Le soluzioni all’Aids proposte dalla Chiesa Cattolica

La Chiesa cattolica è regolarmente messa alla berlina per il suo rifiuto di avallare l’uso del preservativo nella lotta alla diffusione dell’Hiv e dell’Aids. Questa posizione non è solo frutto di un sano insegnamento morale, ma è sostenuta da solidi elementi scientifici.

(Ndr: la Chiesa cattolica fornisca più del 25% di tutte le cure offerte alle persone sieropositive o malate di AIDS.  Questa percentuale è ovviamente più elevata in Africa, dove nelle aree più isolate raggiunge quasi il 100%.)

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E’ questa la tesi di un libro pubblicato recentemente dal National Catholic Bioethics Center di Philadelphia. Nel volume, dal titolo “Affirming Love, Avoiding AIDS: What Africa Can Teach the West” (Affermare l’amore, evitare l’Aids: ciò che l’Africa può insegnare all’Occidente), gli autori Matthew Hanley e Jokin de Irala spiegano perché il tentativo di fermare la diffusione dell’Hiv in Africa ha avuto così poco successo e come tale tentativo si sia basato soprattutto sull’uso del preservativo.
Hanley è stato il consigliere tecnico per l’Hiv/Aids del Catholic Relief Services fino al 2008 ed è specializzato nella prevenzione del contagio da Hiv. De Irala è vicedirettore del Dipartimento di medicina della prevenzione e di salute pubblica dell’Università di Navarra, in Spagna.
Il libro inizia osservando che quasi tutte le istituzioni occidentali attive in questo campo condividono l’opinione che le politiche di riduzione del rischio, come quelle di promozione dell’uso del preservativo, debbano essere prioritarie. Tali soggetti, che gli autori definiscono come “l’Aids establishment”, si concentrano sulle soluzioni tecniche anziché su quelle comportamentali.
Solo gli Stati Uniti fanno eccezione, avendo cambiato politica adottando la “Strategia ABC”, in seguito al successo che questa ha avuto in Uganda. La “A” sta per astinenza, la “B” per “be faithful” (essere fedele) e la “C” per “condom use” (uso del preservativo).
Secondo il libro, la parte essenziale di questa strategia è data dai primi due elementi. Di fatto, ovunque vi sia stata una riduzione dei tassi di contagio di Hiv in Africa, ciò è dovuto a cambiamenti fondamentali nel comportamento sessuale.

Prevenzione

 Cercare di modificare il comportamento delle persone non solo è più efficace, ma rappresenta un ritorno al buon senso del principio medico della prevenzione primaria, sottolineano gli autori. Prevenire la trasmissione dell’Hiv costituisce un’urgenza soprattutto in alcune parti del mondo come l’Africa, dove vi sono grandi difficoltà a fornire cure mediche adeguate.
Per rendere l’idea, Hanley e de Irala ricorrono all’analogia con il consumo del tabacco. Forse un tempo poteva sembrare utopistico voler cambiare una situazione in cui il 75% della gente fumava, ma le autorità sanitarie hanno intrapreso politiche tali da aver portato a modificare tale comportamento.
Per quale motivo, si chiedono, quando si parla di tabacco, colesterolo, vita sedentaria, eccessivo consumo di alcol, le autorità considerano necessario e opportuno cambiare i relativi comportamenti, mentre ciò non avviene per le malattie associate al comportamento sessuale?
Uno dei problemi associati alle politiche di riduzione del rischio che si affidano a soluzioni tecniche anziché a cambiamenti comportamentali è quella che viene definita compensazione del rischio, cioè che i benefici ottenuti grazie all’intervento tecnico diretto a ridurre il rischio possano essere vanificati da un successivo cambiamento comportamentale maggiormente a rischio.
Gli autori portano l’esempio della cintura di sicurezza, la cui efficacia può essere annullata se insorge il pensiero di poter guidare in modo meno prudente proprio perché si ha una maggiore protezione. Allo stesso modo, l’uso del preservativo può portare le persone a pensare di poter avere un’attività sessuale meno controllata.
Questo è particolarmente rilevante in Africa, dove gli studi mostrano che quando un numero significativo di persone intraprende rapporti sessuali multipli le probabilità di infezione sono molto più alte rispetto a quelle di comunità in cui le persone riducono le partnership multiple.
Ridurre i rapporti sessuali multipli è essenziale per ridurre i tassi di infezione di Hiv, affermano gli autori.
L’esempio migliore a conferma di questo viene dall’Uganda, dove i tassi di infezione da Hiv sono diminuiti dal 15% del 1991 al 5% del 2001. Ciò che ha prodotto questa forte riduzione è stato il grande cambiamento nei comportamenti sessuali, osserva il libro.
“Questa decisione di impedire la diffusione di una malattia mortale e traumatica attraverso il cambiamento comportamentale ha in definitiva risparmiato la vita di milioni di persone”, affermano gli autori.

