Le parole, l’antilingua e l’antifamiglia

Le parole sono cose strane: possono essere astratte, ma anche concrete, percepibili dall’udito o dalla vista, leggere oppure pesanti, capaci di ferire oppure di guarire, di comunicare o di scomunicare, di trasmettere o di interrompere una comunicazione, possono ordinare (in tutti i sensi di questo verbo) o confondere e provocare disordine, essere comprensibili o incomprensibili (ricordate Babele?), fuggevoli o persistenti, essere nomi o indicare azioni. Spesso sono quanto mai “sensibili”, per dire, come si usa oggi, che pongono questioni etiche, problemi di moralità. Sicuramente trasmettono cultura, anzi culture: buone o cattive, positive o negative, costruttrici o demolitrici. Le seconde con molta maggiore facilità, capacità ed efficacia di penetrazione.

Messe insieme le une e le altre si trasformano in idee, concetti, discorsi, bla bla bla, racconti, narrazioni. Pensate all’Antico e al Nuovo Testamento e all’importanza che gli Ebrei davano e danno alla haggadah, il racconto della prigionia e della liberazione dalla schiavitù d’Egitto e rileggete i nostri Vangeli, che narrano il miracolo del Dio incarnato. La Rivelazione è tutta un seguito di parole, anzi di

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Parola. Parole di uomini e Parola di Dio. Prima di diventare libro la Parola di Dio fu scritta sulla dura pietra del monte Sinai, ma neppure questa sfuggi all’opera di demolizione delle parole degli uomini, che la prima volta riuscì a mandare in frantumi le tavole delle Dieci Parole. Qualcosa di peggio era già successo, come ricorderemo tra poco. Da allora ci furono parole di salvezza e parole di perdizione.

A pensarci bene, e come vedremo, anche molte parole di oggi fanno a pezzi un po’ di quelle medesime antiche Parole.

Potremmo proseguire a lungo su questa tastiera. Quelli scritti nelle righe precedenti sono soltanto accenni, tentativi di definire le parole di oggi. Si usa affermare che oggi siamo nella civiltà della comunicazione, anzi della parola digitale, vale a dire parole numeriche, in pratica infinite: certamente troppe e, dunque, svalutate. Invece bereshit, in principio, fu una Parola a creare il mondo, la stessa

Parola che poi lo salvò sacrificandosi sulla croce. Allora, bereshit, tutto era verità: la luce e la notte, le acque sopra il firmamento e quelle sotto il cielo, il mare e l’asciutto, il Sole e la Luna, gli uccelli, i pesci e le piante e le bestie non erano divise in domestiche e selvatiche, miti e feroci.

Ogni cosa era verità: «E Dio vide che era cosa buona». Con le creature, viventi o non viventi, Dio creò anche i nomi delle cose del cosmo, ma per quelli degli ani-mali riservò il compito all’uomo, affinché anch’esso partecipasse alla verità e stabilì che «in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome». Così tutto ciò che era stato creato all’inizio era vero e veritiero, anche – cosa meravigliosa e oggi inimmaginabile – tutte le parole dell’uomo. Sta scritto, infatti, nel Libro della Sapienza: «Dio ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane» (1,14; 2,24).

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Sennonché il primo incredulo e senza fiducia fu proprio il capolavoro di Dio, il quale, nel suo delirio di amore per lui, lo aveva reso libero e responsabile: Adam, “il terrestre”, conquistato dalla sua Hawwah, “la madre dei viventi”, che al primo tentativo cedette alla parola ingannevole dell’Avversario, il serpente Satana, il Bugiardo per definizione. Dice ancora il Libro della Sapienza: «La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo», il dia-ballo, il separatore (2,24). Così tutto fu messo in discussione e, per prima cosa, le parole-verità. Tant’è che, oggi, proprio nell’era delle parole, non sappiamo quasi più quali siano le parole vere e quali quelle false, menzognere e sono in molti a cercare di non farcelo più capire. Anche le parole, le idee, i concetti possono morire e far morire, uccidere. Messe insieme, le parole formano le lingue. Lingue veritiere, nonostante tutto, all’inizio, come tutte dovrebbero ancora essere; e poco più tardi lingue menzognere.

