L’olocausto cristiano di Creta

monastero arkadiSulla costa settentrionale di Creta, in cima alle colline sopra a Rethymno, la mappa indica un monastero greco ortodosso. Arrivi lassù, e ti si staglia davanti una straordinaria fortezza petrosa, che con la sua mole sovrasta le gole attorno, così strette che già molto prima del tramonto si riempiono di ombra.
Sono passati 800 anni da quando uno sconosciuto monaco fondò Arkadi. Nel centro della gran corte, recintata e quadrata come una piazza d’armi, la chiesa è cinquecentesca, nelle linee un’eco di Rinascimento italiano – dominò, qui, la Repubblica di Venezia. Splendida e abbagliante quella facciata di pietra rosa, sotto al sole di Creta. Ma chi si ferma a guardarla, stordito da tanta bellezza fra queste colline di sassi, nota nella facciata delle brecce, delle incrinature come di ferite. Proiettili. Proiettili di archibugi, palle di cannone dell’artiglieria turca, dell’assedio che tra queste mura finì in una ecatombe. Arkadi è detto il monastero dell’Olocausto.
Nel 1866, durante la rivolta contro i turchi, un migliaio di contadini e pastori cercò rifugio tra queste mura poderose. I monaci accolsero tutti, le porte del monastero si chiusero come ali a proteggere quella folla di inermi, donne, bambini. Dalle gole, dalle forre salivano dal mare 15 mila soldati turchi, implacabili, ad annientare l’insurrezione. Quando gli assediati furono allo stremo di sete e di fame, l’abate li convinse che era meglio morire che cadere vivi in mano a quei nemici: che li avrebbero massacrati o fatti schiavi, e convertiti all’islam. Il 9 novembre 1866 i mille miserabili si accalcarono nel locale della polveriera. L’esplosione squarciò il cielo di Creta. I vincitori si impadronirono solo di un cumulo di macerie fumanti. Arkadi restò un simbolo per sempre: di Creta, della sua gente cristiana che non volle arrendersi.
E i turisti che dalle spiagge oggi arrivano quassù con le loro camicie hawaiane, nell’apprendere la storia zittiscono. È maestoso Arkadi, ricostruito uguale pochi anni dopo la strage. La chiesa nella corte invece è ancora la stessa, con quelle ferite che la rendono regale. E cammini per i corridoi e il refettorio, cercando di immaginarli in quei giorni, gremiti di vecchi, malati, bambini: chi moriva di stenti, chi veniva alla luce, tagliando la calca di disperati con il suo primo vagito. Cosa avevano nel cuore quelle madri? Da sotto, clangore di armi, e di notte i fuochi dei nemici in attesa. Liberamente tutti i rifugiati scelsero la morte? E con quali parole pregava, la folla di morituri abbracciati?
Tra le icone scampate all’incendio c’è una “Speranza dei Disperati”, una Madonna col Bambino, i due volti costellati di ferite – come la chiesa di Arkadi. Speranza per chi ha perduto ogni speranza: a questa Madonna guardavano, nelle ultime ore, quei mille?
Nel cortile è rimasto il tronco di un albero vecchissimo. Anch’esso è trafitto da una pallottola, che è ancora lì, inacastonata nel legno, arrugginita. Il tronco secco e nero incute soggezione e quasi dolore. Quei rami allargati, come braccia inermi. L’albero scheletrito che vide quel 9 di novembre, ora lo riconosci: nel suo legno morto, misteriosamente ha preso la forma di un Crocefisso.
di Corradi Marina

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