Madonna Povertà (dai Fioretti di Santa Chiara)

Di lì a poco Francesco tolse anche dal monastero di Sant’Angelo la sua se­guace e la destinò alla clausura di San Damiano.

Nella Chiesa quasi diruta di San Damiano, il Crocifisso aveva parlato a Francesco, dicendo – Francesco, va’ e ripara la mia chiesa che è tutta guasta e vien meno.

Il giovane aveva creduto che il comando va­lesse per le mura materiali. Le riparò, perciò, con pietre e calcina. Poi çapì che il comando di Cristo valeva per altra cosa e che la Chiesa era il corpo stesso di Gesù agonizzante sulla Croce.

Gettò ogni ricchezza, rinunziò ad ogni ambi­zione, si fece volontariamente umile e povero. Sposò – come egli diceva – Madonna Povertà.

San Damiano era rimasto, anche restaurato dalle mani inesperte di Francesco, un luogo po­vero. La chiesa somigliava a quella di Santa Ma­ria degli Angeli, piccola, oscura, con la volta ad ogiva. Le costruzioni d’intorno potevano adattarsi a convento di poche donne, e più che altro di povere donne.

A San Damiano così nacque il Secondo Ordine francescano, quello femminile, che fu chiamato delle « Povere Donne ».

« Povere donne », e basta, senza nessun’altra denominazione.

«Povere donne», che vivevano d’elemosina, mangiavano pane accattato, e i più dei giorni di­giunavano.

Francesco aveva sposato volontariamente la povertà. Chiara volle essere la povertà stessa, la povertà in persona.

In questo senso ella si unì a Francesco, nel­l’assoluta povertà, voluta, accettata, perseguita per amore del grande, povero, padrone e signore dell’universo, Gesù.

La vecchia chiesa, dominata dal grande Cro­cifisso, venne ornata da mazzi di fiori cam­pestri.

Dietro l’abside, il coro delle « povere donne », fatto di tavole rozze, neppure piallate. Infisso, tra le pietre dell’impiantito; un palo, attorno al quale girava il leggio rudimentale, illuminato da una lucerna ad olio.

Una finestra inferriata dava sulla chiesa, e, attraverso le sbarre di ferro, come recluse, le po­vere donne ricevevano la Comunione.

Da un piccolo chiostro, retto da pilastri senza capitelli, si passava al refettorio basso e scuro. Tavole grezze giravano attorno, senza tovaglia. Lì, ringraziando il Signore, le «povere donne» mangiavano quello che ricevevano in elemosina.

Chiara preferiva i tozzarelli di pane.

Un pane intero le sembrava ricchezza troppo grande. Viveva di avanzi, chiedeva gli scarti. Un pane intero era invece dono completo.

Un’unica camerata, al piano superiore, acco­glieva le « povere donne ». Uno stanzone nudo e freddo, sotto le travi del tetto. Per letto, un fascio di sarmenti. Per guanciale, un tronchetto di le­gno. Lenzuoli di canapa rustica e coperte di pezze imbastite.

Piedi nudi in ogni stagione; vestiti grossi, legati con corda; testa rasa, coperta da.un panno bianco e uno nero.

Sotto le vesti, Chiara portava un cilicio, fatto di pelle di porco, con le setole contro la carne. « Povere donne » come più povere non ce ne potevano essere. In San Damiano Chiara volle il primato della povertà. Non ci doveva essere al mondo una donna più povera di lei.

Nulla era suo; ogni cosa prestata; ogni dono volontario.

Povertà volontaria, non solo accettata, ma desiderata come il più ambito dei, privilegi. Povertà lieta, contenta di sé; povertà ilare, festosa, non ripugnante né dolente.

Povertà priva di spine, ma che fioriva come. la rosa : sorrideva, gioiva sotto il sole della Grazia.

Nessun lamento, nessun sospiro si levava da San Damiano. La povertà in quel tugurio non doleva, la penuria su quella mensa non faceva languire, il disagio su quei letti non tormentava. Chiara voleva essere la povertà stessa. Era dunque contenta di sé quanto più povera si fa­ceva; era lieta del suo stato quanto più povera si sentiva.

dai Fioretti di Santa Chiara