Accadde dopo un ulteriore tentativo degli uomini, naturalmente fallito, di dare la scalata al cielo, sospinti dal fascino della menzogna, dall’attrattiva della novità e da sempre nuovi modi di comunicare. L’Antilingua fu concepita a Babele e nacque dopo una gestazione di trenta secoli. Antilingua: la prima volta che questo nome apparve fu nel 1948, nella forma di «Neolingua» (cfr. George Orwell, 1984) e in seguito nel 1965, con un articolo di Italo Calvino su «Il Giorno», nella forma attuale.

Fu allora che le parole – le antiparole – dell’Antilingua cominciarono a sopraffare quelle genuine fino a imporsi su di loro, quando si affacciò sulla Terra l’era della supercomunicazione. Erano una novità: “Le parole dette per non dire quello che si ha paura di dire”, parole che assomigliano alle solite, perché sembrano essere le solite vecchie parole con cui tutti abbiamo confidenza e che ci rassicurano.

E invece le antiparole sono come un ingannevole attraente sorriso. Prendiamo, per esempio, l’antica e nobile parola “famiglia”, una delle più care agli esseri umani. Quanti di questi sarebbero realmente in grado di dire, oggi, qual è il suo vero significato? Famiglia tradizionale, nuova famiglia, famiglia di fatto, famiglia allargata, famiglia omosessuale (maschile o femminile), seconda famiglia, famiglia composta, famiglia monoparentale, famiglia borghese, famiglia socialista, famiglia lunga, famiglia cattolica, famiglia laica… È questo il tema della nostra riflessione.

Per lunghi secoli “famiglia” ha avuto il suo bellissimo e univoco significato, anche se, naturalmente, coesistevano le situazioni familiari e parafamiliari cui ora, nell’era delle superparole, si vorrebbe dare un primato: “famiglia con aggettivo”, ma, pur tollerando le varie tipologie di coppie e di convivenze esistenti, il solo buon senso comune era sufficiente a rifiutare i significati stravolti che ora si tenta di attribuirle.

Poco più di mezzo secolo fa, quando gente seria come i Padri Costituenti, pur partendo da ideali e programmi politici tra loro contrastanti e talora opposti (liberalismo, socialismo e comunismo, dottrina sociale cristiana), riuscirono a scrivere una Costituzione che molti Paesi c’invidiano e in cui due articoli, 29 e 31 che nominano esplicitamente la famiglia, ricevettero un significato preciso e univoco.

Questo i Padri fecero con consapevolezza e, insieme, con ciò che – assolutamente senza offesa e, semmai, come complimento e riconoscimento di rettitudine – potremmo chiamare “ingenuità”: bastava scrivere «fondata sul matrimonio» per escludere qualsiasi possibile equivoco.

I primi tentativi di teorizzare un nuovo concetto di famiglia, introducendo la tecnica dell’Antilingua anche nel matrimonio per demolirlo, come era stato fatto in precedenza per la gravidanza per “interromperla”, risalgono agli anni Ottanta.

«L’Unità» che allora era il giornale del Pci, parlò della nuova «famiglia socialista» (8 settembre 1980: l’anniversario di una resa). Cominciamo – scriveva rivolgendosi soprattutto alle donne e in vista della prossima trasformazione del Pci in Pds (c’era stata la rottura con il Pcus) – a «pensare seriamente a possibili valori familiari socialisti» per «scartare» i «valori familisti», per esempio, del «cattolicesimo tradizionale». L’artificio era palese. La «famiglia socialista» dovrà essere innanzi tutto «“libertaria”, nel senso di accettare e sostenere la vita familiare in tutte le sue complesse forme moderne», in altre parole «di sposati e non sposati, di famiglie con un genitore solo, di seconde famiglie» (adultéri accettati e legalizzati). Bisognerà, inoltre teorizzare «innanzi tutto il diritto delle famiglie a non sentirsi umiliate perché diverse», combattere per il riconoscimento delle cosiddette “famiglie di fatto”. I socialisti ipotizzavano anche la possibilità di una famiglia composta di conviventi dello stesso sesso. Del resto «L’Avanti!», quotidiano del Psi, parlava della famiglia «fondata sugli individui e non solo sulla coppia» (9 dicembre 1990).

Lo Stato, insisteva, deve riconoscere le scelte private dei cittadini come si esprimono nella «società degli affetti», vale a dire della cosa più fluida, instabile, non misurabile e senza possibilità di una qualificazione e definizione giuridica certa.

