Lo sfruttamento presentato come opportunita’ di lavoro

Per quanto riguarda il discorso degli annunci, abbiamo riscontrato che quando il cliente telefona non parla direttamente con la ragazza che dovrebbe offrire la prestazione. Ciò avviene perché quest’ultima non conosce l’italiano, se non quei pochissimi vocaboli attinenti alla tipologia di prestazione che dovrà offrire. Quindi, nel momento in cui un cliente entra in casa e domanda alla ragazza cosa fa, essa nomina solo il termine che indica il tipo di prestazione e la tariffa prevista.

L’appuntamento, invece, viene dato dalla tenutaria dell’alloggio. Nella maggioranza dei casi, quest’ultima non indica immediatamente l’indirizzo della casa di appuntamenti, perché deve verificare che si tratti veramente di un cliente (non un perditempo) e controllare che non sia un metodo escogitato dalle Forze dell’Ordine per individuare dov’è situato l’alloggio.
Così, alla prima telefonata, indica solamente la zona. Solo ad una successiva chiamata, dopo aver verificato l’effettivo interesse alla prestazione sessuale con la ragazza, indica con precisione l’indirizzo. Il cliente arriva, suona, entra in casa, riceve la prestazione. La tenutaria non è mai dentro l’alloggio.

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Generalmente ci sono solo le ragazze, che in moltissimi casi non conoscono nemmeno il viso della tenutaria.
Dopo che il cliente ha ottenuto la sua prestazione e paga la ragazza, i soldi per un 60% circa vanno a lei e per un 40% finiscono nelle tasche dell’organizzazione. La parte di denaro trattenuta dalla tenutaria è giustificata – perlomeno a livello teorico – dalla necessità di pagamento delle spese di vitto e alloggio.

In tal modo si cerca di inculcare nella ragazza l’idea di non essere sfruttata ma, semplicemente, di avere un ‘opportunità di lavoro in cambio della quale è necessario versare un “rimborso spese”.
Infatti, le ragazze, nel momento in cui vengono sollecitate a raccontare la loro situazione, non dichiarano mai di essere sfruttate, ma di essere ospiti di una fantomatica amica, di averle chiesto di lavorare e di aver accettato volontariamente la situazione.
Può capitare, a volte, che si presenti un cliente che chiede altro, oltre al massaggio normale. Loro, per guadagnare di più, sono disposte a farlo.

Queste dinamiche si creano per due motivi: innanzitutto perché le ragazze pensano che la prostituzione sia un reato, in quanto è un luogo comune crederlo, quindi ritengono di poter subire ripercussioni legali; in secondo luogo perché sanno che, nel momento in cui dovessero fare delle dichiarazioni, per loro ci sarebbero ripercussioni a livello fisico e psicologico, come lo spostamento di città o il rischio di essere rimandate a casa.
Spesso è proprio quest’ultima ipotesi quella che più le spaventa: capita, infatti, che siano le famiglie delle ragazze ad aver pagato l’organizzazione per il viaggio. Di conseguenza, se il congiunto torna a casa, non riescono più a guadagnare i soldi investiti inizialmente su di loro.

In questa realtà risulta quindi difficile fare un programma di monitoraggio e di repressione dei reati. Il fatto che la prostituzione cinese si sia indirizzata alle case chiuse, piuttosto che al territorio, mette chi ha funzioni investigative maggiormente in difficoltà.

A cura di Antonino Runci, Sostituto Commissario della Squadra Mobile della Questura di Torino.

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