Lettera di Sant’Ignazio a una sua grande benefattrice a Barcellona (1532)

Una premessa, al testo della lettera
Isabella Roser altri dicono Rosell o Rosès discendente dalla famiglia catalana dei Ferrer, vide Ignazio a Barcellona per la prima volta (inizio 1523) nella chiesa dei santi Giusto e Pastore, seduto fra i ragazzi, sui gradini dell’altare. Lo fissò attentamente a più riprese, ne notò la modestia e l’atteggiamento sicuro ed umile, mentre una voce intima, sempre più viva ed energica, le sussurrava: « Invitalo, invitalo! » . Lo volle a colazione a casa sua. Quel giorno doveva segnare l’inizio di relazioni spirituali molto intime, che durarono tutta la vita. Ignazio la informò dei suoi progetti. Era in attesa di un battello che lo portasse a Roma, per raggiungere di là la Terra Santa. La buona signora voleva distoglìerlo da una tale impresa, ben sapendo, tra l’altro, che a Roma si facevano pochi progressi nella vita spirituale. Ma non ci riuscì. Ottenne solo che, invece di quel misero battello su cui Iñigo aveva riservato il posto, prendesse una nave meno modesta. E fu provvidenziale; il battello, infatti, poco dopo la sua uscita dal porto, affondò e perirono passeggeri e beni. La benefattrice sosterrà in gran parte la sua vita e i suoi studi dopo il ritorno dalla Terra Santa; sicché Ignazio asseriva di dover alla Roser « più che a tutte le persone conosciute in questo mondo » . Assai più tardi, il 19 dicembre del 1538, quando già si profilava la Compagnia di Gesù, le scriverà: « … le dico senza dubitare che, se la dimentico, penso che il mio Creatore e Signore si dimenticherà di me… Stia certa di una cosa: non solo tutto ciò che lei ha fatto per suo amore e riverenza vive davanti a Dio nostro Signore, ma anche parteciperà interamente a quanto la divina Maestà vorra’ compiere per mezzo mio, rendendolo la sua divina grazia meritorio…» (MI Epp I 143 144). Tre lettere della Roser hanno spinto adesso Iñigo a dilungarsi alquanto nella presente, per un bisogno del cuore profondamente sentito. Oltre ad essere un ringraziamento, la lettera rinforza i legami spirituali con Isabella e la incoraggia a sopportare le varie sofferenze della vita, perché esse provengono dalla mano di Dio e non possono nuocere, ma solo purificare. In fondo, chi dirige gli avvenimenti del mondo è Dio, e Dio sa scrivere diritto anche tra le righe contorte degli uomini. Il « fondamento » e il « terzo modo di umiltà » espressione dell’amore perfetto degli Esercizi Spirituali ispirano queste riflessioni che, penetrando nell’animo, cambiano prospettive e atteggiamenti di vita. Alla fine della lettera troviamo un fatto unico in tutto l’epistolario ignaziano per il profitto e la consolazione di Isabella, tanto provata da mali fisici e spirituali, Ignazio racconta una pittoresca avventura, forse ispirata alla medievale leggenda di santa Marina, calunniata durante la vita e venerata dopo la morte. Innegabilmente, questa lettera rappresenta un prezioso documento per la genesi della spiritualità ignaziana.