Iniziava allora a strutturarsi una nuova sociologia, cui avevano dato un contributo ideologico essenziale e “aggiornato” (leggi “sovversivo”) due importanti eventi internazionali promossi dalle Nazioni Unite: la Conferenza internazionale del Cairo sulla popolazione (agosto 1994) e la Conferenza mondiale di Pechino sulla donna (settembre 1995), che avallarono a livello mondiale la nuova antropologia dell’“uomo-che-si-fa-da-sè”. Il suo principio fondamentale ha due pilastri: l’autoreferenzialità o autodeterminazione e la negazione di ogni valore della rete di relazioni necessarie e vitali, in cui ciascuna persona vive e opera. Come l’assassinio e la guerra, anche il suicidio e l’eutanasia creano attorno a ogni loro vittima una rottura deliberata dei rapporti affettivi, delle responsabilità verso gli altri. Presentati come innocui per il prossimo, sono in realtà un impoverimento del presente e del futuro degli “altri”.

Il vuoto culturale provocato dalla crisi del comunismo e dei suoi regimi aveva lasciato al radicalismo individualista la possibilità di sostituirlo come strumento di una assai triste “felicità”, in cui anche la cultura borghese, così scarsa di ideali, si ritrovò pienamente, rifiutandone solo, per opportunismo più che per ragioni morali, gli estremismi. Da parte sua la sinistra ex comunista, rimasta senza i suoi vecchi ideali, trovò nel radicalismo, che con il progressismo classico nulla aveva a che fare, il materiale ideologico per una supplenza al sistema e al progetto che si erano dissolti. I programmi radicali (aborto, riconoscimento delle coppie di fatto, matrimoni omosessuali, eutanasia, gender, diritto di disporre liberamente di sé,eccetera) non erano certamente di sinistra: negavano ogni forma di solidarietà in nome esclusivamente delle soluzioni individualiste e difatti anche la destra liberale vi si ritrovò. Del resto il tipo di famiglia che si suole definire “borghese” non si allontana troppo da quella “socialista”. Già nel 1990 «Il Giornale» (21 settembre) concludeva così un articolo sulla famiglia: «Le scelte di sposare, di avere figli, di amare e basta sono affidate alla storia personale e ai bisogni di chi le compie: legge e religione devono essere discreti e concreti supporti alla tutela dei diritti e alla comprensione dei doveri […] La richiesta della Chiesa perchè si imponga burocraticamente un modello astratto di famiglia è contraddittoria persino con la morale cristiana» (?). Qualche giorno prima (13 settembre) «l’Unità» aveva registrato una proposta che parlava di «iscrizione di cani e gatti allo stato di famiglia».

Non c’è da meravigliarsi: in alcuni Paesi ritenuti “progrediti” (solo perché accettano il pluralismo familiare: per esempio l’Inghilterra) i genitori non sono più tali. Per riguardo verso i figli di famiglie omosessuali, si chiamano partner, termine dal significato quanto mai labile e mutevole. Oppure genitore A e genitore B, in regime di anonimato. In altre famiglie, nel rispetto della teoria del gender (non vale più il genere di nascita, ma quello che si è scelto o ripudiato), al figlio non s’insegna se è maschio o femmina: dovrà “scegliere” il proprio sesso quando comincerà a capire che cosa vuol dire. In altri Paesi, come la Norvegia, il «modello nordico di famiglia» è così definito: «Quella costituita da due persone che condividono durevolmente lo stesso letto e la stessa tavola», nient’altro. Definizione richiamata recentemente da un importante quotidiano italiano, che reclamava «meno ideologia » e più concretezza nel campo della famiglia. In realtà ideologico è qualsiasi tipo di famiglia diverso dall’unico vero. Quella che noi chiamiamo normale e tradizionale, cioè fondata sul matrimonio, è l’unica, inequivocabile famiglia prevista, oltre che dalla fede, dalla Costituzione della Repubblica (art. 29). Torniamo agli effetti della trasformazione della parola da veritiera a menzognera, della lingua in antilingua. Oggi le battaglie ideologiche, specialmente se di tipo radicale o laicista, assai più che con le argomentazioni razionali si conducono, e spesso si vincono, con delle semplici parole: basta inventarne di nuove modificarne il significato. Peggio: a volte basta una semplice sigla. È bastato chiamarlo IVG che l’aborto è stato accettato, liberalizzato e legalizzato; è bastato definire “grumo di sangue” o, nel migliore dei casi, “progetto” o “speranza d’uomo” o ridicolizzare i termini medici dei suoi primi giorni di vita (per esempio lo zigote) per negargli ogni diritto e ogni condizione giuridica, di cittadinanza e familiare.