 Uso del preservativo

 Mentre il tasso di utilizzo del preservativo in Uganda era a livelli simili di Zambia, Kenya e Malawi, il numero dei partner “irregolari” in Uganda era bruscamente diminuito. E mentre in questo Paese i tassi di diffusione dell’Hiv sono diminuiti, non è avvenuto lo stesso negli altri.
Uno dei fattori che sta dietro al successo del cambiamento comportamentale in Uganda, sottolineano gli autori, è il lavoro delle suore e dei medici cattolici. I primi presidenti della Commissione per l’Aids del Paese, peraltro, sono stati un Vescovo cattolico e uno anglicano.
Purtroppo negli ultimi anni “l’Aids establishment” ha guadagnato terreno in Uganda e le politiche si sono dirette maggiormente verso la promozione dell’uso del preservativo. A questo ha fatto seguito un aumento nei tassi di trasmissione dell’Hiv.
Gli autori citano anche i dati di altri Paesi quali Kenya, Thailandia e Haiti, da cui emerge come i cambiamenti nei comportamenti abbiano portato a una riduzione dei tassi di trasmissione dell’Hiv.
Per contro, in Sudafrica, dove ci si è concentrati soprattutto sulla promozione del preservativo, la persistenza di un’elevata diffusione dei rapporti multipli ha contribuito a mantenere i tassi di infezione a un livello definito dagli autori di “incidenza allarmante”.
L’idea dell’astinenza non trova facilmente posto nella cultura contemporanea, ma come sottolineano Hanley e de Irala, sebbene la fedeltà sia stata il fattore più importante del successo africano, anche l’astinenza è importante.
L’astinenza influenza il comportamento futuro – secondo gli autori –, e prima una persona inizia l’attività sessuale, maggiore sarà il numero dei partner che potrà avere nella sua vita sessuale, e maggiore sarà quindi il rischio di contagio con l’Hiv.
Il libro cita uno studio, svolto dalla United States Agency for International Development, che ha preso in esame le variabili associate all’incidenza dell’Hiv in Benin, Camerun, Kenya e Zambia.
Dallo studio risulta che gli unici fattori associati a una minore incidenza dell’Hiv sono il minor numero di partner (fedeltà), un debutto sessuale meno precoce (astinenza) e la circoncisione maschile. Non rientrano, invece, tra i fattori associati a una minore incidenza dell’Hiv lo status socio-economico e l’uso del preservativo.
Nonostante questi fatti e altri elementi probatori forniti nel libro, gli autori sottolineano che i documenti delle Nazioni Unite sull’Aids continuano a considerare l’uso del preservativo la tecnica più efficace per la prevenzione della malattia.
Il condom può ben essere la “tecnica” più efficace nella riduzione dei rischi di infezione, ammettono gli autori, ma non è certo la misura di prevenzione più efficace.

 Sessualità umana

Sebbene il dibattito su come arginare l’Hiv assuma spesso un linguaggio scientifico, secondo Hanley e de Irala la questione è piuttosto espressione del contrasto fra due diversi approcci filosofici e morali alla sessualità umana. Da un lato vi è la tradizione giudaico-cristiana, che considera la sessualità come interna al matrimonio. Secondo questa tradizione, l’adozione di confini morali e la pratica dell’autolimitazione sono necessarie per raggiungere la piena realizzazione umana.
Dall’altro lato vi è la cultura occidentale che esalta la libertà assoluta nella ricerca del piacere. Ciò spiega perché questo approccio concettuale cerchi soluzioni tecniche alle conseguenze indesiderate dell’attività sessuale.
L’Arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha parlato all’Assemblea Generale della questione dell’Hiv/Aids:
Se l’Aids si deve combattere affrontando in modo realistico le sue cause più profonde e i malati devono ricevere le cure amorevoli di cui hanno bisogno, noi dobbiamo offrire alle persone maggiore conoscenza, capacità, competenza tecnica e strumenti”, ha affermato.
Maggiore attenzione e più risorse devono essere dedicate al sostegno di un approccio basato sui valori e sulla dimensione umana della sessualità, ha sottolineato il presule.
Dobbiamo riconoscere, ha proseguito, l’esigenza di una “onesta valutazione delle modalità utilizzate in passato, che potrebbero essersi basate più sull’ideologia che sulla scienza e sui valori, e di una azione determinata che rispetti la dignità umana e promuova lo sviluppo integrale di ogni persona e di tutta la società”.
Un appello per tutti a mettere da parte pregiudizi e preconcetti per affrontare adeguatamente questo gravissimo problema.
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