Le ragazze che cercano una cella e la gioia

Incontrare Dio, la sua bellezza, nel cuore della città e allo stesso tempo nel richiamo del silenzio, nella preghiera con le sorelle. Attrazione claustrale? Fascino della vita contemplativa? L’esperienza di una vita trascorsa nel nascondimento sembra in crescita negli ultimi anni, in Italia e in Europa.

Ma anche in terra di missione. Lo dicono i numeri, lo raccontano in prima persona alcune giovani consacrate che hanno avvertito una chiamata particolare: quella di optare per un’evangelizzazione silenziosa, per una testimonianza celata, anzi quasi invisibile nel fragore delle piazze mediatiche e nei processi di accelerazione che guidano un pianeta ormai globalizzato. «Non ho mai pensato di farmi suora. Tanto meno monaca di clausura. Sono nata a Rimini e ho vissuto per 19 anni a Cattolica, perciò non mancava il modo di divertirsi», racconta suor Maria Eliana del Carmelo Sant’Anna, a Carpineto Romano, inaugurato nell’aprile 1979 nel rione San Giovanni, in un centro storico spopolato fatto di vicoli e gradini. Grazie alla comunità delle carmelitane, la chiesa di San Giovanni evangelista è stata riaperta (dopo anni di dismissione) e la vecchia canonica ristrutturata a monastero.

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Qui vive la sua vocazione contemplativa suor Eliana, che annota sul sito del monastero: «La mia vita era come quella di tanti giovani: mare, discoteca, uscite con gli amici… Non pensavo al Signore. Ma Lui, nel suo amore, ha pensato a me e si è fatto presente. Come? Interiormente. Avvertivo che non era più “qualcosa” di astratto, ma Qualcuno molto vicino a me, dentro di me, che permeava e avvolgeva la mia vita e che nulla di quanto speravo o soffrivo o desideravo gli era sconosciuto. Mi sono sentita amata da Lui e questo amore mi ha toccato il cuore». Naturalmente – prosegue la carmelitana nelle pagine web – «ci sono stati anche degli avvenimenti concreti che mi hanno spinta a compiere una scelta del genere: il Signore, durante quegli anni, mi ha messo dinanzi persone e cose che certamente era Lui a “muovere”. A 15 anni un amico della parrocchia mi diede da leggere Storia di un’anima, scritto da santa Teresa di Lisieux; da qui è partita la mia “avventura”». Se è vero che Internet raggiunge diversi monasteri, e che posta elettronica piuttosto che blog o forum on line diventano luoghi di ascolto e di “raccolta” di preghiere d’intercessione, forse bisogna fare un passo indietro per riconoscere il messaggio più profondo della scelta contemplativa: ribadire il primato di Dio e la centralità della sua Parola, che dà senso alle altre e fa ritrovare alla persona il suo baricentro.

Altrimenti vivere attorno a un chiostro non ha senso, dice l’agostiniana suor Fulvia, 33 anni e un sorriso che disarma: «Il monastero è come un grande contenitore chiamato a raccogliere e a non disperdere i desideri profondi del nostro cuore e quelli dei fratelli, portandoli di fronte a Dio. La clausura è un limite scelto per una libertà più grande: vuol dire affacciarsi da un angolino di mondo per poterlo vedere tutto. Pensa a un liquido che senza contenitore si disperde… Invece gli argini lo aiutano a prendere forma». L’esempio dell’acqua è particolarmente calzante per suor Fulvia, entrata nel 2002 nel monastero agostiniano dei Santi Quattro Coronati (a pochi passi dalla Basilica Lateranense, nel cuore di Roma): nata e cresciuta a Ostia, sul mare, amante della barca a vela, si era laureata in sociologia e sognava di fare la giornalista specializzata in finanza etica ed economia solidale, con un marito e dei figli.

Voleva cambiare il mondo comunicando, ora cerca di farlo dalla grata. Angelismo masochistico o sublimazione di un attivismo vissuto nel gruppo scout? «Ho semplicemente incontrato alcuni consacrati felici di esserlo, ho visto in loro la bellezza che cercavo: non una sterilità, anzi, la consapevolezza di aver donato la loro vita li arricchiva e li trasfigurava. E ho capito che cercavo tutto questo da tempo, senza sapere dove trovarlo». Poi sono iniziate le paure, attenuate du rante l’esperienza di due mesi in monastero: «Volevo litigare con le sorelle, annoiarmi, fugare ogni parvenza di slancio o di entusiasmo superficiale. Ed è stato così: un innamoramento feriale!», scherza, gli occhi incorniciati dalla cuffia bianca e dal velo nero. Dalle sue parole emerge un altro “segreto” che la clausura invita a riscoprire: vivere insieme è possibile.

La comunione, quindi, non è una parola astratta ma una conquista faticosa. Eppure alla portata di tutti: delle coppie, dei bambini, delle comunità parrocchiali. «Penso che oggi il mistero della vita comunitaria, tra persone che non si sono scelte, rappresenti la sfida più alta – riferisce la giovane monaca -, perché dice che le relazioni non vanno sfuggite, che si può dialogare: un messaggio che stride con l’infelicità provocata dalla solitudine e dalla dispersione, dall’inafferrabile senso di vuoto… Le nuove povertà».

Nessun spiritualismo disincarnato, dunque. Perché clausura significa anche accoglienza della comunità, ricorda la 44enne suor Chiara Damiana, della provincia di Milano, clarissa al monastero Santa Lucia di Foligno, dove è entrata vent’anni fa. «Il carisma della fraternità è molto forte per noi e non è mai stato facile incarnarlo – sottolinea la monaca, dal 2000 maestra delle novizie -, ma vedo che le giovani fanno fatica ad imparare nuovamente l’abc del vivere insieme, del comunicare con l’altro. Oggi risulta molto più facile concepirsi da soli, non percepire l’altro come qualcuno che ti aiuta a conoscerti e a crescere ma come una minaccia. I media, i computer, i cellulari moltiplicano i contatti ma non aiutano ad andare in profondità, a giocarsi e coinvolgersi nelle relazioni personali». Sembrerebbe paradossale, dall’esterno, che in un luogo di silenzio e di isolamento dal mondo si vada a scuola di autentica comunicazione e di fraternità. Ma ovunque, e forse ancor di più in monastero, «per incontrare davvero il Signore non possiamo prescindere da chi abbiamo accanto, mentre prima è c ome se ognuna fosse vissuta in solitudine, in un contesto che non ci ha aiutato a crescere nella comunione».
Laura Baradacchi

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