Lettera aperta di una dottoressa missionaria a un prete

Chiara%20CastellaniCiao, ci conosciamo da cinquant’anni, ma solo ora ho avuto il coraggio di scrivere una lettera che ho dentro da sempre. Il contenuto te l’ho trasmesso a piu’ riprese, senza tener conto se eri italiano, latino americano o africano.

Ne’ ha avuto importanza per me se tu eri un giovane prete, un vescovo, un nunzio apostolico. Quando ho avuto bisogno di te, tu per me eri sempre e comunque il successore dei dodici apostoli. Anzi, dell’apostolo delle genti, colui che ci invita alla perseveranza, che io chiamo testardaggine. Da quando ho fatto una scelta missionaria che – pur nella sua laicita’ – considero radicale, ho avuto spesso bisogno di incontrarmi con te per confrontare la mia missione con la tua. E ogni volta non solo mi hai incoraggiato ad approfondirla, ma ne hai condiviso fino in fondo le sofferenze e le sfide, dandomi ogni volta piu’ fiducia sul fatto di non essere considerata un’intrusa, ma una sorella. È grazie alla tua presenza che – se mi lamentavo molto della mia vita in Congo – sono riuscita a decidere che non potevo lamentarmi più perché era una mancanza di fiducia nell’Altissimo.

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Ho avuto bisogno di te prete nei momenti più difficili:  ricordi il giorno in cui ricevetti la notizia del vile assassinio del dottor Richard, e c’eri solo tu con cui potevo confrontarmi sulla miseria e la divinità dell’essere umano? O quando venni accusata ingiustamente di aver usato farmaci scaduti e subii tre interrogatori di ore? Fosti tu a guidarmi a scegliere la strada del perdono, che poi si rivelò vincente. Quando mi ammalai di black water fever, ebbi bisogno più di assistenza spirituale che medica. Perché per i miei malati non dovrebbe valere lo stesso? Quante volte sono venuta da te la sera tardi, perché avevo urgente bisogno di parlarti di un malato grave o di un paziente morto fra le mie braccia… Non fosse altro che per ricevere un piccolo incoraggiamento.

Anche se a volte ero preoccupata di poterti danneggiare, girando per la canonica in quelle ore tardive. Tu mi hai fatto capire che mi saresti stato vicino nonostante i tuoi impegni e i tuoi doveri di sacerdote. Poi è stato possibile installare l’e-mail. E allora abbiamo concordato che fisicamente in quel momento eri lontano, ma spiritualmente ancora vicino. L’abbiamo chiamato insieme «l’appuntamento del sabato». Da allora si è installata fra noi una comunicazione non verbale, fatta di attesa, che ha riempito non solo gli spazi fra gli appuntamenti, ma anche la distanza che ci separava. Spesso sono stata io a mancare all’appuntamento; altre volte eri tu. Ma anche quando non riuscivo ad avere tue notizie, mi dicevo che potevo aspettare e ti scrivevo egualmente, perché so che quando avrai tempo leggerai la lettera. Perché so che ci sei.

Da quell’attesa ho capito che con Dio bisogna avere pazienza, perché lui è paziente. Ma non ho ancora imparato a viverlo davvero… Ci proverò. Ma sai bene che non so aspettare. E se la soluzione non si fa subito evidente, comincio a farmi problemi inutili. Invece devo aver fiducia in Dio e – come dice san Paolo – perseveranza nella preghiera. Credo che Dio superi la nostra intelligenza nella sua misericordia. E quando nell’intelletto umano (io come medico, tu come prete) non si trova la soluzione, bisogna cercarla insieme nella preghiera.

Perseveranza nella preghiera: questo è il nocciolo. Troppo spesso ho l’impressione di fossilizzarmi solo sui bisogni materiali di chi assisto. Forse perché all’università sono stata riempita di nozioni su questo, mentre ho difficoltà a recuperare la dimensione verticale, la presenza e il bisogno di Dio nella mia vita come nella loro. Dimmi allora tu, prete, che cosa posso fare per scoprire e vivere questa dimensione. Certo è che se voglio condividere con te la dimensione verticale, tu devi accettare di condividere con me la dimensione orizzontale: quella dei bisogni. Se sappiamo completarci nelle due dimensioni dello spirito (perché anche lo spirito ha bisogni orizzontali), solo allora avremo entrambi la possibilità di vivere la piena umanità. Forse nei nostri futuri incontri varrà la pena di insistere sull’importanza della relazione umana, sul veritiero amore verso il prossimo, che deve motivare il mio e il tuo lavoro.
Chiara Castellani – Medico missionario in Congo

 

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