È stato sufficiente ridurre alla sigla PMA la fecondazione artificiale praticata, un tempo, sui soli animali e oggi anche sulla donna, per farla diventare terapia: così gli sterili si sono illusi di guarire, dimenticando che, nel migliore dei casi, si tratta di una sorta di “protesi” temporanea. Appena la parola “diritti” fu qualificata con l’aggettivo “civili” perfino certi delitti divennero, per legge, diritti (lo ricordò anche Giovanni Paolo II nella sua Enciclica Evangelium vitae, n. 21). E la semplice importazione dagli Stati Uniti di due paroline – living will, il testamento biologico – ha trasformato l’omicidio del consenziente (magari con un consenso semplicemente supposto o fornito da una terza persona) in una specie di ottava opera (laica) di misericordia corporale (cfr. il Catechismo di Pio X).

È bastato inventarsi la categoria degli “eterosessuali” (coloro che non hanno alcuna necessità di essere qualificati sessualmente al di là del genere) che gli omosessuali hanno conquistato l’omologazione della loro condizione o del loro “orientamento” come seconda e pari “normalità” sessuale1; in ogni modo l’illusoria parità artificialmente creata con la distinzione tra omo ed etero ha consentito il reclamo di una falsa parità di diritti, cosicché i gay hanno potuto rivendicarne addirittura un pacchetto (matrimonio, adozione, successione, pensione di reversibilità, subentro nei contratti di locazione, diritto di accesso per l’assistenza in ospedale): in realtà un pacchetto di (inesistenti) diritti in più rispetto a quelli che già spettano a tutti: normo- od omo- o trans- sessuali in quanto esseri umani maschi o femmine.

Dopodiché non si può che essere d’accordo con Giuliano Ferrara, il quale, tanto sbrigativamente quanto efficacemente, scrive: «Piantatela di rifilare al mondo la storiella del matrimonio omosessuale come questione di diritti e come soluzione giuridica»2. È solo una «ideologia», un attacco distruttivo al matrimonio, insomma un’antiparola per metterlo fuori gioco.

Ecco, dunque, come l’avvento di un linguaggio composto di parole apparentemente innocue, ma in realtà sovversive del buon senso comune e della morale – quelle appena ricordate e anche molte altre – ha fatto sì che la nuova cultura dei “diritti civili” mettesse l’assedio ideologico alla famiglia e a quasi ogni altra istituzione o comportamento coerente con la semplice morale comune. Particolarmente accattivante ed efficace in questo senso è il linguaggio pseudo-giuridico dell’Antilingua: non soltanto quello dei “diritti civili” (per esempio i cosiddetti “diritti sessuali” e “riproduttivi”), ma anche quello delle sentenze cosiddette creative. Ultimamente e dopo le decisioni giudiziarie sulla legittimità dell’esposizione del Crocifisso negli edifici pubblici, ecco la sentenza, in Germania, che vieta la circoncisione ebraica (ma stranamente non quella islamica), definita una violenza ingiustificata imposta ai neonati. Come non temere una possibile replica questa volta sul battesimo degli infanti? È stato giustamente fatto notare che non è difficile intravedere in sentenze di questo genere un attacco contemporaneo alla libertà religiosa e al diritto-dovere primario della famiglia (in Italia riconosciuto esplicitamente dalla Costituzione) di educare i figli secondo la propria fede e i propri principi: su tutto ciò dovrebbe invece prevalere una sorta di tutela dei diritti dei neonati da parte dello Stato (uno “Stato etico” e dittatoriale). Per non dire delle reiterate campagne antinataliste rivolte al Terzo Mondo che, stranamente ma non troppo, riescono a trovare colossali finanziamenti pubblici e privati che le ben più urgenti campagne contro la fame neppure si sognano. E per tacere, infine, del linguaggio “farmaceutico” con cui vengono falsamente presentati anche dalle autorità di governo prodotti abortivi spacciati per anticoncezionali cosiddetti d’emergenza.