a ISABELLA ROSER Parigi, 10 novembre 1532 MI Epp I 83 89  

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La grazia e l’amore di Cristo N.S. siano in noi. Per mezzo del dottor Benet ho ricevuto tre sue lettere e venti ducati. Dio N.S. voglia tenerne conto nel giorno del giudizio e ripagare per me. E spero dalla divina bontà che lo farà con moneta buona e sonante c he a me non permetterà d’incorrere nella pena dell’ingrato. Nonostante tutto, infatti mi rende degno di fare qualcosa a servizio e lode della sua divina maestà. Nella sua lettera mi dice che la volontà di Dio N.S. si è compiuta, togliendo da questa terra e da questa vita la Canillas. Veramente non posso provare dolore per lei, ma per noi che restiamo in questo luogo di immense fatiche, dolori e calamità. Avendola conosciuta, infatti, in questa vita come anima amata e cara al suo Creatore e Signore, sono sic uro che lassù sarà stata accolta e ben sistemata e avrà poco desiderio di palazzi, pompe, ricchezze e vanità di questo mondo. Mi scrive anche delle scuse delle nostre sorelle in Cristo N.S., ma a me non devono nulla; resto io piuttosto loro debitore per sempre. Se per il servizio di Dio trovano altrove un migliore impiego dei loro doni, dobbiamo gioirne. Se non fanno né possono nulla, le assicuro che desidererei avere per dare loro la possibilità di far molto per il servizio e la gloria di Dio N.S. Per tutti i giorni della mia vita non potrò non essere loro debitore e penso anche che, quando saremo usciti da questa vita, le ripagherò largamente. Nella seconda lettera mi parla della lunga e penosa malattia già passata e del grande dolore di stomaco che le rim ane ancora. Veramente, pensando al suo cattivo stato di salute e al dolore attuale, non è possibile che io non li senta dentro di me, giacché desidero per lei tutto il bene e la prosperità immaginabili che le possano essere utili per la gloria e il servizi o di Dio N.S. Pertanto, considerando che queste malattie e altri mali temporali vengono spesso dalla mano di Dio, affinché possiamo conoscere noi stessi, staccarci maggiormente dall’amore delle creature e riflettere a fondo quanto sia breve la nostra vita per adornarci in vista dell’altra che durerà sempre, e pensando che con queste prove Dio visita le persone che molto ama, non posso sentire tristezza né dolore, perché penso che un servo di Dio esce da una malattia mezzo dottore nell’arte di orientare e ordinare la sua vita alla gloria e al servizio di Dio N.S. Mi chiede anche di perdonarla se non mi provvede con maggiore larghezza, avendo altri molteplici obblighi, per cui le sue risorse non bastano. Non c’è niente da perdonare. Sono io in timore al pensiero che, se non faccio ciò cui Dio N.S. mi obbliga verso tutti i miei benefattori la sua divina e retta giustizia non mi perdonerà, tanto più con il debito che ho con lei. In conclusione, se non arrivo a pagare il mio debito, dopo aver calcolato i meriti che io avessi acquistato dinanzi alla divina maestà, guadagnati certo con la sua grazia, non mi resta altro che chiedere allo stesso Signore di distribuirli alle persone verso cui sono in debito, a ciascuna secondo la misura dei servizi che mi ha reso, soprattutto a lei cui debbo più che ad ogni altra persona che conosca al mondo. Conosco il mio obbligo e spero in Dio N.S. che mi aiuterà a progredire in questa conoscenza. Pensi quindi che fin da ora la sua buona volontà, tanto sana e sincera nei miei riguardi , sarà accolta da me e ne sarò tanto ricolmo di piacere e gioia spirituale quanto con tutto il denaro che potrebbe inviarmi. Dio N.S. infatti ci obbliga a guardare e amare più il donatore che il dono per tenerlo sempre presente dinanzi agli occhi nostri, nella nostra anima e nel più intimo di noi stessi.

Mi dice anche di scrivere, se mi parrà, alle altre sorelle nostre e mie benefattrici in Cristo N.S. perché mi aiutino in avvenire. Preferirei decidermi secondo il suo parere piuttosto che secondo il mio. Sebbene la Cepilla mi faccia un’offerta nella sua lettera e mi manifesti la sua volontà di aiutarmi, non credo per il momento di scriverle perché mi aiuti negli studi. Non sappiamo chiaramente se possiamo resistere per un anno; se vi arriviamo, Dio N.S. spero che ci darà discernimento e senno per meglio servirlo e percepire sempre il suo amore e la sua volontà. Nella terza lettera mi dice quante malizie, insidie, e calunnie l’hanno circondata da ogni parte. Non mi meraviglierei, neppure se fosse peggio di così. Difatti quando la sua persona determina, vuole e con tutte le forze s’impegna a glorificare, onorare e servire Dio N.S., allora già dichiara guerra al mondo, alza la bandiera contro il secolo e si dispone a rifiutare le cose alte per abbracciare le co se umili, decisa ad accettare indifferentemente elevazione ed abbassamento, onore e disonore, ricchezza o povertà, amore ovvero odio, accoglienza o rifiuto, in una parola, gloria del mondo o tutte le ingiurie del secolo. Non potremo far caso degli affronti di questa vita, quando non vanno oltre le parole, perché tutti insieme non possono rompere un capello. Le parole a doppio senso, volgari e ingiuriose, non causano più dolore o più gioia di quelle che ascoltiamo volentieri. Se desideriamo vivere assolutamente onorati e glorificati dal nostro prossimo, non ci sarà possibile restare ben radicati in Dio N.S., né rimanere senza ferite quando ci si offriranno gli affronti. Allora, se da una parte mi piaceva che il mondo la offendesse, dall’altra ne soffrivo pensando che per via di queste avversità, pene e tribolazioni dovesse ricorrere alle medicine. Piaccia alla Madre di Dio che in lei ci sia piena pazienza e costanza, attinte nella contemplazione delle ingiurie e offese grandissime, sofferte per noi da Cristo N .S., e che, a condizione che altri non pecchi, le capitino maggiori affronti per meritare sempre più. E se non riscontriamo in noi tale pazienza, avremo maggiore ragione di lamentarci della nostra sensibilità naturale di non essere tanto mortificati e morti alla mondanità come dovremmo, che non di quelli che c’ingiuriano. Essi infatti ci danno la possibilità di guadagnare i tesori più preziosi che uno possa acquistare in questa vita, e le ricchezze maggiori che uno possa ammassare in questo secolo… […]. Piaccia alla santissima Trinità di darle tanta grazia in tutte le avversità di questa vita e in tutto il resto da poterla servire come io lo desidero per me stesso. E a me non dia più di quello che desidero per lei. La prego di raccomandarmi molto a Giovanni Roser e a tutte le persone che lei sentirà si rallegrerebbero di essere visitate da me. Povero di bontà, Iñigo  (Sant’Ignazio di Loyola)