Mio figlio down vale ed e’ puro amore

ottavogiornoUn famoso scienziato, professore a Oxford, ha dunque sostenuto che la scelta di mettere al mondo un bambino down è «immorale». Forse il professor Richard Dawkins dovrebbe ragionare un po’ sul significato del termine morale. Forse avrebbe potuto dire che è una scelta poco pratica, che è una scelta coraggiosa, che è una scelta impopolare e che può provocare perciò sorpresa in chi la apprende. Ma perché immorale? Devo credere che mio figlio, con la sua sola esistenza, costituisca una sfida alla morale comune? Magari ai pregiudizi sì, sicuramente. Ma non vedo come possa essere ritenuto «immorale» e quindi ingiusto, indegno di esistere. Forse il professor Dawkins non ha mai conosciuto un bambino o una persona Down da vicino. Avranno sicuramente limiti cognitivi, impacci nella comunicazione, ma hanno certamente una marcia in più per quanto riguarda la capacità di amare.

Mio figlio ha una dedizione totale alle persone che si prendono cura di lui, una sensibilità fuori dal comune quando noi, parenti “normali”, stiamo male e una carica di vitalità e ottimismo che infonde attorno a sé e che difficilmente conoscono le persone cosiddette normodotate. Parlo da mamma che non ha potuto decidere se essere mamma o no di un bimbo così. Parlo da persona che si considera libera da schemi ideologici e anche religiosi. Se avessi avuto la possibilità di scegliere, anch’io avrei scelto per l’aborto, ma a posteriori posso dire che mi sarei persa qualcosa di unico, qualcuno di veramente grande. Siamo ancora purtroppo schiavi di pregiudizi ancestrali nei confronti della diversità. E siamo anche schiavi di una società che ci vuole tutti perfetti, tutti efficienti e produttivi. Ma chi li conosce da vicino sa che anche Down è possibile, è vitale, è efficiente. È bello, a modo suo.

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Mio figlio non sarà di certo una cima, ma a nove anni legge, scrive e si orienta perfettamente nello spazio. Sa prepararsi la colazione, fa il letto, passa l’aspirapolvere… Purtroppo non è facile crescerlo in un mondo come questo, in cui la diversità continua e continuerà a far paura, per il solo fatto che non la si conosce, in un mondo in cui bisogna sempre primeggiare ed essere veloci. Lui non è veloce, no. Sto scrivendo un libro, direttore, questo è il passo in cui descrivo uno dei momenti più significativi del rapporto con mio figlio: «Anche martedì scorso siamo stati per un bel po’ occhi negli occhi. Ci siamo messi sdraiati sull’asciugamano, con la sabbia che ci veniva addosso da mille parti: acquattati tutt’e due sotto lo stesso fazzoletto, con le teste accanto. Ci schermavamo così dal sole, complici di quel momento magico. Provavo ad addormentarlo raccontandogli la fiaba dei musicanti di Brema, che sa a memoria. Ma a ogni verso, a ogni parola, con l’inflessione della voce cercavo in realtà di farlo ridere e lui di risposta si sbellicava come un matto. Occhi negli occhi. Quegli occhi piccoli, dal taglio orientale, sanno ridere da pazzi e ti travolgono con la loro ilarità. In quel momento mi adorava e io lo adoravo. A un certo punto, a forza di ridere e di non smettere mai di guardarci, mi sono commossa, e mi sono scese le lacrime, proprio come una cretina, sotto quel fazzoletto. Nascosta agli occhi indiscreti della gente, ma nuda ai suoi, così docili e pieni di amore. Sono veri e propri attimi di eternità, in cui il cuore mi si allarga e avverto tutta la pienezza di senso della nostra esistenza. Juri sa essere questo: amore allo stato puro. Incondizionato. Totale». Sara Bisanti