Com’è evidente, ormai non solo un nuovo lessico antifamilista coerente con il pluralismo e il relativismo etici e con l’antropologia autoreferenziale di cui si è parlato poco fa, ma anche alcune leggi sono divenute vere e proprie minacce e azioni ostili alla famiglia. Ricorderemo, oltre alla 194 d’aborto, quella del 1974 sul divorzio e le successive sul divorzio sempre più breve, comprese quelle tuttora in itinere; e la legge 40 sulla fecondazione artificiale con il suo strascico letale di embrioni condannati all’abbandono e a una lenta morte nei superfrigoriferi ad azoto liquido. Insomma, il linguaggio, la cultura e la legislazione, influenzati dalla nuova antropologia stanno sempre più stringendo la famiglia in un vero e proprio assedio, alla cui difesa manca pressoché del tutto (intenzionalmente?) un sistema organico di politiche familiari.

A Milano, durante il VII Incontro Internazionale delle Famiglie, Papa Benedetto XVI aveva portato, come sempre hanno fatto tutti i Papi, parole veritiere.

Aveva parlato della “vita buona”, quella del Vangelo, e della famiglia vera, quella «chiamata ad essere immagine del Dio unico in Tre Persone» e della Chiesa, «la famiglia fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna». Aveva ricordato che «nel vivere il matrimonio voi non vi donate qualche cosa o qualche attività, ma la vita intera»; che il matrimonio «è fecondo per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione»; aveva citato la Famiglia di Nazaret e agli sposi aveva spiegato che «la vostra vocazione non è facile da vivere, specialmente oggi, ma quella dell’amore è una realtà meravigliosa, è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo e tante altre cose».E aveva, infine, accostato «famiglia, lavoro e festa: tre doni di Dio, tre dimensioni della nostra esistenza, che devono trovare un armonico equilibrio. Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione, la paternità e la maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire la società dal volto umano».

Parole che più vere non si può. Si è mai udito o letto dai Signori dell’Antilingua qualche cosa che fosse vagamente simile in sostanza e in bellezza? La “vocazione”, per esempio, o la parte di Dio nel matrimonio? Negli anni Cinquanta un libro del vescovo americano mons. Fulton Sheen che aveva suscitato scalpore in tutto il mondo, fu Tre per sposarsi: il terzo era Gesù.

Quanta povertà, quanto gelo nel linguaggio dei “diritti civili”. La reazione dei professionisti dell’Antilingua al discorso del Papa fu violenta. Una insurrezione verbale cercò platealmente di rovesciare le parole di Benedetto XVI in falsità: «Quella folla di tifosi convocata allo stadio Meazza, avrebbe voluto magari sentir pronunciare parole di verità». Così era scritto nell’articolo di fondo di un quotidiano portabandiera dell’Antilingua, che così proseguiva: «Invece il vecchio papa stanco ha ripetuto i dogmi dell’esangue dottrina, preceduti dall’invito, rivolto alla politica, di “farsi amare”, di svolgere l’incarico pubblico come “elevata forma di carità”»3. Era la reazione a parole del tutto nuove a quelle orecchie, che ormai hanno perso ogni capacità di comprensione del loro senso. Un altro importante quotidiano sentenziò che «il matrimonio gay non è una minaccia» per la famiglia, e che una legge sulle unioni gay «fa scandalo solo in Italia»4. Alle parole di Papa Benedetto XVI sui figli e sulla vocazione dei genitori, il magazine di un altro quotidiano contrappose disinvoltamente varie pagine che descrivevano «una normale infanzia gay» e i «piccoli outing» infantili. Pietoso. Chissà, forse Benedetto XVI pensava a quelle reazioni in Antilingua di tanti media quando, una decina di giorni dopo, parlando ai fedeli della sua Diocesi riuniti in un convegno sul battesimo, diceva «no a una cultura in cui la verità non conta», a un modo di pensare «dominato dallo spirito di calunnia e di distruzione, che cerca solo il benessere materiale e nega Dio». Parole dure, forse, ma veritiere anche queste. Parole, però, che sono un messaggio contro la distrazione e l’indifferenza di tanti cattolici verso un’Antilingua che dilaga sempre più e che ormai si è fatta lessico comune anche tra chi, se vi riflettesse anche appena un po’, si scandalizzerebbe  di se stesso. Se in un’alleanza nuova tra uomini e donne di buona volontà non si riprenderà il controllo del linguaggio della verità (questo sì un linguaggio laico), il rischio sarà una specie di suicidio etico, linguistico e sociale.

Pier Giorgio Liverani- da Quaderno n.10 di Scienza e Vita