Mai abortire disabili. L’Onu cambia rotta?

Non sono mai state risparmiate critiche alla Nazioni Unite e a tutti quegli organismi sovranazionali che con pronunciamenti di diversa natura assumono posizioni in contrasto con la tutela della vita umana. Con grande favore – e prudenza – è altrettanto doveroso accogliere il documento stilato dalla Commissione per i diritti delle persone con disabilità dell’Onu, col quale si afferma che «leggi che esplicitamente consentono l’aborto sulla base della disabilità del feto violano la Convenzione per i diritti delle persone disabili».

Questa affermazione contraddice e corregge il commento della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite all’articolo 6 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che invece mira a far scaturire un presunto «diritto all’aborto» legale e sicuro dalla tutela delle donne. La Commissione per i diritti delle persone con disabilità nota che individuare nell’interruzione volontaria di gravidanza la soluzione in caso di disabilità del nascituro non fa che alimentare lo stereotipo secondo il quale la stessa disabilità sarebbe incompatibile con una buona e dignitosa condizione di vita. In questo dibattito tutto interno alla Nazioni Unite emerge il cortocircuito che si innesca quando al diritto alla vita del concepito si contrappone quello – asserito – della donna a interrompere la gravidanza.

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È inoltre evidente che, implicitamente, la Commissione riconosce al bambino non ancora nato lo status di persona titolare di diritti, ivi compreso appunto – prima di ogni altro – quello alla vita. Il dibattito però non si ferma all’inizio vita. La Commissione per i diritti umani, infatti, si era espressa anche sulla fine della vita, auspicando che gli Stati varassero leggi che consentono ai medici di procurare una morte degna a pazienti affetti da forte sofferenza mentale o fisica. Anche in questo caso arriva la puntualizzazione dell’altra Commissione: ai medici e ai malati – dice l’organismo dedicato ai disabili – dovrebbe essere garantita la possibilità di intraprendere un percorso di cure che allevino le sofferenze in vista della morte naturale. È stata quindi chiesta una modifica del testo, affinché anche in questo caso non venga propagandata l’idea che per un disabile sia meglio morire piuttosto che vivere con le dovute e opportune cure.
Lorenzo Schoepflin – Avvenire