiamato più volte solo per il bisogno e la possibilità di parlare con qualcuno che non ti giudica». L’Advm finora ha preso in carico 200 persone. I sintomi più frequenti di chi soffre per il post-aborto sono depressione (33 per cento), sensi di colpa (31 per cento), vergogna e crisi di pianto (9 per cento), insonnia (5 per cento), chiusura sociale (3), disturbi alimentari (1). «I disturbi di depressione e ansia sono collegati – precisa Foà –. Prevalgono la bassa autostima e un atteggiamento che porta all’incapacità di stare con gli altri. Molti non sanno come gestire le emozioni o raccontare cosa è successo.

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Queste persone vivono un forte disagio, che si traduce in solitudine. L’aborto è un evento luttuoso di cui non puoi parlare, non riesci neppure a elaborarlo». La regione che contatta di più il numero verde è la Lombardia (23 per cento), seguono Piemonte (17 per cento), Lazio (15) e Veneto (8). Non si tratta sempre di aborti recenti. «Le persone che chiamano hanno abortito an
che trent’anni prima: è stato necessario tanto tempo solo per trovare il coraggio di fare una telefonata. Il primo passo per la guarigione è ammettere di avere abortito, e chiedere aiuto». In sostanza, il progetto «Fede e terapia», spiega il presidente di Advm, don Maurizio Gagliardini, «scaturisce dal cammino che da 20 anni svolgiamo con l’intento di essere un soggetto pastorale». E con la consapevolezza che il problema dell’aborto, legalizzato nel 1978, lo si debba affrontare non sul terreno dello scontro ma coinvolgendo tutti. «È necessario portare un aiuto – sottolinea Gagliardini – oltre che con la fede anche da un punto di vista complessivo della persona, con le indispensabili competenze scientifiche. Noi lavoriamo in rete insieme ai consultori familiari di ispirazione cristiana a livello nazionale. Con l’attivazione del numero verde si è aperto un canale di confidenze che immaginavamo ma non in proporzioni così grandi». Oltre alle richieste di aiuto delle donne, per gli aborti sia volontari sia spontanei, «a sorpresa abbiamo scoperto una presenza molto alta dei padri che, anche dopo molti anni, non hanno rimosso il dolore e il senso di colpa profondissimi per aver rifiutato il figlio o aver addirittura costretto la donna ad abortire, per motivi che in quel momento sembravano insormontabili ma contingenti, soprattutto di natura economica». Molte persone trovano conforto anche solo in un colloquio, per altri sono necessarie competenze specifiche. «Grazie alla nostra rete siamo in grado di allertare sul territorio i nostri collaboratori, i medici, gli ospedali, i consultori, e dare risposte concrete. Le persone che soffrono questo senso di colpa vivono una solitudine profonda, pensano anche di non poter contare più su Dio. Il senso di colpa porta la mente ad autopunirsi. E ogni malattia si trasforma in una giusta punizione. Invece – ribadisce Gagliardini –, la consapevolezza del peccato produce la fiducia e la confidenza, perché Dio è misericordia. Di certo, dobbiamo fare in modo che con la cultura, il volontariato, la pastorale, la politica, si arrivi a un impegno comune per la vita. Perché ogni concepito possa nascere, e non lo si possa più sacrificare per le ansie degli adulti».

Graziella Melina – Avvenire