L’Onu contro l’eugenetica. Tanto tempo fa

ONUCrimini medici nazisti. Processo di Norimberga. Dichiarazione
Universale dei diritti dell’uomo da parte delle Nazioni Unite. Dichiarazione di Ginevra della grande Onu laica, l’Associazione medica mondiale. E’ la sequenza che ha portato al manifesto giusnaturalista del 1948 e che abbiamo posto al centro della moratoria contro l’eugenetica con una revisione dell’articolo 3.

Nel 1948, mentre dalle rovine materiali e morali della Seconda guerra mondiale emergeva il bisogno di riaffermare la dignità della persona umana e dei suoi diritti inalienabili, nel Palais de Chaillot di Parigi veniva solennemente approvata dalle Nazioni Unite la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

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Nella volontà dei suoi autori, la carta era “la risposta agli atti di barbarie che avevano oltraggiato il genere umano”. Dichiararono la necessità di “riaffermare la fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità della persona umana…”.

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Fu la proclamazione di un principio non negoziabile, la risposta corale a un’Europa trasformata nel mattatoio del giudaismo e dell’umanesimo liberale e a quelle che il grande genetista francese Jerome Lejeune definì “le nuove forme di razzismo cronologico, sociologico, eugenetico”. L’assioma della “vita indegna di essere vissuta”.

Nel 1947, la Commissione Onu dei diritti umani, che era ancora
all’inizio del suo lavoro di elaborazione della Dichiarazione, riceve un lungo memorandum dell’American Anthropological Association, connivente con le politiche eugenetiche di sterilizzazione varate in molti stati americani, in cui si esternava preoccupazione su una carta di diritti concepita con una forte “ipoteca culturale” dell’occidente. Nonostante il peso del materialismo sovietico che ebbe un peso significativo nella formulazione definitiva, il risultato fu un manifesto antirelativista. Un grande giurista, Carl Becker, aveva chiesto all’America di restar fedele alle parole che scandiscono la Dichiarazione di indipendenza:

“All men are created equal”.
Mary Ann Glendon, neoambasciatrice americana presso la Santa Sede,investigando l’origine della Dichiarazione universale ha illustrato la chiarezza di pensiero che guidò Charles Malik, relatore di quella Magna Carta presso l’Assemblea Generale. Malik, filosofo libanese di confessione greco-ortodossa, seguì dal principio sino alla fine tutto iter di preparazione, prima come estensore poi come relatore del primo progetto sui diritti umani, dopo come presidente del Comitato per gli Affari sociali.
Malik prospettò una questione pregiudiziale.

Quando si tratta di diritti umani, si pone “l’interrogativo fondamentale: cos’è l’uomo?”. Malik disse:
“Quando dissentiamo su cosa significhino i diritti umani, dissentiamo su cosa sia la natura umana”. Sempre Mary Ann Glendon ha spiegato che i Padri Fondatori di quella Dichiarazione, l’ex first lady Eleanor Roosevelt, il giurista dei “fondements anthropologiques” René Cassin, il cinese Peng-Chun Chang e Malik, “non erano omogenizzatori, ma universalisti che pensavano che la natura umana fosse per tutti la stessa”. Il diritto alla vita lo trassero dalla Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, l’uguaglianza
radicale e giuridica da quella francese del 1789.

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“La cosa più alta nella saggezza umana”

Il 14 luglio del 1949 sul New England Journal of Medicine uscì il
saggio “Medical Science Under Dictatorship” del dottor Leo Alexander, teste al processo ai medici tedeschi che scrisse il Codice di Norimberga, la più grande carta medica e deontologica dopo la Seconda guerra mondiale: “I crimini sono iniziati con un sottile cambiamento nell’attitudine medica” scriveva Alexander. “Con l’accettazione dell’idea che c’è una vita indegna di essere vissuta”. Nel 1984 Alexander affermava: “E’ come la Germania negli anni Venti e Trenta, le barriere contro l’uccisione stanno crollando”. Karl
Binding, famoso professore di legge, e Alfred Hoche, medico e umanitario, nel 1920 avevano formulato la filosofia che guidò i medici nazisti, anche l’italiano Leonardo Conti. Si trattava di porre fine alle esistenze di malati terminali, “incoscienti”, nuovi nati handicappati, invalidi e “idioti incurabili”, vita giudicata “senza valore”.

Il preambolo della Dichiarazione dell’Onu, qualificata da Paolo VI
come “quanto c’è di più alto nella saggezza umana”, fu pensato come una risoluzione contro la filosofia emersa dal famoso Processo dei medici, che durò dal 21 novembre 1946 al 20 agosto 1947.

Il preambolo riconosceva che “l’inerente dignità e i diritti eguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana è il fondamento della libertà, della giustizia e della pace”. Compreso il non nato. Soltanto vent’anni prima la Corte suprema degli Stati Uniti, nel caso Buck vs. Bell, aveva dato il via libera alla sterilizzazione di 70 mila esseri umani, giudicati “inadatti a riprodursi”.