L’orrore del neonaticidio

infanticidioLa notizia ha fatto il giro di mezzo mondo indignando molte persone:

due bioeticisti italiani hanno pubblicato un articolo sul Journal of Medical Ethics in cui sostengono la legittimità dell’uccisione del neonato sulla base del suo status morale analogo a quello del feto. Lo hanno chiamato “aborto dopo la nascita” (after-birth abortion) nonostante l’espressione sia una contraddizione in termini, un ossimoro come riconosciuto dagli stessi autori; aborto significa infatti etimologicamente “non nato”.

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L’espressione viene però da essi preferita a quella di infanticidio per
sottolineare l’analogia del neonato con quella del feto ed a quella di
eutanasia neonatale per evidenziare che le motivazioni per eseguirla possono essere molto più ampie rispetto a quelle invocate per l’eutanasia; possono essere cioè le stesse motivazioni che sono alla base degli interventi di aborto. Quali considerazioni si possono fare rispetto ad un articolo che ha suscitato un vespaio di polemiche? La prima, già indicata dal professor Pessina, è che la tesi non è affatto nuova.

In un mio libro (L’uomo indesiderato, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2008) riprendevo la dichiarazione del bioeticista dell’Università di Manchester John Harris che sosteneva la legittimità del neonaticidio:

“La gente che cosa crede sia successo nell’’uscita dal canale del parto per giustificare l’’uccisione del feto ad un’estremità del canale del parto, ma non all’’altra?”, diceva.

Osservavo che un argomento auto-evidente come il mantenimento della stessa identità dentro e fuori il corpo della madre, solitamente invocato per giudicare come un male morale l’aborto, possa essere ribaltato per estendere il giudizio di legittimità morale all’uccisione del neonato.

D’altra parte l’articolo in questione non fa che riprendere e si poggia interamente su un’antropologia funzionalista (si è persona solo se si è capaci di esprimere specifiche funzioni, in genere cognitive) di cui un epigono nostrano è stato quel dottor Vazzoler, neonatologo appartenente all’associazione bioetica
presieduta dal professor Mori, il quale in un convegno organizzato anche dall’ordine dei medici di Firenze sostenne che “i feti, i neonati fortemente prematuri, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in uno stato vegetativo permanente, cioè senza speranza, costituiscono esempi di non persone umane. Tali entità fanno parte della specie umana, ma non sono persone”.

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Mi pare sia da annotare che la stessa antropologia non fa distinzione tra pre-persone ed ex-persone, tutte sono comunque non-persone e tra gli sviluppi logici della tesi in oggetto è compreso il diritto ad uccidere i dementi e i malati psichiatrici gravi non per pietà, ma per l’interesse di chi è persona, venendo così meno la limitazione alla volontarietà dell’eutanasia. Sarebbe così del tutto legittimo potere effettuare eutanasie non volontarie, cioè senza consenso, ed involontarie, contro la volontà di chi viene ucciso. Già oggi in Belgio la metà delle eutanasie vengono effettuate in assenza di consenso esplicito della persona.

Neppure la terminologia usata dagli autori è così originale, è sempre
sconveniente auto-citarsi, ma ricordo che in diversi interventi io stesso ho descritto il neonaticidio come “aborto ectobiotico”. Una seconda linea di riflessione che mi pare opportuna ha a che fare con la sorpresa manifestata da molti di fronte ad una tale proposta. Perché stupirsi? La radice profonda di questa mostruosa teoria consiste nella sopprimibilità dell’indesiderato, in un darwinismo medico-laboratoristico che già oggi viene serialmente compiuto alla luce del sole ed ha come protagonista l’essere umano inerme colto in vari momenti della sua esistenza.

Non è forse una legalizzata selezione qualitativa degli embrioni da trasferire in utero ad essere praticata nelle procedure di fecondazione artificiale di ogni tipo? Non è forse un’imperfezione cromosomica, avere ad esempio tre cromosomi 21, che fa legalmente sopprimere la maggioranza dei bambini con sindrome di Down?

In certi contesti culturali non è forse solo un differente, ma parimenti indesiderato assetto cromosomico che conduce all’aborto selettivo delle bambine? Lo stesso aborto ectobiotico, lo stesso aborto post-nascita, la stessa eutanasia neonatale o come altro diavolo li si voglia chiamare non sono forse realizzate quotidianamente per omissione delle cure rianimatorie previste in tante linee guida neonatologiche di cui Bellieni ci ha dato
conto?

Le linee guida svizzere dicono di non rianimare i prematuri di 22 e 23
settimane, ma curandoli, facendo cioè il dovere di ogni medico degno di questo nome, oggi si può salvare il 27,1% di quelli nati a 22 settimane e il 41,8% dei nati a 23 settimane. La sopravvivenza a 18-22 mesi è stata calcolata essere rispettivamente del 26,7% e 40,9%. Sarò limitato, ma non riesco a cogliere alcuna differenza tra queste condotte e le morti provocate per omissione di soccorso.

Perché dunque sorprendersi dell’’articolo di Giubilino e Minerva edito da una rivista il cui direttore, Savalescu, non solo difende il diritto di pubblicare l’articolo, ma persino nega il diritto
all’obiezione di coscienza per i medici?

È significativa la risposta a Savalescu del dottor Vaughan Smith: “Dopo avere visitato Auschwitz mi sono cimentato con la domanda di come mi sarei comportato come medico nella Germania nazista o nella Russia stalinista

Non essendo una persona coraggiosa, non sono sicuro. La possibilità di comportarmi onestamente sarebbe stata più grande se mi fossi sentito parte di una professione medica indipendente, fedele a qualcosa di superiore e più duraturo rispetto al regime del giorno. Sarebbe stata inferiore se le opinioni di Savalescu avessero prevalso (cosa che, suppongo, sia avvenuta)”.

L’articolo del Journal of Medical Ethics non è quindi niente più che un
piccolo mattone apposto per realizzare il tempio dell’’inciviltà.

Un appunto finale riguarda la tentazione di volere distinguere tra uccisione del neonato e uccisione del non nato.

Accettare l’esistenza di una qualsivoglia differenza morale tra i due atti significherebbe ipso facto accettare una visione gradualista della dignità personale alla base delle inique leggi abortiste attualmente in vigore che per appunto consentono l’aborto su richiesta, purché entro un determinato ambito di tempo.

Significherebbe implicitamente negare quel personalismo ontologicamente fondato che è la pietra d’inciampo per la cultura della morte, significherebbe, magari senza rendersene conto, favorire l’oscurità e la barbarie.

di Renzo Puccetti